Il Caso Archive

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Ero e sono vicino al comitato antinocività – video (Pasini Roberto – BS)

Egregio Direttore, mi preme far sapere pubblicamente che  ero e sono vicino al comitato antinocività che con lo sciopero della fame a staffetta denunciava la voglia di vivere.

Pasini roberto

 

Il  carretto passava…

E quell’uomo gridava..  rifiutiii…

Sotto le autostrade “carrozzoni” nascondono rifiuti.

 

Industrie scaricano scorie nei fiumi,

persone in strada,

famiglie nella disperazione.

 

Sotto la loggia si fa la fame

Per un po’ di  verde e acqua.

Sopra si progetta l’abbattimento delle torri popolari.

 

Rifiuti,

tutti in discarica,

donne, bambini e lavoratori e anziani.

 

Io Pasini Roberto,

carta d’identità n.AO2572230 valevole sino al 7/04/2013  

c.f. PSNRRT54D28B157X

vorrei testimoniare alle forze dell’ ordine e politiche

che con il pensiero tutti i giorni passavo sotto la Loggia

per una testimonianza di una cittadinanza attiva.

 

e ho nell’anima
in fondo all’anima cieli immensi
e immenso amore
e poi ancora ancora amore amor per te
fiumi azzurri e colline e praterie
dove corrono dolcissime le mie malinconie
l’universo trova spazio dentro me
ma il coraggio di vivere quello ancora non c’è .

 

ma il coraggio di vivere ancora non cè….sopra la Loggia e dintorni.

 

Pasini roberto

Miniatura

Interviste – Brescia_riunione_rete_antinocività

Miniatura
Brescia – Intervento dell’Assessore alla Cultura

25 aprile 2012 23:46

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Piazza della Loggia, il governo paga le spese processuali a carico delle parti civili

Il Governo pagherà le spese processuali a carico delle parti civili per la strage di piazza della Loggia del 28 maggio 1974. Il consiglio dei ministri, su proposta del Presidente Monti – si legge in una nota di palazzo Chigi – ha preso la decisione di assumere a carico del Governo le spese processuali derivanti dalla conclusione del procedimento per la strage di Piazza della Loggia. Il Presidente Monti aveva concordato la decisione con il Presidente della Repubblica.

Considerando che la Presidenza del Consiglio si era costituita parte civile, – recita la nota – deve ritenersi che la condanna in solido delle parti civili al pagamento delle spese sia sostenuta legittimamente dal solo Stato, anche in virtù della vigente legislazione sulla tutela delle vittime del terrorismo. Infatti, in base alla legge 3 agosto 2004, n. 206, e alla direttiva del Presidente del Consiglio dei Ministri del 27 luglio 2007, le vittime e i familiari di eventi stragisti beneficiano dell’assistenza processuale pubblica in «ogni procedimento giurisdizionale».

Il governo, quindi, non ha voluto che si ripetesse la beffa del processo di Piazza Fontana del 2004 quando i familiari delle vittime furono condannati al pagamento delle spese processuali dopo l’assoluzione del gruppo ordinovista veneto. Questa volta lo stesso gruppo è stato assolto per la strage di Piazza Della Loggia, del maggio 1974, ma Mario Monti, d’intesa con il capo dello Stato Giorgio Napolitano, è intervenuto. Una decisione simbolica, visto che la cifra non sarà ingente, ma che invia un preciso messaggio: chi cerca la verità non può pagare per questa sua richiesta, sempre giustificabile e valida anche 38 anni dopo i fatti.

Già sabato, dopo la nuova assoluzione per gli imputati, erano state molte le richieste di intervento: si era chiesto anche un decreto legge da parte dell’ex sindaco della città, Paolo Corsini. Walter Veltroni aveva proposto che i partiti pagassero unitariamente le spese. Oggi il comune di Bologna aveva offerto un contributo in un coro di interventi e proposte.

Poi la decisione presa dal Consiglio dei Ministri. Anche una risposta diretta alle amare parole di Manlio Milani, che Presiede l’associazione dei familiari delle vittime: «Una beffa, è ridicolo, permettetemi di dirlo, che in questi processi che sono contro anche due uomini che rappresentavano lo Stato, si debbano anche pagare le spese processuali».

Il riferimento è al generale dei carabinieri, Francesco Delfino e all’ex parlamentare missino Pino Rauti. Delfino, allora capitano a Brescia si occupò dell’inchiesta «e – ha detto Milani dopo la sentenza – l’esito di queste ore è anche il risultato di come sono state condotte le prime indagini. Queste persone non si sono mai fatte vedere in un’aula in in tre anni di processo. Dovevano avere il rispetto per il ruolo istituzionale che hanno ricoperto e per le vittime di questa strage».  (ilsole24H)

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BRESCIA. La storia (infinita) della strage di Piazza Loggia. La ”penultima” beffa (rassegna)

Salvini: era credibile il pentito della strage
di Jolanda Bufalini

Il gip che indagò sull’eversione nera in Lombardia:
«La confessione di Tramonte su Piazza della Loggia è veritiera. C’erano anche riscontri»

Il «Contesto», come lo chiama evocando Leonardo Sciascia, Manlio Milani, il presidente del comitato delle vittime della strage del 28 maggio 1974, è per Guido Salvini, chiaro: «Piazza della Loggia è un momento della strategia nera di Ordine Nuovo». Questa certezza, che «deve spingere a cercare ancora la verità» è «l’enorme risultato di conoscenza portato dalle indagini di Milano e di Brescia, al di là degli esiti giudiziari».
Esiti tuttavia deludenti, dottor Salvini? «Non si polemizza con le sentenze», però «sono stupefatto», dice il magistrato che, fra la fine degli anni Ottanta e i Novanta, riaprì le inchieste sulla eversione nera e su piazza Fontana. «Stupefatto» a proposito della decisione dei giudici della corte d’assise d’appello di Brescia, che ha mandato assolti il medico veneziano Carlo Maria Maggi, capo di Ordine Nuovo nel Veneto degli anni Sessanta e Settanta, dell’ex ordinovista Delfo Zorzi, dell’ex collaboratore del Sid, Maurizio Tramonte e del generale dei carabinieri Francesco Delfino, nei giorni dell’eccidio comandante del Nucleo investigativo dei Carabinieri di Brescia. Allora la piazza della strage fu rapidamente pulita con le autopompe, e la sollecita pulizia riguardò anche i cestini, in un dei quali era stato nascosto l’ordigno.
«Hanno assolto è lo sconcerto del magistrato un reo confesso». La fonte «Tritone» «la conoscevamo da tempo», racconta Salvini, «c’erano circa 25 sue relazioni al Sid, ma non sapevamo chi fosse questo Tritone». Fra quelle informative c’era anche quella relativa alla riunione di Abano Terme del 25 maggio 1974, in cui si discusse di un «grande attentato». Racconta ora il presidente del comitato dei familiari delle vittime Manlio Milani, «nel documento si parla di un gruppo in costruzione, Ordine Nero, ma quel gruppo altro non era che il nuovo nome di Ordine nuovo, che il ministro Paolo Emilio Taviani aveva messo fuori legge. E Carlo Maggi era il capo indiscusso di Ordine Nuovo nel Veneto».
La fonte “Tritone”, ricorda Salvini, «sin dal 1974 aveva relazionato nei dettagli di aver partecipato con i capi ordinovisti alle riunioni in cui si preparò la strage di Brescia».
Poi, un bel giorno del 1992, Guido Salvini era andato in trasferta da Milano a Padova, agli uffici del Sismi, e ricorda ancora con emozione il momento della scoperta: «Eravamo andati per l’incartamento di Gianni Casalini». Casalini era un altro ordinovista e informatore del Sid con il nome di copertura «Turco», coinvolto nella inchiesta per le bombe alla banca dell’Agricoltura, in piazza Fontana a Milano. «Ci furono consegnati questi enormi faldoni senza alcun problema, nel 1992 ormai non c’era più interesse a nascondere. Fui io a trovare in fondo al fascicolo il foglietto che rivelava il nome della fonte “Tritone”, Maurizio Tramonte». «Nell’istruttoria, nel corso di molti interrogatoti, Tramonte confessò». Quella prima confessione, ritiene Salvini, è «veritiera, e tanto più credibile in quanto non si trattava di accuse ad altri ma a se stesso». «Poi Tramonte ha cominciato ad allargarsi, potrebbe aver raccontato anche frottole. Alla fine, in aula si chiuse nel silenzio e ritrattò in modo meno che plausibile». Però alla confessione «c’era riscontro» e la principale conferma alle parole del neofascista informatore del Sid, venne, ribadisce Guido Salvini, «dal maresciallo del Sid Fulvio Felli, che riceveva le informative e che ha confermato tutto».
Ora si dovrà attendere la stesura della sentenza per la quale ci sono 90 giorni di tempo. E, strana coincidenza, anche il relatore e estensore della sentenza, il giudice Bocchiaro, viene da Cremona, dove è stato collega, fino al dicembre 2011, del giudice Salvini. L’uno al penale, l’altro alla sezione civile, ai fallimenti. I Pm di Brescia si sono riservati di valutare il ricorso in Cassazione. La lettura delle motivazioni ci farà capire perché sia stata ritenuta non attendibile la confessione della fonte «Tritone». È probabile che l’assoluzione dell’ex informatore abbia portato con sé anche l’assoluzione per Carlo Maria Maggi, sfuggente dominus della cellula veneta di Ordine Nuovo degli anni settanta.
l’Unità 16.4.12
Corriere della Sera 16.4.12
Brescia, radiografia di una strage la bomba, le bugie, le prove sparite
Come sono state sviate le indagini sui neofascisti e sui complici
di Giovanni Bianconi

BRESCIA — Rispetto alle altre stragi che hanno insanguinato l’Italia e seminato terrore secondo gli intenti degli «strateghi della tensione», quella di piazza della Loggia è un caso a parte. Secondo quel che è emerso da tutte le indagini su tutti gli attentati di quel disgraziato e politicamente incerto periodo (1969-1974), anche gli 8 morti e 102 feriti di Brescia rientrano nel disegno cominciato nella primavera-estate del 1969 con le bombe nelle città e sui treni, che fecero da preludio all’eccidio di piazza Fontana, e finito con l’esplosione sul treno Italicus nell’agosto 1974, tre mesi dopo piazza della Loggia. Ma all’interno dello stesso disegno, quella strage ha una caratteristica unica.
È un attentato più politico degli altri, perché ha un obiettivo politico evidente, esplicito, quasi dichiarato: la manifestazione antifascista indetta dai sindacati proprio per protestare contro le trame nere. Ha colpito un raduno politico e pubblico, tanto da essere rimasto inciso sui nastri di chi stava registrando il comizio interrotto dallo scoppio, che ancora oggi tutti possono sentire come fosse in diretta.
L’attentato più politico
Ha scritto il giudice istruttore Giampaolo Zorzi il 23 maggio 1993, a diciannove anni dai fatti e al termine della quarta istruttoria (conclusa con una serie di archiviazioni e la trasmissione degli atti alla Procura per dar vita alla quinta inchiesta, da cui sono derivate le assoluzioni pronunciate l’altro ieri dalla corte d’assise d’appello): «Quei sette chili di esplosivo furono lo strumento non di una strage indiscriminata, di un atto di terrorismo puro, di un proditorio “sparo nel mucchio” finalizzato a seminare il panico e un diffuso senso di insicurezza in relazione a qualunque situazione di vita quotidiana, ma un vero e proprio attacco diretto e frontale all’essenza stessa della democrazia; ossia al diritto dei membri della polis di ritrovarsi nell’agorà e di esprimere lì, direttamente, senza mediazioni di sorta, la propria soggettività politica, individuale e collettiva».
Le bombe sui treni, nelle stazioni, nelle banche o alle fiere campionarie erano destinate alla popolazione civile in generale, contro chiunque capitasse nei paraggi, senza distinzioni di sorta. A Brescia, invece, si è voluto colpire chi era sceso in piazza contro il clima di tensione e gli altri attentati: da ultimo quello che, proprio nella città lombarda, stava preparando dieci giorni prima il neofascista Silvio Ferrari, saltato sull’ordigno che trasportava. Non è un caso che siano morti cinque insegnanti attivisti del sindacato-scuola, due operai e un ex partigiano.
Le considerazioni finali del giudice Zorzi costituiscono l’atto giudiziario e d’accusa più limpido e indignato tra quelli accumulati finora, in trentotto anni di inchieste e dibattimenti (anche se non ha portato a richieste di rinvio a giudizio, ma ciò testimonia solo l’assenza di qualsivoglia accanimento giudiziario nei confronti degli inquisiti). Perché quell’ordinanza mette insieme gli indizi e gli elementi che non sono riusciti a diventare prove, e chiarisce bene lo sfondo politico in cui tutto è avvenuto. Individua quello che lo stesso Zorzi chiama il «marchio di fabbrica» della bomba nell’attività dei gruppi neofascisti più o meno mascherati, inquinati e inquinanti, che — a parte gli eccidi con morti e feriti — disseminarono il centro-nord del Paese di dinamite e tritolo, candelotti e petardi. Esplosi mentre, soprattutto dopo il referendum sul divorzio, l’avanzata delle sinistre «veniva a profilarsi in termini meno velleitari che in passato», e il Gran maestro della P2 Licio Gelli riuniva a casa sua, tra molte altre persone, il procuratore generale di Roma e il comandante della Divisione Pastrengo dei carabinieri per analizzare «l’incerta e preoccupante situazione politica di quel momento».
I servizi segreti
È in questo contesto, e a causa di questo contesto, che prima e dopo gli attentati si sono mosse persone e apparati al fine di ostacolare l’accertamento della verità. Anche e soprattutto sulla strage di piazza della Loggia. Perché è verosimile che le responsabilità dell’ideazione e dell’esecuzione siano frastagliate, e non è detto che i protagonisti di ciascun segmento preparatorio ed esecutivo siano a conoscenza di tutti gli altri. Dunque si tratta di indagini difficili e complesse di per sé. Tuttavia i depistaggi sapientemente disseminati quasi in ogni passaggio delle diverse istruttorie hanno impedito di mettere insieme i pezzi del mosaico che rischiavano di incastrarsi e mostrare il disegno, e di dare valenza probatoria alla ricostruzione che i magistrati hanno potuto solo ipotizzare.
Ci sono le bugie dei responsabili dei servizi segreti, che hanno nascosto e negato gli appunti con le informazioni della «fonte Tritone» (scoperti per caso dopo quasi vent’anni), nei quali si svelavano, nell’immediatezza dei fatti, i programmi bombaroli del gruppo veneto di Ordine nero, diretta discendenza del disciolto Ordine nuovo. C’è la distruzione dei reperti con il lavaggio della piazza due ore dopo l’esplosione, e dopo che i netturbini avevano passato le ramazze e gettato via i sacchi di rifiuti (e verosimilmente di reperti). C’è la costruzione della «pista Buzzi», probabilmente non falsa ma riduttiva, con successivo omicidio del condannato in primo grado alla vigilia del processo d’appello. E ci sono tante altre stranezze, di cui potrebbero dare conto le motivazioni delle assoluzioni dell’altro ieri.
Un «brivido di rabbia»
Ancora nell’istruttoria del giudice Zorzi è riportato un interessante compendio delle negligenze, a voler essere generosi, dei servizi di sicurezza. Si ricostruisce, ad esempio, la storia di un altro appunto prodotto nel 1989 dal Sismi guidato dall’ammiraglio Martini, il quale precisava che «non esistono ulteriori documenti dai quali si possano trarre utili elementi di valutazione» sulla bomba di piazza della Loggia. Dopo aver dato conto della totale inconsistenza e inutilità dell’informazione, Zorzi esprime con amaro sarcasmo al servizio segreto militare «il vivo ringraziamento del popolo italiano per aver saputo produrre, su questa epocale tragedia, una sola “velina” di cotanta utilità».
Lo stesso giudice ripercorre la vicenda della rogatoria che doveva svolgersi in Argentina, nel 1985, per interrogare il giovane fascista «massacratore del Circeo» Gianni Guido, evaso da un carcere italiano e riacciuffato in Sud America. La rogatoria saltò perché qualcuno comunicò alle autorità argentine che i magistrati italiani non erano in grado di presentarsi alla data prefissata. Peccato che i magistrati italiani non sapessero niente di quella data, e quando si riuscì a fissarne un’altra Gianni Guido era provvidenzialmente rievaso.
Una situazione, commenta il magistrato, «che fa letteralmente venire i brividi (soprattutto di rabbia) in quanto si propone quale riprova, se mai ve ne fosse bisogno, dell’esistenza e della costante operatività di una rete di protezione pronta a scattare in qualunque momento e in qualunque luogo». Sono gli stessi brividi che molti hanno provato sabato mattina, alla lettura dell’ultima sentenza sulla strage di Brescia rimasta impunita.

Repubblica 16.4.12
“Strategia della tensione” le parole di Moro sulla strage di Brescia
di Miguel Gotor

Nella primavera 1978 le Brigate rosse sottoposero Aldo Moro a un interrogatorio che riguardò anche la strage di piazza Fontana del 1969 e quella di piazza della Loggia del maggio 1974.
Come è noto, il memoriale del prigioniero è giunto a noi incompleto, ma su quegli anni egli formulò un giudizio chiaro utilizzando la categoria di “strategia della tensione”. Quel tempo fu «un periodo di autentica ed alta pericolosità con il rischio di una deviazione costituzionale che la vigilanza delle masse popolari fortunatamente non permise». Moro espose i meccanismi e le finalità della strategia della tensione, impostata da servizi stranieri occidentali con propaggini operative in due paesi allora fascisti come la Grecia e la Spagna. Essa aveva potuto godere del contributo dei servizi italiani militari con «il ruolo (preminente) del Sid e quello (pure esistente) delle forze di Polizia», ossia dell’Ufficio Affari riservati diretto da Federico Umberto D’Amato.
Secondo il prigioniero lo scopo era stato quello di realizzare una serie di attentati attribuendoli alla sinistra per destabilizzare l’Italia e poi coprire i veri responsabili con appositi depistaggi: «La c. d. strategia della tensione ebbe la finalità, anche se fortunatamente non conseguì il suo obiettivo, di rimettere l’Italia nei binari della “normalità” dopo le vicende del ’68 ed il cosiddetto autunno caldo», anche se Moro trascurava il varo nel giugno 1972 del governo centrista Andreotti-Malagodi, dopo l’attentato di Peteano per cui è reo confesso il neofascista Vincenzo Vinciguerra. Secondo l’ostaggio i servizi segreti italiani non diedero vita a deviazioni occasionali, ma a un’opera sistematica di inquinamento per «bloccare certi sviluppi politici che si erano fatti evidenti a partire dall’autunno caldo e di ricondurre le cose, attraverso il morso della paura, ad una gestione moderata del potere». Egli fece riferimento all’azione di “strateghi della tensione”, senza però offrirne un ritratto esplicito, e si espresse duramente nei riguardi della Democrazia cristiana: «Bisogna dire che, anche se con chiaroscuri non ben definiti, mancò alla D. C. di allora ed ai suoi uomini più responsabili sia sul piano politico sia sul piano amministrativo un atteggiamento talmente lontano da connivenze e tolleranze da mettere il Partito al di sopra di ogni sospetto». E ancora: «se vi furono settori del Partito immuni da ogni accusa (es. On. Salvi) vi furono però settori, ambienti, organi che non si collocarono di fronte a questo fenomeno con la necessaria limpidezza e fermezza».
L’attenzione di Moro si focalizzava su Giulio Andreotti, il quale aveva «mantenuto non pochi legami, militari e diplomatici, con gli Americani dal tempo in cui aveva lungamente gestito il Ministero della Difesa entro il 68». In particolare con la Cia, «tanto che poté essere informato di rapporti confidenziali fatti dagli organi italiani a quelli americani». Moro ripeteva, per ben undici volte, il nome del giornalista neofascista Guido Giannettini, incriminato nel 1973 per la strage di piazza Fontana da cui sarà assolto, sottolineando l’importanza di un’intervista che Andreotti aveva concesso a Il Mondo nel giugno 1974, all’indomani della strage di Brescia, in cui aveva rivelato che Giannettini era in realtà un agente del Sid infiltrato in Ordine nuovo. È come se Moro avesse voluto alludere a una pregressa consapevolezza di Andreotti (“uomo abile e spregiudicato”) riguardo alle azioni messe in campo da quegli ambienti, da cui aveva deciso improvvisamente di prendere le distanze («un primo atto liberatorio fatto dall’On. Andreotti di ogni inquinamento del Sid, di una probabile risposta a qualche cosa di precedente, di un elemento di un intreccio certo più complicato»).
Tale ricostruzione sarà confermata nell’agosto 2000 da Gianadelio Maletti, il responsabile dell’ufficio D del Sid dal 1971 al 1975, condannato per avere agevolato la fuga di Giannettini all’estero, il quale, in un’intervista a Daniele Mastrogiacomo per questo giornale, dichiarò «La Cia voleva creare attraverso la rinascita di un nazionalismo esasperato e con il contributo dell’estrema destra, Ordine nuovo in particolare, l’arresto del generale scivolamento verso sinistra. Questo è il presupposto di base della strategia della tensione».
In che modo? «Lasciando fare», e Andreotti «era molto interessato. Soprattutto del terrorismo di destra e dei tentativi di golpe in Italia».
È significativo notare che Pier Paolo Pasolini nel novembre 1974, ossia pochi mesi dopo la strage di Brescia e l’intervista dell’allora ministro della Difesa Andreotti che scaricava l’agente dei servizi militari Giannettini, scrisse sul Corriere della Sera l’articolo Cos’è questo golpe? Io so, in cui individuava l’esistenza di due diverse fasi della strategia della tensione: la prima, con la strage di piazza Fontana, anticomunista, funzionale a chiudere con l’esperienza dei governi di centro-sinistra e ad arginare l’ascesa del Pci; la seconda, con le bombe di Brescia, antifascista, ossia utilizzata per bruciare quanti ancora erano impegnati a creare le condizioni di un golpe nero e di una soluzione militare in Italia, esattamente come fatto da Andreotti con Giannettini: «Io so i nomi di coloro che, tra una Messa e l’altra, hanno dato le disposizioni e assicurato la protezione politica a vecchi generali (per tenere in piedi, di riserva, l’organizzazione di un potenziale colpo di Stato), a giovani neo-fascisti, anzi neonazisti (per creare in concreto la tensione anticomunista) e infine criminali comuni, fino a questo momento, e forse per sempre, senza nome (per creare la successiva tensione antifascista) ». Forse per sempre senza nome. Così scriveva un anno prima di essere ucciso il poeta che ebbe l’ardire di farsi storico del suo presente: l’ultima profezia, come ribadisce la sentenza dell’altro ieri sulla strage di Brescia.

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Il caso Matteo Salvini, disco rotto della Lega (Angelo Forgione)

Tempi duri per la Lega Nord che si nasconde dietro le origini meridionali di qualche capro espiatorio designato.

A fare la parte del kamikaze più che del samurai sembra che sia stato designato lui, Matteo Salvini, onnipresente in tv e in radio. Rai, Mediaset, La 7, Sky, Radio24, Radio Padania e tutto il macrocosmo delle emittenti locali… lui è dappertutto con faccione e doppio mento ad ostentare sicurezza e a lanciare strali contro Roma ladrona e il Sud parassita, persino a cantare cori razzisti da stadio contro i napoletani.

Arriva persino ad essere nello stesso momento a “Porta a Porta” e a “Matrix”. Ci contrabbanda la sua Lega ad ogni ora, da mane a sera, continuando imperterrito a parlarci di valori sani e di pulizia etica, di fatto etnica, del partito fondato dal nepotista Bossi.
Lui resiste, insiste e persiste, forse sa anche che davvero non se ne può più, ma persevera.

E i comitati di redazione, presentatori e giornalisti compresi, che evidentemente si mettono in fila per ospitarlo, finiscono per tollerarne le intolleranze per dovere di ospitalità.
E così tutto diventa normale, proprio come i cori contro i napoletani negli stadi.

La dinamica è la stessa: una parte inveisce, l’altra subisce, nessuno interviene e tutto diviene lecito. Eppure non lo è.

Ai leghisti è consentito dire di tutto, perchè è un partito che ha governato e che intende farlo ancora.
Nulla di strano se non fosse che per statuto e ideologia è secessionista, cinico ed egoisticamente indipendentista, è ostile al Sud e vuol dividere l’Italia. Hai detto niente!

Qualcosa non quadra ma sembra tutto normale. E allora li si ospiti pure i fazzoletti verdi, anche incessantemente, ma che nessuno li contraddica quando dicono cose fuori dalla grazia di Dio.

Il bruno Matteo, di cui francamente non se ne può più, è sempre in onda. Arriva, neanche il tempo di microfonarlo fuori onda che lui parte con la canzone: “Il Nord stacca ogni anno un assegno di ics miliardi per mantenere il Sud”.

Dove per ics sta una somma ormai a discrezione di Salvini. Aveva iniziato con 50 e sono diventati talvolta 80.

In realtà il dato è fissato a circa 50 miliardi ed è ispirato dal sociologo torinese Luca Ricolfi che nel libro “Il sacco del Nord” ha scritto che l’apparato statale trasferisce senza giustificazione la cifra annuale dalle regioni settentrionali a quelle meridionali, Lazio compreso.

Tanto Ricolfi quanto l’adepto Salvini non spiegano che quei 50 miliardi non scendono dal Nord al Sud ma si trasferiscono dalle regioni più ricche a quelle più povere, secondo un principio di solidarietà su cui si fondano tutte le democrazie più avanzate.

E che il Nord è ricco mentre il Sud è povero non lo scopre nè Ricolfi nè lo nasconde Salvini ma lo sanno gli italiani da quando esiste la questione meridionale, cioè da 150 anni.

Salvini rende dogma leghista il dato del sociologo Ricolfi ma ignora o fa finta di ignorare (è pur sempre un giornalista, n.d.r.) il dato dell’economista Paolo Savona, presidente del Fondo interbancario di tutela dei depositi, professore emerito di Politica economica e docente di Geopolitica economica, coadiuvato da Zeno Rotondi e Riccardo De Bonis nella pubblicazione-studio ’‘Sviluppo, rischio e conti con l’estero delle regioni italiane” e avallato anche dai colleghi dello Svimez: 63 miliardi che ogni anno dal Sud finiscono al Nord, frutto della vendita di merci prodotte nelle regioni ricche del Settentrione competitive nel Mezzogiorno ma non in Europa, quelle che detengono e fanno di tutto per detenere la maggior quota di ricchezza prodotta.

In verità a quei 63 miliardi andrebbero aggiunti altri 34 miliardi circa di stima dell’emigrazione culturale e sanitaria.
Ma pur limitandosi al dato preciso dell’economista da contrapporre a quello del sociologo, ad assegni staccati e a conti fatti chi incassa è il Nord che poi taglia fuori dal mercato il Meridione cui sono sottratti anche reddito e occupazione.

Come mai Salvini è dappertutto? Perchè canta la canzone stonata e nessuno lo ferma? Possibile che nessuno conosca il dato di Savona-Rotondi-De Bonis? Possibile che nessuno sappia che la ricchezza di un paese va distribuita per evitare collassi?

Oppure tutti danno per scontato che abbia ragione e che il vero problema sul tavolo del governo sia ora la questione settentrionale?

È qui il nodo della vicenda, Salvini è sempre in vista perchè capacissimo di cambiare le carte in tavola. Ed ecco forse svelato il suo ruolo che, con la complicità forte e colpevole di buona parte dei media, ha indirizzato il dibattito a Nord, sostituendo un proprio vantaggio ad un problema reale del paese.

La questione prioritaria da meridionale è diventata settentrionale. Se si risolvesse la prima e il paese si riequilibrasse, il Nord smetterebbe di staccare l’assegno e il Sud smetterebbe di comprare l’intero 70% della produzione industriale del Nord.

E forse i fondi FAS destinati alle aree da sviluppare non sarebbero dirottati su quote latte degli allevatori del Nord. Caro Salvini, vi conviene?

Altro che “sacco del Nord”, il sacco è a Sud ed è pieno di merci settentrionali.
Ma domani è un altro giorno, e lui sarà di nuovo in tv.

LEGGI:

Guarda il videoclip “Nord palla al piede”

(napoli.com)

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“La verità storica non basta lo Stato apra i suoi archivi” (MICHELE BRAMBILLA)

Milani della Casa della Memoria: “Ridicolo che a pagare saremo noi”

«Il primo grado? Incredibile sciatteria» Manlio Milani, che oggi ha 73 anni, da 38 aspetta che qualcuno paghi per la morte della moglie, Livia Bottardi, uccisa nella strage di piazza della Loggia a Brescia quando di anni ne aveva 32. Milani non si è mai arreso. Dieci anni fa ha dato vita insieme ad altri alla Casa della Memoria e da allora si batte per la verità. Oggi spera sia almeno salvata quella storica con una ricostruzione più logica di quella scritta nella sentenza di primo grado che giudica sciatta e imprecisa

Il presidente ha appena finito di leggere la sentenza e nell’aula della Corte di assise di appello Manlio Milani è fermo in piedi, in silenzio, lo sguardo fisso nel vuoto, le mani giunte come fosse in preghiera. Ha 73 anni e da 38 si batte perché vengano assicurati alla giustizia i mostri che si portarono via sua moglie, Livia Bottardi, che di anni ne aveva 32. «Partecipai alla prima manifestazione un mese dopo la strage, a Carrara – racconta – Da allora non ho mai smesso di fare tutto il possibile per arrivare alla verità». Dieci anni fa ha fondato, con altri, la Casa della memoria.

Lo chiamano al telefono Agnese Moro e Silvia Giralucci. Benedetta Tobagi è qui in aula e gli va vicino. Quante persone accomunate da un identico dolore. Ci si scambiano parole difficili, come sempre quando ci si sente impotenti di fronte alla sofferenza.


Milani, sperava che questa volta ci sarebbero state, finalmente, delle condanne?

«No, mi aspettavo queste assoluzioni. Sulle responsabilità personali le prove non erano sicure e capisco che i giudici vogliano certezze. Ma ogni volta che sento la parola “assolve”, è difficile».

Pensa che tanti anni di battaglie siano stati sprecati?

«È come se avvertissi una scissione tra il mio ruolo e quello che la realtà mi permette di fare. Ed emerge stanchezza».

Questo era il quinto processo per la strage di piazza della Loggia. La decima sentenza. Millecinquecento testimoni, novecentomila pagine di verbali. Tutto inutile?

«No, anzi. Non è stato possibile arrivare a condanne, ma la verità storica è stata ricostruita più che in passato».

E qual è questa verità?

«Le bombe furono messe da estremisti di destra con la complicità e la copertura di elementi dei servizi segreti. Sono cose risapute da anni ed emerse anche in altri processi, ma questa volta ci sono molte prove in più».

Ci faccia qualche esempio.

«Il generale Gianadelio Maletti del Sid nell’agosto del 1974 era stato interrogato e aveva detto di non aver avuto alcuna segnalazione su una possibile strage a Brescia. Adesso abbiamo il documento scritto che lo smentisce: Tramonte lo aveva avvisato di un grosso attentato in preparazione. Nel 2010, in questo processo, Maletti ha dovuto ammettere che nel ’74 mentì. “Tramonte era una fonte importante e lo dovevo coprire”, ha detto. Ma tanto ormai vive, da anni, in Sudafrica e non gli può succedere niente».

Può bastare la verità scritta sui libri di storia?

«No, senza la verità giudiziaria c’è il rischio che quella storica sia in balia degli eventi e delle opinioni personali. La verità giudiziaria è fondamentale per dare il senso delle istituzioni. Soprattutto le nuove generazioni hanno bisogno di questo, di avere fiducia nelle istituzioni».

Ormai però è quasi impossibile che la magistratura possa fare qualcosa.

«Sì, ma adesso è la politica che può aiutare a ricostruire una verità che abbia l’autorità delle istituzioni. Con queste nuove prove, mi aspetto iniziative importanti».

Ad esempio?

«È dal 2007 che c’è una “nuova” legge sul segreto di Stato, ma è ancora priva dei decreti applicativi. Credo che ci siano ancora molte cose che non sono state rivelate per la cosiddetta ragion di Stato. Comunque mi aspetto qualcosa anche da questi giudici che oggi hanno assolto per insufficienza di prove».

Che cosa possono fare ormai?

«Motivare bene la sentenza, fornire una ricostruzione logica dei fatti. Le motivazioni di primo grado sono di una sciatteria impressionante».

Sciatteria?

«Non è possibile, ad esempio, scrivere genericamente che la bomba scoppiò “verso le dieci” quando tutti sanno che scoppiò alle 10,12. Così come non è possibile scrivere che ad Abano Terme si era riunito un gruppo eversivo “in fieri” quando tutti sanno che era Ordine Nuovo, un gruppo organico costituito da tempo. E ancora: hanno scritto che negli anni Novanta tutti i documenti conservati al centro di controspionaggio di Padova, compresi i libri di protocollo che per legge dovevano essere conservati, sono stati distrutti. È un fatto gravissimo e nella sentenza è riportato così, come una semplice constatazione, senza andare più a fondo».

Non pensa che anche quei giudici, come quelli di altri processi, avevano ormai il lavoro inquinato dai vecchi depistaggi?

«Sì, e infatti rispetto la loro decisione di assolvere. Ma mi aspettavo una ricostruzione migliore».

Che cosa ha pensato poco fa, quando ha sentito che ora dovrete anche pagare le spese processuali?

«Non ci era mai successo. È ridicolo che le vittime debbano pagare le spese allo Stato quando lo Stato dovrebbe essere sul banco degli imputati».

Due rappresentanti dello Stato c’erano, fra gli imputati: Delfino, ex generale dei carabinieri, e Rauti, ex parlamentare.

«Che non si sono mai degnati di venire in aula».

Signor Milani, di notte si sogna mai quel 28 maggio 1974?

«Sogno spesso mia moglie. Cammina, con una valigia in mano, come se dovesse partire. Mi gira intorno, e non parte. Forse vuol dire che non se ne può andare in pace finché non ha avuto giustizia».  (lastampa)

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SCANDALO SANITA’ LOMBARDA Fondazione Maugeri: in sette anni creati fondi neri per 56 milioni di euro, undici volte il San Raffaele

Undici volte i fondi neri creati attraverso il San Raffaele: tanto avrebbero sottratto alla Fondazione Maugeri Pierangelo Daccò e Antonio Simone, arrestati nell’ambito dell’inchiesta della Procura di Milano.

I pubblici ministeri Luigi Orsi, Antonio Pastore, Laura Pedio e Gaetano Ruta contestano agli indagati la sottrazione di 56 milioni di euro tra il 2004 e il 2011 che sarebbero stati suddivisi tra Daccò e Simone, anche se il gip Vincenzo Tutinelli ha ritenuto sufficienti gli indizi di colpevolezza per l’emissione dell’ordinanza di arresto solo per 30 milioni di fondi neri.

La fondazione Maugeri, stando alla ricostruzione della procura, avrebbe creato fondi neri per 56 milioni di euro a partire dal 2004, grazie a quella che un investigatore definisce «una lavatrice di società estere».

In particolare, dal 2004 al 2009 sarebbero stati creati 30 milioni di fondi neri, gli altri 26 milioni tra il 2009 e il 2011. Decisive per lo sviluppo delle indagini le dichiarazioni di Giancarlo Grenci, fiduciario svizzero indagato nell’ambito dell’inchiesta sul San Raffaele. Oltre ai sei arrestati, ci sono anche cinque indagati, tra i quali l’ex direttore amministrativo del San Raffaele, Mario Valsecchi.  (ilsole24H)

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Piazza della Loggia, nessun colpevole assolti in quattro al processo d’appello

In primo grado Carlo Maria Maggi, Delfo Zorzi, Maurizio Tramonte e il generale dei carabinieri
Francesco Delfino erano stati assolti con formula dubitativa. L’esplosione uccise otto persone

La Corte d’assise d’appello di Brescia ha assolto i quattro imputati nel quarto processo per la strage di piazza della Loggia, avvenuta nel 1974. In primo grado, il 16 novembre 2010, erano stati assolti con formula dubitativa. L’accusa aveva chiesto la condanna all’ergastolo per il medico veneziano, ex ispettore di Ordine nuovo per il Triveneto, Carlo Maria Maggi; per l’ex ordinovista Delfo Zorzi; per l’ex fonte dei servizi segreti Maurizio Tramonte e per il generale dei carabinieri Francesco Delfino, all’epoca dei fatti capitano comandante del Nucleo investigativo dei carabinieri di Brescia.

Otto morti e 108 feriti. La bomba, collocata in un cestino dei rifiuti in piazza della Loggia, da sempre cuore della vita della ricca cittadina lombarda, esplose alle 10.12 del mattino nel mezzo di una pacifica manifestazione antifascista, organizzata per esprimere rifiuto e condanna della violenza eversiva dopo una sequela di episodi violenti di marca neofascista che da settimane turbavano la sicurezza della cittadinanza e della democrazia. L’ordigno uccise otto persone e ne ferì 108.

Parti civili condannate a spese.Nei confronti del quinto imputato del processo di primo grado, Pino Rauti, anch’egli assolto, non era stato presentato ricorso da parte della Procura, ma solo da due parti civili. Uno dei ricorsi è stato dichiarato inammissibile, con la conseguente disposizione del pagamento delle spese processuali a carico delle parti civili. Prima di leggere la sentenza, il presidente della Corte d’assise d’appello, Enzo Platè, ha ringraziato i giudici popolari per l’impegno e lo scrupolo profusi durante la durata del processo. “Ero pacifico. Me l’aspettavo perché sono assolutamente innocente”. ha commentato invece Carlo Maria Maggi, che ha atteso l’esito del processo nella sua casa veneziana all’isola della Giudecca. “Ho atteso l’esito con fiducia, ma anche con un po’ di paura. L’unica certezza è che io non c’entro niente con quella strage”.

L’accusa: “Abbiamo fatto tutto il possibile”. Si sono detti “sereni perché è stato fatto tutto il possibile” il procuratore Roberto Di Martino e il pm Francesco Piantoni, titolari dell’inchiesta sulla strage. “Ormai è una vicenda che va affidata alla storia, ancor più che alla giustizia”, ha commentato il procuratore Di Martino. La Procura attenderà il deposito delle motivazioni per decidere se ricorrere in Cassazione  (larepubblica)

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Brescia – Circuisce le zie per l’eredità Una è morta fra gli stenti. (Beatrice Raspa)

Nel mirino due sorelle di 89 e 98 anni

Due vecchie zie avevano da parte un eredità cospicua. Il nipote nominato amministratore di sostegno è riuscito a farsi intestare il tesoretto. Alla fine è stato smascherato dalla Finanza, è indagato

Due vecchie zie quasi centenarie rimaste signorine”, una 89 anni, l’altra 98, mai sposate e senza figli, con alle spalle una vita tutta casa e lavoro in una cartoleria ben avviata che ha consentito loro di mettere da parte un bel gruzzolo. Un nipote nominato amministratore di sostegno con un passato da esperto della contabilità in Comune e con un presente, pare, da pensionato per nulla dimentico del far di conto.

La famiglia di lui interessata alla causa. E sullo sfondo, il parentado in rivolta.Sembra una commedia, ma di mezzo c’è anche una morte, quella della 89enne, trovata senza vita in circostanze dubbie. E poi c’è la magistratura, che sulla scorta di una segnalazione si è messa a indagare. Siamo a Vestone, Vallesabbia. Un un 72enne, ex dipendente comunale, appunto il nipote delle ziette vegliarde, è finito nel registro degli indagati per abbandono e circonvenzione di incapaci nonché riciclaggio.

Un reato, quest’ultimo, contestato anche alla di lui consorte e al genero, nel mirino degli inquirenti.
Nominato nel 2009 amministratore di sostegno delle anziane, l’uomo è sospettato di avere approfittato della debolezza delle due, che hanno sempre vissuto ognuna per conto proprio, con l’aiuto occasionale di una badante. Assunto l’incarico, le avrebbe spinte tra il 2009 e il 2010 a firmare una serie di distinte bancarie così da appropriarsi del gruzzolo, in tutto 600mila euro. Quindi l’eredità sarebbe stata messa in “cassaforte” disseminandola su svariati conti correnti aperti ad hoc con la complicità della moglie e del genero, prestanome.

E delle due non si sarebbe più curato. A fare scattare l’inchiesta, alcuni mesi fa, è stato un input della Finanza, incuriosita dalla movimentazione poco lineare della corposa cifra. La Procura ha deciso di vederci più chiaro. Ha disposto accertamenti, mettendo un tasselo vicino all’altro. E, sorpresa, ha scoperto che a autorizzare il passaggio di mano dei 600mila euro all’ex contabile del Comune erano state le munifiche ziette. Il 5 ottobre 2011, dopo avere “regalato” l’eredità al nipote che avrebbe dovuto occuparsi di lei, la 89enne è però stata trovata morta in casa in uno stato di grave incuria.

Un decesso dovuto a denutrizione e disidratazione, ha decretato l’autopsia. Anche la sorella, 98 anni, sarebbe stata abbandonata a se stessa, ed è stata salvata appena in tempo. Ora un altro familiare è stato nominato amministratore di sostegno. Quanto al nipote indagato, è rimasto praticamente in mutande. Un sequestro ha prosciugato tutti i suoi conti correnti. (ilgiorno/brescia)


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Brescia – Foglio di via invece delle nozze Sposa clandestina, lui non si arrende. (Paolo Cittadini)

Il bresciano: “Ricorreremo contro l’espulsione. Stiamo valutando anche la possibilità di denunciare il Comune per sequestro di persona”

Brescia, 8 aprile 2012 – Mario e Tamara come Renzo e Lucia. Questa volta però il Don Rodigro di nome fa burocrazia troppo zelante con qualcuno e meno con altri. Giovedì mattina la coppia di fidanzati, lui bresciano di 47 anni, lei moldava di 39 anni, si sono recati presso l’ufficio matrimoni del Comune per fissare la data delle nozze. Ad attenderli però hanno trovato 3 agenti della Locale che hanno contestato a Tamara il fatto di essere sprovvista del permesso di soggiorno. La 39enne, da sette anni in Italia e che lavora presso un locale del centro è quindi stata trasferita al comando di via Donegani quindi dopo 8 ore di camera di sicurezza il passaggio in questura dove le è stato notificato il decreto di espulsione.

«Trattata come una criminale — spiega Mario — eppure non ha mai avuto un attimo di cedimento nemmeno quando le è stata prospettata la possibilità di essere trasferita nel Cie di via Corelli a Milano. Solo quando siamo tornati a casa è crollata». La questione però, per loro, non si chiude qui. «Con l’avvocato Sergio Pezzucchi presenteremo ricorso contro l’espulsione — spiega Mario — La sentenza 116 della Corte Costituzionale sostiene infatti che il Comune avrebbe dovuto procedere a regolare la posizione di Tamara attraverso le nozze. Su questo avevamo fatto affidamento nel momento in cui abbiamo presentato tutti i documenti».

Potrebbe anche non essere l’unica azione. «Stiamo valutando anche la possibilità di denunciare il Comune per sequestro di persona — anticipa — ma la cosa più importante è che la posizione di Tamara sia chiarita in fretta». Le nozze sono solo rimandate. «Ci vogliamo sposare il più in fretta possibile e quel giorno invieremo i confetti anche… al comando della Polizia Locale oltre che al vicesindaco e assessore alla Sicurezza del Comune». Grandissima la solidarietà arrivata alla coppia da amici e non solo. «Ho postato un messaggio su Facebook non appena hanno portato via Tamara — ricorda — da quel momento ho iniziato a ricevere telefonate e suggerimenti su quello che si poteva fare. Ammetto che mi ha fatto molto piacere e ci ha dato la forza per andare avanti nella nostra battaglia». (ilgiorno/brescia)

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Le buche del signor Labolani (Roberto Pasini – BS)

          Caro Emanuele ho letto con piacere la tua ironica lettera pubblicata sui quotidiani per Labolani che meriterebbe una sanzione da Rolfi in quanto fotografato su un gioco dei bimbi e a quanto pare sembra che abbia superato da un pochino la data anagrafica di 12 anni.

Ma, e non vorrei essere offensivo, mi pare altrimenti che sia cresciuto troppo in fretta per quanto leggo oggi, 5 aprile, dai quotidiani locali e anche nazionali.

Senti un  po’.

Per problemi economici la Loggia ha tagliato alcuni servizi e anche la corsa del bus che sale in Maddalena, poco frequentato.

Il Signor Labolani, coglie subito la palla al balzo come fosse ancora nel parco giochi dei bambini e dice: bene, attiveremo la funivia.

Evviva,  avremo anche noi una funivia come tante città europee e la Maddalena sarà frequentissima.

Poi annuncia il futuro parco della musica  in Maddalena proprio ove partono i deltaplanisti che planano a San Polo.

Doppio evviva così potranno fare casino senza disturbare nessuno. Che bello.

Purtroppo l’ipotetica zona non è servita dalla strada e ovviamente dall’autobus e tantomeno semmai dalla futura funivia.

Che ci vuole? una sgambata e d’inverno una ciaspolata al chiaro di luna…..tutto sport.

Già che siamo in alta montagna il Signor Labolani ripesca una sua vecchia idea: una pista da fondo, anche per tutto l’anno mi pare.

Ovviamente neve artificiale come in presena e il ghiaccio in piazza Paolo VI; e allora perché non organizzare una gara internazionale tipo marcialonga?

Sarebbe molto bello, attirare tutti gli atleti di sport invernali a Brescia e poi portarli a visitare Santa Giulia.

Marketingggggg.

         ….. Sono giornate di passione e il Signor Labolani, generoso come sempre, propone la realizzazione di un grande parco a San Polo, giustamente visto che da anni gli abitanti lo reclamano.

dato che è Pasqua siamo tutti più buoni, 600 mila euro. Urca, da dove spuntano i dinari? purtroppo i tecnici hanno malconsigliato il Signor Labolani, non è un parco è solo un giardino a sud del cimitero di Santa Eufemia.

Fa niente, lo realizzeremo lo stesso, costi quello che costi, così potrò inaugurare e provare nuovi scivoli: credo che così pensi gioioso l’assessore.

            Come un candito sulla colomba non poteva mancare l’incubo nero, pardon, il cubo bianco con la pensilina appresso. Qui il pensiero tecnico, economico e agonistico si fa complesso come un triplice salto mortale avvitato.; …..da valutare con metodo scientifico e stilistico.

Siccome siamo in difficoltà economiche da bravo amministratore non ho fatto fare i carotaggi e sopraluoghi alla Sovrintendenza alla belle arti per Largo Formentone così mi pare si sia espresso il Signor Labolani.

Sarebbero stati soldi spesi inutilmente; già, ora la biblioteca interuniversitaria, in vicolo dell’anguilla,  tiene aperto sino a tardi e i ragazzi possono andare là.

Come un buon padre di famiglia…fiori rosa, fiori di pesco.

Ma la pensilina? ho già pensato tutto io, va al parco pescheto. Già.

E’ da tre anni che  gli alpini non riescono a finire la prima delle due costruzioni come da progetto.( ex fienile)….mancano i dineri? ci pense me.

Sopra la pensilina ci mettiamo metà panelli fotovoltaici così doniamo elettricità agli alpini, parchè gli alpini non sono in grado di coprire il loro fabbricato di pannelli.

Non conviene ricoprirla interamente di pannelli altrimenti avremo un surplus di elettricità e gli alpini non andrebbero mai a casa.

E’ proprio babbo pasquale. Poi la pensilina, poiché i tecnici smontandola l’hanno segata, sarà più bassa come suggeriscono altri tecnici, perchè sarà più bella e consona alla sua  funzione.

La metteremo, su suggerimento dei tecnici del Coni sul campetto di calcio in sintetico, così i ragazzi dovranno imparare a dribblare pure i pali della pensilina….insomma tutto sport.

 Dulcis in fondo, promette ancora un piccolo campo da golf vicino alla pensilina.

 

Vedi un po’ caro Emanuele, potrai vedere ancora il nostro caro assessore in fotografia giocare fra le buche.

 

Buona Santa Pasqua a tutti e soprattutto all’Assessore Mario Labolani e che sia di riflessione dopo la passione.

 

pasini roberto

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