Immigrazione Archive

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Brescia – Foglio di via invece delle nozze Sposa clandestina, lui non si arrende. (Paolo Cittadini)

Il bresciano: “Ricorreremo contro l’espulsione. Stiamo valutando anche la possibilità di denunciare il Comune per sequestro di persona”

Brescia, 8 aprile 2012 – Mario e Tamara come Renzo e Lucia. Questa volta però il Don Rodigro di nome fa burocrazia troppo zelante con qualcuno e meno con altri. Giovedì mattina la coppia di fidanzati, lui bresciano di 47 anni, lei moldava di 39 anni, si sono recati presso l’ufficio matrimoni del Comune per fissare la data delle nozze. Ad attenderli però hanno trovato 3 agenti della Locale che hanno contestato a Tamara il fatto di essere sprovvista del permesso di soggiorno. La 39enne, da sette anni in Italia e che lavora presso un locale del centro è quindi stata trasferita al comando di via Donegani quindi dopo 8 ore di camera di sicurezza il passaggio in questura dove le è stato notificato il decreto di espulsione.

«Trattata come una criminale — spiega Mario — eppure non ha mai avuto un attimo di cedimento nemmeno quando le è stata prospettata la possibilità di essere trasferita nel Cie di via Corelli a Milano. Solo quando siamo tornati a casa è crollata». La questione però, per loro, non si chiude qui. «Con l’avvocato Sergio Pezzucchi presenteremo ricorso contro l’espulsione — spiega Mario — La sentenza 116 della Corte Costituzionale sostiene infatti che il Comune avrebbe dovuto procedere a regolare la posizione di Tamara attraverso le nozze. Su questo avevamo fatto affidamento nel momento in cui abbiamo presentato tutti i documenti».

Potrebbe anche non essere l’unica azione. «Stiamo valutando anche la possibilità di denunciare il Comune per sequestro di persona — anticipa — ma la cosa più importante è che la posizione di Tamara sia chiarita in fretta». Le nozze sono solo rimandate. «Ci vogliamo sposare il più in fretta possibile e quel giorno invieremo i confetti anche… al comando della Polizia Locale oltre che al vicesindaco e assessore alla Sicurezza del Comune». Grandissima la solidarietà arrivata alla coppia da amici e non solo. «Ho postato un messaggio su Facebook non appena hanno portato via Tamara — ricorda — da quel momento ho iniziato a ricevere telefonate e suggerimenti su quello che si poteva fare. Ammetto che mi ha fatto molto piacere e ci ha dato la forza per andare avanti nella nostra battaglia». (ilgiorno/brescia)

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SULLA MORTE DI UN CLANDESTINO A BRESCIA (LUIGI CERRITELLI *)


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Clandestino che vieni dal mare
Quante croci  puoi  portare?
 
“Posso portarne una barca piena
Con un sogno ed una catena.
Posso finir  senza diritti
Nella galera dei derelitti
Perché di  recapito  sono sguarnito
Di passaporto non sono fornito.
 
Nella galera dei derelitti
Il video registra la mia sofferenza
A mò di spettacolo per ogni frequenza.
La morte, in agguato,è appesa  ai soffitti
Come un ragno che scende dal tetto.
Mi arriva nel petto senza dispetto,
Mi libera,alfine, da ogni sospetto.”
 
 
* portavoce del PSI BRESCIA
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I PIRLI (Pasini Roberto – BS)

Signor Mattei, Segretario Cittadino della Lega Padana a Brescia,

non so se mi irrita maggiormente la sua lettera o l’operato del vice sindaco Rolfi o questa vostra ipocrisia di bassa lega.

La legge Bossi-Fini di chi è? Roma ladrona o ladroni a casa nostra?

Tralasciando la macroeconomia e i diritti della persona le posso dire che i pensionati…anche padani.. vanno volentieri nei bar acquistati dai cinesi per bersi un pirlo ad un euro.

Questo è già troppo per il tenore della sua lettera, di più esiste il nulla, o solo le multe alle bici dei lavoratori o alle donne sedute.

Mangooooooo.

Non avrei mai pensato che la cultura del Nord avebbe partorito ciò…..e aggiungo, ma Lei, Signor Mattei è consapevole di quello che scrive? E’ un insulto ai lettori e a qualsiasi buon senso, anche dalla ghebba padana che può offuscare l’orrizzonte da troppi pirli.

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Viale Piave, Loggia in campo contro la moschea riaperta Angela Dessì

BRESCIA – LA BATTAGLIA LEGALE. Dopo che il Consiglio di Stato ha ribaltato la sentenza del Tar che imponeva la chiusura
Mentre l’associazione culturale Ul Quaran esulta e si dice pronta a riparitire, la giunta comunale confida nella sentenza definitiva

Il Consiglio di Stato ribalta la sentenza del Tar e «congela» la chiusura imposta in primavera per «mancanza di sicurezza dei locali che ospitano il centro culturale islamico di viale Piave». I vertici dell’associazione pronti alla riapertura, mentre in Loggia non abbassano la guardia e aspettano la sentenza definitiva. Intanto i residenti della zona pronti a scendere in strada contro le lucciole

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I membri dell’associazione culturale islamica «Minhay Ul Quaran» esultano. La Loggia serra i ranghi e confida nella sentenza definitiva del Tar.
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La notizia che la moschea di viale Piave riaprirà a breve i battenti non manca di scatenare le prime prevedibili polemiche e sul centro islamico, bandito dal civico 203 la scorsa primavera, si riaccendono i malumori di coloro che al luogo di culto si sono sempre opposti. Vale a dire l’Amministrazione Comunale (il vicesindaco Fabio Rolfi in testa) e i membri del Comitato Quartiere Sicuro, senza dimenticare un discreto numero di residenti della zona.
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A DARE FUOCO alle polveri è l’ordinanza cautelare del Consiglio di Stato che, accogliendo l’istanza presentata dall’associazione «Minhay Ul Quaran», ribalta la sentenza del Tar di Brescia del 23 giugno scorso e restituisce l’agibilità ai locali di proprietà del collettivo islamico. Una sospensiva che per il Comune di Brescia ha il sapore di una sconfitta. Almeno sino al pronunciamento definitivo del Tribunale amministrativo. Non lascia spazio ai dubbi la sentenza che, «ritenuto che le ragioni della parte ricorrente appaiono non prive di fondatezza», considera «prevalente l’esigenza di evitare il grave pregiudizio che deriverebbe all’associazione istante dalla privazione di una sede già da tempo ultimata e in esercizio, con possibile lesione dei diritti costituzionalmente garantiti».
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DAL CANTO SUO Shafqat Cima, il pakistano che poco meno di un anno fa ha acquistato il seminterrato antistante la sede circoscrizionale di viale Piave, si dice «molto contento» della decisione della Quarta Sezione di Palazzo Spada e annuncia che l’associazione tornerà ad essere operativa al più presto, non appena messe a punto alcune migliorie. «Migliorie che – precisa l’architetto Luciano Lussignoli, consulente tecnico dell’associazione – non sono affatto dovute ma mosse piuttosto dalla volontà di dare un contentino a qualcuno». Come a dire, in sostanza, che la moschea potrebbe riaprire anche subito «viste e considerate le forti motivazioni espresse dall’ordinanza cautelare».
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Ma il vicesindaco e assessore alla Sicurezza Fabio Rolfi è di parere diametralmente opposto. «Pur rispettando la decisione del Consiglio di Stato trovo quantomeno singolare una sentenza che antepone l’esigenza di evitare un presunto pregiudizio alla necessità di poter garantire la sicurezza di tutti i cittadini, da quelli che frequentano la moschea ai residenti del quartiere», replica annunciando che la Loggia non si fermerà e attenderà fiduciosa la sentenza definitiva del Tar. E dopo essere tornato a ribadire l’inadeguatezza degli stabili al civico 203 di viale Piave a ospitare diverse decine di persone, Rolfi sottolinea la preoccupazione che la decisione del Consiglio di Stato «possa legittimare il proliferare di circoli culturali di carattere religioso e di micro luoghi di culto in condizioni di evidente degrado, che generano solamente conflitti e tensioni con i residenti». Senza dimenticare di precisare come «in città vi siano già due luoghi dove poter praticare la religione islamica» e come questi siano da considerare «più che sufficienti».
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«I circoli culturali di carattere religioso spesso rappresentano un problema di sicurezza e di vivibilità per i quartieri in cui si insediano», gli fa eco l’assessore all’Urbanistica, Paola Vilardi, che torna altresì a confermare la linea politica che l’Amministrazione comunale ha espresso con l’adozione del nuovo Pgt, ovvero quella di non contemplare la realizzazione di nuovi luoghi di culto all’interno delle mura cittadine. Sul piede di guerra anche il comitato Quartiere Sicuro guidato da Sara Balsamo. «I residenti sono furiosi – commenta la portavoce a poche ore dal parere del Consiglio di Stato che sospende l’efficacia dell’ordinanza comunale -. Siamo pronti a mettere in atto una serie di iniziative per ribadire, insieme con la libertà e i diritti degli immigrati, anche la libertà e i diritti dei residenti della zona».

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I rifugiati in «fuga» da Montecampione di Irene Panighetti

IL CASO. Un terzo dei 116 stranieri che da quasi tre mesi sono ospitati in Valcamonica ha inscenato ieri una clamorosa protesta: «Abbiamo freddo e siamo isolati»
In trenta hanno lasciato la valle a piedi, diretti verso la «libertà» Poi un vertice in Prefettura, la «tregua» e il ritorno in albergo

Hanno lasciato Montecampione di prima mattina in 35. E nel pomeriggio in 6 sono stati ricevuti in Prefettura, strappando non solo un impegno a trattare la loro vicenda al tavolo tecnico di venerdì mattina, ma anche una fornitura di beni di prima necessità.
«Siamo stanchi di vivere in condizioni insostenibili», ha raccontato Bakary Dahaba ai dirigenti della Prefettura Antonio Naccari e Roberta Verrusio quando ha dovuto spiegare perchè 35 dei 116 profughi che da quasi tre mesi sono a 1.800 metri di altezza, in prossimità delle piste da sci, hanno deciso di abbandonare l’albergo nel quale erano stati messi e sono scesi a piedi verso valle, nel villaggio di Montecampione, a 1.200 metri.

I PROBLEMI? Fa freddo, manca un presidio sanitario, non è possibile comunicare con i familiari nei Paesi d’origine; insomma è impossibile per chi viene dall’Africa subsahariana vivere nell’habitat montano di Montecampione, per lo più in una situazione di isolamento, con il paese più vicino a una ventina di chilometri.

«In una simile situazione è ammirevole la compostezza di queste persone – ha commentato Carlo Cominelli, del servizio protezione richiedenti asilo e rifugiati -: arrivano da situazioni di guerra, in stato di esasperazione, eppure hanno inscenato una protesta del tutto pacifica, come del resto pacifico è sempre stato il loro comportamento; vogliono solo sicurezza sui tempi di permanenza a Montecampione».

I rifugiati provengono da 16 Paesi africani, hanno fra i 16 e i 45 anni, e molti sono in fuga dalla caccia al nero innescata in Libia, fra chi era considerato un miliziano di Gheddafi.

«SONO condizioni che denunciamo da mesi - ha ricordato Damiano Galletti, segretario della Camera del Lavoro di Brescia - eppure si è dovuti arrivare a questo punto per far esplodere il problema».

«Apprendo solo oggi dei disservizi, che cerchiamo di tamponare in attesa del tavolo di venerdì - ha ribattuto Naccari -: nel frattempo cerchiamo 60 posti nel contesto del progetto accoglienza che include diversi Comuni della Valle e un nuovo canale istituzionale di cui stiamo valutando la fattibilità».

Due impegni che alla delegazione sono bastati: «Ora almeno sanno la nostra situazione - ha detto Bakary, originario della Ghambia -. Aspettiamo lunedì, quando ci diranno l’esito del tavolo di venerdì».

A fine incontro la delegazione è tornata a Montecampione per riferire agli altri 29, accampati attorno a lago a 1200. Poi tutti sono rientrati in albergo, confidando nell’accensione del riscaldamento e nell’arrivo del sapone e dei beni di sostentamento promessi.

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BRESCIA, EMERGENZA PROFUGHI. La voce dei sindaci: «Siamo nelle mani della solita burocrazia»

«Ci hanno assicurato che posti come Monte Campione e Val Palot sono all’attenzione, che verranno presi in considerazione come ultimi per i nuovi arrivi. Speriamo sia così, perché io il 12 agosto ho mandato una lettera a tutte le istituzioni interessate sul problema della localizzazione sperduta del villaggio Miò e per tutta risposta ne hanno mandati altri otto la settimana scorsa». Oscar Panigada, sindaco di Pisogne, è molto in ansia. «Non danno nessun fastidio alla cittadinanza ma sono così isolati che non c’è possibilità della minima integrazione e non abbiamo nemmeno alcuna possibilità come amministrazione di interagire con il proprietario della struttura che non ci ha fatto entare quando ci siamo presentati. Lui pensa ai suoi interessi ma io devo pensare all’ordine pubblico e a quegli uomini che sono persone e non solo dei porta-euro».
NON CI SONO problemi al momento a San Felice del Benaco per i sei ospiti. «Abbiamo allertato i Servizi sociali e le associazioni del volontariato- dice il sindaco Paolo Rosa- per dare una risposta più complessiva a questi giovani che devono restare inattivi. L’auspicio è che al più presto si risolva la questione per dare loro delle prospettive». Stessa cosa a Lumezzane, dove sono stati collocati in cinque. «Il numero è esiguo, ma il paese non può nemmeno fare di più perché ci manca adeguata ricettività. Noi sindaci del resto abbiamo poco da dire, non siamo noi a decidere» commenta Silverio Vivenzi, primo cittadino.
Nessuna novità riguarda Brescia. «Siamo nelle mani di una burocrazia di cui conosciamo benissimo le lentezze. L’appello è alla commissione territoriale di Milano perché acceleri i tempi per esaminare i singoli casi, visto che la percentuale di coloro che hanno davvero diritto al riconoscimento dello status di profugo alla fine non sono molti». Il vice sindaco Fabio Rolfi ribadisce l’indisponibilità del Comune di Brescia ad accettare nuovi migranti smistati da Lampedusa, pur sapendo che «a noi sfugge il controllo della situazione, di competenza del la prefettura e della Protezione civile. Si siglano accordi con gli albergatori allettati dalle cifre proposte. Come Loggia non abbiamo messo a disposizione vani comunali, resta solo la ricezione alberghiera».
In città, secondo i dati forniti dalla prefettura, sono ospitati 75 migranti, fra l’hotel Milano di via Valle Camonica, Nh vicino alla stazione, Antica Fonte nella frazione Fornaci. Nella riunione di ieri mattina in prefettura non sono emerse novità, anche se nuove disponibilità e rinunce potrebbero portare a qualche rimescolamento.
«Solo una valutazione rapida delle differenti provenienze può risolvere i problemi. In parecchi arrivano dalla fascia centrale dell’Africa, soltanto di transito in Libia. E anche la Tunisia non è in guerra. Diversa è la questione per chi scappa davvero dai luoghi in conflitto; hanno tutto il diritto di ricevere asilo politico » è la convinzione di Rolfi. MA.BI.

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IMMIGRAZIONE. Taglio, piega, colore e unghie: è boom di coiffeur stranieri Magda Biglia

In Lombardia i parrucchieri immigrati sono cresciuti del 22 per cento: Brescia subito dopo Milano
Leonessa seconda nella regione con il 13,5 per cento di attività di cui il 7,3 per cento è cinese Molti i clienti, anche per i prezzi

Tutto è cominciato a Milano. Ma nell’intera Lombardia il boom dei parrucchieri stranieri degli ultimi anni ha registrato un balzo nel 2010, con una crescita del 22 per cento in generale, con un più 41 per cento per i cinesi. Questo mentre si perdeva uno 0,5 per cento di ditte italiane.

Secondo un’elaborazione della Camera di commercio milanese, sono 912 i titolari stranieri di un negozio da coiffeur lombardo, 759 sono extracomunitari, cinesi al 27 per cento. A Milano la massima concentrazione, metà del totale.

MA Brescia arriva seconda con una fetta lombarda del 13,5 per cento, davanti a Bergamo (10,4 per cento) e a Varese con (8,6). I titolari di ditte attive nel settore sono nel Bresciano 2530: i non italiani sono 124, il 5 per cento. Ma, se a Milano la metà sono cinesi, a Brescia i titolari nati in Cina sono solamente il 7,3 per cento. Poiché girando nei quartieri più etnici non si ha questa impressione e si vedono, oltre che molte insegne con ideogrammi, nugoli di cinesine all’opera, evidentemente dietro di loro ci stanno intestatari, o padroni che dir si voglia, di altra nazionalità, non esclusi gli italiani.

Ormai in quasi tutte le zone della città non manca un professionista immigrato particolarmente apprezzato per i suoi prezzi, ma i rioni più gettonati sono il Carmine, la zona stazione e le vie limitrofe.

GUARDATI all’inizio con sospetto, con i timori soprattutto sui prodotti utilizzati, ora fanno il pieno dappertutto forse anche per chiari di luna del momento. Si rivolgono a uomini, donne e bambini, ma in prevalenza il cliente è femminile come le addette. Il costo della piega parte dai 6 euro; si possono fare shampoo, piega e colore con 20 euro, i colpi di sole pure con 20 euro. L’unica operazione costosa è la stiratura, fino a 40 euro.

Sono più o meno queste le tariffe di «Yomita Nail spa» in via Solferino 4. Lì si fa orario continuato dalle 9 alle 21, dal lunedì al sabato. A dirigere un gruppetto di ragazze e un ragazzo è Zhan Xiao Pan, formata nel suo Paese, venuta qui per lavorare. «Faccio questo mestiere perché mi piace e perché bisogna guadagnare per vivere» dice. Assicura che i clienti sono contenti e fidelizzati anche perché i prodotti sono italiani. Lo conferma Valeria Giuvellea, affezionata da quando il negozio ha aperto un anno fa. E’ rumena e afferma: «sono più soddisfatta qui che dagli italiani. Solo la tinta me la faccio da sola in casa, è più sicuro. I prezzi sono bassi e ho una gratuità ogni venti pagamenti».

Non è molto distante «Ok per uomo, donna, bambino», in vicolo della Stazione. Lì c’è l’intestatario, Zhou Ming, che ha ereditato l’arte dal padre in Cina ma ha voluto emigrare perché, beato lui, crede che l’euro sia la meglio moneta. Ha imparato la lingua chiacchierando con chi gli stava seduto davanti ed è soddisfatto.

IL SUO LISTINO parte da 8 euro, e la tinta varia a seconda della lunghezza della chioma. La sua clientela è mista e, da copione, numerosa di sabato. Ieri però stava tagliando un connazionale e anche un’assistente stava lavando una cinese, Hu Ting Ting, fedele ogni settimana. «Sono proprio bravi» commenta.

In via Corsica 13 «Mercury di Mercy Etim Bassey» promette da un mese le tendenze internazionali in voga. Dentro multietnici lo sono, la proprietaria è nigeriana, ci lavorano un ghanese, un senegalese, un marocchino, un Bresciano. È Sergio, lanciato nell’avventura dopo trent’anni a Gardone Valtrompia. I prezzi sono più cari dei cinesi ma più bassi degli italiani. «Colpa dei buoni prodotti» spiega il triumplino nella grande sala con soffitto istoriato, con un piano suoeriore destinato alla manicure. i clienti sono vari, tanti gli africani, ma anche i Bresciani. A lui piace pettinare le pakistane: «hanno la capigliatura di seta e la curano tantissimo anche se devono nasconderla».

 

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La libertà di culto , Maria Cipriano *

E mentre il Paese intero è perso nella bufera della crisi economica dalla quale non si vedono vie d’uscita, mentre i sindaci sono in rivolta perché preoccupati dai tagli che li vedranno costretti a loro volta a ridurre i servizi ai cittadini oberati già ben bene da tasse  ( vedi irpef) vecchie e nuove, mentre il balletto romano ( nel quale danza a suo agio benissimo la Lega ) , a Brescia la Loggia si pavoneggia sulla stampa con una “ notiziona “ : Useremo tutti gli strumenti amministrativi per impedire la nascita di nuove moschee». …«Non ci sarà spazio nel nuovo Pgt per i centri di culto islamici, perché quelli che già esistono stanno creando troppi disagi. E non si tratta di ostacolare la libertà di culto: ci sono situazioni complesse che toccano le modalità di vita».

La libertà  di culto è salvaguardata in Italia , perché a Brescia siamo in Italia e non in un altro stato, dalla Costituzione ma , si sa, a qualcuno sta stretta sia l’Italia che la sua bandiera e la sua costituzione : mi chiedo e chiedo ai nostri governanti se è mai possibile raggiungere un grado di miopia tale da fare con tanta leggerezza queste affermazioni . Se è vero che creano disagi i centri esistenti sarebbe utile saperne i motivi e , da bravi amministratori e osservanti la costituzione , ovviare ai  suddetti disagi non con l’impedimento ma fornendo strumenti adeguati . I nostri amministratori ci devono spiegare perché un culto religioso può essere consentito e l’altro no  e devono spiegare anche perché il culto “incriminato “ “crea situazioni complesse che toccano le modalità di vita “ . La vita di chi ?  Siamo o no una città ormai multietnica dove , grazie a Dio e a molte donne e uomini di buona volontà , si sta cercando di tessere relazioni umane che consentano una sana convivenza ?

Ricordando che la libertà di culto è riconosciuta anche dai documenti del Concilio Vaticano II chiedo : cosa risponderà la nostra giunta se un domani un gruppo di ebrei  chiedesse di aprire una sinagoga oppure gli indù o i buddisti ?

Mi auguro che anche questa decisione sia sottoposta a un serio ripensamento e a una revisione . 

* Segretaria Provinciale PSI

Federazione di Brescia

Villaggio Badia via Prima 1

25126   Brescia

Tel / Fax  030 5236860                         

info@partitosocialista.brescia.it

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L’EMERGENZA. Rifugiati, la Prefettura con i Comuni

La replica dopo le accuse mosse l’altro giorno di aver lasciato soli gli amministratori nell’accoglienza ai profughi africani
«Continueremo a coinvolgere gli enti locali nella questione anche se il nostro ruolo e di gestione amministrativa»

«La Prefettura continuerà a coinvolgere gli enti locali nella gestione della delicata questione dei profughi, pur evidenziando che il proprio ruolo istituzionale è ben circoscritto nelle ordinanze del Dipartimento della protezione Civile, così come evidenziato in due circolari diramate ai Comuni della provincia, nelle quali si è anche richiamata la sensibilità dei Sindaci sulla particolare delicatezza della problematica».

LA PREFETTURA non ci sta a finire sotto il fuoco dei sindaci Bresciani alle prese con la gestione difficile dell’emergenza profughi (oltre 300, buona parte dei quali confinati fra le montagne camune), che accusano i rappresentanti di Governo di averli lasciati soli, di aver dialogato solo con gli albergatori disposti ad alloggiare i rifugiati e non con gli enti locali rimasti a gestire quella che è sempre più un’emergenza all’italiana, scoordinata quanto basta per mandare a 1800 metri di quota persone originarie dell’Africa centrale con le infradito «da sbarco». Un contesto montano che, tanto per citare una delle voci critiche, il 12 agosto scorso il quotidiano francese “Le Monde” non ha esitato – in un reportage dell’inviato speciale Salvatore Aloise – a definire molto simile all’Overlook, l’albergo del Colorado dove è ambientato il film “Shining” di Stanley Kubrick.
DOPO LE ACCUSE mosse dagli enti locali, venerdì nel corso di una riunione a Cellatica, il prefetto Livia Narcisa Brassesco Pace e i suoi funzionari che si stanno occupando della delicata partita, replicano spiegando che mentre alcuni primi cittadini davano corpo al loro malumore, in Prefettura «era stato convocato – si legge in una nota – il tavolo provinciale sull’emergenza migranti, organismo che viene riunito con cadenza settimanale. All’incontro hanno partecipato i rappresentanti delle Forze di Polizia, della Regione, della Provincia, delle Asl di Brescia e della Valcamonica, nonchè i rappresentanti di Croce Rossa, Caritas e Federalberghi. Erano altresì presenti il direttore dell’Associazione comuni Bresciani e i sindaci di alcuni comuni attualmente coinvolti nella vicenda». Una riunione nel corso del quale si sono affrontate le situazioni più delicate «compresa – fanno sapere in Prefettura – quella relativa al sito di Montecampione (la prossima settimana sarà meta di una visita del gruppo di monitoraggio della Protezione civile, ndr), per la quale le istituzioni in campo, “in primis” la stessa Prefettura, hanno assicurato il massimo impegno nell’individuare una soluzione condivisa».
AL PALAZZO del Governo tengono anche a precisare, davanti alle accuse di interloquire solo con gli albergatori e non con gli enti locali, che: «le convenzioni con gli albergatori vengono stipulate dal “soggetto attuatore”, (organismo nazionale e regionale, non locale, ndr) preposto anche alla individuazione dei siti di assegnazione dei profughi in base alle disponibilità segnalate dalla Federalbergatori e tenendo conto delle indicazioni fornite dallo stesso tavolo tecnico provinciale. Quest’ultimo è stato istituito e convocato da questa Prefettura contestualmente alla richiesta da parte della “Cabina di regia” regionale dello scorso giugno».
Il ruolo della Prefettura, dunque, «consiste essenzialmente nella gestione amministrativa dei rapporti con i gestori delle strutture alloggiative cui sono state liquidate le spettanze fino al corrente mese». Una Prefettura alla quale la norma assegna, sostanzialmente e in via principale, il ruolo di “ufficiale pagatore”, ma che, vista la situazione complessa, non si sottrarrà al ruolo coordinamento e di coinvolgimento degli Enti locali nella gestione dell’emergenza, ora che sulle rimostranze di tanti si sarebbe concentrata anche l’attenzione dell’Acnur, l’agenzia delle Nazioni unite per i rifugiati che non esclude una visita nel Bresciano.
OVVERO QUELLO che i sindaci Bresciani stanno chiedendo a gran voce visto che la permanenza dei rifugiati (nel Bresciano sono arrivati principalmente africani di Nigeria, Mali e Ghana) non sarà particolarmente breve: per 170 di loro, informa la stessa Prefettura, le audizioni alla Commissione di Milano per i richiedenti asilo si protrarranno almeno fino a febbraio e per gli altri, probabilmente, si arriverà alla prossima primavera. M.TOR.

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BRESCIA, L’EMERGENZA. Profughi, i sindaci «soli e arrabbiati» Paolo Bornatici

Una riunione a Cellatica per illustrare un progetto di integrazione è diventata l’occasione per mettere sul tavolo una serie di rimostranze
Attacco ai silenzi della Prefettura «In queste condizioni impensabile gestire una situazione così». Serve un coordinamento col territorio

Soli e arrabbiati. Travolti da un’onda che non accenna a placarsi; combattuti tra la responsabilità di pubblici amministratori e i mal di pancia dei concittadini. Si sentono così i sindaci Bresciani: senza certezze, a cinque mesi dall’esplosione dell’ «emergenza immigrazione dal nord Africa». A mancare è prima di tutto un soggetto di coordinamento a livello istituzionale che sappia interfacciarsi con le realtà del territorio, a cominciare dai Comuni, che sulla questione dell’accoglienza ai profughi continuano a lamentare un quadro di totale improvvisazione gestionale.

E ORA CHE IL NUMERO degli arrivi, specie in Vallecamonica, sta assumendo proporzioni notevoli, nessuno è più disposto a stare all’ombra della Prefettura accollandosi le responsabilità maggiori in termini di ospitalità senza, di fatto, avere alcuna voce in capitolo.
I malumori sono montati ieri a Cellatica a conclusione di una tavola rotonda indetta dal sindaco Paolo Cingia per illustrare i risultati del progetto di accoglienza e integrazione dei profughi messo in cantiere dal paese franciacortino con Roncadelle e Castegnato. Doveva essere una riunione quasi tecnica, si è trasformata in una lunga sequela di proteste.

«NON POSSIAMO essere lasciati soli. In queste condizioni è impensabile gestire una situazione umanitaria che in alcune aree del Bresciano sta assumendo proporzioni al limite del collasso» hanno sintetizzato i sindaci. Tanti sindaci: dai primi cittadini di Castegnato, Roncadelle, Collebeato e Castelmella, ai rappresentanti delle Amministrazioni di Paratico, Gussago, Paderno e Passirano, insieme ad Agostino Zanotti, presidente dell’associazione Adl Zavidovici, e a Giovanna Benini, coordinatrice del forum immigrazione provinciale del Pd, oltre a una delegazione della Camera del Lavoro di Brescia.
Una protesta che verrà formalizzata già nelle prossime ore: primo mittente la Prefettura di Brescia, a detta di tutti assolutamente sorda alle istanze del territorio, i cui unici interlocutori sembrano essere gli albergatori. Ma anche l’Acb, l’Associazione dei Comuni Bresciani, e l’Anci Lombardia, che sulla questione profughi non si sono ancora fatte carico di avviare alcun protocollo d’intesa.

Coordinamento e coinvolgimento: queste le parole chiave del summit di ieri. A calcare la mano è stato soprattutto il sindaco di Castegnato Giuseppe Orizio, paese nel quale il numero di profughi è arrivato a quota 18. «Attreverso il volontario e la disponibilità del sindacato si sta facendo tanto, ma è impensabile che ogni Comune faccia da sè. Cosa accadrà quando a febbraio per questi disperati scadranno i termini per il permesso di soggiorno. Non possiamo permetterci di creare nei profughi da noi ospitati aspettative rispetto a un futuro del quale nessuno si sta facendo carico. Pretendiamo un interlocutore istituzionale all’altezza della situazione che si sta delineando, che sia capace di dirci in tempi brevi come muoverci».

E SE LA PREFETTURA e l’Associazione comuni Bresciani non dovessero fare la loro parte, il soggetto più accreditato per gestire l’emergenza da nord Africa, almeno nell’hinterland della città, sarebbe il Distretto 2 Brescia Ovest Solidale. Ma vista grande confusione all’orizzone, il condizionale, è d’obbligo.

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