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Caso Formigoni, ora Daccò ammette “Ho pagato io tutte le sue vacanze”

L’imprenditore interrogato sabato scorso: “Il presidente non mi ha mai restituito nulla”. La confessione si basa sulle rivelazioni del marinaio che gestiva lo yacht Ad Maiora a disposizione del governatore....

L’imprenditore interrogato sabato scorso: “Il presidente non mi ha mai restituito nulla”. La confessione si basa sulle rivelazioni del marinaio che gestiva lo yacht Ad Maiora a disposizione del governatore. I pm portano al faccendiere due fatture, per il resort a sette stelle. Importo: 50mila euro. “Le riconosco, riguardano l’affitto”

MILANO - “Da anni, da giugno a settembre lo yacht Ad Maiora è a disposizione di Formigoni… Il presidente è stato mio ospite per tre capodanni ai Caraibi, non mi ha restituito nulla…”. Arriva dal carcere di Opera la risposta alla domanda che Repubblica pone da tempo a Roberto Formigoni su chi gli abbia pagato le recenti, lussuose vacanze. Arriva dal verbale rilasciato sabato scorso da Pierangelo Daccò, il lobbista-consulente-faccendiere, detenuto dal 15 novembre.

LA VERITÀ DEL MARINAIO
Non è raro che a bucare le versioni più blindate siano i dettagli. In questo caso è il marinaio responsabile dello yacht dal simbolico nome “Ad Maiora” a permettere ai pubblici ministeri un salto di qualità: “Tutte le estati, da giugno a settembre – questo si legge in sintesi sul verbale – lo yacht era messo nella disponibilità esclusiva del presidente della Regione Lombardia. Daccò usava l’altra barca, riservando “Ad Maiora” a Roberto Formigoni”.

A STAGIONE COSTA 50MILA EURO
Quando il procuratore aggiunto Francesco Greco e i suoi sostituti mettono questa verità portuale (e non politica) sotto gli occhi del milionario detenuto, Daccò reagisce. È ritenuto il perno delle inchieste nate sul crac dell’ospedale San Raffaele e sul dissanguamento dei conti della fondazione Maugeri. Cerca di trovare le parole giuste: “Non si può definire come un’esclusiva, perché qualche volta m’imbarcavo anch’io. Però effettivamente ogni anno, da diversi anni, da giugno a settembre “Ad Maiora” è a disposizione di Formigoni”.

In Liguria, in Sardegna, per i week end, e con la mania del presidente per il fax, che costringe a deviazioni di rotta, in modo da poter ricevere e trasmettere ritagli di giornali e documenti. La barca costa, quanto?, domandano i magistrati. “I costi oscillano tra i 30mila e i 50mila euro a stagione”, è la risposta.

Contributi, divisione spese? Zero. Sa o no Roberto Formigoni che Eurosat Telecommunication Ltd, la società irlandese di Daccò, ha pagato quasi 150mila euro di costi vivi dello yacht “Ad Maiora”, escluse le spese del personale, che comprendono stipendio e carta di credito per le spese quotidiane? “Formigoni era mio ospite, non mi ha mai restituito nulla”, ammette Daccò. Tanti parlano di “amicizia”, in questa storia, e non di favori, benefici, regali di varia natura. Nemmeno parlano di lobby, anche se “Ricordo che Daccò mi disse che era opportuno continuare ad avere la disponibilità della barca perché – si legge nel verbale del “socio” di Daccò, l’ex assessore dc Antonio Simone – poteva servire per le pubbliche relazioni”.

IL JET PRIVATO PER LE ANTILLE
Queste gite nautiche gratis e “a disposizione” del governatore rappresentano una novità dell’inchiesta. Ma l’analogo canovaccio emerge finalmente per la questione spinosa e polemica dei viaggi esotici: “Formigoni – dice Daccò – è stato mio ospite in almeno tre capodanni alle Antille”. Parole semplici. Per capirle sino in fondo, partiamo però dall’ultimo capodanno così come l’ha vissuto il portafoglio del lobbista: “Per quello del 2010/2011 – questa la sintesi del suo verbale – ho speso 100mila euro per il noleggio di un jet privato”, quello della società Alba Servizi.

Quest’ultima è una società del gruppo Mediaset, alla quale il San Raffaele aveva messo a disposizione un monte ore di volo. La prima a parlarne è stata Stefania Galli, la segretaria del defunto Mario Cal, ex amministratore del San Raffaele: “Una volta mi fu detto dal dottor Cal di prenotare un volo per San Marteen a bordo del quale ci sarebbe stato Daccò e Formigoni”, e anche in quel caso per pagare arriva Eurosat, come per lo yacht.

La procura milanese, cercando i diari di bordo del jet, scopre che non riportano i dati dei passeggeri. È dunque Daccò, nell’interrogatorio di sabato scorso, a svelare ai magistrati che in quel capodanno 2010/2011 “il jet ha portato me, Formigoni, il suo segretario Willy e Roberto Perego alle Antille e poi è tornato a riprenderci”. Willy è Mauro Villa.

LE VERSIONI DI FORMIGONI
S’impone ora un piccolo salto nel tempo. Arriviamo agli inizi dello scorso aprile, in un palazzo della Regione Lombardia che trema, e ha già visto arresti e dimissioni. Formigoni, che appena l’anno prima aveva usufruito – e noi lo sappiamo da questo recente verbale, lui per averle vissute – delle vacanze supervip gratis, non esita: “Non ho mai ricevuto neppure un euro da nessuno (…) Non ho nulla da rimproverarmi sulla vicenda delle vacanze, io non ho pagato niente a Daccò e lui non ha pagato niente a me (…) Grazie a Dio, ho la possibilità di pagare (…) Comunque, non costituirebbe nessuna fattispecie di reato ricevere cose in dono”. Ma di quali doni esattamente parla?

LE FATTURE 2011 DI DACCÒ
I pubblici ministeri sabato scorso portano a Daccò due fatture, che riguardano appunto l’ultimo capodanno e il costoso Resort a sette stelle. La somma è di circa 50mila euro: “Sì, le riconosco, riguardano il costo d’affitto. Formigoni era mio ospite – questa è la linea di Daccò – e non mi ha restituito nulla, né per il soggiorno né per il volo”. Ancora una volta, parole nette.

I CONTI 2009 DI DACCÒ
Tra i fatti certi, ce n’è uno: Roberto Formigoni all’inizio dello scandalo “non ricordava” nemmeno dove avesse passato le feste il capodanno, nonostante si trovasse in uno di quei posti che vengono considerati “indimenticabili”. “Devo consultare le agende”, annaspava. “A che titolo mi fa questa domanda? Vale la parola del Presidente”, reagiva sui conti. Quando sono emersi i primi documenti bancari di Daccò e, accanto ai biglietti aerei, il nome Formigoni, il presidente ha recuperato in pubblico porzioni di memoria.

Ci sono i due biglietti Air France per Parigi emessi il 27 dicembre 2008, per il presidente della Regione e Alberto Perego, memores di Cl, collaboratore di Formigoni, 4.080 euro cadauno. C’è una ricevuta da 9.637 dollari, pari a 7.180 euro, datata 9 gennaio 2009, a saldo di un soggiorno presso l’”Altamer Resort” di Anguilla. Inoltre – ed è noto a chi segue le cronache politico-giudiziarie del presidente Formigoni – in quel periodo il generoso Daccò ha pagato con carta di credito, tra il “Cuisinart Resort&Spa”, altri ristoranti e intrattenimenti, 6.226 euro in più. Il totale ammonta a 13.406 euro.

LA LETTERA A TEMPI
Con questo bagaglio d’informazioni, arriviamo all’autodifesa che il 21 aprile scorso Formigoni invia al settimanale Tempi, che sul sito sta pubblicando anche le corpose lettere dal carcere di Simone, il coindagato di Daccò e amicissimo di Formigoni. “Le spese delle carte di credito di Daccò sono elevate perché si riferiscono a conti collettivi. E se ci sono biglietti aerei e una settimana di vacanza alle Antille con cifre importanti, scusate tanto, non sono Brad Pitt, ma – scrive Formigoni – me le posso pagare con il mio stipendio”. Purtroppo, sostiene, non ha le ricevute: “Le ho buttate; scusate, è un reato?”, domanda, e rilancia, parla di “deriva gossippara”.

Certo, non è reato buttare le ricevute, è che sembra non ci fossero. Lo dice Daccò nel verbale, dove precisa: “Anche nelle due precedenti vacanze di capodanno Formigoni era mio ospite, e non mi ha restituito niente”. Neppure un euro di spesa per il soggiorno. Nemmeno un euro di viaggio.

Chi ha letto le carte, e conosce questo passaggio, si chiede perché mai un politico di lungo corso come Formigoni parli con ostinazione di divisione delle spese “tra amici”. E perché mai Daccò, nel verbale, spieghi di non aver preso nemmeno in considerazione l’idea del rimborso, avendo con lui un rapporto di “pura amicizia”.

Tocca a magistrati, detective e avvocati aiutare l’opinione pubblica a capire che cosa è successo e come sono andati i fatti, intorno ad aziende sanitarie che avevano dalla Regione rimborsi cospicui e pagavano profumatamente, e non si capisce bene perché, “amici” di Formigoni. Ma intanto è legittimo chiedere: perché il presidente Formigoni inganna e mente su tre anni di vacanze natalizie gratis? È gossip pretendere una risposta da un amministratore pubblico? DAVIDE CARLUCCI e PIERO COLAPRICO / larepubblica

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Presidente Formigoni, risponda

Le vacanze pagate dal faccendiere Daccò, le inchieste che travolgono la giunta, le offese ai giornalisti. Sette domande al governatore della Lombardia

(larepubblica)

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COSA RESPIRIAMO OGGI: dati in tempo reale

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Accolta la richiesta di ”Cittadini contro l’amianto”: la Commissione Europea indagherà sull’autorizzazione concessa a Locatelli

La Commissione Europea accoglie la richiesta di Cittadini contro l’amianto e dei 1200 firmatari della Petizione di indagare sull’autorizzazione concessa a Locatelli per realizzare la discarica di amianto di Cappella Cantone (Cremona).

Il 15 maggio abbiamo ricevuto dalla Commissione Petizioni dell’Unione Europea la comunicazione ufficiale (vedi allegato) di aver avviato le procedure per svolgere un’indagine preliminare sui vari aspetti dell’autorizzazione data dalla Regione Lombardia per realizzare la discarica di amianto di Cappella Cantone. Stiamo lavorando per fare in modo che i commissari europei vengano direttamente sul posto. Questa decisione costituisce un altro risultato politico raggiunto dai cittadini della zona interessata, dopo che la mobilitazione e la magistratura avevano bloccato e messo sotto sequestro l’area destinata alla discarica.

Con questa decisione il Parlamento Europeo si dimostra più sollecito della giunta Formigoni nel voler indagare sulla discarica di Cappella Cantone. Infatti da circa due mesi è stata costituita ufficialmente a livello regionale una commissione d’inchiesta che naturalmente non si è ancora riunita per lavorare. Inoltre poco o nulla è stato fatto per modificare e ridefinire ruolo e funzione dell’ARPA soprattutto per quanto riguarda la nomina dei dirigenti, dopo che il massimo esponente dell’ARPA Lombardia, Rotondaro, è stato arrestato con l’accusa di corruzione nell’ambito dell’inchiesta sulla discarica di Cappella Cantone che ha portato anche agli arresti di Locatelli, intestatario dell’autorizzazione, e Nicoli Cristiani (Pdl) ex assessore all’ambiente della Regione Lombardia. Ricordiamo che Rotondaro è accusato di aver ricevuto mazzette per ammorbidire i controlli della falda acquifera dell’ex cava Retorto, il luogo dove si voleva realizzare la discarica.

Questa una delle intercettazioni: 8 giugno 2011, il giorno precedente alla conferenza dei servizi

LOCATELLI: Pronto.
ROTONDARO: Buongiorno, come stai?
LOCATELLI: Eh non lo so, ti farò sapere domani.
ROTONDARO: Eh…dai…vedrai che domani starai meglio.
LOCATELLI: Dici?
ROTONDARO: Si, si, si. Dove sei?
LOCATELLI: A Grumello.
ROTONDARO: Ah. Niente, io…penso che sia tutto a posto. Ho fatto anche delle verifiche …
LOCATELLI: Hai fatto un po’ di verifiche?
ROTONDARO: Si, son stato giù anche l’altro giorno lì…dalle tue parti, non te l’han detto?

Dopo questi fatti non è più possibile tollerare che chi deve fare i controlli ambientali sia un organismo dipendente dal governo regionale; come è noto le nomine dei dirigenti dell’ARPA Lombardia sono fatte direttamente dalla giunta Formigoni e non è più prevista l’approvazione da parte del consiglio regionale.

Ci preme inoltre sottolineare come sia stato inopportuno e fuori luogo e tempo costituire un “tavolo tecnico” , che nei fatti è solo politico, nelle province di Cremona e Pavia al fine di individuare siti idonei per lo smaltimento dell’amianto. A questo proposito abbiamo già avuto modo di esprimere la nostra valutazione radicalmente negativa per i seguenti motivi che riassumiamo:

1) Già dal 2008 Cittadini contro l’amianto denunciava che non si potevano autorizzare discariche senza una pianificazione dei siti idonei a livello regionale. La Regione ha sempre ignorato le nostre richieste, ha autorizzato la discarica di Cappella Cantone e solo adesso che è scoppiato lo scandalo decide di procedere alla pianificazione.

2) Si vuole discutere di siti idonei senza coinvolgere direttamente i cittadini interessati, tutti i partiti politici e tutte le organizzazioni sindacali.

3) Secondo la Regione Lombardia uno degli interlocutori , per la provincia di Cremona, è l’attuale amministrazione provinciale di centro-destra del ciellino Salini, la stessa, cioè, che diede parere favorevole alla valutazione di impatto ambientale per la discarica di Cappella Cantone e negativo per la discarica di Cingia de’ Botti pur avendo i due progetti caratteristiche simili; la stessa che non disse né SI né NO alla discarica in sede di autorizzazione integrata ambientale (e per legge si intende un SI).

4) La composizione di questi “tavoli” a Cremona e Pavia ha seguito principi inspiegabili e non corrisponde ai criteri di competenza e neanche alle procedure previste per la pianificazione del trattamento e smaltimento dei rifiuti.

5) Le proposte di pianificazione dovrebbero essere preventive, fatte da tecnici qualificati e non da politici, prendendo in considerazione TUTTO il territorio regionale.

Ci risulta, invece, che questi tavoli siano attivi solo a Cremona e Pavia, guarda caso le uniche province, oltre a Bergamo e Brescia, dove i privati vogliono realizzare discariche di amianto.

Ci tornano con inquietudine alla memoria le intercettazioni fatte dagli inquirenti in un ristorante di Brescia in cui si ritrovano Locatelli, Nicoli Cristiani e Mauro Papa, amministratore della Ecoeternit, e parlano di una sorta di spartizione delle aree di competenza: Papa nelle province di Brescia e Bergamo, Locatelli a Cremona e Pavia. I tre parlano anche di Faustini.

La Ecoeternit sta gestendo una discarica di amianto a Montichiari, Faustini sta per finire la realizzazione di una discarica di amianto a Brescia, località San Polo, e ha chiesto di realizzare una discarica di rifiuti di amianto pericolosi accanto alla discarica della Ecoeternit.

Noi riteniamo comunque urgente risolvere il problema dello smaltimento dell’amianto, ma nello stesso tempo pensiamo che di questo NON SI POSSA OCCUPARE l’attuale giunta Formigoni a seguito delle recenti e note vicende giudiziarie che hanno coinvolto assessori ed ex assessori in gravi reati di corruzione e scempio ambientale. Formigoni non poteva non sapere nonostante che, con arroganza, continui a definirsi estraneo all’operato dei suoi uomini, senza il timore di sfiorare il senso del ridicolo e documentare quanto dice con prove.

In sostanza noi ribadiamo la necessità di provvedere sia alla revoca delle autorizzazioni date che alla moratoria di tutte le domande in corso di autorizzazione per lo smaltimento dell’amianto in Lombardia; vogliamo che si costituisca un organismo qualificato con il compito di verificare l’idoneità e la sicurezza dei progetti e dei siti destinati allo smaltimento dell’amianto , che sia indipendente dalla politica e che tuteli i reali interessi dei cittadini, che sono la difesa della salute e del territorio, e non le lobbies di varia natura.

Un’ultima annotazione: siamo contenti e soddisfatti che quasi tutti si siano convertiti alla necessità di esplorare metodi e soluzioni alternativi all’interramento del cemento amianto. Quattro convegni scientifici qualificati organizzati da noi in questi quattro anni sono serviti a convincere anche esponenti della giunta regionale sulla necessità di seguire questa strada. E questo non è poco anche se bisognerà sempre vigilare su possibili colpi di mano. Politici corrotti ed imprenditori invischiati con la criminalità organizzata sono sempre in agguato.

Cittadini contro l’amianto

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«Lega predona a casa nostra», Bossi contestato a Crema

Durante un comizio, la protesta di una ventina di persone
Il Senatur: «Avvicinatevi che vi faccio sentire la carezza del destro»

MILANO- Una ventina di persone dietro a uno striscione con scritto «Lega predona a casa nostra» si è presentata al comizio di Umberto Bossi a Crema iniziando a urlare frasi come «fuori la Lega dalle città. Nel frattempo viene sventolata anche una bandiera dei No Tav. Chi protesta è tenuto a distanza dalle forze dell’ordine mentre dal palco il candidato sindaco del Carroccio Roberto Torazzi ha esortato ad «andare avanti». «Non abbiamo paura, noi – ha detto -. C’è gente che lavora. Andate in fabbrica che vi fa bene».

«VI FACCIO SENTIRE LA CAREZZA DEL DESTRO» – IL senatur ha reagito così: «Venite vicino, vi faccio sentire la carezza del destro, a voi fighetti di buona famiglia». Bossi ha poi invitato i militanti del Carroccio a stare «tranquilli». «Ci penserà la gente a liquidarli, in cabina elettorale», ha detto. A quelli che gridavano secessione, secessione, Bossi ha risposto: «da quella gente lì, sì. Secedono tutti dalla gente che va a interrompere».

 

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Le risposte che Formigoni non dà

Presidente Formigoni, risponda

Le vacanze pagate dal faccendiere Daccò, le inchieste che travolgono la giunta, le offese ai giornalisti. Sette domande al governatore della Lombardia

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Formigoni è sempre più isolato adesso invoca il popolo dei fax (ANDREA MONTANARI)

Il gelo del partito, i dubbi di Cl. E uno sfogo in privato: tanti mi stanno voltando le spalle

Dopo l’incontro con Angelino Alfano, Roberto Formigoni è ancora più solo. Tanto che il governatore si rivolge ai consiglieri regionali del Pdl per mobilitare i militanti, invitati a spedirgli un fax con scritto: «Presidente, siamo con te». Prima di ritirarsi fino a domenica a Rimini per gli annuali esercizi spirituali organizzati da Comunione e Liberazione. Nel frattempo, cresce il disagio sempre più evidente non solo nel mondo cattolico, ma anche tra i suoi fedelissimi.

La cosa che lo fa più arrabbiare in questi giorni, raccontano al Pirellone, sono «i tanti che mi stanno voltando le spalle». Un disagio che si è manifestato nei giorni scorsi anche con le prime crepe che sono emerse proprio dentro il mondo vicino a Cl. Dove non sono ormai pochi i ciellini di stretta osservanza che ammettono di non riconoscersi più nei comportamenti del governatore. Anche se finora lo ammettono solo in privato. Del resto, l’immagine più eloquente dell’attuale isolamento di Formigoni è proprio l’esito dell’incontro con Alfano. Un quarto d’ora scarso di tempo in una saletta della Fiera di Rho-Pero e non al Pirellone come il governatore aveva insistito fino  all’ultimo. Nessuna conferenza stampa o dichiarazione congiunta, come Formigoni ha provato a chiedere più volte al numero uno del suo partito, ma solo un risultato generico e scontato: il «pieno sostegno del Pdl alle iniziative di governo della Regione» e un invito rivolto a tutti «alla coesione».

Non una parola da Alfano sul complotto «mediatico politico» che Formigoni denuncia da giorni nei suoi confronti. Né un accenno di condivisione alla linea di difesa adottata dal Celeste dopo le rivelazioni emerse dalle nuove inchieste sulla sanità lombarda. Solo un minivertice a porte chiuse, con molte assenze, qualche imbarazzo anche tra i ciellini e la chiara volontà dell’ex ministro della Giustizia di farsi vedere il meno possibile al fianco di Formigoni, che non è rimasto nemmeno per il pranzo con gli imprenditori offerto dai vertici della Fiera. E quando i fotografi hanno chiesto al governatore e all’ex ministro di posare insieme per una foto, Alfano con balzo felino si è subito smarcato: «Ho proprio voglia di fare una fotografia con Mariastella Gelmini».

C’è chi sostiene addirittura che Alfano avesse espressamente chiesto di essere accompagnato nel suo viaggio elettorale lombardo solo dalla Gelmini, responsabile della task force elettorale del Pdl, e dal coordinatore regionale Mario Mantovani che nei giorni scorsi aveva usato toni duri non sul «merito» della politica della Regione, ma sui «metodi» di Formigoni. Altri smentiscono categoricamente che il governatore abbia incontrato Berlusconi e ammettono che solo Alfano ha ascoltato giovedì gli sfoghi del governatore.
Arrivato a Legnano, davanti a 450 persone, dal palco del teatro Cantoni, primo appuntamento del suo tour, Alfano non ha usato giri di parole: «Noi del Pdl — ha spiegato — dobbiamo dare l’esempio. Essere onesti e non prendere un euro per noi».

Un alto dirigente pidiellino sintetizza l’esito della riunione con il gruppo: «È evidente che Alfano su Formigoni non ci ha voluto mettere la faccia. Cosa poteva fare in questa situazione? Con tutto quello che sta venendo fuori». Anzi, quando Formigoni è arrivato al Salone del mobile, il segretario del Pdl stava già rispondendo ai giornalisti e non c’era nemmeno un posto per il governatore al tavolo della conferenza stampa. Anche il capogruppo del Pdl in Regione, il ciellino Paolo Valentini, nel ribadire il «pieno» sostegno a Formigoni, è costretto a commentare i risultati di quello che lui stesso derubrica a «ritrovo» con il semplice impegno a considerare «i risultati raggiunti in Lombardia» come «patrimonio dell’intero partito».

Nel frattempo, è partito il pronto soccorso dei fedelissimi. Una lettera a tutti i consiglieri regionali pidiellini su carta intestata del partito e firmata dal consigliere regionale di Saronno Renzo Azzi e da Giorgio Puricelli, il fisioterapista di Silvio Berlusconi eletto nel listino di Formigoni. Il testo è inequivocabile e i toni ricordano quelli usati da Silvio Berlusconi quando in passato gridava al complotto. «Caro amico, caro amica, in questi giorni più che mai, si sta verificando un vero e proprio attacco nei confronti di Regione Lombardia e del suo presidente, Roberto Formigoni. È un attacco basato esclusivamente su voci che poco hanno a che fare con la politica e con l’operato della Regione. È per questo che ti chiediamo di far sentire la tua voce per testimoniare la tua fiducia nei confronti del presidente Roberto Formigoni e per sostenerlo nel continuare il prezioso lavoro che sta svolgendo, in un momento così difficile, nell’interesse del popolo lombardo».

Segue un numero di fax e l’invito a scrivere la frase: «Presidente, siamo con te!». Alcuni fanno notare che il mezzo adottato per sollecitare questa crociata è un po’ antiquato. Sicuramente meno controllabile di una mail o di un post su Facebook o Twitter. Social network che oltretutto negli ultimi tempi sono stati molto utilizzati dallo stesso Formigoni.


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Piazza della Loggia, il governo paga le spese processuali a carico delle parti civili

Il Governo pagherà le spese processuali a carico delle parti civili per la strage di piazza della Loggia del 28 maggio 1974. Il consiglio dei ministri, su proposta del Presidente Monti – si legge in una nota di palazzo Chigi – ha preso la decisione di assumere a carico del Governo le spese processuali derivanti dalla conclusione del procedimento per la strage di Piazza della Loggia. Il Presidente Monti aveva concordato la decisione con il Presidente della Repubblica.

Considerando che la Presidenza del Consiglio si era costituita parte civile, – recita la nota – deve ritenersi che la condanna in solido delle parti civili al pagamento delle spese sia sostenuta legittimamente dal solo Stato, anche in virtù della vigente legislazione sulla tutela delle vittime del terrorismo. Infatti, in base alla legge 3 agosto 2004, n. 206, e alla direttiva del Presidente del Consiglio dei Ministri del 27 luglio 2007, le vittime e i familiari di eventi stragisti beneficiano dell’assistenza processuale pubblica in «ogni procedimento giurisdizionale».

Il governo, quindi, non ha voluto che si ripetesse la beffa del processo di Piazza Fontana del 2004 quando i familiari delle vittime furono condannati al pagamento delle spese processuali dopo l’assoluzione del gruppo ordinovista veneto. Questa volta lo stesso gruppo è stato assolto per la strage di Piazza Della Loggia, del maggio 1974, ma Mario Monti, d’intesa con il capo dello Stato Giorgio Napolitano, è intervenuto. Una decisione simbolica, visto che la cifra non sarà ingente, ma che invia un preciso messaggio: chi cerca la verità non può pagare per questa sua richiesta, sempre giustificabile e valida anche 38 anni dopo i fatti.

Già sabato, dopo la nuova assoluzione per gli imputati, erano state molte le richieste di intervento: si era chiesto anche un decreto legge da parte dell’ex sindaco della città, Paolo Corsini. Walter Veltroni aveva proposto che i partiti pagassero unitariamente le spese. Oggi il comune di Bologna aveva offerto un contributo in un coro di interventi e proposte.

Poi la decisione presa dal Consiglio dei Ministri. Anche una risposta diretta alle amare parole di Manlio Milani, che Presiede l’associazione dei familiari delle vittime: «Una beffa, è ridicolo, permettetemi di dirlo, che in questi processi che sono contro anche due uomini che rappresentavano lo Stato, si debbano anche pagare le spese processuali».

Il riferimento è al generale dei carabinieri, Francesco Delfino e all’ex parlamentare missino Pino Rauti. Delfino, allora capitano a Brescia si occupò dell’inchiesta «e – ha detto Milani dopo la sentenza – l’esito di queste ore è anche il risultato di come sono state condotte le prime indagini. Queste persone non si sono mai fatte vedere in un’aula in in tre anni di processo. Dovevano avere il rispetto per il ruolo istituzionale che hanno ricoperto e per le vittime di questa strage».  (ilsole24H)

COLLEGATA:

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BRESCIA. La storia (infinita) della strage di Piazza Loggia. La ”penultima” beffa (rassegna)

Salvini: era credibile il pentito della strage
di Jolanda Bufalini

Il gip che indagò sull’eversione nera in Lombardia:
«La confessione di Tramonte su Piazza della Loggia è veritiera. C’erano anche riscontri»

Il «Contesto», come lo chiama evocando Leonardo Sciascia, Manlio Milani, il presidente del comitato delle vittime della strage del 28 maggio 1974, è per Guido Salvini, chiaro: «Piazza della Loggia è un momento della strategia nera di Ordine Nuovo». Questa certezza, che «deve spingere a cercare ancora la verità» è «l’enorme risultato di conoscenza portato dalle indagini di Milano e di Brescia, al di là degli esiti giudiziari».
Esiti tuttavia deludenti, dottor Salvini? «Non si polemizza con le sentenze», però «sono stupefatto», dice il magistrato che, fra la fine degli anni Ottanta e i Novanta, riaprì le inchieste sulla eversione nera e su piazza Fontana. «Stupefatto» a proposito della decisione dei giudici della corte d’assise d’appello di Brescia, che ha mandato assolti il medico veneziano Carlo Maria Maggi, capo di Ordine Nuovo nel Veneto degli anni Sessanta e Settanta, dell’ex ordinovista Delfo Zorzi, dell’ex collaboratore del Sid, Maurizio Tramonte e del generale dei carabinieri Francesco Delfino, nei giorni dell’eccidio comandante del Nucleo investigativo dei Carabinieri di Brescia. Allora la piazza della strage fu rapidamente pulita con le autopompe, e la sollecita pulizia riguardò anche i cestini, in un dei quali era stato nascosto l’ordigno.
«Hanno assolto è lo sconcerto del magistrato un reo confesso». La fonte «Tritone» «la conoscevamo da tempo», racconta Salvini, «c’erano circa 25 sue relazioni al Sid, ma non sapevamo chi fosse questo Tritone». Fra quelle informative c’era anche quella relativa alla riunione di Abano Terme del 25 maggio 1974, in cui si discusse di un «grande attentato». Racconta ora il presidente del comitato dei familiari delle vittime Manlio Milani, «nel documento si parla di un gruppo in costruzione, Ordine Nero, ma quel gruppo altro non era che il nuovo nome di Ordine nuovo, che il ministro Paolo Emilio Taviani aveva messo fuori legge. E Carlo Maggi era il capo indiscusso di Ordine Nuovo nel Veneto».
La fonte “Tritone”, ricorda Salvini, «sin dal 1974 aveva relazionato nei dettagli di aver partecipato con i capi ordinovisti alle riunioni in cui si preparò la strage di Brescia».
Poi, un bel giorno del 1992, Guido Salvini era andato in trasferta da Milano a Padova, agli uffici del Sismi, e ricorda ancora con emozione il momento della scoperta: «Eravamo andati per l’incartamento di Gianni Casalini». Casalini era un altro ordinovista e informatore del Sid con il nome di copertura «Turco», coinvolto nella inchiesta per le bombe alla banca dell’Agricoltura, in piazza Fontana a Milano. «Ci furono consegnati questi enormi faldoni senza alcun problema, nel 1992 ormai non c’era più interesse a nascondere. Fui io a trovare in fondo al fascicolo il foglietto che rivelava il nome della fonte “Tritone”, Maurizio Tramonte». «Nell’istruttoria, nel corso di molti interrogatoti, Tramonte confessò». Quella prima confessione, ritiene Salvini, è «veritiera, e tanto più credibile in quanto non si trattava di accuse ad altri ma a se stesso». «Poi Tramonte ha cominciato ad allargarsi, potrebbe aver raccontato anche frottole. Alla fine, in aula si chiuse nel silenzio e ritrattò in modo meno che plausibile». Però alla confessione «c’era riscontro» e la principale conferma alle parole del neofascista informatore del Sid, venne, ribadisce Guido Salvini, «dal maresciallo del Sid Fulvio Felli, che riceveva le informative e che ha confermato tutto».
Ora si dovrà attendere la stesura della sentenza per la quale ci sono 90 giorni di tempo. E, strana coincidenza, anche il relatore e estensore della sentenza, il giudice Bocchiaro, viene da Cremona, dove è stato collega, fino al dicembre 2011, del giudice Salvini. L’uno al penale, l’altro alla sezione civile, ai fallimenti. I Pm di Brescia si sono riservati di valutare il ricorso in Cassazione. La lettura delle motivazioni ci farà capire perché sia stata ritenuta non attendibile la confessione della fonte «Tritone». È probabile che l’assoluzione dell’ex informatore abbia portato con sé anche l’assoluzione per Carlo Maria Maggi, sfuggente dominus della cellula veneta di Ordine Nuovo degli anni settanta.
l’Unità 16.4.12
Corriere della Sera 16.4.12
Brescia, radiografia di una strage la bomba, le bugie, le prove sparite
Come sono state sviate le indagini sui neofascisti e sui complici
di Giovanni Bianconi

BRESCIA — Rispetto alle altre stragi che hanno insanguinato l’Italia e seminato terrore secondo gli intenti degli «strateghi della tensione», quella di piazza della Loggia è un caso a parte. Secondo quel che è emerso da tutte le indagini su tutti gli attentati di quel disgraziato e politicamente incerto periodo (1969-1974), anche gli 8 morti e 102 feriti di Brescia rientrano nel disegno cominciato nella primavera-estate del 1969 con le bombe nelle città e sui treni, che fecero da preludio all’eccidio di piazza Fontana, e finito con l’esplosione sul treno Italicus nell’agosto 1974, tre mesi dopo piazza della Loggia. Ma all’interno dello stesso disegno, quella strage ha una caratteristica unica.
È un attentato più politico degli altri, perché ha un obiettivo politico evidente, esplicito, quasi dichiarato: la manifestazione antifascista indetta dai sindacati proprio per protestare contro le trame nere. Ha colpito un raduno politico e pubblico, tanto da essere rimasto inciso sui nastri di chi stava registrando il comizio interrotto dallo scoppio, che ancora oggi tutti possono sentire come fosse in diretta.
L’attentato più politico
Ha scritto il giudice istruttore Giampaolo Zorzi il 23 maggio 1993, a diciannove anni dai fatti e al termine della quarta istruttoria (conclusa con una serie di archiviazioni e la trasmissione degli atti alla Procura per dar vita alla quinta inchiesta, da cui sono derivate le assoluzioni pronunciate l’altro ieri dalla corte d’assise d’appello): «Quei sette chili di esplosivo furono lo strumento non di una strage indiscriminata, di un atto di terrorismo puro, di un proditorio “sparo nel mucchio” finalizzato a seminare il panico e un diffuso senso di insicurezza in relazione a qualunque situazione di vita quotidiana, ma un vero e proprio attacco diretto e frontale all’essenza stessa della democrazia; ossia al diritto dei membri della polis di ritrovarsi nell’agorà e di esprimere lì, direttamente, senza mediazioni di sorta, la propria soggettività politica, individuale e collettiva».
Le bombe sui treni, nelle stazioni, nelle banche o alle fiere campionarie erano destinate alla popolazione civile in generale, contro chiunque capitasse nei paraggi, senza distinzioni di sorta. A Brescia, invece, si è voluto colpire chi era sceso in piazza contro il clima di tensione e gli altri attentati: da ultimo quello che, proprio nella città lombarda, stava preparando dieci giorni prima il neofascista Silvio Ferrari, saltato sull’ordigno che trasportava. Non è un caso che siano morti cinque insegnanti attivisti del sindacato-scuola, due operai e un ex partigiano.
Le considerazioni finali del giudice Zorzi costituiscono l’atto giudiziario e d’accusa più limpido e indignato tra quelli accumulati finora, in trentotto anni di inchieste e dibattimenti (anche se non ha portato a richieste di rinvio a giudizio, ma ciò testimonia solo l’assenza di qualsivoglia accanimento giudiziario nei confronti degli inquisiti). Perché quell’ordinanza mette insieme gli indizi e gli elementi che non sono riusciti a diventare prove, e chiarisce bene lo sfondo politico in cui tutto è avvenuto. Individua quello che lo stesso Zorzi chiama il «marchio di fabbrica» della bomba nell’attività dei gruppi neofascisti più o meno mascherati, inquinati e inquinanti, che — a parte gli eccidi con morti e feriti — disseminarono il centro-nord del Paese di dinamite e tritolo, candelotti e petardi. Esplosi mentre, soprattutto dopo il referendum sul divorzio, l’avanzata delle sinistre «veniva a profilarsi in termini meno velleitari che in passato», e il Gran maestro della P2 Licio Gelli riuniva a casa sua, tra molte altre persone, il procuratore generale di Roma e il comandante della Divisione Pastrengo dei carabinieri per analizzare «l’incerta e preoccupante situazione politica di quel momento».
I servizi segreti
È in questo contesto, e a causa di questo contesto, che prima e dopo gli attentati si sono mosse persone e apparati al fine di ostacolare l’accertamento della verità. Anche e soprattutto sulla strage di piazza della Loggia. Perché è verosimile che le responsabilità dell’ideazione e dell’esecuzione siano frastagliate, e non è detto che i protagonisti di ciascun segmento preparatorio ed esecutivo siano a conoscenza di tutti gli altri. Dunque si tratta di indagini difficili e complesse di per sé. Tuttavia i depistaggi sapientemente disseminati quasi in ogni passaggio delle diverse istruttorie hanno impedito di mettere insieme i pezzi del mosaico che rischiavano di incastrarsi e mostrare il disegno, e di dare valenza probatoria alla ricostruzione che i magistrati hanno potuto solo ipotizzare.
Ci sono le bugie dei responsabili dei servizi segreti, che hanno nascosto e negato gli appunti con le informazioni della «fonte Tritone» (scoperti per caso dopo quasi vent’anni), nei quali si svelavano, nell’immediatezza dei fatti, i programmi bombaroli del gruppo veneto di Ordine nero, diretta discendenza del disciolto Ordine nuovo. C’è la distruzione dei reperti con il lavaggio della piazza due ore dopo l’esplosione, e dopo che i netturbini avevano passato le ramazze e gettato via i sacchi di rifiuti (e verosimilmente di reperti). C’è la costruzione della «pista Buzzi», probabilmente non falsa ma riduttiva, con successivo omicidio del condannato in primo grado alla vigilia del processo d’appello. E ci sono tante altre stranezze, di cui potrebbero dare conto le motivazioni delle assoluzioni dell’altro ieri.
Un «brivido di rabbia»
Ancora nell’istruttoria del giudice Zorzi è riportato un interessante compendio delle negligenze, a voler essere generosi, dei servizi di sicurezza. Si ricostruisce, ad esempio, la storia di un altro appunto prodotto nel 1989 dal Sismi guidato dall’ammiraglio Martini, il quale precisava che «non esistono ulteriori documenti dai quali si possano trarre utili elementi di valutazione» sulla bomba di piazza della Loggia. Dopo aver dato conto della totale inconsistenza e inutilità dell’informazione, Zorzi esprime con amaro sarcasmo al servizio segreto militare «il vivo ringraziamento del popolo italiano per aver saputo produrre, su questa epocale tragedia, una sola “velina” di cotanta utilità».
Lo stesso giudice ripercorre la vicenda della rogatoria che doveva svolgersi in Argentina, nel 1985, per interrogare il giovane fascista «massacratore del Circeo» Gianni Guido, evaso da un carcere italiano e riacciuffato in Sud America. La rogatoria saltò perché qualcuno comunicò alle autorità argentine che i magistrati italiani non erano in grado di presentarsi alla data prefissata. Peccato che i magistrati italiani non sapessero niente di quella data, e quando si riuscì a fissarne un’altra Gianni Guido era provvidenzialmente rievaso.
Una situazione, commenta il magistrato, «che fa letteralmente venire i brividi (soprattutto di rabbia) in quanto si propone quale riprova, se mai ve ne fosse bisogno, dell’esistenza e della costante operatività di una rete di protezione pronta a scattare in qualunque momento e in qualunque luogo». Sono gli stessi brividi che molti hanno provato sabato mattina, alla lettura dell’ultima sentenza sulla strage di Brescia rimasta impunita.

Repubblica 16.4.12
“Strategia della tensione” le parole di Moro sulla strage di Brescia
di Miguel Gotor

Nella primavera 1978 le Brigate rosse sottoposero Aldo Moro a un interrogatorio che riguardò anche la strage di piazza Fontana del 1969 e quella di piazza della Loggia del maggio 1974.
Come è noto, il memoriale del prigioniero è giunto a noi incompleto, ma su quegli anni egli formulò un giudizio chiaro utilizzando la categoria di “strategia della tensione”. Quel tempo fu «un periodo di autentica ed alta pericolosità con il rischio di una deviazione costituzionale che la vigilanza delle masse popolari fortunatamente non permise». Moro espose i meccanismi e le finalità della strategia della tensione, impostata da servizi stranieri occidentali con propaggini operative in due paesi allora fascisti come la Grecia e la Spagna. Essa aveva potuto godere del contributo dei servizi italiani militari con «il ruolo (preminente) del Sid e quello (pure esistente) delle forze di Polizia», ossia dell’Ufficio Affari riservati diretto da Federico Umberto D’Amato.
Secondo il prigioniero lo scopo era stato quello di realizzare una serie di attentati attribuendoli alla sinistra per destabilizzare l’Italia e poi coprire i veri responsabili con appositi depistaggi: «La c. d. strategia della tensione ebbe la finalità, anche se fortunatamente non conseguì il suo obiettivo, di rimettere l’Italia nei binari della “normalità” dopo le vicende del ’68 ed il cosiddetto autunno caldo», anche se Moro trascurava il varo nel giugno 1972 del governo centrista Andreotti-Malagodi, dopo l’attentato di Peteano per cui è reo confesso il neofascista Vincenzo Vinciguerra. Secondo l’ostaggio i servizi segreti italiani non diedero vita a deviazioni occasionali, ma a un’opera sistematica di inquinamento per «bloccare certi sviluppi politici che si erano fatti evidenti a partire dall’autunno caldo e di ricondurre le cose, attraverso il morso della paura, ad una gestione moderata del potere». Egli fece riferimento all’azione di “strateghi della tensione”, senza però offrirne un ritratto esplicito, e si espresse duramente nei riguardi della Democrazia cristiana: «Bisogna dire che, anche se con chiaroscuri non ben definiti, mancò alla D. C. di allora ed ai suoi uomini più responsabili sia sul piano politico sia sul piano amministrativo un atteggiamento talmente lontano da connivenze e tolleranze da mettere il Partito al di sopra di ogni sospetto». E ancora: «se vi furono settori del Partito immuni da ogni accusa (es. On. Salvi) vi furono però settori, ambienti, organi che non si collocarono di fronte a questo fenomeno con la necessaria limpidezza e fermezza».
L’attenzione di Moro si focalizzava su Giulio Andreotti, il quale aveva «mantenuto non pochi legami, militari e diplomatici, con gli Americani dal tempo in cui aveva lungamente gestito il Ministero della Difesa entro il 68». In particolare con la Cia, «tanto che poté essere informato di rapporti confidenziali fatti dagli organi italiani a quelli americani». Moro ripeteva, per ben undici volte, il nome del giornalista neofascista Guido Giannettini, incriminato nel 1973 per la strage di piazza Fontana da cui sarà assolto, sottolineando l’importanza di un’intervista che Andreotti aveva concesso a Il Mondo nel giugno 1974, all’indomani della strage di Brescia, in cui aveva rivelato che Giannettini era in realtà un agente del Sid infiltrato in Ordine nuovo. È come se Moro avesse voluto alludere a una pregressa consapevolezza di Andreotti (“uomo abile e spregiudicato”) riguardo alle azioni messe in campo da quegli ambienti, da cui aveva deciso improvvisamente di prendere le distanze («un primo atto liberatorio fatto dall’On. Andreotti di ogni inquinamento del Sid, di una probabile risposta a qualche cosa di precedente, di un elemento di un intreccio certo più complicato»).
Tale ricostruzione sarà confermata nell’agosto 2000 da Gianadelio Maletti, il responsabile dell’ufficio D del Sid dal 1971 al 1975, condannato per avere agevolato la fuga di Giannettini all’estero, il quale, in un’intervista a Daniele Mastrogiacomo per questo giornale, dichiarò «La Cia voleva creare attraverso la rinascita di un nazionalismo esasperato e con il contributo dell’estrema destra, Ordine nuovo in particolare, l’arresto del generale scivolamento verso sinistra. Questo è il presupposto di base della strategia della tensione».
In che modo? «Lasciando fare», e Andreotti «era molto interessato. Soprattutto del terrorismo di destra e dei tentativi di golpe in Italia».
È significativo notare che Pier Paolo Pasolini nel novembre 1974, ossia pochi mesi dopo la strage di Brescia e l’intervista dell’allora ministro della Difesa Andreotti che scaricava l’agente dei servizi militari Giannettini, scrisse sul Corriere della Sera l’articolo Cos’è questo golpe? Io so, in cui individuava l’esistenza di due diverse fasi della strategia della tensione: la prima, con la strage di piazza Fontana, anticomunista, funzionale a chiudere con l’esperienza dei governi di centro-sinistra e ad arginare l’ascesa del Pci; la seconda, con le bombe di Brescia, antifascista, ossia utilizzata per bruciare quanti ancora erano impegnati a creare le condizioni di un golpe nero e di una soluzione militare in Italia, esattamente come fatto da Andreotti con Giannettini: «Io so i nomi di coloro che, tra una Messa e l’altra, hanno dato le disposizioni e assicurato la protezione politica a vecchi generali (per tenere in piedi, di riserva, l’organizzazione di un potenziale colpo di Stato), a giovani neo-fascisti, anzi neonazisti (per creare in concreto la tensione anticomunista) e infine criminali comuni, fino a questo momento, e forse per sempre, senza nome (per creare la successiva tensione antifascista) ». Forse per sempre senza nome. Così scriveva un anno prima di essere ucciso il poeta che ebbe l’ardire di farsi storico del suo presente: l’ultima profezia, come ribadisce la sentenza dell’altro ieri sulla strage di Brescia.

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Il calcio si ferma in segno di lutto per la morte di Piermario Morosini, dappertutto ma non nel suo quartiere. Nel campetto del Monterosso, a Bergamo, dove il calciatore del Livorno ha tirato i primi calci al pallone, si è giocato regolarmente un incontro del campionato Uisp. La notizia della morte di Morosini era già arrivata in città, ma le due squadre hanno deciso di giocare lo stesso. Nessun dirigente, a fine partita, ha voluto commentare l’episodio. Un giocatore, particolarmente nervoso, ha afferrato la telecamera di un operatore che riprendeva l’incontro e l’ha portata al di fuori dell’impianto.

Servizio di Francesco Gilioli e Giorgio Ragnoli

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