
Salvini: era credibile il pentito della strage
di Jolanda Bufalini
Il gip che indagò sull’eversione nera in Lombardia:
«La confessione di Tramonte su Piazza della Loggia è veritiera. C’erano anche riscontri»
Il «Contesto», come lo chiama evocando Leonardo Sciascia, Manlio Milani, il presidente del comitato delle vittime della strage del 28 maggio 1974, è per Guido Salvini, chiaro: «Piazza della Loggia è un momento della strategia nera di Ordine Nuovo». Questa certezza, che «deve spingere a cercare ancora la verità» è «l’enorme risultato di conoscenza portato dalle indagini di Milano e di Brescia, al di là degli esiti giudiziari».
Esiti tuttavia deludenti, dottor Salvini? «Non si polemizza con le sentenze», però «sono stupefatto», dice il magistrato che, fra la fine degli anni Ottanta e i Novanta, riaprì le inchieste sulla eversione nera e su piazza Fontana. «Stupefatto» a proposito della decisione dei giudici della corte d’assise d’appello di Brescia, che ha mandato assolti il medico veneziano Carlo Maria Maggi, capo di Ordine Nuovo nel Veneto degli anni Sessanta e Settanta, dell’ex ordinovista Delfo Zorzi, dell’ex collaboratore del Sid, Maurizio Tramonte e del generale dei carabinieri Francesco Delfino, nei giorni dell’eccidio comandante del Nucleo investigativo dei Carabinieri di Brescia. Allora la piazza della strage fu rapidamente pulita con le autopompe, e la sollecita pulizia riguardò anche i cestini, in un dei quali era stato nascosto l’ordigno.
«Hanno assolto è lo sconcerto del magistrato un reo confesso». La fonte «Tritone» «la conoscevamo da tempo», racconta Salvini, «c’erano circa 25 sue relazioni al Sid, ma non sapevamo chi fosse questo Tritone». Fra quelle informative c’era anche quella relativa alla riunione di Abano Terme del 25 maggio 1974, in cui si discusse di un «grande attentato». Racconta ora il presidente del comitato dei familiari delle vittime Manlio Milani, «nel documento si parla di un gruppo in costruzione, Ordine Nero, ma quel gruppo altro non era che il nuovo nome di Ordine nuovo, che il ministro Paolo Emilio Taviani aveva messo fuori legge. E Carlo Maggi era il capo indiscusso di Ordine Nuovo nel Veneto».
La fonte “Tritone”, ricorda Salvini, «sin dal 1974 aveva relazionato nei dettagli di aver partecipato con i capi ordinovisti alle riunioni in cui si preparò la strage di Brescia».
Poi, un bel giorno del 1992, Guido Salvini era andato in trasferta da Milano a Padova, agli uffici del Sismi, e ricorda ancora con emozione il momento della scoperta: «Eravamo andati per l’incartamento di Gianni Casalini». Casalini era un altro ordinovista e informatore del Sid con il nome di copertura «Turco», coinvolto nella inchiesta per le bombe alla banca dell’Agricoltura, in piazza Fontana a Milano. «Ci furono consegnati questi enormi faldoni senza alcun problema, nel 1992 ormai non c’era più interesse a nascondere. Fui io a trovare in fondo al fascicolo il foglietto che rivelava il nome della fonte “Tritone”, Maurizio Tramonte». «Nell’istruttoria, nel corso di molti interrogatoti, Tramonte confessò». Quella prima confessione, ritiene Salvini, è «veritiera, e tanto più credibile in quanto non si trattava di accuse ad altri ma a se stesso». «Poi Tramonte ha cominciato ad allargarsi, potrebbe aver raccontato anche frottole. Alla fine, in aula si chiuse nel silenzio e ritrattò in modo meno che plausibile». Però alla confessione «c’era riscontro» e la principale conferma alle parole del neofascista informatore del Sid, venne, ribadisce Guido Salvini, «dal maresciallo del Sid Fulvio Felli, che riceveva le informative e che ha confermato tutto».
Ora si dovrà attendere la stesura della sentenza per la quale ci sono 90 giorni di tempo. E, strana coincidenza, anche il relatore e estensore della sentenza, il giudice Bocchiaro, viene da Cremona, dove è stato collega, fino al dicembre 2011, del giudice Salvini. L’uno al penale, l’altro alla sezione civile, ai fallimenti. I Pm di Brescia si sono riservati di valutare il ricorso in Cassazione. La lettura delle motivazioni ci farà capire perché sia stata ritenuta non attendibile la confessione della fonte «Tritone». È probabile che l’assoluzione dell’ex informatore abbia portato con sé anche l’assoluzione per Carlo Maria Maggi, sfuggente dominus della cellula veneta di Ordine Nuovo degli anni settanta.
l’Unità 16.4.12
Corriere della Sera 16.4.12
Brescia, radiografia di una strage la bomba, le bugie, le prove sparite
Come sono state sviate le indagini sui neofascisti e sui complici
di Giovanni Bianconi
BRESCIA — Rispetto alle altre stragi che hanno insanguinato l’Italia e seminato terrore secondo gli intenti degli «strateghi della tensione», quella di piazza della Loggia è un caso a parte. Secondo quel che è emerso da tutte le indagini su tutti gli attentati di quel disgraziato e politicamente incerto periodo (1969-1974), anche gli 8 morti e 102 feriti di Brescia rientrano nel disegno cominciato nella primavera-estate del 1969 con le bombe nelle città e sui treni, che fecero da preludio all’eccidio di piazza Fontana, e finito con l’esplosione sul treno Italicus nell’agosto 1974, tre mesi dopo piazza della Loggia. Ma all’interno dello stesso disegno, quella strage ha una caratteristica unica.
È un attentato più politico degli altri, perché ha un obiettivo politico evidente, esplicito, quasi dichiarato: la manifestazione antifascista indetta dai sindacati proprio per protestare contro le trame nere. Ha colpito un raduno politico e pubblico, tanto da essere rimasto inciso sui nastri di chi stava registrando il comizio interrotto dallo scoppio, che ancora oggi tutti possono sentire come fosse in diretta.
L’attentato più politico
Ha scritto il giudice istruttore Giampaolo Zorzi il 23 maggio 1993, a diciannove anni dai fatti e al termine della quarta istruttoria (conclusa con una serie di archiviazioni e la trasmissione degli atti alla Procura per dar vita alla quinta inchiesta, da cui sono derivate le assoluzioni pronunciate l’altro ieri dalla corte d’assise d’appello): «Quei sette chili di esplosivo furono lo strumento non di una strage indiscriminata, di un atto di terrorismo puro, di un proditorio “sparo nel mucchio” finalizzato a seminare il panico e un diffuso senso di insicurezza in relazione a qualunque situazione di vita quotidiana, ma un vero e proprio attacco diretto e frontale all’essenza stessa della democrazia; ossia al diritto dei membri della polis di ritrovarsi nell’agorà e di esprimere lì, direttamente, senza mediazioni di sorta, la propria soggettività politica, individuale e collettiva».
Le bombe sui treni, nelle stazioni, nelle banche o alle fiere campionarie erano destinate alla popolazione civile in generale, contro chiunque capitasse nei paraggi, senza distinzioni di sorta. A Brescia, invece, si è voluto colpire chi era sceso in piazza contro il clima di tensione e gli altri attentati: da ultimo quello che, proprio nella città lombarda, stava preparando dieci giorni prima il neofascista Silvio Ferrari, saltato sull’ordigno che trasportava. Non è un caso che siano morti cinque insegnanti attivisti del sindacato-scuola, due operai e un ex partigiano.
Le considerazioni finali del giudice Zorzi costituiscono l’atto giudiziario e d’accusa più limpido e indignato tra quelli accumulati finora, in trentotto anni di inchieste e dibattimenti (anche se non ha portato a richieste di rinvio a giudizio, ma ciò testimonia solo l’assenza di qualsivoglia accanimento giudiziario nei confronti degli inquisiti). Perché quell’ordinanza mette insieme gli indizi e gli elementi che non sono riusciti a diventare prove, e chiarisce bene lo sfondo politico in cui tutto è avvenuto. Individua quello che lo stesso Zorzi chiama il «marchio di fabbrica» della bomba nell’attività dei gruppi neofascisti più o meno mascherati, inquinati e inquinanti, che — a parte gli eccidi con morti e feriti — disseminarono il centro-nord del Paese di dinamite e tritolo, candelotti e petardi. Esplosi mentre, soprattutto dopo il referendum sul divorzio, l’avanzata delle sinistre «veniva a profilarsi in termini meno velleitari che in passato», e il Gran maestro della P2 Licio Gelli riuniva a casa sua, tra molte altre persone, il procuratore generale di Roma e il comandante della Divisione Pastrengo dei carabinieri per analizzare «l’incerta e preoccupante situazione politica di quel momento».
I servizi segreti
È in questo contesto, e a causa di questo contesto, che prima e dopo gli attentati si sono mosse persone e apparati al fine di ostacolare l’accertamento della verità. Anche e soprattutto sulla strage di piazza della Loggia. Perché è verosimile che le responsabilità dell’ideazione e dell’esecuzione siano frastagliate, e non è detto che i protagonisti di ciascun segmento preparatorio ed esecutivo siano a conoscenza di tutti gli altri. Dunque si tratta di indagini difficili e complesse di per sé. Tuttavia i depistaggi sapientemente disseminati quasi in ogni passaggio delle diverse istruttorie hanno impedito di mettere insieme i pezzi del mosaico che rischiavano di incastrarsi e mostrare il disegno, e di dare valenza probatoria alla ricostruzione che i magistrati hanno potuto solo ipotizzare.
Ci sono le bugie dei responsabili dei servizi segreti, che hanno nascosto e negato gli appunti con le informazioni della «fonte Tritone» (scoperti per caso dopo quasi vent’anni), nei quali si svelavano, nell’immediatezza dei fatti, i programmi bombaroli del gruppo veneto di Ordine nero, diretta discendenza del disciolto Ordine nuovo. C’è la distruzione dei reperti con il lavaggio della piazza due ore dopo l’esplosione, e dopo che i netturbini avevano passato le ramazze e gettato via i sacchi di rifiuti (e verosimilmente di reperti). C’è la costruzione della «pista Buzzi», probabilmente non falsa ma riduttiva, con successivo omicidio del condannato in primo grado alla vigilia del processo d’appello. E ci sono tante altre stranezze, di cui potrebbero dare conto le motivazioni delle assoluzioni dell’altro ieri.
Un «brivido di rabbia»
Ancora nell’istruttoria del giudice Zorzi è riportato un interessante compendio delle negligenze, a voler essere generosi, dei servizi di sicurezza. Si ricostruisce, ad esempio, la storia di un altro appunto prodotto nel 1989 dal Sismi guidato dall’ammiraglio Martini, il quale precisava che «non esistono ulteriori documenti dai quali si possano trarre utili elementi di valutazione» sulla bomba di piazza della Loggia. Dopo aver dato conto della totale inconsistenza e inutilità dell’informazione, Zorzi esprime con amaro sarcasmo al servizio segreto militare «il vivo ringraziamento del popolo italiano per aver saputo produrre, su questa epocale tragedia, una sola “velina” di cotanta utilità».
Lo stesso giudice ripercorre la vicenda della rogatoria che doveva svolgersi in Argentina, nel 1985, per interrogare il giovane fascista «massacratore del Circeo» Gianni Guido, evaso da un carcere italiano e riacciuffato in Sud America. La rogatoria saltò perché qualcuno comunicò alle autorità argentine che i magistrati italiani non erano in grado di presentarsi alla data prefissata. Peccato che i magistrati italiani non sapessero niente di quella data, e quando si riuscì a fissarne un’altra Gianni Guido era provvidenzialmente rievaso.
Una situazione, commenta il magistrato, «che fa letteralmente venire i brividi (soprattutto di rabbia) in quanto si propone quale riprova, se mai ve ne fosse bisogno, dell’esistenza e della costante operatività di una rete di protezione pronta a scattare in qualunque momento e in qualunque luogo». Sono gli stessi brividi che molti hanno provato sabato mattina, alla lettura dell’ultima sentenza sulla strage di Brescia rimasta impunita.
Repubblica 16.4.12
“Strategia della tensione” le parole di Moro sulla strage di Brescia
di Miguel Gotor
Nella primavera 1978 le Brigate rosse sottoposero Aldo Moro a un interrogatorio che riguardò anche la strage di piazza Fontana del 1969 e quella di piazza della Loggia del maggio 1974.
Come è noto, il memoriale del prigioniero è giunto a noi incompleto, ma su quegli anni egli formulò un giudizio chiaro utilizzando la categoria di “strategia della tensione”. Quel tempo fu «un periodo di autentica ed alta pericolosità con il rischio di una deviazione costituzionale che la vigilanza delle masse popolari fortunatamente non permise». Moro espose i meccanismi e le finalità della strategia della tensione, impostata da servizi stranieri occidentali con propaggini operative in due paesi allora fascisti come la Grecia e la Spagna. Essa aveva potuto godere del contributo dei servizi italiani militari con «il ruolo (preminente) del Sid e quello (pure esistente) delle forze di Polizia», ossia dell’Ufficio Affari riservati diretto da Federico Umberto D’Amato.
Secondo il prigioniero lo scopo era stato quello di realizzare una serie di attentati attribuendoli alla sinistra per destabilizzare l’Italia e poi coprire i veri responsabili con appositi depistaggi: «La c. d. strategia della tensione ebbe la finalità, anche se fortunatamente non conseguì il suo obiettivo, di rimettere l’Italia nei binari della “normalità” dopo le vicende del ’68 ed il cosiddetto autunno caldo», anche se Moro trascurava il varo nel giugno 1972 del governo centrista Andreotti-Malagodi, dopo l’attentato di Peteano per cui è reo confesso il neofascista Vincenzo Vinciguerra. Secondo l’ostaggio i servizi segreti italiani non diedero vita a deviazioni occasionali, ma a un’opera sistematica di inquinamento per «bloccare certi sviluppi politici che si erano fatti evidenti a partire dall’autunno caldo e di ricondurre le cose, attraverso il morso della paura, ad una gestione moderata del potere». Egli fece riferimento all’azione di “strateghi della tensione”, senza però offrirne un ritratto esplicito, e si espresse duramente nei riguardi della Democrazia cristiana: «Bisogna dire che, anche se con chiaroscuri non ben definiti, mancò alla D. C. di allora ed ai suoi uomini più responsabili sia sul piano politico sia sul piano amministrativo un atteggiamento talmente lontano da connivenze e tolleranze da mettere il Partito al di sopra di ogni sospetto». E ancora: «se vi furono settori del Partito immuni da ogni accusa (es. On. Salvi) vi furono però settori, ambienti, organi che non si collocarono di fronte a questo fenomeno con la necessaria limpidezza e fermezza».
L’attenzione di Moro si focalizzava su Giulio Andreotti, il quale aveva «mantenuto non pochi legami, militari e diplomatici, con gli Americani dal tempo in cui aveva lungamente gestito il Ministero della Difesa entro il 68». In particolare con la Cia, «tanto che poté essere informato di rapporti confidenziali fatti dagli organi italiani a quelli americani». Moro ripeteva, per ben undici volte, il nome del giornalista neofascista Guido Giannettini, incriminato nel 1973 per la strage di piazza Fontana da cui sarà assolto, sottolineando l’importanza di un’intervista che Andreotti aveva concesso a Il Mondo nel giugno 1974, all’indomani della strage di Brescia, in cui aveva rivelato che Giannettini era in realtà un agente del Sid infiltrato in Ordine nuovo. È come se Moro avesse voluto alludere a una pregressa consapevolezza di Andreotti (“uomo abile e spregiudicato”) riguardo alle azioni messe in campo da quegli ambienti, da cui aveva deciso improvvisamente di prendere le distanze («un primo atto liberatorio fatto dall’On. Andreotti di ogni inquinamento del Sid, di una probabile risposta a qualche cosa di precedente, di un elemento di un intreccio certo più complicato»).
Tale ricostruzione sarà confermata nell’agosto 2000 da Gianadelio Maletti, il responsabile dell’ufficio D del Sid dal 1971 al 1975, condannato per avere agevolato la fuga di Giannettini all’estero, il quale, in un’intervista a Daniele Mastrogiacomo per questo giornale, dichiarò «La Cia voleva creare attraverso la rinascita di un nazionalismo esasperato e con il contributo dell’estrema destra, Ordine nuovo in particolare, l’arresto del generale scivolamento verso sinistra. Questo è il presupposto di base della strategia della tensione».
In che modo? «Lasciando fare», e Andreotti «era molto interessato. Soprattutto del terrorismo di destra e dei tentativi di golpe in Italia».
È significativo notare che Pier Paolo Pasolini nel novembre 1974, ossia pochi mesi dopo la strage di Brescia e l’intervista dell’allora ministro della Difesa Andreotti che scaricava l’agente dei servizi militari Giannettini, scrisse sul Corriere della Sera l’articolo Cos’è questo golpe? Io so, in cui individuava l’esistenza di due diverse fasi della strategia della tensione: la prima, con la strage di piazza Fontana, anticomunista, funzionale a chiudere con l’esperienza dei governi di centro-sinistra e ad arginare l’ascesa del Pci; la seconda, con le bombe di Brescia, antifascista, ossia utilizzata per bruciare quanti ancora erano impegnati a creare le condizioni di un golpe nero e di una soluzione militare in Italia, esattamente come fatto da Andreotti con Giannettini: «Io so i nomi di coloro che, tra una Messa e l’altra, hanno dato le disposizioni e assicurato la protezione politica a vecchi generali (per tenere in piedi, di riserva, l’organizzazione di un potenziale colpo di Stato), a giovani neo-fascisti, anzi neonazisti (per creare in concreto la tensione anticomunista) e infine criminali comuni, fino a questo momento, e forse per sempre, senza nome (per creare la successiva tensione antifascista) ». Forse per sempre senza nome. Così scriveva un anno prima di essere ucciso il poeta che ebbe l’ardire di farsi storico del suo presente: l’ultima profezia, come ribadisce la sentenza dell’altro ieri sulla strage di Brescia.
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