Diritti Archive

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BRESCIA. Dentro il carcere di Canton Mombello, il più sovraffollato d’Italia – VIDEO (Antonio Crispino)

Ci dovrebbero essere 200 persone e invece ce ne sono affastellate quasi 600

MILANO – La Lombardia è la regione con il più alto numero di detenuti in Italia. Ce ne sono più di 9mila. Talmente tanti che spesso sono costretti a trasferirli nelle carceri del Sud.

Per capire qual è la situazione andiamo nel carcere di Canton Mombello a Brescia.

E’ una vecchia struttura di fine ’800. Il sovraffollamento è al 260%. Ci dovrebbero essere 200 persone e invece ne sono affastellate quasi 600, il triplo. Non a caso è il più sovraffollato d’Italia.

Il direttore è una donna, Francesca Gioieni. E’ contenta che finalmente qualcuno vada a vedere in che condizioni sono. Ci spalanca le porte del carcere e ci consente di scattare una fotografia ancora più nitida e impressionante rispetto alla precedente puntata. La prima cella è piccola, saranno meno di 8 mq ma sembrano essere in pochi. Dall’esterno si vedono solo un ragazzo accanto alla cancellata e un altro steso su una branda. Quando entriamo escono fuori in cinque, non capiamo bene da dove. Si spingono uno accanto all’altro per stare in piedi. Ci accompagna il Garante dei diritti dei detenuti. Calcola che ognuno ha circa 50 cm di spazio per muoversi. Per la Corte di Giustizia Europea ci vogliono almeno 7 metri per ogni detenuto, altrimenti è tortura. La struttura del carcere è vecchia è inadeguata. Da anni si parla di un edificio più dignitoso.

«Solo parole» commenta laconica la Gioieni. «A ogni ispezione di politici, istituzioni, sindacati, rappresentiamo sempre gli stessi problemi ma non cambia mai niente. Ogni volta ci lasciano in queste condizioni». In «queste condizioni» significa che in ogni cella mediamente ci sono 14 detenuti. Ma non è il peggio che può capitare. Al primo piano, in una sola cella, ne sono ammassati 18. Un solo bagno. Chi proprio non riesce a trattenere i bisogni li fa in una bacinella che poi la pulisce nel lavabo. Un unico lavabo dove cucinano, si lavano e puliscono i bisogni, appunto. Si respira un’aria pestilenziale. Solo quando chiediamo di aprire un po’ le finestre ci accorgiamo che le brande dei letti sono arrivate fin sopra gli infissi. Non si possono aprire per far passare l’aria. Più andiamo avanti e più si assottigliano le differenze con un lager. Per andare alle docce bisogna passare un varco alto poco più di 1,60 mt. Spesso non c’è acqua calda. Solo in alcune celle ci sono i frigoriferi (un lusso per molte carceri) per conservare gli alimenti. Tutti gli altri li depositano in cassette di legno che appoggiano accanto al gabinetto per mancanza di spazio.

In Italia gli stranieri rappresentano meno dell’8% della popolazione ma in carcere arrivano al 60%. A Canton Mombello questa percentuale sale al 70%. Senza la possibilità di avere documenti e un posto in cui vivere, agli stranieri è impossibile beneficiare, ad esempio, degli arresti domiciliari. Ecco perché, pur commettendo reati meno gravi, rispetto agli italiani restano in carcere di più e più a lungo. «Le misure cautelari per loro sono vietate – dice il garante -. Anche quando potrebbero uscire restano in carcere perché attorno hanno il vuoto». Ma anche la situazione generale è drammatica. L’VIII rapporto sulle condizioni di detenzione in Italia redatto dall’associazione Antigone riporta che le persone che accedono alle misure alternative in Italia sono 13.383. In Francia sono 123.349 e in Spagna 111.994. Significa che in Italia oltre al carcere non c’è alcuna prospettiva.

Se è già difficile immaginare questo tipo di detenzione per un colpevole, si trasforma in incubo se si pensa che la maggior parte dei detenuti che visitiamo a Canton Mombello sono in attesa di un giudizio, cioè tecnicamente innocenti. Su circa 600 detenuti solo 188 sono definitivi. La loro unica speranza per non impazzire tra le mura di questi lager resta il lavoro in carcere. Peccato che sono finiti i fondi della Legge Smuraglia, una legge che prevedeva sgravi contributivi e fiscali per chi assumeva detenuti” taglia corto Gioieni. A Canton Mombello, come in tante altre realtà, vanno avanti con le donazioni delle associazioni e il volontariato, si sta attenti anche a un solo euro perché, se da un lato aumentano i detenuti dall’altro diminuiscono gli stanziamenti per il carcere. Non diminuiscono, invece, gli stanziamenti per gli stipendi dei manager. L’ex capo dipartimento Francesco Ionta, sostituito appena da qualche giorno, percepiva 543 mila euro all’anno, quello del dipartimento minorile ne percepisce quasi 300 mila per dodici mesi di lavoro. Cifre che fanno sorridere i detenuti di un progetto di giornalismo che incontriamo nella biblioteca bresciana. Da mesi sono alla ricerca di 700 euro per stampare la loro rivista. «Ci è indispensabile per far capire che non siamo nati così, che se ci danno un’opportunità possiamo recuperare o, quanto meno, non uscire peggiori, con una rabbia che non è nostra ma è figlia di quello che si vive qui dentro». In queste condizioni, parlare di rieducazione o di cura per i tossicodipendenti diventa persino paradossale. «Ma se non abbiamo lo spazio dove metterli, come facciamo a pensare a tutto il resto? – dice il dottore incaricato – Continuare così vuol dire fargli pagare la pena due volte». (corrieredella sera)

 

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Adro, la sezione della Lega condannata per razzismo

LA DECISIONE DEL GIUDICE MARIA GRAZIA CASSIA

Con un volantino avevano offeso una sindacalista che si batteva contro lo sfratto di una famiglia straniera

Romana Gandossi

Il comune franciacortino di Adro ancora al centro delle polemiche. Dopo gli attacchi del sindaco leghista al presidente della Repubblica per aver omaggiato del cavalierato l’imprenditore che nell’aprile 201o pagò i 10mila euro di rette arretrate della mensa dell’asilo, adesso è la stessa sezione della Lega Nord ad essere condannata per razzismo nei confronti di una sindacalista. Quando sulla vetrina della sede della Lega Nord di Adro è stato affisso per alcuni giorni un volantino che esordiva dicendo «Cara la me romana sono tutti bravi a fare i culattoni con il culo degli altri», Vittoria Romana Gandossi (esponente dello Spi Cgil di Brescia, conosciuta con l’epiteto di nonna-anticarroccio), ha subito molestie di stampo razzista e ritorsione. Lo ha stabilito il giudice del tribunale civile di Brescia Maria Grazia Cassia, secondo il quale tuttavia il danno è contenuto, perché tali insulti sono stati scritti per conto della sede “locale” della Lega «da un segretario che difende le ragioni della stessa nella forma sgrammaticata di cui alla missiva». Lo scrive nella sentenza con cui ha disposto che Gandossi sia risarcita con 2.500 euro, così come l’Associazione studi giuridici sull’immigrazione e la Fondazione Guido Piccini per i diritti dell’uomo che avevano depositato il ricorso insieme a lei, per un totale di 7.500 euro. Il giudice ha riconosciuto che il manifesto razzista ha offeso anche tutti gli stranieri. Inoltre ha riconosciuto che la vicenda va inquadrata nell’ambito della molestia, intesa come comportamento che «lede la dignità della persona e crea un clima degradante, umiliante o offensivo come prevede il decreto legislativo 215 del 2003»: così l’avvocato Alberto Guariso, legale con Alessandro Zucca della sindacalista Vittoria Romana Gandossi, commenta la sentenza con cui il giudice di Brescia ha accolto il ricorso per discriminazione relativo al volantino diffamatorio comparso qualche mese fa sulla vetrina della sede della Lega Nord di Adro. «Quello su cui dissentiamo molto – prosegue Guariso – è la quantificazione del risarcimento del danno morale, che ha una motivazione un po’ ridicola: in sostanza il giudice dice «Pochi soldi perché il segretario della Lega è un povero ignorante che scrive sgrammaticato».  (corrieredellasera/brescia)

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BRESCIA. Un grido d’aiuto per vivere; con un handicap. Una storia come un’altra? Purtroppo no!

Salve a tutti i lettori.
Vorrei ringraziare per lo spazio a noi dedicato, dandoci la possibilità di far sentire la nostra voce, siamo una categoria socialmente “debole”, ma siamo coraggiosi abbiamo il coraggio di esporci per veder rispettati i nostri diritti ad una vita libera e dignitosa.

Sono una ragazza laureata in giurisprudenza, studentessa della scuola di specializzazione per le professioni legali. Parallelamente anche praticante presso uno studio legale di Brescia. Voi direte: ” sei indaffarata!!!”. Si è vero questa meravigliosa e gratificante situazione non dura per sempre, ma di qui a pochi mesi tutto svanirà. Poi cosa accadra? Sarò una “disoccupata”, con molti progetti da realizzare!!
Allora è una storia come un’altra? Purtroppo no, ha dei risvolti negativi molto gravi sulla mia salute.

Sono affetta da una retinopatia, questa condizione dà spazio a molta discriminazione sul mondo del lavoro e non solo. Ad esempio se io volessi fare la donna delle pulizie, oltre a chiedere molta esperinza requisito che non ho, la ditta mi sbatterebbe la porta in faccia alludendo a delle scuse. La maggior parte delle persone molto spesso sono ignoranti e pensano che un “disabile” non valga nulla, non può fare ciò che fanno gli altri. L’opinione prevalente è quella secondo cui il diversamente abile è solamente un “sacco” da portare sulle “spalle”, invece il disabile è una risorsa come il normodotato.

Al contrario le persone dovrebbero intanto chiedersi cosa farebbero nelle mie condizioni, invece di lamentarsi per niente. Inoltre i normodotati dovrebbero dare la possibilità ai disabili di essere autonomi non con le parole, ma con i fatti, ascoltando la voce del disabile senza ignorarlo.
Devo dire che questa tipologia di problematica è molto frequente nel mio paese (non voglio dire qual è per evitare maggiori discriminazioni nei miei riguardi ed è anche per questo che uso un nome di fantasia). Una persona a questo punto si chiede qual è o quali sono le conseguenze che si ripercuoterebbero su di me, nel caso non trovassi un lavoro di qui a pochi mesi.
Rispondo dicendo che la mia conseguenza sarebbe quella di ritornare indietro da dove sono partita, con molta amarezza, una grossa sconfitta che non riuscirei ad accettare. Non è tutto, la conseguenza altrettanto spiacevole e certa è che dopo un po’ di tempo, non si sa quanto, mi aspetterà la cecità assoluta irreversibile, che lascerà il posto alla poca luce che attualmente vedo.
Questo perchè l’alloggio che avrei a disposizione (non lavorando non avrei scelta) è inidoneo, in quanto non posso stare in ambienti chiusi dove la luce non è omogenea, altrimenti la vista diminuisce sempre più lasciando il posto alla foschia sempre più forte e ad altri disturbi ad essa connessi (persistendo la permanenza in luoghi inidonei tali sintomi aumentano sempre più). Tali disturbi non mi permetterebbero di condurre una vita normale.

Brescia mi è entrata subito nel cuore, piango molto quando penso che forse me ne dovrò tornare indietro, in quel caso una parte del mio cuore resterà qui, portandomi dentro di me i ricordi di persone meravigliose che ho potuto conoscere, condividendo con loro i vari momenti della mia vita. Ho avuto l’onore di notare una grossa solidarietà tra le persone comuni. Per fortuna posso godere del sostegno di molte tra queste anche il mio avvocato, per me è come un papà …

Attualmente vivo in un appartamento solo per studenti, tra pochi mesi terminerò gli studi con il diploma di specializzazione post laurea, pertanto dovrò lasciare l’alloggio.
Quali sono i miei progetti a cui dovrei rinunciare se non trovassi lavoro? Il primo è il corso di preparazione al concorso di magistratura con sede a Milano, in quanto questo tipo di corsi sono molto costosi. Immancabilmente vorrei avere la soddisfazione di sostenere il concorso in magistratura. Questo esame è molto impegnativo, richiede molto studio e dedizione. Soprattutto molta concentrazione e serenità, senza altri problemi per la testa!

Ho letto altre testimonianze di altre persone, sono molto solidale con loro. Per esperienza so cosa significa la sofferenza, la solitudine in questa dura battaglia contro la disoccupazione.
Ringrazio le molte persone che con i loro sforzi, stanno cercando di aiutarmi affinchè riesca a strapparmi da quel destino così ingiusto, crudele che mi porterebbe al buio totale irreversibile, alla malinconia, ad una forte sensazione di tristezza, accompagnato da molta discrimnazione. Proverei una sensazione di abbandono di scivolamento verso un precipizio da cui non riuscirei a risalire. Se nemmeno il vostro aiuto e quello di nessun altro, neanche quello della mia forza d’animo e della fede, del tempo non saranno sufficienti sarò costretta ad allontanarmi da una città a cui sono molto grata, mi sento molto legata da un legame affettivo fortissimo, come se fossi nata e cresciuta qui.

Brescia mi ha dato l’amore, la libertà, la felicità, la voglia di vivere, la forza d’animo, la speranza di una vita migliore fatta di soddisfazioni di sorrisi, di gioie… Insomma mi ha ridato la luce. Spero di rimanere, questo è il mio sogno, vorrei costruirmi una famiglia una vita concreta. Magari chissà, mi regalerà anche l’emozione di rivedere i colori come una volta!!

Se a questo punto ci fossero uno o più lettori che mi volessero dare una possibilità, si chiederebbero qual è la mia esperienza lavorativa. 
Io sono praticante avvocato, mi sto specializzando nel recupero crediti, sto seguendo delle pratiche di recupero per conto di una grossa compagnia assicurativa. inoltre mi sto occupando dei sinistri stradali. Mi piacerebbe lavorare per delle banche e assicurazioni come recuperatore crediti; ciò non toglie che sarei disposta a lavorare anche in ambiti diversi da quello enunciato (nell’ambito della segreteria generale, essendo molto veloce nella battitura con il pc ed possedendo una buona conoscenza del pacchetto Office, oppure anche come call center).

Insomma qualsiasi lavoro che mi permetta di vivere un’esistenaza libera e dignitosa. 
Spero che mi possiate aiutare, questo non è un grido di compassione che a me non piace, ma è un grido di speranza di aiuto anche se sono abituata a camminare con le mie gambe!!
Questa testimonianza spero che serva per dare forza alle persone che si trovano nella mia stessa condizione di disoccupato, la speranza è l’ultima a morire.


Vi ringrazio anticipatamente per il vostro aiuto, purtroppo è difficile per tutti a causa della fortissima crisi economica che stiamo vivendo in questo periodo storico; ciò nonostante non demordo anche se mi rendo conto quant’è difficile trovare un lavoro al giorno d’oggi!!!
insomma voglio lavorare non essere compatita, ma avre un ruolo nella società pensare che anch’io conto qualcosa a parità degli altri, non ho scelto io la mia condizione è il destino che ha voluto così, non tutto il male viene per nuocere!! 


“Giulia”

Eventuali interessati e seriamente in grado di poter “aiutare”, possono scrivere indirizzando a: vivicentro@gmail.com

Grazie per l’attenzione ed eventuale aiuto.

STAN (Stanislao Barretta)

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BRESCIA. Il tour dei veleni intorno a Buffalora

Una giornata con i membri del Codisa, alla scoperta delle principali criticità ambientali Lo hanno ribattezzato il quadrilatero dei veleni. Perchè presenta una concentrazione elevatissima di cave, discariche ed impianti...

Una giornata con i membri del Codisa, alla scoperta delle principali criticità ambientali

video-playLo hanno ribattezzato il quadrilatero dei veleni. Perchè presenta una concentrazione elevatissima di cave, discariche ed impianti impattanti (due bitumifici). Vicino passa l’autostrada e la tangenziale. Non lontano ci sono gli sbuffi del cementificio Italcementi. . Stiamo parlando dei 7 chilometri quadrati compresi tra San Polo, Buffalora, Rezzato e Sant’Eufemia. Ma il nuovo piano di governo del territorio dell’amministrazione comunale non sembra intenzionato a mettere un freno alle future opere. Anzi. L’impressione è qui si voglia creare una cittadella del rifiuto (altro che cittadella dello sport) forse per preservare altre zone di Brescia.

video-playQui storicamente a partire dal dopoguerra sono nate le cave di sabbia e ghiaia. Riempite man mano di scorie. Inerti, speciali, tossiche. Discariche a volte autorizzate, a volte illegali. Abbiamo passato una giornata con i membri del comitato Codisa, per capire le ragioni delle loro lamentele. E di ragioni ne hanno diverse. «A partire dal nodo Alfa Acciai – taglia corto Valerio Beccalossi, rappresentante del Codisa- per passare alla Bonomi Metalli di via Bettole, che stocca scorie nel suo piazzale avvelenando l’aria e costringendo gli abitanti a chiudersi in casa.

Il tour dei veleni a Buffalora

Il tour dei veleni a Buffalora    Il tour dei veleni a Buffalora    Il tour dei veleni a Buffalora    Il tour dei veleni a Buffalora    Il tour dei veleni a Buffalora

L’Arpa è intervenuta più volte ma le criticità permangono». Non vogliono quindi la discarica di amianto in via Brocchi Il tour dei veleni a Buffalora «perchè è troppo vicino alle abitazioni, al centro sportivo Rigamonti alle scuole di Buffalora» gli fa eco Gabriele Avalli, sempre del Codisa. Mentre Maria Rosa Rocca, una signora di mezza età timida e discreta avvampa quando ricorda la Buffalora di un tempo: «Ce l’hanno distrutta. In nome dei soldi. Non si sono fermati nemmeno davanti alla cascina Castella, del ’700. L’hanno buttata giù, per farci una cava». Ma sono tantissime le altre criticità.

Nella ex cava Piccinelli, lungo via Serenissima, circa trent’anni fa sono stati smaltite abusivamente scorie di fonderia contenenti cesio 137. Qui sopra dovrebbe sorgere il futuro Parco delle cave. E ancora: la ex cava Pasotti di Buffalora oggi è un piccolo laghetto ma verrà ritombata con inerti.«Qui hanno nidificato 39 rare specie di volatili – Aggiunge Beccalossi – tra cui il cavaliere d’Italia. Sarebbe da tutelare quel poco di verde e natura che rimane. Invece con il nuovo bitumificio Gaburri e il nuovo polo logistico Italgros gli danno il colpo di grazia». A quattro passi da Buffalora c’è un’altra potenziale bomba ecologica. La discarica di rifiuti tossici Ecoservizi, chiusa nel 1983, da anni senza manutenzione. Tanto che l’acqua piovana penetra nelle crepe del piazzale, raggiunge i rifiuti e genera percolato. La stessa Provincia nel verbale di sopralluogo del 30 gennaio 2008 scrive: «Si ritiene che lo stato della discarica comporti seri rischi di contaminazione della falda e dei terreni circostanti».

corrieredellasera/brescia

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IUS SOLI (Clara Lazzarini*)

Voglio intervenire  sul tema della cittadinanza , riportato all’attenzione dell’opinione pubblica dalla dichiarazione del Presidente Napolitano in occasione dell’incontro con i “nuovi Italiani”.. Un parere espresso sulla base della presa d’atto che il nostro paese è profondamente cambiato.

Contrariamente a quanto ha scritto il Segretario Cittadino della Lega Nord di Brescia, la questione della cittadinanza non è questione culturale ma é questione giuridica, di rapporto tra stato e persona; ed è questione di concezione e modello di società in cui i sudditi, portatori di obblighi e doveri, diventano cittadini cioè anche portatori di diritti civili, sociali e politici.

Lo sapevano già gli antichi Romani che per essere pienamente liberi giuridicamente dovevano godere dello stato di civitatis, libertatis e familiae ma  che non erano avari nel riconoscere lo status di cittadini per rafforzare  e consolidare un impero per altro costruito sulla conquista più che sulla libera scelta di spostamento per ricercare lavoro e benessere.

Oggi, nelle democrazie mature, non si pone più in discussione il diritto ad essere cittadini e non sudditi : e la scelta fondamentale che si trovano a fare gli ordinamenti è quella tra ius sanguinis e ius soli.

Lo ius sanguinis (o modello tedesco) presuppone una concezione “oggettiva” della cittadinanza, basata sul sangue, sull’etnia, sulla lingua .

Lo ius soli (o modello francese) presuppone, invece, una concezione “soggettiva” della cittadinanza, come patto quotidiano.

Lo ius sanguinis fu adottato dai paesi interessati da una forte emigrazione per  tutelare  i diritti dei discendenti degli emigranti,  o da paesi interessati a  ridelimitazioni dei confini (molti paesi europei fra cui l’Italia) . Di conseguenza attualmente la maggior parte degli stati europei adotta lo ius sanguinis, con la rilevante eccezione della Francia, dove vige lo ius soli fin dal 1515.

Lo ius soli, che  determina l’allargamento della cittadinanza ai figli degli immigrati nati sul territorio dello stato, è stato adottato dai  paesi con una forte immigrazione ( come Stati Uniti, Argentina, Brasile, Canada ecc.) .

Attualmente molti Paesi di emigranti sono diventati Paesi di forte immigrazione e gli spostamenti, non solo da un paese all’altro ma da un continente all’altro per la loro rapidità e facilità, pongono nuovi problemi e la necessità di rivedere gli ordinamenti.

Per precisare, negli Stati Uniti vige la cittadinanza legale anche per i figli dei clandestini. La legge sulla cittadinanza fu stabilita dal XIV emendamento che riconosce cittadini tutti coloro che sono nati in America senza riguardo alla nazionalità dei genitori ( con l’eccezione dei figli dei diplomatici). Il XIV emendamento venne approvato circa 150 anni fa poco dopo la fine della Guerra Civile americana risolvendo, fra l’altro, il problema degli afro-americani i quali fino a poco tempo prima erano in gran parte proprietà di bianchi. L’emendamento garantiva così la stessa protezione legale a tutte le persone sottoposte alla giurisdizione degli Stati Uniti.

Questa scelta è stata messa sotto attacco più volte da gruppi di estrema destra ma più volte confermata dalla Corte Suprema. L’ultima volta è avvenuta nel 1982.

Sono tanti i discendenti di emigranti Italiani che oggi sono ai massimi livelli dello Stato ed ai massimi livelli della cultura, della scienza e degli affari che, senza dimenticare le proprie radici, sono pienamente Americani. L’elenco dei nomi sarebbe troppo lungo.

Non é  un caso che i due Paesi che hanno dato vita alle grandi rivoluzioni che hanno fatto l’occidente ( Francia e USA ) si avvalgano di un ordinamento come lo ius soli che ha dato nei secoli effetti positivi.

Lo ius sanguinis e l’idea di preservare lingua , etnia, cultura ha dato effetti curiosi relativamente a questi obiettivi: i discendenti di seconda e terza generazione di emigranti italiani sono cittadini italiani che non sanno una parola di Italiano, che talvolta, per matrimoni misti, hanno varietà di colori della pelle e che non capiscono usi e costumi, sociali e politici, del nostro bel Paese. Eppure sono cittadini Italiani, con doppia cittadinanza. Dobbiamo togliere loro la cittadinanza? Assolutamente no, la mantengono per diritto di sangue oltre che per diritto di suolo.

Ma va ricordato che lo ius sanguinis è stato per molto tempo causa ed effetto di disuguaglianze o, per dirla più lievemente,  di pasticci.

La legge italiana sulla cittadinanza del 1912 disponeva nel caso in cui una cittadina italiana contraeva matrimonio con un cittadino straniero la perdita della cittadinanza, in base al principio che la donna coniugata seguiva la cittadinanza del marito, ed ovviamente i figli seguivano lo status di cittadinanza del padre. Bisogna attendere due sentenze della Corte Costituzionale  del 75 e dell’83 ed il nuovo diritto di famiglia  per consentire alla donna di riacquistare, tramite istanza, la cittadinanza eventualmente persa per matrimonio con straniero e di trasmettere la cittadinanza non solo per via paterna ma con efficacia retroattiva fino alla data 1°gennaio 1948. Ma solo con la sentenza di Cassazione civile del 25/02/2009, n. 4467 si stabilisce che le donne hanno diritto ad avere riconosciuta la cittadinanza anche prima del 48 (entrata in vigore della Costituzione)  ed a trasmetterla ai loro discendenti.

Concetti non ancora metabolizzati da molti che parlano come Rinaldi di eredità della cittadinanza dal padre.

Tutto questo potrebbe essere superato dal diretto patto tra Stato e Soggetto di diritto che è il bambino nato.

La cittadinanza, che è condizione imprescindibile in ogni democrazia che sia veramente tale, e non può essere data o tolta a seconda dei valori o disvalori che si praticano a secondo dei tempi.

La cittadinanza ha importanti valenze sociologiche in senso di identità e di appartenenza ad una determinata comunità politica. Valenze che devono consolidarsi precocemente potenziando il lavoro della scuola e della comunità.

E come detto è questione giuridica e non culturale ma può promuovere la conoscenza e l’appartenenza culturale .

 Ma per ciò che riguarda i bambini ha poco senso parlare di prerequisito per ottenere la cittadinanza nella conoscenza della lingua e delle leggi. Dato l’art. 3 della Costituzione, per intenderci quello dell’uguaglianza di fronte alla legge, dovremmo o sottoporre ad “esame di ammissione alla cittadinanza” tutti i bambini, figli di italiani e di non italiani, aspettando ovviamente che sappiano parlare oppure confidare che, data la cittadinanza, il percorso formativo della scuola e l’esempio della comunità porti ad una sufficiente formazione civica per tutti?

 Diverso è il discorso per gli adulti. Purtroppo in questo campo spesso si rinnegano i valori della democrazia tollerando che parte consistente della popolazione (alcuni milioni) che contribuisce alla economia del paese e che paga le tasse viva in questo Paese con lo status ancora di suddito e non di cittadino. Dimenticando che in 17 stati dell’UE gli stranieri accedono al voto dopo 5 anni e le procedure per la cittadinanza sono molto meno lunghe e farraginose (e questo è un percorso vero di integrazione).

Per gli adulti c’è da augurarsi che sappiano quanto prima esprimersi per ovvi vantaggi di comunicazione.

Purtroppo per ragioni di lavoro imparano prima il dialetto che l’Italiano e quando cambiano regione o anche solo provincia o anche solo valle sono in grosse difficoltà.

E’ bene per loro stessi che imparino l’Italiano.

Ma la proprietà  di linguaggio non è una caratteristica diffusa: sarebbe bene che anche gli Italiani imparassero l’Italiano.

Quanto al rispetto delle leggi e della Costituzione, il richiamo sarebbe anche buffo se non provenisse da parte di un appartenente a quella forza politica che fa del vilipendio alla Bandiera ed allo Stato unico ed indivisibile uno dei suoi cavalli di battaglia. O che ha varato il famoso porcellum  che con il doppio premio di maggioranza è la negazione stessa della democrazia. O che dice di voler salvare le pensioni ma non ha fatto per anni una piega per la perdita del potere d’acquisto delle stesse né per la modifica della loro tassazione sempre in aumento pur facendo parte di una maggioranza bulgara per numeri e metodi.

Per rifarsi la “verginità politica” dopo tanti anni di promesse mancate e deluse, non si devono recuperare i vecchi arnesi tipo “dalli la caccia al nemico esterno” per non far vedere i fallimenti interni alla propria organizzazione, piegando strumentalmente la Costituzione ai propri fini ed attaccando il Capo dello Stato che è garante della Costituzione stessa .e pertanto la conosce bene. Come conosce bene anche la Dichiarazione dei diritti del bambino approvata dall’ONU il 20 Novembre 1959 e la
Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia – New York 20 novembre 1989 – ratificate anche dall’Italia ma spesso ignorate.

Modificare l’ordinamento per l’attribuzione della cittadinanza non è che un atto per la    piena attuazione dei valori della Costituzione e dei principi della democrazia: pertanto è interesse di tutti.


* Responsabile regionale PSI

SOS DIRITTI

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Bonus bebè negato agli stranieri: condannato il comune leghista di Adro

Dopo la mensa negata, la scuola zeppa di simboli leghisti (ndr: vedi video*), il contributo affitto negato agli stranieri

Il giudice del lavoro Mancini: «atti discriminatori».

Dovrà risarcire otto stranieri che non hanno ricevuto il bonus bebè e una donna rimasta esclusa dal contributo per l’affitto il Comune di Adro, già condannato dal Tribunale che aveva bollato come «discriminatori» i due provvedimenti nella parte in cui escludevano gli stranieri dai benefici e già noto per la vicenda della scuola targata Lega Nord.

Oscar Lancini
È quanto ha stabilito il tribunale d’appello di Brescia (giudice del lavoro di Brescia Maura Mancini), che ha accolto due ricorsi presentati da famiglie di extracomunitari. L’amministrazione, guidata dal sindaco leghista Oscar Lancini, è stata così condannata sia a risarcire i danni a otto stranieri rimasti esclusi dal bonus bebè, che a versare il contributo per l’affitto a una marocchina che ne aveva diritto. Nel primo caso dovrà versare una somma totale di 2.446 euro (pari al 50% del contributo) ai ricorrenti, otto stranieri che erano rimasti tagliati fuori dal bando per accedere al bonus bebè nonostante la clausola che escludeva gli extracomunitari fosse stata dichiarata illegittima dal tribunale.

La seconda sentenza riguarda una cittadina marocchina, alla quale è stato riconosciuto il diritto di ricevere 524 euro come contributo per l’affitto. In entrambi i casi, quando il giudice aveva condannato l’esclusione degli stranieri dal bonus per i nuovi nati e dai fondi per gli affitti destinati alle persone indigenti, Oscar Lancini attraverso una determina aveva imposto agli italiani di restituire la metà delle somme già ricevute, bloccando i versamenti in attesa che si rimpinguassero le casse comunali. Provvedimenti oggi condannati dal giudice del lavoro. «La sentenza non ci lascia completamente soddisfatti, perchè non ripristina integralmente la parità di trattamento – ha commentato Alberto Guarisio, legale degli otto stranieri – ma conferma che la pervicacia con la quale il Comune persegue l’obiettivo di emarginare e discriminare gli stranieri trova comunque un solido argine nelle norme di legge della nostra Repubblica».

Redazione Online

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BRESCIA. Il Magazzino 47 occupa il cinema Astra (Thomas Bendinelli) – Video

Occupazione locali vuoti cinema Astra (Brescia)

IN VIA X GIORNATE alle 17 un corteo
Chiedono di riaprire la trattativa per lo sfratto del centro sociale di via Industriale. In serata vertice in prefettura. Paroli: «La questione del Magazzino non è tra le priorità della giunta»

Occupazione locali vuoti cinema Astra (Brescia)«Cinema Astra occupato». Sembra un titolo d’altri tempi, ma è successo alle 15 di sabato 10 dicembre 2011. L’azione plateale è stata messa a segno da un gruppo di militanti del centro sociale Magazzino 47, che in vista della Notte Bianca di questa sera con la relativa chiusura del centro storico e l’apertura dei negozi, intendono accendere i riflettori sulla questione del centro sociale di via Industriale 10, (di proprietà comunale) che l’amministrazione vorrebbe sgomberare. «Se il Magazzino 47 è senza casa il Magazzino sarà ovunque» lo slogan ripetuto ieri dai militanti, che alle 17 sfileranno in corteo lungo via X Giornate (hanno comunque fatto sapere che il cinema verrà liberato in nottata). Nel cinema si terranno proiezioni gratuite (si inizia con «Inside the job»), musica e alle 17 è organizzato un corteo in centro.

L’azione di protesta arriva pochi giorni dopo il blitz alla giunta di quartiere del centro storico (mentre parlava il sindaco Paroli) e nel pieno della “guerra” con l’amministrazione comunale che vorrebbe sfrattare i giovani della sinistra antagonista dallo stabile di via Industriale 10. La querelle tra Magazzino 47 e l’amministrazione si trascina da tempo. Se una parte del PdL sarebbe disposto ad aprire una trattativa, la Lega Nord è contraria ad ogni mediazione. La questione in estrema sintesi è questa: il Magazzino 47 ha sempre pagato mille euro di affitto al mese, soldi che gli venivano poi riconosciuti per le attività culturali svolte in città. Ma di fatto il vicesindaco Rolfi ha detto no a questo accordo e il Magazzino ha sommato 60 mila euro di debiti pregressi (non sono stati riconosciuti i lavori di miglioria fatti nel caseggiato) che è disposto a liquidare dietro la garanzia di poter occupare l’immobile. «Siamo disposti ad affrontare il pagamento – Maurizio Murari del Magazzino 47 – ma vogliamo l’apertura di un tavolo

Sul posto è intervenuto anche l’assessore comunale al commercio Maurizio Margaroli (PdL) che ha rilasciato le prime dichiarazioni: «Queste azioni non facilitano l’accordo tra le parti ma complicano tutto». A chi gli chiedeva se l’amministrazione segua la posizione di Rolfi ha risposto seccato: «Questa amministrazione non ha due giunte nè due sindaci, una del Pdl e una della Lega, bensì una sola. Che discuterà ancora della questione». Categorico il sindaco Paroli: «La questione del Magazzino 47 non è tra le priorità della giunta». In serata si è anche tenuto un vertice in prefettura per decidere le azioni future, nel caso proseguisse l’occupazione. Poi, dopo una serata in musica i manifestanti hanno lasciato il cinema.

E in relazione a quanto successo, il Questore rende noto che «ogni attività illecita verrà perseguita con fermezza a norma di legge. L’occupazione è stata filmata dagli operatori del Gabinetto Provinciale della Polizia Scientifica e gli autori saranno deferiti all’Autorità Giudiziaria, così come sono stati documentati tutti i danni causati che potranno essere interamente risarciti, con eventuale azione civile e penale promossa dagli aventi diritto».

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corrieredellasera/brescia

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La petizione sulla discarica di amianto di Cappella Cantone arriva a Bruxelles

Il 20 dicembre a Bruxelles una nostra delegazione consegnerà di persona all’on. Erminia Mazzoni, presidente della commissione Petizioni, la petizione sulla discarica di amianto di Cappella Cantone.

Nuovo importantissimo risultato per la lotta contro la discarica di amianto

E’ con immensa soddisfazione che comunichiamo la notizia che l’on Erminia Mazzoni, presidente della Commissione Petizioni, riceverà una delegazione di Cittadini contro l’amianto il prossimo 20 dicembre a Bruxelles, alle ore 12.30, a margine della riunione della Commissione Petizioni, e in  quella occasione consegneremo ‘brevi manu’ la petizione sulla discarica di amianto di Cappella Cantone. Siamo riusciti a sensibilizzare il Parlamento Europeo al nostro problema grazie anche all’impegno e alla mobilitazione dei numerosissimi cittadini che hanno firmato la Petizione. Sicuramente l’aver comunicato all’on. Mazzoni che la nostra petizione é già supportata da oltre mille firmatari ha contribuito a far prestare attenzione al caso di Cappella Cantone e questo dimostra anche che solo quando i cittadini si muovono in prima persona arrivano i risultati più incredibili.

Ringraziamo, quindi, chi ha finora firmato la petizione ad Annicco, Cappella Cantone, San Bassano, Soresina e Castelleone ed invitiamo chi ancora non ha potuto firmare  e tutti i cittadini di Romanengo e dei comuni cremaschi limitrofi a partecipare numerosi alla prossima raccolta firme che si terrà domenica prossima 20 novembre a Romanengo dalle ore 9.30 alle 12 in piazza G. Matteotti (vicino al Municipio).

Romanengo é il simbolo doloroso per il nostro territorio della lotta all’amianto perché vi sorge l’ex INAR, fabbrica di tessuti in fibra di amianto, che ha provocato il contagio e/o la morte tra decine e decine di operaie, di familiari e di comuni cittadini.

Abbiamo sempre ben presente questa tragedia, che si é consumata e si consuma tuttora a pochi chilometri da dove vogliono realizzare la discarica;  ed é per evitare altre tragedie simili che ci stiamo impegnando al massimo perché lo smaltimento del rifiuto amianto avvenga nel pieno rispetto delle norme nazionali, regionali e comunitarie, senza compromissione della salute e dell’ambiente.

d.ssa Mariella Megna – Cittadini contro l’amianto

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Bonus bebè, malus per me (Nadia Busato. BS)

È l’estate del 2009 quando, pagina di quotidiano locale vecchia di un anno alla mano, compongo per la prima volta il numero dei Servizi Sociali del Comune di Brescia.
Lo ammetto: ero incinta, piena di vita, piena di speranza e anche di aspettative.
Il futuro mi sorrideva.
E, nel mio delirio progestinico, anche gli impiegati comunali.

- Sportello Servizi Sociali. Dica?
– Buongiorno, signora. Sto per avere un figlio e vorrei informazioni sul bonus bebè destinato ai nuovi nati.

– Che informazioni vuole signora? Il bonus bebè non c’è più.
– Come non c’è più? Ma qui ho un giornale che dice esattamente… Aspetti, le leggo: Il Comune di Brescia regala mille euro a ogni nuovo bambino.
– Signora, le manca il numero che dice: Sospeso il bonus comunale per i nuovi nati.
– Ma com’è successo?
– La scusa è che troppe famiglie extracomunitarie hanno chiesto il bonus e quindi è stato sospeso.
– Sospeso non significa annullato.
– La pensi come crede.
– … scusi, però, qualcosa non mi torna. In che senso “troppe famiglie extracomunitarie”?
– Signora, avrei gente allo sportello.
– Capisco. Però questa me la deve spiegare: ma un bambino che nasce in Italia non è semplicemente …italiano?
– Non le faccio io le regole, signora.
– Sì, certo. Però le applica. Non crede che -se la scusa è davvero questa- sia un tantinello razzista e pure un po’ idiota?
– Dovrebbe dirlo a qualcun altro.
– E a chi? Io qui sono il cittadino, lei il Comune. E mi sta dicendo che i bambini che nascono a Brescia non sono tutti uguali: ci sono i più italiani e i meno. E si aspetta che io prenda per buona questa giustificazione?
– E che dovrei dirle?
– Che la campagna elettorale è finita, che ci sono i soldi per cambiare le fioriere nelle piazze ma non per dare un aiuto (se aiuto vogliamo definirlo…!) alle famiglie.
– …ha finito?
– No. Vorrei che riferisse al suo capo che i bambini che nascono in questa città sono tutti italiani e hanno gli stessi diritti.
– Signora… non è il mio capo.
– Bhé, è il sindaco.
– Sì, per cinque anni.
– Quindi… mi sta dicendo che forse il bonus tornerà, magari con un altro sindaco?
– No, le sto dicendo che io sono qui da molto più tempo di ogni sindaco. E che non dovrebbe arrabbiarsi.
– … [sospiro deluso]
– … però riprovi, certo. Magari mi sbaglio e questa volta sarà diverso.
– Capito. Ci sentiamo.
– Arrivederci. E auguri.
– Mi sa che ne avrò bisogno. Grazie.

Poi passano due anni. E nella primavera del 2011 io sono di nuovo incinta. E gli ormoni mi fanno l’effetto di un’amnesia speranzosa. Così, dopo che un’amica mi riferisce una voce, ricompongo il numero dei Servizi Sociali.

- Sportello Servizi Sociali. Dica?
– Salve. Ho sentito che è stato ripristinato il bonus bebé per i nuovi nati. Me lo conferma?
– Non so dove l’abbia sentito, signora. Il bonus è sospeso dal 2008.
– Non è stato l’anno di elezione del sindaco?
– Sì, signora. Se non ha avuto figli in quell’anno, non ha diritto al bonus.
– Quindi, o facevo figli quando ha vinto il sindaco o la mia unica speranza è aspettare un altro sindaco? Ma io sono incinta adesso!
– Mi dispiace.
– No, non lo dica.
– Ha capito cosa intendevo!
– Sì: che faccio figli nella città sbagliata.
– No: fa solo figli con il sindaco sbagliato.
– …

Chissà se con un sindaco donna sarebbe stato tutto più giusto.

cds/Brescia

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Giovane e bella, vuol fare la modella: il papà la prende a frustate (Beatrice Raspa)

Una una studentessa albanese denuncia: maltrattata e picchiata, non potevo neanche uscire

Violenza donneBrescia, 3 novembre 2011 - Storie di immigrati di seconda generazione che viaggiano alla velocità dei coetanei italiani. Ma la famiglia vive nel passato. E il conflitto è inevitabile. Lei è una 18enne albanese, studentessa di un liceo scientifico della provincia. La chiameremo Danja. Loro sono un padre e una madre poco più che quarantenni, di casa nell’entroterra gardesano con altri due figli. Tutto potrebbe procedere senza scosse degne di nota se non fosse per un dettaglio. Che trasforma una routine di ordinari diverbi tra genitori e una adolescente ribelle in un cataclisma.

Lei è bella. E ha un sogno: vuol fare la modella. A darle coraggio c’è un fotografo di una agenzia milanese che la vorrebbe immortalare in un book fotografico. Le dice che è perfetta. Insomma, le sfilate e le passerelle potrebbero essere a portata di mano. Ma questa figlia che scalpita per entrare nel mondo luccicante della moda per mamma e papà, è fumo negli occhi. Il padre è l’ultimo a venire a sapere che la sua Danja ha in programma di farsi fare degli scatti per diventare mannequin. E la situazione esplode. I genitori mordono il freno, iniziano a controllare, a vietare.

La tensione cresce. Insulti, schiaffi, rimproveri, divieti e pure le botte, lamenta la ragazza. Siamo a fine novembre 2010. Il caso finisce in mano ai carabinieri, che denunciano i coniugi per maltrattamenti e lesioni. L’avrebbero resa vittima di «violenze psicologiche e fisiche», presa a sberle, persino picchiata sulla schiena con il ramo di un albero del cortile. «Non vedo l’ora che tu muoia – era secondo l’accusa il refrain del padre – così mi tolgo un peso». Risultato: sul capo dei genitori pende una richiesta di rinvio a giudizio. A decidere sarà ora il gup, il 26 gennaio 2012.

La storia dell’aspirante modella frustata è venuta alla luce tramite la scuola. Avvilita, un giorno di un anno fa la ragazza ha deciso di chiedere aiuto agli insegnanti, sfogandosi in una lunga lettera. Ha denunciato una vita impossibile, fatta di controlli del cellulare, di divieti di frequentare i compagni. Di oppressioni continue. Il caso dall’istituto è rimbalzato ai servizi sociali, ai carabinieri e poi alla Procura dei minori, che ha aperto un’inchiesta e disposto per la giovane, all’epoca 17enne, il trasferimento in una comunità protetta. Dal canto suo il padre gli inquirenti ha confessato: «Rifarei tutto». E’ convinto che la figlia abbia stretto un patto con il diavolo. E ai carabinieri ha raccontato che Danja, un tempo tutti 10 in pagella, nell’ultimo periodo saltava le lezioni. Aveva troppi grilli per la testa.


ilgiorno/Brescia

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