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Accolta la richiesta di ”Cittadini contro l’amianto”: la Commissione Europea indagherà sull’autorizzazione concessa a Locatelli

La Commissione Europea accoglie la richiesta di Cittadini contro l’amianto e dei 1200 firmatari della Petizione di indagare sull’autorizzazione concessa a Locatelli per realizzare la discarica di amianto di Cappella Cantone (Cremona).

Il 15 maggio abbiamo ricevuto dalla Commissione Petizioni dell’Unione Europea la comunicazione ufficiale (vedi allegato) di aver avviato le procedure per svolgere un’indagine preliminare sui vari aspetti dell’autorizzazione data dalla Regione Lombardia per realizzare la discarica di amianto di Cappella Cantone. Stiamo lavorando per fare in modo che i commissari europei vengano direttamente sul posto. Questa decisione costituisce un altro risultato politico raggiunto dai cittadini della zona interessata, dopo che la mobilitazione e la magistratura avevano bloccato e messo sotto sequestro l’area destinata alla discarica.

Con questa decisione il Parlamento Europeo si dimostra più sollecito della giunta Formigoni nel voler indagare sulla discarica di Cappella Cantone. Infatti da circa due mesi è stata costituita ufficialmente a livello regionale una commissione d’inchiesta che naturalmente non si è ancora riunita per lavorare. Inoltre poco o nulla è stato fatto per modificare e ridefinire ruolo e funzione dell’ARPA soprattutto per quanto riguarda la nomina dei dirigenti, dopo che il massimo esponente dell’ARPA Lombardia, Rotondaro, è stato arrestato con l’accusa di corruzione nell’ambito dell’inchiesta sulla discarica di Cappella Cantone che ha portato anche agli arresti di Locatelli, intestatario dell’autorizzazione, e Nicoli Cristiani (Pdl) ex assessore all’ambiente della Regione Lombardia. Ricordiamo che Rotondaro è accusato di aver ricevuto mazzette per ammorbidire i controlli della falda acquifera dell’ex cava Retorto, il luogo dove si voleva realizzare la discarica.

Questa una delle intercettazioni: 8 giugno 2011, il giorno precedente alla conferenza dei servizi

LOCATELLI: Pronto.
ROTONDARO: Buongiorno, come stai?
LOCATELLI: Eh non lo so, ti farò sapere domani.
ROTONDARO: Eh…dai…vedrai che domani starai meglio.
LOCATELLI: Dici?
ROTONDARO: Si, si, si. Dove sei?
LOCATELLI: A Grumello.
ROTONDARO: Ah. Niente, io…penso che sia tutto a posto. Ho fatto anche delle verifiche …
LOCATELLI: Hai fatto un po’ di verifiche?
ROTONDARO: Si, son stato giù anche l’altro giorno lì…dalle tue parti, non te l’han detto?

Dopo questi fatti non è più possibile tollerare che chi deve fare i controlli ambientali sia un organismo dipendente dal governo regionale; come è noto le nomine dei dirigenti dell’ARPA Lombardia sono fatte direttamente dalla giunta Formigoni e non è più prevista l’approvazione da parte del consiglio regionale.

Ci preme inoltre sottolineare come sia stato inopportuno e fuori luogo e tempo costituire un “tavolo tecnico” , che nei fatti è solo politico, nelle province di Cremona e Pavia al fine di individuare siti idonei per lo smaltimento dell’amianto. A questo proposito abbiamo già avuto modo di esprimere la nostra valutazione radicalmente negativa per i seguenti motivi che riassumiamo:

1) Già dal 2008 Cittadini contro l’amianto denunciava che non si potevano autorizzare discariche senza una pianificazione dei siti idonei a livello regionale. La Regione ha sempre ignorato le nostre richieste, ha autorizzato la discarica di Cappella Cantone e solo adesso che è scoppiato lo scandalo decide di procedere alla pianificazione.

2) Si vuole discutere di siti idonei senza coinvolgere direttamente i cittadini interessati, tutti i partiti politici e tutte le organizzazioni sindacali.

3) Secondo la Regione Lombardia uno degli interlocutori , per la provincia di Cremona, è l’attuale amministrazione provinciale di centro-destra del ciellino Salini, la stessa, cioè, che diede parere favorevole alla valutazione di impatto ambientale per la discarica di Cappella Cantone e negativo per la discarica di Cingia de’ Botti pur avendo i due progetti caratteristiche simili; la stessa che non disse né SI né NO alla discarica in sede di autorizzazione integrata ambientale (e per legge si intende un SI).

4) La composizione di questi “tavoli” a Cremona e Pavia ha seguito principi inspiegabili e non corrisponde ai criteri di competenza e neanche alle procedure previste per la pianificazione del trattamento e smaltimento dei rifiuti.

5) Le proposte di pianificazione dovrebbero essere preventive, fatte da tecnici qualificati e non da politici, prendendo in considerazione TUTTO il territorio regionale.

Ci risulta, invece, che questi tavoli siano attivi solo a Cremona e Pavia, guarda caso le uniche province, oltre a Bergamo e Brescia, dove i privati vogliono realizzare discariche di amianto.

Ci tornano con inquietudine alla memoria le intercettazioni fatte dagli inquirenti in un ristorante di Brescia in cui si ritrovano Locatelli, Nicoli Cristiani e Mauro Papa, amministratore della Ecoeternit, e parlano di una sorta di spartizione delle aree di competenza: Papa nelle province di Brescia e Bergamo, Locatelli a Cremona e Pavia. I tre parlano anche di Faustini.

La Ecoeternit sta gestendo una discarica di amianto a Montichiari, Faustini sta per finire la realizzazione di una discarica di amianto a Brescia, località San Polo, e ha chiesto di realizzare una discarica di rifiuti di amianto pericolosi accanto alla discarica della Ecoeternit.

Noi riteniamo comunque urgente risolvere il problema dello smaltimento dell’amianto, ma nello stesso tempo pensiamo che di questo NON SI POSSA OCCUPARE l’attuale giunta Formigoni a seguito delle recenti e note vicende giudiziarie che hanno coinvolto assessori ed ex assessori in gravi reati di corruzione e scempio ambientale. Formigoni non poteva non sapere nonostante che, con arroganza, continui a definirsi estraneo all’operato dei suoi uomini, senza il timore di sfiorare il senso del ridicolo e documentare quanto dice con prove.

In sostanza noi ribadiamo la necessità di provvedere sia alla revoca delle autorizzazioni date che alla moratoria di tutte le domande in corso di autorizzazione per lo smaltimento dell’amianto in Lombardia; vogliamo che si costituisca un organismo qualificato con il compito di verificare l’idoneità e la sicurezza dei progetti e dei siti destinati allo smaltimento dell’amianto , che sia indipendente dalla politica e che tuteli i reali interessi dei cittadini, che sono la difesa della salute e del territorio, e non le lobbies di varia natura.

Un’ultima annotazione: siamo contenti e soddisfatti che quasi tutti si siano convertiti alla necessità di esplorare metodi e soluzioni alternativi all’interramento del cemento amianto. Quattro convegni scientifici qualificati organizzati da noi in questi quattro anni sono serviti a convincere anche esponenti della giunta regionale sulla necessità di seguire questa strada. E questo non è poco anche se bisognerà sempre vigilare su possibili colpi di mano. Politici corrotti ed imprenditori invischiati con la criminalità organizzata sono sempre in agguato.

Cittadini contro l’amianto

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Piazza della Loggia, il governo paga le spese processuali a carico delle parti civili

Il Governo pagherà le spese processuali a carico delle parti civili per la strage di piazza della Loggia del 28 maggio 1974. Il consiglio dei ministri, su proposta del Presidente Monti – si legge in una nota di palazzo Chigi – ha preso la decisione di assumere a carico del Governo le spese processuali derivanti dalla conclusione del procedimento per la strage di Piazza della Loggia. Il Presidente Monti aveva concordato la decisione con il Presidente della Repubblica.

Considerando che la Presidenza del Consiglio si era costituita parte civile, – recita la nota – deve ritenersi che la condanna in solido delle parti civili al pagamento delle spese sia sostenuta legittimamente dal solo Stato, anche in virtù della vigente legislazione sulla tutela delle vittime del terrorismo. Infatti, in base alla legge 3 agosto 2004, n. 206, e alla direttiva del Presidente del Consiglio dei Ministri del 27 luglio 2007, le vittime e i familiari di eventi stragisti beneficiano dell’assistenza processuale pubblica in «ogni procedimento giurisdizionale».

Il governo, quindi, non ha voluto che si ripetesse la beffa del processo di Piazza Fontana del 2004 quando i familiari delle vittime furono condannati al pagamento delle spese processuali dopo l’assoluzione del gruppo ordinovista veneto. Questa volta lo stesso gruppo è stato assolto per la strage di Piazza Della Loggia, del maggio 1974, ma Mario Monti, d’intesa con il capo dello Stato Giorgio Napolitano, è intervenuto. Una decisione simbolica, visto che la cifra non sarà ingente, ma che invia un preciso messaggio: chi cerca la verità non può pagare per questa sua richiesta, sempre giustificabile e valida anche 38 anni dopo i fatti.

Già sabato, dopo la nuova assoluzione per gli imputati, erano state molte le richieste di intervento: si era chiesto anche un decreto legge da parte dell’ex sindaco della città, Paolo Corsini. Walter Veltroni aveva proposto che i partiti pagassero unitariamente le spese. Oggi il comune di Bologna aveva offerto un contributo in un coro di interventi e proposte.

Poi la decisione presa dal Consiglio dei Ministri. Anche una risposta diretta alle amare parole di Manlio Milani, che Presiede l’associazione dei familiari delle vittime: «Una beffa, è ridicolo, permettetemi di dirlo, che in questi processi che sono contro anche due uomini che rappresentavano lo Stato, si debbano anche pagare le spese processuali».

Il riferimento è al generale dei carabinieri, Francesco Delfino e all’ex parlamentare missino Pino Rauti. Delfino, allora capitano a Brescia si occupò dell’inchiesta «e – ha detto Milani dopo la sentenza – l’esito di queste ore è anche il risultato di come sono state condotte le prime indagini. Queste persone non si sono mai fatte vedere in un’aula in in tre anni di processo. Dovevano avere il rispetto per il ruolo istituzionale che hanno ricoperto e per le vittime di questa strage».  (ilsole24H)

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BRESCIA. La storia (infinita) della strage di Piazza Loggia. La ”penultima” beffa (rassegna)

Salvini: era credibile il pentito della strage
di Jolanda Bufalini

Il gip che indagò sull’eversione nera in Lombardia:
«La confessione di Tramonte su Piazza della Loggia è veritiera. C’erano anche riscontri»

Il «Contesto», come lo chiama evocando Leonardo Sciascia, Manlio Milani, il presidente del comitato delle vittime della strage del 28 maggio 1974, è per Guido Salvini, chiaro: «Piazza della Loggia è un momento della strategia nera di Ordine Nuovo». Questa certezza, che «deve spingere a cercare ancora la verità» è «l’enorme risultato di conoscenza portato dalle indagini di Milano e di Brescia, al di là degli esiti giudiziari».
Esiti tuttavia deludenti, dottor Salvini? «Non si polemizza con le sentenze», però «sono stupefatto», dice il magistrato che, fra la fine degli anni Ottanta e i Novanta, riaprì le inchieste sulla eversione nera e su piazza Fontana. «Stupefatto» a proposito della decisione dei giudici della corte d’assise d’appello di Brescia, che ha mandato assolti il medico veneziano Carlo Maria Maggi, capo di Ordine Nuovo nel Veneto degli anni Sessanta e Settanta, dell’ex ordinovista Delfo Zorzi, dell’ex collaboratore del Sid, Maurizio Tramonte e del generale dei carabinieri Francesco Delfino, nei giorni dell’eccidio comandante del Nucleo investigativo dei Carabinieri di Brescia. Allora la piazza della strage fu rapidamente pulita con le autopompe, e la sollecita pulizia riguardò anche i cestini, in un dei quali era stato nascosto l’ordigno.
«Hanno assolto è lo sconcerto del magistrato un reo confesso». La fonte «Tritone» «la conoscevamo da tempo», racconta Salvini, «c’erano circa 25 sue relazioni al Sid, ma non sapevamo chi fosse questo Tritone». Fra quelle informative c’era anche quella relativa alla riunione di Abano Terme del 25 maggio 1974, in cui si discusse di un «grande attentato». Racconta ora il presidente del comitato dei familiari delle vittime Manlio Milani, «nel documento si parla di un gruppo in costruzione, Ordine Nero, ma quel gruppo altro non era che il nuovo nome di Ordine nuovo, che il ministro Paolo Emilio Taviani aveva messo fuori legge. E Carlo Maggi era il capo indiscusso di Ordine Nuovo nel Veneto».
La fonte “Tritone”, ricorda Salvini, «sin dal 1974 aveva relazionato nei dettagli di aver partecipato con i capi ordinovisti alle riunioni in cui si preparò la strage di Brescia».
Poi, un bel giorno del 1992, Guido Salvini era andato in trasferta da Milano a Padova, agli uffici del Sismi, e ricorda ancora con emozione il momento della scoperta: «Eravamo andati per l’incartamento di Gianni Casalini». Casalini era un altro ordinovista e informatore del Sid con il nome di copertura «Turco», coinvolto nella inchiesta per le bombe alla banca dell’Agricoltura, in piazza Fontana a Milano. «Ci furono consegnati questi enormi faldoni senza alcun problema, nel 1992 ormai non c’era più interesse a nascondere. Fui io a trovare in fondo al fascicolo il foglietto che rivelava il nome della fonte “Tritone”, Maurizio Tramonte». «Nell’istruttoria, nel corso di molti interrogatoti, Tramonte confessò». Quella prima confessione, ritiene Salvini, è «veritiera, e tanto più credibile in quanto non si trattava di accuse ad altri ma a se stesso». «Poi Tramonte ha cominciato ad allargarsi, potrebbe aver raccontato anche frottole. Alla fine, in aula si chiuse nel silenzio e ritrattò in modo meno che plausibile». Però alla confessione «c’era riscontro» e la principale conferma alle parole del neofascista informatore del Sid, venne, ribadisce Guido Salvini, «dal maresciallo del Sid Fulvio Felli, che riceveva le informative e che ha confermato tutto».
Ora si dovrà attendere la stesura della sentenza per la quale ci sono 90 giorni di tempo. E, strana coincidenza, anche il relatore e estensore della sentenza, il giudice Bocchiaro, viene da Cremona, dove è stato collega, fino al dicembre 2011, del giudice Salvini. L’uno al penale, l’altro alla sezione civile, ai fallimenti. I Pm di Brescia si sono riservati di valutare il ricorso in Cassazione. La lettura delle motivazioni ci farà capire perché sia stata ritenuta non attendibile la confessione della fonte «Tritone». È probabile che l’assoluzione dell’ex informatore abbia portato con sé anche l’assoluzione per Carlo Maria Maggi, sfuggente dominus della cellula veneta di Ordine Nuovo degli anni settanta.
l’Unità 16.4.12
Corriere della Sera 16.4.12
Brescia, radiografia di una strage la bomba, le bugie, le prove sparite
Come sono state sviate le indagini sui neofascisti e sui complici
di Giovanni Bianconi

BRESCIA — Rispetto alle altre stragi che hanno insanguinato l’Italia e seminato terrore secondo gli intenti degli «strateghi della tensione», quella di piazza della Loggia è un caso a parte. Secondo quel che è emerso da tutte le indagini su tutti gli attentati di quel disgraziato e politicamente incerto periodo (1969-1974), anche gli 8 morti e 102 feriti di Brescia rientrano nel disegno cominciato nella primavera-estate del 1969 con le bombe nelle città e sui treni, che fecero da preludio all’eccidio di piazza Fontana, e finito con l’esplosione sul treno Italicus nell’agosto 1974, tre mesi dopo piazza della Loggia. Ma all’interno dello stesso disegno, quella strage ha una caratteristica unica.
È un attentato più politico degli altri, perché ha un obiettivo politico evidente, esplicito, quasi dichiarato: la manifestazione antifascista indetta dai sindacati proprio per protestare contro le trame nere. Ha colpito un raduno politico e pubblico, tanto da essere rimasto inciso sui nastri di chi stava registrando il comizio interrotto dallo scoppio, che ancora oggi tutti possono sentire come fosse in diretta.
L’attentato più politico
Ha scritto il giudice istruttore Giampaolo Zorzi il 23 maggio 1993, a diciannove anni dai fatti e al termine della quarta istruttoria (conclusa con una serie di archiviazioni e la trasmissione degli atti alla Procura per dar vita alla quinta inchiesta, da cui sono derivate le assoluzioni pronunciate l’altro ieri dalla corte d’assise d’appello): «Quei sette chili di esplosivo furono lo strumento non di una strage indiscriminata, di un atto di terrorismo puro, di un proditorio “sparo nel mucchio” finalizzato a seminare il panico e un diffuso senso di insicurezza in relazione a qualunque situazione di vita quotidiana, ma un vero e proprio attacco diretto e frontale all’essenza stessa della democrazia; ossia al diritto dei membri della polis di ritrovarsi nell’agorà e di esprimere lì, direttamente, senza mediazioni di sorta, la propria soggettività politica, individuale e collettiva».
Le bombe sui treni, nelle stazioni, nelle banche o alle fiere campionarie erano destinate alla popolazione civile in generale, contro chiunque capitasse nei paraggi, senza distinzioni di sorta. A Brescia, invece, si è voluto colpire chi era sceso in piazza contro il clima di tensione e gli altri attentati: da ultimo quello che, proprio nella città lombarda, stava preparando dieci giorni prima il neofascista Silvio Ferrari, saltato sull’ordigno che trasportava. Non è un caso che siano morti cinque insegnanti attivisti del sindacato-scuola, due operai e un ex partigiano.
Le considerazioni finali del giudice Zorzi costituiscono l’atto giudiziario e d’accusa più limpido e indignato tra quelli accumulati finora, in trentotto anni di inchieste e dibattimenti (anche se non ha portato a richieste di rinvio a giudizio, ma ciò testimonia solo l’assenza di qualsivoglia accanimento giudiziario nei confronti degli inquisiti). Perché quell’ordinanza mette insieme gli indizi e gli elementi che non sono riusciti a diventare prove, e chiarisce bene lo sfondo politico in cui tutto è avvenuto. Individua quello che lo stesso Zorzi chiama il «marchio di fabbrica» della bomba nell’attività dei gruppi neofascisti più o meno mascherati, inquinati e inquinanti, che — a parte gli eccidi con morti e feriti — disseminarono il centro-nord del Paese di dinamite e tritolo, candelotti e petardi. Esplosi mentre, soprattutto dopo il referendum sul divorzio, l’avanzata delle sinistre «veniva a profilarsi in termini meno velleitari che in passato», e il Gran maestro della P2 Licio Gelli riuniva a casa sua, tra molte altre persone, il procuratore generale di Roma e il comandante della Divisione Pastrengo dei carabinieri per analizzare «l’incerta e preoccupante situazione politica di quel momento».
I servizi segreti
È in questo contesto, e a causa di questo contesto, che prima e dopo gli attentati si sono mosse persone e apparati al fine di ostacolare l’accertamento della verità. Anche e soprattutto sulla strage di piazza della Loggia. Perché è verosimile che le responsabilità dell’ideazione e dell’esecuzione siano frastagliate, e non è detto che i protagonisti di ciascun segmento preparatorio ed esecutivo siano a conoscenza di tutti gli altri. Dunque si tratta di indagini difficili e complesse di per sé. Tuttavia i depistaggi sapientemente disseminati quasi in ogni passaggio delle diverse istruttorie hanno impedito di mettere insieme i pezzi del mosaico che rischiavano di incastrarsi e mostrare il disegno, e di dare valenza probatoria alla ricostruzione che i magistrati hanno potuto solo ipotizzare.
Ci sono le bugie dei responsabili dei servizi segreti, che hanno nascosto e negato gli appunti con le informazioni della «fonte Tritone» (scoperti per caso dopo quasi vent’anni), nei quali si svelavano, nell’immediatezza dei fatti, i programmi bombaroli del gruppo veneto di Ordine nero, diretta discendenza del disciolto Ordine nuovo. C’è la distruzione dei reperti con il lavaggio della piazza due ore dopo l’esplosione, e dopo che i netturbini avevano passato le ramazze e gettato via i sacchi di rifiuti (e verosimilmente di reperti). C’è la costruzione della «pista Buzzi», probabilmente non falsa ma riduttiva, con successivo omicidio del condannato in primo grado alla vigilia del processo d’appello. E ci sono tante altre stranezze, di cui potrebbero dare conto le motivazioni delle assoluzioni dell’altro ieri.
Un «brivido di rabbia»
Ancora nell’istruttoria del giudice Zorzi è riportato un interessante compendio delle negligenze, a voler essere generosi, dei servizi di sicurezza. Si ricostruisce, ad esempio, la storia di un altro appunto prodotto nel 1989 dal Sismi guidato dall’ammiraglio Martini, il quale precisava che «non esistono ulteriori documenti dai quali si possano trarre utili elementi di valutazione» sulla bomba di piazza della Loggia. Dopo aver dato conto della totale inconsistenza e inutilità dell’informazione, Zorzi esprime con amaro sarcasmo al servizio segreto militare «il vivo ringraziamento del popolo italiano per aver saputo produrre, su questa epocale tragedia, una sola “velina” di cotanta utilità».
Lo stesso giudice ripercorre la vicenda della rogatoria che doveva svolgersi in Argentina, nel 1985, per interrogare il giovane fascista «massacratore del Circeo» Gianni Guido, evaso da un carcere italiano e riacciuffato in Sud America. La rogatoria saltò perché qualcuno comunicò alle autorità argentine che i magistrati italiani non erano in grado di presentarsi alla data prefissata. Peccato che i magistrati italiani non sapessero niente di quella data, e quando si riuscì a fissarne un’altra Gianni Guido era provvidenzialmente rievaso.
Una situazione, commenta il magistrato, «che fa letteralmente venire i brividi (soprattutto di rabbia) in quanto si propone quale riprova, se mai ve ne fosse bisogno, dell’esistenza e della costante operatività di una rete di protezione pronta a scattare in qualunque momento e in qualunque luogo». Sono gli stessi brividi che molti hanno provato sabato mattina, alla lettura dell’ultima sentenza sulla strage di Brescia rimasta impunita.

Repubblica 16.4.12
“Strategia della tensione” le parole di Moro sulla strage di Brescia
di Miguel Gotor

Nella primavera 1978 le Brigate rosse sottoposero Aldo Moro a un interrogatorio che riguardò anche la strage di piazza Fontana del 1969 e quella di piazza della Loggia del maggio 1974.
Come è noto, il memoriale del prigioniero è giunto a noi incompleto, ma su quegli anni egli formulò un giudizio chiaro utilizzando la categoria di “strategia della tensione”. Quel tempo fu «un periodo di autentica ed alta pericolosità con il rischio di una deviazione costituzionale che la vigilanza delle masse popolari fortunatamente non permise». Moro espose i meccanismi e le finalità della strategia della tensione, impostata da servizi stranieri occidentali con propaggini operative in due paesi allora fascisti come la Grecia e la Spagna. Essa aveva potuto godere del contributo dei servizi italiani militari con «il ruolo (preminente) del Sid e quello (pure esistente) delle forze di Polizia», ossia dell’Ufficio Affari riservati diretto da Federico Umberto D’Amato.
Secondo il prigioniero lo scopo era stato quello di realizzare una serie di attentati attribuendoli alla sinistra per destabilizzare l’Italia e poi coprire i veri responsabili con appositi depistaggi: «La c. d. strategia della tensione ebbe la finalità, anche se fortunatamente non conseguì il suo obiettivo, di rimettere l’Italia nei binari della “normalità” dopo le vicende del ’68 ed il cosiddetto autunno caldo», anche se Moro trascurava il varo nel giugno 1972 del governo centrista Andreotti-Malagodi, dopo l’attentato di Peteano per cui è reo confesso il neofascista Vincenzo Vinciguerra. Secondo l’ostaggio i servizi segreti italiani non diedero vita a deviazioni occasionali, ma a un’opera sistematica di inquinamento per «bloccare certi sviluppi politici che si erano fatti evidenti a partire dall’autunno caldo e di ricondurre le cose, attraverso il morso della paura, ad una gestione moderata del potere». Egli fece riferimento all’azione di “strateghi della tensione”, senza però offrirne un ritratto esplicito, e si espresse duramente nei riguardi della Democrazia cristiana: «Bisogna dire che, anche se con chiaroscuri non ben definiti, mancò alla D. C. di allora ed ai suoi uomini più responsabili sia sul piano politico sia sul piano amministrativo un atteggiamento talmente lontano da connivenze e tolleranze da mettere il Partito al di sopra di ogni sospetto». E ancora: «se vi furono settori del Partito immuni da ogni accusa (es. On. Salvi) vi furono però settori, ambienti, organi che non si collocarono di fronte a questo fenomeno con la necessaria limpidezza e fermezza».
L’attenzione di Moro si focalizzava su Giulio Andreotti, il quale aveva «mantenuto non pochi legami, militari e diplomatici, con gli Americani dal tempo in cui aveva lungamente gestito il Ministero della Difesa entro il 68». In particolare con la Cia, «tanto che poté essere informato di rapporti confidenziali fatti dagli organi italiani a quelli americani». Moro ripeteva, per ben undici volte, il nome del giornalista neofascista Guido Giannettini, incriminato nel 1973 per la strage di piazza Fontana da cui sarà assolto, sottolineando l’importanza di un’intervista che Andreotti aveva concesso a Il Mondo nel giugno 1974, all’indomani della strage di Brescia, in cui aveva rivelato che Giannettini era in realtà un agente del Sid infiltrato in Ordine nuovo. È come se Moro avesse voluto alludere a una pregressa consapevolezza di Andreotti (“uomo abile e spregiudicato”) riguardo alle azioni messe in campo da quegli ambienti, da cui aveva deciso improvvisamente di prendere le distanze («un primo atto liberatorio fatto dall’On. Andreotti di ogni inquinamento del Sid, di una probabile risposta a qualche cosa di precedente, di un elemento di un intreccio certo più complicato»).
Tale ricostruzione sarà confermata nell’agosto 2000 da Gianadelio Maletti, il responsabile dell’ufficio D del Sid dal 1971 al 1975, condannato per avere agevolato la fuga di Giannettini all’estero, il quale, in un’intervista a Daniele Mastrogiacomo per questo giornale, dichiarò «La Cia voleva creare attraverso la rinascita di un nazionalismo esasperato e con il contributo dell’estrema destra, Ordine nuovo in particolare, l’arresto del generale scivolamento verso sinistra. Questo è il presupposto di base della strategia della tensione».
In che modo? «Lasciando fare», e Andreotti «era molto interessato. Soprattutto del terrorismo di destra e dei tentativi di golpe in Italia».
È significativo notare che Pier Paolo Pasolini nel novembre 1974, ossia pochi mesi dopo la strage di Brescia e l’intervista dell’allora ministro della Difesa Andreotti che scaricava l’agente dei servizi militari Giannettini, scrisse sul Corriere della Sera l’articolo Cos’è questo golpe? Io so, in cui individuava l’esistenza di due diverse fasi della strategia della tensione: la prima, con la strage di piazza Fontana, anticomunista, funzionale a chiudere con l’esperienza dei governi di centro-sinistra e ad arginare l’ascesa del Pci; la seconda, con le bombe di Brescia, antifascista, ossia utilizzata per bruciare quanti ancora erano impegnati a creare le condizioni di un golpe nero e di una soluzione militare in Italia, esattamente come fatto da Andreotti con Giannettini: «Io so i nomi di coloro che, tra una Messa e l’altra, hanno dato le disposizioni e assicurato la protezione politica a vecchi generali (per tenere in piedi, di riserva, l’organizzazione di un potenziale colpo di Stato), a giovani neo-fascisti, anzi neonazisti (per creare in concreto la tensione anticomunista) e infine criminali comuni, fino a questo momento, e forse per sempre, senza nome (per creare la successiva tensione antifascista) ». Forse per sempre senza nome. Così scriveva un anno prima di essere ucciso il poeta che ebbe l’ardire di farsi storico del suo presente: l’ultima profezia, come ribadisce la sentenza dell’altro ieri sulla strage di Brescia.

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SCANDALO SANITA’ LOMBARDA Fondazione Maugeri: in sette anni creati fondi neri per 56 milioni di euro, undici volte il San Raffaele

Undici volte i fondi neri creati attraverso il San Raffaele: tanto avrebbero sottratto alla Fondazione Maugeri Pierangelo Daccò e Antonio Simone, arrestati nell’ambito dell’inchiesta della Procura di Milano.

I pubblici ministeri Luigi Orsi, Antonio Pastore, Laura Pedio e Gaetano Ruta contestano agli indagati la sottrazione di 56 milioni di euro tra il 2004 e il 2011 che sarebbero stati suddivisi tra Daccò e Simone, anche se il gip Vincenzo Tutinelli ha ritenuto sufficienti gli indizi di colpevolezza per l’emissione dell’ordinanza di arresto solo per 30 milioni di fondi neri.

La fondazione Maugeri, stando alla ricostruzione della procura, avrebbe creato fondi neri per 56 milioni di euro a partire dal 2004, grazie a quella che un investigatore definisce «una lavatrice di società estere».

In particolare, dal 2004 al 2009 sarebbero stati creati 30 milioni di fondi neri, gli altri 26 milioni tra il 2009 e il 2011. Decisive per lo sviluppo delle indagini le dichiarazioni di Giancarlo Grenci, fiduciario svizzero indagato nell’ambito dell’inchiesta sul San Raffaele. Oltre ai sei arrestati, ci sono anche cinque indagati, tra i quali l’ex direttore amministrativo del San Raffaele, Mario Valsecchi.  (ilsole24H)

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Piazza della Loggia, nessun colpevole assolti in quattro al processo d’appello

In primo grado Carlo Maria Maggi, Delfo Zorzi, Maurizio Tramonte e il generale dei carabinieri
Francesco Delfino erano stati assolti con formula dubitativa. L’esplosione uccise otto persone

La Corte d’assise d’appello di Brescia ha assolto i quattro imputati nel quarto processo per la strage di piazza della Loggia, avvenuta nel 1974. In primo grado, il 16 novembre 2010, erano stati assolti con formula dubitativa. L’accusa aveva chiesto la condanna all’ergastolo per il medico veneziano, ex ispettore di Ordine nuovo per il Triveneto, Carlo Maria Maggi; per l’ex ordinovista Delfo Zorzi; per l’ex fonte dei servizi segreti Maurizio Tramonte e per il generale dei carabinieri Francesco Delfino, all’epoca dei fatti capitano comandante del Nucleo investigativo dei carabinieri di Brescia.

Otto morti e 108 feriti. La bomba, collocata in un cestino dei rifiuti in piazza della Loggia, da sempre cuore della vita della ricca cittadina lombarda, esplose alle 10.12 del mattino nel mezzo di una pacifica manifestazione antifascista, organizzata per esprimere rifiuto e condanna della violenza eversiva dopo una sequela di episodi violenti di marca neofascista che da settimane turbavano la sicurezza della cittadinanza e della democrazia. L’ordigno uccise otto persone e ne ferì 108.

Parti civili condannate a spese.Nei confronti del quinto imputato del processo di primo grado, Pino Rauti, anch’egli assolto, non era stato presentato ricorso da parte della Procura, ma solo da due parti civili. Uno dei ricorsi è stato dichiarato inammissibile, con la conseguente disposizione del pagamento delle spese processuali a carico delle parti civili. Prima di leggere la sentenza, il presidente della Corte d’assise d’appello, Enzo Platè, ha ringraziato i giudici popolari per l’impegno e lo scrupolo profusi durante la durata del processo. “Ero pacifico. Me l’aspettavo perché sono assolutamente innocente”. ha commentato invece Carlo Maria Maggi, che ha atteso l’esito del processo nella sua casa veneziana all’isola della Giudecca. “Ho atteso l’esito con fiducia, ma anche con un po’ di paura. L’unica certezza è che io non c’entro niente con quella strage”.

L’accusa: “Abbiamo fatto tutto il possibile”. Si sono detti “sereni perché è stato fatto tutto il possibile” il procuratore Roberto Di Martino e il pm Francesco Piantoni, titolari dell’inchiesta sulla strage. “Ormai è una vicenda che va affidata alla storia, ancor più che alla giustizia”, ha commentato il procuratore Di Martino. La Procura attenderà il deposito delle motivazioni per decidere se ricorrere in Cassazione  (larepubblica)

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Pirellone, una nuova bufera sul Pdl Giammario indagato per corruzione

I militari hanno perquisito per tre ore le stanze del gruppo consiliare del Pdl: fra le ipotesi di reato c’è il finanziamento illecito ai partiti. Al setaccio durante la notte anche l’abitazione

MILANO. Il consigliere regionale pdl Angelo Giammario

l consigliere regionale pdl Angelo Giammario è indagato con l’ipotesi di corruzione e finanziamento illecito ai partiti. L’ufficio del consigliere al ventesimo piano del Pirellone è stato perquisito questa mattina per oltre tre ore dai carabinieri del Noe. All’alba, invece, i militari erano stati nell’abitazione di Giammario, che è vicepresidente della commissione Ambiente e protezione civile e componente della commissione Sanità. Da quanto è trapelato, nell’inchiesta ci sarebbero altri indagati.

L’indagine è coordinata dal procuratore aggiunto Alfredo Robledo ed è stata affidata al pm Giordano Baggio. Pare che la vicenda non sia legata a quelle per cui sono indagati il presidente del consiglio regionale Davide Boni e l’ex assessore Franco Nicoli Cristiani. Giammario è stato sottosegretario regionale ai rapporti con Milano, all’interno della giunta del governatore Roberto Formigoni, e fa parte del consiglio di amministrazione dell’Università Bocconi. “Non ci sono notizie ufficiali, quindi non commento”, è stata la prima reazione dello stesso Formigoni di fronte alle domande dei cronisti in Regione.  (larepubblica/milano)

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BRESCIA. Dentro il carcere di Canton Mombello, il più sovraffollato d’Italia – VIDEO (Antonio Crispino)

Ci dovrebbero essere 200 persone e invece ce ne sono affastellate quasi 600

MILANO – La Lombardia è la regione con il più alto numero di detenuti in Italia. Ce ne sono più di 9mila. Talmente tanti che spesso sono costretti a trasferirli nelle carceri del Sud.

Per capire qual è la situazione andiamo nel carcere di Canton Mombello a Brescia.

E’ una vecchia struttura di fine ’800. Il sovraffollamento è al 260%. Ci dovrebbero essere 200 persone e invece ne sono affastellate quasi 600, il triplo. Non a caso è il più sovraffollato d’Italia.

Il direttore è una donna, Francesca Gioieni. E’ contenta che finalmente qualcuno vada a vedere in che condizioni sono. Ci spalanca le porte del carcere e ci consente di scattare una fotografia ancora più nitida e impressionante rispetto alla precedente puntata. La prima cella è piccola, saranno meno di 8 mq ma sembrano essere in pochi. Dall’esterno si vedono solo un ragazzo accanto alla cancellata e un altro steso su una branda. Quando entriamo escono fuori in cinque, non capiamo bene da dove. Si spingono uno accanto all’altro per stare in piedi. Ci accompagna il Garante dei diritti dei detenuti. Calcola che ognuno ha circa 50 cm di spazio per muoversi. Per la Corte di Giustizia Europea ci vogliono almeno 7 metri per ogni detenuto, altrimenti è tortura. La struttura del carcere è vecchia è inadeguata. Da anni si parla di un edificio più dignitoso.

«Solo parole» commenta laconica la Gioieni. «A ogni ispezione di politici, istituzioni, sindacati, rappresentiamo sempre gli stessi problemi ma non cambia mai niente. Ogni volta ci lasciano in queste condizioni». In «queste condizioni» significa che in ogni cella mediamente ci sono 14 detenuti. Ma non è il peggio che può capitare. Al primo piano, in una sola cella, ne sono ammassati 18. Un solo bagno. Chi proprio non riesce a trattenere i bisogni li fa in una bacinella che poi la pulisce nel lavabo. Un unico lavabo dove cucinano, si lavano e puliscono i bisogni, appunto. Si respira un’aria pestilenziale. Solo quando chiediamo di aprire un po’ le finestre ci accorgiamo che le brande dei letti sono arrivate fin sopra gli infissi. Non si possono aprire per far passare l’aria. Più andiamo avanti e più si assottigliano le differenze con un lager. Per andare alle docce bisogna passare un varco alto poco più di 1,60 mt. Spesso non c’è acqua calda. Solo in alcune celle ci sono i frigoriferi (un lusso per molte carceri) per conservare gli alimenti. Tutti gli altri li depositano in cassette di legno che appoggiano accanto al gabinetto per mancanza di spazio.

In Italia gli stranieri rappresentano meno dell’8% della popolazione ma in carcere arrivano al 60%. A Canton Mombello questa percentuale sale al 70%. Senza la possibilità di avere documenti e un posto in cui vivere, agli stranieri è impossibile beneficiare, ad esempio, degli arresti domiciliari. Ecco perché, pur commettendo reati meno gravi, rispetto agli italiani restano in carcere di più e più a lungo. «Le misure cautelari per loro sono vietate – dice il garante -. Anche quando potrebbero uscire restano in carcere perché attorno hanno il vuoto». Ma anche la situazione generale è drammatica. L’VIII rapporto sulle condizioni di detenzione in Italia redatto dall’associazione Antigone riporta che le persone che accedono alle misure alternative in Italia sono 13.383. In Francia sono 123.349 e in Spagna 111.994. Significa che in Italia oltre al carcere non c’è alcuna prospettiva.

Se è già difficile immaginare questo tipo di detenzione per un colpevole, si trasforma in incubo se si pensa che la maggior parte dei detenuti che visitiamo a Canton Mombello sono in attesa di un giudizio, cioè tecnicamente innocenti. Su circa 600 detenuti solo 188 sono definitivi. La loro unica speranza per non impazzire tra le mura di questi lager resta il lavoro in carcere. Peccato che sono finiti i fondi della Legge Smuraglia, una legge che prevedeva sgravi contributivi e fiscali per chi assumeva detenuti” taglia corto Gioieni. A Canton Mombello, come in tante altre realtà, vanno avanti con le donazioni delle associazioni e il volontariato, si sta attenti anche a un solo euro perché, se da un lato aumentano i detenuti dall’altro diminuiscono gli stanziamenti per il carcere. Non diminuiscono, invece, gli stanziamenti per gli stipendi dei manager. L’ex capo dipartimento Francesco Ionta, sostituito appena da qualche giorno, percepiva 543 mila euro all’anno, quello del dipartimento minorile ne percepisce quasi 300 mila per dodici mesi di lavoro. Cifre che fanno sorridere i detenuti di un progetto di giornalismo che incontriamo nella biblioteca bresciana. Da mesi sono alla ricerca di 700 euro per stampare la loro rivista. «Ci è indispensabile per far capire che non siamo nati così, che se ci danno un’opportunità possiamo recuperare o, quanto meno, non uscire peggiori, con una rabbia che non è nostra ma è figlia di quello che si vive qui dentro». In queste condizioni, parlare di rieducazione o di cura per i tossicodipendenti diventa persino paradossale. «Ma se non abbiamo lo spazio dove metterli, come facciamo a pensare a tutto il resto? – dice il dottore incaricato – Continuare così vuol dire fargli pagare la pena due volte». (corrieredella sera)

 

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Tangenti: i pm “Sistema Pdl-Lega” Maroni: “Boni non si tocca”

La Procura di Milano ipotizza un ‘sistema’ che vede emergere punti di contatto tra l’inchiesta che ha portato in carcere l’ex vice presidente del consiglio regionale e assessore all’ambiente del Pdl Nicoli Cristiani e quella che vede indagato il presidente leghista del consiglio Davide Boni. In un recente interrogatorio Nicoli Cristiani avrebbe fornito agli inquirenti elementi che fanno ipotizzare l’esistenza di un meccanismo di corruzione simile nei due partiti se non addirittura una rete di rapporti tra assessori.

Gli imprenditori che chiedevano favori, infatti, viene fatto notare negli ambienti investigativi, dovevano necessariamente rivolgersi a diversi assessorati per ottenere una corsia preferenziale per le loro pratiche. Entrambe le inchieste, quella su Nicoli Cristiani e quella su Boni, sono coordinate dal procuratore aggiunto Alfredo Robledo e dal pm Paolo Filippini. Nicoli Cristiani, ex assessore all’ambiente, e’ stato arrestato per corruzione nell’ambito di un’inchiesta sul traffico illecito dei rifiuti nel novembre scorso, mentre le accuse a Boni si riferiscono a quando rivestiva la carica di assessore all’edilizia e al territorio. Nicoli e’ stato scarcerato il 24 febbraio scorso a pochi giorni di distanza da un lungo interrogatorio poi secretato dagli inquirenti.

UNA DECINA I POLITICI PDL-LEGA INDAGATI CON BONI

Sono una decina i politici che appartengono al Pdl e alla Lega indagati nell’inchiesta che coinvolge il presidente del pirellone Davide Boni. Una decina sono anche gli imprenditori, tra cui l’immobiliarista Luigi Zunino, che avrebbero chiesto ‘aiuti’ ai politici per agevolare i loro progetti residenziali e commerciali. Tra gli indagati figura anche un’avvocatessa che avrebbe incassato soldi illeciti attraverso finte consulenze.
  La somma complessiva delle tangenti date o promesse e’ di circa un milione e seicentomila euro. I vertici regionali della Lega, secondo l’ipotesi d’accusa, sarebbero stati consapevoli della natura illecita dei finanziamenti che venivano utilizzati per i finanziamenti elettorali.

TANGENTI: MARONI, BONI E LA LEGA NON SI TOCCANO

Boni e la Lega non si toccano. Roberto Maroni interviene sulla vicenda delle presunte tangenti al Carroccio.
  E su facebook risponde a una militante che denuncia “la guerra contro la Lega” difendendo a tutto campo Davide Boni. La risposta dell’ex ministro dell’Interno e’ inequivocabile: “Condivido al 100%, non servono altre parole”. “Quanto accaduto a Davide Boni ci colpisce profondamente e colpisce al cuore tutta la Lega nella sua interezza, dai vertici ai suoi militanti ed i suoi elettori – ha scritto Lorena Bastoni nel suo post su Facebook – questo e’ un attacco ad un uomo simbolo della Lega, ed al contempo alla Lega stessa. Ed allora sgombriamo il campo dagli equivoci. L’attacco al cuore del nostro movimento merita tutto il nostro sdegno, dobbiamo ricompattare le fila, rimanere uniti e fare muro intorno a Davide. Davide Boni e’ un nostro rappresentante ma non e’ il solito “rappresentante” politico, Davide e’ uno di noi”. La militante prosegue dicendo che “e’ stata dichiarata guerra alla Lega” e che “bisogna rispondere colpo su colpo senza sosta e senza indugio”. Conclude con una dichiarazione perentoria: “Davide Boni non si tocca, la Lega non si tocca e chi lo fa e’ come se lo facesse ad ognuno di noi”. (AGI)

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Tangenti al Pirellone, indagato Boni L’accusa: “Un milione alla Lega” Pm ipotizzano ”sistema Lega Nord”

Davide Boni - Lega Nord

La Regione Lombardia si potrebbe costituire parte civile se risultassero fondate le accuse di corruzione per presunte tangenti, nell’inchiesta che vede indagato anche il presidente del Consiglio regionale lombardo Davide Boni. “Se fossero dimostrati degli atti dannosi – ha detto il governatore Roberto Formigoni – nei confronti di Regione Lombardia, ci costituiremmo parte civile, come parte lesa”. Formigoni pero’ frena e sottolinea che occorre aspettare che la magistratura faccia il suo lavoro, proseguano le indagini e siano emessi i verdetti.

Boni, della Lega Nord, e’ indagato dalla procura di Milano con l’accusa di corruzione. Un giro di tangenti che va “ben oltre” il milione di euro e che sarebbe stato utilizzato per “esigenze del partito”. Questo lo scenario descritto dagli inquirenti che emerge dall’inchiesta: alcune mazzette di importo minore sarebbero invece state dirottate a esponenti della Lega per essere utilizzate sempre per fini legati all’attivita’ politica. L’indagine e’ condotta dai Pm Alfredo Robledo e Paolo Filippini che hanno notificato all’esponente del Carroccio un avviso di garanzia. Stessa accusa anche per il capo di gabinetto di Boni, Dario Ghezzi, e per l’immobiliarista Luigi Zunino.

L’inchiesta nasce dagli arresti, nel maggio scorso a Cassano d’Adda, di alcuni amministratori, fra i quali l’ex sindaco Edoardo Sala. Un provvedimento di custodia cautelare colpi’ anche l’architetto Michele Ugliano che avrebbe collaborato con gli inquirenti. E a parlare di presunte tangenti ai magistrati sarebbe stata anche una ‘fonte interna’ alla Lega Nord. Tangenti che sarebbero state versate per modifiche al piano urbanistico. I reati contestati a Boni risalgono a quando l’esponente lumbard era assessore regionale all’urbanistica. I pm parlano di “pieno coinvolgimento” di Boni. A inchiodarlo alcune intercettazioni telefoniche. Secondo gli inquirenti, inoltre, Boni e Ghezzi “utilizzavano gli uffici pubblici della Regione come luogo di incontro per concludere accordi nonche’ per la consegna dei soldi” e parte delle tangenti potrebbe essere finita nelle casse della Lega. “In relazione ai fatti oggi contestati anticipo sin d’ora la mia totale estraneita’”, ha replicato Boni, il quale ha comunque assicurato “piena disponibilita’ a chiarire” la sua posizione con gli organi inquirenti “in modo da poter fare piena luce sulla vicenda nei tempi piu’ rapidi possibili”. Dopo Filippo Penati (Pd), Franco Nicoli Cristiani e Massimo Ponzoni (entrambi Pdl), Boni e’ il quarto membro, su un totale di cinque, dell’originario ufficio di presidenza del Consiglio regionale ad essere colpito da provvedimenti giudiziari. Nei casi precedenti, i politici coinvolti si sono dimessi. E’ chiaro, quindi, che il caso infiammi il dibattito politico in Regione Lombardia, con Pd e Idv che chiedono un passo indietro di Boni ed elezioni subito, l’Udc che e’ favorevole alle dimissioni, ma non al voto, mentre il Pdl non chiede ne’ le une ne’ le altre. Dalla Lega, parla il vice governatore, Andrea Gibelli. “Sono aperte tutte le possibilita’, non c’e’ nessuna richiesta formale” di dimissioni.”

FORMIGONI, ANCHE PER BONI VALE PRESUNZIONE INNOCENZA

“Mi auguro che Davide Boni riesca presto a dimostrare la sua totale estraneita’, come ha dichiarato oggi”, auspica Formigoni. “E’ chiaro che seguiremo con attenzione l’evolversi della vicenda, ma vale il principio della presunzione di innocenza fino a giudizio emesso”. Quanto alla possibilita’ o necessita’ che Boni rassegni le dimissioni, Formigoni non si sbilancia e lascia al presidente del consiglio regionale “la valutazione. Sono sicuro che sapra’ tenere atteggiamenti coerenti”. Il governatore della Lombardia ci tiene a sottolineare che “le responsabilita’ penali sono di tipo personale. Chi ha commesso qualcosa di grave sara’ giudicato dalla magistratura”. (agi)

Lombardy Regional Council head investigated for corruption

The head of the Lombardy Regional Council, Davide Boni, of the Lega Nord, is being investigated for corruption.
  The investigation into alleged kickbacks is being carried out by Alfredo Robledo on behalf of the Milan Prosecution Service; an official notification has been issued to Mr Boni. The Governor of Lombardy, Roberto Formigoni has said the Lombardy Region could sue for damages if corruption and alleged bribe charges are proven in the investigations also involving the president of the region’s Council, Davide Boni. “Should events damaging to the Region of Lombardy be proven,” he said, “we would sue for damages.” Formigoni however emphasized that first one must allow justice to follow its course, investigations to be completed and sentences to be passed.

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Adro, la sezione della Lega condannata per razzismo

LA DECISIONE DEL GIUDICE MARIA GRAZIA CASSIA

Con un volantino avevano offeso una sindacalista che si batteva contro lo sfratto di una famiglia straniera

Romana Gandossi

Il comune franciacortino di Adro ancora al centro delle polemiche. Dopo gli attacchi del sindaco leghista al presidente della Repubblica per aver omaggiato del cavalierato l’imprenditore che nell’aprile 201o pagò i 10mila euro di rette arretrate della mensa dell’asilo, adesso è la stessa sezione della Lega Nord ad essere condannata per razzismo nei confronti di una sindacalista. Quando sulla vetrina della sede della Lega Nord di Adro è stato affisso per alcuni giorni un volantino che esordiva dicendo «Cara la me romana sono tutti bravi a fare i culattoni con il culo degli altri», Vittoria Romana Gandossi (esponente dello Spi Cgil di Brescia, conosciuta con l’epiteto di nonna-anticarroccio), ha subito molestie di stampo razzista e ritorsione. Lo ha stabilito il giudice del tribunale civile di Brescia Maria Grazia Cassia, secondo il quale tuttavia il danno è contenuto, perché tali insulti sono stati scritti per conto della sede “locale” della Lega «da un segretario che difende le ragioni della stessa nella forma sgrammaticata di cui alla missiva». Lo scrive nella sentenza con cui ha disposto che Gandossi sia risarcita con 2.500 euro, così come l’Associazione studi giuridici sull’immigrazione e la Fondazione Guido Piccini per i diritti dell’uomo che avevano depositato il ricorso insieme a lei, per un totale di 7.500 euro. Il giudice ha riconosciuto che il manifesto razzista ha offeso anche tutti gli stranieri. Inoltre ha riconosciuto che la vicenda va inquadrata nell’ambito della molestia, intesa come comportamento che «lede la dignità della persona e crea un clima degradante, umiliante o offensivo come prevede il decreto legislativo 215 del 2003»: così l’avvocato Alberto Guariso, legale con Alessandro Zucca della sindacalista Vittoria Romana Gandossi, commenta la sentenza con cui il giudice di Brescia ha accolto il ricorso per discriminazione relativo al volantino diffamatorio comparso qualche mese fa sulla vetrina della sede della Lega Nord di Adro. «Quello su cui dissentiamo molto – prosegue Guariso – è la quantificazione del risarcimento del danno morale, che ha una motivazione un po’ ridicola: in sostanza il giudice dice «Pochi soldi perché il segretario della Lega è un povero ignorante che scrive sgrammaticato».  (corrieredellasera/brescia)

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