Analisi Archive

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Il caso Matteo Salvini, disco rotto della Lega (Angelo Forgione)

Tempi duri per la Lega Nord che si nasconde dietro le origini meridionali di qualche capro espiatorio designato.

A fare la parte del kamikaze più che del samurai sembra che sia stato designato lui, Matteo Salvini, onnipresente in tv e in radio. Rai, Mediaset, La 7, Sky, Radio24, Radio Padania e tutto il macrocosmo delle emittenti locali… lui è dappertutto con faccione e doppio mento ad ostentare sicurezza e a lanciare strali contro Roma ladrona e il Sud parassita, persino a cantare cori razzisti da stadio contro i napoletani.

Arriva persino ad essere nello stesso momento a “Porta a Porta” e a “Matrix”. Ci contrabbanda la sua Lega ad ogni ora, da mane a sera, continuando imperterrito a parlarci di valori sani e di pulizia etica, di fatto etnica, del partito fondato dal nepotista Bossi.
Lui resiste, insiste e persiste, forse sa anche che davvero non se ne può più, ma persevera.

E i comitati di redazione, presentatori e giornalisti compresi, che evidentemente si mettono in fila per ospitarlo, finiscono per tollerarne le intolleranze per dovere di ospitalità.
E così tutto diventa normale, proprio come i cori contro i napoletani negli stadi.

La dinamica è la stessa: una parte inveisce, l’altra subisce, nessuno interviene e tutto diviene lecito. Eppure non lo è.

Ai leghisti è consentito dire di tutto, perchè è un partito che ha governato e che intende farlo ancora.
Nulla di strano se non fosse che per statuto e ideologia è secessionista, cinico ed egoisticamente indipendentista, è ostile al Sud e vuol dividere l’Italia. Hai detto niente!

Qualcosa non quadra ma sembra tutto normale. E allora li si ospiti pure i fazzoletti verdi, anche incessantemente, ma che nessuno li contraddica quando dicono cose fuori dalla grazia di Dio.

Il bruno Matteo, di cui francamente non se ne può più, è sempre in onda. Arriva, neanche il tempo di microfonarlo fuori onda che lui parte con la canzone: “Il Nord stacca ogni anno un assegno di ics miliardi per mantenere il Sud”.

Dove per ics sta una somma ormai a discrezione di Salvini. Aveva iniziato con 50 e sono diventati talvolta 80.

In realtà il dato è fissato a circa 50 miliardi ed è ispirato dal sociologo torinese Luca Ricolfi che nel libro “Il sacco del Nord” ha scritto che l’apparato statale trasferisce senza giustificazione la cifra annuale dalle regioni settentrionali a quelle meridionali, Lazio compreso.

Tanto Ricolfi quanto l’adepto Salvini non spiegano che quei 50 miliardi non scendono dal Nord al Sud ma si trasferiscono dalle regioni più ricche a quelle più povere, secondo un principio di solidarietà su cui si fondano tutte le democrazie più avanzate.

E che il Nord è ricco mentre il Sud è povero non lo scopre nè Ricolfi nè lo nasconde Salvini ma lo sanno gli italiani da quando esiste la questione meridionale, cioè da 150 anni.

Salvini rende dogma leghista il dato del sociologo Ricolfi ma ignora o fa finta di ignorare (è pur sempre un giornalista, n.d.r.) il dato dell’economista Paolo Savona, presidente del Fondo interbancario di tutela dei depositi, professore emerito di Politica economica e docente di Geopolitica economica, coadiuvato da Zeno Rotondi e Riccardo De Bonis nella pubblicazione-studio ’‘Sviluppo, rischio e conti con l’estero delle regioni italiane” e avallato anche dai colleghi dello Svimez: 63 miliardi che ogni anno dal Sud finiscono al Nord, frutto della vendita di merci prodotte nelle regioni ricche del Settentrione competitive nel Mezzogiorno ma non in Europa, quelle che detengono e fanno di tutto per detenere la maggior quota di ricchezza prodotta.

In verità a quei 63 miliardi andrebbero aggiunti altri 34 miliardi circa di stima dell’emigrazione culturale e sanitaria.
Ma pur limitandosi al dato preciso dell’economista da contrapporre a quello del sociologo, ad assegni staccati e a conti fatti chi incassa è il Nord che poi taglia fuori dal mercato il Meridione cui sono sottratti anche reddito e occupazione.

Come mai Salvini è dappertutto? Perchè canta la canzone stonata e nessuno lo ferma? Possibile che nessuno conosca il dato di Savona-Rotondi-De Bonis? Possibile che nessuno sappia che la ricchezza di un paese va distribuita per evitare collassi?

Oppure tutti danno per scontato che abbia ragione e che il vero problema sul tavolo del governo sia ora la questione settentrionale?

È qui il nodo della vicenda, Salvini è sempre in vista perchè capacissimo di cambiare le carte in tavola. Ed ecco forse svelato il suo ruolo che, con la complicità forte e colpevole di buona parte dei media, ha indirizzato il dibattito a Nord, sostituendo un proprio vantaggio ad un problema reale del paese.

La questione prioritaria da meridionale è diventata settentrionale. Se si risolvesse la prima e il paese si riequilibrasse, il Nord smetterebbe di staccare l’assegno e il Sud smetterebbe di comprare l’intero 70% della produzione industriale del Nord.

E forse i fondi FAS destinati alle aree da sviluppare non sarebbero dirottati su quote latte degli allevatori del Nord. Caro Salvini, vi conviene?

Altro che “sacco del Nord”, il sacco è a Sud ed è pieno di merci settentrionali.
Ma domani è un altro giorno, e lui sarà di nuovo in tv.

LEGGI:

Guarda il videoclip “Nord palla al piede”

(napoli.com)

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Brescia, martedi 17 aprile 2012 ore 16, Via San Faustino 3: inaugurazione di uno spreco di denaro pubblico (Cesare Giovanardi)

1.710.026 – 1.288.700 = 421.326

la matematica non è una opinione

anche in Via San Faustino 3

Il presidente (Arch. Franceschi in quota lega) della società comunale Brixia Sviluppo Spa, in merito all’acquisto dell’immobile di Via San Faustino 3 da destinare ai vigili urbani, dichiarava alla stampa in data 10 novembre 2011 “C’è stata la stima di un soggetto terzo: Pro Brixia di Camera di Commercio Brescia. E siamo in linea con le quotazioni di mercato : €. 1.710.026 per 526 mq pari ad €. 3.251 al mq”
.

Peccato che, leggendo le quotazioni di Pro Brixia Camera di Commercio del 2° semestre 2010 pubblicate sul retro di questo volantino, in Via San Faustino per il nuovo ed il ristrutturato la cifra massima è di €. 2.450 al mq, la minima di €. 1.950 e la media (somma di minimo e massimo/2) €. 2.200.
Il presidente Franceschi si è quindi sbagliato di un 33% in più con una spesa eccedente il massimo di €. 421.326 (circa 800 milioni delle vecchie lire) I N G I U S T I F I C A B I L I

Un ennesimo “incidente” dopo l’acquisto dell’ex Oviesse e della Sede della Circoscrizione Est che poteva essere la spiegazione al perchè il 24 dicembre 2011 il Sindaco Paroli scioglieva, dopo solo tre anni di vita, la società Brixia Sviluppo Spa e mandava a casa tutti gli amministratori (il presidente Franceschi in quota Lega Nord, il vice Bruni Conter in quota Pdl, i membri De Vito in quota Udc, Damiani in quota Pdl, Guindani in quota Lista Castelletti per le minoranze) e tutti i revisori dei conti.

Speravamo quindi in un ravvedimento e in azioni per recuperare il danno erariale alle casse comunali e quindi alle tasche dei cittadini e invece siamo tutti invitati………alla

martedi 17 aprile 2012 ore 16
Brescia, Via San Faustino 3
inaugurazione di uno spreco
di denaro pubblico
Giovanardi, Nava,
Cosentini, Cinquepalmi

Cittadini fatevi sentire per fare chiarezza fino in fondo su operazioni immobiliari poco trasparenti dove
è forte il dubbio che siano volati al vento milioni di euro dalle casse comunali, cioè dalle nostre tasche!

Fatevi sentire perché è la mobilitazione dei cittadini che porta ai veri cambiamenti e per impedire che i praticanti dell’intimidazione www.tempomoderno.it/?p=751, oggi all’angolo, ne escano senza danni e che i costi rimangano tutti a carico della comunità!

 

isoldiditutti
Centro di Informazioni ai Cittadini

14/04/2012 a cura di Cesare Giovanardi www.malefattebresciane.blogspot.com

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Pensare la città (Paolo Corsini – BS)

Sperando di incontrare il vostro interesse, mi fa piacere inviare questo contributo destinato al prossimo numero di maggio della rivista nazionale del Pd “TamTam democratico” dedicato al tema “la città”, numero da me curato in collaborazione con Walter Tocci.

Quanto al mio testo riprendo e aggiorno cose elaborate tempo fa e adesso riattualizzate.
L’occasione mi è altresì propizia per trasmettere, a tutti, oltre a vive cordialità i migliori auguri di buona Pasqua
Paolo Corsini.

1. Alle origini della civiltà occidentale un mito presiede all’idea di città, della polis, dunque della politica che, a sua volta, rimanda a polemos, la guerra. Una polarità, quella polis-polemos, da non perdere di vista, al fine di sottrarre polis ad una lettura irenica, edulcorata, sottratta a tensioni, a contrasti, sino al conflitto. Già Giovan Battista Vico, in modo forse eterodosso, coglieva questa ambiguità, la fatica per il governo equo della città e la “guerra” per il potere di governo della polis. Ma torniamo pure a città-polis. Qui vale la narrazione di Platone nel Protagora. I Titani Epimeteo (“colui che vede dopo”) e Prometeo (“colui che vede prima”) sono incaricati di distribuire a ciascuna stirpe mortale le “facoltà naturali” che consentono la sopravvivenza associata. Il primo, con una inversione di ruolo rispetto al proprio etimo, provvede alla distribuzione, il secondo ne controllerà il risultato. Purtroppo Epimeteo esaurisce la riserva dei doni disponibili, elargendoli agli “esseri privi di ragione”, lasciando così l’uomo “nudo, scalzo, privo di giaciglio e di armi”. Per rimediare a Prometeo non resta che un gesto sacrilego: il furto ad Efesto ed Atena del fuoco e del sapere tecnico da portare agli uomini. Essi, però, pur venuti in possesso della perizia tecnica, restano sprovvisti dell’ “arte politica” senza la quale vivono dispersi, “alla mercè delle fiere”. È necessario, dunque, l’intervento di Zeus, che, timoroso per la loro sopravvivenza, invia Ermes con due doni divini: il rispetto dell’altro (aidos) e il senso della giustizia (diche). I vincoli di legamento e di obbligazione insiti nei doni di Zeus consentiranno, dunque, di instaurare quell’ordine (kosmos) che è a fondamento della città . La costituzione della polis, peraltro, rappresenta la premessa per lo sviluppo dell’arte politica, quella disciplina, fatta di sapere e di pratica, superiore alla tecnica per il tramite della quale l’uomo “inventò [sì] abitazioni, vesti, calzari, letti e trasse gli alimenti dalla terra”, ma non fu in grado di assicurare la convivenza associata della polis che qui assurge pertanto a cominciamento, principio di civilizzazione. La città, suggerisce Platone, necessita pertanto di una virtù: il pudore, vale a dire il rispetto dell’altro, il sentimento della prossimità, nonché il senso della giustizia da intendersi come condizione di ordine, di armonia, di possibilità che accada ciò che deve eticamente accadere. L’idea della città come struttura ordinata, retta su un fondamento di organizzazione, dunque governabile attraverso la legge, si conserva e si amplia successivamente presso il mondo romano. Sdoppiandosi. Qui, infatti, la città non è solo urbs, configurazione urbana, forma urbis, struttura urbanistica in perenne evoluzione su di un territorio, ma anche e soprattutto civitas, cittadinanza. Non solo, dunque, agglomerato urbano, ma cittadini costituiti in una totalità, partecipi, pur nei limiti dello jus romano, della sfera del diritto, cittadini che convivono non come moltitudine dispersa in ragione di un insediamento e di una presenza, ma in base allo “stare insieme e vicino” che evoca socievolezza, comunità, appartenenza. Uno slargamento della raffigurazione originaria destinato ad ampliarsi sino alla pienezza del moderno. Come ha osservato Paolo Perulli polis e mercato, ambiente umano e rete tecnica, società locale e nodo globale, centro e confine, urbs e orbis: fino dalle sue origini la città ha sempre mantenuto questo significato duplice, ambivalente, in grado di esprimere al tempo stesso la nostra radice e la nostra mobilità, il nostro stare e il nostro andare oltre. Sino alla metropoli contemporanea, alle forme inedite assunte sullo scorcio del ‘900, sino alla città-regione, alla città-arcipelago, alla città-rete, alla città-globale allorquando, – questo l’approdo di uno sviluppo storico – la città “socialdemocratica”, fordista, viene rimodellata, vivendo processi di progressiva verticalizzazione e diventando epicentro di trasformazioni dovute, da un lato, alla concentrazione delle funzioni più avanzate del capitalismo e del mercato, dall’altro a precipitosi flussi di popolazione, a profonde redistribuzioni del reddito, a modificazioni persino radicali dei diversi fattori di integrazione culturale e sociale. Sino ad una trasformazione del volto urbano che – così lo descrive Steven Flusty, un critico americano dell’urbanistica contemporanea – finisce con l’annoverare “spazi viscidi e irraggiungibili”, “spazi scabrosi e nervosi” che alludono a preclusione e disintegrazione. Quasi il farsi concreto delle “visioni” di Italo Calvino, quando, a proposito della città di Moriana, annota che “da una parte all’altra la città sembra continui in prospettiva, moltiplicando il suo repertorio di immagini: invece non ha spessore, consiste solo in un diritto e in un rovescio, come un foglio di carta, con una figura di qua ed una figura di là che non possono staccarsi né guardarsi”.

 

2. La città come coordinata spaziale in cui la vita di ciascuno è immersa, in cui tutti gli eventi coinvolgevano la cittadinanza in un unico vissuto e si svolgevano nell’ambito dello stesso perimetro urbano, non esiste più. Già Lewis Mumford, il classico storico della città, avvertiva come essa si potesse configurare soprattutto quale insieme di nodi di una rete di rapporti, “luogo in cui l’esperienza umana si trasforma in segni validi”. In stagioni in cui lo Stato nazionale è entrato in crisi sottoposto, da un lato, a pressanti richieste di cessioni sovranitarie nei confronti di istituzioni sovranazionali ed è investito, dall’altro, da un oneroso sovraccarico di istanze territoriali e locali nel segno del decentramento e del federalismo, la città amplia la propria sfera con l’internazionalizzazione degli scambi economici, con lo sviluppo della comunicazione, con l’affermarsi di una dimensione in cui i diversi fenomeni diventano sempre più inseparabili, interconnessi. E pur tuttavia la città resta l’ambito in cui rimangono insediate e sono fruibili le fondamentali funzioni del vivere associato – dell’amministrazione, del servizio sanitario e assistenziale, dello scambio, della giustizia, del culto, della sociabilità nei luoghi di incontro e di cultura, del tempo del lavoro e del tempo libero, della memoria –, fulcri e fori di una vita urbana che si deve altresì misurare con i molteplici “non luoghi” – così li definisce Marc Augé – della modernità, dal centro commerciale, all’aeroporto, dalla multisala cinematografica alle stazioni della metropolitana. Una città in cui si abita ed in cui l’abitare all’incrocio di un sistema di relazioni multiple costituisce – come sosteneva Martin Heidegger – un “tratto fondamentale dell’essere (Sein)”. “Forse – scriveva il filosofo tedesco – cercando di riflettere sull’abitare ed il costruire, mettiamo un po’ meglio in luce come il costruire faccia parte dell’abitare e come riceva da esso il suo essere (Wesen)”. Da qui la necessità, per lui ineludibile, di considerare questa dimensione “fra le cose che meritano che ci si interroghi a loro proposito e che restino nel novero di quelle che meritano vi si pensi”. Vivere la città significa, infatti, situarsi nel “punto di massima concentrazione dell’energia e della cultura di una comunità”. Nel nostro Paese, l’Italia delle cento città, la tradizione storica documenta in effetti un peculiare e permanente carattere urbano. Da Cattaneo a Theodor Schneider – lo storico tedesco che ha dedicato pagine illuminanti alla traiettoria delle nostre città – comune è il riscontro di una centralità oggi in crisi, crisi come valico, passaggio, transizione il cui polo dialettico è il territorio, l’area vasta, una geografia virtuale senza limiti e frontiere. Prevalentemente di origine urbana sono state la nostra cultura, l’organizzazione economico-produttiva e finanziaria, nonché gli assetti istituzionali, lo stesso sedimentarsi delle esperienze civili proprie di un civismo pre-politico. Riferito alla struttura urbana è pure il modello ideale, l’immaginario a lungo inseguito e coltivato nella elaborazione letteraria, filosofica, iconografica – valga l’esemplare raffigurazione del “buon governo” del 1357, dovuta ad Ambrogio Lorenzetti nella sala dei Nove del palazzo municipale di Siena – della forma più avanzata sviluppata, progredita di convivenza. Urbano è pure il percorso di formazione delle correnti ideali e politiche, dalle ideologie rinascimentali, a quelle illuministiche, a quelle risorgimentali fino alla nascita della nostra coscienza nazionale. Urbano è stato l’habitat dello sviluppo industriale, urbano, ancora, il modello preponderante di scambio culturale e di relazioni pubbliche. Dunque l’idea, la cultura della città che un’amministrazione esprime ed in nome della quale opera – non si governa, infatti, una città senza un’idea della città – offre la misura più veritiera e probante dell’effettivo grado di rispondenza delle ambizioni di governo coltivate e perseguite in un tempo di repentini mutamenti. Valga il caso di una leva di programmazione del territorio, cruciale per la città, qual’è rappresentata dall’urbanistica. Essa non nasce – l’osservazione va ricondotta ad uno studioso della levatura di Leonardo Benevolo – contemporaneamente ai processi tecnici ed economici che fanno sorgere e trasformano la città moderna, ma si forma in un periodo successivo, “quando gli effetti quantitativi delle trasformazioni in corso sono divenuti evidenti ed entrano in conflitto tra loro, rendendo inevitabile un intervento riparatore”. Presupponendo, dunque, un’idea, una cultura per il governo della città.

 

3. La città di oggi, come riconoscono osservatori di diverse scuole, è il luogo più intenso delle contraddizioni della nostra organizzazione sociale. Da una parte il concentrato delle differenze e disparità che la nostra società produce (di reddito, di cultura, di consumo, di opportunità), dell’altra è il luogo deputato al risarcimento equitativo, al riscatto umano e civile. Il sistema delle sicurezze sociali a carattere redistributivo è prevalentemente urbano; la cultura urbana è, in senso generale aperta, multipla, fruibile all’accesso; il sistema degli spazi pubblici compensa le ristrettezze e sopperisce alle diverse esigenze di quelli privati. Eppure la città rappresenta un habitat non facile, un’identità composta da contrasti, da concorrenza e conflitti per l’occupazione degli spazi fisici e l’appropriazione di quelli simbolici. Spesso viene descritta come luogo della solitudine dove più drammatica, persino irrimediabile, può essere l’emarginazione. In città forte è la tentazione dell’esilio e troppo di frequente si trascura il contatto, il rapporto con gli altri in nome di una disposizione solitarista, di una libertà solipsistica, a-relazionale, finendo con lo scoraggiare il rapporto colloquiale, di convivialità, diretto, non mediato tra i cittadini. Un luogo in cui – ha scritto Thomas Maldonado – “tutti presi dalla paura di esporsi cercano affannosamente protezione nella dimora-rifugio, in cui tutti sono in un certo senso esuli, scultori inconsapevoli della ‘emigration intérieure’, in cui le differenze sono brutalmente ghettizzate”. Ma c’è pure l’altra anta perché, di converso, la città è anche l’ambito entro il quale più intensi sono la percezione e l’esercizio dei diritti di cittadinanza, dove il processo di istituzionalizzazione può essere interiorizzato e concretamente agito dai cittadini. Per cui la città dovrebbe essere l’espressione delle multiformi esigenze di una comunità aperta e inclusiva e, insieme, reale opportunità di realizzazione, attraverso un adeguato sistema di servizi, di chances e strategie di vita. Nella realtà è certamente meno, talora molto meno di questo, perché vive nella contraddizione tra quello che è e quello che potrebbe essere, quello che le forze politiche, sociali, economiche, culturali, spirituali realizzano fino a lasciare un segno, impronte riconoscibili. Non è certamente il frutto di una singola volontà demiurgica, né il merito unico o la colpa esclusiva di una classe politica, bensì l’esito di un’immateriale, ma operante e concreta logica sistemica che, pur nei contrasti, nelle contraddizioni, nelle vischiosità, negli stessi conflitti, si afferma. Da qui la necessità di un “municipalismo responsabile” al quale non servono come, alla luce della sua assai felice esperienza amministrativa torinese, ha ammonito Sergio Chiamparino, “palingenetiche reinvenzioni dello Stato su basi che non appartengono alla storia nostra, quanto piuttosto le concrete possibilità per i governi locali di esercitare la discrezionalità propria di ogni vera funzione di governo e sul piano delle risorse materiali e su quello dell’adattamento delle regole alle domande specifiche che salgono dal territorio”.

 

4. La città vive e progredisce se si alimenta di condivise e riconoscibili virtù pubbliche e civiche, di un’etica fatta di storia e memoria, d’identità e appartenenza, di senso di responsabilità e di regole da rispettare. Quell’etica a prescindere dalla quale chi si ritiene sodale e affine, proprio perché civis e quindi portatore insieme di comuni diritti e doveri di reciprocità, rischia di ritrovarsi estraneo ed ostile. Le virtù della cittadinanza, all’incrocio tra tradizione classica e affermazione del moderno, tra principi d’ispirazione cristiana e valori connaturati allo spirito laico-repubblicano, presuppongono una città viva, innervata da presenze attive ed evocano, dopo stagioni caratterizzate da invasività dello Stato ed esorbitante ruolo dei partiti, un rapporto tra istituzioni pubbliche e civitas che riconsegni all’impegno della politica l’espressione di una volontà generale, la valorizzazione di un interesse, di un bene comune. Virtù civiche – quelle virtù di cui teorizza Salvatore Natoli – praticate ed agite, di nuovo riscoperte, dopo stagioni di regressione, di deriva incivile, assunte nella loro essenzialità. Quanto al “bene comune” è un bene che precede, assiologicamente, il “bene pubblico” e che non coincide con la sommatoria dei beni dei singoli in quanto è quel bene di tutti da cui i singoli possono attingere e trarre beneficio. Come del resto comprova l’etimologia del termine – valgono qui puntualizzazioni anche recentemente offerte da Giacomo Canobbio – che rimanda sia a “cum munus (munere) cioè a compito condiviso, assunto insieme, sia a cum moenia (moenibus) cioè ad abitazione entro le stesse mura” – torna il tema dell’abitare – e quindi a solidarietà. Insomma una condizione comunitaria che consente di vivere, di convivere, per una causa che trascende gli interessi individuali. Una siffatta prospettiva potrebbe restituire motivazioni e speranza di fronte ad un futuro della città sempre più incerto e meno favorevole per effetto di trasformazioni convulse ed inusitate a motivo dell’affermarsi dell’egoismo dei singoli contro l’esercizio dei diritti di cittadinanza e, nei tempi recenti, soprattutto per le difficoltà insite nel rapporto tra una pluralità di culture. La città non necessita solo, dunque, di una valorizzazione degli spazi pubblici, ma della restituzione di quel senso civile e sociale, di quelle esperienze di interrelazione che sono andate perse e la cui riconquista pretende una cura particolare, un’iniziativa costante da parte degli attori che fanno e producono cittadinanza. Per altro intendere la città come specializzazione di spazi, secondo la modellistica della sociologia urbana classica, certamente non basta. La città non è tale solo in funzione dell’estensione o densità dei suoi luoghi e nemmeno in senso weberiano come “insediamento di mercato”, centro di produzione di beni di servizi, tantomeno autosufficiente. Essa infatti in quanto comunità vivente si qualifica sempre più come ambito di relazioni sociali, di partecipazione, di autonomia, come luogo, in definitiva, in cui ne va dell’essenza dell’uomo, se alla dirompente frammentazione sa opporre una paziente, tenace ricomposizione in nome di un partecipe sentire civico. Non si tratta di evocare ansie di omogeneità o improbabili omologazioni, né di inseguire appiattimento di differenze o assenza di diversità, ma di promuovere la percezione di appartenenza ad un comune vissuto in vista di una città cooperativa e solidale, consapevole del proprio “patrimonio sociale” che consiste in un insieme di luoghi, di relazioni, di memorie, di affetti, di cultura, di ethos, di corresponsabilità. Una città che raccoglie la sfida della trasformazione, che si impegna a ridisegnare il proprio “statuto di convivenza”, “promuovendo – così ha scritto Giuseppe Samonà – lo sviluppo adeguato degli apparati per i servizi dell’uomo di oggi desideroso di urbanizzarsi in modo corrispondente alle sue molteplici esigenze di vita”. Il riferimento è ad una societas di persone che legittimamente aspirano all’espansione e crescita individuale, ma che dalla colleganza agli altri e all’altro, da questa “umana compagnia”, derivano non una limitazione, piuttosto guadagnano una valorizzazione di sé, un potenziamento, un più alto grado di libertà secondo un equilibrato rapporto tra pubblico e privato, tra etica comunitaria e interesse individuale, fra le passioni dei singoli e il vantaggio di tutti.

 

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BRESCIA: il Pd sulla sicurezza

Il grave episodio della tentata rapina odierna in Maddalena è solo la goccia che fa traboccare il vaso.

Nelle ultime settimane sono avvenuti numerosi episodi di criminalità con una frequenza che non ha precedenti in città.

Solo per limitarci all’ultimo mese e al territorio del centro cittadino e contiguo ad esso, in via Milano una ragazza è stata sequestrata e rapinata per 12 euro; in via Crispi vi è stata una rapina con un coltello in un centro estetico per 120 euro; una tabaccheria di via Ugoni è stata razziata con l’abbattimento del muro del negozio, come se fosse una banca; in Stazione ci sono stati tre scippi in pochi giorni; in Corso Mameli vi è stato il furto con strappo di una collana d’oro in pieno giorno; in Piazza della Vittoria un negozio di telefonia è stato svaligiato due volte; al Centro Commerciale Freccia Rossa vi è stata una rapina nei garage e una rissa nella galleria commerciale.

Non ci piace fare speculazione politica sulla cronaca nera. Ma per amore di verità dobbiamo ricordare che la Lega ha avuto successo elettorale giocando tutte le sue carte sui temi della sicurezza urbana.

E invece la Lega governa in Regione da 12 anni, in provincia da tre legislature, in città dal 2008, ha governato l’Italia per quasi un decennio avendo anche per tre anni e mezzo il Ministero dell’Interno, ha portato pacchetti-sicurezza, assessorati alla sicurezza, sportelli-sicurezza ma non ha portato sicurezza. Le ronde sono state solo una delle tante fallimentari trovate propagandistiche.

L’assessore Rolfi ha speso molti soldi dei cittadini bresciani senza nessuna seria strategia, anche in questo caso il vice sindaco si è preoccupato solo di fare propaganda senza raggiungere alcun obiettivo.

Oggi possiamo dire che la Lega ha fallito perché non vi sono certo stati miglioramenti nel campo della sicurezza che era la sua ragione sociale.

 

Giorgio De Martin

Segretario cittadino PD

 

Coordinatore circolo PD Brescia Centro

Fabio Negrini

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IUS SOLI (Clara Lazzarini*)

Voglio intervenire  sul tema della cittadinanza , riportato all’attenzione dell’opinione pubblica dalla dichiarazione del Presidente Napolitano in occasione dell’incontro con i “nuovi Italiani”.. Un parere espresso sulla base della presa d’atto che il nostro paese è profondamente cambiato.

Contrariamente a quanto ha scritto il Segretario Cittadino della Lega Nord di Brescia, la questione della cittadinanza non è questione culturale ma é questione giuridica, di rapporto tra stato e persona; ed è questione di concezione e modello di società in cui i sudditi, portatori di obblighi e doveri, diventano cittadini cioè anche portatori di diritti civili, sociali e politici.

Lo sapevano già gli antichi Romani che per essere pienamente liberi giuridicamente dovevano godere dello stato di civitatis, libertatis e familiae ma  che non erano avari nel riconoscere lo status di cittadini per rafforzare  e consolidare un impero per altro costruito sulla conquista più che sulla libera scelta di spostamento per ricercare lavoro e benessere.

Oggi, nelle democrazie mature, non si pone più in discussione il diritto ad essere cittadini e non sudditi : e la scelta fondamentale che si trovano a fare gli ordinamenti è quella tra ius sanguinis e ius soli.

Lo ius sanguinis (o modello tedesco) presuppone una concezione “oggettiva” della cittadinanza, basata sul sangue, sull’etnia, sulla lingua .

Lo ius soli (o modello francese) presuppone, invece, una concezione “soggettiva” della cittadinanza, come patto quotidiano.

Lo ius sanguinis fu adottato dai paesi interessati da una forte emigrazione per  tutelare  i diritti dei discendenti degli emigranti,  o da paesi interessati a  ridelimitazioni dei confini (molti paesi europei fra cui l’Italia) . Di conseguenza attualmente la maggior parte degli stati europei adotta lo ius sanguinis, con la rilevante eccezione della Francia, dove vige lo ius soli fin dal 1515.

Lo ius soli, che  determina l’allargamento della cittadinanza ai figli degli immigrati nati sul territorio dello stato, è stato adottato dai  paesi con una forte immigrazione ( come Stati Uniti, Argentina, Brasile, Canada ecc.) .

Attualmente molti Paesi di emigranti sono diventati Paesi di forte immigrazione e gli spostamenti, non solo da un paese all’altro ma da un continente all’altro per la loro rapidità e facilità, pongono nuovi problemi e la necessità di rivedere gli ordinamenti.

Per precisare, negli Stati Uniti vige la cittadinanza legale anche per i figli dei clandestini. La legge sulla cittadinanza fu stabilita dal XIV emendamento che riconosce cittadini tutti coloro che sono nati in America senza riguardo alla nazionalità dei genitori ( con l’eccezione dei figli dei diplomatici). Il XIV emendamento venne approvato circa 150 anni fa poco dopo la fine della Guerra Civile americana risolvendo, fra l’altro, il problema degli afro-americani i quali fino a poco tempo prima erano in gran parte proprietà di bianchi. L’emendamento garantiva così la stessa protezione legale a tutte le persone sottoposte alla giurisdizione degli Stati Uniti.

Questa scelta è stata messa sotto attacco più volte da gruppi di estrema destra ma più volte confermata dalla Corte Suprema. L’ultima volta è avvenuta nel 1982.

Sono tanti i discendenti di emigranti Italiani che oggi sono ai massimi livelli dello Stato ed ai massimi livelli della cultura, della scienza e degli affari che, senza dimenticare le proprie radici, sono pienamente Americani. L’elenco dei nomi sarebbe troppo lungo.

Non é  un caso che i due Paesi che hanno dato vita alle grandi rivoluzioni che hanno fatto l’occidente ( Francia e USA ) si avvalgano di un ordinamento come lo ius soli che ha dato nei secoli effetti positivi.

Lo ius sanguinis e l’idea di preservare lingua , etnia, cultura ha dato effetti curiosi relativamente a questi obiettivi: i discendenti di seconda e terza generazione di emigranti italiani sono cittadini italiani che non sanno una parola di Italiano, che talvolta, per matrimoni misti, hanno varietà di colori della pelle e che non capiscono usi e costumi, sociali e politici, del nostro bel Paese. Eppure sono cittadini Italiani, con doppia cittadinanza. Dobbiamo togliere loro la cittadinanza? Assolutamente no, la mantengono per diritto di sangue oltre che per diritto di suolo.

Ma va ricordato che lo ius sanguinis è stato per molto tempo causa ed effetto di disuguaglianze o, per dirla più lievemente,  di pasticci.

La legge italiana sulla cittadinanza del 1912 disponeva nel caso in cui una cittadina italiana contraeva matrimonio con un cittadino straniero la perdita della cittadinanza, in base al principio che la donna coniugata seguiva la cittadinanza del marito, ed ovviamente i figli seguivano lo status di cittadinanza del padre. Bisogna attendere due sentenze della Corte Costituzionale  del 75 e dell’83 ed il nuovo diritto di famiglia  per consentire alla donna di riacquistare, tramite istanza, la cittadinanza eventualmente persa per matrimonio con straniero e di trasmettere la cittadinanza non solo per via paterna ma con efficacia retroattiva fino alla data 1°gennaio 1948. Ma solo con la sentenza di Cassazione civile del 25/02/2009, n. 4467 si stabilisce che le donne hanno diritto ad avere riconosciuta la cittadinanza anche prima del 48 (entrata in vigore della Costituzione)  ed a trasmetterla ai loro discendenti.

Concetti non ancora metabolizzati da molti che parlano come Rinaldi di eredità della cittadinanza dal padre.

Tutto questo potrebbe essere superato dal diretto patto tra Stato e Soggetto di diritto che è il bambino nato.

La cittadinanza, che è condizione imprescindibile in ogni democrazia che sia veramente tale, e non può essere data o tolta a seconda dei valori o disvalori che si praticano a secondo dei tempi.

La cittadinanza ha importanti valenze sociologiche in senso di identità e di appartenenza ad una determinata comunità politica. Valenze che devono consolidarsi precocemente potenziando il lavoro della scuola e della comunità.

E come detto è questione giuridica e non culturale ma può promuovere la conoscenza e l’appartenenza culturale .

 Ma per ciò che riguarda i bambini ha poco senso parlare di prerequisito per ottenere la cittadinanza nella conoscenza della lingua e delle leggi. Dato l’art. 3 della Costituzione, per intenderci quello dell’uguaglianza di fronte alla legge, dovremmo o sottoporre ad “esame di ammissione alla cittadinanza” tutti i bambini, figli di italiani e di non italiani, aspettando ovviamente che sappiano parlare oppure confidare che, data la cittadinanza, il percorso formativo della scuola e l’esempio della comunità porti ad una sufficiente formazione civica per tutti?

 Diverso è il discorso per gli adulti. Purtroppo in questo campo spesso si rinnegano i valori della democrazia tollerando che parte consistente della popolazione (alcuni milioni) che contribuisce alla economia del paese e che paga le tasse viva in questo Paese con lo status ancora di suddito e non di cittadino. Dimenticando che in 17 stati dell’UE gli stranieri accedono al voto dopo 5 anni e le procedure per la cittadinanza sono molto meno lunghe e farraginose (e questo è un percorso vero di integrazione).

Per gli adulti c’è da augurarsi che sappiano quanto prima esprimersi per ovvi vantaggi di comunicazione.

Purtroppo per ragioni di lavoro imparano prima il dialetto che l’Italiano e quando cambiano regione o anche solo provincia o anche solo valle sono in grosse difficoltà.

E’ bene per loro stessi che imparino l’Italiano.

Ma la proprietà  di linguaggio non è una caratteristica diffusa: sarebbe bene che anche gli Italiani imparassero l’Italiano.

Quanto al rispetto delle leggi e della Costituzione, il richiamo sarebbe anche buffo se non provenisse da parte di un appartenente a quella forza politica che fa del vilipendio alla Bandiera ed allo Stato unico ed indivisibile uno dei suoi cavalli di battaglia. O che ha varato il famoso porcellum  che con il doppio premio di maggioranza è la negazione stessa della democrazia. O che dice di voler salvare le pensioni ma non ha fatto per anni una piega per la perdita del potere d’acquisto delle stesse né per la modifica della loro tassazione sempre in aumento pur facendo parte di una maggioranza bulgara per numeri e metodi.

Per rifarsi la “verginità politica” dopo tanti anni di promesse mancate e deluse, non si devono recuperare i vecchi arnesi tipo “dalli la caccia al nemico esterno” per non far vedere i fallimenti interni alla propria organizzazione, piegando strumentalmente la Costituzione ai propri fini ed attaccando il Capo dello Stato che è garante della Costituzione stessa .e pertanto la conosce bene. Come conosce bene anche la Dichiarazione dei diritti del bambino approvata dall’ONU il 20 Novembre 1959 e la
Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia – New York 20 novembre 1989 – ratificate anche dall’Italia ma spesso ignorate.

Modificare l’ordinamento per l’attribuzione della cittadinanza non è che un atto per la    piena attuazione dei valori della Costituzione e dei principi della democrazia: pertanto è interesse di tutti.


* Responsabile regionale PSI

SOS DIRITTI

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OLMI VIA LONGHI: LA STORIA INFINITA (ognuno faccia il suo lavoro) – Franco Visconti* BS

Labolani in versione postinoIn versione postino a fine novembre l’Assessore Labolani  recapita in (quasi) tutte le cassette della posta degli abitanti di via Longhi ,una lettera dove si comunicano le conclusioni delle perizie del dott. Nasi in merito agli olmi  che incorniciano maestosamente da mezzo secolo la suddetta strada del quartiere Lamarmora.

Nella lettera si dice “come promesso” , anche se in realtà a mezzo stampa erano stati promessi fattivi interventi di manutenzione,

Molti  i cittadini  che si attendevano da questa missiva la comunicazione di decisioni prese e la loro tempistica operativa, sono rimasti  un po’ delusi.

Per ora nessuna decisione, pare.

Per ora ci sono “soltanto” le conclusioni  dell’agronomo che ha redatto la  terza perizia, sovrapponibili a quelle della seconda ; esse dicono, in breve, che le piante sono divisibili in 4 gruppi:

 

  • 1 – 8 piante in classe D: irrecuperabili e  da abbattere per elevato rischio schianto
  • 2 – 3 piante in classe C: da abbattere per malattia
  • 3 – 29 piante in classe C : da portare in sicurezza con interventi straordinari (capitozzo)
  • 4 – 20 piante in classe B da portare in sicurezza con capitozzo , diradamenti e altri interventi.

 

Letta così io intendo che 11 piante debbono essere abbattute e una cinquantina curate.

Ovvero ciò che i cittadini residenti, il comitato e molti altri chiedevano da tempo all’assessore, a salvaguardia della sicurezza delle persone e della salute delle piante.

 

Siccome però seguono alcune righe dove si fa intendere che gli interventi al punto 3 e 4 sono economicamente onerosi e rimandano il problema,mi sentirei  in ultima analisi , di chiedere al competente ufficio  quanto segue:

 

  1.  quante e quali piante verranno abbattute, e quando avverrà
  2.  quanto costerà alla collettività ogni abbattimento
  3.  quanto costerà alla collettività ogni piantumazione ex-novo,e quando avverrà
  4.  quanto costerà la manutenzione dei nuovi fusti e quali migliorie porterà l’impianto di quali nuove essenze dal punto di vista economico,ambientale,logistico
  5.  a chi è deputata la manutenzione degli olmi di via Longhi e via Ziliani
  6.  che scopo aveva la manutenzione eseguita negli ultimi 8/10 anni,visto che ha fatto crescere smisuratamente in altezza i rami, costituendo il temuto effetto vela della chioma sproporzionata e non ha evitato la caduta di rami vari

 

In realtà questi sono in fotocopia i quesiti che ho sottoposto all’Amministrazione  attraverso l’OdG al consiglio di Circoscrizione della Sud ad inizio maggio,( protocollato in data27/4/2011) ai quali non mi risulta siano state date risposte ufficiali ed esaustive.

 

A queste richieste ineluse si possono oggi aggiungere altre considerazioni, dovute anche all’osservazione diretta ,fatta dai cittadini sul  territorio giorno dopo giorno , delle conseguenze che il tempo che passa e  i fenomeni atmosferici hanno avuto sulle piante in questione.

Mi riferisco in particolare alla violentissima tromba d’aria che ha infuriato sulla zona di Lamarmora ,dove abito, la notte fra il 5 e il 6 agosto.

Quella notte in zona caddero al suolo 6/7 alberi  di vario tipo nel raggio di 3/400 mt da via Longhi,  dove invece i fusti non andarono giù.

Dispongo ancora di foto che immortalano schianti avvenuti nelle vie Gheda , Lamarmora ,Malta , Cipro e rami e pezzi vari caduti ancora in Via Codignole,S,Zeno,piazzale S.Giacinto Tredici.

In via Longhi , invece, caddero molti rami fra cui un paio molto lunghi e consistenti , uno dei quali danneggiò ,per fortuna “solo” un’autovettura.

Non essendo un tecnico, alla luce di ciò , l’ingenua  domanda che mi sorge spontanea è come mai queste piante dichiarate pericolanti hanno retto ed altre , vicinissime ma mai periziate , sono andate giù?

Le perizie in questione hanno il   loro indiscutibile valore scientifico nel saper prevedere il comportamento , la tenuta degli alberi nel loro contesto, anche e soprattutto in condizioni particolarmente avverse. Non entro nel merito.

Tecnicamente mi è impossibile sollevare qualsivoglia osservazione sul contenuto di esse.

Questa volta è stata madre natura a porre qualche dubbio in merito all’assolutezza degli esiti.

Ed attenendomi al consiglio che è bene che ognuno faccia il proprio lavoro, ricordando che il mio di consigliere in circoscrizione non è retribuito e su mandato di voti di (pochi) elettori, mi sento oggi di aggiungere ai quesiti irrisolti di aprile/maggio 2011 , queste altre considerazioni-domande:

  1. come mai  quella sera sono cadute le piante tutto intorno a via Longhi e in via Longhi solo rami? 
  2. se il comitato aveva segnalato che urgeva fare manutenzione tagliando i rami più in  basso, perché quando cadono si cerca di addossare la colpa all’ambientalismo integralista e becero? Ed eventualmente ci fosse colpa ,a chi verrebbe attribuita?
  3. se poi alla fine si farà quanto richiesto dai cittadini e comitato ( cioè abbattimento di10/11 piante e pericolose e curarne 50 malate) perché tutta questa attesa e tutto questo astio?
  4. se il metodo di indagine sulle piante di via Longhi fosse applicato su tutti gli alberi della città , dovremmo forse procedere ad un abbattimento  generale e indiscriminato , per evitare spese onerose e “violenze biologiche” future?
  5. se le varie perizie,incontestabili dal punto di vista scientifico , ma rese discutibili dalla forza della natura ,hanno fornito lo stesso esito , perché ne sono state fatte 3?
  6. quanto sono costati alla collettività questi studi?
  7. quanto sono costai alla collettività tutti quegli interventi anche notturni  di “emergenza” o ripristino operati da VV.FF , A2A , squadre di operai, tecnici , giardinieri ,ecc dopo i vari nubifragi e temporali
  8. c’è il rischio che qualche cittadino abbia ad esigere risarcimenti verso le casse comunali,cioè verso i soldi di ciascuno  di noi , per danni eventualmente subiti?
  9. esiste un piano articolato sul verde urbano che possa in futuro permettere di affrontare questioni come queste con meno incertezze,con tempi più brevi , senza dar adito a discussioni facilmente strumentalizzabili, che consideri il verde come aiuto alla salute e sicurezza dei cittadini,come un patrimonio di cui noi siamo solo gli attuali e temporanei custodi da salvaguardare e tramandare come un’eredità di ricchezza fisica e spirituale alle prossime generazioni?

 

Questa è la lunga serie di domande che non si possono aggirare se si vuole  utilizzare questa discussione come un’ occasione per affrontare il problema e cercare di risolverlo in maniera partecipata .

E’ attenendosi ai fatti che si rifugge dalla trappola di cadere nelle provocazioni di chi continua a definire protesta tragicomica la richiesta di informazione.

Quell’informazione che è un diritto del cittadino-committente che, sapendo di non sapere , attrraverso il suo Assessore  da mandato a professionisti sperando di avere in cambio nulla di più di  risposte e pareri comprensibili , autorevoli , pacati e super-partes.

 

Sono con e fra le molte  persone che attendono ancora con fiducia queste risposte annoverandomi fra quelli che qualcuno in copia-incolla definisce “ecologisti della domenica” o più ironicamente “professionisti del verde”, e per questo  cerco di rappresentarle al meglio nelle sedi opportune , con i toni adatti di  chi rifugge e alle risse ad ai luoghi comuni.

Effettivamente oggi è domenica.. . e l’ecologista che c’è in me si è preso il tempo di scrivere questa lunga dissertazione, anche perché gli altri giorni  lavoro non nell’agronomia e nemmeno nella politica, come si sarà ben capito.

Ma siccome cittadino lo sono tutti i giorni e credo che chi abbia  un mandato lo debba rispettare, nel mio piccolo cerco di farlo con l’orgoglio di non pesare sulle  quelle stesse casse comunali da cui si attinge anche per pagare perizie e consulenze.

Quindi, poiché di parole ne sono state già dette tante,atteniamoci all’auspicio espresso dal vecchio proverbio “ad ognuno il suo lavoro”, da alcuni recentemente evocato.

Spero che quindi i cittadini continuino a partecipare ancora e sempre così civilmente al dibattito su ciò che li riguarda e li appassiona, che i periti  ingaggiati  dal comune continuino a fare i periti per dare a disposizione della sensibilità di ognuno le cifre, i dati e le informazioni che sono stati chiamati ad analizzare , ma che decidano i politici in nome della gente.

E che soprattutto chi decida abbia l’umiltà e la pazienza di ascoltare tutti ed il coraggio di agire presto e bene.

 A questo punto secondo me ogni decisione in merito potrà considerarsi legittima , se prima fosse  l’assessorato competente, e non la circoscrizione o i periti, pronto  a  dare risposte chiare , punto per punto a quanto richiesto , creando se non proprio condivisione,un clima di chiarezza su decisioni,strategie e prospettive.

Molte grazie per la pazienza,cordialità!  

 

* consigliere circoscrizione sud – Verdi sinistra arcobaleno

COLLEGATE:

  1. OLMI di via Longhi: il caso
  2. Risposta al Dott. Pandini: olmi e licheni (Pasini Roberto – BS)
  3. Olmi di via Longhi: soluzione possibile in due passaggi
  4. Fiorenzo Pandini *: “ognuno il proprio lavoro”

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Risposta al Dott. Pandini: olmi e licheni (Pasini Roberto – BS)

 L’agronomo Dott. Fiorenzo Pandini che in merito alla vicenda degli olmi in via Longhi richiama “ognuno il proprio lavoro”, dalla lettera pubblicata il 24 c.m. da questo quotidiano,  bene, bravo e potrei aggiungere “ le tò, le mia, le morta all’ombria”  che è lo stess zocher sole maole.

Signor Pandini, se gli olmi hanno più di mezzo secolo di vita e se non sono stati curati e potati a dovere di chi è la colpa?

Se si sono eseguite opere di scasso stradale frettolose e incuranti, di chi è la colpa?

Ben vengano gli ambientalisti della domenica che preferirebbero pure andare a piedi o in bici;

ben vengano i cittadini pronti ad incatenarsi ad un  albero pur di salvarlo e sicuramente mai ad un palo.

Mi auguro che il Comune, e pure Lei, ne teniate conto perché sono interessati all’ambiente e vogliono conoscere e partecipare.

Questi suddetti “cittadini” aspirano soltanto che la scienza agronoma e forestale collabori con l’amministrazione comunale per il bene verde e pubblico.

Niente di più, vorrebbero una cultura del verde e ambientalista, strano ma vero.

Per Via Longhi ovvio che le mancanze non ricadono sull’attuale assessore ma in 50 anni di vita degli alberi.

Come mai gli olmi di via Ziliani sono stati potati in modo differente da quelli di via Longhi?

Un grazie a chi mi rispondesse.

Tuttavia, come mai l’assessore Labolani pubblicamente ha detto che intendeva fare un “ bosco di città” proprio nel piccolo parcheggio prima di Sant’Eufemia a pochi metri dalla Maddalena e come mai proprio in Maddalena si è voluto tenere una corsa internazionale simile alla mountain bike gettando a tratti cemento ed eliminando alberi , poi ammalatisi….appunto come mai gli agronomi della città e provincia non hanno detto pio, a quanto pare.

Appunto “ad ognuno il proprio lavoro” non subordinato ai capricci dei politici ma per il bene comune a cui gli ambientalisti della domenica ci tengono e per gli altri giorni, per fortuna, devono fare  il loro lavoro.

Signor Dott. Agronomo  Pandini, lei dovrebbe ringraziare chi si incatena ad un albero di domenica, altrimenti con le colate di cemento possibili, Lei , come gli altri agronomi, curerebbe solo licheni….e ancora  come premomoria: ognuno il suo lavoro e le sue responsabilità.


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Come salvare i popoli e non i banchieri ? Prof. Wim Dierckxsens

in collaborazione con

FONDAZIONE CLEMENTINA CALZARI TREBESCHI –  NIDIL CGIL – COLORI E SAPORI – CGIL

Casa del Popolo,
via Risorgimento 18 – Brescia

 

Lunedì 28 novembre 2011 – ore 20,30


COME SALVARE I POPOLI E NON I BANCHIERI?


Prof. Wim Dierckxsens

(Università San José – Costa Rica)

Mercoledì 9 novembre 2011 – ore 17.30


FONDAZIONE GUIDO PICCINI PER I DIRITTI DELL’UOMO ONLUS
Via Terzago 11 – 25080 Calvagese (BS) – Italia
C.F. 93006670173
Tel 030.601047
030.6000038 – fax 030.601563
segreteria@fondazionegpiccini.org

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Leonessa ricca di charme ma ora lavori sull’Immagine (Camilla Baresani)

L’intervento della scrittrice Camilla Baresani

Dieci anni fa, un bravissimo gerontologo bresciano mi disse: «Nelle piazze della città bisognerebbe mettere monumenti alle badanti». A Brescia e dintorni c’è infatti un esercito di moldave, ucraine e rumene che si occupano dei nostri vecchi. Quel medico sosteneva che, per quanti miracoli possa fare la geriatria, il vero miglioramento nelle condizioni dei vecchi bresciani era avvenuto con la massiccia adozione del sistema delle badanti.

Certe sguaiatezze leghiste, vedi il grottesco caso della scuola di Adro, hanno avuto fin troppo rilievo sulla stampa, e così nel resto d’Italia si è finito per immaginare una città e una provincia molto diverse da quello che sono nella realtà: cioè luoghi dove si sono fatti grandi sforzi per integrare nel migliore dei modi la gran massa di immigrati assorbiti da aziende e famiglie, grazie ai servizi pubblici e a una rete di cittadini accoglienti, consapevoli che oltre ai diritti esistono i doveri. Più volte, trovandomi al sud per festival letterari o presentazioni di libri, mi sono sentita in imbarazzo scoprendo che i bresciani godono fama di gente grezza, attaccata alla propria ricchezza, ostile a meridionali e immigrati. Forse è anche colpa nostra: abbiamo lasciato che a comunicare l’immagine della città fossero le ricchezze improvvise, la finanza allegra e il suo crollo inglorioso, certi politici locali sgangherati e bramosi di notorietà. Ogni volta mi tocca spiegare che non siamo tutti gente che vuole apporre costosi marchi etnici sugli edifici pubblici, come mandriani del selvaggio West sulle proprie mucche.

Spiego che abbiamo un’importante tradizione di civiltà laica, e non solo cattolica. Racconto che oltretutto si avverte un’aria nuova, perché negli ultimi anni, parallelamente alla crisi economica, Brescia ha cominciato a riscoprirsi come città d’arte e di cultura, votata essa stessa al turismo al di là del perdurante successo della sua provincia: coi laghi, con il Vittoriale innovativamente presieduto da Giordano Bruno Guerri, con la Franciacorta e i suoi vini. Il grande complesso museale di Santa Giulia, il Teatro Grande col sovrintendente Umberto Angelini che gli sta dando nuova vita, il susseguirsi di piazze del centro storico, piene di locali accoglienti, autorizzano a parlare di una new wave bresciana in cui includerei anche il quartiere del Carmine: i bresciani forse non se ne rendono conto, ma sono sbalorditivi l’ordine e la pulizia di strade dove quasi nessuna insegna è italiana, con case i cui campanelli sono costellazioni di nomi provenienti da tutto il mondo. È un quartiere molto migliorato dagli anni ’60 e ’70, quando era malfamato e fatiscente, popolato da prostitute, ladri e ricettatori italiani. Non abito a Brescia ormai da trent’anni, ma le origini non si dimenticano: sono tracciabile come un prodotto IGP. Brescia mi ha dato molto, nel bene e nel male, e spesso il male è quello più positivamente formativo.

Nel ’67 nelle scuole italiane si progettavano rivoluzioni (poi malriuscite). Eppure a Brescia le Orsoline costringevano ancora gli scolari a scrivere con la mano destra anche se mancini. Anche io, nel mio piccolo, feci la mia rivoluzione: non sopportavo quel sopruso, e i miei genitori finirono per ritirarmi dalla scuola, iscrivendomi in una prima elementare Montessori, dove essere mancini non era ritenuta una manomissione del diavolo. Come è capitato a molti, devo ai pregiudizi dell’istruzione religiosa più chiusa e provinciale l’imprinting della formazione del carattere. Qualche anno più tardi, ormai al ginnasio, il mio professore di italiano latino e greco – che lo era stato anche di mia madre ed era stato compagno di classe, nello stesso liceo, l’Arnaldo, dei miei nonni – imponeva agli alunni l’iscrizione a Italia Nostra. Celebre per le angherie cui aveva sottoposto generazioni di studenti, il prof. Martinazzi affascinava per la passione con cui difendeva la bellezza del nostro paese, e commuoveva per il suo dolore di padre che aveva perso un figlio in montagna, senza che ne fosse ritrovato il corpo. Sono cose per me indimenticabili, avvenute mentre l’Italia ancora una volta si incendiava: i terribili anni ’70, terrorismo, morti, stragi di cui ancora non sappiamo quasi nulla.

A Brescia di quel periodo funesto non ci siamo fatti mancare niente: è la città della strage di Piazza Loggia. Anni più tardi, è diventata la città dei ricchi, o degli «arricchiti», come li si chiamava allora. Poi c’è stata la crisi, coi fallimenti della finanza allegra, e adesso eccola in questa nuova vita di città multietnica, bella, piena di musei, con un polo universitario che comincia ad attirare molti studenti da altre città, e consolidata capitale dell’innovazione in tanti settori – dal termovalizzatore al fiorire di aziende molto innovative, come AB, leader europea nel settore della cogenerazione, cioè della «valorizzazione energetica di fonti rinnovabili». Una città capace di produrre a getto continuo piccoli imprenditori che in breve diventano realtà importanti. Quello che finora è mancato a Brescia è solo lo smalto intellettuale. Pensate a quanta pubblicità letteraria, teatrale, artistica, cinematografica hanno avuto città come Napoli, Bologna, Torino, Palermo, Catania, Venezia, Parma… Noi abbiamo avuto il côté politico, finanziario, industriale ma è mancata l’enfasi su quello artistico, che dà sapore e prestigio a una città. Speriamo che questa nuova fase della vita cittadina porti con sé un fiorire di racconti e rappresentazioni che la rendano “on the spot”.

cds/Brescia

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Lo “spirito di Assisi” o “la logica di Assisi” Celso Vassalini

   Lo “spirito di Assisi” o “la logica di Assisi” è un evento di vita e di speranza che aleggia sulle oscure trame della storia. Da quell’evento nacque l’espressione lo “spirito di Assisi” e successivamente nel Messaggio per la giornata mondiale per la pace (1987), Giovanni Paolo II, ricordando l’evento usò l’espressione: “Logica di Assisi”. Otto secoli dopo l’inizio della sua avventura spirituale, san Francesco continua ad avere un particolare feeling con gli uomini e le donne in cerca di Dio e della sua pace. Nella città del Poverello si incrociano pellegrini di ogni fede o di nessuna fede che in un’atmosfe ra del tutto particolare si mettono in ascolto dello Spirito. E questo soprattutto da quando, il 27 ottobre 1986, si è tenuto in Assisi il primo incontro interreligioso di preghiera per la pace. Un giovanile e sorridente Giovanni Paolo II, attorniato da ebrei e musulmani, buddisti e animisti, è un’icona che si è impressa profondamente negli occhi e nella mente della generazione del postconcilio, sicuramente uno dei vertici di questa stagione ancora in corso e per alcuni in parziale declino. Quelli erano infatti gli anni dello slancio in avanti, in cui si assaporavano i primi frutti del dialogo con le grandi religioni, la primavera dopo il disgelo. Era forse più facile vedere, dell’altro-credente, il lato migliore, il positivo da condividere, e sognare cammini comuni per il futuro. Sono trascorsi 25 anni da quel memorabile 27 ottobre 1986, quando Giovanni Paolo II mise in atto una grande intuizione: convocare ad Assisi i rappresentanti delle religioni del mondo, perché da tanti cuori e in tante lingue si rivolgesse a Dio la corale preghiera per la Pace. Da allora si parla dello ‘spirito di Assisi’ per descrivere la particolare atmosfera che favorisce, anche per lo speciale rispetto da parte di tutti i credenti per la figura del Santo, il dialogo e il confronto, il superamento di differenze e diffidenze. Elemento centrale dell’incontro fu la preghiera di ognuno nel mondo spirituale della propria religione, innalzando a Dio, consapevoli della dimostrata incapacità da parte dell’umanità, una supplica accorata per la Pace. Durante il suo pontificato, il Papa ha sentito la necessità di ritornare più volte ad Assisi. Il 5 Novembre del 1978, in occasione del primo viaggio pastorale, appena un mese dalla sua elezione. Il 27 Ottobre 1986, “Giornata di preghiera per la Pace”. 9 -10 gennaio 1993 il Pontefice è di nuovo nella Basilica di S. Francesco a pregare per la pace nei Balcani; 3 gennaio 1998, Papa Wojtyla torna ad Assisi per inaugurare l’anno pastorale e portare speranza e conforto nel cuore dei terremotati. Il 24 gennaio 2002 la pace vide di nuovo coinvolti tutti i rappresentanti delle principali religioni del mondo in seguito agli eventi del 11 settembre 2001 e alla guerra in Afghanistan e Iraq. Perchè Assisi? Giovanni Paolo II così motivava la scelta: “Ho scelto la città di Assisi a causa del particolare significato dell’uomo santo qui venerato – S. Francesco – conosciuto e riverito da tanti nel mondo come simbolo della pace, riconciliazione e fraternità”. Lo Spirito di Assisi, che ha reso quel 27 ottobre un giorno memorabile nel calendario religioso dell’umanità, è stato perpetuato per venticinque anni in città e nazioni diverse. Lungo o breve che sia, si è trattato di un tempo insieme di grande fecondità e problematicità: non sono mancate guerre e violenze, come nei Balcani, e neppure accelerazioni della storia, come a partire dalla drammatica data dell’11 settembre. Il mondo si è rimescolato e ora cerca di lasciarsi alle spalle una prostrante crisi economica. Le religioni hanno forse una maggiore responsabilità rispetto al passato, e comunque la pace è ancora da invocare e da costruire. Non è facile parlare di vita e resurrezione in mezzo alle tragedie e le tribolazioni che vive il nostro mondo, è piuttosto la morte che sembra avere il soppravvento. Le immagini con cui siamo a contatto ogni giorno ci presentano i volti segnati dal dolore dei nostri fratelli che sperimentano la guerra e cercano altrove migliori condizioni di vita che non sempre riescono a trovare, i volti dei fratelli che soffrono le conseguenze del sisma e dello tsunami, i volti dei nostri vicini e conoscenti malati, disoccupati, derelitti… sappiamo che c’è bisogno di tanto sostegno e consolazione. Ma proprio dinanzi a queste afflizioni che segnano la nostra storia, abbiamo bisogno della Parola di salvezza. La storia sarà sempre caratterizzata da gioie e speranze, da dolori e angosce. E tuttavia, questa storia è cambiata, è segnata da un’alleanza nuova ed eterna, è realmente aperta al futuro. Per questo, salvati nella speranza, proseguiamo il nostro pellegrinaggio, portando nel cuore il canto antico e sempre nuovo: “Cantiamo al Signore: è veramente glorioso!”. Ieri 27 ottobre Papa Benedetto XVI è stato pellegrino ad Assisi per confermare e rilanciare quanto fu fatto e detto in quella storica giornata: la preghiera e l’impegno di tutte le religioni per la pace. Grazie Vostra Santità.

Celso Vassalini.

Lo Spirito di Assisi 25° Anniversario 26 Ottobre 1986 – 26 Ottobre 2011 

PACE 

Non c’è una strada per la pace, la strada è la pace

      Mahatma Gandhi 

Il nostro viaggio per la pace comincia oggi e ogni giorno. Ogni passo è una preghiera, ogni passo è una meditazione, ogni passo costruirà un ponte Ancora una volta stiamo camminando

                  Moha Ghosananada 

Chiunque oggi mi è  amico sia in pace, chiunque mi è nemico, sia pure lui in pace

Veda 

Il saggio che ricerca il bene e ha raggiunto la pace, …così ama ogni creatura vivente

Suttanipata 

Se il nemico propende per la pace, propendi anche tu verso la pace e abbi fiducia in Dio

Corano, Sura 8, 61 

O grande Spirito, io alzo la mia pipa, segno di pace, verso di te, verso i tuoi messaggeri e verso la Madre Terra

Dalla preghiera di Assisi del 1986 degli Indiani di America 

Dio Onnipotente, Tu sei la pietra angolare della Pace. Voi spiriti ed antenati, donateci la pace

Dalla preghiera di Assisi del 1986 di tradizione africana  

Dio di bontà, unisci tutti gli essere : stabilisci la pace suprema

Bahaullàh di Fede Baha’i 

DIALOGO 

Siate uniti; parlate in armonia Che le nostre menti apprendano in maniera simile La conclusione della nostra assemblea sia condivisa da tutti la soluzione dei nostri problemi sia comune le nostre  delibere siano adottate alla unanimità Nella stessa linea siano i nostri sentimenti nei confronti degli altri esseri I nostri cuori restino uniti, le nostre intenzioni siano comuni

Preghiera indù tratta dall’Upanishads 

O umanità! Noi ti abbiamo creata  da una sola coppia di un uomo e di una donna e ti abbiamo trasformata in nazioni e tribù perché possiate conoscervi

(non perché possiate disprezzarvi vicendevolmente).

Corano, Sura XLIX, v 13

 

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