Politica Milano Archive

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LOMBARDIA: FORMIGONI A BERSANI, ACCUSI ME E TACI DI PENATI

Roberto Formigoni replica a Bersani: “Anch’io do un giudizio politico” dice il presidente della Regione Lombardia al segretario del PD: “E’ incredibile che venga in Lombardia e si metta a parlare di Formigoni invece che di Filippo Penati, suo uomo di fiducia, suo segretario personale, scelto direttamente da lui, e poi protagonista delle disavventure giudiziarie che lo vedono ancora indagato con pesantissime accuse”. “Bersani – aggiunge Formigoni – e’ il tipico esponente di una sinistra che nasconde i propri difetti e ingigantisce quelli degli altri anche quando, come in questo caso, i difetti degli altri non esistono”.

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Le risposte che Formigoni non dà

Presidente Formigoni, risponda

Le vacanze pagate dal faccendiere Daccò, le inchieste che travolgono la giunta, le offese ai giornalisti. Sette domande al governatore della Lombardia

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Il paese contesta Bossi che inaugura viale Padania. Lui replica: “Disgraziati”

Un gruppo col tricolore ha urlato “vergogna, vergogna” al leader leghista intervenuto a Marcallo
con Casone. “L’Italia la vogliono in pochi: ci sono forze potentissime che vogliono la Padania”

Contestazioni al segretario della Lega Nord, Umberto Bossi, a Marcallo con Casone, comune in provincia di Milano dove viene intitolata una via alla Padania. Un gruppo di una quindicina di persone con il tricolore ha urlato “vergogna, vergogna” all’indirizzo del leader del Carroccio mentre stava uscendo da un bar per dirigersi verso il luogo della cerimonia. Rivolto ai sostenitori della Lega che invece lo incitavano con “Bossi, Bossi”, il leader del Carroccio, coprendosi la bocca con una mano, ha detto “disgraziati” ai contestatori. “L’Italia la vogliono solo i pochi rimasti: non c’è spe

Umberto Bossi inaugura viale Padania

ranza per i tricoloristi, che perdono tempo, perché vengono forze potentissime che non vogliono l’Italia ma la Padania”, ha detto poi Bossi durante la cerimonia d’inaugurazione.

Viale Padania, che in paese era finora identificato semplicemente come “circonvallazione”, è lungo oltre tre chilometri e si snoda fino al confine meridionale tra i comuni di Marcallo con Casone e Magenta. «Terminati i lavori di realizzazione delle opere collaterali alle grandi infrastrutture Tav, l’amministrazione comunale ha avvertito la necessità di dare un nome a quel tratto di strada – spiega il sindaco leghista Massimo Olivares – Abbiamo deciso di dedicarla alla Padania, che nell’antichità aveva confini corrispondenti a quelli della Gallia Cisalpina e nel 1998 è stata identificata da un documento dell’Unione europea come una macroregione con una propria valenza economica, sociale e storica».

Bossi non ha poi voluto polemizzare direttamente con le persone che gli sventolavano  di fronte il tricolore. “Non è tempo di guerra fra tricoloristi e Padania – ha detto – In questo momento a noi interessa stare su cose concrete, perchè la gente non arriva a fine mese”. Il Senatùr ha quindi invitato a firmare le leggi di iniziativa popolare promosse dal Carroccio e ha concluso il suo breve comizio mandando “un abbraccio fraterno” a tutti, anche a quelli “che manifestano con il tricolore”.

Bossi ha poi spiegato l’obiettivo di una delle leggi di iniziativa popolare per le quali il movimento sta avviando una raccolta firme: “Bisogna spacchettare le banche, quelle che speculano e quelle che investono e che danno soldi alle imprese, per questo è necessario firmare”. E ha confermato che proprio la mobilitazione per le leggi di iniziativa popolare dovrà essere accompagnata da una mobilitazione anche nelle piazze, in particolare nella capitale. “Dobbiamo essere in piazza a raccogliere firme – ha incitato i militanti – e dobbiamo essere a Roma, davanti al parlamento per far sentire la nostra rabbia al signore di Varese”, ovvero il presidente premier Mario Monti, che “ascolta solo le banche”.  (larepubblica)

ndr: la data è di molto significativa: 1° Aprile, in pratica è equiparabile ad uno scherzo anche se di pessimo gusto ma, trattandosi della Lega, mi sembra che aspettarsi “gusto” sarebbe pretendere troppo, ed infatti BOSSI si premura di precisare che non è uno scherzo. SIC! A questo punto, due domande!

Prima: è legale intestare una strada a qualcosa di inesistente?

Seconda: la CORTE DEI CONTI e/o qualche Giudice, si attiveranno per chiedere conto di questa nuova spesa strampalata e poi mettere fine a questa pagliacciata – STAN

 

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Regione, il centrodestra lascia l’aula durante il raccoglimento per Scalfaro

L’Idv ha chiesto di rendere omaggio all’ex presidente , ma la Lega si è opposta e con gran parte del Pdl ha abbandonato l’aula. Formigoni: ognuno è libero di manifestare come la pensa

Oscar Luigi Scalfaro

Centrodestra e centrosinistra si sono scontrati, durante il Consiglio regionale della Lombardia, sulla commemorazione dell’ex presidente Oscar Luigi Scalfaro. L’Idv ha chiesto un minuto di silenzio, ma il presidente leghista Davide Boni lo ha dapprima negato. Quindi tutta la Lega (Boni compreso) è uscita dall’aula seguita da gran parte del Pdl, lasciando che il vicepresidente Carlo Saffioti concedesse il minuto di silenzio.

All’inizio della seduta il consigliere idv Gabriele Sola ha preso la parola per chiedere alla presidenza di commemorare (come di solito accade con le personalità scomparse dopo l’ultima riunione) “il presidente emerito della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, protagonista centrale di un momento drammatico della storia del nostro Paese”. A quel punto gli esponenti della Lega e parte di quelli del Pdl hanno iniziato a lasciare i propri banchi, ma sono stati fermati dal presidente Boni.

“Noi non siamo obbligati a farlo – ha infatti risposto Boni a Sola, cercando di procedere con i lavori – quindi i consiglieri possono rimanere seduti”. Le opposizioni hanno dunque chiesto la sospensione della seduta, ripresa la quale il vicepresidente pdl Carlo Saffioti (che ha sostituito Boni, uscito durante la pausa) ha concesso il minuto di silenzio. In aula non c’era alcun esponente della Lega, mentre per il Pdl sono rimasti una decina di consiglieri. Scalfaro era “un nemico del federalismo rimane un nemico del Nord e ci è sembrato doveroso non partecipare”, ha commentato il capogruppo Stefano Galli.

E a chi gli faceva notare che si trattava di un gesto di rispetto nei confronti di una persona defunta, il capogruppo è limitato a osservare che “ne muoiono tanti anche negli ospedali”.

“Ognuno è libero di manifestare liberamente” il proprio pensiero, si è limitato a commentare il governatore Roberto Formigoni. Per quanto riguarda la sua assenza, il governatore, presente ai lavori per la votazione del nuovo consigliere segretario, ha precisato di non aver potuto partecipare  perché la sospensione chiesta dall’opposizione è durata meno del previsto non ha fatto a tempo a rientrare in aula.  (larepubblica)

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OGGI A MILANO: il Psi espone il tricolore al Duomo, polizia chiede il ritiro (Maria Cipriano)

Così come aveva annunciato, il Psi stamattina era presente nella piazza del Duomo di Milano per manifestare pacificamente di fronte al corteo della Lega. Il consigliere del Psi al comune di Milano Roberto Biscardini si era riunito insieme ai simpatizzanti e ai militanti socialisti per esporre un lungo tricolore. Nell’approssimarsi in piazza dei manifestanti leghisti, il reparto Digos della polizia ha avvicinato i socialisti chiedendogli di levare il lungo striscione con i colori italiani. Immediatamente per evitare problemi di ordine pubblico, di fronte ad una platea colorata di verde che iniziava ad inveire contro il corteo pacifico che si era creato intorno al tricolore, lo stesso è stato rimosso senza discussioni.

Non essendoci alcuna volontà da parte dei manifestanti del partito di Riccardo Nencini di creare ulteriori problemi ad un corteo leghista che sembrava già abbastanza animato dallo scontro interno tra Bossi e Maroni, che ha visto il “sacrificio” proprio in questi giorni dell’ex capogruppo alla Camera Reguzzoni, il corteo di bandiere italiane si è spostato verso piazza della Scala. E’ stato lì che diversi leghisti hanno iniziato a intonare offese al tricolore e agli stessi socialisti, rei soltanto di aver riaperto il lungo striscione che non riportava alcuna frase che potesse in qualche modo offendere il popolo leghista.

Alcuni di questi hanno anche tentato di avvicinarsi ai militanti socialisti, ma fortunamente il contatto non è potuto avvenire grazie al servizio d’ordine del Carroccio, evidentemente ben addestrato conoscendo i suoi litigiosi manifestanti. In pochi minuti, le forze dell’ordine hanno dovuto chiedere nuovamente di dispiegare i colori della bandiera e fare cordone di fronte ai pacifici simpatizzanti socialisti.

Al grido del solito “Roma ladrona” e del ben più offensivo “Chi non salta italiano è…”, oltre al gesto dell’ombrello e ai pugni alzati manifestando la volontà di cercare un contatto, il popolo leghista si è riunito in piazza del Duomo, non sensa ulteriori scaramucce con i “dissidenti” socialisti che non altro non facevano che esporre i colori previsti per la nostra bandiera dalla Costituzione italiana. Qui, altrettanto pacificamente, al momento giusto hanno alzato il grido di “Maroni, Maroni”, e iniziato a fischiare proprio quando quel vecchio leone di Bossi aveva la parola sul palco verdastro.

A questo punto è utile fare una riflessione: c’è da chiedersi se possa essere considerato reato esporre la propria bandiera; se l’esposizione del tricolore possa essere considerato un affronto verso il popolo leghista, i cui onorevoli e senatori siedono gli scranni di Parlamento e Senato della Repubblica italiana; ma soprattutto i leghisti dovrebbero chiedere ai loro leaders perché, vista questa loro esigenza primaria di secessione e non appartenenza del Nord dal resto dell’Italia, in tanti anni di governo non siano riusciti nell’unica cosa che realmente vuole il popolo padano: il federalismo.

Ormai tra i politici leghisti e i suoi elettori esiste un divario d’interessi sempre più vasto: i primi, provata l’emozione del vero potere politico, hanno sacrificato gli interessi della base a fronte di compromessi  berlusconiani (vedi Cosentino); gli altri, i manifestanti che oggi festosamente affollavano piazza del Duomo, ancora pensano che la loro volontà possa in qualche modo trovare voce e concretezza nei loro capi. Ma forse chiedere all’ormai stanco Senatùr di parlare chiaramente ai suoi sarebbe troppo, per chi ancora non sa che la sua Padània in realtà non esiste, tutt’al più c’è la Padanìa.

Giampiero Marrazzo

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La Regione congela il tfr di Nicoli

LA DECISIONE DEL CONSIGLIO in accordo con la giunta

Fermo amministrativo di 34omila euro che avrebbe percepito per i 16 anni da consigliere. Resta la pensione da 5mila euro

Franco Nicoli CristianiÈ stata bloccata l’indennità di fine mandato del consigliere regionale, di Franco Nicoli Cristiani, l’ex assessore arrestato per tangenti il 30 novembre In accordo con la giunta, il Consiglio regionale ha disposto «il fermo amministrativo – spiega un comunicato – dell’intera somma maturata dall’ex consigliere Franco Nicoli Cristiani a titolo di indennità di fine mandato, sino alla conclusione delle indagini preliminari o, nel caso di rinvio a giudizio, sino alla pubblicazione della sentenza di primo grado e di riservarsi di modificare l’entità della somma oggetto di fermo amministrativo in ragione di ulteriori informazioni che saranno acquisite dell’Avvocatura regionale nel corso del procedimento penale citato».
Poco dopo l’arresto, l’esponente del Pdl si è infatti dimesso dal Consiglio, dove era stato eletto per la prima volta nel 1995. Calcolando gli anni di lavoro la sua liquidazione si aggira sui 340 mila euro. «L’ente regionale si riserva di adottare successivi provvedimenti – prosegue la nota – finalizzati alla salvaguardia delle pretese risarcitorie della Regione connesse ad eventuali ulteriori procedimenti penali a carico dell’ex consigliere Franco Nicoli Cristiani».

Redazione Online

corrieredellasera

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Tangenti, bufera sul Pirellone arrestato anche il pdl Cristiani (Video)

Maxi operazione fra Cremona, Milano e Bergamo. Sequestrati due cantieri della Brebemi, una cava destinata a una discarica d’amianto e un impianto per il trattamento dei rifiuti. Fra gli imprenditori e i politici in carcere c’è il vicepresidente del consiglio regionale lombardo

Franco Nicoli CristianiIl vicepresidente del consiglio della Regione Lombardia, il 68enne bresciano Franco Nicoli Cristiani (Pdl), è stato arrestato all’alba dai carabinieri di Brescia. L’ordinanza di custodia cautelare in carcere è stata emessa nell’ambito di un’inchiesta per una presunta tangente da 100mila euro. L’operazione dei carabinieri di Brescia, supportati da personale del Ris e da un elicottero, ha condotto all’arresto di imprenditori, politici e funzionari pubblici.

I reati contestati sono traffico organizzato di rifiuti illeciti e corruzione. Sequestrati la cava di Cappella Cantone (Cremona) destinata a una discarica di amianto, un impianto per il trattamento di rifiuti a Calcinate (Bergamo) e due cantieri della Brebemi a Cassano d’Adda (Milano) e Fara Olivana Con Sola (Bergamo). L’operazione ha impegnato 150 uomini dell’Arma. In carcere anche il coordinatore degli staff dell’Arpa (Agenzia regionale per la protezione dell’ambiente) della Lombardia.

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Brescia, rifiuti pericolosi: la consegna della tangente (video)

larepubblica

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“Giornalismo è diffondere quello che qualcuno non vuole che si sappia,
il resto è propaganda”Horacio Verbitsky

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Il grande passo di Formigoni lascia il Pirellone e sfida Alfano (RODOLFO SALA)

Il governatore respinge l’ipotesi di un posto nel governo Monti: “Non ho mica scritto Giocondo”
Ed è pronto a correre per le primarie del centrodestra. Conseguenza: la Lombardia andrà al voto

Roberto FormigoniNel Pdl è tra i fan più accesi del governo Monti. Per Roberto Formigoni il governissimo che si sta profilando mette in moto l’ultimo treno su cui salire per gettarsi finalmente nell’agone politico nazionale. E non da comprimario. Non sarà probabilmente nell’immediato, anche se di una sua partecipazione al nuovo esecutivo in questi giorni si è parlato molto, nei conciliaboli di un centrodestra alle prese con la rivoluzione copernicana costituita dall’uscita di scena di Berlusconi. Insomma, la tentazione c’è stata, ma il Celeste ha fatto due conti e ora esclude in maniera categorica che la sua corsa verso Roma possa cominciare come componente del probabilissimo nuovo esecutivo di larghe intese. «Non ho scritto Giocondo in fronte», va ripetendo Formigoni ai suoi fedelissimi.

«Non vado a fare il ministro in un governo che al massimo può durare un anno e mezzo». Cioè fino alla scadenza naturale della legislatura, nel 2013. «Non ci andrei – avrebbe aggiunto Formigoni cedendo alla sua proverbiale immodestia – neppure se mi chiedessero di fare il premier». Non glielo hanno chiesto, nonostante l’indiscrezione filtrata in questi giorni dall’entourage del governatore: prima di indicare a Berlusconi il nome di Alfano come premier, Bossi avrebbe fatto proprio quello di Formigoni, nella speranza che la presidenza della Lombardia potesse essere assegnata, grazie a un accordo di coalizione, alla Lega.

È andata com’è andata, ora il Carroccio si prepara a un’opposizione catartica e conveniente sul piano elettorale, ma il tema del Pirellone come merce di scambio tra alleati rimane tutto, e si riproporrà inevitabilmente alle Regionali del 2015. A meno che non si voti prima, come tutto lascia supporre, se è vero che l’attuale presidente per quella data dovrebbe aver già spiccato il volo nel cielo della politica nazionale.

Ma occorre fare un passo alla volta. Per ora Formigoni resta, sorretto da una convinzione granitica: «Non sono disposto ad abbandonare un palazzo di 30 piani per un palazzotto di tre o quattro».

Chiarissimo. Ma è altrettanto chiara la volontà del presidente di Regione più longevo (siamo al quarto mandato) di farla finita con il limbo che dal 1995 lo costringe in quella sorta di prigione dorata che è diventata per lui il Pirellone. Ci ha provato più volte (la meta più ambita era la Farnesina), senza mai riuscirci. Ma ora sente che è arrivata la volta buona. Dunque la partita è solo rimandata: al 2013, o forse prima se il governo ora in gestazione non ce la facesse ad arrivare alla fine della legislatura. Una partita che si giocherà sul terreno delle primarie del Pdl, sulle quali Formigoni da subito ha insistito molto, proponendosi come uno dei possibili concorrenti. Anche dopo che Berlusconi aveva provveduto a investire Alfano del ruolo di delfino.

Ora, con il sipario ormai calato sul Cavaliere, quel passaggio diventa inevitabile, almeno così la pensa Formigoni. Lo diventa ancora di più perché il varo del nuovo governo – sempre che Monti riesca nell’impresa – scompagina la geografia politica del Paese. «Il Pdl – ragionano gli amici del governatore – perde la Lega, il suo alleato storico; e la stessa cosa succede nell’altro campo, con il Pd destinato a fare a meno di Di Pietro e forse Vendola, con i quali avrebbe potuto vincere a mani basse le prossime elezioni». Conclusione: «Questo governo può cambiare molte cose». Il ragionamento potrebbe filare, ed è per questo che lui, il Celeste, pare ormai pronto al grande passo: dimettersi dalla presidenza della Regione per partecipare alle primarie del suo partito o di quel che ne sarà nel 2013. Oppure anche prima, se la legislatura dovesse interrompersi.

Una cosa è certa: comunque vada, Formigoni è costretto a spiccare il salto prima delle Regionali 2015. Sa che il quinto mandato è impossibile per legge. E deve cogliere l’attimo perché non può più ripetere il giochetto di farsi eleggere in Senato da governatore e successivamente scegliere di restare a Milano, com’è successo già due volte. E allora non gli rimane che giocare il tutto per tutto alle primarie e proporsi alle prossime elezioni politiche come leader di un centrodestra profondamente rinnovato. L’alternativa – scartata – sarebbe aspettare il prossimo giro, che tuttavia passerà troppo tardi per lui: 2017 o 2018 (dipende da quando si vota per rinnovare quello attuale, 2012 o 2013). L’allievo prediletto di don Giussani taglierà allora il traguardo dei 70 anni. Dodici di più di quelli che aveva il Berlusconi della «discesa in campo».

larepubblica

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A2A e la necessità di trasparenza, Cesare Giovanardi / Leonardo Piccini

Inoltro in allegato il recente articolo di Leonardo Piccini sull’Espresso del 1 settembre 2011 che. all’apertura della stagione dei rinnovi delle cariche negli organismi di A2A, pone forti interrogativi in termini di trasparenza da parte del management uscente per poter condizionare le future scelte.

Mi auguro che tutti noi saremo vigili nel garantire legalità e trasparenza nel rappresentare gli interessi dei cittadini bresciani e milanesi che sono i veri titolari della maggioranza azionaria di A2A.

E non facciamo ancora finta di niente come per la vicenda del Montenegro che rimane una ferita dolorosa e ancora aperta.

Cesare Giovanardi

Riuscirà Pisapia a sradicare Cl?
di Leonardo Piccini
In quasi vent’anni, la lobby di Comunione e Liberazione si è insediata in tutti i gangli di potere della città. A partire dalla A2A, l’azienda energetica. Ora il nuovo sindaco vorrebbe fare piazza pulita. Ma non è facile.

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BRESCIA – A2A: Montenegro ed Edison i due fronti per farsi largo, Giovanni Armanini

IL FUTURO. Rassicurazioni dal presidente del consiglio di gestione Zuccoli e dal sottosegretario Saglia
Saranno rispettati i termini della chiusura dell’accordo con i francesi di Edf . Si aggiorna l’intesa per l’Epcg di Podgorica

RIMINIDopo una settimana e oltre di dibattito sulla necessità o meno di vendere parte della partecipazione del Comune di Brescia in A2A gli azionisti bresciani (gli istituzionali, così come i piccoli risparmiatori di cui ci si dimentica ma che pur esistono) si sono svegliati ieri con un titolo nuovamente in risalita ed importanti novità in merito a due fronti strategici caldi per il futuro della municipalizzata. Da una parte il Montenegro, investimento le cui finalità non sono state mai troppo chiare né per i risparmiatori né per i mercati (che infatti ieri hanno esultato chiudendo con il +2,51% del titolo) ed il cui percorso ha mostrato evidentemente l’anacronismo di chi rivendica ancora brescianità in una azienda che aspirerebbe a strategie globali. Dall’altra il capitolo Edison, con le rassicurazioni del presidente del consiglio di gestione Giuliano Zuccoli e anche del sottosegretario allo sviluppo economico Stefano Saglia, che a margine di un convegno sulle politiche energetiche durante il meeting di Rimini hanno ribadito la volontà di rispettare i termini della chiusura dell’accordo con i francesi di Edf. Due fronti strategici anche perché da lì passa il futuro dell’azienda e la capacità di ri-valorizzare in Borsa un titolo che da anni sta arretrando.
MONTENEGRO. A2A detiene il 43,7% (per un investimento di 436 miloni di euro) della Epcg di Pogdorica, controllata dal governo montenegrino. Ieri è stato firmato un memorandum sulla revisione degli accordi del 2009 (che sostanzialmente prevedevano il passaggio dell’intero capitale in mani italiane entro il 2015). Il governo montenegrino spera così di mettere a tacere le polemiche sulla svendita della compagnia elettrica agli italiani. Parallelamente A2A deve fare chiarezza sulla strategia montenegrina (dove il business energetico è legato all’idroelettrico) in una partita complessa che non sarebbe giocata solo su due tavoli, ma vedrebbe sullo sfondo anche un interessamento russo (potenziale acquirente delle quote italiane).Giuliano Zuccoli è stato chiaro: «Non c’è nessun disimpegno da parte dell’azienda, l’intesa rappresenta un riequilibrio dell’accordo in funzione dei movimenti politici avvenuti in Montenegro negli ultimi tempi. Credo che si sia migliorata la posizione reciproca rispetto al passato che conferma comunque la nostra strategia». Che sullo sfondo ci sia uno scenario politico più che economico Zuccoli lo ha fatto ulteriormente capire spiegando che: «Si sta monitorando il passaggio del Montenegro da stato legato a logiche dei tempi precedenti a Stato che è pronto ad entrare in Europa». A margine del convegno anche il bresciano Paolo Rossetti, direttore generale dell’area tecnico-operativa del gruppo, ha confermato: «Non cambia nulla, la direzione rimane in mano nostra. Il governo montenegrino ci ha solo chiesto di non passare ad un controllo di maggioranza».
EDISON. Sulla possibilità di chiudere l’intesa con i francesi di Edf il sottosegretario Saglia ha espresso ottimismo nell’intento di «trovare un’intesa definitiva», aggiungendo anche che «l’accordo di marzo era già positivo, meglio se potrà essere migliorato: non ci sono date in discussione ma la possibilità di precisare alcune questioni tra cui le reciprocità e la possibilità di dare prospettive industriali di cui l’azienda ha bisogno». Zuccoli dal canto suo ha spostato la barra verso il governo: «I nostri soci francesi fanno benissimo a pretendere una presa di posizione da parte del Governo italiano: siamo contenti che la partita sia finita in mano al ministro delle attività produttive Paolo Romani, perché ci aiuterà a negoziare meglio il riassetto». I punti chiave: «La spartizione degli asset di Edipower e il valore della put che andrà riconosciuta per i soci italiani». Zuccoli infine si è espresso sui provvedimenti governativi della finanziaria. A partire dalla Robin Tax, ricordando con una battuta che «Robin Hood era contro lo sceriffo di Notthingham, contro le tasse La Loggia segue con grande interesse: da settembre il dibattito sul futuro della partecipazione non potrà che passare – a prescindere dalle libere battute agostane d’assaggio dei protagonisti – dalle pagine dei giornali alle sedi istituzionali, ed il tema del valore effettivo dell’azienda anche in Borsa (gli analisti finanziari sostengono che la partita Edison sia il vero nodo per valorizzare l’azienda, e la reazione dei mercati ieri alle novità sul Montenegro dimostra il resto) non è certo secondaria visto che sui tempi di un’eventuale operazione di vendita proprio l’assessore al bilancio Fausto Di Mezza ha rinviato tutto nell’ipotesi di una rivalorizzazione della partecipazione (attualmente al 27,5%, come quella di Milano).

 

bresciaoggi

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