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IN LOMBARDIA LA CONCORRENZA HA PERSO IL TRENO di Dario Balotta e Marco Ponti

La legge di riforma del trasporto pubblico locale approvata dalla Regione Lombardia è il classico esempio da non seguire. Sancisce un trattamento differenziato tra servizio ferroviario locale, privilegiandolo, e quello svolto dalle autolinee, che pure è meno costoso. Nelle gare ferroviarie aumentano le barriere all’ingresso, con l’adozione del contratto nazionale e di quelli integrativi. Ma l’elemento più anticompetitivo è la dimensione minima dei lotti, che impedisce le liberalizzazioni graduali attraverso bandi di gara per singole linee o gruppi di linee.

La legge di riforma del trasporto pubblico locale (Tpl), approvata dopo un lungo iter dal Consiglio regionale della Lombardia nel marzo scorso all’unanimità (cosa davvero insolita), non sembra rispondere alle esigenze di riassetto, di rilancio e di contendibilità del sistema in una difficile fase di contrazione della disponibilità di risorse pubbliche. Dato il peso economico e dimensionale della Lombardia, ciò può costituire un pericoloso precedente.

I PRIVILEGI DELLE FERROVIE

La riforma (Legge Consiglio regionale n. 042) sancisce un trattamento differenziato tra servizio ferroviario locale e quello svolto dalle autolinee (urbane ed extraurbane), che si è andato affermando negli ultimi anni innanzitutto attraverso una ripartizione dei contributi di esercizio nettamente favorevole ai trasporti ferroviari. Questi hanno goduto, in un decennio, di aumenti dei contributi superiori a quello dell’offerta, di un aumento delle tariffe superiore a quello dell’inflazione e sono stati “graziati” dalle ultime tornate di tagli, che invece hanno colpito le autolinee (tabella 1 e 2). Inoltre, alle costituende cinque Agenzie della mobilità non è affidata nessuna competenza ferroviaria, che viene riservata interamente alla Regione, di modo che questa possa avvalersi senza troppe discussioni di Trenord, ovvero la società tutta pubblica e controllata dalla stessa Regione, risultata dalla fusione dei servizi ferroviari locali di Trenitalia e di Ferrovie Nord. Le Agenzie corrispondono a cinque maxi-bacini di servizi su gomma: quelli di Bergamo, di Brescia, di Como, Lecco, Sondrio e Varese, di Cremona e Mantova, e per ultimo il maxibacino di Milano, Monza, Lodi e Pavia. I bacini, così configurati, non assicurano una nuova ed efficiente governance perché sono stati disegnati sulla base dei vecchi confini amministrativi e non sono il risultato di un’analisi della domanda di traffico o delle caratteristiche dei servizi, ma neppure del posizionamento dei depositi e delle officine. Ciò renderà molto difficoltosa, se non impossibile, l’effettuazione di gare efficaci. In contrasto con i principi della concorrenza e con un razionale utilizzo delle risorse pubbliche c’è poi la decisione (art. 28) di far rientrare nel contratto di servizio Regione-Trenord una quota parte dei collegamenti ferroviari con l’aeroporto di Malpensa, nonostante questo abbia tutte le caratteristiche di servizio commerciale, tanto che è in vigore una tariffa diversa (maggiore) da quella del Tpl. Il servizio per Malpensa ha tutte le caratteristiche per non essere sussidiato e anzi può essere messo a gara a zero costi per la Regione, allo stesso modo dei collegamenti automobilistici per l’aeroporto. 

GARE? ALLE CALENDE GRECHE

La nuova legge regionale non indica un orizzonte per l’applicazione del dispositivo “pro-competition” previsto dalla recente normativa nazionale, pur approvata prima di quella regionale, e addirittura vengono introdotte nuove barriere all’ingresso in caso di gara ferroviaria (art. 35), laddove viene previsto, come condizione per poter partecipare, non solo l’adozione del contratto nazionale vigente e il mantenimento degli organici delle aziende esistenti, ma anche le condizioni economiche e normative previste dai contratti integrativi (cioè tutti i contratti che nel tempo la Regione Lombardia ha siglato in vista delle elezioni o amministrative o politiche). Molto di più di quanto disposto dal già garantista articolo 37 della legge “cresci Italia” che obbliga a osservare i contratti nazionali di settore. La gestione delle tariffe integrate e del biglietto unico viene ancora indicato come un obiettivo generico. Le associazioni dei consumatori e dei pendolari trovano accolte le loro richieste “partecipative” in contesti privi di qualsiasi potere decisionale. E la Regione Lombardia resta in pieno nel suo plateale conflitto d’interessi, essendo al tempo stesso programmatore dei servizi, finanziatore delle risorse, gestore e proprietario (attraverso la partecipata al 50 per cento Trenord), mostrando di voler privilegiare l’asset ferroviario rispetto a quello meno costoso e più flessibile delle autolinee, proprio perché quell’asset è diventato strumento di consenso diretto dell’amministrazione regionale.

LOTTI OBESI, CONCORRENZA MAGRA

Ma l’elemento più anticompetitivo della legge è sicuramente la dimensione minima dei lotti (almeno 10 milioni di bus/km anno per i servizi di autolinee e non più di tre lotti per bacino). In realtà, il settore è caratterizzato da economie di scala molto dubbie (è stato valutato a livello europeo che la dimensione efficiente va dai 5 ai 7 milioni di bus/km anno), mentre appare provato che i costi unitari delle imprese private sia grandi che piccole siano nettamente più bassi di quelli delle grandi imprese pubbliche, anche scontando i maggiori costi dei servizi urbani in carico alle imprese più grandi. (1) Comunque, la prova dell’eventuale esistenza di economie di scala può essere lasciata al mercato stesso, senza necessità alcuna di definire lotti minimi: se le offerte più vantaggiose accorperanno più lotti, ciò ne sarà la miglior riprova. In realtà, occorrerebbe porre limiti alle dimensioni massime dei lotti, per favorire la contendibilità, come più volte rilevato dall’Autorità garante della concorrenza e del mercato.
L’obbligo del lotto obeso impedisce anche di procedere a liberalizzazioni graduali, mettendo in gara singole linee o gruppi di linee. Date le barriere all’ingresso, le asimmetrie informative di cui godono gli incumbents e la manifesta ostilità politica da parte dei concedenti pubblici in cui si troverebbe a operare qualsiasi nuovo  entrante, non sembrano esservi dubbi che le gare con questa legge non avranno impatto alcuno.
Certo “spes ultima dea”, e la nuova Autorità di regolazione dei trasporti potrebbe e dovrebbe segnalare all’Antitrust qualsiasi normativa locale palesemente anticoncorrenziale, per la sua pronta cancellazione.

Fonti: Elaborazione Onlit su: (1) Regione Lombardia (2009), “Accordi tra Regione Lombardia e le imprese ferroviarie per il potenziamento e il miglioramento del servizio ferroviario regionale in Lombardia”; (2) Regione Lombardia (2007), “Sviluppo del Tpl in Lombardia. Risorse necessarie e prospettive”; (3) Tln (2010), Elementi di Piano Industriale e linee guida strategiche. Febbraio 2010; (4) Istat (2010), Indice dei prezzi al consumo.
* incremento tariffario medio riferito al periodo 2002-giugno 2011


(1)
Si veda, per esempio, Boitani A., Nicolini M., Scarpa C., “Do competition and ownership matter? Evidence from local public transport in Europe”, Applied Economics, vol. 45, pp. 1419-1434, http://dx.doi.org/10.1080/00036846.2011.617702.
  (lavoce)

 

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Personale di Vittorio Mosca a favore dell’Associazione Amici del “Centro Dino Ferrari”

Dal 4 al 31 maggio 2012
 presso lo spazio espositivo di via Sant’Andrea 21 a Milano
avrà luogo la prima personale di 
Vittorio Mosca
Saranno esposti circa 100 opere tra disegni e dipinti eseguiti da Vittorio Mosca negli ultimi due anni.
La mostra è a cura di Simona Bartolena.
La serata inaugurale è prevista per giovedì 10 maggio, dalle 18 alle 22 e sarà a favore dell’Associazione Amici del “Centro Dino Ferrari” dell’Università degli Studi di Milano per la ricerca contro la Sclerosi Laterale Amiotrofica (SLA), a questa sarà devoluto il ricavato della vendita di una parte delle opere in mostra messe a disposizione dell’autore in Limited Edition.
La mostra sarà aperta al pubblico dal lunedì al sabato con orari 10.30-13,30 e 15,30-19,30 e sempre su appuntamento. 
Per qualsiasi Informazione potete contattare Miriam Cipriani  all’indirizzo mail: obtmosca@gmail.com

La scoperta della pittura 


La circostanza è stata del tutto particolare, una situazione personale assai delicata: ma la scoperta della pittura è stata per Vittorio Mosca come l’apertura improvvisa di una diga. Chissà: forse il riserbo innato come tratto caratteristico dell’educazione, forse la memoria (consapevole o inconscia) della straordinaria e “segreta” vicenda artistica della madre Carla Maria Maggi, forse l’appagamento venuto dal fatto stesso di aver trascorso la vita professionale di grande successo accanto a forme, linee, colori applicati al tessile di qualità. Fatto sta, che la creatività espressiva è sgorgata di colpo, con una felicità e una quantità di opere che appaiono quasi liberatorie. 

Raccolte in uno spazio cronologico che si conta nel giro delle settimane e dei mesi, le opere pittoriche e grafiche di Vittorio Mosca appaiono ovviamente “imparentate” fra loro, anche se è comunque possibile tracciare una linea di sviluppo creativo che va dall’esercitazione sulle singole teste (tanto da comporre un’ironica “galleria” di tipi fisici e psicologici) alle cosmogonie più complesse, passando attraverso la serie dedicata ai sensi, le visioni oniriche, le combinazioni di personaggi, e soprattutto alle superfici specchianti, che sono forse una delle tappe più rilevanti del percorso. 

Base irrinunciabile di ogni espressione figurativa è il disegno, esercizio di stile severo e controllato, passato al vaglio delle cancellature, dei ripensamenti, delle modifiche. Solo dopo essere davvero convinto e soddisfatto del dato grafico avviene il passaggio a tecniche più “permanenti”, dal pennarello al pennello, fino al risultato finale, talvolta coloratissimo. Eppure, questa elaborazione intimamente “classica” appare totalmente riassorbita in dipinti di grande freschezza e immediatezza, che sembrano (ma non sono!) nati di getto, quasi à l’impromptue non senza una leggera e gradevole memoria del più luminoso surrealismo. 

Ma quello che stupisce gradevolmente chi osserva una singola opera o una ampia selezione di lavori è l’equilibrio. Ogni dipinto di Vittorio Mosca appare perfettamente bilanciato, grazie a un senso davvero “umanistico” dei rapporti tra linea e superficie, tra immagine e spazio. Ogni elemento della composizione si armonizza con gli altri e con il tutto, con grande semplicità e immediata efficacia. Ne nasce sempre un’impressione di piacere, di limpidezza; una “facilità” di lettura che non è affatto superficialità, ma il frutto di una educazione all’immagine che si è profondamente sedimentata nell’indole di Vittorio Mosca, e che ci viene restituita come forma visibile di una ricerca, logica, giusta e umanissima, di una possibile felicità. 
Stefano Zuffi


 

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“Gente di nessuno”: in scena l’8 luglio 2012. Uno spettacolo interessante e gratuito per capire la Moldova

Campagna informativa e di sensibilizzazione sulle consequenze negative dell’emigrazione dei bambini (con le familie rimaste in Moldova).

Siete tutti invitati ad assistere all’opera teatrale:

“Gente di nessuno”

8 luglio 2012

via Cimabue, 16 (San polo – BS),

ore 15.00, Ingresso gratuito.

in: MoldBrixia

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ab/arTe presenta Silvana Lunetta: ”Immateria” Paesaggi dell’informale

sabato 28 aprile 2012 alle ore 18

Inaugurazione con aperitivo della mostra d’arte

 

Silvana Lunetta

Immateria

Paesaggi dell’informale

 E se prima Parigi e poi New York hanno prodotto una evoluzione dell’arte moderna, oggi la nostra artista nissena è specchio di un villaggio globale che, dopo l’esperienza informale e quella dell’espressionismo astratto, caratterizza un cantico all’indefinito, percepisce l’astrattismo delle idee di una società ormai da emendare, ne esplora le caratteristiche visive e tattili, rifiuta ogni concetto di forma …

28 aprile > 1 giugno 2012

A cura e presentazione di Andrea Barretta

Allestimento di Riccardo Prevosti

 

 

ab/arTe

Galleria d’arte moderna e contemporanea

Vicolo San Nicola, 6

25122 Brescia

 

www.abarte.it

 

Tel. 030 3759 779

 

Orario:

giovedi 15,30 – 19,30

venerdi e sabato 9,30 – 12,30 e 15,30 – 19,30

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LE OLIMPIADI A BRESCIA SENZA TANGENTI MA TANTA ADRENALINA E SUDORE (Roberto Pasini).

Fra campi e numeri, fra acqua e cielo.

Con i muscoli dell’arcobaleno.

Nell’aria della competitività.

 

Tra vie e vicoli, parrocchie e scuole

E associazioni,  34 quartieri e una città.

E festa nei parchi per premiare lo sport.

 

Quando ero “gnaro”

Vi erano bande fra le vie di Lamarmora,

giochi non codificati dai grandi.

 

Come si era in strada,

già si avvertiva l’avversario,

fra lanci di sassi e fusi e una partita a pallone e cazzotti.

 

Erano le nostre Olimpiadi,

e a sera con le ammaccature e croste perenni alle ginocchia

vi era il premio dell’adrenalina.

 

Tutti avevamo vinto.

Minestra o finestra si andava a letto contenti.

Senza tv..

 

Difficile ora,

ma la sfida è riposta ai grandi

a coloro che si sbucciavano le ginocchia, allora.

 

Rivivere le vecchie olimpiadi con i propri figli.

Ciancol o baseball,

partite di palla fra le case  o calcetto a 6.

 

Credo che scuola, parrocchia, genitori e istituzioni

possano ripensare le gare fra le vie nei quartieri,

nei parchi e in piscina.

 

Un mese di gare,

come premio l’adrenalina e l’ambiente

e tutti sporchi di sudore e polvere.

 

Senza tangenti,

felici di arrivare al Rigamonti, a Campo Marte, a p.zza Paolo VI,

e che i grandi della scuola e delle Istituzioni diventino piccoli.

 

E che si sporchino solo di fango e aria aperta

E gareggino con i protagonisti

In un mese di sport .

 

e…. mi raccomando, senza troppe raccomandazioni,

furbizie e regole paterne e/o istituzionali.

Come il Consiglio Comunale dei ragazzi vi ha chiesto.

Papio

 

P.S.

Dal libro “ 2 cuori” una D.ssa americana fece un viaggio di 7 gg con gli aborigeni dell’Australia.

Appena arrivata fu svestita da gingilli e vestiti occidentali per avere “ coscienza” primitiva.

Lungo il viaggio alla sera si riunivano e si confrontarono:

ma voi che giochi avete, in America?

Le olimpiadi ….rispose le D.ssa.

Ma che gioco è? 200 corrono e solo uno vince?

A Brescia vorrei l’Olimpiade ove tutti vincano, fra gioia, sudore, rispetto  e ambiente.

 

Inviata anche:

AL VESCOVO DI BRESCIA MONS. MONARI

Con richiesta di trasmetterla al Signor MORI

AL PRESIDENTE DEL C.C.  SIGNORA BORDONALI

ALL’ASSESSORE SIGNOR AMBROSI

                               Per e-mail presso la casa delle associazioni

ALL’ASSESSORE SIGNOR BIANCHINI

ALL’ASSESSORE SIGNOR ARCAI

AL SIGNOR GARBARINO per LEGAMBIENTE

E VARIE ASSOCIAZIONI SPORTIVE E CULTURALI

 

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Il glicine nel mare (Roberto Pasini)

Egregio direttore, oltre alla conta delle persone fisiche recintate in “Stati” buoni e cattivi, vi è la sensazione che al di là  vi siano le colonne d’ercole della civiltà, dell’altro inteso come sensazione, grandi sogni.
Di profumi, come le api…come il glicine che ci gentilizza senza ciederci nulla.
Come il mare foriero di civiltà. recintiamo e censiamo il mare?
l’aspetto trascendentale a questa politica priva di sogni credo che non guasti.
le auguro una corretta informazione.
pasini roberto

 

Al Vicesindaco Rolfi

E al Vescovo Mons. Monari

  il glicine nel mare

Lavoro al censimento per contare le persone

Vi è un grande pianta di glicine

Solitaria e a primavera profumata.

 Originaria dalla Cina ora bresciana

godo della sua bellezza e  gentilezza.

E mai non mi ha chiesto nulla

Ne ho donato una manciata di figlioli

alla mia amica marocchina.

Ora so che anche le api le faranno festa.

 Nel mare di colori e sensazioni.

 papio

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CASTEGNATO “Dal 1429 è terra di Franciacorta”

Una proposta di lettura durante le giornate pasquali.

Castegnato, dal 1429, è Terra di Franciacorta.

Franciacorta è Terra dei Comuni

Su questo argomento, allego le pagine centrali de

La fotografia a corredo del testo

è la copertina del libro

LA STORIA DI CASTEGNATO – dalle origini all’Ottocento

volume 1 – di Gianpietro Belotti

edito dal Comune di Castegnato – maggio 2008

riproduce Castegnato e la Franciacorta in una mappa eseguita per risolvere il contenzioso tra la Città di Brescia, il Comune di Gussago e la famiglia Martinengo per la giurisdizione sulla strada, sul ponte e sull’osteria della Mandolossa.

ASB (Archivio di Stato Brescia) Mappa Martinengo n. 19 secolo XVI

nella strada è scritto da Bresa per Franza Curta

sopra la scritta Bresa c’è Castegnato e poi Pasirà

 

Buona lettura.

Giuseppe Orizio

Sindaco di Castegnato

In epoca veneziana il primo documento a fissare i limiti della Franciacorta è la ducale del doge Francesco Foscari del 1429.
Allora la provincia di Brescia non costituiva una circoscrizione unitaria, ma si suddivideva nel “Territorio”, costituito da una ventina di “Quadre”, e nelle “Terre Separate”, cioè le Valli, la Riviera salodiana e le giurisdizioni feudali.
La Franciacorta si suddivideva in due “Quadre”: La Quadra di Gussago era composta dai paesi di: Gussago, Cellatica, Provezze, Polaveno, Rodengo, Saiano, Valenzano, Monticelli Brusati, Castegnato, Ronco, Ome, Brione, Provaglio.
Quadra di Rovato era composta dai paesi di: Rovato, Coccaglio, Paderno, Camignone, Erbusco, Calino, Cazzago, Bornato, Monterotondo, Passirano.
I paesi di Capriolo, Nigoline, Timoline e Colombaro non facevano parte delle quadre di Franciacorta in quanto erano assegnati alla Quadra di Palazzolo.
L’identità della Franciacorta è dunque “un’identità storicamente forte”, strutturatasi nel corso dei secoli. Va dato atto al Consorzio per la Tutela del Franciacorta cinque secoli dopo, nel 1967, di averla rilanciata, sia pure legata ai prodotti vinicoli.
La Franciacorta non è però patrimonio di uno specifico prodotto merceologico (sarebbe riduttivo), ma è una identità storica e territoriale di cui possono e devono fregiarsi tutte le attività anche produttive legate al territorio, ma in prim’ordine i Comuni che storicamente, a partire dal 1429 e fino ad oggi, ne fanno parte.
Tra questi, Castegnato
Il Comune di Castegnato ha sin dall’inizio condiviso, sostenuto e poi formalmente sottoscritto il protocollo d’intesa
per dar vita al progetto “Terre di Franciacorta”, promosso anche con la Fondazione Cogeme onlus.
Un progetto dei comuni e dei sindaci per valorizzare un territorio il cui sviluppo può essere agevolato da “un’idea
forte, ambiziosa, alta, per guardare lontano… per rendere attrattiva e competitiva l’area.”
L’economia del territorio è per l’86 percento industria, artigianato, commercio, servizi-terziario e per il 14 percento legato alle attività vinicole e pertanto, non volendo essere un progetto “arcadico”, deve tener conto di questa complessità che è la ricchezza della nostra gente.
Il progetto è nato prendendo come riferimento una parte di territorio dell’Ovest bresciano che storicamente è stato individuato come “Franciacorta” e precisamente i Comuni: Adro, Capriolo, Castegnato, Cazzago San Martino, Cellatica, Coccaglio, Cologne, Corte Franca, Erbusco, Gussago, Iseo, Monticelli Brusati, Ome, Paderno Franciacorta, Paratico, Passirano, Provaglio d’Iseo, Rodengo Saiano e Rovato.
E’ utile ed importante dare uno sguardo al nostro passato attraverso la ricostruzione storica, da documenti ufficiali che riguardano la Franciacorta.
La Franciacorta, un’aerea dai confini geograficamente incerti, posta a grandi linee fra i fiumi Oglio e Mella e che si estende dai monti di Polaveno alle prime propaggini della pianura Padana, ha presentato in passato caratteri peculiari, nello sviluppo socioeconomico e nel rapporto con l’ambiente circostante, che in qualche misura l’hanno diversificata dal resto della provincia bresciana. Infatti il rapporto con il particolare ambiente geofisico (qui rappresentato da un’ondata di colline che dolcemente si succedono fino a sfumare nella campagna) ha in qualche misura influenzato lo sviluppo civile delle popolazioni, che in esso si sono trovate a vivere umanizzandolo con la propria industre fatica.
Detto questo è assai probabile che la conservazione nel tempo del particolare toponimo sia  strettamente connesso a ragioni fiscali. Infatti per quasi quattrocento anni dichiararsi cittadini di Franciacorta significava godere di esenzioni fiscali. Ci riferiamo ai privilegi in materia fiscale, goduti a partire dal Quattrocento e per tutto durante il periodo veneziano, che contribuirono a far assumere a questa fascia geografica una sua specifica fisionomia anche in campo politico/amministrativo. Queste esenzioni, oltre ai vantaggi diretti, favorirono anche la formazione di un ceto contadino dalla fisionomia mista abituato a incrementare il proprio reddito poderale con attività legate al commercio. Queste attività mercantili erano poi agevolate dalla particolare posizione geografica che faceva del pedemonte il punto di raccordo, di cerniera, fra i prodotti dell’agricoltura irrigua della bassa e quelli dell’economia della Vallecamonica.
E infatti, proprio in questa zona, si erano installati da secoli due fra i più importanti mercati agricoli settimanali della provincia: quello di Rovato in Franciacorta, specializzato in fieno e bestiame, e quello d’Iseo, dai caratteri misti per la gran quantità di derrate e di prodotti tessili e manifatturieri che vi si trattavano. Proprio questa particolare duttilità, unità alla vicinanza alla città e alla presenza di un discreto numero di piccoli proprietari che dipendevano solo in parte dal lavoro signorile, aveva finito per favorire anche la diffusione del lavoro a domicilio, conseguente al decentramento di alcune attività tessili.
Vediamo i brevemente la natura di questi privilegi e l’area geografica che essi delimitano come Franciacorta. I primi privilegi concessi da Venezia alla Franciacorta risalgono al 1438 e consistono nell’estensione delle esenzioni e delle limitazioni godute precedentemente dalle Valli Trompia e Sabbia; esse erano state concesse in cambio della fedeltà dimostrata dai comuni e dagli “homines” di Rovato e Gussago durante la guerra con i Visconti, che si era combattuta proprio nei paesi e nelle campagne della Franciacorta. Infatti il capitano di ventura Nicolò Piccinino aveva occupato, dopo un’aspra battaglia, la roccaforte di Rovato il 30 agosto del 1438, e alcuni giorni dopo anche Gussago.
Quei privilegi furono sanciti definitivamente nel 1440 con la ducale del Doge Foscari, nella quale si stabiliva che, in cambio delle “limitazioni” e delle esenzioni concesse, le quadre di Gussago e di Rovato dovevano pagare in tre rate la somma di 3.500 lire imperiali all’anno.
La sentenza che estende anche ai comuni della Franciacorta la facoltà di non pagare i singoli dazi, in cambio di una somma stabilita, è del 26 gennaio 1450. Con essa si concede in perpetuo l’esenzione da tutti i dazi generali gravanti sul pane, sul vino e sulle carni, sull’olio, lino e legumi, nonché da quello chiamato dell’imbotado, che colpiva tutte le biade e gli altri prodotti agricoli al momento del raccolto, in cambio della somma di 4.500 lire planete.
Questa sentenza dei Rettori di Brescia è molto importante, perché identifica la Franciacorta con i paesi delle quadre di Rovato e Gussago e precisamente:
Quadra di Rovato: Rovadum cum Cocalio, Erbuscum, Cazzaghum, Calinum, Bornatum, Paternum, Passiranum, Camignonum cum suis pertinentiis
Quadra di Gussago: Gussagum, Cellatica, Roncum, Rotingum, Sajanum, Brionum, Homis, Polavenum, Monticellum, Provesium, Provalium, Valenzanum,Castegnatum cum suis pertinentiis
Nella revisione dei privilegi, fatta nel 1612 per metter fine agli abusi, i Rettori di Brescia confermano nuovamente alle quadre di Gussago e di Rovato i privilegi goduti dalle Valli bresciane. In quell’occasione si stabilì anche che, in cambio delle limitazioni concordate, gli abitanti di queste quadre fossero esenti da tutti “li carichi ordinarli” reali e personali di qualunque sorta.
Erano quindi esentati anche dal dazio del “bollo delle bestie”, che si doveva pagare all’atto dell’acquisto o della vendita di quadrupedi, e da quello chiamato del “traverso” su tutte le merci acquistate o vendute fuori del paese; infine si sanciva che gli abitanti di queste quadre potessero comperare, vendere, tenere e condurre di terra in terra… tutto quello che vogliono, senza alcun pagamento di dazio o pedaggio, over gabella.
Così dunque mentre tutti i prodotti (agricoli e non) delle altre zone del bresciano andavano “bollati” dal funzionario del dazio che riscuoteva le imposte, quelli che entravano od uscivano dalle comunità di Franciacorta andavano accompagnati da una semplice “bolletta”, compilata dai consoli del paese, ove si registrava la provenienza e la destinazione delle merci, le quali quindi praticamente sfuggivano al controllo dei daziari.
Queste esenzioni avvantaggiavano nei commerci gli abitanti dei paesi di Franciacorta che potevano acquistare e vendere con margini di profitto e guadagni più alti: basti pensare che erano persino esenti dal dazio della Stradella che si pagava per le merci transitanti per il veronese -(sentenza del 30 maggio 1678).
Si capisce dunque la tenacia con la quale le comunità della Franciacorta difesero strenuamente questi privilegi contro gli agenti dei dazi.
Nel 1688 nel confermare i precedenti privilegi si pone l’attenzione in particolare sul dazio delle taverne; anche questa volta, nel concedere la limitazione, viene richiamata la particolare fedeltà che lega a Venezia le quadre della  Franciacorta, del Pedemonte, delle Valli e di altri luoghi, privilegiati; agli abitanti di questi luoghi, poveri bensì, ma altrettanto ricchi,di fede, si concede l’esenzione in perpetuo di molti dazi, e tra essi quello delle taverne sotto il cui nome cade il poter vendere vino, pane e carne al minuto .
Questa esenzione era molto importante, in quanto la maggior parte delle osterie erano possedute dalle Comunità rurali,  che dal loro affitto ricavavano una fonte non indifferente di reddito.
(Gianpietro Belotti – appunti novembre 2011)
L’identità della Franciacorta è dunque “un’identità forte”, strutturatasi nel corso dei secoli. Va dato atto al Consorzio per la Tutela del Franciacorta cinque secoli dopo di averla rilanciata, sia pure legata ai soli prodotti vinicoli, in un periodo in cui andava
smarrendosi.
La Franciacorta — scrive il Consorzio sul suo sito - inaugura ufficialmente la propria era contemporanea del vino il 21
luglio 1967 con il Decreto del Presidente della Repubblica che la riconosce come zona a Denominazione di origine controllata.
Il progetto Terre di Franciacorta non è però nato a supporto e sostegno di una specifica attività, ma per essere un progetto dei Sindaci e del Territorio, che valorizza l’identità locale e quindi la storia e la cultura dei nostri paesi.
Di questa identità possono e devono fregiarsi tutte le attività produttive legate al territorio, ma in prim’ordine i Comuni che storicamente fanno parte della Franciacorta 
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Pensare la città (Paolo Corsini – BS)

Sperando di incontrare il vostro interesse, mi fa piacere inviare questo contributo destinato al prossimo numero di maggio della rivista nazionale del Pd “TamTam democratico” dedicato al tema “la città”, numero da me curato in collaborazione con Walter Tocci.

Quanto al mio testo riprendo e aggiorno cose elaborate tempo fa e adesso riattualizzate.
L’occasione mi è altresì propizia per trasmettere, a tutti, oltre a vive cordialità i migliori auguri di buona Pasqua
Paolo Corsini.

1. Alle origini della civiltà occidentale un mito presiede all’idea di città, della polis, dunque della politica che, a sua volta, rimanda a polemos, la guerra. Una polarità, quella polis-polemos, da non perdere di vista, al fine di sottrarre polis ad una lettura irenica, edulcorata, sottratta a tensioni, a contrasti, sino al conflitto. Già Giovan Battista Vico, in modo forse eterodosso, coglieva questa ambiguità, la fatica per il governo equo della città e la “guerra” per il potere di governo della polis. Ma torniamo pure a città-polis. Qui vale la narrazione di Platone nel Protagora. I Titani Epimeteo (“colui che vede dopo”) e Prometeo (“colui che vede prima”) sono incaricati di distribuire a ciascuna stirpe mortale le “facoltà naturali” che consentono la sopravvivenza associata. Il primo, con una inversione di ruolo rispetto al proprio etimo, provvede alla distribuzione, il secondo ne controllerà il risultato. Purtroppo Epimeteo esaurisce la riserva dei doni disponibili, elargendoli agli “esseri privi di ragione”, lasciando così l’uomo “nudo, scalzo, privo di giaciglio e di armi”. Per rimediare a Prometeo non resta che un gesto sacrilego: il furto ad Efesto ed Atena del fuoco e del sapere tecnico da portare agli uomini. Essi, però, pur venuti in possesso della perizia tecnica, restano sprovvisti dell’ “arte politica” senza la quale vivono dispersi, “alla mercè delle fiere”. È necessario, dunque, l’intervento di Zeus, che, timoroso per la loro sopravvivenza, invia Ermes con due doni divini: il rispetto dell’altro (aidos) e il senso della giustizia (diche). I vincoli di legamento e di obbligazione insiti nei doni di Zeus consentiranno, dunque, di instaurare quell’ordine (kosmos) che è a fondamento della città . La costituzione della polis, peraltro, rappresenta la premessa per lo sviluppo dell’arte politica, quella disciplina, fatta di sapere e di pratica, superiore alla tecnica per il tramite della quale l’uomo “inventò [sì] abitazioni, vesti, calzari, letti e trasse gli alimenti dalla terra”, ma non fu in grado di assicurare la convivenza associata della polis che qui assurge pertanto a cominciamento, principio di civilizzazione. La città, suggerisce Platone, necessita pertanto di una virtù: il pudore, vale a dire il rispetto dell’altro, il sentimento della prossimità, nonché il senso della giustizia da intendersi come condizione di ordine, di armonia, di possibilità che accada ciò che deve eticamente accadere. L’idea della città come struttura ordinata, retta su un fondamento di organizzazione, dunque governabile attraverso la legge, si conserva e si amplia successivamente presso il mondo romano. Sdoppiandosi. Qui, infatti, la città non è solo urbs, configurazione urbana, forma urbis, struttura urbanistica in perenne evoluzione su di un territorio, ma anche e soprattutto civitas, cittadinanza. Non solo, dunque, agglomerato urbano, ma cittadini costituiti in una totalità, partecipi, pur nei limiti dello jus romano, della sfera del diritto, cittadini che convivono non come moltitudine dispersa in ragione di un insediamento e di una presenza, ma in base allo “stare insieme e vicino” che evoca socievolezza, comunità, appartenenza. Uno slargamento della raffigurazione originaria destinato ad ampliarsi sino alla pienezza del moderno. Come ha osservato Paolo Perulli polis e mercato, ambiente umano e rete tecnica, società locale e nodo globale, centro e confine, urbs e orbis: fino dalle sue origini la città ha sempre mantenuto questo significato duplice, ambivalente, in grado di esprimere al tempo stesso la nostra radice e la nostra mobilità, il nostro stare e il nostro andare oltre. Sino alla metropoli contemporanea, alle forme inedite assunte sullo scorcio del ‘900, sino alla città-regione, alla città-arcipelago, alla città-rete, alla città-globale allorquando, – questo l’approdo di uno sviluppo storico – la città “socialdemocratica”, fordista, viene rimodellata, vivendo processi di progressiva verticalizzazione e diventando epicentro di trasformazioni dovute, da un lato, alla concentrazione delle funzioni più avanzate del capitalismo e del mercato, dall’altro a precipitosi flussi di popolazione, a profonde redistribuzioni del reddito, a modificazioni persino radicali dei diversi fattori di integrazione culturale e sociale. Sino ad una trasformazione del volto urbano che – così lo descrive Steven Flusty, un critico americano dell’urbanistica contemporanea – finisce con l’annoverare “spazi viscidi e irraggiungibili”, “spazi scabrosi e nervosi” che alludono a preclusione e disintegrazione. Quasi il farsi concreto delle “visioni” di Italo Calvino, quando, a proposito della città di Moriana, annota che “da una parte all’altra la città sembra continui in prospettiva, moltiplicando il suo repertorio di immagini: invece non ha spessore, consiste solo in un diritto e in un rovescio, come un foglio di carta, con una figura di qua ed una figura di là che non possono staccarsi né guardarsi”.

 

2. La città come coordinata spaziale in cui la vita di ciascuno è immersa, in cui tutti gli eventi coinvolgevano la cittadinanza in un unico vissuto e si svolgevano nell’ambito dello stesso perimetro urbano, non esiste più. Già Lewis Mumford, il classico storico della città, avvertiva come essa si potesse configurare soprattutto quale insieme di nodi di una rete di rapporti, “luogo in cui l’esperienza umana si trasforma in segni validi”. In stagioni in cui lo Stato nazionale è entrato in crisi sottoposto, da un lato, a pressanti richieste di cessioni sovranitarie nei confronti di istituzioni sovranazionali ed è investito, dall’altro, da un oneroso sovraccarico di istanze territoriali e locali nel segno del decentramento e del federalismo, la città amplia la propria sfera con l’internazionalizzazione degli scambi economici, con lo sviluppo della comunicazione, con l’affermarsi di una dimensione in cui i diversi fenomeni diventano sempre più inseparabili, interconnessi. E pur tuttavia la città resta l’ambito in cui rimangono insediate e sono fruibili le fondamentali funzioni del vivere associato – dell’amministrazione, del servizio sanitario e assistenziale, dello scambio, della giustizia, del culto, della sociabilità nei luoghi di incontro e di cultura, del tempo del lavoro e del tempo libero, della memoria –, fulcri e fori di una vita urbana che si deve altresì misurare con i molteplici “non luoghi” – così li definisce Marc Augé – della modernità, dal centro commerciale, all’aeroporto, dalla multisala cinematografica alle stazioni della metropolitana. Una città in cui si abita ed in cui l’abitare all’incrocio di un sistema di relazioni multiple costituisce – come sosteneva Martin Heidegger – un “tratto fondamentale dell’essere (Sein)”. “Forse – scriveva il filosofo tedesco – cercando di riflettere sull’abitare ed il costruire, mettiamo un po’ meglio in luce come il costruire faccia parte dell’abitare e come riceva da esso il suo essere (Wesen)”. Da qui la necessità, per lui ineludibile, di considerare questa dimensione “fra le cose che meritano che ci si interroghi a loro proposito e che restino nel novero di quelle che meritano vi si pensi”. Vivere la città significa, infatti, situarsi nel “punto di massima concentrazione dell’energia e della cultura di una comunità”. Nel nostro Paese, l’Italia delle cento città, la tradizione storica documenta in effetti un peculiare e permanente carattere urbano. Da Cattaneo a Theodor Schneider – lo storico tedesco che ha dedicato pagine illuminanti alla traiettoria delle nostre città – comune è il riscontro di una centralità oggi in crisi, crisi come valico, passaggio, transizione il cui polo dialettico è il territorio, l’area vasta, una geografia virtuale senza limiti e frontiere. Prevalentemente di origine urbana sono state la nostra cultura, l’organizzazione economico-produttiva e finanziaria, nonché gli assetti istituzionali, lo stesso sedimentarsi delle esperienze civili proprie di un civismo pre-politico. Riferito alla struttura urbana è pure il modello ideale, l’immaginario a lungo inseguito e coltivato nella elaborazione letteraria, filosofica, iconografica – valga l’esemplare raffigurazione del “buon governo” del 1357, dovuta ad Ambrogio Lorenzetti nella sala dei Nove del palazzo municipale di Siena – della forma più avanzata sviluppata, progredita di convivenza. Urbano è pure il percorso di formazione delle correnti ideali e politiche, dalle ideologie rinascimentali, a quelle illuministiche, a quelle risorgimentali fino alla nascita della nostra coscienza nazionale. Urbano è stato l’habitat dello sviluppo industriale, urbano, ancora, il modello preponderante di scambio culturale e di relazioni pubbliche. Dunque l’idea, la cultura della città che un’amministrazione esprime ed in nome della quale opera – non si governa, infatti, una città senza un’idea della città – offre la misura più veritiera e probante dell’effettivo grado di rispondenza delle ambizioni di governo coltivate e perseguite in un tempo di repentini mutamenti. Valga il caso di una leva di programmazione del territorio, cruciale per la città, qual’è rappresentata dall’urbanistica. Essa non nasce – l’osservazione va ricondotta ad uno studioso della levatura di Leonardo Benevolo – contemporaneamente ai processi tecnici ed economici che fanno sorgere e trasformano la città moderna, ma si forma in un periodo successivo, “quando gli effetti quantitativi delle trasformazioni in corso sono divenuti evidenti ed entrano in conflitto tra loro, rendendo inevitabile un intervento riparatore”. Presupponendo, dunque, un’idea, una cultura per il governo della città.

 

3. La città di oggi, come riconoscono osservatori di diverse scuole, è il luogo più intenso delle contraddizioni della nostra organizzazione sociale. Da una parte il concentrato delle differenze e disparità che la nostra società produce (di reddito, di cultura, di consumo, di opportunità), dell’altra è il luogo deputato al risarcimento equitativo, al riscatto umano e civile. Il sistema delle sicurezze sociali a carattere redistributivo è prevalentemente urbano; la cultura urbana è, in senso generale aperta, multipla, fruibile all’accesso; il sistema degli spazi pubblici compensa le ristrettezze e sopperisce alle diverse esigenze di quelli privati. Eppure la città rappresenta un habitat non facile, un’identità composta da contrasti, da concorrenza e conflitti per l’occupazione degli spazi fisici e l’appropriazione di quelli simbolici. Spesso viene descritta come luogo della solitudine dove più drammatica, persino irrimediabile, può essere l’emarginazione. In città forte è la tentazione dell’esilio e troppo di frequente si trascura il contatto, il rapporto con gli altri in nome di una disposizione solitarista, di una libertà solipsistica, a-relazionale, finendo con lo scoraggiare il rapporto colloquiale, di convivialità, diretto, non mediato tra i cittadini. Un luogo in cui – ha scritto Thomas Maldonado – “tutti presi dalla paura di esporsi cercano affannosamente protezione nella dimora-rifugio, in cui tutti sono in un certo senso esuli, scultori inconsapevoli della ‘emigration intérieure’, in cui le differenze sono brutalmente ghettizzate”. Ma c’è pure l’altra anta perché, di converso, la città è anche l’ambito entro il quale più intensi sono la percezione e l’esercizio dei diritti di cittadinanza, dove il processo di istituzionalizzazione può essere interiorizzato e concretamente agito dai cittadini. Per cui la città dovrebbe essere l’espressione delle multiformi esigenze di una comunità aperta e inclusiva e, insieme, reale opportunità di realizzazione, attraverso un adeguato sistema di servizi, di chances e strategie di vita. Nella realtà è certamente meno, talora molto meno di questo, perché vive nella contraddizione tra quello che è e quello che potrebbe essere, quello che le forze politiche, sociali, economiche, culturali, spirituali realizzano fino a lasciare un segno, impronte riconoscibili. Non è certamente il frutto di una singola volontà demiurgica, né il merito unico o la colpa esclusiva di una classe politica, bensì l’esito di un’immateriale, ma operante e concreta logica sistemica che, pur nei contrasti, nelle contraddizioni, nelle vischiosità, negli stessi conflitti, si afferma. Da qui la necessità di un “municipalismo responsabile” al quale non servono come, alla luce della sua assai felice esperienza amministrativa torinese, ha ammonito Sergio Chiamparino, “palingenetiche reinvenzioni dello Stato su basi che non appartengono alla storia nostra, quanto piuttosto le concrete possibilità per i governi locali di esercitare la discrezionalità propria di ogni vera funzione di governo e sul piano delle risorse materiali e su quello dell’adattamento delle regole alle domande specifiche che salgono dal territorio”.

 

4. La città vive e progredisce se si alimenta di condivise e riconoscibili virtù pubbliche e civiche, di un’etica fatta di storia e memoria, d’identità e appartenenza, di senso di responsabilità e di regole da rispettare. Quell’etica a prescindere dalla quale chi si ritiene sodale e affine, proprio perché civis e quindi portatore insieme di comuni diritti e doveri di reciprocità, rischia di ritrovarsi estraneo ed ostile. Le virtù della cittadinanza, all’incrocio tra tradizione classica e affermazione del moderno, tra principi d’ispirazione cristiana e valori connaturati allo spirito laico-repubblicano, presuppongono una città viva, innervata da presenze attive ed evocano, dopo stagioni caratterizzate da invasività dello Stato ed esorbitante ruolo dei partiti, un rapporto tra istituzioni pubbliche e civitas che riconsegni all’impegno della politica l’espressione di una volontà generale, la valorizzazione di un interesse, di un bene comune. Virtù civiche – quelle virtù di cui teorizza Salvatore Natoli – praticate ed agite, di nuovo riscoperte, dopo stagioni di regressione, di deriva incivile, assunte nella loro essenzialità. Quanto al “bene comune” è un bene che precede, assiologicamente, il “bene pubblico” e che non coincide con la sommatoria dei beni dei singoli in quanto è quel bene di tutti da cui i singoli possono attingere e trarre beneficio. Come del resto comprova l’etimologia del termine – valgono qui puntualizzazioni anche recentemente offerte da Giacomo Canobbio – che rimanda sia a “cum munus (munere) cioè a compito condiviso, assunto insieme, sia a cum moenia (moenibus) cioè ad abitazione entro le stesse mura” – torna il tema dell’abitare – e quindi a solidarietà. Insomma una condizione comunitaria che consente di vivere, di convivere, per una causa che trascende gli interessi individuali. Una siffatta prospettiva potrebbe restituire motivazioni e speranza di fronte ad un futuro della città sempre più incerto e meno favorevole per effetto di trasformazioni convulse ed inusitate a motivo dell’affermarsi dell’egoismo dei singoli contro l’esercizio dei diritti di cittadinanza e, nei tempi recenti, soprattutto per le difficoltà insite nel rapporto tra una pluralità di culture. La città non necessita solo, dunque, di una valorizzazione degli spazi pubblici, ma della restituzione di quel senso civile e sociale, di quelle esperienze di interrelazione che sono andate perse e la cui riconquista pretende una cura particolare, un’iniziativa costante da parte degli attori che fanno e producono cittadinanza. Per altro intendere la città come specializzazione di spazi, secondo la modellistica della sociologia urbana classica, certamente non basta. La città non è tale solo in funzione dell’estensione o densità dei suoi luoghi e nemmeno in senso weberiano come “insediamento di mercato”, centro di produzione di beni di servizi, tantomeno autosufficiente. Essa infatti in quanto comunità vivente si qualifica sempre più come ambito di relazioni sociali, di partecipazione, di autonomia, come luogo, in definitiva, in cui ne va dell’essenza dell’uomo, se alla dirompente frammentazione sa opporre una paziente, tenace ricomposizione in nome di un partecipe sentire civico. Non si tratta di evocare ansie di omogeneità o improbabili omologazioni, né di inseguire appiattimento di differenze o assenza di diversità, ma di promuovere la percezione di appartenenza ad un comune vissuto in vista di una città cooperativa e solidale, consapevole del proprio “patrimonio sociale” che consiste in un insieme di luoghi, di relazioni, di memorie, di affetti, di cultura, di ethos, di corresponsabilità. Una città che raccoglie la sfida della trasformazione, che si impegna a ridisegnare il proprio “statuto di convivenza”, “promuovendo – così ha scritto Giuseppe Samonà – lo sviluppo adeguato degli apparati per i servizi dell’uomo di oggi desideroso di urbanizzarsi in modo corrispondente alle sue molteplici esigenze di vita”. Il riferimento è ad una societas di persone che legittimamente aspirano all’espansione e crescita individuale, ma che dalla colleganza agli altri e all’altro, da questa “umana compagnia”, derivano non una limitazione, piuttosto guadagnano una valorizzazione di sé, un potenziamento, un più alto grado di libertà secondo un equilibrato rapporto tra pubblico e privato, tra etica comunitaria e interesse individuale, fra le passioni dei singoli e il vantaggio di tutti.

 

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Marcallo con Casone (M) Il sindaco della Lega cambia nome alla circonvallazione: viale Padania (LUCIA LANDONI)

La decisione nel comune milanese di Marcallo con Casone. Intitolazione ufficiale il 1° aprile* alla presenza di Bossi. “Ma non è assolutamente un pesce d’aprile”, dice il primo cittadino

ndr: la data è di molto significativa: 1° Aprile, in pratica è equiparabile ad uno scherzo anche se di pessimo gusto ma, trattandosi della Lega, mi sembra che aspettarsi “gusto” sarebbe pretendere troppo, ed infatti BOSSI si premura di precisare che non è uno scherzo. SIC! A questo punto, due domande!

Prima: è legale intestare una strada a qualcosa di inesistente?

Seconda: la CORTE DEI CONTI e/o qualche Giudice, si attiveranno per chiedere conto di questa nuova spesa strampalata e poi mettere fine a questa pagliacciata – STAN

Il sindaco leghista Massimo Olivares

L’intitolazione ufficiale è programmata per una data particolare, il primo aprile, ma non ci sono pesci e scherzi di mezzo: la strada più lunga di Marcallo con Casone, in provincia di Milano, si chiamerà viale Padania. «La nostra è stata una scelta forte. Vogliamo ribadire che la Padania esiste, piaccia o no – spiega il sindaco Massimo Olivares, della Lega Nord – Alla cerimonia di intitolazione interverrà anche Umberto Bossi, il che è un onore per un piccolo comune come il nostro». Il leader del Carroccio approfitterà dell’occasione per lanciare la campagna elettorale dei candidati leghisti alle poltrone di sindaco nei comuni della zona.

Il futuro viale Padania, che in paese era finora identificato semplicemente come “circonvallazione”, è lungo oltre tre chilometri e si snoda fino al confine meridionale tra i comuni di Marcallo con Casone e Magenta. «Terminati i lavori di realizzazione delle opere collaterali alle grandi infrastrutture Tav, l’amministrazione comunale ha avvertito la necessità di dare un nome a quel tratto di strada – continua Olivares – Abbiamo deciso di dedicarla alla Padania, che nell’antichità aveva confini corrispondenti a quelli della Gallia Cisalpina e nel 1998 è stata identificata da un documento dell’Unione europea come una macroregione con una propria valenza economica, sociale e storica».

La decisione, si legge nel comunicato apparso sul sito web comunale, è stata presa dall’amministrazione “al fine di lasciare un segno tangibile sul territorio del proprio operato e del riconoscimento della realtà lombarda in tutti i suoi aspetti politici, economici, sociali che ne hanno caratterizzato la storia, il tessuto sociale locale e nazionale”. Per arginare le eventuali polemiche sul battesimo della circonvallazione, in Comune è stato deciso di procedere con la massima calma: «Per la cerimonia ufficiale abbiamo voluto attendere il benestare della Prefettura, in modo tale da evitare scontri con i partiti all’opposizione – conclude il sindaco di Marcallo – Ora che abbiamo anche quello possiamo procedere. Domenica primo aprile nascerà viale Padania».  (larepubblica)


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BRESCIA. Galleria “ab/arTe” – Incontro con l’autore: Vladimiro Elvieri / Maria Chiara Toni

Incontro con l’autore

nell’ambito della mostra d’arte

Vladimiro Elvieri / Maria Chiara Toni

Ai confini del segno

 

saremo lieti di incontrarla in galleria

Mercoledì  4 aprile 2012 alle ore 18

per un incontro con gli artisti che illustreranno il loro lavoro sperimentale nel campo della calcografia con l’utilizzo di metodi a volte inusuali, sempre però riconducibili all’incisione originale, e toccheranno anche i temi relativi alle tecniche di Goetz e di Hayter, fondamentali per comprendere l’incisione contemporanea.  

Gli artisti porteranno qualche esempio di lastre relativo alle tecniche

 

ab/arTe

Galleria d’arte moderna e contemporanea

Vicolo San Nicola, 6

25122 Brescia

 

www.abarte.it

Tel. 030 3759 779

 

Orario:

giovedi 15,30 – 19,30

venerdi e sabato 9,30 – 12,30 e 15,30 – 19,30

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