Una proposta di lettura durante le giornate pasquali.
Castegnato, dal 1429, è Terra di Franciacorta.
Franciacorta è Terra dei Comuni
Su questo argomento, allego le pagine centrali de
La fotografia a corredo del testo
è la copertina del libro
LA STORIA DI CASTEGNATO – dalle origini all’Ottocento
volume 1 – di Gianpietro Belotti
edito dal Comune di Castegnato – maggio 2008
riproduce Castegnato e la Franciacorta in una mappa eseguita per risolvere il contenzioso tra la Città di Brescia, il Comune di Gussago e la famiglia Martinengo per la giurisdizione sulla strada, sul ponte e sull’osteria della Mandolossa.
ASB (Archivio di Stato Brescia) Mappa Martinengo n. 19 secolo XVI
nella strada è scritto da Bresa per Franza Curta
sopra la scritta Bresa c’è Castegnato e poi Pasirà
Buona lettura.
Giuseppe Orizio
Sindaco di Castegnato
Scrittori Archive
Pensare la città (Paolo Corsini – BS)
Sperando di incontrare il vostro interesse, mi fa piacere inviare questo contributo destinato al prossimo numero di maggio della rivista nazionale del Pd “TamTam democratico” dedicato al tema “la città”, numero da me curato in collaborazione con Walter Tocci.
Quanto al mio testo riprendo e aggiorno cose elaborate tempo fa e adesso riattualizzate.L’occasione mi è altresì propizia per trasmettere, a tutti, oltre a vive cordialità i migliori auguri di buona PasquaPaolo Corsini.
1. Alle origini della civiltà occidentale un mito presiede all’idea di città, della polis, dunque della politica che, a sua volta, rimanda a polemos, la guerra. Una polarità, quella polis-polemos, da non perdere di vista, al fine di sottrarre polis ad una lettura irenica, edulcorata, sottratta a tensioni, a contrasti, sino al conflitto. Già Giovan Battista Vico, in modo forse eterodosso, coglieva questa ambiguità, la fatica per il governo equo della città e la “guerra” per il potere di governo della polis. Ma torniamo pure a città-polis. Qui vale la narrazione di Platone nel Protagora. I Titani Epimeteo (“colui che vede dopo”) e Prometeo (“colui che vede prima”) sono incaricati di distribuire a ciascuna stirpe mortale le “facoltà naturali” che consentono la sopravvivenza associata. Il primo, con una inversione di ruolo rispetto al proprio etimo, provvede alla distribuzione, il secondo ne controllerà il risultato. Purtroppo Epimeteo esaurisce la riserva dei doni disponibili, elargendoli agli “esseri privi di ragione”, lasciando così l’uomo “nudo, scalzo, privo di giaciglio e di armi”. Per rimediare a Prometeo non resta che un gesto sacrilego: il furto ad Efesto ed Atena del fuoco e del sapere tecnico da portare agli uomini. Essi, però, pur venuti in possesso della perizia tecnica, restano sprovvisti dell’ “arte politica” senza la quale vivono dispersi, “alla mercè delle fiere”. È necessario, dunque, l’intervento di Zeus, che, timoroso per la loro sopravvivenza, invia Ermes con due doni divini: il rispetto dell’altro (aidos) e il senso della giustizia (diche). I vincoli di legamento e di obbligazione insiti nei doni di Zeus consentiranno, dunque, di instaurare quell’ordine (kosmos) che è a fondamento della città . La costituzione della polis, peraltro, rappresenta la premessa per lo sviluppo dell’arte politica, quella disciplina, fatta di sapere e di pratica, superiore alla tecnica per il tramite della quale l’uomo “inventò [sì] abitazioni, vesti, calzari, letti e trasse gli alimenti dalla terra”, ma non fu in grado di assicurare la convivenza associata della polis che qui assurge pertanto a cominciamento, principio di civilizzazione. La città, suggerisce Platone, necessita pertanto di una virtù: il pudore, vale a dire il rispetto dell’altro, il sentimento della prossimità, nonché il senso della giustizia da intendersi come condizione di ordine, di armonia, di possibilità che accada ciò che deve eticamente accadere. L’idea della città come struttura ordinata, retta su un fondamento di organizzazione, dunque governabile attraverso la legge, si conserva e si amplia successivamente presso il mondo romano. Sdoppiandosi. Qui, infatti, la città non è solo urbs, configurazione urbana, forma urbis, struttura urbanistica in perenne evoluzione su di un territorio, ma anche e soprattutto civitas, cittadinanza. Non solo, dunque, agglomerato urbano, ma cittadini costituiti in una totalità, partecipi, pur nei limiti dello jus romano, della sfera del diritto, cittadini che convivono non come moltitudine dispersa in ragione di un insediamento e di una presenza, ma in base allo “stare insieme e vicino” che evoca socievolezza, comunità, appartenenza. Uno slargamento della raffigurazione originaria destinato ad ampliarsi sino alla pienezza del moderno. Come ha osservato Paolo Perulli polis e mercato, ambiente umano e rete tecnica, società locale e nodo globale, centro e confine, urbs e orbis: fino dalle sue origini la città ha sempre mantenuto questo significato duplice, ambivalente, in grado di esprimere al tempo stesso la nostra radice e la nostra mobilità, il nostro stare e il nostro andare oltre. Sino alla metropoli contemporanea, alle forme inedite assunte sullo scorcio del ‘900, sino alla città-regione, alla città-arcipelago, alla città-rete, alla città-globale allorquando, – questo l’approdo di uno sviluppo storico – la città “socialdemocratica”, fordista, viene rimodellata, vivendo processi di progressiva verticalizzazione e diventando epicentro di trasformazioni dovute, da un lato, alla concentrazione delle funzioni più avanzate del capitalismo e del mercato, dall’altro a precipitosi flussi di popolazione, a profonde redistribuzioni del reddito, a modificazioni persino radicali dei diversi fattori di integrazione culturale e sociale. Sino ad una trasformazione del volto urbano che – così lo descrive Steven Flusty, un critico americano dell’urbanistica contemporanea – finisce con l’annoverare “spazi viscidi e irraggiungibili”, “spazi scabrosi e nervosi” che alludono a preclusione e disintegrazione. Quasi il farsi concreto delle “visioni” di Italo Calvino, quando, a proposito della città di Moriana, annota che “da una parte all’altra la città sembra continui in prospettiva, moltiplicando il suo repertorio di immagini: invece non ha spessore, consiste solo in un diritto e in un rovescio, come un foglio di carta, con una figura di qua ed una figura di là che non possono staccarsi né guardarsi”.
2. La città come coordinata spaziale in cui la vita di ciascuno è immersa, in cui tutti gli eventi coinvolgevano la cittadinanza in un unico vissuto e si svolgevano nell’ambito dello stesso perimetro urbano, non esiste più. Già Lewis Mumford, il classico storico della città, avvertiva come essa si potesse configurare soprattutto quale insieme di nodi di una rete di rapporti, “luogo in cui l’esperienza umana si trasforma in segni validi”. In stagioni in cui lo Stato nazionale è entrato in crisi sottoposto, da un lato, a pressanti richieste di cessioni sovranitarie nei confronti di istituzioni sovranazionali ed è investito, dall’altro, da un oneroso sovraccarico di istanze territoriali e locali nel segno del decentramento e del federalismo, la città amplia la propria sfera con l’internazionalizzazione degli scambi economici, con lo sviluppo della comunicazione, con l’affermarsi di una dimensione in cui i diversi fenomeni diventano sempre più inseparabili, interconnessi. E pur tuttavia la città resta l’ambito in cui rimangono insediate e sono fruibili le fondamentali funzioni del vivere associato – dell’amministrazione, del servizio sanitario e assistenziale, dello scambio, della giustizia, del culto, della sociabilità nei luoghi di incontro e di cultura, del tempo del lavoro e del tempo libero, della memoria –, fulcri e fori di una vita urbana che si deve altresì misurare con i molteplici “non luoghi” – così li definisce Marc Augé – della modernità, dal centro commerciale, all’aeroporto, dalla multisala cinematografica alle stazioni della metropolitana. Una città in cui si abita ed in cui l’abitare all’incrocio di un sistema di relazioni multiple costituisce – come sosteneva Martin Heidegger – un “tratto fondamentale dell’essere (Sein)”. “Forse – scriveva il filosofo tedesco – cercando di riflettere sull’abitare ed il costruire, mettiamo un po’ meglio in luce come il costruire faccia parte dell’abitare e come riceva da esso il suo essere (Wesen)”. Da qui la necessità, per lui ineludibile, di considerare questa dimensione “fra le cose che meritano che ci si interroghi a loro proposito e che restino nel novero di quelle che meritano vi si pensi”. Vivere la città significa, infatti, situarsi nel “punto di massima concentrazione dell’energia e della cultura di una comunità”. Nel nostro Paese, l’Italia delle cento città, la tradizione storica documenta in effetti un peculiare e permanente carattere urbano. Da Cattaneo a Theodor Schneider – lo storico tedesco che ha dedicato pagine illuminanti alla traiettoria delle nostre città – comune è il riscontro di una centralità oggi in crisi, crisi come valico, passaggio, transizione il cui polo dialettico è il territorio, l’area vasta, una geografia virtuale senza limiti e frontiere. Prevalentemente di origine urbana sono state la nostra cultura, l’organizzazione economico-produttiva e finanziaria, nonché gli assetti istituzionali, lo stesso sedimentarsi delle esperienze civili proprie di un civismo pre-politico. Riferito alla struttura urbana è pure il modello ideale, l’immaginario a lungo inseguito e coltivato nella elaborazione letteraria, filosofica, iconografica – valga l’esemplare raffigurazione del “buon governo” del 1357, dovuta ad Ambrogio Lorenzetti nella sala dei Nove del palazzo municipale di Siena – della forma più avanzata sviluppata, progredita di convivenza. Urbano è pure il percorso di formazione delle correnti ideali e politiche, dalle ideologie rinascimentali, a quelle illuministiche, a quelle risorgimentali fino alla nascita della nostra coscienza nazionale. Urbano è stato l’habitat dello sviluppo industriale, urbano, ancora, il modello preponderante di scambio culturale e di relazioni pubbliche. Dunque l’idea, la cultura della città che un’amministrazione esprime ed in nome della quale opera – non si governa, infatti, una città senza un’idea della città – offre la misura più veritiera e probante dell’effettivo grado di rispondenza delle ambizioni di governo coltivate e perseguite in un tempo di repentini mutamenti. Valga il caso di una leva di programmazione del territorio, cruciale per la città, qual’è rappresentata dall’urbanistica. Essa non nasce – l’osservazione va ricondotta ad uno studioso della levatura di Leonardo Benevolo – contemporaneamente ai processi tecnici ed economici che fanno sorgere e trasformano la città moderna, ma si forma in un periodo successivo, “quando gli effetti quantitativi delle trasformazioni in corso sono divenuti evidenti ed entrano in conflitto tra loro, rendendo inevitabile un intervento riparatore”. Presupponendo, dunque, un’idea, una cultura per il governo della città.
3. La città di oggi, come riconoscono osservatori di diverse scuole, è il luogo più intenso delle contraddizioni della nostra organizzazione sociale. Da una parte il concentrato delle differenze e disparità che la nostra società produce (di reddito, di cultura, di consumo, di opportunità), dell’altra è il luogo deputato al risarcimento equitativo, al riscatto umano e civile. Il sistema delle sicurezze sociali a carattere redistributivo è prevalentemente urbano; la cultura urbana è, in senso generale aperta, multipla, fruibile all’accesso; il sistema degli spazi pubblici compensa le ristrettezze e sopperisce alle diverse esigenze di quelli privati. Eppure la città rappresenta un habitat non facile, un’identità composta da contrasti, da concorrenza e conflitti per l’occupazione degli spazi fisici e l’appropriazione di quelli simbolici. Spesso viene descritta come luogo della solitudine dove più drammatica, persino irrimediabile, può essere l’emarginazione. In città forte è la tentazione dell’esilio e troppo di frequente si trascura il contatto, il rapporto con gli altri in nome di una disposizione solitarista, di una libertà solipsistica, a-relazionale, finendo con lo scoraggiare il rapporto colloquiale, di convivialità, diretto, non mediato tra i cittadini. Un luogo in cui – ha scritto Thomas Maldonado – “tutti presi dalla paura di esporsi cercano affannosamente protezione nella dimora-rifugio, in cui tutti sono in un certo senso esuli, scultori inconsapevoli della ‘emigration intérieure’, in cui le differenze sono brutalmente ghettizzate”. Ma c’è pure l’altra anta perché, di converso, la città è anche l’ambito entro il quale più intensi sono la percezione e l’esercizio dei diritti di cittadinanza, dove il processo di istituzionalizzazione può essere interiorizzato e concretamente agito dai cittadini. Per cui la città dovrebbe essere l’espressione delle multiformi esigenze di una comunità aperta e inclusiva e, insieme, reale opportunità di realizzazione, attraverso un adeguato sistema di servizi, di chances e strategie di vita. Nella realtà è certamente meno, talora molto meno di questo, perché vive nella contraddizione tra quello che è e quello che potrebbe essere, quello che le forze politiche, sociali, economiche, culturali, spirituali realizzano fino a lasciare un segno, impronte riconoscibili. Non è certamente il frutto di una singola volontà demiurgica, né il merito unico o la colpa esclusiva di una classe politica, bensì l’esito di un’immateriale, ma operante e concreta logica sistemica che, pur nei contrasti, nelle contraddizioni, nelle vischiosità, negli stessi conflitti, si afferma. Da qui la necessità di un “municipalismo responsabile” al quale non servono come, alla luce della sua assai felice esperienza amministrativa torinese, ha ammonito Sergio Chiamparino, “palingenetiche reinvenzioni dello Stato su basi che non appartengono alla storia nostra, quanto piuttosto le concrete possibilità per i governi locali di esercitare la discrezionalità propria di ogni vera funzione di governo e sul piano delle risorse materiali e su quello dell’adattamento delle regole alle domande specifiche che salgono dal territorio”.
4. La città vive e progredisce se si alimenta di condivise e riconoscibili virtù pubbliche e civiche, di un’etica fatta di storia e memoria, d’identità e appartenenza, di senso di responsabilità e di regole da rispettare. Quell’etica a prescindere dalla quale chi si ritiene sodale e affine, proprio perché civis e quindi portatore insieme di comuni diritti e doveri di reciprocità, rischia di ritrovarsi estraneo ed ostile. Le virtù della cittadinanza, all’incrocio tra tradizione classica e affermazione del moderno, tra principi d’ispirazione cristiana e valori connaturati allo spirito laico-repubblicano, presuppongono una città viva, innervata da presenze attive ed evocano, dopo stagioni caratterizzate da invasività dello Stato ed esorbitante ruolo dei partiti, un rapporto tra istituzioni pubbliche e civitas che riconsegni all’impegno della politica l’espressione di una volontà generale, la valorizzazione di un interesse, di un bene comune. Virtù civiche – quelle virtù di cui teorizza Salvatore Natoli – praticate ed agite, di nuovo riscoperte, dopo stagioni di regressione, di deriva incivile, assunte nella loro essenzialità. Quanto al “bene comune” è un bene che precede, assiologicamente, il “bene pubblico” e che non coincide con la sommatoria dei beni dei singoli in quanto è quel bene di tutti da cui i singoli possono attingere e trarre beneficio. Come del resto comprova l’etimologia del termine – valgono qui puntualizzazioni anche recentemente offerte da Giacomo Canobbio – che rimanda sia a “cum munus (munere) cioè a compito condiviso, assunto insieme, sia a cum moenia (moenibus) cioè ad abitazione entro le stesse mura” – torna il tema dell’abitare – e quindi a solidarietà. Insomma una condizione comunitaria che consente di vivere, di convivere, per una causa che trascende gli interessi individuali. Una siffatta prospettiva potrebbe restituire motivazioni e speranza di fronte ad un futuro della città sempre più incerto e meno favorevole per effetto di trasformazioni convulse ed inusitate a motivo dell’affermarsi dell’egoismo dei singoli contro l’esercizio dei diritti di cittadinanza e, nei tempi recenti, soprattutto per le difficoltà insite nel rapporto tra una pluralità di culture. La città non necessita solo, dunque, di una valorizzazione degli spazi pubblici, ma della restituzione di quel senso civile e sociale, di quelle esperienze di interrelazione che sono andate perse e la cui riconquista pretende una cura particolare, un’iniziativa costante da parte degli attori che fanno e producono cittadinanza. Per altro intendere la città come specializzazione di spazi, secondo la modellistica della sociologia urbana classica, certamente non basta. La città non è tale solo in funzione dell’estensione o densità dei suoi luoghi e nemmeno in senso weberiano come “insediamento di mercato”, centro di produzione di beni di servizi, tantomeno autosufficiente. Essa infatti in quanto comunità vivente si qualifica sempre più come ambito di relazioni sociali, di partecipazione, di autonomia, come luogo, in definitiva, in cui ne va dell’essenza dell’uomo, se alla dirompente frammentazione sa opporre una paziente, tenace ricomposizione in nome di un partecipe sentire civico. Non si tratta di evocare ansie di omogeneità o improbabili omologazioni, né di inseguire appiattimento di differenze o assenza di diversità, ma di promuovere la percezione di appartenenza ad un comune vissuto in vista di una città cooperativa e solidale, consapevole del proprio “patrimonio sociale” che consiste in un insieme di luoghi, di relazioni, di memorie, di affetti, di cultura, di ethos, di corresponsabilità. Una città che raccoglie la sfida della trasformazione, che si impegna a ridisegnare il proprio “statuto di convivenza”, “promuovendo – così ha scritto Giuseppe Samonà – lo sviluppo adeguato degli apparati per i servizi dell’uomo di oggi desideroso di urbanizzarsi in modo corrispondente alle sue molteplici esigenze di vita”. Il riferimento è ad una societas di persone che legittimamente aspirano all’espansione e crescita individuale, ma che dalla colleganza agli altri e all’altro, da questa “umana compagnia”, derivano non una limitazione, piuttosto guadagnano una valorizzazione di sé, un potenziamento, un più alto grado di libertà secondo un equilibrato rapporto tra pubblico e privato, tra etica comunitaria e interesse individuale, fra le passioni dei singoli e il vantaggio di tutti.
BRESCIA. Incontro MSF. Presentazione libro DIGNITA’
Reading e presentazione del libro
“Dignità! Nove scrittori per Medici Senza Frontiere”
Mercoledì 7 marzo 2012 ore 20.30
Brescia, Teatro Santa Chiara
Contrada Santa Chiara, 50/a
Ingresso libero fino a esaurimento posti
Introduzione a cura di
Carla Boroni presidente CTB Teatro Stabile di Brescia
Giorgio Contessi responsabile Ufficio Stampa MSF Italia
Testimonianza di
Paola Rosa infermiera e operatrice umanitaria di Brescia di MSF
Letture a cura di
Compagnia Scena Sintetica Maura Benvenuti, Armando Leopaldo, Paolo Djago, Paola Facchetti
Accompagnamento musicale
Chorus sax 4et del maestro Bruno Provezza, con Nino Ceruti, Alberto Situra, Gabriele Viviani
Regia
Antonio Fuso
Si ricorda che mercoledì 7 marzo 2012 alle ore 20.30 al Teatro Santa Chiara, l’organizzazione medico-umanitaria Medici Senza Frontiere (MSF) in collaborazione con il CTB Teatro Stabile di Brescia presenta il libro “Dignità! Nove scrittori per Medici Senza Frontiere” (Feltrinelli Editore).
Le esperienze e le parole degli autori saranno restituite al pubblico grazie alle voci e alla musica curata dalla Compagnia Scena Sintetica.
Il reading sarà preceduto dall’introduzione di Carla Boroni, presidente del CTB, di Giorgio Contessi, responsabile dell’ufficio stampa di MSF Italia, e dalla testimonianza di Paola Rosa, infermiera, operatrice umanitaria di Brescia di MSF.
“Dignità!” raccoglie i contributi di autori prestigiosi, che hanno viaggiato in alcuni dei contesti in cui è presente MSF: Alicia Giménez Bartlett, Mario Vargas Llosa, Paolo Giordano, Tishani Doshi, Catherine Dunne, Esmahan Aykol, Eliane Brum, James Levine, Wilfried N’Sondé.
Dalla Repubblica Democratica del Congo al Sudafrica, dalla Grecia al Malawi, dalla Bolivia all’India, dal Bangladesh al Burundi, i nove scrittori testimoniano attraverso racconti e reportage di viaggio, la realtà di alcune aree in cui MSF opera, all’interno di crisi umanitarie spesso dimenticate o inaccessibili. Storie, spesso romanzate e non sempre a lieto fine, ma che per la prima volta rendono loro la propria dignità.
“È difficile, quando si visita il Congo, non ricordare la tremenda esclamazione di Kurtz, il personaggio di Conrad in Cuore di tenebra: “L’orrore!”, Mario Vargas Llosa.
“Aderire al progetto di MSF non mi ha solo permesso di arricchire le mie fonti di ispirazione ma anche di visitare una parte del mio paese che non conoscevo, il Nagaland, nel nord est dell’India”, racconta Tishani Doshi, scrittrice, poetessa e giornalista indiana. “Ciò che mi ha più colpito è stata la totale iniquità rispetto al sud del paese: mentre lì infatti si è sviluppato un vero e proprio turismo sanitario e gente da tutto il mondo vi si reca perché sa di trovare cure di altissimo livello, il nord est sembra come sospeso nel tempo. Vi sono zone senza acqua e corrente elettrica, dove non è possibile neanche conservare i vaccini. Questo mi ha profondamente colpita”.
“Dignità! Nove scrittori per Medici Senza Frontiere” è disponibile in tutte le librerie e parte del ricavato andrà a sostegno dei progetti di MSF.
In occasione della serata di presentazione al Santa Chiara il libro sarà in vendita nel foyer del teatro.
Medici Senza Frontiere (MSF), fondata nel 1971, è la più grande organizzazione umanitaria indipendente di soccorso medico al mondo nata per offrire soccorso sanitario alle popolazioni in pericolo e testimoniare delle violazioni dei diritti umani cui assiste durante le sue missioni in oltre 60 Paesi. Nel 1999, è stata insignita del Premio Nobel per la Pace.
Per informazioni:
MSF Brescia 345.4638176 info.brescia@rome.msf.org; www.medicisenzafrontiere.it
CTB Teatro Stabile di Brescia 030.2928611 – 617; www.ctbteatrostabile.it
fcb: 8 marzo “Le donne”
A chiusura del 150° delle celebrazioni per l’Unità d’Italia
GIOVEDI 8 MARZO ALLE ORE 17.00
presentazione della sezione
“LE DONNE”
nell’ambito della Rassegna di immagini e notizie su
Preti, donne e popolo, i più dimenticati
In tale occasione sarà presentato il volume
Quando si faceva la Costituzione
di Telemaco Portoghesi Tuzi e Grazia Tuzi
BRESCIA. FLORIANO FERRAMOLA in Santa Maria del Carmine
Fondazione Civiltà Bresciana O.n.l.u.s.
Vicolo san Giuseppe, 5 – 25122 Brescia
Tel 030/3757267 – fax 030/3774365
info@civiltabresciana.it – www.civiltabresciana.it
Presentazione del volume:
FLORIANO FERRAMOLA
in Santa Maria del Carmine
di Alessandra Corna Pellegrini
Il Mistero dell’Omicidio del Sarto Cinese MENZIONE D’ONORE AL CONCORSO LETTERARIO ” MANERBA IN GIALLO” 2011
E’ una storia “noir” che proviene dall’Oriente ed inoltre sembra provenire anche da un tempo lontano. Scritto nello stile “stilizzato” che è proprio del Maffioli.
Due linee temporali, quella contemporanea ed una antica. Tre ambienti diversi e distanti: la mala cinese; la Brescia contemporanea; la quotidianità e l’esistenza di due singoli soli e anonimi personaggi che diventano doppiamente protagonisti: di un fatto di cronaca e di una struggente storia d’amore. Ciò che è più sorprendente è proprio quest’ultima, proprio perché sospesa tra mondi diversi e distanti. Una storia tenera, struggente, un sentimento che cerca di affermarsi, di riscattare il proprio diritto di svelarsi, concretizzarsi, ma…
Il finale dà anch’esso adito ad una doppia lettura: il bene e il male a confronto, vincono e perdono entrambi: la storia d’amore sconfitta, l’amore no..
Questo e gli altri libri di Maffioli li puoi trovare in E BOOK cliccando qui:
http://www.riccardomaffioli.na
Riccardo Maffioli è nato a Brescia il 22 agosto 1961. Questo è il suo secondo romanzo scritto, più un libro di poesie e più illustrato un libro per ragazzi. Si dedica inoltre alla pittura, fotografia, cinema e musica. Il suo lavoro lo puoi trovare su www.riccardomaffioli.it
BRESCIA. Presso la libreria della Cattolica lunedì 30 gennaio alle 17,30: iniziativa su don Milani
Ricordiamo l’ appuntamento del 3 febbraio presso l’Ateneo di via Tosio a Brescia su Mino Martinazzoli (appuntamento precedentemente previsto per il 16 novembre 2011)
Nell’attesa si segnala l’ iniziativa su don Milani presso la libreria della Cattolica lunedì 30 gennaio alle 17,30
(clicca per ingrandire)
Incontro con l’Autore: Dott. Sergio Perini
Fondazione Civiltà Bresciana – Centro Giulio Aleni
in collaborazione con
UMAB (Unione Medici Agopuntori Bresciani)
Sabato 21 gennaio 2012 alle ore 17,30
presso il salone Mario Piazza della Fondazione Civiltà Bresciana
in Vicolo S.Giuseppe, nel chiostro della Chiesa di San Giuseppe
Invitano all’incontro con l’Autore
Dott. Sergio Perini
che avrà il piacere di presentare il suo nuovo libro
“Un medico in Cina”
Edito dalla Casa Editrice Armando di Roma
Introducono
dssa Huang Xiu Feng – Centro Aleni della Fondazione Civiltà Bresciana
dr Antonio Losio – Vice-Presidente UMAB
Ingresso libero e gratuito
Il dr Sergio Perini è medico psicoterapeuta e agopuntore, appassionato di arte. Presenta in questo libro alcune osservazioni “acquerellate” raccolte nei suoi numerosi viaggi in Cina realizzati per approfondire la Medicina Tradizionale Cinese in un percorso di avvicinamento tra la Cultura Occidentale e Orientale iniziato da Marco Polo.
Brigata Perlasca
Non pensiamo più con rancore a chi era dall’altra parte, a quelli che sono stati i vinti della Resistenza.Pensiamo semplicemente alla prova che il popolo italiano diede di saper scegliere la giusta via.Chi rammenta quei giorni, ben sa che l’anima dell’Italia la si coglieva tutta nell’ambito dell’antifascismo.(…) In questo giorno penso anche ai vinti della Resistenza: con pietà per quelli che furono i loro caduti.(…) Non possiamo andare più in là; non cadere in un agnosticismo. Che tutte le cause possano avere dei martiri, non permette di conchiudere che tutte siano uguali
FONDAZIONE ”Civiltà bresciana”. Invito ad un seminario sull’islamismo (Paolo Corsini)
Cara amica, caro amico,
mi fa piacere invitarti al seminario che si terrà lunedì 7 novembre alle ore 17,30 presso la Fondazione “Civiltà bresciana” presieduta da Mons. Fappani, seminario nel corso del quale discuterò, insieme ad altri studiosi, sulle tematiche sollevate dal recente libro di Carlo Panella “Fuoco al Corano in nome di Allah”.
Con vive cordialità
Paolo Corsini















