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IN LOMBARDIA LA CONCORRENZA HA PERSO IL TRENO di Dario Balotta e Marco Ponti

La legge di riforma del trasporto pubblico locale approvata dalla Regione Lombardia è il classico esempio da non seguire. Sancisce un trattamento differenziato tra servizio ferroviario locale, privilegiandolo, e quello svolto dalle autolinee, che pure è meno costoso. Nelle gare ferroviarie aumentano le barriere all’ingresso, con l’adozione del contratto nazionale e di quelli integrativi. Ma l’elemento più anticompetitivo è la dimensione minima dei lotti, che impedisce le liberalizzazioni graduali attraverso bandi di gara per singole linee o gruppi di linee.

La legge di riforma del trasporto pubblico locale (Tpl), approvata dopo un lungo iter dal Consiglio regionale della Lombardia nel marzo scorso all’unanimità (cosa davvero insolita), non sembra rispondere alle esigenze di riassetto, di rilancio e di contendibilità del sistema in una difficile fase di contrazione della disponibilità di risorse pubbliche. Dato il peso economico e dimensionale della Lombardia, ciò può costituire un pericoloso precedente.

I PRIVILEGI DELLE FERROVIE

La riforma (Legge Consiglio regionale n. 042) sancisce un trattamento differenziato tra servizio ferroviario locale e quello svolto dalle autolinee (urbane ed extraurbane), che si è andato affermando negli ultimi anni innanzitutto attraverso una ripartizione dei contributi di esercizio nettamente favorevole ai trasporti ferroviari. Questi hanno goduto, in un decennio, di aumenti dei contributi superiori a quello dell’offerta, di un aumento delle tariffe superiore a quello dell’inflazione e sono stati “graziati” dalle ultime tornate di tagli, che invece hanno colpito le autolinee (tabella 1 e 2). Inoltre, alle costituende cinque Agenzie della mobilità non è affidata nessuna competenza ferroviaria, che viene riservata interamente alla Regione, di modo che questa possa avvalersi senza troppe discussioni di Trenord, ovvero la società tutta pubblica e controllata dalla stessa Regione, risultata dalla fusione dei servizi ferroviari locali di Trenitalia e di Ferrovie Nord. Le Agenzie corrispondono a cinque maxi-bacini di servizi su gomma: quelli di Bergamo, di Brescia, di Como, Lecco, Sondrio e Varese, di Cremona e Mantova, e per ultimo il maxibacino di Milano, Monza, Lodi e Pavia. I bacini, così configurati, non assicurano una nuova ed efficiente governance perché sono stati disegnati sulla base dei vecchi confini amministrativi e non sono il risultato di un’analisi della domanda di traffico o delle caratteristiche dei servizi, ma neppure del posizionamento dei depositi e delle officine. Ciò renderà molto difficoltosa, se non impossibile, l’effettuazione di gare efficaci. In contrasto con i principi della concorrenza e con un razionale utilizzo delle risorse pubbliche c’è poi la decisione (art. 28) di far rientrare nel contratto di servizio Regione-Trenord una quota parte dei collegamenti ferroviari con l’aeroporto di Malpensa, nonostante questo abbia tutte le caratteristiche di servizio commerciale, tanto che è in vigore una tariffa diversa (maggiore) da quella del Tpl. Il servizio per Malpensa ha tutte le caratteristiche per non essere sussidiato e anzi può essere messo a gara a zero costi per la Regione, allo stesso modo dei collegamenti automobilistici per l’aeroporto. 

GARE? ALLE CALENDE GRECHE

La nuova legge regionale non indica un orizzonte per l’applicazione del dispositivo “pro-competition” previsto dalla recente normativa nazionale, pur approvata prima di quella regionale, e addirittura vengono introdotte nuove barriere all’ingresso in caso di gara ferroviaria (art. 35), laddove viene previsto, come condizione per poter partecipare, non solo l’adozione del contratto nazionale vigente e il mantenimento degli organici delle aziende esistenti, ma anche le condizioni economiche e normative previste dai contratti integrativi (cioè tutti i contratti che nel tempo la Regione Lombardia ha siglato in vista delle elezioni o amministrative o politiche). Molto di più di quanto disposto dal già garantista articolo 37 della legge “cresci Italia” che obbliga a osservare i contratti nazionali di settore. La gestione delle tariffe integrate e del biglietto unico viene ancora indicato come un obiettivo generico. Le associazioni dei consumatori e dei pendolari trovano accolte le loro richieste “partecipative” in contesti privi di qualsiasi potere decisionale. E la Regione Lombardia resta in pieno nel suo plateale conflitto d’interessi, essendo al tempo stesso programmatore dei servizi, finanziatore delle risorse, gestore e proprietario (attraverso la partecipata al 50 per cento Trenord), mostrando di voler privilegiare l’asset ferroviario rispetto a quello meno costoso e più flessibile delle autolinee, proprio perché quell’asset è diventato strumento di consenso diretto dell’amministrazione regionale.

LOTTI OBESI, CONCORRENZA MAGRA

Ma l’elemento più anticompetitivo della legge è sicuramente la dimensione minima dei lotti (almeno 10 milioni di bus/km anno per i servizi di autolinee e non più di tre lotti per bacino). In realtà, il settore è caratterizzato da economie di scala molto dubbie (è stato valutato a livello europeo che la dimensione efficiente va dai 5 ai 7 milioni di bus/km anno), mentre appare provato che i costi unitari delle imprese private sia grandi che piccole siano nettamente più bassi di quelli delle grandi imprese pubbliche, anche scontando i maggiori costi dei servizi urbani in carico alle imprese più grandi. (1) Comunque, la prova dell’eventuale esistenza di economie di scala può essere lasciata al mercato stesso, senza necessità alcuna di definire lotti minimi: se le offerte più vantaggiose accorperanno più lotti, ciò ne sarà la miglior riprova. In realtà, occorrerebbe porre limiti alle dimensioni massime dei lotti, per favorire la contendibilità, come più volte rilevato dall’Autorità garante della concorrenza e del mercato.
L’obbligo del lotto obeso impedisce anche di procedere a liberalizzazioni graduali, mettendo in gara singole linee o gruppi di linee. Date le barriere all’ingresso, le asimmetrie informative di cui godono gli incumbents e la manifesta ostilità politica da parte dei concedenti pubblici in cui si troverebbe a operare qualsiasi nuovo  entrante, non sembrano esservi dubbi che le gare con questa legge non avranno impatto alcuno.
Certo “spes ultima dea”, e la nuova Autorità di regolazione dei trasporti potrebbe e dovrebbe segnalare all’Antitrust qualsiasi normativa locale palesemente anticoncorrenziale, per la sua pronta cancellazione.

Fonti: Elaborazione Onlit su: (1) Regione Lombardia (2009), “Accordi tra Regione Lombardia e le imprese ferroviarie per il potenziamento e il miglioramento del servizio ferroviario regionale in Lombardia”; (2) Regione Lombardia (2007), “Sviluppo del Tpl in Lombardia. Risorse necessarie e prospettive”; (3) Tln (2010), Elementi di Piano Industriale e linee guida strategiche. Febbraio 2010; (4) Istat (2010), Indice dei prezzi al consumo.
* incremento tariffario medio riferito al periodo 2002-giugno 2011


(1)
Si veda, per esempio, Boitani A., Nicolini M., Scarpa C., “Do competition and ownership matter? Evidence from local public transport in Europe”, Applied Economics, vol. 45, pp. 1419-1434, http://dx.doi.org/10.1080/00036846.2011.617702.
  (lavoce)

 

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“Gente di nessuno”: in scena l’8 luglio 2012. Uno spettacolo interessante e gratuito per capire la Moldova

Campagna informativa e di sensibilizzazione sulle consequenze negative dell’emigrazione dei bambini (con le familie rimaste in Moldova).

Siete tutti invitati ad assistere all’opera teatrale:

“Gente di nessuno”

8 luglio 2012

via Cimabue, 16 (San polo – BS),

ore 15.00, Ingresso gratuito.

in: MoldBrixia

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Pensare la città (Paolo Corsini – BS)

Sperando di incontrare il vostro interesse, mi fa piacere inviare questo contributo destinato al prossimo numero di maggio della rivista nazionale del Pd “TamTam democratico” dedicato al tema “la città”, numero da me curato in collaborazione con Walter Tocci.

Quanto al mio testo riprendo e aggiorno cose elaborate tempo fa e adesso riattualizzate.
L’occasione mi è altresì propizia per trasmettere, a tutti, oltre a vive cordialità i migliori auguri di buona Pasqua
Paolo Corsini.

1. Alle origini della civiltà occidentale un mito presiede all’idea di città, della polis, dunque della politica che, a sua volta, rimanda a polemos, la guerra. Una polarità, quella polis-polemos, da non perdere di vista, al fine di sottrarre polis ad una lettura irenica, edulcorata, sottratta a tensioni, a contrasti, sino al conflitto. Già Giovan Battista Vico, in modo forse eterodosso, coglieva questa ambiguità, la fatica per il governo equo della città e la “guerra” per il potere di governo della polis. Ma torniamo pure a città-polis. Qui vale la narrazione di Platone nel Protagora. I Titani Epimeteo (“colui che vede dopo”) e Prometeo (“colui che vede prima”) sono incaricati di distribuire a ciascuna stirpe mortale le “facoltà naturali” che consentono la sopravvivenza associata. Il primo, con una inversione di ruolo rispetto al proprio etimo, provvede alla distribuzione, il secondo ne controllerà il risultato. Purtroppo Epimeteo esaurisce la riserva dei doni disponibili, elargendoli agli “esseri privi di ragione”, lasciando così l’uomo “nudo, scalzo, privo di giaciglio e di armi”. Per rimediare a Prometeo non resta che un gesto sacrilego: il furto ad Efesto ed Atena del fuoco e del sapere tecnico da portare agli uomini. Essi, però, pur venuti in possesso della perizia tecnica, restano sprovvisti dell’ “arte politica” senza la quale vivono dispersi, “alla mercè delle fiere”. È necessario, dunque, l’intervento di Zeus, che, timoroso per la loro sopravvivenza, invia Ermes con due doni divini: il rispetto dell’altro (aidos) e il senso della giustizia (diche). I vincoli di legamento e di obbligazione insiti nei doni di Zeus consentiranno, dunque, di instaurare quell’ordine (kosmos) che è a fondamento della città . La costituzione della polis, peraltro, rappresenta la premessa per lo sviluppo dell’arte politica, quella disciplina, fatta di sapere e di pratica, superiore alla tecnica per il tramite della quale l’uomo “inventò [sì] abitazioni, vesti, calzari, letti e trasse gli alimenti dalla terra”, ma non fu in grado di assicurare la convivenza associata della polis che qui assurge pertanto a cominciamento, principio di civilizzazione. La città, suggerisce Platone, necessita pertanto di una virtù: il pudore, vale a dire il rispetto dell’altro, il sentimento della prossimità, nonché il senso della giustizia da intendersi come condizione di ordine, di armonia, di possibilità che accada ciò che deve eticamente accadere. L’idea della città come struttura ordinata, retta su un fondamento di organizzazione, dunque governabile attraverso la legge, si conserva e si amplia successivamente presso il mondo romano. Sdoppiandosi. Qui, infatti, la città non è solo urbs, configurazione urbana, forma urbis, struttura urbanistica in perenne evoluzione su di un territorio, ma anche e soprattutto civitas, cittadinanza. Non solo, dunque, agglomerato urbano, ma cittadini costituiti in una totalità, partecipi, pur nei limiti dello jus romano, della sfera del diritto, cittadini che convivono non come moltitudine dispersa in ragione di un insediamento e di una presenza, ma in base allo “stare insieme e vicino” che evoca socievolezza, comunità, appartenenza. Uno slargamento della raffigurazione originaria destinato ad ampliarsi sino alla pienezza del moderno. Come ha osservato Paolo Perulli polis e mercato, ambiente umano e rete tecnica, società locale e nodo globale, centro e confine, urbs e orbis: fino dalle sue origini la città ha sempre mantenuto questo significato duplice, ambivalente, in grado di esprimere al tempo stesso la nostra radice e la nostra mobilità, il nostro stare e il nostro andare oltre. Sino alla metropoli contemporanea, alle forme inedite assunte sullo scorcio del ‘900, sino alla città-regione, alla città-arcipelago, alla città-rete, alla città-globale allorquando, – questo l’approdo di uno sviluppo storico – la città “socialdemocratica”, fordista, viene rimodellata, vivendo processi di progressiva verticalizzazione e diventando epicentro di trasformazioni dovute, da un lato, alla concentrazione delle funzioni più avanzate del capitalismo e del mercato, dall’altro a precipitosi flussi di popolazione, a profonde redistribuzioni del reddito, a modificazioni persino radicali dei diversi fattori di integrazione culturale e sociale. Sino ad una trasformazione del volto urbano che – così lo descrive Steven Flusty, un critico americano dell’urbanistica contemporanea – finisce con l’annoverare “spazi viscidi e irraggiungibili”, “spazi scabrosi e nervosi” che alludono a preclusione e disintegrazione. Quasi il farsi concreto delle “visioni” di Italo Calvino, quando, a proposito della città di Moriana, annota che “da una parte all’altra la città sembra continui in prospettiva, moltiplicando il suo repertorio di immagini: invece non ha spessore, consiste solo in un diritto e in un rovescio, come un foglio di carta, con una figura di qua ed una figura di là che non possono staccarsi né guardarsi”.

 

2. La città come coordinata spaziale in cui la vita di ciascuno è immersa, in cui tutti gli eventi coinvolgevano la cittadinanza in un unico vissuto e si svolgevano nell’ambito dello stesso perimetro urbano, non esiste più. Già Lewis Mumford, il classico storico della città, avvertiva come essa si potesse configurare soprattutto quale insieme di nodi di una rete di rapporti, “luogo in cui l’esperienza umana si trasforma in segni validi”. In stagioni in cui lo Stato nazionale è entrato in crisi sottoposto, da un lato, a pressanti richieste di cessioni sovranitarie nei confronti di istituzioni sovranazionali ed è investito, dall’altro, da un oneroso sovraccarico di istanze territoriali e locali nel segno del decentramento e del federalismo, la città amplia la propria sfera con l’internazionalizzazione degli scambi economici, con lo sviluppo della comunicazione, con l’affermarsi di una dimensione in cui i diversi fenomeni diventano sempre più inseparabili, interconnessi. E pur tuttavia la città resta l’ambito in cui rimangono insediate e sono fruibili le fondamentali funzioni del vivere associato – dell’amministrazione, del servizio sanitario e assistenziale, dello scambio, della giustizia, del culto, della sociabilità nei luoghi di incontro e di cultura, del tempo del lavoro e del tempo libero, della memoria –, fulcri e fori di una vita urbana che si deve altresì misurare con i molteplici “non luoghi” – così li definisce Marc Augé – della modernità, dal centro commerciale, all’aeroporto, dalla multisala cinematografica alle stazioni della metropolitana. Una città in cui si abita ed in cui l’abitare all’incrocio di un sistema di relazioni multiple costituisce – come sosteneva Martin Heidegger – un “tratto fondamentale dell’essere (Sein)”. “Forse – scriveva il filosofo tedesco – cercando di riflettere sull’abitare ed il costruire, mettiamo un po’ meglio in luce come il costruire faccia parte dell’abitare e come riceva da esso il suo essere (Wesen)”. Da qui la necessità, per lui ineludibile, di considerare questa dimensione “fra le cose che meritano che ci si interroghi a loro proposito e che restino nel novero di quelle che meritano vi si pensi”. Vivere la città significa, infatti, situarsi nel “punto di massima concentrazione dell’energia e della cultura di una comunità”. Nel nostro Paese, l’Italia delle cento città, la tradizione storica documenta in effetti un peculiare e permanente carattere urbano. Da Cattaneo a Theodor Schneider – lo storico tedesco che ha dedicato pagine illuminanti alla traiettoria delle nostre città – comune è il riscontro di una centralità oggi in crisi, crisi come valico, passaggio, transizione il cui polo dialettico è il territorio, l’area vasta, una geografia virtuale senza limiti e frontiere. Prevalentemente di origine urbana sono state la nostra cultura, l’organizzazione economico-produttiva e finanziaria, nonché gli assetti istituzionali, lo stesso sedimentarsi delle esperienze civili proprie di un civismo pre-politico. Riferito alla struttura urbana è pure il modello ideale, l’immaginario a lungo inseguito e coltivato nella elaborazione letteraria, filosofica, iconografica – valga l’esemplare raffigurazione del “buon governo” del 1357, dovuta ad Ambrogio Lorenzetti nella sala dei Nove del palazzo municipale di Siena – della forma più avanzata sviluppata, progredita di convivenza. Urbano è pure il percorso di formazione delle correnti ideali e politiche, dalle ideologie rinascimentali, a quelle illuministiche, a quelle risorgimentali fino alla nascita della nostra coscienza nazionale. Urbano è stato l’habitat dello sviluppo industriale, urbano, ancora, il modello preponderante di scambio culturale e di relazioni pubbliche. Dunque l’idea, la cultura della città che un’amministrazione esprime ed in nome della quale opera – non si governa, infatti, una città senza un’idea della città – offre la misura più veritiera e probante dell’effettivo grado di rispondenza delle ambizioni di governo coltivate e perseguite in un tempo di repentini mutamenti. Valga il caso di una leva di programmazione del territorio, cruciale per la città, qual’è rappresentata dall’urbanistica. Essa non nasce – l’osservazione va ricondotta ad uno studioso della levatura di Leonardo Benevolo – contemporaneamente ai processi tecnici ed economici che fanno sorgere e trasformano la città moderna, ma si forma in un periodo successivo, “quando gli effetti quantitativi delle trasformazioni in corso sono divenuti evidenti ed entrano in conflitto tra loro, rendendo inevitabile un intervento riparatore”. Presupponendo, dunque, un’idea, una cultura per il governo della città.

 

3. La città di oggi, come riconoscono osservatori di diverse scuole, è il luogo più intenso delle contraddizioni della nostra organizzazione sociale. Da una parte il concentrato delle differenze e disparità che la nostra società produce (di reddito, di cultura, di consumo, di opportunità), dell’altra è il luogo deputato al risarcimento equitativo, al riscatto umano e civile. Il sistema delle sicurezze sociali a carattere redistributivo è prevalentemente urbano; la cultura urbana è, in senso generale aperta, multipla, fruibile all’accesso; il sistema degli spazi pubblici compensa le ristrettezze e sopperisce alle diverse esigenze di quelli privati. Eppure la città rappresenta un habitat non facile, un’identità composta da contrasti, da concorrenza e conflitti per l’occupazione degli spazi fisici e l’appropriazione di quelli simbolici. Spesso viene descritta come luogo della solitudine dove più drammatica, persino irrimediabile, può essere l’emarginazione. In città forte è la tentazione dell’esilio e troppo di frequente si trascura il contatto, il rapporto con gli altri in nome di una disposizione solitarista, di una libertà solipsistica, a-relazionale, finendo con lo scoraggiare il rapporto colloquiale, di convivialità, diretto, non mediato tra i cittadini. Un luogo in cui – ha scritto Thomas Maldonado – “tutti presi dalla paura di esporsi cercano affannosamente protezione nella dimora-rifugio, in cui tutti sono in un certo senso esuli, scultori inconsapevoli della ‘emigration intérieure’, in cui le differenze sono brutalmente ghettizzate”. Ma c’è pure l’altra anta perché, di converso, la città è anche l’ambito entro il quale più intensi sono la percezione e l’esercizio dei diritti di cittadinanza, dove il processo di istituzionalizzazione può essere interiorizzato e concretamente agito dai cittadini. Per cui la città dovrebbe essere l’espressione delle multiformi esigenze di una comunità aperta e inclusiva e, insieme, reale opportunità di realizzazione, attraverso un adeguato sistema di servizi, di chances e strategie di vita. Nella realtà è certamente meno, talora molto meno di questo, perché vive nella contraddizione tra quello che è e quello che potrebbe essere, quello che le forze politiche, sociali, economiche, culturali, spirituali realizzano fino a lasciare un segno, impronte riconoscibili. Non è certamente il frutto di una singola volontà demiurgica, né il merito unico o la colpa esclusiva di una classe politica, bensì l’esito di un’immateriale, ma operante e concreta logica sistemica che, pur nei contrasti, nelle contraddizioni, nelle vischiosità, negli stessi conflitti, si afferma. Da qui la necessità di un “municipalismo responsabile” al quale non servono come, alla luce della sua assai felice esperienza amministrativa torinese, ha ammonito Sergio Chiamparino, “palingenetiche reinvenzioni dello Stato su basi che non appartengono alla storia nostra, quanto piuttosto le concrete possibilità per i governi locali di esercitare la discrezionalità propria di ogni vera funzione di governo e sul piano delle risorse materiali e su quello dell’adattamento delle regole alle domande specifiche che salgono dal territorio”.

 

4. La città vive e progredisce se si alimenta di condivise e riconoscibili virtù pubbliche e civiche, di un’etica fatta di storia e memoria, d’identità e appartenenza, di senso di responsabilità e di regole da rispettare. Quell’etica a prescindere dalla quale chi si ritiene sodale e affine, proprio perché civis e quindi portatore insieme di comuni diritti e doveri di reciprocità, rischia di ritrovarsi estraneo ed ostile. Le virtù della cittadinanza, all’incrocio tra tradizione classica e affermazione del moderno, tra principi d’ispirazione cristiana e valori connaturati allo spirito laico-repubblicano, presuppongono una città viva, innervata da presenze attive ed evocano, dopo stagioni caratterizzate da invasività dello Stato ed esorbitante ruolo dei partiti, un rapporto tra istituzioni pubbliche e civitas che riconsegni all’impegno della politica l’espressione di una volontà generale, la valorizzazione di un interesse, di un bene comune. Virtù civiche – quelle virtù di cui teorizza Salvatore Natoli – praticate ed agite, di nuovo riscoperte, dopo stagioni di regressione, di deriva incivile, assunte nella loro essenzialità. Quanto al “bene comune” è un bene che precede, assiologicamente, il “bene pubblico” e che non coincide con la sommatoria dei beni dei singoli in quanto è quel bene di tutti da cui i singoli possono attingere e trarre beneficio. Come del resto comprova l’etimologia del termine – valgono qui puntualizzazioni anche recentemente offerte da Giacomo Canobbio – che rimanda sia a “cum munus (munere) cioè a compito condiviso, assunto insieme, sia a cum moenia (moenibus) cioè ad abitazione entro le stesse mura” – torna il tema dell’abitare – e quindi a solidarietà. Insomma una condizione comunitaria che consente di vivere, di convivere, per una causa che trascende gli interessi individuali. Una siffatta prospettiva potrebbe restituire motivazioni e speranza di fronte ad un futuro della città sempre più incerto e meno favorevole per effetto di trasformazioni convulse ed inusitate a motivo dell’affermarsi dell’egoismo dei singoli contro l’esercizio dei diritti di cittadinanza e, nei tempi recenti, soprattutto per le difficoltà insite nel rapporto tra una pluralità di culture. La città non necessita solo, dunque, di una valorizzazione degli spazi pubblici, ma della restituzione di quel senso civile e sociale, di quelle esperienze di interrelazione che sono andate perse e la cui riconquista pretende una cura particolare, un’iniziativa costante da parte degli attori che fanno e producono cittadinanza. Per altro intendere la città come specializzazione di spazi, secondo la modellistica della sociologia urbana classica, certamente non basta. La città non è tale solo in funzione dell’estensione o densità dei suoi luoghi e nemmeno in senso weberiano come “insediamento di mercato”, centro di produzione di beni di servizi, tantomeno autosufficiente. Essa infatti in quanto comunità vivente si qualifica sempre più come ambito di relazioni sociali, di partecipazione, di autonomia, come luogo, in definitiva, in cui ne va dell’essenza dell’uomo, se alla dirompente frammentazione sa opporre una paziente, tenace ricomposizione in nome di un partecipe sentire civico. Non si tratta di evocare ansie di omogeneità o improbabili omologazioni, né di inseguire appiattimento di differenze o assenza di diversità, ma di promuovere la percezione di appartenenza ad un comune vissuto in vista di una città cooperativa e solidale, consapevole del proprio “patrimonio sociale” che consiste in un insieme di luoghi, di relazioni, di memorie, di affetti, di cultura, di ethos, di corresponsabilità. Una città che raccoglie la sfida della trasformazione, che si impegna a ridisegnare il proprio “statuto di convivenza”, “promuovendo – così ha scritto Giuseppe Samonà – lo sviluppo adeguato degli apparati per i servizi dell’uomo di oggi desideroso di urbanizzarsi in modo corrispondente alle sue molteplici esigenze di vita”. Il riferimento è ad una societas di persone che legittimamente aspirano all’espansione e crescita individuale, ma che dalla colleganza agli altri e all’altro, da questa “umana compagnia”, derivano non una limitazione, piuttosto guadagnano una valorizzazione di sé, un potenziamento, un più alto grado di libertà secondo un equilibrato rapporto tra pubblico e privato, tra etica comunitaria e interesse individuale, fra le passioni dei singoli e il vantaggio di tutti.

 

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Marcallo con Casone (M) Il sindaco della Lega cambia nome alla circonvallazione: viale Padania (LUCIA LANDONI)

La decisione nel comune milanese di Marcallo con Casone. Intitolazione ufficiale il 1° aprile* alla presenza di Bossi. “Ma non è assolutamente un pesce d’aprile”, dice il primo cittadino

ndr: la data è di molto significativa: 1° Aprile, in pratica è equiparabile ad uno scherzo anche se di pessimo gusto ma, trattandosi della Lega, mi sembra che aspettarsi “gusto” sarebbe pretendere troppo, ed infatti BOSSI si premura di precisare che non è uno scherzo. SIC! A questo punto, due domande!

Prima: è legale intestare una strada a qualcosa di inesistente?

Seconda: la CORTE DEI CONTI e/o qualche Giudice, si attiveranno per chiedere conto di questa nuova spesa strampalata e poi mettere fine a questa pagliacciata – STAN

Il sindaco leghista Massimo Olivares

L’intitolazione ufficiale è programmata per una data particolare, il primo aprile, ma non ci sono pesci e scherzi di mezzo: la strada più lunga di Marcallo con Casone, in provincia di Milano, si chiamerà viale Padania. «La nostra è stata una scelta forte. Vogliamo ribadire che la Padania esiste, piaccia o no – spiega il sindaco Massimo Olivares, della Lega Nord – Alla cerimonia di intitolazione interverrà anche Umberto Bossi, il che è un onore per un piccolo comune come il nostro». Il leader del Carroccio approfitterà dell’occasione per lanciare la campagna elettorale dei candidati leghisti alle poltrone di sindaco nei comuni della zona.

Il futuro viale Padania, che in paese era finora identificato semplicemente come “circonvallazione”, è lungo oltre tre chilometri e si snoda fino al confine meridionale tra i comuni di Marcallo con Casone e Magenta. «Terminati i lavori di realizzazione delle opere collaterali alle grandi infrastrutture Tav, l’amministrazione comunale ha avvertito la necessità di dare un nome a quel tratto di strada – continua Olivares – Abbiamo deciso di dedicarla alla Padania, che nell’antichità aveva confini corrispondenti a quelli della Gallia Cisalpina e nel 1998 è stata identificata da un documento dell’Unione europea come una macroregione con una propria valenza economica, sociale e storica».

La decisione, si legge nel comunicato apparso sul sito web comunale, è stata presa dall’amministrazione “al fine di lasciare un segno tangibile sul territorio del proprio operato e del riconoscimento della realtà lombarda in tutti i suoi aspetti politici, economici, sociali che ne hanno caratterizzato la storia, il tessuto sociale locale e nazionale”. Per arginare le eventuali polemiche sul battesimo della circonvallazione, in Comune è stato deciso di procedere con la massima calma: «Per la cerimonia ufficiale abbiamo voluto attendere il benestare della Prefettura, in modo tale da evitare scontri con i partiti all’opposizione – conclude il sindaco di Marcallo – Ora che abbiamo anche quello possiamo procedere. Domenica primo aprile nascerà viale Padania».  (larepubblica)


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Lettere, misteri e omissis: l’Italia nei documenti del caso Moro Luciano Costa

A CASTENEDOLO (BS). Dopo il libro di Veltroni è con lo storico Miguel Gotor il nuovo appuntamento nella Sala dei Disciplini
Il libro discusso da Pisanu, Arlati Follini, Corsini, Cacciari e Minoli

  1. red/vivicentro: Video News* e ricordi su Aldo Moro

Castenedolo incontra… E mai come in questo caso il titolo dato agli appuntamenti pensati e proposti per discutere di politica, che qui si susseguono dal 2005, sembra più appropriato. Prima attorno a Mino Martinazzoli e poi, dal 4 settembre 2011, data in cui Mino se ne è andato, avendo come impegno e prospettiva l’approfondimento coraggioso, spesso anche scomodo, di ciò che siamo stati, siamo e ci avviamo ad essere, l’Associazione Aldo Moro e il suo presidente, Gian Battista Groli, fanno cultura, invitano a riflettere e a ragionare chiunque abbia voglia di fermarsi non alle apparenze, ma al nocciolo e alla sostanza delle questioni.
Quindici giorni fa, nella stessa sala dei Disciplini di Castenedolo, al centro del dibattito c’era “L’inizio del buio”, il libro scritto dall’ex segretario del Pd, Walter Veltroni, pieno di ricordi e di buone intenzioni; tra pochi giorni, dopodomani venerdì 14 ottobre, nella stessa sala, al centro dell’attenzione ci sarà «Il memoriale della Repubblica», libro scritto da Miguel Gotor, pieno d’inquietudini e di domande inevase.
MIGUEL GOTOR, quarantenne professore di storia all’Università di Torino (che è, si legge nella breve presentazione del risvolto di copertina, anche «esperto di santi, eretici ed inquisitori» del cinquecento e del seicento), scrive, descrive, teorizza – anche impietosamente – una Repubblica, la nostra, che traballava e ancora traballa, proponendo pensieri pensati e forti riflessioni sulla prigionia di Aldo Moro (dal 16 marzo, giorno del rapimento, al 9 maggio 1978, quando il suo corpo fu abbandonato in una via di Roma), sulle paure a cui lo obbligarono i “brigatisti rossi” suoi carcerieri, sulle ansie che egli ripose in lettere e fogli, alcuni conosciuti, altri sconosciuti e, quindi, misteriosi.
Il risultato, non ancora definitivo, è quello che lo stesso autore prima racchiude tra «i segni di una sanguinosa e decennale lotta di potere, in cui la politica, le ambizioni personali, la criminalità e gli affari si intrecciano con la crisi della Repubblica» e poi definisce «un enigma italiano», ma anche «la sua soluzione».
Al centro del «memoriale», ben più di una «ricerca storica», ci sono le lettere e i documenti che Aldo Moro scrive (o è costretto a scrivere) nei giorni della sua prigionia. Alcuni sono conosciuti (per esempio quello datato 10 aprile 1978, che accusa il democristiano Paolo Emilio Taviani, ma anche tutta quella classe dirigente che non capiva e non agiva…), altri restano tuttora avvolti in troppi distinguo, in molti «non ricordo» e in parecchi «top secret» (i 49 fogli trovati il primo ottobre 1978 in un appartamento di via Monte Nevoso a Milano furono censurati, ma da chi? chi nasconde, e dove, gli originali delle lettere e dei documenti trovati in fotocopia nello stesso appartamento il 9 ottobre 1990 nel corso di lavori di restauro?).
Quei fogli ritrovati a distanza di anni, sostengono in molti, ci sono, devono esserci. Resta da scoprire «in quale Stato e in quale cassaforte».
Le risposte a queste ed altre domande si trovano – scrive Gian Battista Groli nella presentazione della serata – in questo libro in cui Miguel Gotor dimostra, come già fece raccogliendo le lettere dalla prigionia, che è possibile sottrarre le carte di Aldo Moro alle dietrologie, ai sospetti, per consegnarli al rigore del metodo storico». Marc Bloch, insigne professore di Storia, francese di grande fama (Strasburgo gli ha dedicato parte della sua Università), citato nel libro, scrisse che «una parola domina ed illumina i nostri studi: comprendere». Mai come oggi, e Gotor lo sostiene con forza, abbiamo bisogno di «comprendere»: per andare oltre gli ostacoli, oltre l’ovvietà, oltre le sconfitte. Comprendere anche e soprattutto per incontrare la «verità».
PUÒ ANCHE apparire strano, e forse lo è davvero, che l’autore collochi un brano del Vangelo di Luca (12, 54-56) appena prima del prologo con cui inizia il «memoriale». Strano, ma illuminante. L’evangelista, infatti, racconta la parabola in cui Gesù mette i suoi discepoli e la folla di fronte all’ipocrisia. Dice: «Se vedete le nuvole pensate che pioverà; se soffia il vento di scirocco dite che fa caldo». Subito dopo ammonisce: «Ipocriti – dice – siete capaci di capire l’aspetto della terra e del cielo, come mai non sapete capire quel che accade in questo tempo?».
Anche adesso, di fronte alle pagine fitte di ricostruzioni, di cronaca e di innumerevoli dubbi, la domanda è la stessa: «Perché non sappiamo, o non vogliamo, capire quel che è accaduto e accade intorno a noi?». Mino Martinazzoli, abituato alle serate di Castenedolo, forse avrebbe risposto che «capire non dipende da ciò che è visibile, ma da ciò che si vuole vedere».
«CASTENEDOLO INCONTRA», venerdì prossimo, chiama a discutere e a riflettere sul libro di Miguel Gotor, oltre all’autore che è anche collaboratore del quotidiano La Repubblica, personaggi come Giuseppe Pisanu, senatore della Repubblica del Popolo della Libertà e presidente della Commissione parlamentare antimafia, Roberto Arlati, già ufficiale dei Carabinieri Nucleo Antiterrorismo, il filosofo Massimo Cacciari (docente univesitario e anche politico, già sindaco di Venezia), il senatore Marco Follini (estrazione cattolica e voce critica all’interno del Partito democratico), l’onorevole Paolo Corsini (storico, deputato del Partito democratico e per un lungo periodo sindaco di Brescia) e il giornalista Giovanni Minoli, direttore di “Rai Storia”, che sarà anche moderatore e, possibilmente, anche guida alla scoperta di ciò che la storia contiene. Infatti, se «la storia siamo noi», ne abbiamo il diritto.

red/vivicentro:

* Video News e ricordi su Aldo Moro

Via Caetani, sono passati 33 anni

Era l’epilogo di un sequestro durato 55 giorni


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La «casa della memoria» apre il suo scrigno dei ricordi Elisabetta Bentivoglio

BRESCIA – L’INIZIATIVA. Nove appuntamenti che accompagneranno i bresciani in un viaggio tra «storia e ricomposizione storica»
Manlio Milani spiega il senso dell’evento che durerà fino a novembre e coinvolgerà storici e scrittori: «I buchi neri vanno disvelati per la democrazia»

«I buchi neri della storia italiana vanno disvelati se vogliamo promuovere la democrazia». Esordisce così Manlio Milani, presidente della Casa della Memoria, per presentare i nove appuntamenti che, tra ottobre e novembre, accompagneranno i bresciani in un viaggio tra «Storia, Memoria e Ricomposizione».
NOVE APPUNTAMENTI, ognuno articolato in tre passaggi che prendono il via dall’analisi della storia «per capire e ricostruire i fatti», attraversano la memoria «per non dimenticare» e giungono fino alla ricomposizione «come elemento di ritrovo di una memoria in grado di dare senso agli avvenimenti», spiega Milani.
Nove appuntamenti per raccontare, con l’ausilio di libri, filmati e testimoni gli anni di piombo del nostro Paese, nel tentativo di umanizzare una storia fatta di lenzuola bianche stese sui corpi freddi di uomini e donne uccise dal terrorismo.
Il primo incontro è già fissato per lunedì 10 ottobre alle 20,45 al teatro San Carlino con la presentazione del volume «La P2 nei diari segreti di Tina Anselmi» alla presenza della curatrice Anna Vinci e di Giuliano Turone, un viaggio tra gli appunti della presidente della commissione parlamentare sulla Loggia segreta.
IL CICLO proseguirà il lunedì successivo, ancora al San Carlino, con il racconto di Giovanni Bianconi su «Il brigatista e l’operaio», la storia di due operai: l’uno sindacalista l’altro brigatista, l’uno impegnato a contrastare il terrorismo in fabbrica, l’altro esecutore della logica efferata del terrore armato. Lo stesso operaio sindacalista della Italsider, Guido Rossa, ucciso dalle Brigate Rosse il 24 gennaio del 1979 sarà protagonista del film documentario diretto dal trio Cossali-Leoni-Zadra che martedì 18 ottobre al Cinema Teatro Sereno metterà a confronto la vita dell’uomo con la sua azione politica. Lunedì 24, invece, Walter Veltroni presenterà il suo ultimo libro «L’inizio del buio», un viaggio tra le tragedie del piccolo Alfredino Rampi, caduto in un pozzo, e di Roberto Peci, rapito e ucciso dalle Br solo per essere il fratello di un terrorista pentito. Dieci giorni più tardi, giovedì 3 novembre, sarà la volta del documentario di Giovanna Cornaglia dal titolo «Carlo Casalegno, il nostro Stato», la cronostoria dei giorni che hanno preceduto l’assassinio del vice direttore del quotidiano La Stampa, raggiunto da un colpo d’arma da fuoco il 16 novembre del 1977 mentre rientrava a casa. La storia del magistrato e professore Guido Galli, ucciso nell’80 da un commando di Prima Linea, verrà raccontata mercoledì 9 sulle immagini di Igor Mendolia e del suo «Codice tra le mani», mentre il giorno dopo la giornalista Silvia Giralucci, figlia del militante padovano Graziano Giralucci ucciso dalle Br nel giugno del ’74 presenterà il libro «L’inferno sono gli altri».
LA MEMORIA pubblica tra ricordi da trattenere ed eventi da lasciar cadere è alla base del volume «La repubblica del dolore» di Giovanni De Luna che, venerdì 25, salirà sul palco del San Carlino insieme a Benedetta Tobagi e Adolfo Ceretti e proverà a tracciare l’albero genealogico degli eventi su cui si costruisce la nostra nazione. L’ultimo dei nove appuntamenti organizzati dalla Casa della Memoria in collaborazione con Comune e Provincia di Brescia è fissato per martedì 29 al San Barnaba e vedrà il vescovo Luciano Monari protagonista di una lectio magistralis sulla «L’Apocalisse».

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AMACORD pasini roberto

Salve,
in merito alla fiera del libro vorrei ricordare che fu la FGCI  a iniziare nell’anno 1974 a Lamarmora.

Io scattavo e si vede il px parlamentare, Zorro.
Se vorretete pubblicarle renderete riconoscenza a una minima memoria storica bresciana.
grazie
pasini roberto
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Due 11 Settembre, 2009 e 1973: perchè i giovani sappiano e i vecchi ricordino.- Renato Bettinzioli, BRESCIA

Gentile direttore, con l’attacco terroristico dell’11 settembre di dieci anni fa alle Torri Gemelle di New York e al Pentagono si era raggiunto un livello di gravità politica insopportabile, creando, nel cuore del mondo, un lutto incolmabile per dimensione del dramma, per il numero delle vite umane travolte.

Gli Stati Uniti d’America si sono drammaticamente mobilitati sul piano militare e il mondo era in ansia per la minaccia che incombeva su ogni uomo e su ogni donna, per le dimensioni del conflitto, per i suoi contenuti, per le sue conseguenze sulle libertà, sui diritti, sulle conquiste sociali, sui problemi insoluti e laceranti della fame, delle malattie, dell’analfabetismo, delle disuguaglianze, dell’emarginazione di popoli interi.

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L’animo barocco bresciano rivelato dalla scalinata di Santa Chiara , Riccardo Bartoletti

SETTECENTO E DINTORNI.

La creazione di Ascanio Girelli, nobile e architetto dilettante, nell’ex convento
Gli effetti scenici, in città, anche su molte facciati delle chiese

La scalinata di Santa Chiara in una settecentesca stampa
disegnata dall´architetto Gaspare Turbini
Forse risulterà strano ai più immaginare che Brescia nel Settecento aveva «un animo barocco» incline allo spettacolo e al gusto scenografico proprio come la dominante Serenissima. È difficile infatti pensare che la nostra città, di sobrie abitudini di vita, in quell’epoca tentasse di eguagliare la Repubblica di Venezia, seppur in forma ridotta, con l’allestimento di sontuosi addobbi realizzati per l’arrivo o la partenza di Deputati Pubblici, per l’elezione dei vescovi o per il festeggiamento di autorità di passaggio dalla città. Le cronache coeve narrano di spettacoli che letteralmente travestivano gli spazi e i monumenti cittadini con preziosi apparati costituiti da padiglioni di damasco, di velluto e di seta. Piazza Duomo venne più volte «addobbata» come solenne palcoscenico per celebrare cardinali, vescovi ma anche capitani e rettori veneziani. Piazza Maggiore (ora Loggia) fu scelta durante il Carnevale del 1766 per organizzare la celebre Giostra dell’anello, torneo in cui i partecipanti dovevano infilzare con la lancia un anello appeso ad un’asta, che girava su se stessa per rendere più difficile l’impresa. Si ricordi che nel periodo carnevalesco si svolgevano anche spettacoli di natura popolare, dove la magnificenza degli apparati effimeri lasciava posto a sguaiate e rocambolesche gare di uomini e animali come la corsa di cavalli sciolti («corsa dei barbieri»), lanciati al galoppo da via Marsala con arrivo a porta San Nazaro o lo spettacolo dei tori, una sorta di corrida improvvisata all’interno di recinti provvisori, qui i toreros erano cani addestrati al combattimento, che braccavano il malcapitato animale fra gli incitamenti della folla.

Il gusto dell’apparato spettacolare e celebrativo, dove è possibile, si applicò in questo secolo anche alle architetture di edifici laici e religiosi, sortendo lo stesso effetto scenico. La traduzione dello spettacolo effimero nella duratura pietra è il criterio che guidò il nobile Ascanio Girelli, architetto dilettante, nella realizzazione della scalinata dell’ex convento di Santa Chiara nell’omonima contrada, ora sede della Facoltà di Economia e Commercio. Il nobile bresciano, appassionato di architettura come l’omonimo nonno e autore del progetto di Palazzo Gaifami (ora sede della Croce Bianca), nel monastero francescano, fondato nel secolo XIII, dove un tempo si trovavano i cortili dei servizi, inserì una complessa macchina architettonica, priva di qualsiasi aspetto utilitaristico, progettata per il puro scopo della meraviglia. La scalinata, sicuramente la più sorprendente soluzione prospettico scenografica di tutto il tardo barocco bresciano, si eleva in un’unica rampa da due bassi corpi porticati e balaustrati, per poi biforcarsi in due ali opposte che si ricongiungono al di sopra di un portico colonnato e trabeato. Le rampe divergono per incontrarsi nuovamente ai fianchi di un’edicola marmorea a timpano triangolare, simulante la facciata di una chiesa. L’abile inganno prospettico si mostra inaspettato a quanti si affacciano al portone al numero 50 di contrada S. Chiara. A Brescia gli effetti scenici non sono assenti neppure dalle settecentesche facciate di molte chiese che con la loro vertiginosa elevazione nascondono le grezze murature retrostanti.

L’illusione scenografica investe anche la disciplina pittorica: laddove infatti non arrivano gli accorgimenti architettonici a suggerire la grandiosità costruttiva, intervengono le abili quadrature pittoriche a inventare fittizi spazi, scalinate, scorci prospettici e sfondati che rompono il rigido corso delle pareti interne degli edifici.

  • M. V. Facchinelli, Il teatro e la cerimonia, in Le alternative del Barocco, Brescia 1981, pp. 243-270
  • R. Boschi, Le alternative del Barocco, in Le alternative del Barocco, pp. 7- 96, Brescia 1981, pp. 243-270
  • D. Montanari, Aspetti della vita sociale, in Brescia nel Settecento, Brescia 1985, pp. 277-284

 

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Brescia diventi una città contro le armi nucleari / VIDEO

Sono 22 i comuni della provincia di Brescia che hanno già aderito alla proposta per la messa al bando internazionale di tutte le armi nucleari fissata entro il 2020 (avanzata già nel 1982 dal sindaco di Hiroshima Takeshi Araki). Il Comune di Brescia non è tra questi, ma il Movimento Nonviolento ieri, in occasione della fiaccolata oragnizzata per la ricorrenza del lancio della prima bomba atomica sulla città giapponese, ha espresso l’auspicio che lo diventi presto. «Ci sembra che aver piantato i due alberi sopravvissuti alle bombe del ’45 nel museo cittadino sia un gesto in questa direzione – ha affermato , del Movimento -: faremo una campagna per sensibilizzare la città e speriamo che la Loggia aderisca». Se così fosse, il sindaco Adriano Paroli entrerà a far parte del gruppo dei circa 5.000 (395 in Italia) «mayors for peace», sindaci per la pace, impegnati a chiedere alle Nazioni Unite di concorrere all’abolizione effettiva degli armamenti nucleari entro 11 anni.

Ad oggi, dei comuni provinciali hanno aderito Acquafredda, Bagnolo, Berzo Inferiore, Bienno, Bovezzo, Castegnato, Castenedolo, Cazzago San Martino, Collebeato, Ghedi, Gussago, Iseo, Paratico, Pisogne, Rezzato, Roncadelle, San Felice del Benaco e Vobarno.

A QUESTI, proprio lunedì, si sono aggiunti Breno, Capo di Ponte, Gianico e Ponte di Legno.
L’impegno per la messa al bando delle armi nucleari, a livello mondiale, è già stato formalizzato, ma ciò che accade realmente sembra esser cosa diversa: «La soluzione per uscire dall’incubo atomico sarebbe dar seguito al Trattato di non proliferazione nucleare sottoscritto a fine anni ’60 – hanno spiegato dal Movimento – che però, considerato quanto sta ancora accadendo, sembra non trovare applicazione».

MI.BO.bresciaoggi

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