I RICORDI DEI BRESCIANI. Tanti lettori hanno inviato una testimonianza al nostro sito Internet
«Capii che di una parte del mio mondo non restava altro che polvere» «Ho vissuto la seconda guerra mondiale ma quel pomeriggio piansi»
Qualcuno ha avuto paura che anche l’Italia finisse nelle mire degli attentatori: qualcun’altro si è sentito, improvvisamente, cittadino del mondo. Altri stavano andando in vacanza, ognuno ha un ricordo particolare legato all’11 settembre 2001. Una data già entrata suo malgrado nei libri di storia, stampata, memorizzata, nella memoria di ciascuno. Di chi era a Brescia, in vacanza o. addirittura, negli States. Ma, fortunatamente, non a New York. Questi ricordi, ma anche molti altri, sono stati raccolti durante l’iniziativa di Bresciaoggi attraverso il proprio sito Internet: un «tema continuativo» che giorno per giorno, nell’ultima settimana, si è arricchito di contributi che hanno regalato uno «spaccato» personale dell’11 settembre dei Bresciani.
« Non ero a New York, ma ero sempre negli States a Denver Colorado,dove sono tutt’ora – dice Alberto Cominelli – . Detto questo, ricordo benissimo quella giornata. Quel giorno non accesi la tv per le solite notizie locali e internazionali, non sapevo nulla e nemmeno le persone del vicinato vidi. Ad una certa ora mi chiama al telefono mio cognato che abita a Boulder e mi dice di accendere la tv che e’ successo una catastrofe a NY e al Pentagono. In quel momento capii tutto, ecco perchè non vedevo nessun amico o vicino di casa erano tutti davanti alla tv. Andai a casa di amici per seguire con loro le notizie confuse e non, che giungevano dai diversi canali televisivi. Tutti piangevano ,uomini donne tutti e io mi sentivo vicinissimi a loro, ero un amico italiano, ero un occidentale che era al loro fianco, facevo condoglianze e ci abbracciavamo dicendo loro che ricostruiremo e saremo piu’ uniti e forti di prima. Ecco questa era solo una piccola parentesi di quella giornata, potrei raccontare per ore e ore intere».
Qualcuno invece, pur non essendo in Italia, ha vissuto l’attentato di Al Qaeda da prospettiva piuttosto particolari. «Ero a Sharm el Sheikh con il mio ragazzo – dice Letizia – : ricordo le immagini e per la prima volta, io che sono sempre stata aperta alle popolazioni straniere, ho nutrito un senso di diffidenza, quasi di paura, come se il mio essere italiana potesse in qualche modo mettermi a rischio. Con il tempo ho capito che non tutti i musulmani sono concordi con Bin Laden, sono tornata in Egitto, ma, quel giorno, mi sentivo straniera in un paese per me pericoloso». Dall’insicurezza in riva al Mar Rosso all’impotenza di chi è decollato destinazione Londra con il mondo «in pace» per atterrare con un attacco terroristico in corso. «Difficile dimenticare quel giorno: stavo andando a Londra, quando sono decollato non era ancora accaduto nulla – dice Alessandro Bonati – . Quando sono atterrato invece, un paio d’ore dopo, il mondo stava vivendo uno dei momenti piú tristi. Abituati a programmare e pianificare, ci siamo accorti come tutto puó cambiare in pochi minuti. E Londra, nei giorni dopo l’attentato, era una città impaurita».
NELLA MAGGIOR parte dei casi, l’11 settembre del 2001 è stata una giornata «normale» terminata in modo «straordinario». Nata con tutti i crismi della quotidianità per trasformarsi in pochi istanti. «La mattina dell’11 settembre 2001 – dice Marco Cofani – partii presto per l’università, per preparare un esame assieme ad alcuni compagni. Un forte mal di testa, il che mi capita assai raramente, mi costrinse però a tornare a casa già nel primo pomeriggio: appena rientrato, mi stesi immediatamente a letto a riposare. Circa un’ora più tardi mi svegliò la telefonata di un caro amico, che mi chiedeva se avessi saputo quanto stava avvenendo a New York: “Sono crollate le Torri Gemelle!”, mi disse. Sorpreso dalle sue parole, gli risposi di smetterla di prendermi in giro, perché quello che stava dicendo era impossibile. Lui, stupito a sua volta dalla mia reazione, insistette: “Non sto scherzando, accendi la tv, due aerei hanno colpito le torri e le hanno abbattute!”. Incredulo, accesi il teleschermo, e vidi le immagini delle due torri e della colonna di fumo nero che si sprigionava dalla cima. “Ma come – esclamai al mio amico – non sono crollate! Sono ancora in piedi!”. L’illusione durò solo pochi istanti – si trattava evidentemente di una registrazione – e quando l’immagine cambiò capii che delle torri, delle migliaia di persone che vi lavoravano ed anche di una parte del mio mondo non restava altro che polvere». All’interno delle mura domestiche hanno vissuto il dramma americano anche tanti altri Bresciani. «Ero al telefono con un’amica – ha scritto Renata Mucci- , il televisore acceso, bloccato e ” muto” passava immagini terrificanti e impulsivamente ho spento il televisore. In quel preciso istante l’amica urla “No, No ” e mi passa la tragica notizia. Riaccendo, guardo, ascolto le voci e rimango bloccata, sgomenta. Classe ’27 ho trascorso i miei verdi anni 1940/1945 in piena guerra, bombardamenti e deportazioni avrebbero dovuto temprare la mia sensibilità, ma non è così. Immobile sentivo lacrime brucianti rigare il mio volto mentre le mani si univano nel gesto angosciato della preghiera. Il resto è noto.Indelebile».
SE MOLTI Bresciani si trovavano a casa e si sono attaccati al teleschermo delle televisioni piuttosto che al computer di casa per sfruttare le immense potenzialità di Internet, tanti altri erano al lavoro. Seduti alla scrivania, magari in contatto con colleghi all’altro lato del mondo. «Greg mi ha appena mandato un saluto da Montreal , gli rispondo con una faccina ma improvvisamente nella finestra della chat appare un’imprecazione lunghissima – rammenta Luigi Scazzola – : mi scrive che la CNN sta annunciando che un aereo ha colpito una delle due torri del World Trade Center. Ci sono stato 4 anni fa a NYC, e ricordo quelle montagne che toccano il cielo, e immaginarne una colpita da un aereo è terrificante, che incredibile sfortuna. Cerco notizie online mentre commento quanto successo ai colleghi stupiti; cominciano ad apparire le prime notizie e tutti trattengono il fiato, fino a quando il secondo aereo colpisce l’altra torre, e il pensiero che mi attraversa la mente è che è cominciata la prima guerra mondiale della mia vita. La stretta allo stomaco si farà assoluta quando dopo meno di due ore le torri crolleranno, una dopo l’altra, e i collegamenti con i nodi della rete di internet cadranno uno dopo l’altro come tessere di un domino, lasciando un vuoto a cui non eravamo prepararti, spazzando via le nostre certezze e lasciandoci muti e cechi come mai eravamo stati prima. Il fumo non si è ancora posato del tutto». In città, in qualche ufficio pubblico, i dipendenti si ammassarono nella sala riunioni, l’unica dotata di televisione. «Lavoro in un ufficio pubblico – ha scritto Luigi – : ricordo quando sui computer inziammo a vedere cosa stava accadendo ci siamo ritrovati tutti nella sala riunioni dove avevamo un piccolo televisore. Quella sera, nessuno voleva andare a casa: si era creata una sorta di sinergia, non so se sia la parola giusta, per cui volevamo vivere tutti assieme quel momento. Tremavamo per la sorte del mondo, se avevano colpito gli Usa, non poteva stare tranquillo nessuno. Si viveva come in trance….ore che non potremo mai dimenticare».
DAL MONDO dello sport, da sempre sensibile alle catastrofi che colpiscono il pianeta, arrivarono anche alcuni aiuti «Bresciani». «Ero con il mio amico Claudio Fontana in pasticceria in viale Piave – ricorda Maurizio Soloni, oggi presidente del Montichiari e all’epoca numero 1 della Systema Leonessa Pallanuoto – : eravamo andati a vedere una casa in panoramica quando ha chiamato sua moglie e mentre prendevamo un cappuccio ci ha comunicato che un aereo era caduto su NY. Però la notizia non era ancora precisa, poi con il passare delle ore abbiamo appreso del disastro e dell’attentato alle torri….in un primo momento non ci si crede come è naturale, e poi lo sgomento, il vuoto. Fummo i primi nello sport a far stampare il libro fotografico delle torri di Rolando Giambelli con il logo della “Leonessa Nuoto E Pallanuoto” e il ricavato per l’acquisto dei libri andò in benificenza per le famiglie delle vittime. Quando incontrammo la nazionale Usa a quel tempo allenata da Ratko Rudic, regalammo il libro con una mia dedica personale. La cosa che mi allarmò è che anche gli Stati Uniti erano diventati vulnerabili…L’iniziativa del libro mi fu proposta proprio da Rolando. Lui stava preparando il libro sulle torri e purtroppo ha dovuto chiudere il libro con il disastro. Acquistai 100 di libri facendo mettere il logo della mitica Leonessa Nuoto Pallanuoto nella prima pagina. Il libro poi veniva omaggiato durante gli incontri o alle cene ufficiali».
bresciaoggi
Il guscio che si portano appresso, secondo la mitologia greca, è una «casa» regalatagli da Zeus. Ma la loro casa, da anni per alcune, da giorni per altre, è diventata un laghetto del parco Ducos, immerso tra gli alberi, in condivisione con anatre e pesci assortiti. Una «realtà» figlia dell’usanza, poco elegante ma molto diffusa, di abbandonare le tartarughe nel laghetto cittadino per disfarsene una volta diventate troppo grandi per essere gestite nella classica vaschetta da appartamento, in plastica con una palmetta simile a quelle vere solo per colore.
Un’usanza che, nel tempo, ha iniziato a cominciare a fare rima con emergenza: e le centinaia di tartarughe del parco Ducos, oggetto di sguardi curiosi dei bambini, hanno cominciato a creare problemi. Danneggiano, secondo gli esperti, l’ecosistema in cui vivono e che non rispecchia un ambiente per loro ideale. «Purtroppo sono dannose perchè mangiano i pesciolini e sono incompatibili con le anatre – dice l’assessore al verde pubblico del comune di Brescia Mario Labolani – : il risultato è che nel laghetti ci sono sempre più tartarughe e meno pesci e ancora meno anatre che pure erano una sorta di elemento caratteristico. Qualche anno fa avevamo provato a fare qualcosa per ovviare al problema ma trasportare tutte quelle tartarughe in un laghetto costruito appositamente in un’altra città sarebbe stato troppo dispendioso per le nostre tasche. Una prima soluzione, in ogni caso, pensiamo di averla trovata».
ALL’ORIZZONTE, sull’asse che unisce Mario Labolani e Andrea Arcai, assessore all’istruzione, c’è una collaborazione con le scuole affinchè possano adottare una o più tartarughe a seconda della disponibilità di spazio di ogni istituto o, perchè no, anche di un singolo studente amante degli animali. «Tra poco tempo dovremmo essere pronti ma non sarà l’unica iniziativa – dice Labolani – : penso comunque che possa essere un grosso passo avanti non tanto per togliere qualche tartaruga dal laghetto quanto per sensibilizzare gli studenti e i bambini in particolare sul tema del rispetto per gli animali. I bambini di oggi sono gli adulti di domani, educarli al meglio oggi è un investimento per il futuro. E chissà che attraverso i più piccoli anche qualche adulto non diventi più sensibile». Se l’idea di unire le tartarughe alle scuole cittadine sembra essere una soluzione tampone e con prospettive a lungo termine, nell’immediato serve un intervento più radicale per cercare di mettere un freno ad un’usanza che oltre a danneggiare le tartarughe non rappresenta un vantaggio per il parco Ducos. «Chi acquista una tartaruga dovrebbe essere più sensibile con gli animali – ricorda l’assessore – : visto che non possiamo fare la guardia al laghetto per ventiquattro ore, però penso si possa prendere in considerazione l’idea di installare una videocamera per sorvegliare la zona. Forse sarebbe un deterrente in attesa di una soluzione più radicale che stiamo studiando».
Depositato l’esposto in Procura della Repubblica per utilizzo improprio di nome e simbolo della Provincia di Brescia, a Giorgio Bontempi non resta che attendere: gli sviluppi sul binario legale, quelli in ambito politico (con un’interrogazione il Pd ha chiesto chiarimenti sulla vicenda) e, perchè no?, anche quelli relativi alla «controparte» Pms.
Una passeggiata in piazza Loggia, uno sguardo a via Musei e all’ingresso del Museo Santa Giulia appena premiato dall’Unesco, ma anche una fuga in avanti verso città mai visitate. Potere di Google Street View, il servizio «implementazione» di Google Maps inventato nel maggio del 2007 e che in questi giorni sta terminando la «mappatura» di Brescia e di altre zone della provincia.
Sono presenze costanti in vicolo delle Cossere: nel secolo scorso, primi anni ’70, quando i confini di Brescia non andavano al di là del centro storico, salvo qualche quartiere periferico in via di sviluppo, sono state le prime prostitute Bresciane. Si sedevano, agghindate e truccate, sulle seggiole fuori dalle proprie abitazioni: sorridevano ai passanti, intrattenevano rapporti di amicali con chi abitava al Carmine. Un quartiere molto diverso dall’attuale in cui, secondo i dati statistici, risiedono oltre sessanta diverse etnie.
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