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Scheletri: pista omicidio Le vittime sono dell’Est – Eugenio Barboglio

BRESCIA – IL GIALLO DELLA MADDALENA. Nuovi riscontri dal San Gottardo, grazie ad un sopralluogo
Si fa largo l’ipotesi che i due uomini siano stati ammazzati sul posto Ieri l’area è stata disboscata e monitorata con i metal detector

La vicenda è intricata almeno quanto la vegetazione di quell’angolo di Maddalena dove sono stati trovati i corpi smembrati di due uomini. Ma mano a mano che passano le ore un po’ della fitta nebbia di dubbi e misteri che la circonda si va diradando.
Gli investigatori della Squadra Mobile non abbondano di indizi, ma su quelli che hanno stanno lavorando duro. E qualcosa comincia ad emergere. È sempre più probabile, per cominciare, che là sopra, nel bosco all’altezza del nono tornante della Panoramica, si sia consumato un duplice omicidio. Che i due morti siano morti ammazzati e che lo scenario dell’omicidio sia lo stesso del ritrovamento. Insomma, che i due siano stati uccisi lì. Questa è l’ipotesi che si sta facendo largo, insieme a quella che si tratti di gente dell’Est Europa. A suggerirlo sarebbero i primi riscontri sul telefonino ritrovato in una tasca della tuta Adidas indossata da una delle vittime e sulla scheda sim che conteneva.
Il fatto poi che siano due bianchi di razza caucasica non contraddice certo questa ipotesi. Anzi. Benchè il cellulare sia a pezzi – come a pezzi sono i corpi rinvenuti dalla famiglia di cercatori di castagne sabato pomeriggio – non dovrebbe impedire che il telefonino sia un fattore di progresso delle indagini. La scheda sim può rivelarsi una ricca fonte di elementi utili agli investigatori della Mobile di Brescia.
E COSÌ ANCHE l’analisi dei resti che si sta conducendo nei laboratori dell’ospedale Civile. Lo stato di decomposizione è assai avanzato, ma nel giro di qualche giorno si dovrebbero avere i primi responsi. A partire dalla data e dalle modalità della fine riservata ai due. Quella prodotta dai medici legali sarà una data certamente molto più precisa di quella ipotizzabile allo stato degli atti. Ma già adesso la sensazione che si sono fatti gli investigatori, constatando a quale grado di spolpamento sono giunte le fibre ossee, è che i corpi fossero dove li hanno trovati da almeno sei mesi. Quindi, da più tempo di quanto si pensava nelle prime ore dalla scoperta. Sei mesi significherebbe che i due sono stati uccisi – sempre che questa sia stata la loro sorte – nella tarda primavera di quest’anno.
E siano stati uccisi sul posto, e non altrove e poi portati lì, magari per non farli trovare. Questa è per ora una supposizione, ma alla quale alla Mobile mostrano di dare un certo credito. È per questo che ieri gli investigatori sono tornati sul posto, ma non da soli. Hanno mobilitato personale del Comune e di A2A per fare pulizia attorno al luogo del ritrovamento. Disboscando quanto c’era da disboscare senza rischiare di inquinare eventuali prove, ma semmai con l’obiettivo di evidenziarle.
La bonifica ha lasciato poi campo agli uomini della polizia Scientifica, che con i metal detector hanno monitorato tutta l’area. Con l’obiettivo di trovare quella che potrebbe essere l’arma del delitto, e che potrebbe essere stata abbandonata sulla scena o a poca distanza dalla stessa. Una pistola, un fucile ma anche una lama: potrebbe essere tutte queste cose indistintamente l’arma del delitto. Almeno fino a che i medici legali non diranno qualcosa di sicuro sulle ferite – se sono delle ferite ad aver provocato la morte.
SONO ANCORA tanti insomma i nodi da sciogliere prima di far quadrare tutto in questa storia, e arrivare a spiegare le morti, a dare un nome alle vittime del San Gottardo e magari agli assassini, se ci sono. E per questo che si ripetono ancora i sopralluoghi come quello di ieri, impiegando i mezzi sofisticati della Scientifica. E se ieri di armi non ne sono saltate fuori, sono saltati fuori altri resti, altri pezzi di corpi non individuati al momento del ristrovamento e delle prime ricerche, e che si aggiungono al macabro “puzzle” che si va completando sui tavoli della medicina legale del Civile.
Una svolta alle indagini potrebbe arrivare dal “data base” delle persone scomparse, che però va “nutrito” con input il più precisi possibile, dati che gli investigatori attendono dai sopralluoghi, dai test medici disposti dal titolare dell’inchiesta, il pm Ambrogio Cassiani, dai tabulati delle telefonate partite e ricevute da quel telefonino fatto a pezzi e trovato, come una bottiglia con il messaggio dentro, su uno dei cadaveri, il più integro, se di integrità si può parlare per quegli scheletri dilaniati da volpi, cani randagi e forse da qualche cinghiale. Telefonate in viaggio tra l’Italia e l’Est Europa?

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«Il Pgt parla di futuro ma non lo realizza» Eugenio Barboglio

BRESCIA - Bocciata la filosofia del piano che sostituisce alla aree industriali edilizia residenzial-commerciale «Servono nuove forme produttive»

Il tema centrale del Pd, quello attorno al quale i democratici fanno ruotarte tutte le loro critiche al Piano di governo del territorio da poco adottato dal Comune di Brescia, è il tema della sostituzione di poli residenzial-commerciali ai vecchi, dismessi, poli produttivi. È questo il nocciolo dell’offensiva portata dal centrosinistra al Pgt della Giuta Paroli, ribadito anche ieri al teatro San Carlino in un incontro pubblico organizzato unitariamente dai gruppi consiliari del partito di Bersani del Comune e della Provincia. E che metteva insieme sindacalisti, tecnici e rappresentanti del commercio.
Il punto del Pd è che non dovrebbe importare a nessuno una crescita della popolazione se fondata sull’appeal che possono sprigionare «1,7 milioni di mq in più di superficie edificabile». Al contrario, senza demonizzare l’aumento della popolazione, che in fondo era posto come obiettivo anche dal Prg vigente, anche se in una misura meno rilevante, essa andrebbe raggiunta – dicono i democratici – attraverso un’offerta di forme alternative di produzione che si sostituiscano alla manifattura industriale dismessa. Questo è certamente il ragionamento qualificante l’impianto critico che da mesi il centrosinistra va contrapponedo al disegno tracciato da Karrer e Vilardi.
L’ALTRO ELEMENTO sul quale il Partito democratico, in questo supportato – forse per sola convergenza non preordinata di interessi – dalle organizzazioni di categoria, è la constatazione che la grande distribuzione guadagna terreno in un tessuto che già presenta una percentuale di offerta commerciale molto alta, doppia rispetto a quella lombarda (come ribadito ieri da Fabbio Baitelli di Confesercenti). E questo oltre ad allarmare i commercianti del centro e della prossimità, allarma anche il Pd in questa fase al loro fianco. «Quattro invece dei cinque centri commerciali programmati dal Pgt – dice Baitelli – importa poco. Quello che conta è la strategia generale che non ci favorisce».
Per il resto i democratici hanno riproposto le loro delusioni verso il Pgt. delusioni che tante volte e nella medesima forma hanno espresso nelle varie sedi istituzionali e non. A cominciare dagli incontri preliminari con la cittadinanza nei quali avevano focalizzato i temi portanti, a partire proprio dal più consistente: ovvero le riserve verso quella smania di costruire edifici di edilizia residenziale libera, associata a porzioni di commerciale e di terziario. Laddove – sostengono da sempre in via Risorgimento – il residenziale libero è sbagliato in presenza di un nuovo invenduto assai consistente, per un totale di vani sfitti che ammonta a 107mila metri quadri e di un commerciale già in esubero. Sbagliato, e quindi se è promosso – sostengono – è solo per favorire la rendita e non altro. Mentre all’edilizia convenzionata, quella cioè con affitti calmierati per famiglie di reddito medio-basso come possono essere gli immigrati, il reale segmento di popolazione in crescita, è riservata una quota modesta. Troppo modesta rispetto a quella libera e alle vere esigenze del mercato dell’affitto.
QUESTI I TEMI forti che sono emersi in un dibattito che spesso ha inclinato verso gli slogan e le parole d’ordine urbanisticamente corrette e ripetute contro questo piano, a torto o a ragjone, dal centrosinistra. E questo difronte a solo cinquanta persone al teatro di corso Matteotti, a testimonianza di un tema grosso però incapace (o forse il limite è nel taglio delle iniziative) di coinvolgere la cittadinnza. Eppure dal Pgt dipende molto della qualità della vita futura dei bresciani. L’architetto Luciano Lussiglioli ha parlato di una Brescia che ha perso identità e centralità rispetto alla sua collocazione nell’area della Lombardia occidentale. E che quindi deve ricollocarsi, ma questo Pgt non aiuterebbe in tal senso. L’identità che deve ricostruire è – per Lussignoli – quella nel lavoro e dell’ecellenza dei servizi. Da ricostruire – è non lo farebbe questo piano – è il rapporto con l’hinterland. «La grande Brescia prima ancora della Brescia grande» è uno slogan che dovrebbe esaltare la qualità e non la quantità come invece fa questo progetto di piano, dice Lussignoli. Il sogno che di legge in filigrana è quello della città sostenibile, stile Svezia o Germania. Bello sì, ma siamo in Italia che sia al governo la destra o la sinistra, viene da pensare. Lussignoli ai colleghi milanesi comunque ha detto che questo «è un piano inutile». Baitelli ironizza: «l’amministrazione si smarca rispetto ai nuovi centri commerciali, affermando che però anche il centrosinistra ha realizzato il Freccia rossa. E dice: “siamo uno a uno”. Ma se è così, allora i commercianti hanno perso due a zero», conclude amaro.
Di iniziative l’amministrazione a favore dei negozi però ne ha fatte, e Baitelli lo ammette. Ma aggiunge «che non sono i privilegi del singolo negozio che vanno rincorsi, quanto la vivacità generale della città». E questa dipende «dai servizi e dalle infrastrutture». Silvia Spera della Cgil si preoccupa dei lavoratori della Ideal Standard . E dice che «le scelte industriali non sono date dal Pgt ma il Pgt deve accompagnare le vocazioni». E sulla casa «non c’è incontro tra domanda e offerta». Ergo: c’è poca edilizia pubblica che è quella che sta alla confluenza.
Secondo Enzo Torri segretario Cisl «il Pgt non dice nulla del futuro di Brescia nonostante con i 220mila abitanti si ponga il tema del futuro». E boccia l’idea di fare i centri commercial-residenziali dove c’erano le fabbriche. Vorrebbe che gli stranieri fossero presi come soggetti nel progettare il futuro abitativo, invece non si nominano neppure. Eppure ad arrivare sono loro, le coppie della classe media si vedrà. Per Angelo Zanelli segretario della Uil «è un Pgt che fa fatica a produrre idee innovative». Per lui l’alternativa a dove c’erano le fabbriche sono nuove forme di produzione oppure il verde «invece la Loggia realizza residenza».
Infine Diego Peli capogruppo del Pd in Broletto elenca gli errori che si commettono in provincia: come i 670mila mq ad Azzano Mella e i 600 appartamenti a Bovegno «che senso hanno» ammonisce. E conclude: «Questa urbanistica non serve più le esigenze del cittadino ma quelle degli amministratori».

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BRESCIA – «Quella vigna produce diritti di costruire» Eugenio Barboglio

URBANISTICA. In via del Carretto, vicino al confine con Cellatica, il Pgt prevede la trasformazione da area agricola in edificabile. Democratici e lumbàrd insorgono
Gaffurini (Pd): «Alla richiesta di edificare si poteva dire di no»

Dubbi anche della Lega Nord: «La Loggia non acquisisca l’area»

«Una vigna non può diventare diritto edificatorio». La pensano così nel Partito democratico, ma non solo. Si sta parlando di un terreno di circa 20mila mq, in via del Carretto al confine col comune di Cellatica, che è diventato la pietra dello scandalo per i democratici. Ma come detto, non solo per loro.
Anche la Lega Nord si è buttata sull’argomento, facendone il tema di uno degli otto emendamenti che domani presenterà al consiglio comunale chiamato a votare l’adozione del Pgt. E del progetto di piano fa parte questo terreno agricolo che attualmente, ospitando vigne, produce uva, ma che a Pgt approvato produrrebbe un frutto particolare e inaspettato: i famosi diritti edificatori. In altre parole, il Comune acquisisce il «campo» e il proprietario, che aveva chiesto di costruirci sopra, i diritti edificatori. Per intendersi, il Comune non darebbe il benestare al mattone, ma darebbe comunque la possibilità di costruire, non lì ma altrove. Si dice nel gergo urbanistico, fare “atterrare” i diritti, appunto altrove. Dove? È una cosa che verrà stabilita in seguito.
Il proprietario dunque diventa titolare di questa ipotesi edificatoria, chiamiamola così, che non è una cosa astratta ma è un valore, sono soldi. La questione è stata sollevata in consiglio comunale dal consigliere democratico Luigi Gaffurini che ci ha visto il fumus degli interessi personali prevalenti su quelli pubblici. Fumus che ha subodorato anche il Carroccio, tant’è che vi ha ritagliato sopra un emendamento dei suoi otto al Pgt, chedendo di cancellare l’operazione. Gaffurini in aula ha adombrato che la Giunta voglia fare un favore al proprietario del campo, un ex sottosegretario del governo Berlusconi, «un certo mister B, alias Giampiero Beccaria ex sottosegretario all’Industria di Forza Italia»: acquisirebbe diritti edificatori per 6milioni di euro.
In compenso, il Comune avrebbe 20mila mq per farne un parco agricolo didattico. Che bisogno c’era? dice Gaffurini che ha trovato per strada il sostegno della Lega, benchè questa sia in Giunta. «Alla richiesta di edificare su un terreno agricolo già ben conservato la cosa più normale è rispondere di no. Non c’è bisogno di acquisirlo, altrimenti ogni volta bisognerebbe fare lo stesso», dice Gaffurini.
PAOLA VILARDI, l’assesore all’urbanistica, respinge al mittente illazioni e sospetti. «Per noi il punto importante è il recupero di aree verdi. Così si vuol fare in via Carretto, dove abbiamo tutelato il collegamento con il parco delle colline. È una scelta strategica». A chi “pensa male”, Vilardi replica che peraltro «le istanze al Prg come quella per costruire su quel terreno non hanno nome nè cognome». Dal canto suo è «serena e tranquilla». Vorrebbe solo che «la politica facesse la politica». Gaffurini risponde che «i nomi li conoscono tutti, figurasi se li ignora l’assessore». E non capisce perchè se l’obiettivo era tutelare quel pezzo di parco delle Colline «non si è semplicememte detto di no alle costruzioni». A quel punto vigne già ben tenute avrebbero continuato a produrre uva e non diritti edificatori. In un settore articolato e in evoluzione come quello delle energie alternative, F.M. Engineering S.r.l – sede in Vicolo Fiorito 58 a Treviolo di Bergamo – ha diversificato l’operatività.
F.M. Engineering è attiva come società di servizi per la progettazione, la realizzazione, l’esercizio e la manutenzione di impianti elettrici, impianti di produzione energia da fonti rinnovabili, sistemi di automazione, sistemi di controllo, sistemi di sicurezza.
Rispondendo alle esigenze del mercato, l’azienda bergamasca ha puntato dal 2007 sulla produzione di elettricità ed energia termica da biomasse. Il combustibile privilegiato sono i cippati di legno, oppure le deiezioni prodotte negli allevamenti di bovini, suini e pollame che, opportunamente trattate, danno origine al gas che alimenta la centrale di biomassa.
Partendo da tecnologie consolidate, gli impianti di biomassa si sono rapidamente sviluppati negli ultimi anni raggiungendo un livello di produttività nettamente superiore rispetto alle prime installazioni.
Per approcciarsi a questo tema serve però “partner” come F.M. Engineering, in grado di seguire ogni fase della realizzazione dell’impianto, partendo dal progetto, dalle pratiche burocratiche e dall’iter autorizzativo che va dall’apertura della pratica stessa all’ottenimento dell’incentivo.

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BRESCIA – Dalla Loggia al Duomo l’addio a Martinazzoli Eugenio Barboglio

IL FUNERALE DELL’EX SINDACO. Camera ardente e cattedrale gremite per l’ultimo saluto all’ex ministro e leader dc

Il presidente Napolitano invia i corazzieri e una corona d’alloro. Tanti politici nazionali ma manca il governo. Un cittadino invoca la provvidenza: «Ridacci uomini come lui»

Brescia ha detto addio a Mino Martinazzoli in un martedì di cielo diventato terso dopo le nuvole della mattina, un martedì che lo sciopero generale ha reso tremendamente simile ad un sabato. Ha detto addio ad un suo figlio che di professione ha fatto l’avvocato e anche il politico. Professioni difficili, ma la seconda forse di più perchè di avvocati bravi e con la fama di esserlo ce ne sono tanti, di politici con la stessa fama riconosciuta da tutti come accadeva a lui, invece, pochi.

NON È PERCHÉ sono tempi difficili per l’immagine della politica e dei suoi attori che tanta gente è accorsa al suo funerale e tutti – anche ieri dall’altare proprio come in questi giorni sui giornali e nelle dichiarazioni ufficiali -, hanno parlato tanto di onestà e rettitudine morale. Ma è perchè era Mino Martinazzoli, e non altri. Era il ministro della giustizia, il senatore, il sindaco di Brescia e l’ultimo segretario della Democrazia cristiana che, in ognuno di questi ruoli, tutti così pieni di responsabilità e tutti così pericolosamente lambiti dal demone dell’interesse personale, ha sempre incarnato quelle virtù.

Nell’affetto e nella riconoscenza anche ieri dimostrati a Martinazzoli – prima in Loggia alla veglia funebre poi in Duomo al funerale – non c’entra insomma la cattiva stampa di cui godono i politici di questi tempi, c’entra quello che è stato e ha fatto realmente quest’uomo tormentato, ma che sapeva sdrammatizzare, se stesso prima degli altri, con corrosive, impietose, memorabili battute rimaste nel lessico della politica. Al punto da farlo assomigliare, in questo, solo in questo, a Giulio Andreotti. Perchè a differenza del Divo, la politica di Martinazzoli non era mai stata politica e basta, era sempre intessuta, impregnata di etica, di filosofia, aveva a che fare con l’uomo tout court e i suoi destini. «Non è facile essere fieramente umani» ha detto, come in un riconoscimento postumo ma che nessuno gli avrebbe mai negato in vita, il vescovo Luciano Monari nell’omelia.

LA POLITICA di cui Mino Martinazzoli è stato protagonista sembra distante secoli, sembra appartenere alla una preistoria istituzionale di questa nazione. E per capirlo bastava guardare le piazze, il corteo funebre partito dalla Loggia, la strada: tante teste grigie, pochissimi giovani, i giovani erano i cinquantenni. Una preistoria di cui molti ieri dicevano di avere nostalgia, su cui nutrivano rimpianti. Mino Martinazzoli era uomo della Prima Repubblica, in questa cosiddetta seconda si sentiva spaesato, uno straniero, un profugo come quegli immigrati che, proprio lì davanti a dove alle tre e mezza del pomeriggio si è fermata l’auto funebre con la sua salma, avevano stabilito una sorta di campo base nella loro battaglia per il permesso di soggiorno. Battaglie di un’Italia completamente cambiata, irriconoscibile ai suoi occhi di cattolico-democratico, definizione di cui oggi perfino si discute se esista un vero corrispettivo, un’attualità, qualcuno che ne sia l’erede.

E così appare come per nulla casuale che mentre qui a Brescia si chiudeva, con la morte, l’ultimo capitolo della vicenda umana dell’uomo che aveva mandato in archivio la Democrazia cristiana, a Roma si stesse ancora una volta rivoltando come un guanto una manovra economica già cento volte rivoltata. «Siamo un Paese stanco» ha sussurrato uscendo dalla Cattedrale l’ex segretario della Cisl, Savino Pezzotta. E un cittadino inalberando un cartello ringraziava Mino e si affidava alla provvidenza: che sia almeno lei a trovare un politico come lui.

C’erano gli amici di una vita, chi aveva fatto politica con lui, al fianco o contro di lui, in consiglio comunale e in Parlamento, chi lo stimava semplicemente, chi appunto lo rimpiangeva. La politica nazionale gli ha reso omaggio a titolo personale. Pierluigi Bersani, Enrico Letta, Dario Franceschini, Guglielmo Castagnetti, Rosi Bindi, Pierferdinando Casini e Marco Follini. Il presidente Napolitano ha inviato una corona di rose bianche e rosse e due corazzieri che hanno vegliato la salma in Loggia e poi in cattedrale.

In tutto otto corone di fiori facevano ala al feretro. Anche quella della presidenza del consiglio, unica traccia di un governo che non ha inviato nessuno, neppure un sottosegretario a Brescia, ma che a parziale giustificazione porta gli impegni per dare veste definitiva alla Manovra che si voterà oggi. Ma nel gioco degli assenti e dei presenti che sempre si fa in queste occasioni, c’è anche chi ha letto l’effetto di qualche sferzante aforisma di Mino, andato a segno e mai più dimenticato.

Puntuale la scaletta delle ultime tappe del percorso di Martinazzoli in terra. Il sindaco Paroli ha pronunciato l’orazione funebre sotto al portico della Loggia, in un’atmosfera commossa, pubblica e insieme intima. Di lì si è mosso il corteo funebre fino a piazza del Duomo, fin davanti alla cattedrale dove altri cittadini erano fermi in attesa. Don Bianchi sull’uscio ha indicato la strada tra le navate al gonfalone del Comune di Brescia, che ha preceduto tutti: feretro, familiari, autorità, gente comune. Gli altri gonfaloni sono sfilati in una nuvola di incenso al lato della gente già seduta al proprio posto nella chiesa. Quello di Orzinuovi, città natale di Martinazzoli, spiccava, tenuto un po’ più in alto da una mano di vigile forse consapevole o forse solo per caso. Una vigilessa orceana a sua volta si è asciugata una palpebra inumidita dal soffio d’incenso o magari dalla commozione.

COME PROCEDENDO al rallentatore tutto il corteo dalla piazza si è riversato, attraverso il portale, nella chiesa, L’ex sindaco Corsini, l’assessore Vilardi, la presidente del consiglio comunale Bordonali accelerando un po’ verso i banchi di sinistra. mentre i familiari, la moglie Giuseppina Ferrari e il fratello Franco, qualche altro parente, il sindaco-amico Groli erano già nelle prime file del lato opposto. Una lunga attesa come in surplace, dentro una bolla di musica e incenso. Poi il vescovo seguito dai parroci delle parrocchie bresciane (tra essi con le mani giunte la figura bassa e inconfondibile di Don Mazzi) hanno circumnavigato mezza navata e costeggiato il feretro di Martinazzoli. Ancora lunghi minuti gonfi di silenzio, fino a quando sono arrivate le prime parole della liturgia, le parole del vescovo per «un uomo degno della sua intelligenza», le preghiere lette tra gli altri da Alfredo Bazoli, Carla Bisleri, Annachiara Valle che con Martinazzoli ha scritto a due mani il libro «Uno strano democristiano». Verso il tramonto già Mino Martinazzoli riposava nella tomba di Caionvico, in un camposanto arrampicato in cima al paese. Un semplice loculo al quale si accede tortuosamente per una scala. Un loculo che dà su una balconata dalla quale si vede lontano, un pezzo di paese e uno scorcio di campagna. A guardar bene forse anche via Santa Orsola, il tetto della sua ultima casa.

Giuseppina Ferrari, la vedova di Mino Martinazzoli, lascia Palazzo Loggia
e si avvia verso il Duomo aggrappandosi a Giambattista Groli, il «delfino», quasi un figlio, del marito

- BRESCIA – E’ morto Martinazzoli Il decesso oggi alle 13 » Regione Lombardia
- UN RICORDO PER MINO MARTINAZZOLI, Maria Cipriano* » Regione Lombardia
- BRESCIA, IL LUTTO. Addio a Mino Martinazzoli ultimo leader della Dc » Regione Lombardia
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Corioni: «Brescia più ricca se quei due si fossero amati» Vincenzo Corbetta » Regione Lomb
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Groli: «In questa politica non si riconosceva» Eugenio Barboglio » Regione Lombardia

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BRESCIA, IL DOCUMENTO. Sono ventuno le «aree di trasformazione» Radiografia del Pgt: i progetti dalla A alla Z Eugenio Barboglio

Ecco alcuni tra i principali interventi che trovano previsione nello strumento urbanistico.
Un mega supermarket all’ex Idra Appartamenti al posto dell’Ideal Standard e del S.Orsola Edilizia convenzionata all’ex Insse

Ventuno come le lettere dell’alfabeto. Agli urbanisti che si sono occupati di redigere il Pgt di Brescia è così venuto naturale assegnare una lettera per ogni ambito di trasformazione. Sono dunque 21 le aree della città che – secondo l’amministrazione – saranno oggetto di cambiamenti: vecchie fabbriche che diventeranno centri commerciali, edifici dismessi che lasceranno il posto a case e condomini, terreni agricoli consegnati alla residenzialità.
Se il Documento di piano, uno dei tre che compongono il Pgt (gli altri sono il piano dei servizi e quello delle regole), è lo strumento attraverso il quale si delinea lo sviluppo della città, è in quelle aree che questo sviluppo si concentra. È in quelle terre di mezzo tra quartiere e quartiere, in quei non-luoghi fin qui ignorati e sfuggiti alle direttrici della crescita urbana, che si intravede pulsare la Brescia di domani.

Per giungere a questo punto la strada è stata lunga: il Piano di governo del territorio doveva essere approvato nel 2009, ma beneficiando di proroghe è arrivato, come si dice, ai giorni nostri. Ossia al 29 settembre, data del consiglio comunale che dovrà adottarlo. Nel frattempo, ovvero in questo periodo, sta passando attraverso le osservazioni di cittadini, enti e associazioni: contributi che potranno ritoccarlo un po’, ma certo non stravolgerlo.
L’impianto del Pgt insomma è quello tracciato nel Documento di piano, l’immagine della città che viene avanti è quella impressa in quelle tavole e in quelle schede alle quali ha lavorato lo staff guidato dall’architetto Karrer e dal collega Ribolla e che ogni cittadino può scaricare dal sito del Comune. Tra i 21 progetti di questo «alfabeto» sul quale la città riscriverà parte del proprio profilo urbano abbiamo scelto per sintesi solo alcune operazioni tra le più significative. Molte sono legate da un vero e proprio filo conduttore: la metropolitana leggera automatica. Molte della aree di trasformazione si trovano proprio disseminate lungo il suo tracciato che da via Serenissima all’estremo est conduce fino al villaggio Prealpino a Nord, tagliando (e al contempo connettendo) la città. Sono i progetti attraverso i quali si realizza quell’addensamento urbano attorno alle stazioni del metrobus giudicato necessario al fine di sfruttare le potenzialità e la redditività dell’opera.

MA NON SONO tutti lì lungo il percorso del metrò i progetti che colpiscono, al di là dell’impatto che realmente possano produrre sulla vita dei bresciani. Uno di essi è quello che trasformerà la ex Idra, la fabbrica di presse dismessa che si affaccia su via Triumplina, in supermercato. In compenso i compartisti cederanno al Comune un’area al villaggio Violino su cui dar vita ad un parco. Destinati alla grande distribuzione sono 15mila mq, ma ci sarà posto anche per 6500 di residenziale e per 2000 di direzionale.

Prevalgono invece le abitazioni in un’area più a sud-ovest, analoga per vocazione iniziale e destino. Si tratta di quella che ospita i capannoni del Insse, una porzione di città all’interno di via Oberdan. All’Insse toccherà soprattutto l’edilizia convenzionata (21mila mq) più 9mila di libera, ma ci saranno anche quote di commerciale di media struttura (7mila) e 10mila di direzionale. Gli interventi sul tessuto industriale ormai dismesso si rintracciano anche sui due lati di via Milano, dove le imprese che opereranno saranno chiamate peraltro al rispetto dei protocolli di lavoro legati all’inquinati da Pcb di quei terreni, spesso all’interno del sito di interesse nazionale.

La più significativa delle possibilità di intervento offerte dallo strumento urbanistico è qui quella destinata a trasformare la ex Ideal Standard, l’azienda di sanitari vicina di casa della Caffaro, in edilizia residenziale libera per 53mila mq, convenzionata per 22mila. Possibilità che – ha spiegato l’assessore Paola Vilardi – è subordinata però alla risoluzione della vertenza aziendale e al trasferimento alla Piccola. Altrimenti il sito resterà produttivo. A parte ciò compare anche una consistente porzione di uffici e terziario (per 40mila mq) in questo progetto da realizzarsi attraverso variante. A scendere verso la ferrovia si incontra un po’ di altro residenziale con quote di commerciale: ad esempio su via Divisione Acqui al quartiere Primo Maggio. In centro storico, c’è ovviamente poco: un futuro residenziale è scritto per l’ospedale Fatebenefratelli in via Vittorio Emanuele.

Di grande impatto e arcinoti alla opinione pubblica per le polemiche che hanno suscitato sono i sette edifici che sorgeranno su via Sostegno. L’area è attualmente dismessa, capannoni parzialmente abbattuti e a lungo usati come ricovero di senzatetto soprattutto immigrati. Sorge all’angolo con via Malta, Un progetto già osteggiato all’atto della presentazione – lo scorso anno, a Pgt da costruire – da un certo numero di residenti che convinsero il la Loggia ad attendere il Pgt.

MUOVENDO verso est ci si imbatte nell’Istituto Zooprofilattico, la cui sorte è segnata dall’inadeguatezza degli spazi. Dovrà trasferirsi, e al suo posto, si legge nel Pgt, sui quasi 80mila mq dell’area, “sbarcherà” un complesso residenziale, da realizzarsi anche questo però in variante. Qualche appartamento si vedrà spuntare anche nel parco agricolo di San Polo, parco che fa da cintura al quartiere.

Prima di toccare il nodo del parco delle Cave, ecco ancora la grande distribuzione insediarsi all’angolo tra via Sant’Eufemia e via Serenissima, dove è messo in programma un centro commerciale da 25mila mq. Quanto al parco delle cave si ribadisce la vocazione sportiva di parte del milione e 400mila mq, rinviando ad una variante l’avvio dell’operazione che dovrebbe portare alla città il palazzetto dello sport, una pista di atletica, forse lo stadio del calcio. Ma con i proprietari delle aree i termini dello scambio impianti sportivi-edilizia residenziale sono una questione ancora aperta.

 

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URBANISTICA, BRESCIA. «In via Sostegno più cemento tradita la volontà dei cittadini» Eugenio Barboglio

I Democratici contestano le cifre diffuse sul megaintervento edilizio alle spalle della ferrovia
Il Pd invita a leggere bene il Pgt: «Di fronte a 42 mila mq edificabili c’era stata la raccolta firme. Ora realizzeranno edifici per 43 mila»

Marco Pozzi, Emilio Del Bono, Aldo Boifava
e Giorgio De Martin: sullo sfondo l´area

Adesso forse i cittadini torneranno a raccogliere le firme. Infatti a sentire quelli del Pd, i numeri che sono circolati ultimamente sul nuovo intervento in via Sostegno erano parecchio limati in basso. Le volumetrie inferiori a quelle che effettivamente risultano nel Documento di piano del Pgt.

L’intervento contrariamente a quanto si è letto non è stato ridimensionato. La colata di cemento, se così vogliamo chiamarla, è pressoché pari a quella che i comitati di cittadini avevano combattuto, raccogliendo mille firme e inducendo l’amministrazione allo stop. Anzi superiore. Ovvero: «l’amministrazione avrebbe disatteso le richieste dei cittadini raccolte attraverso la sottoscrizione, prevedendo volumetrie perfino superiori a quelle contestate lo scorso anno» denunciano i segretari Emilio Del Bono, Giorgio De Martin, Aldo Boifava e Marco Pozzi.

Detto con i numeri: «il progetto prima proposto poi cassato sull’onda delle firme, prevedeva 42mila mq di superficie edificabile, quello inserito nel documento di piano, quello cioè che il Comune è pronto a far realizzare ai privati, ne prevede 43mila». Morale del Pd: si è bloccato un progetto per venire incontro ai cittadini che ne temevano l’eccessivo impatto visivo e di cemento, ma poi la Loggia ha finito per mettere nel Pgt qualcosa di analogo, anzi di più grande. Secondo i democratici, tutto alla faccia della protesta dei firmatari.

È PER QUESTO che magari ora scatterà di nuovo una raccolta firme. Perchè nei fatti non è cambiato nulla – denunciano i Pd – e in via Sostegno sono destinati a spuntare edifici come quelli che la gente contestava temendo la cementificazione. Il progetto prevedeva sette edifici di cui uno alto 105 metri, un vero grattacielo, e altri due 95 metri. Quello cui il Pgt dà via libera non dovrebbe essere molto diverso, dato che l’area su cui insiste è quella, e le volumetrie sostanzialmente invariate: «Non conosciamo il nuovo progetto – spiega Boifava -, perchè nel documento di piano ci sono solo i dati volumetrici, ma basta sapere che le volumetrie concesse ai privati non sono di meno ma sono di più». Quel che è certo – sottolinea Del Bono – è che non sono 16.800 mq, quella era la previsione del Prg vigente. Se fossero quei metri quadrati allora il ridimensionamento sarebbe effettivo, invece «nel Pgt si legge altro: 43mila mq mica 16.800», ribadisce.

Il Pd mette in luce anche l’inversione del rapporto «virtuoso» col verde e lo spostamento di quello con l’edilizia convenzionata. Per dire che le cose sono peggiorate anche in questi due parametri: sicuramente rispetto al Prg vigente, ma anche rispetto al progetto bloccato dopo la petizione popolare. «Da Prg l’edilizia convenzionata era di 2.500 mq su 18mila complessivi – osservano De Martin e Pozzi – rimasti invariati nel primo progetto dell’amministrazione Paroli, ma su 42mila mq totali. Ora saranno 5.800 su 43mila, che però non è il 30 per cento richiesto dalle norme». Quanto al verde, i 34mila mq di cui godeva il progetto originario grazie all’allargamento verso il parco Tarello, sono diventati 19mila. Inoltre viene citato il problema dei parcheggi che l’amministrazione avrebbe ricavato, per rispettare gli standard, «trasformando gli attuali divieti peraltro costantemente utilizzati lungo via Sostegno in posti auto». Risultato, «un boom del traffico che da un transito di 900 auto all’ora raddoppierà».
Infine, «sono sparite le opere pubbliche che giustificarono il ricorso alla variante urbanistica – nota Pozzi -: ossia il sottopasso che doveva connettere l’area residenziale con il centro, bypassando la ferrovia e il parcheggio dei pullman».

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CONSUMI. Brescia, ad agosto il caro vita al galoppo Eugenio Barboglio

Le rilevazioni della commissione per il controllo dei prezzi rivelano che nella nostra città gli aumenti sono superiori alla media nazionale
Tasso a +3,1% con rialzi che colpiscono in particolare trasporti, alimentari e casa. La spinta dagli aumenti dei carburanti. Tengono servizi sanitari e abbigliamento

L’INFLAZIONE AD AGOSTO torna a correre: dopo la breve pausa di luglio il tasso è salito al 2,8% su base annua, raggiungendo i massimi dall’ottobre del 2008, ovvero da quasi tre anni. A fare da traino sono ancora i carburanti, con impennate per benzina e gasolio. La fiammata dell’energia pesa sopratutto sui trasporti, con i prezzi dei biglietti aerei e per traghetti che segnano rialzi a doppia cifra nel giro di un solo mese. E a Brescia i prezzi galoppano più che nel resto d’Italia: il tasso tendenziale, ossia la variazione rispetto allo stesso mese dell’anno scorso, segna un +3,1%, mentre sul mese precedente l’aumento risulta essere dell’0,6. 9 e 25

Galoppano in prezzi al consumo a Brescia. E galoppano più che nel resto d’Italia. La media nazionale – secondo i dati preliminari Istat – si attesta infatti su valori più bassi di quelli fatti registrare nella Leonessa: una forbice che si è andata allargando negli ultimi mesi. Sia se si prende in considerazione il tasso tendenziale sia quello congiunturale.

LO HA RESO noto la Commissione comunale per il controllo della rilevazione dei prezzi al consumo che ha rielaborato su base locale i dati dell’Istat. Secondo quanto diramato dalla commissione della Loggia, l’inflazione a Brescia è ancora, ad agosto, in rialzo. Per la precisione il tasso tendenziale, ossia la variazione rispetto allo stesso mese dell’anno scorso, segna un +3,1 per cento, mentre il tasso congiunturale, che è invece il frutto del raffronto con il mese precedente, risulta essere dell’0,6.

Vero dunque che il Paese registra un aumento dei prezzi al consumo, ma non quanto Brescia. Il tasso congiunturale nazionale infatti è sì salito ad agosto, ma dello 0,3 per cento, che è la metà di quello bresciano, mentre il tasso tendenziale è salito del 2,8 per cento, toccando il valore più alto dall’ottobre del 2008.

A Brescia a correre sono soprattutto alcune categorie di beni: in primo luogo crescono i trasporti, l’abitazione, l’acqua, l’energia elettrica e i combustibili. Ma costa relativamente di più anche usufruire di spettacoli e cultura, acquistare prodotti alimentari, bevande alcoliche e tabacchi. Sono questi i capitoli segnati dai picchi maggiori, ma ce ne sono altri interessati da incrementi più contenuti: è il caso della ristorazione e dei servizi ricettivi, del settore dei mobili e degli articoli per la casa. L’ufficio statistica della Loggia fa notare infine che non hanno subito variazioni invece i servizi sanitari e in genere le spese per la salute, l’abbigliamento e le calzature, l’istruzione.

Questo andamento – che viene rappresentato nella tabella pubblicata qui a fianco, accompagnata dalle singole percentuali – è riconducibile in via principale a specifiche voci di aumenti.

COME ERA GIÀ accaduto a gennaio a sospingere in alto i prezzi è stato principalmente l’andamento dei beni energetici. Carburanti e gasolio per riscaldamento – rileva l’Istat – sono cresciuti dello 0,9 per cento su luglio e del 15,5 per cento sull’agosto 2010. La benzina in particolare ad agosto è aumentata dell’1,1 per cento congiunturale e del 16 per cento rispetto ad agosto 2010. In più in questo periodo stanno pesando i costi dei trasporti: le tariffe hanno avuto rialzi del 2,5 per cento rispetto a luglio e del 5,7 per cento rispetto ad agosto 2010. Tariffe dei mezzi di trasporto più alte unite a combustibili più cari: è evidente che le due cose insieme hanno reso trasferimenti e viaggi, anche per andare in vacanza, attività più costose nell’economia delle famiglie italiane e bresciane.

Su base nazionale l’aumento dell’inflazione s’è rivelato in concreto maggiore di quanto era stato previsto da economisti ed esperti di settore, che avevano stimato la crescita dei prezzi sullo 0,2 mensile, mentre su base annuale era stata indicata un’inflazione stabile sul 2,7 per cento che è appunto il valore del luglio. Un risultato che è leggermente in controtendenza peraltro rispetto alle performance di Spagna e Germania che hanno visto allentare le pressioni sui prezzi e al dato europeo che resta stabile.

A leggere i dati bresciani si nota che il balzo in avanti più rilevante è quello compiuto nei trasporti. In particolare gli aumenti si concentrano sui viaggi marittimi, aerei, ferroviari e sui carburanti. Lo si vede bene dalla tabella: il tasso tendenziale supera il sette per cento. Ma anche le spese per le abitazioni sono in aumento: stimolate dai prezzi dei combustibili da riscaldamento sono salite del 4,9 per cento tanto da toccare il massimo dal marzo 2009.
Rispetto a 12 mesi fa sono cresciuti del 4 per cento i prodotti alimentari nella nostra città. E questo avviene dopo l’inversione di tendenza che si era registrata nel mese di luglio. Nel comparto ortofrutticolo decollano le primizie a fronte di flessioni nei prodotti stagionali. Crescono latte e derivati, la carne, gli insaccati, le bibite, ma anche acquistare il vino e la birra è meno conveniente. Fermi i prezzi nell’abbigliamento e nelle calzature: i saldi di fine stagione si sono caratterizzati per percentuali di sconto più alte e questo può essere visto come un segnale duplice, di convenienza da un lato e di maggiore difficoltà da parte di chi deve vendere dall’altro.

PIÙ ONEROSO leggere e andare a scuola: gli studenti hanno a che fare con libri e materiale di cancelleria più cari. Si risparmia nella comunicazione invece, e questo nonostante che apparecchi di telefonia fissa e mobile non siano scesi di prezzo, e così anche i servizi postali. Sono infatti in discesa i costi dei servizi Internet e smartphone, voci che danno al comparto nel suo complesso un più spiccato carattere di economicità.

Inflazione, i dati Istat

3,1%
LA VARIAZIONE RISPETTO ALLO STESSO MESE DEL 2010
7,1%
LA CRESCITA DEI PREZZI NEL SETTORE DEI TRASPORTI

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BRESCIA, CAMBIO DELLA GUARDIA. Il nuovo questore si presenta: «Fatti, ma anche parole» Eugenio Barboglio

Si è insediato ieri in via Botticelli Lucio Carluccio, successore di Vincenzo Montemagno«Importante ascoltare tutti e comunicare con i cittadini»
Il primo gesto:
davanti alla stele dei caduti di piazza della Loggia

Sembra diverso da Vincenzo Montemagno, il suo predecessore. Almeno per una cosa. Quello, congedandosi dalla città, aveva richiamato la sua ritrosia a parlare con la stampa, un compito che lasciava ai funzionari. Questo, Lucio Carluccio, il nuovo questore di Brescia, invece, la stampa la incontrava spessissimo da dirigente della Dia o della Sco o della Mobile milanese. Al punto che un magistrato donna, abbastanza severo parrebbe dalla descrizione che ne fa Carluccio, e che ha tutti i tratti di Ilda Boccassini, quasi se ne scandalizzò: «ma tu i giornalisti li incontri ogni giorno?». «Sì, alle 11».

Carluccio pensa che la comunicazione sia uno strumento del fare sicurezza: «Si evitano fraintendimenti». Ma non solo. Ricorda «che nella sicurezza c’è un elemento psicologico: la sicurezza percepita». Quanto i cittadini si sentono sicuri o, che è lo stesso, quanto si sentono in pericolo. E Carluccio sa che questa percezione è importante non meno della prevenzione e dell’investigazione, «aspetti che esalteremo». Se comunicherà spesso, Carluccio, non sarà però per fare annunci, che non gli piacciono. Ma «per i rendiconti», che gli piacciono di più. La lista delle cose fatte: «sono una persona così» ammette. I rendiconti li darà con il suo accento romano, sedimentato dagli anni nella Capitale, a dispetto dell’origine salentina e della lunga stagione a Milano, sul territorio. «Gli anni del terrorismo politico segnati dalla collaborazione con il giudice Salvini», l’uomo della riapertura delle indagini sulla strage di piazza Fontana.

E A QUELLE VICENDE «di piombo» lo riporta ora questa nomina, «Brescia per me è la città della strage». Un filo rosso professionale con ha messo radici nella coscienza, se è vero che come primo atto Carluccio è andato in piazza Loggia a rendere omaggio alla stele dei caduti del 28 maggio e poi ha fatto visita alla Casa della Memoria. Questo ancora prima di incontrare il prefetto Brassesco Pace «con la quale mi sono trovato d’accordo sulle strategie generali»; incontro doveroso non solo per ragioni di galateo istituzionale ma «perchè serve la collaborazione di tutte le istituzioni per fare sistema». E per uno come lui, con quel curriculum dipanato tra stanze dei bottoni e prima linea – «ho diversificato», spiega sorridendo con linguaggio da imprenditore – il sistema dev’essere tutto. E «sicurezza» e «fare squadra» praticamente dei sinonimi. «Se la sicurezza partecipata ha senso – spiega – è perchè gli attori non sono solo l’istituzione preposta al controllo, ossia quella di pubblica sicurezza, ma tutte quante. Che non devono limitarsi a denunciare ma da cui aspettiamo suggerimenti».

Carluccio è contento di «tornare sul territorio», anche su un territorio un po’ particolare come Brescia, dalla forte presenza di immigrati. «È un’ovvietà dire che è la caratteristica che salta per prima all’occhio» ammette. Così viene da sè una domanda: come avrebbe agito Carluccio fosse stato già in via Botticelli quando gli immigrati sono saliti sulla gru? Qualcuno invoca un parere da cittadino che però «non posso dare». Ma da capo della polizia, da uomo dello Stato non si sottrae: «La bussola è sempre la legge – avverte – il rispetto delle norme, anche di quelle sull’immigrazione». Il margine di discrezionalità è piccolo ma c’è, «ed è l’intelligenza dell’applicazione». È lì, su quel crinale, che si consuma la differenza tra un poliziotto e un altro.

Un ex Dia avrà un occhio di riguardo per la penetrazione della mafia, forte anche al Nord? Carluccio non ne vuol sapere di priorità, «una questura è una realtà articolata per cui tutti i fronti sono priorità». Tratteggia una realtà subdola: «La criminalità organizzata ha come scopo l’arricchimento economico, non più l’occupazione del territorio. È economia illecita che si nasconde e si confonde con quella lecita. Perciò – ammonisce – non può essere solo l’organismo investigativo ad operare contro le mafie, ma occorre la collaborazione e la sorveglianza dell’economia lecita».

Si sintonizza con Montemagno quando immagina la contromossa a possibili nuovi tagli ministeriali che possano incidere su personale e mezzi: «A parità di numeri e risorse conta la qualità». «La variabile più importante è l’impegno delle persone».

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BRESCIA – «Io, Jimi, finalmente regolare Ma la mia lotta non è finita» Eugenio Barboglio

LA STORIA. La personale «vittoria» di Hegazi: in partenza per l’Egitto ripercorre paure e sperenze di quei giorni
Il 25enne egiziano ha ricevuto il permesso di soggiorno È il primo e unico fino ad ora tra quanti salirono sulla gru

Il biglietto di ritorno porta la data del 10 ottobre. Partenza il Cairo, arrivo Malpensa. Quel biglietto lo ha acquistato grazie ad una tessera «venti per dieci» plastificata che da pochi giorni ha in tasca: il permesso di soggiorno.

È il primo e finora l’unico dei sei che sono stati per 17 giorni in cima alla gru di via San Faustino, protagonisti di una protesta che ha tenuto con il fiato sospeso l’intera città, ad avere ottenuto quello per cui era salito lassù. Ma il Permesso è solo una parte di quello che anche Jimi voleva, una parte di un “tutto” che si chiama rivendicazione dei diritti. E siccome è il “tutto” che gli sta più a cuore, Jimi Hegazi non pensa affatto che dopo il 10 ottobre la gru, i presidi di via Lupi di Toscana e di Largo Formentone, l’occupazione del sagrato della Cattedrale, insomma le battaglie di una stagione, saranno relegati a ricordi da quella plastica «venti per dieci». Superati e stemperati dall’avere in tasca il permesso di soggiorno. Lui sarà sempre pronto a battersi per i diritti dei migranti, quelli che aveva sentito calpestati quando tante richieste di sanatoria furono respinte «malgrado in tanti ci indebitammo per presentarle. A me costò 6.300 euro». «Quello che mi ha lasciato la gru è che non bisogna temere di rivendicare i propri diritti, perchè siamo tutti esseri umani e siamo uguali».

Se il 10 ottobre tornerà a Brescia «la mia seconda patria», se prenderà quell’aereo con in mano il titolo di viaggio ma anche il titolo «venti per dieci» per vivere nel luogo che ha scelto, non sarà dunque per chiamarsi fuori dalla condizione di migrante. Una condizione che abbracciò sei anni fa, il giorno in cui si rivolse ad un mediatore al Cairo e gli chiese come si faceva ad andare in Italia: «Allora il viaggio costava 3500 euro – racconta -, oggi anche 5mila. Dall’Egitto passai in Libia: salimmo in 43 su un piccolo gommone, carichi anche delle taniche di benzina. Fu molto pericoloso, ma alla fine dopo 30 ore di mare sbarcammo a Lampedusa. Scelsi Brescia perchè c’erano già dei parenti».

COSÌ JIMI è riuscito dove il fratello maggiore aveva fallito. «C’eravamo promessi che uno di noi doveva venire il Europa per lavorare e mandare soldi a casa: tra mio padre e mia madre, che pure sono insegnanti di scuola, racimolano non più di 500 euro al mese. E il costo della vita non è molto inferiore a quello italiano». Ma il fratello è rimasto settimane a guardare il Mediterraneo senza trovare l’occasione, così ora è Jimi a mandare, quando li guadagna, 300 euro ai suoi. «Ho sempre lavorato a singhiozzo, un giorno sì e tre no, il lavoro più stabile è stato in una azienda metalmeccanica, ma l’ho perso dopo la gru. In azienda hanno riconosciuto che ho fatto una battaglia per la dignità e che sono uno che lavora e quando tornerò, se tornero, andrò a parlarci».

Come non tornare, Jimi? Proprio ora che hai ottenuto quello che volevi! Ma non ci sono clandestini al contrario, viaggi della speranza in contromano. Il Permesso di soggiorno non è la sicurezza di un lavoro, tantomeno il certificato di accoglienza o di parità in terra straniera, è invece sempre la possibilità di riabbracciare i propri genitori, assistere alla nascita di un nipote, a normalità impossibili altrimenti. È soprattutto questo il Permesso. «Non vedo i miei da sei anni – cofessa – Mio fratello e mia sorella si sono sposati ma io non c’ero alla cerimonia, hanno avuto figli che non conosco». L’Italia non è stata la terra promessa per questo egiziano arrivato dal Sinai per salire non sul monte Nebo ma su una gru di cantiere. «Brescia non è stata quello che mi aspettavo – sussurra -. Immaginavo tutto più facile, una vita migliore. Se tornassi indietro forse non partirei più e mai da clandestino: il terrore di essere fermato all’uscita dal lavoro che hai appena faticosamente trovato, il terrore di essere espulso…. Mio fratello voleva riprovarci, l’ho convinto di no».

DELLA GRU parla senza enfasi, come di una battaglia senza eroi. Anche se «faceva freddo, passavamo il tempo pregando, leggendo i giornali, ma eravamo determinatissimi. Anche a respingere chi avesse provato a salire, a mettere a repentaglio la vita. Con Arun, Sayad e Rascid eravamo compatti. Tra noi c’era come un patto che saremmo scesi solo difronte ad un impegno credibile sottoscritto da prefetto e autorità. Non abbiamo mai creduto ai mediatori spediti sotto la gru e alle loro proposte false. Invece Papa, che aveva preso l’iniziativa non nell’intesa comune, e Singh ci credettero e scesero prima. Ma ad oggi non hanno avuto nulla». Il gesto maturò dopo quella manifestazione che Jimi battezza «un grande momento nella storia di questa città». «Avremmo fatto qualcosa se il presidio di via Lupi di Toscana fosse stato smantellato» e con un nulla di fatto sul fronte della sanatoria. Negli incontri in Loggia avevano trovato un Rolfi «disinteressato e disinformato». Scontri di piazza erano esclusi «gli immigrati non hanno mai rotto un vetro». Così si arrampicano: «Pensavamo di restare sulla gru qualche ora, siamo rimasti 17 giorni, forti della consapevolezza dei nostri diritti e del sostegno di moltissimi bresciani e degli amici di Diritti per Tutti».

L’associazione vicina al Magazzino47 è stata anche vista come la regista occulta dell’occupazione del cantiere: «Conosco le accuse di strumentalizzione – dice Jimi -. Ma loro sono stati i soli ad appoggiarci disinteressatamente. E in seguito quando il presidio si è spostato sul sagrato del Duomo ho apprezzato il vescovo Monari: giusto, coraggioso e chiaro». Oggi Jimi sarà in un Egitto «in trasformazione, sulla via della democrazia». Anche a Brescia si legge un cambiamento: «In meglio. Avete visto la manifestazione della Lega in piazza Loggia? Slogan cattivi ma erano pochi»

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BRESCIA – Metrobus, prove di pace in Loggia Eugenio Barboglio


DONATELLA ALBINI

L’OPERAZIONE VERITA’.

Il sindaco convoca i capigruppo per chiarimenti sui conti del metrò. E invita a un percorso bipartisan
Paroli ha chiesto alla minoranza condivisione nelle scelte sui tagli e sulle alienazioni Ma lo scoglio sono i progetti delle grandi opere

«L’operazione verità» sui conti del metrobus non si è esaurita ieri. Ma avrà almeno un’altra tappa, un’appendice, prima di trasferirsi in consiglio comunale. Ieri infatti l’incontro del sindaco con i capigruppo, – Paroli doveva presentargli i conti e le soluzioni per rientrare dal debito di gestione del metrò – si è sostanzialmente concluso in uno «stand by».
I conti, come noto, evidenziano un debito annuo di gestione a regime del metrobus di 35,2 milioni di euro, secondo un calcolo comprensivo dei 14 milioni pubblicamente emersi qualche giorno fa. La Loggia per correre ai ripari non ha altra scelta a questo punto che provvedere a tagli e alienazioni. Tagli ai servizi o in alternativa cessioni di pezzi del patrimonio comunale. Su questo «piano di rientro» il sindaco ha auspicato unità di intenti, dialogo su tutto, condivisione delle scelte. Ma non ha spuntato un sì chiaro. Ha avuto solo segnali di cauta apertura.
Non del tutto convinta l’opposizione ha chiesto un secondo round: approfondimenti riguardo ad alcune parti (in particolare i 4 milioni spuntati in più sulla gestione del trasporto pubblico locale e che inciderebbero anche sulle cifre del metrobus). Nuove carte che avrà lunedì prima dell’inizio del consiglio comunale. Solo da quel momento in poi, la minoranza comincerà a ragionare sulla offerta del sindaco di sotterrare l’ascia di guerra e condividere le scelte di cosa tagliare oppure vendere. E solo allora potrebbe partire un percorso bipartisan di individuazione degli immobili, delle aziende partecipate, dei servizi ai cittadini cui rinunciare per riequilibrare il quadro economico della metropolitana.
Sul piano di rientro, chiamiamolo dunque così, Paroli ha fatto un’operazione trasparenza e sondato le disponibilità al dialogo, conti alla mano; non è entrato nel dettaglio dei tagli e delle cessioni che, secondo lui, sarebbe meglio siano decisi insieme. Se dunque qualcuno attendeva ieri che oltre a parlare di cifre e squadernare la complessa realtà contabile della più attesa opera bresciana, il sindaco precisasse le opere che è disposto a non fare o le aziende che è disposto a vendere, si sbagliava. Quella di ieri doveva essere “un’operazione verità” sui conti, affinchè l’opposizione ne prendesse atto, superasse la fase delle accuse sulle responsabilità del debito e si disponesse a trovare una soluzione condivisa.
Questo era l’obiettivo, che però sarebbe stato raggiunto solo in parte. «È stato un incontro utile, un primo passo per definire la cornice» sussurra prudente il capogruppo Pd Emilio Del Bono all’uscita del vertice in Loggia durato oltre tre ore. La voglia di parlare non è tantissima, nella maggioranza si sono promessi di non rilasciare dichiarazioni. Nondimeno l’assessore al Bilancio Fausto Di Mezza non nasconde la fiducia nella disponibilià della minoranza; pare dunque ottimista. In realtà, a parte il clima di confronto sereno che ha caratterizzato il vertice di Sala Giunta, resta intatto il nodo di fondo capace di rivelarsi lo scoglio contro cui anche le migliori intezioni potrebbero infrangersi. Appare chiaro da quanto emerso anche ieri, che, coerentemente con la politica portata avanti in questi mesi, Pd, Idv e Sinistra e Libertà (Lista Castelletti era assente ieri al summit) per comprire il debito considerano come via prioritaria quella della rinuncia ad alcune delle grandi opere programmate dalla Giunta Paroli: il parcheggio sotto il castello, la sede unica degli uffici comunali, il parco dello sport ed altre.
Ma è altrettanto chiaro che questo passo indietro sulla politica urbanistica è una richiesta irricevibile o quasi per un sindaco, che ha puntato sin dal programma elettorale su queste realizzazioni. «La condivisione non può cominciare con delle pregiudiziali nette – dice Donatella Albini di Sel -. Il sindaco la chiede ma al contempo vuole che dalla discussione sulle scelte sia escluso qualsiasi altolà alle grandi opere. Questo non è un atteggiamento che favorisce: l’accordo si trova se entrambe le parti fanno dei passi verso l’altro».

IL PROBLEMA non sarebbe tanto decidere se vendere la Centrale del Latte, piuttosto delle farmacie comunali, il palazzo del Tribunale invece della ex Corte d’appello, neppure la quota di A2A sembra un tabù. La discriminante vera, quella sulla quale potrebbe collassare sul nascere quel tavolo bipartisan la cui sagoma ieri si è solo intravista (Albini ipotizza una commissione paritaria ad hoc), è se far rientrare nel «ballottaggio» la sede unica, il parcheggio ecc oppure no. I pezzi forti della politica urbanistica del centrodestra. Secondo indiscrezioni, in Giunta le posizioni non sarebbero univoche: «La sensazione è che il sindaco sia più intransigente dell’assessore al Bilancio», sussurra un consigliere.

bresciaoggi/Sabato 23 Luglio 2011

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