BRESCIA – IL GIALLO DELLA MADDALENA. Nuovi riscontri dal San Gottardo, grazie ad un sopralluogo
Si fa largo l’ipotesi che i due uomini siano stati ammazzati sul posto Ieri l’area è stata disboscata e monitorata con i metal detector
La vicenda è intricata almeno quanto la vegetazione di quell’angolo di Maddalena dove sono stati trovati i corpi smembrati di due uomini. Ma mano a mano che passano le ore un po’ della fitta nebbia di dubbi e misteri che la circonda si va diradando.
Gli investigatori della Squadra Mobile non abbondano di indizi, ma su quelli che hanno stanno lavorando duro. E qualcosa comincia ad emergere. È sempre più probabile, per cominciare, che là sopra, nel bosco all’altezza del nono tornante della Panoramica, si sia consumato un duplice omicidio. Che i due morti siano morti ammazzati e che lo scenario dell’omicidio sia lo stesso del ritrovamento. Insomma, che i due siano stati uccisi lì. Questa è l’ipotesi che si sta facendo largo, insieme a quella che si tratti di gente dell’Est Europa. A suggerirlo sarebbero i primi riscontri sul telefonino ritrovato in una tasca della tuta Adidas indossata da una delle vittime e sulla scheda sim che conteneva.
Il fatto poi che siano due bianchi di razza caucasica non contraddice certo questa ipotesi. Anzi. Benchè il cellulare sia a pezzi – come a pezzi sono i corpi rinvenuti dalla famiglia di cercatori di castagne sabato pomeriggio – non dovrebbe impedire che il telefonino sia un fattore di progresso delle indagini. La scheda sim può rivelarsi una ricca fonte di elementi utili agli investigatori della Mobile di Brescia.
E COSÌ ANCHE l’analisi dei resti che si sta conducendo nei laboratori dell’ospedale Civile. Lo stato di decomposizione è assai avanzato, ma nel giro di qualche giorno si dovrebbero avere i primi responsi. A partire dalla data e dalle modalità della fine riservata ai due. Quella prodotta dai medici legali sarà una data certamente molto più precisa di quella ipotizzabile allo stato degli atti. Ma già adesso la sensazione che si sono fatti gli investigatori, constatando a quale grado di spolpamento sono giunte le fibre ossee, è che i corpi fossero dove li hanno trovati da almeno sei mesi. Quindi, da più tempo di quanto si pensava nelle prime ore dalla scoperta. Sei mesi significherebbe che i due sono stati uccisi – sempre che questa sia stata la loro sorte – nella tarda primavera di quest’anno.
E siano stati uccisi sul posto, e non altrove e poi portati lì, magari per non farli trovare. Questa è per ora una supposizione, ma alla quale alla Mobile mostrano di dare un certo credito. È per questo che ieri gli investigatori sono tornati sul posto, ma non da soli. Hanno mobilitato personale del Comune e di A2A per fare pulizia attorno al luogo del ritrovamento. Disboscando quanto c’era da disboscare senza rischiare di inquinare eventuali prove, ma semmai con l’obiettivo di evidenziarle.
La bonifica ha lasciato poi campo agli uomini della polizia Scientifica, che con i metal detector hanno monitorato tutta l’area. Con l’obiettivo di trovare quella che potrebbe essere l’arma del delitto, e che potrebbe essere stata abbandonata sulla scena o a poca distanza dalla stessa. Una pistola, un fucile ma anche una lama: potrebbe essere tutte queste cose indistintamente l’arma del delitto. Almeno fino a che i medici legali non diranno qualcosa di sicuro sulle ferite – se sono delle ferite ad aver provocato la morte.
SONO ANCORA tanti insomma i nodi da sciogliere prima di far quadrare tutto in questa storia, e arrivare a spiegare le morti, a dare un nome alle vittime del San Gottardo e magari agli assassini, se ci sono. E per questo che si ripetono ancora i sopralluoghi come quello di ieri, impiegando i mezzi sofisticati della Scientifica. E se ieri di armi non ne sono saltate fuori, sono saltati fuori altri resti, altri pezzi di corpi non individuati al momento del ristrovamento e delle prime ricerche, e che si aggiungono al macabro “puzzle” che si va completando sui tavoli della medicina legale del Civile.
Una svolta alle indagini potrebbe arrivare dal “data base” delle persone scomparse, che però va “nutrito” con input il più precisi possibile, dati che gli investigatori attendono dai sopralluoghi, dai test medici disposti dal titolare dell’inchiesta, il pm Ambrogio Cassiani, dai tabulati delle telefonate partite e ricevute da quel telefonino fatto a pezzi e trovato, come una bottiglia con il messaggio dentro, su uno dei cadaveri, il più integro, se di integrità si può parlare per quegli scheletri dilaniati da volpi, cani randagi e forse da qualche cinghiale. Telefonate in viaggio tra l’Italia e l’Est Europa?
bresciaoggi
Il tema centrale del Pd, quello attorno al quale i democratici fanno ruotarte tutte le loro critiche al Piano di governo del territorio da poco adottato dal Comune di Brescia, è il tema della sostituzione di poli residenzial-commerciali ai vecchi, dismessi, poli produttivi. È questo il nocciolo dell’offensiva portata dal centrosinistra al Pgt della Giuta Paroli, ribadito anche ieri al teatro San Carlino in un incontro pubblico organizzato unitariamente dai gruppi consiliari del partito di Bersani del Comune e della Provincia. E che metteva insieme sindacalisti, tecnici e rappresentanti del commercio.
«Una vigna non può diventare diritto edificatorio». La pensano così nel Partito democratico, ma non solo. Si sta parlando di un terreno di circa 20mila mq, in via del Carretto al confine col comune di Cellatica, che è diventato la pietra dello scandalo per i democratici. Ma come detto, non solo per loro. 
NON È PERCHÉ sono tempi difficili per l’immagine della politica e dei suoi attori che tanta gente è accorsa al suo funerale e tutti – anche ieri dall’altare proprio come in questi giorni sui giornali e nelle dichiarazioni ufficiali -, hanno parlato tanto di onestà e rettitudine morale. Ma è perchè era Mino Martinazzoli, e non altri. Era il ministro della giustizia, il senatore, il sindaco di Brescia e l’ultimo segretario della Democrazia cristiana che, in ognuno di questi ruoli, tutti così pieni di responsabilità e tutti così pericolosamente lambiti dal demone dell’interesse personale, ha sempre incarnato quelle virtù.
Ventuno come le lettere dell’alfabeto. Agli urbanisti che si sono occupati di redigere il Pgt di Brescia è così venuto naturale assegnare una lettera per ogni ambito di trasformazione. Sono dunque 21 le aree della città che – secondo l’amministrazione – saranno oggetto di cambiamenti: vecchie fabbriche che diventeranno centri commerciali, edifici dismessi che lasceranno il posto a case e condomini, terreni agricoli consegnati alla residenzialità.
Adesso forse i cittadini torneranno a raccogliere le firme. Infatti a sentire quelli del Pd, i numeri che sono circolati ultimamente sul nuovo intervento in via Sostegno erano parecchio limati in basso. Le volumetrie inferiori a quelle che effettivamente risultano nel Documento di piano del Pgt. 

Sembra diverso da Vincenzo Montemagno, il suo predecessore. Almeno per una cosa. Quello, congedandosi dalla città, aveva richiamato la sua ritrosia a parlare con la stampa, un compito che lasciava ai funzionari. Questo, Lucio Carluccio, il nuovo questore di Brescia, invece, la stampa la incontrava spessissimo da dirigente della Dia o della Sco o della Mobile milanese. Al punto che un magistrato donna, abbastanza severo parrebbe dalla descrizione che ne fa Carluccio, e che ha tutti i tratti di Ilda Boccassini, quasi se ne scandalizzò: «ma tu i giornalisti li incontri ogni giorno?». «Sì, alle 11».
E A QUELLE VICENDE «di piombo» lo riporta ora questa nomina, «Brescia per me è la città della strage». Un filo rosso professionale con ha messo radici nella coscienza, se è vero che come primo atto Carluccio è andato in piazza Loggia a rendere omaggio alla stele dei caduti del 28 maggio e poi ha fatto visita alla Casa della Memoria. Questo ancora prima di incontrare il prefetto Brassesco Pace «con la quale mi sono trovato d’accordo sulle strategie generali»; incontro doveroso non solo per ragioni di galateo istituzionale ma «perchè serve la collaborazione di tutte le istituzioni per fare sistema». E per uno come lui, con quel curriculum dipanato tra stanze dei bottoni e prima linea – «ho diversificato», spiega sorridendo con linguaggio da imprenditore – il sistema dev’essere tutto. E «sicurezza» e «fare squadra» praticamente dei sinonimi. «Se la sicurezza partecipata ha senso – spiega – è perchè gli attori non sono solo l’istituzione preposta al controllo, ossia quella di pubblica sicurezza, ma tutte quante. Che non devono limitarsi a denunciare ma da cui aspettiamo suggerimenti».
Il biglietto di ritorno porta la data del 10 ottobre. Partenza il Cairo, arrivo Malpensa. Quel biglietto lo ha acquistato grazie ad una tessera «venti per dieci» plastificata che da pochi giorni ha in tasca: il permesso di soggiorno.
DELLA GRU parla senza enfasi, come di una battaglia senza eroi. Anche se «faceva freddo, passavamo il tempo pregando, leggendo i giornali, ma eravamo determinatissimi. Anche a respingere chi avesse provato a salire, a mettere a repentaglio la vita. Con Arun, Sayad e Rascid eravamo compatti. Tra noi c’era come un patto che saremmo scesi solo difronte ad un impegno credibile sottoscritto da prefetto e autorità. Non abbiamo mai creduto ai mediatori spediti sotto la gru e alle loro proposte false. Invece Papa, che aveva preso l’iniziativa non nell’intesa comune, e Singh ci credettero e scesero prima. Ma ad oggi non hanno avuto nulla». Il gesto maturò dopo quella manifestazione che Jimi battezza «un grande momento nella storia di questa città». «Avremmo fatto qualcosa se il presidio di via Lupi di Toscana fosse stato smantellato» e con un nulla di fatto sul fronte della sanatoria. Negli incontri in Loggia avevano trovato un Rolfi «disinteressato e disinformato». Scontri di piazza erano esclusi «gli immigrati non hanno mai rotto un vetro». Così si arrampicano: «Pensavamo di restare sulla gru qualche ora, siamo rimasti 17 giorni, forti della consapevolezza dei nostri diritti e del sostegno di moltissimi bresciani e degli amici di Diritti per Tutti». 




