Giovanni Armanini Archive

0

Capra: «Il futuro di Brescia? Vedo poca progettualità» Giovanni Armanini

IL DIBATTITO. Nella sede dell’Associazione artisti bresciani la presentazione del libro dell’ex presidente Asm
«Seguo con preoccupazione:
bisognerebbe avere visione almeno a 10 anni e invece mi sembra si faccia “alla riffa”»

«Seguo con preoccupazione le vicende della città. Vedo poca progettualità, quando ci si muove bisognerebbe guardare almeno a 5 o 10 anni, e invece mi sembra che si faccia un po’ alla riffa». Renzo Capra – ieri a Brescia per la presentazione del suo libro «150 anni di energia, le sfide e i primati della Asm di Brescia» – con la sua capacità di essere freddo e lapidario nei giudizi, tanto più quando la materia gli sta maggiormente a cuore, con una battuta giù dal palco prima di salire in cattedra ha fotografato così l’immediato futuro della città a partire – soggetto sottinteso – da una materia complessa come la partita energetica che si trova a giocare.

NEL DIBATTITO non è stato altrettanto diretto, ma Carlo Scarpa (docente di Economia industriale all’Università degli studi) ha spiegato, con una battuta riferita al libro, che di Capra «conta spesso quello che non dice più di quel che dice». Scarpa, con il vicedirettore del Corriere della sera Massimo Mucchetti, ha cercato di tracciare un orizzonte politico-economico focalizzandosi sulle sfide future della città. Il moderatore Tino Bino li ha sintetizzati così: «Della storia di Asm (di cui Capra è oggi l’interprete più autorevole) non serve nostalgia ma una memoria capace di dettare nuove ambizioni». L’intento: descrivere un orizzonte programmatico per l’ex municipalizzata, oggi A2A, che sia degno della pesante eredità.

Per Mucchetti: «Il problema saranno le reti: l’energia prodotta in futuro arriverà da diverse fonti e non sarà più monopolio di una azienda pubblica, per questo la sfida partirà dal ripensare le logiche di distribuzione». Scarpa pensa a qualcosa più orientato ai contenuti: «Bisognerà ripensare al modello: fin qui si è fatto di tutto, in futuro servirà maggiore specializzazione per settori, dando risposte ad una domanda complessa e diversa».

L’ANALISI lapidaria sussurrata da Capra prima del dibattito lascerebbe poche speranze all’una ed all’altra prospettiva. Il suo intervento è più che altro di natura storica. Ma anche qui vale il «non detto» ricordato da Scarpa. L’ex presidente di Asm ricorda: «Nei momenti delle decisioni chiave che disegnavano prospettive per la città in Consiglio comunale non esistevano più opposizione e maggioranza e le percentuali di consenso erano bulgare». Ora invece siamo alla tregua con postilla dell’opposizione «attendiamo il confronto sul futuro di A2A», all’armistizio in attesa di scontri sulle partite più importanti, sortita lunedì dalla commissione partecipate. Collegamento troppo facile? Ma avvalorato da Muchetti secondo cui la città oggi ha tra le priorità la ricerca «di una rinnovata leadership». Magari con lo stile di Capra che come ha fatto notare Tino Bino in apertura: «Ha scritto una storia collettiva senza fare mai riferimento a se stesso, anche se tutti sanno che si tratta della sua storia».

IL QUADRO oggi è cambiato, e se Scarpa fa notare di non aver trovato la parola A2A nel libro di Capra (l’assenza non è in senso assoluto, ma nella sostanza l’effetto è quello), l’ex presidente di Asm – che esordisce con un «non mi è dispiaciuto niente di quello che ho fatto» – tiene in realtà a precisare che una delle chiavi del successo di Asm fu: «La capacità di andare fuori dal territorio dopo il 1970, pur forte di una situazione che vedeva un 5-7% di elettricità aggiuntiva ogni anno che da sola sistemava le cose e che sarà condizione sempre più difficile in futuro». La logica dell’omissis è quella della storia e della prospettiva: nel libro-memoria Capra ripercorre le pagine che sente sue e lascia a altri il compito di andare oltre. Con un insegnamento su tutti, che Mucchetti attribuisce soprattutto alla realizzazione del teleriscaldamento, simbolo di una «Brescia individualista capace di un passo indietro per una grande opera pensata con una logica collettivista».

bresciaoggi

Share
0

BRESCIA – «Partita Edison Loggia concorde: fiducia al CdS» Giovanni Armanini

L’AUDIZIONE. Il Sindaco Adriano Paroli conferma la linea
La commissione: «Pieno sostegno agli orientamenti dei rappresentanti bresciani nominati dal Comune»

Unità d’intenti da parte della commissione partecipate della Loggia, presieduta da Aldo Rebecchi, dopo l’audizione di ieri in cui il sindaco Adriano Paroli ha relazionato sullo stato dell’arte della trattativa che i vertici di A2A stanno conducendo per il riassetto di Edison. La commissione, per volere dello stesso sindaco, si è svolta a porte chiuse. Due sono le ipotesi di cui si è parlato in queste settimane: da un lato, l’accordo di marzo sostenuto dal Consiglio di Sorveglianza (Cds) ma fermato dal ministro Giulio Tremonti, che la ex municipalizzata punta a migliorare: prevedeva l’attribuzione delle centrali idroelettriche di Edipower agli italiani e il passaggio del controllo di Edison ai francesi di Edf. Dall’altro il «Lodo Zuccoli», cioè l’acquisto di tutta Edipower da parte di Delmi, la holding dei soci italiani di Edison. Nei giorni scorsi una nota stampa di A2A aveva precisato, per mettere fine alle voci di una ipotesi di dualismo tra Consiglio di gestione e di sorveglianza che: «la posizione dei rappresentanti di A2A non potrà che riflettere unicamente le decisioni che i Consigli di Gestione e di Sorveglianza di A2A assumeranno nelle prossime settimane», lasciando quindi tutto in stand by.

NELLA SUA RELAZIONE Paroli ha precisato che a questo punto l’obiettivo è avere «una posizione unitaria della proprietà». Al momento l’unica proposta considerata valida e praticabile è quella di marzo con i miglioramenti previsti a luglio. La commissione – secondo quanto è trapelato al termine della seduta – ha espresso sostanziale apprezzamento, confermando al Cds il mandato a trattare, con l’indicazione di andare avanti alla luce del fatto che comunque «non esiste allo stato attuale una proposta alternativa sul tavolo, salvo le cose che si leggono sui giornali».
IL MANDATO sarà esercitato dai consiglieri bresciani in A2A giovedì, quando oltre al consiglio di sorveglianza dell’ex municipalizzata, si riunirà a Milano anche il consiglio di gestione con l’obiettivo di definire una piattaforma sulla base della quale riavviare le trattative con Edf. Nel corso delle riunioni, come viene riferito da fonti d’agenzia, il direttore generale Renato Ravanelli illustrerà l’analisi industriale ed economica delle diverse opzioni disponibili su Edison.

L’idea della cordata italiana partorita da Zuccoli e dal ministro Paolo Romani – alternativa agli accordi di marzo – sarebbe motivata anche dalla intenzione del ministro di non concedere ai francesi un’altro controllo come successo con il caso Parmalat – Lactalis. I francesi attendono dagli italiani una piattaforma negoziale, l’indicazione di un negoziatore unico (Intesa Sanpaolo pur non essendo ufficialmente advisor potrebbe cercare una sintesi nella variegata compagine italiana) e la promessa che il governo questa volta non si metterà di traverso.

IN QUESTO momento tuttavia l’attenzione dei commissari bresciani sembra orientata più al futuro di A2A che all’immediatezza della scadenza Edison. «Appena chiuso il dibattito sul Pgt – ha detto Aldo Rebecchi raggiunto telefonicamente a fine seduta – bisognerà intavolare una discussione su cosa deve essere e cosa diventare A2A: c’è il pilone ambientale su cui bisogna investire maggiormente dal punto di vista dell’unificazione di tutte le aziende interne esistenti. Questa è una partita che deve essere affrontata a Brescia. È importante discutere dei nodi che sono venuti al pettine in questi anni». Lo stesso Rebecchi sposta il problema sull’operatività rispetto alla governance della stessa A2A: «Discutere del sistema duale in questo momento è irrilevante: mi sembra una partita abbastanza secondaria, perchè se si ha un indirizzo in testa il resto è principalmente una questione di uomini giusti al posto giusto. Se individuiamo i problemi poi questi si possono anche superare, il problema è trovare persone che hanno una idea precisa di questa azienda e che possano agire sulle indicazioni dei consigli democraticamente eletti come il consiglio comunale di Brescia». E lo stesso Rebecchi avanza un auspicio sul futuro della ex municipalizzata: «Dobbiamo andare anche oltre la brescianità, cercando uomini migliori a prescindere dalla territorialità facendola uscire dai freni che ha avuto in questi ultimi anni. Anche su questo servirà un confronto aperto».

bresciaoggi

Share
0

BRESCIA – A2A: Montenegro ed Edison i due fronti per farsi largo, Giovanni Armanini

IL FUTURO. Rassicurazioni dal presidente del consiglio di gestione Zuccoli e dal sottosegretario Saglia
Saranno rispettati i termini della chiusura dell’accordo con i francesi di Edf . Si aggiorna l’intesa per l’Epcg di Podgorica

RIMINIDopo una settimana e oltre di dibattito sulla necessità o meno di vendere parte della partecipazione del Comune di Brescia in A2A gli azionisti bresciani (gli istituzionali, così come i piccoli risparmiatori di cui ci si dimentica ma che pur esistono) si sono svegliati ieri con un titolo nuovamente in risalita ed importanti novità in merito a due fronti strategici caldi per il futuro della municipalizzata. Da una parte il Montenegro, investimento le cui finalità non sono state mai troppo chiare né per i risparmiatori né per i mercati (che infatti ieri hanno esultato chiudendo con il +2,51% del titolo) ed il cui percorso ha mostrato evidentemente l’anacronismo di chi rivendica ancora brescianità in una azienda che aspirerebbe a strategie globali. Dall’altra il capitolo Edison, con le rassicurazioni del presidente del consiglio di gestione Giuliano Zuccoli e anche del sottosegretario allo sviluppo economico Stefano Saglia, che a margine di un convegno sulle politiche energetiche durante il meeting di Rimini hanno ribadito la volontà di rispettare i termini della chiusura dell’accordo con i francesi di Edf. Due fronti strategici anche perché da lì passa il futuro dell’azienda e la capacità di ri-valorizzare in Borsa un titolo che da anni sta arretrando.
MONTENEGRO. A2A detiene il 43,7% (per un investimento di 436 miloni di euro) della Epcg di Pogdorica, controllata dal governo montenegrino. Ieri è stato firmato un memorandum sulla revisione degli accordi del 2009 (che sostanzialmente prevedevano il passaggio dell’intero capitale in mani italiane entro il 2015). Il governo montenegrino spera così di mettere a tacere le polemiche sulla svendita della compagnia elettrica agli italiani. Parallelamente A2A deve fare chiarezza sulla strategia montenegrina (dove il business energetico è legato all’idroelettrico) in una partita complessa che non sarebbe giocata solo su due tavoli, ma vedrebbe sullo sfondo anche un interessamento russo (potenziale acquirente delle quote italiane).Giuliano Zuccoli è stato chiaro: «Non c’è nessun disimpegno da parte dell’azienda, l’intesa rappresenta un riequilibrio dell’accordo in funzione dei movimenti politici avvenuti in Montenegro negli ultimi tempi. Credo che si sia migliorata la posizione reciproca rispetto al passato che conferma comunque la nostra strategia». Che sullo sfondo ci sia uno scenario politico più che economico Zuccoli lo ha fatto ulteriormente capire spiegando che: «Si sta monitorando il passaggio del Montenegro da stato legato a logiche dei tempi precedenti a Stato che è pronto ad entrare in Europa». A margine del convegno anche il bresciano Paolo Rossetti, direttore generale dell’area tecnico-operativa del gruppo, ha confermato: «Non cambia nulla, la direzione rimane in mano nostra. Il governo montenegrino ci ha solo chiesto di non passare ad un controllo di maggioranza».
EDISON. Sulla possibilità di chiudere l’intesa con i francesi di Edf il sottosegretario Saglia ha espresso ottimismo nell’intento di «trovare un’intesa definitiva», aggiungendo anche che «l’accordo di marzo era già positivo, meglio se potrà essere migliorato: non ci sono date in discussione ma la possibilità di precisare alcune questioni tra cui le reciprocità e la possibilità di dare prospettive industriali di cui l’azienda ha bisogno». Zuccoli dal canto suo ha spostato la barra verso il governo: «I nostri soci francesi fanno benissimo a pretendere una presa di posizione da parte del Governo italiano: siamo contenti che la partita sia finita in mano al ministro delle attività produttive Paolo Romani, perché ci aiuterà a negoziare meglio il riassetto». I punti chiave: «La spartizione degli asset di Edipower e il valore della put che andrà riconosciuta per i soci italiani». Zuccoli infine si è espresso sui provvedimenti governativi della finanziaria. A partire dalla Robin Tax, ricordando con una battuta che «Robin Hood era contro lo sceriffo di Notthingham, contro le tasse La Loggia segue con grande interesse: da settembre il dibattito sul futuro della partecipazione non potrà che passare – a prescindere dalle libere battute agostane d’assaggio dei protagonisti – dalle pagine dei giornali alle sedi istituzionali, ed il tema del valore effettivo dell’azienda anche in Borsa (gli analisti finanziari sostengono che la partita Edison sia il vero nodo per valorizzare l’azienda, e la reazione dei mercati ieri alle novità sul Montenegro dimostra il resto) non è certo secondaria visto che sui tempi di un’eventuale operazione di vendita proprio l’assessore al bilancio Fausto Di Mezza ha rinviato tutto nell’ipotesi di una rivalorizzazione della partecipazione (attualmente al 27,5%, come quella di Milano).

 

bresciaoggi

Share
1

BRESCIA – Vendere le quote A2A? La Lega dice «no» Giovanni Armanini

IL DIBATTITO.
Continua il confronto sul da farsi in merito al futuro della utility milanese-bresciana, dopo la spinta alla liberalizzazione di Di Mezza osteggiata dal Pd
Rolfi: «Riflessione cauta e pacata, dall’alienazione non si torna»
E da Milano Tabacci avverte: «Prima risolviamo Edison»

Nel dibattito aperto tra la ventata liberista auspicata da Fausto Di Mezza (assessore al Bilancio) e la difesa della presenza bresciana in A2A voluta da Fabio Capra (presidente della commissione «Bilancio e partecipate» della Loggia) è la Lega Nord a recitare il ruolo moderato di chi chiede «attenzione, cautela, scelte ponderate e bipartisan». E la Lega che smorza i toni sarebbe già una notizia di per sè, se non fosse che le dichiarazioni milanesi di Bruno Tabacci, neo assessore al bilancio della Giunta di Giuliano Pisapia, vanno nella stessa direzione. L’interesse meneghino è rivolto in primis al nodo Edison (oltre alle altre partite in portafoglio: Sea e Serravalle) e getta un nuovo interrogativo nello scenario bresciano: quanto A2A interessa a Milano rispetto a Brescia?

Fonti politico-economiche ipotizzano che in fondo Palazzo Marino in prospettiva non abbia così voglia di continuare a gestire una società appesantita, e che alla fine con qualche sforzo di fantasia si potrebbe anche immaginare un orizzonte operativo diverso, perchè no?, con un rilancio del ruolo della multiutility.

I nodi restano: quale sarà la «mission» (per usare un termine caro agli ambienti economico-finanziari) della A2A del futuro? E su quali asset si punterà? Domande che emergono alla luce di una finanziaria in cui una sola cosa è chiara: prima o poi i servizi andranno liberalizzati, che il tetto del 40% lo si voglia o meno.

«IO NON MI SCALDO in questo momento», premette il vicesindaco Fabio Rolfi, che con le sue parole delinea l’orientamento futuro della Lega: «Non è un tabù e nemmeno un sacrilegio andare al 40 per cento, ma la scelta va fatta senza aprire a dibattiti pubblici».
«Il tema che ha sollevato Di Mezza è più che altro di cassa, relativo ai tagli tra quelli previsti, quelli fatti e quelli che verranno, considerando anche che bisogna trovare il modo di rientrare dei costi della metropolitana perchè abbiamo adottato il piano scriteriato dell’amministrazione precedente». E il vicesindaco ha altre priorità: «Parte del patrimonio immobiliare potrebbe essere valorizzato dai privati, la quota del Comune nella Centrale del Latte può passare al 51% favorendo il coinvolgimento di realtà locali». Ma Rolfi resta convinto della necessità di restare nell’ex municipalizzata: «A2A è un’opportunità e, se alieni, poi non ce l’hai più. A me non piace una produzione normativa influenzata anche dalla linea europea e che finisce sugli enti locali senza distinguere fra enti ben gestiti e mal gestiti».

Recentemente la Loggia ha affrontato un problema simile su Brescia Mobilità distinguendo il patrimonio dal resto con la delibera del 29 luglio. Una via percorribile anche per A2A ragionando distintamente su reti e servizi? «Potrebbe essere una strada da valutare serenamente, ma potremo farlo solo davanti al testo finale della Finanziaria. quando il parlamento avrà licenziato il testo di legge», frena Rolfi. Che sulle risposte «tiepide» dei milanesi apre un altro tema: «Loro hanno un portafoglio partecipazioni più ricco del nostro con una pluralità di opzioni. Facendo un ragionamento ideale dico che la partecipazione comune deve rimanere anche guardando alle strategie future». Infine una riflessione su ciò che A2A rappresenta per le entrate del Comune: «La quantità e la qualità della spesa storica è stata drogata dai dividendi che si ricevevano: forse bisognerà dire ai bresciani che servirà un riposizionamento valutando in maniera sostenibile i servizi erogabili».

brescioggi

Share
0

BRESCIA – A2A, Loggia al bivio: «Azienda o servizi?» Giovanni Armanini

GLI EFFETTI DELLA FINANZIARIA.
Se la manovra dovesse passare così come formulata, la utility che è al 55% di Brescia e Milano si troverebbe di fronte a una scelta
Di Mezza: «Primo, recuperare valore. Poi valuteremo con Milano se cedere il 15%» Ma c’è una seconda opportunità, tenere le quote e aprire ai privati i bandi sui servizi

Due scenari si aprono all’orizzonte della partecipazione del Comune di Brescia in A2A (27,5%). Se la finanziaria (in particolare l’articolo 4 del decreto 138 della manovra bis) dovesse essere confermata così come formulata, renderebbe necessario un confronto serio e condiviso sul da farsi.

Due i possibili sbocchi: l’alienazione del 15% della partecipazione pubblica (il 7,5% a testa per Milano e Brescia) con l’obiettivo di mantenere in esclusiva i servizi pubblici locali oppure la conservazione di tutto il 55% in capo ai due Comuni, ma senza la possibilità di gestire in esclusiva i servizi, ovvero aprendo bandi di gara per la loro assegnazione.
La finanziaria per il momento non prevede obblighi diretti, anche perchè l’ordine di ridurre al 40% la partecipazione pubblica è stato abrogato con il referendum di giugno. In ogni caso, la manovra attualmente è una bozza, non è ancora stata approvata, e come noto spesso nei palazzi romani «si entra Papa e si esce cardinale».

QUESTA FINANZIARIA però obbligherebbe a scegliere. In primis i Comuni dovranno verificare la realizzabilità di una gestione concorrenziale dei servizi pubblici locali, mantenendo un eventuale diritto di esclusiva nel caso in cui, in base a un’analisi di mercato, la libera iniziativa non risultasse idonea a garantire un servizio rispondente ai bisogni della comunità. In questo caso scatterebbe l’obbligo di aprire un bando per l’assegnazione di questi servizi. Questo passaggio sembra una sorta di controprova richiesta: «dici che il privato non è all’altezza? Vai in gara e dimostralo».
L’utility milanese-bresciana (questa è la seconda condizione prevista in finanziaria) rientra tra le società a partecipazione quotate in Borsa prima del 1° ottobre 2003 cui viene garantito il diritto a proseguire l’attività di servizio fino alla scadenza del contratto. Con una condizione: «Che la partecipazione pubblica si riduca anche progressivamente… al 40% entro il 30 giugno 2013 e non superiore al 30% entro il 31 dicembre 2015». La logica dell’articolo di legge è: «Vuoi tenere l’esclusiva sui servizi fino a che ne hai diritto? Vendi una parte delle tue azioni in modo da diventare una società a maggioranza privata». Una ipotesi che non permetterebbe più a Milano e Brescia di governare a due l’azienda (anche se resterebbe difficile gestire l’azienda senza il consenso di un pacchetto così importante di azioni). In sintesi: se si sceglie il controllo si deve accettare che il mercato possa fare (ma non è detto) offerte migliori per la gestione del servizio: se si preferisce mantenere il diritto ad operare in esclusiva fino alla fine dei contratti si dovrà abdicare sul piano societario e cedere la maggioranza ai privati.

DIBATTITO APERTO. L’assessore al bilancio della Loggia Fausto Di Mezza si è già espresso: «L’alienazione non deve essere un tabù», ha detto, auspicando una ventata liberale e precisando che l’operazione non sarebbe da fare oggi (con un prezzo delle azioni decisamente svalutato rispetto al valore reale), ma in attesa di un mercato più favorevole. Una scelta che imporrebbe il secondo passaggio (previsto dalla finanziaria così come finora formulata) ovvero quello di una ulteriore cessione del 5% entro fine 2015 (per raggiungere il 30% cumulativo con Milano). Ma il titolo risalirà? Il dilemma è concreto: le azioni A2A (Aem prima) nonostante ricavi sestuplicati negli ultimi nove anni non sono mai salite. Secondo gli analisti la crescita è legata alla soluzione del nodo Edison, ovvero – semplificando – all’accettazione delle centrali idroelettriche (che ai vertici A2A piacciono molto, a differenza del gas, più rischioso e legato alla volatilità petrolifera) come moneta di scambio per lasciare il controllo ai francesi di Edf. A quel punto le azioni A2A – che dal primo gennaio hanno perso il 13,02%, ovvero qualcosa come 420 milioni di euro di capitalizzazione – potrebbero risalire.
Ma esiste un’alternativa all’alienazione? I servizi territoriali che A2A gestisce vanno dalla distribuzione del gas e dell’elettricità al teleriscaldamento, dall’illuminazione pubblica ai servizi ambientali, dal ciclo idrico integrato alla gestione del calore e dei servizi informatici e di telecomunicazione. Ai tempi della fusione si disse che tra i vantaggi della grande utility c’erano servizi migliori e meno costosi.

Questa potrebbe essere l’occasione per dimostrarlo: del resto. se è immaginabile che l’azienda possa patire la concorrenza su singole voci è più difficile pensare di farlo se tutta la galassia di servizi offerti è presa in blocco.

 

bresciaoggi

Share
1

E Brescia si sta preparando «Cedere A2A? Non sia tabù» , Giovanni Armanini

I RIFLESSI DELLA FINANZIARIA.
L’assessore al Bilancio tranquillizza i bresciani: «I servizi non saranno toccati, pensiamo piuttosto ad un piano di liberalizzazioni»
Di Mezza: «La manovra non penalizza il nostro bilancio, già al primo posto tra i virtuosi Bisognerà valutare la strategicità delle partecipazioni, l’importante è vendere bene»

Cosa può accadere a Brescia? Quali i riflessi della Finanziaria? Nessun taglio ai servizi, ma una riflessione seria su un piano di liberalizzazioni. Questa sembra al momento la prospettiva per il Comune di Brescia alla luce degli interventi previsti dalla manovra finanziaria, che ridurrà i trasferimenti. Liberalizzazioni, per essere chiari, significa vendere partecipazioni comunali, ed a tal proposito l’assessore al Bilancio Fausto Di Mezza è chiarissimo: «Tutte le aziende partecipate dalla Loggia sono coinvolte nell’argomento, e anche l’alienazione di A2A non deve essere considerato un tabù». E ha aggiunto: «Tutte le partecipate saranno attentamente valutate anche sotto questo profilo»

Nessun taglio ai servizi, ma una riflessione seria su un piano di liberalizzazioni. Questa la prospettiva per il Comune di Brescia alla luce degli interventi previsti dalla manovra finanziaria, che ridurrà i trasferimenti. Liberalizzazioni, per essere chiari, significa vendere partecipazioni comunali, ed a tal proposito l’assessore al bilancio Fausto Di Mezza è chiarissimo: «Tutte le aziende partecipate dalla Loggia sono coinvolte nell’argomento, e anche l’alienazione di A2A non deve essere un tabù».

VISTA l’importanza della materia l’uscita non è di quelle tipiche della calura ferragostana ed anzi, sarà certamente oggetto di un ampio confronto nelle prossime settimane. Per questo Di Mezza ha voluto precisare il suo punto di vista. «Alienare può piacere poco, ma laddove i privati possono gestire bene i servizi, anche con la logica del profitto, la diminuzione delle spese e servizio migliori è giusto riflettere e cambiare rotta». Il suo auspicio è chiaro: «Si alienerà lo stretto necessario, ma c’è bisogno di una ventata di liberalizzazioni». Ed in questo senso l’orientamento su A2A è altrettanto trasparente: «In questo momento di Borsa si rischia di vendere male, valuteremo il da farsi in prospettiva, ovviamente senza scendere dal punto di vista del peso nella società, ovvero agendo in parallelo con il Comune di Milano (che attualmente, come Brescia, detiene il 27,5% del capitale sociale)». Di Mezza, insomma, rispolvera un po’ di sano spirito liberista, che fu in passato tra i valori fondanti del centrodestra italiano, ma senza rigidità ideologica e con attenzione all’evoluzione dei mercati: «La cosa importante – conclude l’assessore – è quella di scongiurare di dover svendere i titoli e poter attendere il momento giusto». Giusto per dare un’idea economica della questione basti dire che dall’inizio dell’anno ad oggi A2A è passata da 1,029 euro per azione a 0,915 euro. Rapportato alla capitalizzazione per la Loggia significa un valore svalutato di 98,29 milioni. Non è detto che l’occasione arrivi, ma la strada – visto lo scenario – sembra quasi obbligata. In che misura? Fino al 7,5% a testa tra Milano e Brescia (che così assommerebbero un 40% totale del capitale) porebbe essere l’ipotesi praticabile (come già prevedeva il decreto Tremonti poi abrogato dal referendum). Si tratterà di capire chi potrà attendere di più: il mercato che pesa il valore di una azienda o la Loggia seduta sulla riva del fiume?

Vero è, allo stesso tempo, che le strade percorribili potrebbero essere diverse dalla vendita di quote in A2A. Anche per questo Di Mezza ha detto che «tutte le partecipate saranno sotto osservazione». Ed in questa direzione il ragioniere capo del Comune, Alessandro Beltrami, ha precisato che: «il fatto che il 29 luglio si sia deliberato un nuovo assetto di Brescia Mobilità che sposta la gestione delle reti in un’altra società dà sia spazio di manovra che garanzie».

SUL BILANCIO, e sul futuro dei conti bresciani, Di Mezza ha dato ampie rassicurazioni. «Il nostro documento contabile è il più virtuoso d’Italia (secondo una ricerca de Il Sole 24 Ore n.d.r.) – ha affermato l’assessore al bilancio -. Significa che possiamo sin d’ora garantire che non interverremo ulteriormente e che questa manovra non avrà ripercussioni sui servizi erogati ai cittadini bresciani e nemmeno sugli investimenti». La Loggia insomma attende un inserimento tra i comuni virtuosi e prevede addirittura vantaggi: «Se fossero anticipati i benefit destinati a chi ha i migliori bilanci avremmo addirittura un miglioramento di 18 milioni» ha affermato Di Mezza, che ha poi ribadito come: «Da tre anni è in atto un ridimensionamento della spesa corrente pari a 15,7 milioni di euro. Recuperi importanti che non vanno sotto la voce “sprechi”: si tratta di denaro che abbiamo risparmiato con una attenta opera di razionalizzazione». L’assessore difende quindi il suo lavoro: «L’opposizione ci aveva tacciato di incapacità, questo riconoscimento del Sole 24 Ore dice il contrario» e per questo – anche se le critiche erano politiche più che tecniche – auspica un nuovo clima: «Spero che con l’autunno prevalga un comportamento più collaborativo».

 

bresciaoggi

Share
0

BRESCIA – Parlamentari? I «nostri» costano 30 milioni , Giovanni Armanini

I DATI DI BILANCIO DELLE DUE CAMERE.

Calcolando la media matematica dei costi di Montecitorio e Palazzo Madama si ottiene una stima del «peso» della politica. Il funzionamento delle Camere vale oltre 1,6 miliardi all’anno. In provincia sono stati eletti 12 deputati e 5 senatori

Camera e Senato costano ogni anno 1 miliardo e 600 milioni di euro (per la precisione 1.638.473.981 euro) in termini di spese correnti. La media secca e matematica dice in pratica che i 5 senatori bresciani costano poco più di 9 milioni di euro, e i 12 deputati poco meno di 20,4 milioni di euro. L’idea approssimativa di quanto incidono 17 politici (i parlamentari sono 945 in totale più 6 senatori a vita) sulle casse dello stato è di 30 milioni totali. Tanto? Poco? Sui costi della politica si sta dicendo di tutto, ed anche le ricerche su costi, merito ed eventuali comparazioni con le spese sostenute dagli altri paesi europei si sprecano: tra proposte di tagli, abolizione di enti e proposte di commissioni di indagine (che sarebbero formate dai politici stessi: che credibilità avrebbe un’indagine condotta dagli stessi indagati?).

UNA INDAGINE suggerita da Matteo Pelagatti, ricercatore di Statistica economica all’Università di Milano Bicocca e ripresa online dal quotidiano linkiesta.it e dal periodico lavoce.info suggerisce di calcolare il rapporto tra lo stipendio dei deputati e il benessere economico dei cittadini (per semplicità, il Pil pro capite). In questo senso il confronto con gli altri Paesi europei è semplice e non lascia dubbi: i parlamentari italiani sono di gran lunga i più pagati del continente. Non solo, con la loro media retributiva di quasi 150 mila euro all’anno a testa i nostri onorevoli si discostano nettamente dal grafico (visibile qui a fianco) che mostra una certa continuità e proporzionalità tra ricavi e reddito medio del Paese. In altre parole – stando al grafico qui a fianco – i nostri onorevoli dovrebbero prendere (se retribuiti in proporzione al nostro benessere) circa un terzo di quanto ricevono attualmente, ovvero un dato medio tra Grecia, Slovenia, Cipro e Spagna (i paesi che si trovano al nostro livello verticale sul grafico) e proporzionalmente anche le spese di funzionamento delle due camere andrebbero abbattute di una cifra vicina a due terzi del totale attuale.

ANDANDO nel dettaglio la Camera dei deputati – che come detto costa oltre un miliardo l’anno per il funzionamento, e secondo le previsioni toccherà 1,114 mld nel 2013 – tra le principali voci ha 138,2 milioni di euro di stanziamenti previdenziali, 35,6 milioni di spese per affitti, 1,615 mln del presidio medico interno, 6 milioni di servizi di ristorazione, 7,720 mln l’anno per le pulizie, 2,150 mln di spese per impianti di sicurezza, 710 mila euro di spese per il cerimoniale, 12,905 mln di spese di trasporto e 1,340 mln di «aggiornamenti professionali» ma anche 7,150 milioni spesi per la stampa degli atti parlamentari (alla faccia della digitalizzazione) che stridono in particolare con 9,4 milioni di euro di spese per applicazioni informatiche e software. Oltre al calderone «beni e servizi e spese diverse» che vale ben 59,53 milioni di euro, sono da tempo nel mirino i 27,9 milioni spesi per le segreterie degli onorevoli (che hanno subito un taglio di 500 euro al mese a testa passando da 4.190 euro a 3.690 euro al mese, ma senza nessuna forma di controllo sulle cifre anche alla luce del fatto che su 630 deputati solo 260 risultano avere regolari contratti con i loro portaborse) e i 36,250 milioni di euro di contributi ai gruppi parlamentari. Gli stipendi del personale, infine, valgono 235 milioni di euro. Nel bilancio della Camera rientrano anche i vitalizi percepiti dagli ex parlamentari che ammontano a 1.813 assegni in totale: 1.329 personali più 484 familiari che godono della reversibilità per una media mensile a testa di 6.352 euro.

AL SENATO (sul sito ufficiale l’ultimo bilancio rinvenuto riguarda il previsionale 2010) si spende meno in valore assoluto (i senatori sono la metà dei deputati) ma non come valore pro capite: 1,8 mln di euro per ogni eletto contro 1,69 mln di euro della Camera. Nel dettaglio il «trattamento» dei senatori assorbe 73,115 mln di euro, quello del personale dipendente 156,541 mln di euro, 38 mln di euro ai gruppi parlamentari e 22,3 mln di euro al personale «non dipendente», ma anche «altre spese di funzionamento» per 85,888 mln di euro. Al Senato inoltre la spesa previdenziale si porta via 178,784 mln di euro.

TRA I TEMI più discussi, anche in previsione di riforme future, c’è quello della riduzione dei parlamentari. Un argomento che oltre a destare qualche perplessità di natura funzionale (tagliare gli emolumenti o le persone può avere lo stesso risultato contabile ma non lo stesso impatto politico o operativo) non sembra trovare una giustificazione nei numeri. Se infatti è vero che in Italia vi è il secondo più alto numero di rappresentanti eletti al Parlamento (945 a cui vanno aggiunti i 6 senatori a vita) contro i 1.480 della Gran Bretagna che è al primo posto e i 920 della Francia, terza, è altrettanto vero che una media che tenga conto del numero di eletti rispetto al numero di cittadini classifica il nostro parlamento in un accettabile sesto posto dopo Germania, Spagna, Olanda, Francia e Polonia. In pratica ogni parlamentare rappresenta 63.831 italiani contro i 118.339 della Germania.

bresciaoggi

Share
0

BRESCIA – Campus Randaccio, sì bipartisan in Loggia Giovanni Armanini

LA SEDUTA.

Accordo trovato tra la maggioranza e il Partito democratico per la nuova destinazione dell’ex caserma militare. Si astengono Sel, Idv e Bragaglio
Accettate le raccomandazioni Pd Paroli:
«Dopo l’accelerazione possiamo sperare di avere l’opera in tempi non lunghi»

La ex caserma Randaccio diventerà campus. Ora anche il consiglio comunale si è espresso nel primo passaggio chiave che direttamente affronta il tema. Dopo lo scontro in commissione dei giorni scorsi maggioranza e opposizione hanno trovato un accordo e ieri la Loggia ha ratificato l’intesa che getta le basi sulla futura destinazione dell’area militare, su cui sorgerà il campus universitario.

LA MAGGIORANZA ha accolto le raccomandazioni del Partito democratico, che ha chiesto in particolare «il coinvolgimento delle commissioni preposte (istruzione e cultura, urbanistica e lavori pubblici) e la costituzione di un gruppo di lavoro ad hoc», oltre alla seconda garanzia dell’interlocuzione con l’Università «in tutte le sue articolazioni e con le realtà interessate della città». E così l’astensione in commissione del Pd si è tramutata in voto favorevole. Sul cambio della destinazione si sono astenuti solo Claudio Bragaglio (Pd), Donatella Albini (Sel) e Alfredo Cosentini (Idv). Le obiezioni non sono tanto sulla necessità dell’opera universitaria, quanto sulla perplessità generata dall’iter. Domani scadrà il bando del Miur per il finanziamento (la richiesta è di 13 milioni sui 22 totali previsti) di parte dell’opera, e intervenendo in consiglio comunale Margherita Ferrari (Pdl) ha spiegato le necessità di accelerare affrontate nei giorni scorsi, pur garantendo che il passaggio di ieri in consiglio non era vincolante per nessuno rispetto ai contenuti dell’opera (ovvero ciò che in concreto verrà fatto nell’ex caserma in quanto a servizi come biblioteca o mensa, e residenze per studenti): «si tratta solo di un cambio di destinazione urbanistica – ha spiegato – e per questo l’occasione non è assolutamente da perdere».

IL RISULTATO è comunque raggiunto, visto che il passaggio era decisivo per richiedere i finaziamenti ministeriali. Il sindaco Adriano Paroli incassando l’accordo bipartisan ha sottolineato che: «l’accelerazione dell’ultimo anno ha portato ad un risultato che era difficilmente sperabile, questo ci fa pensare che i tempi potrebbero anche non essere così lunghi per la realizzazione». Come noto l’ex caserma entrerà nella disponibilità comunale due mesi dopo che sarà stata collaudata la struttura della ex Ottaviani – in cui trasferire gli uffici prefettizi oggi ospitati appunto nella Randaccio. Bragaglio in particolare è in dissenso con l’allegato alla delibera che già presenta alcune soluzioni finali: «tre quarti della relazione tecnica saranno nuovamente da affrontare in maniera radicalmente diversa» ha spiegato. In particolare i dubbi (sollevati non solo nella minoranza) riguardano la biblioteca, la mensa, la quantità di residenze per studenti (considerando l’attuale scarsa attrattività dell’Università da fuori provincia e la presenza di numerosi convitti in città). Ciò che poi non era piaciuto al Pd è una delibera di Giunta del 7 luglio sull’operazione, di cui l’11 luglio (data dell’ultimo consiglio comunale e del primo voto bipartisan sulla Ottaviani) non si era ancora a conoscenza.

NELLE DICHIARAZIONI di voto, dopo che l’assessore all’urbanistica Paola Vilardi aveva accolto gli emendamenti Pd, considerati «raccomandazioni importanti che mettono il punto su tutta la questione», Carla Bisleri (Pd) ha sottolineato l’importanza di «una delibera che si inserisce in un filone storico concreto» ancor più importante viste le «rare ragioni di convergenza tra maggioranza e opposizione».

bresciaoggi/Martedì 26 Luglio 2011

Share
0

BRESCIA – Pedonalizzazione, un week end di novità Giovanni Armanini

L’ORA X.

Scattano oggi in corso Mameli, tra proclami e grandi attese, le nuove norme dell’assessorato alla Mobilità per «restituire» il centro storico ai cittadini
Parcheggi gratis a Fossa Bagni e in piazza Vittoria e nuove regole di accesso alle zone centralissime: per i bresciani il primo test nella città del futuro

ndr: ALIAS 

PRIMA TI CREO L’EPIDEMIA E POI TI VENDO IL VACCINO (magari scaduto)
DEDICATO A EVENTUALI “DISTRATTI”
PER MEGLIO COMPRENDERE

UN RIPASSO delle lotte dei componenti di questa giunta CONTRO

ZTL, LAM, PEDONALIZZAZIONI … contro BRESCIA, insomma:
12345 ecc ecc ecc


Ripassare anche
il quanto espresso da alcuni “personaggi” in Loggia e dintorni quando erano all’opposizione.

Qualche esempio a caso: LABOLANIROLFIARCAIMARGAROLI ecc ecc ecc

Tantissimo altro potete cercarlo da soli, se interessati alla realtà e ai disastri fatti da questa giunta e non alle favolette del momento. STAN (Stanislao Barretta)

Parola chiave «pedonalizzazione» del centro storico. Ma in gioco c’è molto di più. L’obiettivo è definito, quantomeno nelle intenzioni e nelle prospettive auspicate da tutti i gruppi politici in Loggia, ma non mancano le voci critiche. Ma sul piano strategico la maggioranza e i suoi oppositori (i partiti del centrosinistra, ma anche le associazioni civiche ed ecologiste) per ora parlano due lingue diverse.

DA OGGI intanto i provvedimenti della Giunta comunale sulla nuova mobilità cittadina (in particolare focalizzata sul centro storico) inizieranno a fare il loro corso.
Si tratta del primo di due passaggi chiave previsti dall’attuale amministrazione. Interessate (come si può vedere dalla cartina a fianco) saranno le aree di corso Mameli e metà Piazza Paolo VI, da gennaio 2012 (previsti nuovi posti nel parcheggio di piazza Vittoria) si chiuderà il cerchio con l’altra metà di piazza del Duomo.
Che succede nel frattempo? Il passaggio immediato più importante è il parcheggio gratuito a partire da oggi fino a domenica dalle 19 alle 2 del mattino: un provvedimento che riguarda i parcheggi di Fossa Bagni e Piazza Vittoria. A tutto va aggiunta ovviamente la dotazione già esistente che conta: 26 postazioni bicimia, 2 del Carsharing (le altre due in zona Brescia 2 e Ospedale), 14 parcheggi a ridosso del ring (più due in zona Borgo Trento) e 13 varchi Ztl funzionali per regolare i flussi.

I CRITICI sostengono che in realtà nel piano manchi un vero incentivo all’utilizzo dei mezzi alternativi. Ma più che al centro storico in sè (piazza Paolo VI in primis), per capire l’operazione di pedonalizzazione che l’attuale maggioranza in Loggia sta promuovendo, bisogna spostare l’occhio attorno alle zone interessate. La disputa politica è nota: la piazza del Duomo era già stata chiusa alle auto dalla giunta Corsini e successivamente riaperta dagli attuali amministrazioni. Ora una inversione di tendenza. Il risultato è il medesimo: piazza senza auto, tuttavia la Giunta di centrodestra invita a valutarlo alla luce di un diverso regolamento del traffico attorno alla piazza. Nessun cambiamento per i nuclei familiari residenti in zona a traffico limitato, ring e controring che continueranno a fruire del pass con sosta gratuita mentre per gli altri ci sarà la omnibus card che (BiciMia, parcheggi e bus con un’unica tessera).

LA LOGICA ATTUALE prevede la possibilità di potersi avvicinare il più possibile al centro con le automobili per poi muoversi a piedi. Non affronta – per ora – il problema della mobilità cittadina nella sua interezza, ma si limita a riscrivere le regole per il centro storico. È proprio in quest’ottica che i vecchi provvedimenti sono stati bollati dall’opposizione come «mummificazione» del centro, e non è un caso che sull’operazione riponga grandi speranze proprio l’assessore alle attività commerciali. L’impressione a sentire le analisi critiche, è che le formule siano diverse nella sostanza: il piano che parte oggi punta ad una mobilità cittadina ancora fortemente automobilistica all’interno della quale salvaguardare il centro, gli oppositori preferirebbero una soluzione più radicale e sostenibile da nord a sud della città. Una diversa impostazione che si spiega soprattutto con la recente polemica che vede una forte opposizione alla realizzazione del parcheggio sotto il Castello, opera che è ormai il simbolo di due diversi modi di parlare di pedonalizzazioni e mobilità alternativa all’auto.

bresciaoggi/Venerdì 22 Luglio 2011

Share