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La carica dei «dissidenti» Pdl vuole la testa del capogruppo Giuseppe Spatola

BRESCIA – IL CASO. Sei consiglieri su 13 vorrebbero «un cambio di guardia». Nel mirino Achille Farina e la sua gestione «politica»
Ma la «patata bollente» non dovrebbe apparire nel Consiglio comunale di oggi: più probabile che possa esplodere alla vigilia del congresso previsto per la fine di novembre
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Tra le file del Pdl li hanno già ribattezzati i «magnifici sei». Ma guai a parlare di «dissidenti» o di «correntone». Loro, i consiglieri comunali che venerdì sera hanno chiesto la testa del capogruppo Achille Farina si ritengono «solo buoni politici con la capacità di decidere in autonomia cosa giusto e cosa appare sbagliato». E l’atteggiamento di Farina, che avrebbe imposto il silenzio sul Pgt (ordinando ai suoi di non presentare emendamenti durante il voto in consiglio), sarebbe «proprio sbagliato». Tanto è bastato per far alzare dagli scranni i sei consiglieri e spingerli a chiedere le dimissioni del capogruppo che «non li rappresenterebbe più».
NON C’È ancora nulla di ufficiale, nè la sfiducia sarà presentata questo pomeriggio, durante l’apertura del Consiglio comunale che, tra gli altri, tratterà le variazioni di bilancio di previsione e pluriennale. Il confronto tra i sei (non sette come sembrava) e il sindaco, Adriano Paroli, in queste ore è mediato dal vice capogruppo della Loggia, Andrea Ghezzi. L’obiettivo? Far rientrare nei ranghi i consiglieri e ricompattare la squadra intorno a Farina, un tempo uomo di fiducia di Nicoli Cristiani oggi dato molto vicino al ministro Mariastella Gelmini. La rottura, a questo punto, potrebbe essere stata pilotata in vista del congresso Pdl di fine novembre. Non è un segreto, infatti, che l’ex assessore Nicoli Cristiani e il vice presidente della Provincia, l’onorevole Giuseppe Romele, da tempo hanno avviato le operazioni per prendere il timone del partito. Con loro c’è sicuramente il coordinatore cittadino, Ettore Isacchini, ma non la base ex An, ancora vicina a Viviana Beccalossi e al consigliere regionale Mauro Parolini.
Prove di potere interno che rischiano di far saltare gli equilibri, già precari, della Loggia. Il primo nome dei dissidenti non fa paura, almeno in casa Paroli: si tratta di Giorgio Agnellini, fedelissimo di Gianni Prandini. A lui il sindaco ha già affidato la delega all’Expo e questo basterebbe per «ingessarlo». Discorso diverso, invece, per Giovanni Acri e Angelo Piovanelli, che avrebbero «mire più alte». Gli altri tre, da Mauro Mangoni a Gaetano Visconti senza dimenticare Roberto Toffoli, hanno condiviso la linea Acri, ma non l’hanno messa nero su bianco. Stessa storia per Nini Ferrari, già rientrata nei ranghi dopo un colloquio con Paroli. E oggi il Consiglio comunale dove Farina continuerà ad essere il capogruppo Pdl.

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A rischio i corsi di lingua per stranieri Bragaglio chiede «lumi» al sindaco Giuseppe Spatola

BRESCIA – IL CASO. Le «scuole di italiano» per gli immigrati non sarebbero state ancora finanziate. In città oltre 4mila alunni
Lettera di volontari e parrocchie al dirigente regionale scolastico

«I corsi di lingua per gli stranieri sono a rischio. Non è chiaro, infatti, se e come il Comune intenda finanziarli. Per questo, assieme ai volontari e alle associazioni, ci siamo mossi per tempo interpellando direttamente il sindaco». Claudio Bragaglio, consigliere comunale del Pd, non nasconde le sue perplessità e nei giorni scorsi ha presentato una interrogazione al sindaco Paroli in cui chiede lumi sul futuro dei corsi di alfabetizzazione. «Vogliamo sollecitare un sostegno all’iniziativa – spiega Bragaglio -. I corsi sono del tutto condivisibili, promossi da varie Associazioni, Sindacati Cgil e Cisl, parrocchie e riguardano la formazione e l’integrazione civico-culturale degli stranieri». Non solo. Dai volontari è partita una lettera, indirizzata all’ufficio scolastico regionale e a quello provinciale, in cui si cercano appoggi «istituzionali».
«Con tale documento – chiosa il consigliere Pd -, le Associazioni hanno altresì chiesto un incontro con la dirigente dell’Usp, Anna Maria Raimondi, e coinvolto anche il Dirigente regionale, Giuseppe Colosio. L’attività finora svolta, a partire in particolare, dal Centro Storico cittadino e da alcuni Ctp (Foscolo e Franchi in prima linea), è risultata particolarmente importante ed impegnativa».
QUELLO CHE preoccupa e che rischia di congelare i corsi di alfabetizzazione è la nuova normativa (regolamento governativo del luglio 2011) che rende necessario un riconoscimento formale dei diplomi rilasciati a fine lezioni. Sottolina Bragaglio: «Si pensi solo che per gli otto Ctp la domanda dovrebbe riguardare l’alfabetizzazione e l’educazione alla cittadinanza per circa 4mila persone. Si tratta quindi di affrontare un problema urgente e complesso, nell’ambito di un «sistema formativo integrato», che fa capo su scala provinciale all’Ufficio scolastico, sollecitato a promuovere collaborazioni – anche tramite Convenzioni – con le Associazioni ed Agenzie formative, facendo leva sul riconoscimento e la valorizzazione d’un qualificato e meritevole volontariato».
Insomma, aspettando le risposte sui finanziamenti della Loggia, 4mila studenti stranieri rischiano di non poter più frequentare i «corsi obbligatori per legge».

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Lega, Rolfi il nuovo segretario. Brescia sceglie i «maroniani» Giuseppe Spatola

IL CONGRESSO. Il vicesindaco sbaraglia Mattia Capitanio, candidato del «cerchio magico», e diventa segretario provinciale. L’obiettivo: essere la prima forza della città
Per l’assise provinciale di Brescia all’auditorium Balestrieri si sono presentati 434 delegati su 452 Rinnovato il consiglio direttivo

AL TIMONE. La Lega Nord di Brescia sceglie il vice sindaco, Fabio Rolfi (nella foto), e con lui la linea del ministro Roberto Maroni. Rolfi è stato incoronato successore di Stefano Borghesi al timone della segreteria provinciale con 255 voti su 434. Mattia Capitanio, l’uomo indicato come il fedelissimo del «cerchio magico» di Umberto Bossi, si è fermato a 176 preferenze. Troppe 79 schede di differenza per poter impensierire la leadership di Fabio Rolfi che, da oggi, siederà al tavolo della giunta di Palazzo Loggia con il doppio incarico istituzionale e politico.

Fabio Rolfi «vittorioso»pochi

istanti dopo la nomina a segretario
L’applauso liberatorio è arrivato scrosciante cinque minuti prima delle 15. Un minuto ininterrotto di acclamazione a sottolineare il duecentosedicesimo voto. Lo stretto necessario per essere eletto al primo turno. Così Fabio Rolfi, già vice sindaco di Brescia, in un istante si è ritrovato segretario provinciale della Lega Nord. Alla fine il «maroniano» ha raccolto 255 preferenze su 434 votanti. Mattia Capitanio, l’avversario vicino al «cerchio magico» (quello che indica i più fedeli seguaci del senatùr) si è fermato a quota 176. Troppo il distacco di 79 schede per riuscire a impensierire lo «sceriffo leghista», arrivato al congresso di ieri come il «sicuro favorito». E Rolfi, 34 anni e militante da 17, da oggi tornerà in giunta con i gradi, ricoprendo il doppio ruolo (istituzionale e politico) anche davanti all’alleato Adriano Paroli. «Sicuramente cercherò di dare più peso al partito – ha confidato il neo segretario sull’uscio dell’auditorium Balestrieri, dove ieri si è consumata la liturgia del voto -. Quando mi metto in testa una cosa, faccio di tutto per realizzarla». Così è stato per la segreteria, con un lavoro di cesello iniziato sei mesi fa andando a bussare alle porte delle sezioni più sperdute.

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UN «MARTELLO pneumatico» che non ha lasciato scampo a Capitanio. Il «cerchista», a parte la buona volontà e l’appoggio ottenuto da alcuni «saggi del partito», non è riuscito nel miracoloso ribaltone interno, lasciando il timone in mano alla «scuola Borghesi». Non è un segreto, infatti, che il segretario uscente ha preparato il terreno a Rolfi (compagno di università e di battaglie tra i giovani padani). Ma guai a parlare di divisioni o malumori.

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NEL CARROCCIO i panni sporchi si lavano in casa. E i 28 interventi registrati ieri mattina nel corso del dibattito pre-voto ne sono la testimonianza più pura. «La Lega è un partito democratico – ribadisce Rolfi -. Le correnti sono fantasie giornalistiche. Noi ascoltiamo ogni posizione, la rielaboriamo e troviamo sempre un punto di incontro che possa far crescere il movimento. Anche nella corsa alla segreteria è successo questo. Nulla di più».
Come dire che la faida interna tra «maroniani» e «cerchisti» andrà scemando con il tempo. «Ci abbiamo provato – ha commentato deluso Capitanio -. Sapevo che mi sarei scontrato con il numero uno di Brescia. Da oggi si volterà pagina, lavorando uniti per il bene della Lega Nord e della Padania». In soldoni Capitanio non ha raccolto i voti sperati e «promessi» dai delegati del Garda e parte della Val Trompia. All’appello mancherebbero poi quelli sebini, nei territori più vicini all’influenza di Davide Caparini (che nelle scorse settimane, seppur in maniera velata, si era speso notevolmente per il vice sindaco). Considerazioni prettamente politiche, che il cerchista dovrà rielaborare nei prossimi giorni, decidendo o meno di rimanere in consiglio direttivo.

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INTANTO Rolfi ha già le idee chiare su come sarà la sua Lega. Compiti ben divisi tra tutti i militanti e un unico obiettivo da realizzare prima delle prossime politiche: diventare la prima forza della città, superando per voti e consensi il Pdl. «Abbiamo dato un grande segno di maturità – continua Fabio Rolfi -. Adesso come segreteria bisognerà lavorare con una logica di squadra, compatti per raggiungere il massimo risultato». E a chi gli chiede se la porta della segreteria gli spalancherà il portone del Parlamento, Rolfi nicchia e sorride: «Esiste un articolo del regolamento che vieta ai segretari provinciali di partecipare alle elezioni. Basta questo per cancellare ogni dubbio…».
Sarà, ma il nuovo numero uno bresciano ha dimostrato a via Bellerio di avere, seppur in parte, le redini di tutta la provincia. I suoi 255 voti, arrivati dopo la conferma del candidato di Caparini in Valle Camonica, suonano come una «primavera bresciana» della Lega Nord. Tutto a pochi giorni dal congresso di Varese, dove maroniani e bossiani sembrano avere trovato un accordo di convivenza sotto l’egida di quella che hanno già ribattezzato la «pax umbertina».
Un accordo di non belligeranza che inevitabilmente toccherà anche Brescia e i suoi militanti. Per questo le parole di Rolfi suonano già come una mano tesa agli amici-nemici del partito. Insieme si continuerà a contare. Divisi non c’è futuro per nessuno.

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UNA VISIONE d’insieme che potrebbe spaventare soprattutto agli alleati di governo in Loggia, alle prese con lotte di correnti forse più accentuate rispetto a quelle del Carroccio. Per questo il sindaco dovrà accogliere con le dovute maniere il ritorno in Loggia di Rolfi, già vice sindaco e, da ieri, segretario provinciale. Una possibile spina nel fianco che non tarderà a far sentire i suoi effetti negli equilibri della maggioranza. A meno che il nuovo coordinatore del Pdl diventi proprio un assessore comunale.

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Derby nel Pdl: la coppia rosa contro l’asse Nicoli-Romele Giuseppe Spatola

VERSO IL CONGRESSO. A novembre il partito sarà chiamato a scegliere il nuovo coordinatore provinciale
L’alleanza con Mariastella Gelmini potrebbe valere la conferma alla coordinatrice Viviana Beccalossi In alternativa spunta il nome di Fausto Di Mezza

Cesare Pavese, saggista e poeta, ne «Il mestiere di vivere» ricordava come «la politica è l’arte del possibile». Lo sanno bene i vertici dei partiti bresciani che da qualche mese sono in fibrillazione. Ma, se nella Lega Nord la resa dei conti tra «cerchisti» e maroniani è vicina (il congresso provinciale di domenica sancirà, nel bene o nel male, la pace armata tra i fedelissimi di Umberto Bossi e gli «innovatori»), nel Pdl le correnti soffiano sempre più forte in vista dell’assise che si terrà a fine novembre. E le sorprese non sembrerebbero mancare, almeno secondo indiscrezioni e spifferi su possibili inedite alleanze.
Se Vigilio Bettinsoli (ex capogruppo di Forza Italia e del Pdl in Broletto), chiede un rinnovamento in «chiave giovane», a più alti livelli i giochi si stanno delineando in altro modo.
Da una parte appare sempre più salda l’alleanza tra l’onorevole vicepresidente della Provincia Giuseppe Romele e l’ex assessore regionale Franco Nicoli Cristiani (che suo malgrado ha dovuto passare lo scettro di «più votato» al collega Mauro Parolini, longa manus di Roberto Formigoni).
I due, che in molti indicano come «i saggi» del partito (se non altro per la lunga appartenenza al movimento), vorrebbero tirare la volata a Fausto Di Mezza, l’assessore al Bilancio che il sindaco Adriano Paroli considera suo vero braccio destro in Giunta. Un nome di peso che darebbe un segnale forte e indebolirebbe l’anima ex-An del Pdl, oggi rappresentata dall’onorevole Viviana Beccalossi (segretario provinciale uscente) e dal sottosegretario Stefano Saglia.
SUL PIATTO, per convincere l’assessore a compiere lo strappo, Nicoli Cristiani e Romele avrebbero messo la candidatura al Parlamento. Di Mezza potrebbe prendere il posto lasciato libero da Paroli (sempre che il sindaco non decida di continuare la sua avventura a Roma) o, a extrama ratio, quello dello stesso Romele (pronto a fare un passo indietro pur di riprendere in mano le briglie lasciate in mano al ministro Mariastella Gelmini).
Interpellato, Di Mezza smentisce categoricamente: «Non mi sono candidato – dice quasi scocciato dal vociare dei corridoi in casa Pdl -. Sono a disposizione del partito. Come me ci sono decine di quadri pronti a scendere in campo».
Di certo, un’ipotetica candidatura rischierebbe di creare attriti in Loggia. Lo sanno bene Mariastella Gelmini e Viviana Beccalossi, che dalla nomina a segretario nazionale di Angelino Alfano hanno iniziato a correre insieme.
L’onorevole Beccalossi è stata la prima a credere nell’ex ministro della Giustizia come «uomo del futuro» e Gelmini ne ha sostenuto la candidatura sposando le decisioni di Silvio Berlusconi. Così è nata l’asse rosa del Pdl nel nome del presidente siciliano. La linea, in questo caso, sarebbe scontata: fiducia a Viviana Beccalossi, che ha traghettato il partito facendolo vincere e «convincere» in tutte le elezioni.
Nel limbo, però, rimangono Mauro Parolini e Margherita Peroni. Loro, veri aghi della bilancia, non si espongono ancora, né partecipano al «mercato delle tessere» aperto da mesi in tutta la provincia. Anzi, Parolini non vuole sentire parlare di divisioni o lotte intestine. «Il nostro partito è abituato ai confronti – ricorda il consigliere regionale -. La forza di Brescia, però, è sempre stata la grande capacità di sintesi. Non nascondo che attualmente esistono posizioni e ambizioni diverse. Avremo comunque tempo di trovare la giusta quadra. Non è questione di posti o poltrone. A novembre si deciderà la futura linea politica. Per questo il dialogo diventerà essenziale per evitare di spaccare il Pdl e di indebolirlo agli occhi dell’elettorato». Un colpo al cerchio e uno alla botte. Senza scegliere quale corrente sarà più forte. Chissà, però, se i recenti screzi tra Mariastella Gelmini e Maurizio Lupi (portavoce «in pectore» dei ciellini vicini a Formigoni) avrà ripercussioni pure a Brescia. Lo scontro sulla scuola fra Gelmini e Lupi, concluso con un abbraccio liberatorio fra i due e con l’introduzione di altri 3 mila posti per l’attivazione dei Tirocini formativi attivi (Tfa) per i docenti (sostenuta da Lupi e chiesta dal movimento di don Giussani), pare non aver sanato del tutto il divario tra Cl e Pdl. Non sarebbe quindi un caso l’assenza della Gelmini sul palco di Rimini.
«Si è trattato di un confronto sul merito e non politico – sottolinea Parolini -. Se mi chiedete che rapporti ho con il ministro non posso che confermare quanto siano buoni…».
Più prosaica Margherita Peroni, presidente della commissione sanità del Pirellone, che rilancia la linea «della base»: «Mi sento in una posizione privilegiata – spiega -. Da tempo chiedo che vengano celebrati congressi veri, sempre più aperti alla base del partito. Il dialogo, se costruttivo, porta risultati. Se ci si arrocca in posizioni opportunistiche, invece, è difficile andare avanti. Il momento è delicato e, con la gente sempre più distaccata dalla politica, le beghe interne portano solo danni».
Intanto, novembre è sempre più vicino e il Pdl ha due mesi di tempo per sopire le correnti e trovare la «sintesi» chiesta da Parolini e la Peroni.

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Lega al bivio: due «province», due segretari – Giuseppe Spatola

A Pianborno i militanti sceglieranno il nuovo timoniere tra Pietro Pezzutti (bossiano), Enzo Antonini (ex Ulivo, legato a Maisetti e Caparini) e Riccardo Minini
Oggi la Valle Camonica decide chi sarà il successore di Maisetti Domenica prossima in città sfida tra «cerchisti» e maroniani

Comunque vada a finire, da domani la Lega Nord bresciana avrà imboccato una strada diversa. Sì, perchè il congresso della Valle Camonica farà da spartiacque tra il prima e il dopo. La linea di demarcazione è quella tracciata un anno fa dalla candidatura (contestata da alcuni e apprezzata da altri) di Renzo Bossi nel collegio camuno e dalla nomina di Monica Rizzi ad assessore regionale. Il Delfino e la «signora del Carroccio», che vengono indicati come gli ultimi alfieri del Senatur in terra bresciana, hanno aperto la contesa con i vecchi «proprietari» della valle, Bruno e Davide Capairini.

UNA GUERRA FRATICIDA che ha avuto ripercussioni pure a Brescia, dove i «maroniani» (primi tra tutti proprio i Caparini da Ponte di Legno) sostengono Fabio Rolfi e gli uomini del cosiddetto «cerchio magico» (i fedelissimi di Umberto Bossi) hanno puntato su Mattia Capitanio. In città i giochi si decideranno domenica prossima, 2 ottobre; in camunia, invece, il D-day è oggi. L’appuntamento con le urne per i 231 militanti del Carroccio è alle 9.30 all’hotel «Le due magnolie» di Piamborno. Entro il primo pomeriggio lo spoglio e l’elezione del successore di Mario Maisetti alla segreteria provinciale di Valle Camonica. Un passaggio di consegne tutt’altro che indolore, viste le polemiche che hanno dilaniato le correnti e le reciproche accuse di «distacco dal territorio».
I PRETENDENTI alla poltrona saranno tre: Pietro Pezzutti (leghista da sempre, fedele alla linea Rizzi-Bossi), Enzo Antonini (uomo di Maisetti con un passato nell’Ulivo e l’iscrizione alla Lega che risale a 4 anni fa) e l’outsider Riccardo Minini (sindaco di Angolo ed ex assessore provinciale). Ma la frattura della Lega si è consumata a livelli ben più alti. Ne sa qualcosa Monica Rizzi che si è vista attaccare dai suoi iscritti «vicini» a Maisetti. Basta leggere la presa di posizione della sezione di Breno per rendersene conto: «Noi leghisti veri – è scritto in una lettera mandata al Bresciaoggi – pensiamo ancora alla libertà del nostro popolo, ci vergogniamo davanti a queste “brutte situazioni” e facciamo gruppo insieme ai nostri rappresentanti politici fidati (Caparini e Maisetti). Non ci resta che esprimere la nostra piena fiducia in Enzo Antonini, persona con una gran voglia di lavorare per la Lega e non di certo per interesse».
DI CONTRO è arrivata la difesa del sedicente «Comitato protezione dei valori del movimento» che affossa Maisetti e compagni. «In Valle Camonica – sostengono i componenti del comitato – il concetto di movimento libero e democratico è sfumato già da parecchio tempo, lo dimostra il comportamento del segretario uscente che in maniera evidente ha agito come se la Lega Nord fosse sua». Dal canto suo Maisetti non sembra preoccupato. Anzi. «Tutta la Lega è con me – ha detto il segretario uscente -. Vinceremo senza problemi». Sarà, ma anche Monica Rizzi ieri è scesa apertamente in campo: «Ciò che più mi rattrista è l’assistere al crescente clima di contrapposizione e diffamazione – ha confessato -. Sono convinta che il momento congressuale possa essere una fase di confronto, ma debba sempre portare con sé un dialogo costruttivo nel rispetto della dignità delle persone».
Chi non sembra «teso» è Riccardo Minini; «Corro senza avere scheletri negli armadi – ha ribadito l’ex assessore provinciale -. Mi ritengo un buon leghista. Le urne decideranno il mio futuro». Oggi il verdetto camuno, aspettando che Brescia decida come svoltare.

 

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BRESCIA – I dossier, la laurea, la Lega. Rizzi: «Ecco la mia verità» Giuseppe Spatola

ESCLUSIVO. L’assessore regionale del Carroccio parla per la prima volta dei casi che l’hanno vista protagonista
«Non sono la bugiarda descritta da alcuni nè una vecchia volpe: sono una fervida credente e sogno una politica pulita»

In valle Camonica, come sul Lago di Garda dove ormai passa buona parte della settimana, chi la conosce bene dice di «non aver mai dubitato di lei». Chi la frequenta da sempre ha continuato a vederla, anche dopo gli attacchi mediatici e politici sulla sua «presunta» laurea o per l’inchiesta della Procura di Brescia sui «fantomatici» dossier confezionati per far largo a Renzo Bossi, il Trota, alle elezioni regionali.

E Monica Rizzi, la «gnara» camuna fedele al capo, è ancora lì: assessore al Pirellone, unica donna e graduata Bresciana a sedere nella giunta Formigoni.

A CHI LE CHIEDE spiegazioni sul terremoto che ha rischiato di farle crollare i nervi risponde facendo spallucce. «Qualcuno vuole male a me e alla Lega», ribatte guardando l’ultima fotografia con Umberto Bossi al comizio di ferragosto a Ponte di Legno. Un sospetto comprensibile per chi in pochi mesi si è ritrovata più volte sbattuta in prima pagina per «magagne poco chiare».

Per riuscire a incontrarla bisogna seguire il «Sover», il vento di sopra che squassa a tratti il lago di Garda fino alle moreniche colline di Salò.

Arrivati lì, nascosto tra gli uliveti della tenuta acquistata dal compagno di vita (Alessandro, imprenditore di 39 anni e cuoco da gourmet, così dicono gli amici di pentola), spuntano un gazebo ombreggiato dall’uva americana e un tavolaccio di noce antica.

DI SOLITO le carte da scopone, il vino e il salame arrivano assieme ai vicini di casa, tutti (o quasi) vecchi militanti del Pci. E lei, «la Monica», non si scompone. Occhiali da sole fumè e capelli raccolti in una treccia, prende le carte dal mazzo e gioca la partita come fa ogni giorno con la sua vita. Le polemiche rimangono fuori dal buon ritiro. «Ho due posti in cui mi rifugio – spiega prima di calare l’asso di spade -: a Salò ho l’amore, poi in Valle, a Fucine di Darfo, la mia famiglia. E 12 cani. Mi divido tra queste due oasi di pace, lasciando Milano, i completi gessati e le voci lontani dal mio piccolo mondo».

La «Giovanna d’Arco» della Lega Nord sembra essere una donna tutta di un pezzo. «Certo – dice sorridendo prima di sorseggiare un flute di franciacorta -: cosa pensavate di trovare? Non sono nè la bugiarda descritta da alcuni, nè la vecchia volpe, capace di biechezze immonde, che pensano altri. Sono solo una donna innamorata della politica. Credo ancora che l’impegno nei palazzi possa cambiare l’esistenza di molti. Per questo 25 anni fa sono entrata in Lega: per inseguire il sogno di una politica pulita».

LO PENSANO anche a Fucine, il paese che l’ha vista crescere e diventare il furetto biondo del Carroccio. A casa, la sua casa, papà Pietro aspetta una chiamata prima di chiudere gli occhi sperando che la «verità venga finalmente fuori». Mamma Annamaria, occhi verdi screziati di grigio, è quella che ancora oggi porge la spalla alla sua Monica per piangere di «gioia o dolore». Ma la più combattiva della famiglia è nonna Domenica, 98 anni. «Cosa dicono mai della Monica? – ha continuato a ripetere in paese dopo il servizio televisivo delle Iene -. E’ ‘na fiola per bene. Mica come gli altri politicanti di mèstér…».

Facile trovare difensori tra le mura amiche. Più difficile è ascoltare qualcosa di «cattivo» se si frequenta il suo giro. Basta arrampicarsi per sei tornanti lungo la via Panoramica, a Brescia, e fermarsi alla chiesa di San Gottardo. Sull’altare don Arnaldo dice messa ogni domenica. E ogni domenica Monica è seduta tra quei banchi che sanno di antico.

«Sono molto credente – quasi arrossisce per la vergogna -. La fede mi ha dato la forza di resistere a tutto ciò che mi è successo. Don Arnaldo è il mio padre spirituale. Ce ne fossero di preti come lui. Ma questa è una parte della mia vita che tengo solo per me».

UNA «FERVIDA CREDENTE», così ama definirsi l’assessore Rizzi, che già nel 1991, quando fu eletta consigliere a Darfo Boario Terme, chiese di mettere i crocefissi in ogni ufficio. «E adesso mettono in croce me per questioni che sono assurde – picchia i pugni sul tavolo, dando sfogo a tutto il suo essere camuno -. Non ho mai detto di essermi laureata, come non ho mai ordinato dossier. Non è così che faccio politica. La mia idea della cosa pubblica è quella del volontariato, che ho sempre fatto in silenzio e senza pubblicità. Cosa avrei dovuto fare? Quando le Iene mi hanno intercettata per strada ero appena uscita dal cimitero. Me la ricordo bene quella giornata. C’era stato il funerale di mio zio. Non avevo voglia di rispondere a nessuno, men che meno su questioni idiote già chiarite da tempo».

Certo, quella laurea saltata fuori dai cassetti. Gli stessi da cui è poi uscita la storia dei dossier. «Strano, non crede? L’ho detto che qualcuno, forse, non mi vuole bene. Per fortuna ci sono i magistrati». Butta l’ultimo asso e prende tutto. «La Monica» è così…

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Riaperte le scuole Brescia adotta lo «stile-Gelmini» Giuseppe Spatola

L’INAUGURAZIONE. Più alunni e meno docenti «precari» in cattedra
Maria Rosa Raimondi soddisfatta del lavoro estivo: «Siamo riusciti a razionalizzare i costi come chiesto dal Governo. Ma non abbiamo tagliato i servizi»

«Abbiamo iniziato il lavoro di razionalizzazione. Sicuramente Brescia e la sua provincia avranno un ruolo di primo piano nell’attuazione della riforma Gelmini». Maria Rosa Raimondi, dirigente dell’Ufficio scolastico, è soddisfatta del lavoro impostato dai suoi uffici negli ultimi due mesi. Come darle torto se, scorrendo le statistiche, si scopre che pur dovento fare i conti i tagli, con un aumento del numero degli alunni (195.481, lo 0.69% in più rispetto allo scorso anno) e la gestione di 8.617 classi (una media di 23 studenti per ogni sezione) l’ex provveditoriato è riuscito a far quadrare il cerchio intorno ai 14.794 docenti impegnati fin dal primo giorno dietro le cattedre di ogni scuola della provincia.
CERTO, non sono tutte rose e fiori, ma la Raimondi conosce bene i problemi ancora irrisolti. «Sicuramente abbiamo lavorato sodo per le nomine – sottolinea -. Basti pensare che dal primo settembre sono stati assunti 438 insegnanti a tempo indeterminato e 838 personale amministrativo. Rimangono da stabilire con certezza il numero dei supplenti annuali, ma rispetto agli anni passati siamo in anticipo e tutte le scuole già da ieri sono in grado di lavorare a pieno regime».
LA PAROLA D’ORDINE arrivata dal Ministero, in fondo, era una sola: razionalizzare per spendere meglio e di più nella qualità. In questo senso Brescia è stata città pilota del «Gelmini pensiero». «Le nuove assunzioni – continua la Raimondi – si sono basate esclusivamente sul reale fabbisogno del sistema. Come sarà sempre, d’ora in poi, per tutte le nuove assunzioni nel mondo della scuola. Tutto merito del Piano triennale di immissioni in ruolo. Allo stesso tempo, abbiamo dato una risposta concreta al problema del precariato e delle graduatorie, garantendo la stabilità del servizio scolastico e le aspettative di quegli insegnanti abilitati. Quest’ultimi erano iscritti nelle graduatorie ad esaurimento e ogni anno venivano chiamati in servizio con incarichi annuali. Buona parte delle graduatorie è stata assorbita in ruolo, eliminando una forma di precariato sicuramente penosa». Lo sanno bene i 438 neoassunti in ruolo, che erano in graduatoria da oltre 10 anni. «Questa ottimizzazione – prosegue la dirigente dell’ufficio scolastico – consente di risolvere definitivamente un problema nato nei decenni passati, quando migliaia di insegnanti Bresciani, iscritti nelle graduatorie ad esaurimento, sono rimasti in un limbo».
Numeri che mettono in risalto un altro problema: l’aumento esponenziale del part-time tra docenti e amministrativi. «Il dato più significativo è quello che riguarda gli amministrativi – puntualizza il dirigente -. Il 13% ha chiesto il tempo di lavoro parziale. le percentuali tra i docenti sono più basse. Ma attenzione, non si tratta solo di donne, madri che decidono di avere più tempo da dedicare alla famiglia. Il part-time è sempre più diffuso anche tra gli uomini. Il risultato? Aumentano i «posti a ore», cioè le cattedre spezzate o le scrivanie libere per metà settimana. Questo complica ancora di più il lavoro dei nostri uffici, obbligati poi a dover coprire i posti con assunzioni ad hoc».
SUL FRONTE SCUOLA, a fare da contraltare al part time, c’è il calo del «tempo pieno». Alle elementari quest’anno le classi a tempo pieno saranno 10.775, mille in meno rispetto allo scorso anno. Stesso trend pure alle medie, dove il decremento è di circa 1.200 classi, Guai, però, a dire che l’ufficio scolastico ha tagliato su questa voce. Chiarisce la Raimondi: «Le classi sono state formate seguendo le richieste dei genitori. Sono le famiglie a non voler più il tempo pieno. Noi ci adeguiamo». Ma allora dove è arrivata la sforbiciata tanto temuta dai sindacati? Senza dubbio il settore più colpito è quello amministrativo dove, rispetto al 2010, è calato il numero degli assistenti (924 invece dei 945 dello scorso anno) e dei collaboratori scolastici (2.403 contro i 2590 del 2010, -7,22%).
CONTINUANO A CRESCERE, invece, gli studenti stranieri iscritti nel Bresciano. Ieri in classe ne sono entrati il 17,26% in più rispetto all’ultimo anno scolastico, 26.597 alunni. Crescono pure i diversamente abili (+2,65%, 3.472 di cui 810 stranieri), ma diminuiscono i docenti di sostegno. Ogni 2,65 alunni speciali c’è un solo docente. «Faremo fronte anche a questa emergenza» – chiosa la Raimondi.

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BRESCIA – Bossi o Maroni, la Lega al bivio congresso Giuseppe Spatola

LA RESA DEI CONTI. Carroccio al voto per l’elezione degli iscritti che sceglieranno il futuro segretario provinciale. In campo i «maroniani» e i fedelissimi del Senatur
Gli oltre 1.500 militanti bresciani oggi sceglieranno i 320 delegati dell’appuntamento di ottobre Rolfi e Capitanio tra i candidati

L’appuntamento è per le nove in punto di stamattina davanti alla sede di via Cefalonia 43. Tutti in fila fino alle 18 per votare e scegliere i nuovi timonieri della Lega Nord bresciana. Sì, perchè l’elezione dei 320 delegati al congresso padano, che si terrà nelle prossime settimane, avrà un peso non indifferente per gli equilibri interni del carroccio.

GUAI A PARLARE DI GUERRA fraticida, anche se le voci annunciano «temporali». Da una parte gli uomini del cosiddetto «cerchio magico» vicino alla famiglia Bossi (Umberto e Renzo), dall’altra i protetti di Bobo Maroni. Diffile sapere oggi con certezza chi sta con chi. Anche se è ormai palese che l’asse tra Davide Caparini e Fabio Rolfi guarda con favore ai maroniani. Sull’altra sponda del Mella rimarrebbero i fedelissimi del senatur, con un nome su tutti: Mattia Capitanio, l’enfant prodige di Torbole Casaglia che negli ultimi mesi ha scalato le posizioni interne alla Lega fino a diventare il «nuovo che avanza».

PERCHÈ L’ELEZIONE dei delegati sarà cruciale per il futuro della segreteria padana? Semplice. Perchè da domani le forze in campo si saranno contate e, in base al numero dei delegati eletti, sarà più facile avere conto della forza di ognuno. Così la possibile candidatura del vice sindaco di Brescia è legata al numero dei delegati che porterà in congresso.
Rolfi per tutta l’estate ha lavorato per raccogliere consensi nella bassa e nelle valli (ad eccezione della Vallecamonica che fa provincia a sè, almeno per i leghisti). Un lavoro certosino, ben sostenuto dalla segreteria uscente che vede in lui la continuità d’azione e di pensiero. Del resto non è un segreto che proprio il vice sindaco sta «studiando da onorevole» e il ruolo di segretario provinciale lo agevolerebbe per trovare un posto al sole durante la prossima campagna politica. Ma i conti non si fanno mai senza l’oste. Per questo, mettendo in conto la possibile sconfitta, senza la sicurezza di avere l’appoggio di un elevato numero di delegati, Rolfi potrebbe fare un passo indietro lasciando campo libero al presidente del consiglio comunale, Simona Bordonali, o al giovane segretario della sezione Valtrumplina, Matteo Micheli. Questi due nomi già circolavano da tempo, ma sono stati sapientemente «congelati» per non farli apparire rincalzi da usare al momento del bisogno.

ARIA DIVERSA, invece, si respira tra gli outsider. Mattia Capitanio è sicuramente tra i più gettonati. Lui, che si definisce «semplice ragazzo di provincia», ha sempre rispedito al mittente le voci sulla sponsorizzazione di Renzo Bossi, Monica Rizzi e degli altri esponenti lontani dalle logiche di Caparini e famiglia. Un particolare di non poco conto, considerando i rapporti sempre più difficili tra Umberto Bossi e i proprietari del Castello di Pontedilegno in cui il senatur ha passato gli ultimi 25 Natali. I primi sentori di rottura si erano avuti già a ferragosto, quando il «capo» minacciò di non salire fino a Ponte.

Tutto appianato? I bene informati raccontano di uno scontro verbale tra Umberto e Bruno Caparini durante l’ultimo incontro in via Bellerio. Il motivo del litigio è tutto nella campagna mediatica contro l’assessore Monica Rizzi e la poca solidarietà trovata tra gli «amici di partito» della Valle.

TRA I DUE LITIGANTI potrebbe comparire anche un terzo ingombrante nome, quello di Oscar Lancini, il sindaco di Adro (famoso per aver tappezzato di Soli delle Alpi la scuola del paese), figlio politico di Daniele Molgora. Proprio il presidente della Provincia sarà fondamentale per i nuovi assetti del partito. Fino ad oggi Molgora ha preferito rimanere alla finestra, anche se qualche abboccamento con Maroni c’è stato durante la firma del «patto per la sicurezza del Garda». Tutte ipotesi. Le certezze si avranno da domani con i nomi dei 320 delegati. Se Brescia deciderà di voltare pagina potrebbe crearsi un effetto domino anche in Vallecamonica, dove i malcontenti hanno allontanato diversi attivisti del Carroccio.

L’epurato eccellente è Riccardo Minini, ex assessore provinciale e sindaco di Angolo. Lui ha conti in sospeso con Caparini e un’allenaza con la Rizzi potrebbe garantire il ribaltone. Ma questa è tutta un’altra storia.

 

 

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BRESCIA – «Forchettopoli» atto II: alla Corte le spese di Corsini Giuseppe Spatola

IL CASO. Il segretario comunale segnala le ricevute del centrosinistra
L’ex sindaco del Pd chiamato a rispondere dei conti saldati nel 2007 dalla tesoreria della Loggia per «incontri di rappresentanza»

Il segretario generale del Comune di Brescia parla di «atto dovuto». Il sindaco Adriano Paroli giura di «non essere stato informato». Il gruppo consiliare del Pd non perde occasione per attaccare la maggioranza, facendo intendere un «killeraggio politico che ha un mandante e un esecutore materiale». Sta di fatto che da lunedì mattina sulle scrivanie dei magistrati contabili di Milano sono comparse le spese effettuate nel 2007 dalla giunta Corsini per «rappresentanza».
E adesso anche l’onorevole Pd rischia di dover saldare il conto di tasca propria? Come ha fatto il successore Paroli che, per chiudere il contenzioso con la Corte dei Conti sulle note spese della sua giunta definite «ingiustificate», aveva versato 49 mila euro nelle casse della Loggia?
PER ORA LA VICENDA delle spese facili di Corsini è tutta nella lettera inviata dal segretario «per verificare se le stesse possano costituire un danno erariale». Corsini come Paroli. Guai, però, a pensare che sia una «ripicca politica». «E’ stata un’iniziativa dovuta e fatta in autotutela dell’ente», chiosano in segreteria.
GIUSTIFICAZIONI che non sembrano convincere una parte del Consiglio, quella che fino a qualche tempo fa era in Giunta con Corsini. A partire dall’ex assessore Fabio Capra, ora consigliere Pd: «Sono sicuro che tutto finirà in una bolla di sapone. Abbiamo governato la città con la saggezza del buon padre di famiglia, lasciando conti trasparenti e floridi. Sorrido all’idea che i magistrati contabili possano trovare incongruenze nelle note spese. Io, quando ero assessore, pranzavo in mensa con i dipendenti. mai nessuna abbuffata. Eravamo e siamo ancora galantuomini. Per questo vorrei non alimentare polemiche sterili. La politica, oggi, non ha bisogno di killer, ma solo di tanta sostanza».
EPPURE LE RICEVUTE di Corsini dovranno essere passate al setaccio. Controllate e giustificate in ogni singola parte, come chiesto dalla Corte dei Conti nella relazione presentata sei mesi fa alla Loggia in cui si mettevano «fuorilegge» le cene rimborsate senza chiedere con «chi» e il «perchè» dell’incontro. Stesso problema che, secondo i funzionari dell’economato, hanno le ricevute saldate a Corsini nel 2007.
NEL MIRINO della Corte dei Conti è così finita una cena a base di pesce (ostriche, crostacei e una bottiglia di Bellavista) in via Beccaria del 19 novembre. Per tre coperti l’ex sindaco avrebbe pagato 240,50 euro. Altri 148,70 sono stati saldati per un pranzo di lavoro «Al Frate» con sei ospiti. Insomma, rispetto alla giunta Paroli menù e ristoranti diversi per i leader locali del Pd, ma qualche conto salato.
ADRIANO PAROLI non vuole affondare il colpo; «Giuro che non sapevo nulla di questa vicenda – dichiara -. Sono convinto che il segretario comunale abbia agito in autotutela. Posso condividere o meno questo atteggiamento. Ma non transigo su una cosa: del sindaco bisogna avere fiducia, che si chiami Paroli o Corsini. Questa città è sempre stata governata, oggi come ieri, da veri galantuomini».
Paroli che difende Corsini? «Non difendo nessuno – chiarisce l’attuale sindaco -. Sostengo solo che un rappresentante del Comune ha il diritto alla riservatezza dei propri contatti. Indicare sulla fattura di un ristorante il nome e il cognome di chi è stato tuo ospite è sgradevole e poco ortodosso».
Sarà, ma la legge è chiara: dietro a ogni fattura devono essere indicati il nome dell’ospite e il motivo dell’incontro.
«LA GIUNTA non era al corrente della questione – chiosa Fausto Di Mezza, assessore al Bilancio -. Non è questione politica, ma squisitamente contabile. I funzionari, su questo versante, hanno fatto il loro dovere».
L’ultima parola ora spetta alla Corte dei Conti che, già nei prossimi giorni, potrebbe presentare il suo conto all’onorevole Paolo Corsini.

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BRESCIA – L’omaggio della gente a Mino Martinazzoli – Giuseppe Spatola

L’ULTIMO SALUTO. La mesta processione nella casa di via Santa Orsola è iniziata all’alba. Oggi camera ardente in Loggia
Oggi le esequie in Duomo officiate dal vescovo Luciano Monari e da don Armando Nolli Lutto cittadino anche a Orzinuovi. Commossa la vedova Giuseppina, schiva come lui

Questa mattina alle 10 Mino Martinazzoli tornerà per l’ultima volta a palazzo Loggia dove sarà allestita la camera ardente. Poi, alle 15.30, i funerali in Duomo (dove sono attesi numerosi big della politica italiana) celebrati dal vescovo di Brescia, Monari, e da don Armando Nolli, l’amico e confessore. Lungo il percorso del corteo funebre il sindaco Paroli ha invitato i commercianti ad abbassare le serrande e spegnere le luci. «La città – ha detto il sindaco- gli dedicherà il giusto tributo»

I tre cesti di rose bianche li ha scelti Giuseppina. «A lui sarebbero piaciuti», ha ripetuto a ogni amico che, sommesso e sottovoce, l’ha voluta abbracciare davanti al feretro del suo Mino. Sì, perchè la compagna di vita dell’ultimo alfiere democristiano anche nel giorno del mesto pellegrinaggio ha scelto di rimanere semplice, schiva come e quanto il marito. Riservata come piaceva a lui. Semplice come la sala in cui Martinazzoli amava perdersi nella lettura e aspettare il tramonto comparire da dietro al giardino pensile.

GIÀ DALLE PRIME ORE del giorno l’uscio di casa Martinazzoli è rimasto spalancato. Chiunque ha potuto salire i 12 scalini di marmo rosa che separano l’ingresso dal piano nobile dell’appartamento di via Santa Orsola a Caionvico. Ad accogliere i «pellegrini» un’acquaforte dai colori pastello su cui campeggia il “falcone” di Brescia abbarbiccato sul Cidneo. Il Castello simbolo della Leonessa e dell’attaccamento di Martinazzoli alla sua città.
Alle 10 il libro dei ricordi, appoggiato distrattamente sul leggio in ferro battuto, era già pieno. Tra i mille nomi quelli illustri del ministro Mariastella Gelmini e di decine di parlamentari. Accanto ai loro, in stampatello, quello del fornaio di Rezzato, del tabaccaio di Caionvico e del macellaio di Botticino. Perchè «il Mino» era così, capace di unire e di farsi rispettare da tutti.
Per l’ultimo saluto la moglie Giuseppina ha voluto un completo grigio chiaro, la camicia azzurro cielo e una cravatta blu. «Amava la formalità – ricordano in strada -. Anche quando passeggiava per il centro era attento ai particolari».

E QUESTA MATTINA alle 10 Martinazzoli tornerà per l’ultima volta a palazzo Loggia dove il sindaco, Adriano Paroli, ha voluto allestire la camera ardente. L’addio formale delle autorità e poi, alle 15.30, i funerali celebrati in Duomo dal vescovo Luciano Monari e da don Armando Nolli, l’amico e confessore. Lungo il percorso del corteo funebre (piazza Loggia, via X Giornate e piazza Paolo VI) Paroli ha invitato i commercianti ad abbassare le serrande e spegnere le luci, mentre i dipendenti di tutti gli uffici comunali osserveranno un minuto di silenzio. «Per rispetto – ha sottolineato il sindaco – ho chiesto ai commercianti di fermarsi in onore di Martinazzoli. La città gli dedicherà il giusto tributo…».

IN DUOMO sono attesi i big della politica italiana, a partire dai compagni democristiani. Sicuramente arriverà Rosy Bindi, accompagnata dal segretario Pd Pier Luigi Bersani e da Enrico Letta. «Senza di lui – ha ricordato Bersani – la nostra storia non sarebbe la stessa. Martinazzoli ha contribuito a far germogliare la democrazia in un periodo storico tra i più bui che la nostra Repubblica ricordi. Anche quando si è ritirato a vita privata, il suo sguardo vigile ci ha indicato la strada».
Sarà presente anche il ministro Gelmini, ieri arrivata in via Santa Orsola di prima mattino. «Mino ha ispirato buona parte della nostra generazione politica – ha ribadito Gelmini -. Per lui non c’era differenza tra l’essere cattolico e politico». Poco dopo anche il prefetto Livia Brassesco Pace ha reso omaggio a Martinazzoli, «uomo di grande carisma e capacità politiche», ha detto.

AMICI E COMPAGNI di partito si sono dati il cambio. Dai bresciani doc ai colleghi arrivati dalla «piatta pavese», dove Martinazzoli amava passare gli inverni accompagnato dalla nebbia. Così dalla pianura sono arrivati l’ex ministro Virginio Rognoni e il procuratore Gian Carlo Caselli. «Di Mino ho sempre invidiato la capacità di portare nel pubblico le virtù private – ha sottolineato Rognoni -. Per questo credo che il suo operato sarà indimenticabile e insostituibile». Stessa commozione provata da Caselli nell’abbracciare la moglie Giuseppina: «Non ho mai conosciuto una persona con la stessa sensibilità e cultura. L’Italia ha perso un grande statista. Non sono parole di circostanza. Da Guardiasigilli è stato uno dei pochi a capire lo spirito di abnegazione che magistrati e forze dell’ordine mettono al servizio dello Stato».

SUL PULPITO, accanto a monsignor Monari, oggi si sarà anche il vescovo di Bergamo, Francesco Beschi, che ieri ha chiuso in aticipo un viaggio pastorale per poter far visita alla famiglia. «Era un cristiano a tutto tondo – ha voluto ricordare prima di salire le scale di casa Martinazzoli -. Tanto era elevata la sua cultura, tanto era semplice il suo pensiero. Frequentava la parrocchia sotto casa perchè l’ispirazione cristiana guidava ogni sua scelta. Ha accettato la morte con la stessa serenità con cui ha vissuto gli ultimi anni».

INTANTO anche a Orzinuovi, città natale di Martinazzoli, è stato proclamato il lutto cittadino e il sindaco, Andrea Ratti, dedicherà al ricordo del leader Dc il prossimo consiglio comunale. «Si è sempre distinto per onestà e preparazione e la sua azione, il suo pensiero, anche nei momenti più difficili, sono sempre stati per noi motivo di orgoglio – ha confidato Ratti -. La sua scomparsa lascia un senso di vuoto, perché Mino costituiva un punto di riferimento per tutti, per le persone della sua generazione ma anche per i giovani».

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(ha collaborato Riccardo Caffi)/bresciaoggi

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