IL FUNERALE DELL’EX SINDACO. Camera ardente e cattedrale gremite per l’ultimo saluto all’ex ministro e leader dc
Il presidente Napolitano invia i corazzieri e una corona d’alloro. Tanti politici nazionali ma manca il governo. Un cittadino invoca la provvidenza: «Ridacci uomini come lui»

Brescia ha detto addio a Mino Martinazzoli in un martedì di cielo diventato terso dopo le nuvole della mattina, un martedì che lo sciopero generale ha reso tremendamente simile ad un sabato. Ha detto addio ad un suo figlio che di professione ha fatto l’avvocato e anche il politico. Professioni difficili, ma la seconda forse di più perchè di avvocati bravi e con la fama di esserlo ce ne sono tanti, di politici con la stessa fama riconosciuta da tutti come accadeva a lui, invece, pochi.
NON È PERCHÉ sono tempi difficili per l’immagine della politica e dei suoi attori che tanta gente è accorsa al suo funerale e tutti – anche ieri dall’altare proprio come in questi giorni sui giornali e nelle dichiarazioni ufficiali -, hanno parlato tanto di onestà e rettitudine morale. Ma è perchè era Mino Martinazzoli, e non altri. Era il ministro della giustizia, il senatore, il sindaco di Brescia e l’ultimo segretario della Democrazia cristiana che, in ognuno di questi ruoli, tutti così pieni di responsabilità e tutti così pericolosamente lambiti dal demone dell’interesse personale, ha sempre incarnato quelle virtù.
Nell’affetto e nella riconoscenza anche ieri dimostrati a Martinazzoli – prima in Loggia alla veglia funebre poi in Duomo al funerale – non c’entra insomma la cattiva stampa di cui godono i politici di questi tempi, c’entra quello che è stato e ha fatto realmente quest’uomo tormentato, ma che sapeva sdrammatizzare, se stesso prima degli altri, con corrosive, impietose, memorabili battute rimaste nel lessico della politica. Al punto da farlo assomigliare, in questo, solo in questo, a Giulio Andreotti. Perchè a differenza del Divo, la politica di Martinazzoli non era mai stata politica e basta, era sempre intessuta, impregnata di etica, di filosofia, aveva a che fare con l’uomo tout court e i suoi destini. «Non è facile essere fieramente umani» ha detto, come in un riconoscimento postumo ma che nessuno gli avrebbe mai negato in vita, il vescovo Luciano Monari nell’omelia.
LA POLITICA di cui Mino Martinazzoli è stato protagonista sembra distante secoli, sembra appartenere alla una preistoria istituzionale di questa nazione. E per capirlo bastava guardare le piazze, il corteo funebre partito dalla Loggia, la strada: tante teste grigie, pochissimi giovani, i giovani erano i cinquantenni. Una preistoria di cui molti ieri dicevano di avere nostalgia, su cui nutrivano rimpianti. Mino Martinazzoli era uomo della Prima Repubblica, in questa cosiddetta seconda si sentiva spaesato, uno straniero, un profugo come quegli immigrati che, proprio lì davanti a dove alle tre e mezza del pomeriggio si è fermata l’auto funebre con la sua salma, avevano stabilito una sorta di campo base nella loro battaglia per il permesso di soggiorno. Battaglie di un’Italia completamente cambiata, irriconoscibile ai suoi occhi di cattolico-democratico, definizione di cui oggi perfino si discute se esista un vero corrispettivo, un’attualità, qualcuno che ne sia l’erede.
E così appare come per nulla casuale che mentre qui a Brescia si chiudeva, con la morte, l’ultimo capitolo della vicenda umana dell’uomo che aveva mandato in archivio la Democrazia cristiana, a Roma si stesse ancora una volta rivoltando come un guanto una manovra economica già cento volte rivoltata. «Siamo un Paese stanco» ha sussurrato uscendo dalla Cattedrale l’ex segretario della Cisl, Savino Pezzotta. E un cittadino inalberando un cartello ringraziava Mino e si affidava alla provvidenza: che sia almeno lei a trovare un politico come lui.
C’erano gli amici di una vita, chi aveva fatto politica con lui, al fianco o contro di lui, in consiglio comunale e in Parlamento, chi lo stimava semplicemente, chi appunto lo rimpiangeva. La politica nazionale gli ha reso omaggio a titolo personale. Pierluigi Bersani, Enrico Letta, Dario Franceschini, Guglielmo Castagnetti, Rosi Bindi, Pierferdinando Casini e Marco Follini. Il presidente Napolitano ha inviato una corona di rose bianche e rosse e due corazzieri che hanno vegliato la salma in Loggia e poi in cattedrale.
In tutto otto corone di fiori facevano ala al feretro. Anche quella della presidenza del consiglio, unica traccia di un governo che non ha inviato nessuno, neppure un sottosegretario a Brescia, ma che a parziale giustificazione porta gli impegni per dare veste definitiva alla Manovra che si voterà oggi. Ma nel gioco degli assenti e dei presenti che sempre si fa in queste occasioni, c’è anche chi ha letto l’effetto di qualche sferzante aforisma di Mino, andato a segno e mai più dimenticato.
Puntuale la scaletta delle ultime tappe del percorso di Martinazzoli in terra. Il sindaco Paroli ha pronunciato l’orazione funebre sotto al portico della Loggia, in un’atmosfera commossa, pubblica e insieme intima. Di lì si è mosso il corteo funebre fino a piazza del Duomo, fin davanti alla cattedrale dove altri cittadini erano fermi in attesa. Don Bianchi sull’uscio ha indicato la strada tra le navate al gonfalone del Comune di Brescia, che ha preceduto tutti: feretro, familiari, autorità, gente comune. Gli altri gonfaloni sono sfilati in una nuvola di incenso al lato della gente già seduta al proprio posto nella chiesa. Quello di Orzinuovi, città natale di Martinazzoli, spiccava, tenuto un po’ più in alto da una mano di vigile forse consapevole o forse solo per caso. Una vigilessa orceana a sua volta si è asciugata una palpebra inumidita dal soffio d’incenso o magari dalla commozione.
COME PROCEDENDO al rallentatore tutto il corteo dalla piazza si è riversato, attraverso il portale, nella chiesa, L’ex sindaco Corsini, l’assessore Vilardi, la presidente del consiglio comunale Bordonali accelerando un po’ verso i banchi di sinistra. mentre i familiari, la moglie Giuseppina Ferrari e il fratello Franco, qualche altro parente, il sindaco-amico Groli erano già nelle prime file del lato opposto. Una lunga attesa come in surplace, dentro una bolla di musica e incenso. Poi il vescovo seguito dai parroci delle parrocchie bresciane (tra essi con le mani giunte la figura bassa e inconfondibile di Don Mazzi) hanno circumnavigato mezza navata e costeggiato il feretro di Martinazzoli. Ancora lunghi minuti gonfi di silenzio, fino a quando sono arrivate le prime parole della liturgia, le parole del vescovo per «un uomo degno della sua intelligenza», le preghiere lette tra gli altri da Alfredo Bazoli, Carla Bisleri, Annachiara Valle che con Martinazzoli ha scritto a due mani il libro «Uno strano democristiano». Verso il tramonto già Mino Martinazzoli riposava nella tomba di Caionvico, in un camposanto arrampicato in cima al paese. Un semplice loculo al quale si accede tortuosamente per una scala. Un loculo che dà su una balconata dalla quale si vede lontano, un pezzo di paese e uno scorcio di campagna. A guardar bene forse anche via Santa Orsola, il tetto della sua ultima casa.
Giuseppina Ferrari, la vedova di Mino Martinazzoli, lascia Palazzo Loggia
e si avvia verso il Duomo aggrappandosi a Giambattista Groli, il «delfino», quasi un figlio, del marito
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