Martinazzoli Archive

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BRESCIA – Monsignor Monari: «Ci ha lasciato un’eredità nobile» Mario Pari

L’OMELIA IN DUOMO. Il saluto «a un cristiano sincero che ha trovato la sua vocazione nell’impegno politico»

Il ricordo del vescovo di Brescia: « Mi colpì soprattutto quel suo desiderio di coinvolgere i giovani nel cammino d’impegno politico»

«Voglio parlare di umanità, di un uomo degno della sua intelligenza, della sua libertà e delle sue aspirazioni. E sono convinto che questo uomo si riflette meglio nella semplicità delle beatitudini che nella tortuosità della furbizia politica». È una delle frasi pronunciate nelle fasi iniziali dell’omelia, dal vescovo di Brescia Luciano Monari che, al termine ha concluso:«Ci viene lasciata un’eredità nobile; Dio ci conceda di conservarla e arricchirla».

IN MEZZO, ed era inevitabile, tanti riferimenti alla politica, al rapporto tra questa e la fede, al significato di quella che per Mino Martinazzoli è stata una «vocazione» con tutto ciò che questa parola può ricoprire per un vescovo. Il Duomo, com’era ampiamente prevedibile, ieri era gremito per l’estremo saluto a Mino Martinazzoli e sono stati quindi in tanti ad ascoltare le parole, solennemente pronunciate da Monari. «Non l’ho conosciuto molto – ha detto ancora -. L’ho incontrato soprattutto in occasione di confronti con giovani, quando gli veniva chiesto di rendere la testimonianza di chi alla politica aveva dedicato molto di sè. Colpiva la sua schiettezza, l’ampiezza della sua cultura, la solidità delle sue riflessioni, la libertà di fronte ai luoghi comuni, ai giudizi del politically correct. Quanto a me, sono stato colpito soprattutto dal suo desiderio di coinvolgere i giovani in un cammino d’impegno politico o, più ampiamente, di responsabilità sociale. Forse è questo l’aspetto di cui sentiremo maggiormente la sua mancanza ».

E a quel punto, il Vescovo s’addentra nell’analisi del presente: «Intuiamo che siamo di fronte a mutamenti epocali; che non bastano aggiustamenti più o meno furbi; che deve cambiare il modo stesso di pensare alla convivenza umana; che dobbiamo diventare responsabili verso le generazioni future, cosa che non abbiamo certamente fatto negli ultimi decenni». E in un passaggio successivo, ancora più pesantemente: «Abbiamo invece sempre più chiara la consapevolezza che un futuro degno dell’uomo potrà essere costruito solo attraverso le scelte di persone umane autentiche, sagge e non stupide; moralmente responsabili e non infantili; capaci di riflessione critica e di autocritica; appassionate del bene delle persone concrete e disponibili ai sacrifici necessari per costruire una civiltà degna dell’uomo, quella che Paolo VI chiamava: la civiltà dell’amore».

TORNANDO A Martinazzoli e avviandosi alla conclusione, Monari ha detto «con l’amore oblativo di Cristo egli ha percorso l’arco della sua esistenza terrena; ha conosciuto momenti di successo, ha conosciuto anche momenti di sofferenza e di croce. Credo di poter dire che ha cercato e ha vissuto con lealtà la sua vocazione nel servizio politico per il bene di tutti ».
La cerimonia funebre poi si conclude e quando il feretro viene portato all’esterno s’alza l’applauso.

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BRESCIA – Ritorno in municipio, dove fu sindaco Migliaia in coda con un fiore in mano

LA CAMERA ARDENTE. Il feretro, partito da Caionvico, è arrivato alle 10 in municipio. In tanti per l’addio

Dalla presidenza della Repubblica una corona con cinque «simboli»

Mino Martinazzoli è tornato nel Palazzo del Governo della sua città, quando da pochi minuti erano passate le 10 del mattino. In quella sala del consiglio, che lo vide sindaco per 4 anni, la bara è stata collocata nello spazio solitamente riservato al pubblico, nel punto diametralmente opposto alla poltrona di primo cittadino. Quasi a segnare una linea, una continuità, tra ciò che è stato e il giorno dell’addio.

DIETRO IL FERETRO in legno chiaro, Don Alessandro, parroco di Caionvico, la moglie del politico scomparso, Giuseppina, Francesco Martinazzoli, il più giovane e ora l’unico rimasto in vita dei quattro fratelli, giunto da Trieste, Giambattista Groli, per l’ultimo segretario della Dc come un figlio. E vicino a loro, anch’egli visibilmente commosso, il sindaco di Brescia Adriano Paroli. Poi altri parenti, un gruppo ristretto, prima che, trascorsi pochi minuti, si aprissero le porte di Palazzo Loggia ai cittadini.

Prima, nella camera ardente erano state portate due corone, un cuscino e un cesto di fiori. Alla sinistra del feretro la corona della Presidenza della Repubblica composta da 5 tipi di fiori, nessuno presente a caso. «Sono stato – spiega il fiorista – messo in contatto dalla Prefettura con la Presidenza della Repubblica. Conoscevo personalmente Mino Martinazzoli e la sue qualità. Per queste ragioni ho spiegato quali potevano essere i fiori in grado d’esprimere la sua grande personalità. Nella corona ci sono: calle, che rappresenta la forza, anthurium a significare una presenza dominante, orchidee che significano preziosità, lilium ovvero la speranza e rose gialle per la sua sensibilità e luminosità». Sempre alla sinistra del feretro il cesto di rose bianche del Partito Popolare, mentre davanti è stato messo il cuscino di fiori inviato personalmente dal Presidente Giorgio Napolitano. Sulla destra, vicino allo stendardo cittadino, la corona di rose rosse e dalie dell’Amministrazione Comunale. Tra i primissimi ad arrivare l’avvocato Pompeo Anelli, che della giunta Martinazzoli, fu assessore. Poi altri componenti di quell’esecutivo. Affranta, Carla Bisleri che ricoprì l’incarico d’assessore alla Pubblica Istruzione, riceve l’abbraccio forte di Paolo Corsini, successore di Martinazzoli, sulla poltrona di sindaco. « Non c’ eravamo – racconta l’ex assessore – mai conosciuti prima. Mi chiamò il giorno prima della firma e sono orgogliosa d’aver fatto parte di quella giunta con molti tecnici, formata in un periodo critico, quello di Tangentopoli. Si creò un ottimo rapporto». E arriva anche Augusto Preti, per tanti anni, Rettore dell’Università Statale di Brescia. Nel frattempo alla corona presidenziale si sono affiancati due corazzieri. Il loro posto verrà poi preso da altrettanti carabinieri.

E lungo le scale che portano alla camera ardente iniziano a salire tutti coloro che intendono fermarsi per qualche minuto davanti al feretro, portare le condoglianze ai familiari. L’età media è soprattutto di chi ha vissuto, magari nelle diverse fasi, gli anni della politica contraddistinti dalla parabola del politico bresciano. Così, le persone sotto i 40 anni sono piuttosto rare.

IL FLUSSO è continuo ordinato. Salgono le delegazioni del Pd e della Cgil. Ieri era giorno di sciopero generale, il corteo si è visto sfilare silenziosamente in Piazza Loggia e al termine della manifestazione non pochi, sono saliti fino alla camera ardente. Foltissima la rappresentanza bresciana degli ex Dc a cui si sono aggiunti, ora dopo ora, quelli che allora erano gli « amici democristiani», tra i quali Casini e Bindi, arrivati da fuori provincia. Manlio Milani, presidente dell’Associazione familiari delle vittime della strage di Piazza della Loggia, ricorda ” la grande importanza che Martinazzoli ha sempre attribuito alla memoria storica». Si vedono poi Simona Bordonali, attuale Presidente del Consiglio Comunale, Mario Perin, leghista con Martinazzoli sindaco e protagonista con lui di grandi scontri. Dal portone, esce la signora Augusta, classe di ferro 1930 « orgogliosa d’aver conosciuto un politico grande come lui. Brescia deve essergli riconoscente. A palazzo Loggia arrivano il regista bresciano Silvano Agosti, Giuseppe Soffiantini, il giornalista Rai Giovanni Minoli. « Ricordo – racconta Minoli – un’intervista del 2008. Mi disse che ai giovani si rivolgeva con queste parole ” Ricordate che, se non v’interessate di politica la politica si interesserà comunque a voi”». Giuseppe Soffiantini è commosso e pensa al «grande equilibrio e alla correttezza della persona» aggiungendo «E’ stato molto vicino alla mia famiglia durante i giorni del sequestro». Le pagine in cui vengono raccolte le partecipazioni si riempiono sempre più e si leggono provenienze diverse da quella bresciana: Bari, Lecco, Como. Nella maggior parte dei casi, a fianco è scritto:« Ciao Mino». M.P.

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BRESCIA – Dalla Loggia al Duomo l’addio a Martinazzoli Eugenio Barboglio

IL FUNERALE DELL’EX SINDACO. Camera ardente e cattedrale gremite per l’ultimo saluto all’ex ministro e leader dc

Il presidente Napolitano invia i corazzieri e una corona d’alloro. Tanti politici nazionali ma manca il governo. Un cittadino invoca la provvidenza: «Ridacci uomini come lui»

Brescia ha detto addio a Mino Martinazzoli in un martedì di cielo diventato terso dopo le nuvole della mattina, un martedì che lo sciopero generale ha reso tremendamente simile ad un sabato. Ha detto addio ad un suo figlio che di professione ha fatto l’avvocato e anche il politico. Professioni difficili, ma la seconda forse di più perchè di avvocati bravi e con la fama di esserlo ce ne sono tanti, di politici con la stessa fama riconosciuta da tutti come accadeva a lui, invece, pochi.

NON È PERCHÉ sono tempi difficili per l’immagine della politica e dei suoi attori che tanta gente è accorsa al suo funerale e tutti – anche ieri dall’altare proprio come in questi giorni sui giornali e nelle dichiarazioni ufficiali -, hanno parlato tanto di onestà e rettitudine morale. Ma è perchè era Mino Martinazzoli, e non altri. Era il ministro della giustizia, il senatore, il sindaco di Brescia e l’ultimo segretario della Democrazia cristiana che, in ognuno di questi ruoli, tutti così pieni di responsabilità e tutti così pericolosamente lambiti dal demone dell’interesse personale, ha sempre incarnato quelle virtù.

Nell’affetto e nella riconoscenza anche ieri dimostrati a Martinazzoli – prima in Loggia alla veglia funebre poi in Duomo al funerale – non c’entra insomma la cattiva stampa di cui godono i politici di questi tempi, c’entra quello che è stato e ha fatto realmente quest’uomo tormentato, ma che sapeva sdrammatizzare, se stesso prima degli altri, con corrosive, impietose, memorabili battute rimaste nel lessico della politica. Al punto da farlo assomigliare, in questo, solo in questo, a Giulio Andreotti. Perchè a differenza del Divo, la politica di Martinazzoli non era mai stata politica e basta, era sempre intessuta, impregnata di etica, di filosofia, aveva a che fare con l’uomo tout court e i suoi destini. «Non è facile essere fieramente umani» ha detto, come in un riconoscimento postumo ma che nessuno gli avrebbe mai negato in vita, il vescovo Luciano Monari nell’omelia.

LA POLITICA di cui Mino Martinazzoli è stato protagonista sembra distante secoli, sembra appartenere alla una preistoria istituzionale di questa nazione. E per capirlo bastava guardare le piazze, il corteo funebre partito dalla Loggia, la strada: tante teste grigie, pochissimi giovani, i giovani erano i cinquantenni. Una preistoria di cui molti ieri dicevano di avere nostalgia, su cui nutrivano rimpianti. Mino Martinazzoli era uomo della Prima Repubblica, in questa cosiddetta seconda si sentiva spaesato, uno straniero, un profugo come quegli immigrati che, proprio lì davanti a dove alle tre e mezza del pomeriggio si è fermata l’auto funebre con la sua salma, avevano stabilito una sorta di campo base nella loro battaglia per il permesso di soggiorno. Battaglie di un’Italia completamente cambiata, irriconoscibile ai suoi occhi di cattolico-democratico, definizione di cui oggi perfino si discute se esista un vero corrispettivo, un’attualità, qualcuno che ne sia l’erede.

E così appare come per nulla casuale che mentre qui a Brescia si chiudeva, con la morte, l’ultimo capitolo della vicenda umana dell’uomo che aveva mandato in archivio la Democrazia cristiana, a Roma si stesse ancora una volta rivoltando come un guanto una manovra economica già cento volte rivoltata. «Siamo un Paese stanco» ha sussurrato uscendo dalla Cattedrale l’ex segretario della Cisl, Savino Pezzotta. E un cittadino inalberando un cartello ringraziava Mino e si affidava alla provvidenza: che sia almeno lei a trovare un politico come lui.

C’erano gli amici di una vita, chi aveva fatto politica con lui, al fianco o contro di lui, in consiglio comunale e in Parlamento, chi lo stimava semplicemente, chi appunto lo rimpiangeva. La politica nazionale gli ha reso omaggio a titolo personale. Pierluigi Bersani, Enrico Letta, Dario Franceschini, Guglielmo Castagnetti, Rosi Bindi, Pierferdinando Casini e Marco Follini. Il presidente Napolitano ha inviato una corona di rose bianche e rosse e due corazzieri che hanno vegliato la salma in Loggia e poi in cattedrale.

In tutto otto corone di fiori facevano ala al feretro. Anche quella della presidenza del consiglio, unica traccia di un governo che non ha inviato nessuno, neppure un sottosegretario a Brescia, ma che a parziale giustificazione porta gli impegni per dare veste definitiva alla Manovra che si voterà oggi. Ma nel gioco degli assenti e dei presenti che sempre si fa in queste occasioni, c’è anche chi ha letto l’effetto di qualche sferzante aforisma di Mino, andato a segno e mai più dimenticato.

Puntuale la scaletta delle ultime tappe del percorso di Martinazzoli in terra. Il sindaco Paroli ha pronunciato l’orazione funebre sotto al portico della Loggia, in un’atmosfera commossa, pubblica e insieme intima. Di lì si è mosso il corteo funebre fino a piazza del Duomo, fin davanti alla cattedrale dove altri cittadini erano fermi in attesa. Don Bianchi sull’uscio ha indicato la strada tra le navate al gonfalone del Comune di Brescia, che ha preceduto tutti: feretro, familiari, autorità, gente comune. Gli altri gonfaloni sono sfilati in una nuvola di incenso al lato della gente già seduta al proprio posto nella chiesa. Quello di Orzinuovi, città natale di Martinazzoli, spiccava, tenuto un po’ più in alto da una mano di vigile forse consapevole o forse solo per caso. Una vigilessa orceana a sua volta si è asciugata una palpebra inumidita dal soffio d’incenso o magari dalla commozione.

COME PROCEDENDO al rallentatore tutto il corteo dalla piazza si è riversato, attraverso il portale, nella chiesa, L’ex sindaco Corsini, l’assessore Vilardi, la presidente del consiglio comunale Bordonali accelerando un po’ verso i banchi di sinistra. mentre i familiari, la moglie Giuseppina Ferrari e il fratello Franco, qualche altro parente, il sindaco-amico Groli erano già nelle prime file del lato opposto. Una lunga attesa come in surplace, dentro una bolla di musica e incenso. Poi il vescovo seguito dai parroci delle parrocchie bresciane (tra essi con le mani giunte la figura bassa e inconfondibile di Don Mazzi) hanno circumnavigato mezza navata e costeggiato il feretro di Martinazzoli. Ancora lunghi minuti gonfi di silenzio, fino a quando sono arrivate le prime parole della liturgia, le parole del vescovo per «un uomo degno della sua intelligenza», le preghiere lette tra gli altri da Alfredo Bazoli, Carla Bisleri, Annachiara Valle che con Martinazzoli ha scritto a due mani il libro «Uno strano democristiano». Verso il tramonto già Mino Martinazzoli riposava nella tomba di Caionvico, in un camposanto arrampicato in cima al paese. Un semplice loculo al quale si accede tortuosamente per una scala. Un loculo che dà su una balconata dalla quale si vede lontano, un pezzo di paese e uno scorcio di campagna. A guardar bene forse anche via Santa Orsola, il tetto della sua ultima casa.

Giuseppina Ferrari, la vedova di Mino Martinazzoli, lascia Palazzo Loggia
e si avvia verso il Duomo aggrappandosi a Giambattista Groli, il «delfino», quasi un figlio, del marito

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SCIOPERO, BRESCIA – Niente piazza in onore di Martinazzoli

Un cambio di programma in omaggio a Mino Martinazzoli. La manifestazione odierna di supporto allo sciopero generale della Cgil non terminerà in piazza Loggia, ma in corso Zanardelli.

La decisione è stata presa dal sindacato di via Folonari in accordo con il primo cittadino Adriano Paroli. Il corteo terminerà il suo percorso poche centinaia di metri più a sud: in Loggia è stata allestita la camera ardente dell’ex sindaco di Brescia, e per non disturbare l’andirivieni di persone, il palco della Cgil sarà montato tra corso Zanardelli e corso Palestro.

«PASSEREMO comunque in piazza Loggia per rendergli omaggio, ma in silenzio – spiega il segretario della Cgil di Brescia, Damiano Galletti -. Lo faremo per dimostrare quanto Martinazzoli sia stato importante».

Oggi Brescia è vestita a lutto e concludere la manifestazione della Cgil in piazza Loggia non è sembrato opportuno a nessuno. «Ci lascia un grande politico che ha fatto la storia d’Italia e di Brescia», conclude Galletti. SI. GH.

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Corsini: «Il più grande, insieme a Giuseppe Zanardelli»

L’INVESTITURA. Sindaco prima e dopo di lui, il deputato del Pd definisce Mino Martinazzoli «una personalità di grandissima statura intellettuale, morale e politica»
«Sapeva pensare la politica come nessun altro in Italia, a una distanza stellare dal degrado contemporaneo»

A caldo, Paolo Corsini sente una fitta al cuore, il dolore del distacco. Per quanto la malattia di Mino Martinazzoli fosse nota da tempo, l’ex sindaco definisce «molto dolorosa» la scomparsa del suo predecessore ed erede a Palazzo Loggia.

«Con Mino ho avuto una frequentazione intensa, praticamente quotidiana, soprattutto negli anni in cui fui il suo vice, fra il novembre del 1994 e l’aprile del 1996 – ricorda commosso Corsini -. Mi tornano alla mente i nostri incontri e le nostre conversazioni, per me uno stimolo straordinario perchè Mino Martinazzoli sapeva pensare la politica come nessun altro, forse, in Italia».

IL DEPUTATO PD definisce l’ex ministro «una personalità di grandissima statura intellettuale, morale e politica». Ma non manca di sottolinearne il «notevole spessore umano, aldilà della timidezza che lo caratterizzava e che, a volte, rendeva difficile il rapporto con lui. Timidezza, sì – precisa – anche se qualcuno la scambiava per un atteggiamento scostante». Invece, «Mino era un uomo capace di profondi sentimenti e di slanci generosi – assicura Corsini -. Forse poteva dare l’impressione di essere distaccato, per quel suo carattere ombroso e chiuso, in realtà sapeva vivere le gioia della vita: su tutte, la buona tavola e la compagnia degli amici». Per questo, per Corsini, «va un po’ rimossa l’immagine del personaggio appartato e solitario» e «chi lo soprannominò “cipresso” non rispettò la verità della sua persona».

Fra i tanti ricordi che «si affastellano nella memoria», Corsini sceglie il colloquio nel corso del quale, alla fine del primo mandato, lui e Pierangelo Ferrari andarono a chiedere a Martinazzoli di candidarsi a sindaco. Strappargli il sì non fu facile. «Ma poi facemmo una grande campagna elettorale, fianco a fianco, io da capolista del Pds, lui da candidato», ricorda Corsini. E insieme vinsero le elezioni, al ballottaggio, contro Vito Gnutti.

CORSINI RICORDA «le discussioni su Prg e Palagiustizia», ma esclude di aver mai avuto contrasti con Martinazzoli: «Tutte le scelte fondamentali furono condivise – assicura -. Non a caso, quando fui rieletto sindaco cercai di portare a compimento tutti i progetti di Martinazzoli». Ai suoi occhi, del resto, l’ex ministro è sempre apparso un gigante. E, in prospettiva, «la sua figura testimonia una distanza stellare dalla deriva e dal degrado della politica contemporanea».

«Mino Martinazzoli ha avuto ruoli di straordinario rilievo – ricorda Corsini -: è stato l’ultimo segretario nazionale della Dc e il primo segretario del Partito Popolare, sindaco di Brescia e presidente della Provincia, ministro e senatore, sempre nel solco del cattolicesimo liberale, con un altissimo senso delle istituzioni e dello Stato e con la vocazione popolare di impronta sturziana alla quale era stato educato dalla predicazione di don Primo Mazzolari, come si evince dalle memorie contenute nel libro di Annachiara Valle “Uno strano democristiano”».

Per Corsini «Martinazzoli come nessun altro dopo Aldo Moro aveva saputo chiarire e pensare il limite della politica, una politica alla quale aveva tentato di assegnare la virtù della mitezza e il paragone della verità. Una lezione straordinaria, soprattutto se si pensa che in genere la politica è aspirazione al potere. Per lui, invece, era uno strumento di crescita civile e progresso umano». Per questo, Corsini lo ricorderà come «l’esponente politico bresciano di più alto rilievo nella storia moderna insieme a Giuseppe Zanardelli». M. B.

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BRESCIA – Beccalossi: «Grande uomo, piccolo sindaco»

CONTROCORRENTE. L’onorevole Pdl, nel 1994 avversaria dell’ex Dc nella corsa a Palazzo Loggia, si unisce al cordoglio ma non fa sconti politici

«Il primo ricordo politico che ho di Martinazzoli è quello della campagna elettorale che ci vide avversari per la Loggia. Ma onestamente non è dei migliori…». Viviana Beccalossi, vice coordinatore regionale del Pdl, non si nasconde.

NEL GIORNO del cordoglio per la scomparsa dell’ultimo segretario Dc, sceglie di rimanere ruvida ma rispettosa dell’uomo. «Dico sempre la verità – rimarca la Beccalossi pensando ai giorni delle elezioni del 1994, le prime in cui i bresciani poterono scegliere direttamente il loro sindaco -. Era difficile trovare un dialogo con Martinazzoli, ultimo esponente di una prima repubblica caduta in disgrazia. E le sensazioni avute in quei giorni sono state amaramente confermate durante il suo mandato. Troppo distaccato dalla gente, lontano dalla città. Come primo cittadino non l’ho mai apprezzato. Anzi…».

LA TREGUA tra i vecchi avversari è arrivata solo qualche mese fa. Il giorno di pasqua, seduti nel dehor di un ristorante, Viviana Beccalossi e Mino Martinazzoli hanno discusso, parlato e condiviso (per la prima volta) le loro considerazioni sul futuro dellla politica italiana.
«Ci siamo ritrovati nello stesso ristorante e, fumando una sigaretta, ci siamo messi a parlare – ricorda Viviana Beccalossi -. Per la prima volta, tolte le casacche dei partiti, siamo stati crudi, senza filtri. Alla fine siamo arrivati a considerazioni identiche. Per questo dico che umanamente mi spiace per la sua scomparsa».

DIVISI DALLA POLITICA, ma rispettosi dei reciproci ruoli. «Era un uomo di cultura degno di rispetto – riconosce Beccalossi -. In politica, però, eravamo agli antipodi. Il suo modo di approcciarsi era ancora legato ai vecchi sistemi». E Martinazzoli, finito il mandato in Regione, non ha più cercato la ribalta. «Forse lo aveva capito pure lui che era arrivato il tempo di fare un passo indietro e aveva scelto di rimanere nell’ombra a godersi il nostro teatrino – ipotizza Beccalossi -. Tra noi gli scontri sono stati sempre veri, ruvidi. Avversario in campagna elettorale, niente di più. Anche in Regione, una volta persa la sfida con Formigoni, era rimasto all’opposizione sostenendo la sua linea fino alla fine».  G.SPA.

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BRESCIA Frigo: «Io, Martinazzoli, la giustizia» Tiziano Zubani

LE VISITE. Il legale tra i primi a rendere omaggio alla salma nella casa di Caionvico. A metà pomeriggio arrivano anche Nanni Bazoli e Ciso Gitti
«È stato capace di trovare la sintesi per il nuovo Codice di procedura penale. Sembrava impossibile sotto la minaccia del terrorismo»

È tra i primi ad arrivare nella casa di Caionvico. L’avvocato Giuseppe Frigo da solo passa nell’androne ed è visibilmente teso. Prima di lui solo il fido Giambattista Groli, sindaco di Castenedolo, braccio destro, ma praticamente «il figlio che Martinazzoli non ha mai avuto». Frigo fa visita alla salma e dopo un’oretta ritorna, è visibilmente commosso. Racconta a bassa voce: «È riduttivo dire che Mino era un amico, per me è stato un fratello, una persona con cui ho condiviso tante stagioni di vita. Lui è stato soprattutto la testimonianza di come un’intelligenza alta, unita a forte senso civico, possano servire alla Comunità. Ho un forte rimpianto per tante stagioni passate insieme».

La collaborazione tra l’avvocato Frigo, oggi membro della Corte Costituzionale, e Martinazzoli ha avuto uno dei momenti più alti nella stesura del nuovo Codice di procedura penale. L’allora ministro di Grazia e Giustizia chiamò il collega bresciano Frigo a far parte di quella commissione presieduta da Giandomenico Pisapia (padre dell’attuale sindaco di Milano) che ha dovuto affrontare la mole di norme che hanno ribaltato il mondo della giustizia dando ad accusa e difesa una pari dignità. Si è passati da un sistema inquisitorio a uno accusatorio.

«Martinazzoli è stato capace di trovare la sintesi politica di un lavoro che sembrava ormai perduto – ammette Frigo -. La stagione del terrorismo aveva messo in discussione questo tipo di riforma. Lo Stato si era messo in difesa. Lui ebbe il coraggio di riprendere in mano il tutto e di portarlo all’approvazione. A questo contribuì anche un comune amico e grande giurista, Giuliano Vassalli, scomparso un paio d’anni fa. Vassalli nutriva una forte amicizia per Mino e lui, a sua volta, aveva una forte ammirazione per Vassalli».

TRA I PRIMI ad arrivare nella casa di via S. Orsola, anche don Alessandro Braghini, il parroco di Caionvico. «Siamo rimasti molto in contatto durante il decorso della malattia. Veniva spesso visitato dal medico, ma a me diceva in dialetto, con il suo disincanto: “I dutur che j’è brai, ma me ades go bisogn d’en pret”».

La processione di amici comincia quasi subito. La notizia della morte si è diffusa velocemente. Accompagnato dal figlio Gregorio e dalla moglie arriva Ciso Gitti, anche lui avvocato, anche lui parlamentare di lungo corso della Democrazia cristiana (anche presidente della commissione parlamentare di controllo sui servizi di sicurezza), altro esponente della «Sinistra di base» a Brescia. E in quel gruppo c’erano anche i due avvocati arrivati, insieme, poco dopo: Pompeo Anelli e Giuseppe Onofri. I due con Martinazzoli hanno condiviso anche gli anni della Loggia, il primo gestendo l’assessorato ai Lavori pubblici, il secondo quello al bilancio. Non vogliono parlare, solo Anelli si lascia sfuggire: «Di fronte alla morte non ci sono parole». È silenzioso anche Beppe Joannes, anche lui un pilastro dell’esperienza di Martinazzoli in Loggia. L’ex sindaco di Rezzato, direttore generale del Comune in quegli anni, è stato il braccio operativo. A lui spettava rendere possibili le intuizioni politiche di Martinazzoli. Poi, alla spicciolata, insieme ai parenti, appaiono anche l’attuale capogruppo in consiglio provinciale Diego Peli, poi Manlio Milani (Martinazzoli fu avvocato delle vittime nei primi processi per la Strage di Brescia) affiancato da Marcella Bonafini.

Sta in silenzio anche il presidente di Banca Intesa – Sanpaolo Nanni Bazoli. Arriva sull’auto guidata dalla figlia Francesca proprio mentre il genero Gregorio Gitti esce dalla casa. I due hanno fatto insieme l’esame da avvocato e l’amicizia è rimasta inossidabile.La faccia è più scura del solito.

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BRESCIA «Una grave perdita: domani città in lutto» Marco Bencivenga

IL SINDACO. Per la prima volta dopo molti anni, ordinata l’esposizione di bandiere a mezz’asta in tutta la città. E domattina dalle 10 camera ardente a Palazzo Loggia
Adriano Paroli non ha avuto dubbi: per Martinazzoli il massimo degli onori in occasione dei funerali, domani in Duomo

Domani a Brescia sarà «lutto cittadino». Non capitava da anni, ma ieri il sindaco Adriano Paroli non ha avuto il minimo dubbio nell’ordinare l’esposizione delle bandiere a mezz’asta. Mino Martinazzoli merita di essere ricordato con il massimo degli onori.

«Il giorno dei funerali sarà un giorno di lutto per tutta la città, perchè Brescia ha perso una personalità straordinaria», ha annunciato Paroli, subito dopo aver saputo della scomparsa dell’ex ministro di grazia e giustizia e prima ancora di riuscire a contattare i funzionari del Comune per farsi spiegare le procedure del caso. Poco male. Stamattina, al termine della riunione di Giunta, il sindaco firmerà la delibera che imporrà il lutto in occasione dei solenni funerali fissati per le 15.30 di domani in un Duomo gremito di personalità politiche locali e nazionali. Non solo: per consentire a tutti i bresciani di salutare l’ex sindaco, domattina alle 10 a Palazzo Loggia sarà allestita la camera ardente.

«La scomparsa di Martinazzoli è una grave perdita per tutta la città sia sul piano politico sia sul piano umano», sottolinea Paroli ricordando come il suo percorso e quello dell’ex ministro siano iniziati nello stesso alveo, si siano più volte incrociati, ma mai sovrapposti: «Curiosamente, non abbiamo mai frequentato Palazzo Loggia insieme, perchè negli anni in cui lui era sindaco io ero parlamentare, e quando io sono stato assessore, lui non era in Consiglio».

Agli inizi degli anni ’90 si erano conosciuti nella sede della Dc. A distanza. Perchè, pur tesserati per lo stesso partito, appartenevano a due correnti, fors’anche a due concezioni politiche diverse.

«NON ERAVAMO dalla stessa parte, ma Martinazzoli mi ha sempre dedicato grande attenzione – ricorda Paroli con orgoglio -. Fra di noi c’era una sincera e forte stima. Reciproca, direi. Da parte mia di sicuro».

«A un certo punto – ricorda l’attuale sindaco – io ero in Forza Italia e lui, pur non condividendo la mia scelta, era curioso di capire cosa accadeva a Roma. Così, di tanto in tanto ci incontravamo. E in queste occasioni aveva sempre una parola di slancio, cercava di elevare la politica, perchè per lui la politica non era solo azione: “le motivazioni prima dell’azione, mai slegare l’impegno politico dai valori che lo generano”, ammoniva. Una filosofia che alcuni hanno scambiato per mancanza di concretezza e, invece, era un moto istintivo di chi non poteva accettare che la politica potesse essere solo azione. Una lezione utile anche ai giorni nostri, un monito per tutti, affinchè l’impegno politico non sia mai autoreferenziale, ma guardi continuamente ai valori e ai riferimenti morali che l’hanno generato».

Paroli ha incontrato più volte Martinazzoli anche dopo l’elezione a sindaco. E ne ricorda «l’attenzione. la disponibilità al confronto. il piacere di contribuire al dibattitto sulla città». Insomma, «la voglia di essere presente, pur rifiutando la ribalta, una scelta che mi ha sempre affascinato».

L’ultima visita un anno e mezzo fa, alla Poliambulanza: era la vigilia di Natale e Paroli portò un libro al predecessore.

«Fra di noi – ricorda – c’è sempre stato un rapporto molto franco, parlavamo senza piaggerie, liberi da una parte e dall’altra di criticare o di condividere. Forse tutto questo derivava dal fatto di non essere mai stati dalla stessa parte al 100 per cento: avevamo opinioni diverse e la stessa idea di come costruire una comunità, guardando al disegno complessivo più che al particolare».

Il momento di massima contrapposizione fu in occasione dell’elezione di Giorgio Napolitano a presidente della Repubblica, nel 2006: «Stavo andando alla Camera a votare e incontrai Martinazzoli fuori dall’hotel Nazionale, a Roma – ricorda Paroli -: Napolitano era già stato designato e io mi rammaricavo della forzatura compiuta dal centrosinistra che aveva già eletto Marini presidente del Senato e Bertinotti presidente della Camera. Martinazzoli mi disse: “va bene così, va bene così, Napolitano è un galantuomo”. Altre scelte scelte non l’avrebbero soddisfatto. Io ribadii che, dopo l’elezioni di Ciampi condivisa da tutti, non era il caso di spaccare in Parlamento. Mino mi diede ragione, ma era positivo sulla scelta della persona. E alla fine, al di là di qualche scelta che non ho condiviso, per esempio sul decreto legge per Eluana, devo ammettere che in questi anni Napolitano si è sempre mosso con grande rispetto per il suo ruolo, per il Paese e per le istituzioni».

Paroli ne avevano parlato a Martinazzoli anche il 30 novembre 2008, quando a Iseo, nel giorno del 77° compleanno. gli fu conferito il cavalierato di gran croce: «Lino Duilio e Tino Bino avevano riunito tutti i suoi amici della sinistra democristiana e invitarono anche me, Mino era molto felice di questa mia presenza fuori dagli schemi, tanto che mi volle seduto al suo fianco. Per me fu un grande onore, il segno di una capacità di accoglienza davvero eccezionale».

bresciaoggi

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