Massimo Tedeschi Archive

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Qual è il profumo di Brescia? (Massimo Tedeschi)

In città ognuno coltiva il suo orto delle delizie olfattive. Passiamo in certe vie, in determinate stagioni, per gustare un determinato aroma che ci ricorda l’infanzia, momenti felici, o semplicemente ci solletica l’olfatto. Fra i profumi perduti della città metto l’aroma aspro e attraente delle vecchie torrefazioni di caffè, o il profumo di dolci da forno che stazionava fra via Turati e via San Rocchino, di notte, ai tempi in cui in zona veniva sfornato il panettone Italia (già: ma c’è ancora? E dove viene cotto, oggi?).

Anche il profumo di pane delle fornerie (Zilioli in via Musei, Birbes in corso Cavour, ed esempio) è un tesoro che va custodito come patrimonio cittadino, così come l’odore di cantina di certi vicoli ombrosi del Carmine, l’aroma attempato dei velluti del Grande, il fortissimo odor di morchia (olio bruciato dalle macchine utensili) che si respira in via sant’Eustacchio e arriva dai capannoni Iveco, gli afrori della pescheria Cosuma in via Vittorio Emanuele II.

Fra gli odori che hanno invaso la città, violandola nel profondo, metto il fritto della macchina da pop corn prima collocata sotto i portici di corso Zanardelli, più recentemente sotto i portici del “Ciao”. Stessa esecrazione merita, per me, l’odore totalmente invasivo di saponi e profumi “naturali” venduti da un negozio sul Corso. Sugli aromi che escono da kebapperie e negozi di immigrati non mi pronuncio: temo che l’ideologia oscurerebbe l’onestà del giudizio olfattivo.

CalicantoMa ci sono posti della città dove mi capita di passare e ripassare per il nudo piacere di sentire un profumo. Quali? In gennaio-febbraio al top c’è contrada Santa Croce, nel tratto fra via Moretto e via Einaudi: da un cortile chiuso da un muro altissimo arriva, inconfondibile, il profumo inebriante di un cespuglio di calicanto. A fine aprile è imperdibile il profumo del grande glicine pensile all’angolo fra via Dante e contrada Bassiche. In maggio trionfa l’aroma dei tigli in fiore. Via dei Mille, via Eritrea: c’è solo l’imbarazzo della scelta.

La sequenza con cui ho citato i tre siti non è casuale: per me rappresenta anche una ideale gerarchia dei profumi della città. C’è dell’altro? Mi sono perso altri profumi della città, e qualcuno vuole farceli scoprire?

cds/Brescia

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BRESCIA – Addio a Lombardi, decano dei giornalisti bresciani , Massimo Tedeschi


Giuseppe Lombardi

IL LUTTO.

Padre di Mirko, si è spento all’età di 89 anni. Domani i funerali
Stenografo al Giornale ma anche per Loggia e Broletto

Si è spento ieri, a 89 anni, Giuseppe «Peppino» Lombardi, decano dei giornalisti bresciani insieme a Giannetto Valzelli. Lombardi era nato il 20 aprile del ’22 a Castenedolo, da una famiglia contadina, che l’aveva avviato agli studi magistrali.
La passione per l’informazione e la carta stampata emerge prepotente fin da subito: corrispondente dell’agenzia Stefani, Lombardi entra al Giornale di Brescia nell’aprile del ’45 quando l’allora unico quotidiano cittadino (redazione in via cardinal Querini, all’ombra del Duomo) era organo del Cln. La prima tessera dell’Associazione giornalisti intestata a Giuseppe Lombardi è del 13 novembre ’45, la prima iscrizione all’Albo professionale dell’8 marzo ’49.
Stenografo e dattilografo provetto, Giuseppe Lombardi cresce con la generazione di Bruno Marini, Giannetto Valzelli, Gino Cavagnini. È lo stenografo che dà forma a pezzi dettati a braccio, che raddrizza sintassi e grammatica di generosi corrispondenti di provincia. A lui si rivolgono anche gli enti pubblici: per anni è lo stenogafo che redige i verbali del consiglio comunale e di quello provinciale, ma anche i resoconti di comizi e discorsi pubblici tenuti dai «big» della politica di passaggio da Brescia: da Gronchi a Parri, dai governanti riuniti dall’Unesco sul Garda a Palmiro Togliatti.
In un giornale che vira rapidamente su posizioni moderate, Lombardi marca la sua autonomia di pensiero e il suo credo di sinistra indossando sempre una cravatta rossa.
LOMBARDI aveva sposato nel ’44 Lina, l’amata moglie spentasi nel 2005, e con lei aveva abitato prima in piazza Duomo, poi nella palazzina costruita in cooperativa dai giornalisti del quotidiano locale. Dal matrimonio sono nati Giuditta detta Titti, primo violoncello alla Scala e poi alla Rai di Roma, e Mirko, già consigliere regionale di Rifondazione, oggi segretario cittadino di Sel.
«Ci ha insegnato – ricorda Mirko Lombardi visibilmente commosso – il senso dell’onestà, senza prediche ma con l’esempio. Ci ha addestrati ad affrontare la vita con la schiena dritta». Un giudizio affettuoso e condiviso da tutti i colleghi, giovani e meno giovani, che l’hanno conosciuto.
Giuseppe Lombardi non si vedeva più in città da un paio di anni, quando aveva iniziato a manifestarsi la malattia che l’ha accompagnato fino a ieri. La salma è composta nell’abitazione di via Montanari 12. I funerali sono fissati per domani, lunedì, alle ore 11, con una cerimonia al tempietto crematorio, sala del commiato, a Sant’Eufemia.
Ai familiari tutti di Giuseppe Lombardi le condoglianze dei colleghi di Bresciaoggi.*


* ci permettiamo ed onoriamo di aggiungere anche quelle della redazione di Vivicentro.

bresciaoggi/Domenica 24 Luglio 2011

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BRESCIA – Adelio Terraroli: «La mia vita di battaglie» , Massimo Tedeschi


Adelio Terraroli è nato nel quartiere di Fiumicello il 24 luglio del ’31

I «GRANDI VECCHI».

Deputato del Pci per tre mandati, consigliere regionale per due, oggi compie ottant’anni lo storico esponente dell’ala amendoliana del partito
«Con Boni in Loggia scontri epici ma rapporti leali» «Quella volta che Napolitano “mediò” con la Fiom» «I politici di oggi? Stimo D’Alema, Bersani, la Bindi»

Ha attraversato da protagonista mezzo secolo di battaglie politiche locali e nazionali. Oggi ne parla con distacco e acume, con una memoria lucidissima e uno sguardo disincantato, anche se l’attualità continua ad appassionarlo.
Adelio Terraroli, forse l’ultimo «grande vecchio» del Pci bresciano, oggi compie 80 anni esatti. Lo festeggeranno la moglie Amedea Gianotti, reggiana «doc», i figli Valerio e Monica, i nipoti. Nato a Fiumicello, figlio di una ragazza madre – Pierina – cresciuto in famiglia con gli zii materni operai dell’Om iscritti al Pci, Terraroli era destinato a una vita da operaio: iscrizione alla Moretto e poi fabbrica. Invece…

«Invece - racconta lui - una mia insegnante delle medie, moglie del repubblicano Tramarollo, convinse mia madre a iscrivermi all’Arnaldo. Al ginnasio mi trovavo male in mezzo ai figli di professionisti. Al liceo andò meglio, ebbi voti buoni e vinsi il concorso per il Ghislieri a Pavia. Due mesi dopo la laurea in legge lavoravo già alla federazione provinciale del Pci, allora in via Gramsci, dove oggi c’è il rettorato».

Quando ci fu la sua prima prova elettorale?
Nel ’56 a Ghedi. Nicoletto, che «era« il Pci a Brescia, era convinto che avremmo vinto le elezioni. Lui capolista, io numero due, secondo lui ero destinato a diventare sindaco. Prendemmo una legnata.

Il ’56 significa Ungheria…
A fine anno, sì. A Brescia pochi uscirono dal partito: ricordo Carminati, un intellettuale, e pochi altri. Chi tenne botta a Brescia fu soprattutto l’avvocato Negroni, che era sulla linea di Ingrao che firmò un famoso fondo sull’Unità, di cui poi si pentì, intitolato: «Da una parte della barricata».

Poi, dal ’60 al ’68, fu segretario della Federazione provinciale. Come uscì la sua designazione?
Nel ’60, mentre continuavano le polemiche sulla destalinizzazione, il partito e la Camera del lavoro erano spaccati. Il segretario uscente era Giordano Bruno Sclavo, braccio destro di Nicoletto nella guerra partigiana nelle Langhe. Quelli che erano vissuti nel mito di Stalin facevano capo a Nicoletto, Sclavo, Foppoli, Renata Bottarelli, poi giornalista dell’Unità, Giuseppe Romano. I rinnovatori erano Ilario Tabarri, Paolo Morchio della Fiom, Stefano Lucchini, Angelo Negroni. Io ero fuori dalla mischia, impegnato a costruire il partito in Valcamonica. All’VIII congresso, quello della «via italiana al socialismo», i rinnovatori puntavano su una segreteria Lucchini, i tradizionalisti su quella di Romano. Candidati che si elidevano a vicenda.

Naturalmente non si andò alla conta nel congresso…
No. Vigeva il centralismo democratico, una finzione. Così il partito mandò a Brescia Salvatore Cacciapuoti, campano, che si fece affiancare da Flavio Bertone, capo partigiano in Liguria. Lui sentì tutti e poi decise: «Facciamo segretario il ragazzino». Il ragazzino ero io.

Come se la cavò?
Riuscii a riunificare il partito. Bellissima esperienza. Infatti, caso raro, ebbi anche un secondo mandato quadriennale.
Nel frattempo ci fu il suo debutto in Loggia, sempre nel ’60.
Il nostro capogruppo era Angelo Negroni. Era lui, oggettivamente, l’antagonista di Boni. Insieme eravamo un po’ i due consoli in Loggia. Poi c’era Berruti, bravissimo. Per un certo periodo ci furono anche Nicoletto, la Bottarelli.

Com’erano i rapporti con Boni?
Molto leali, aperti, anche se le contrapposizioni erano inevitabili. Noi eravamo il partito dell’«interesse generale»: le battaglie erano tutte sulla tassa di famiglia, sul caro-vita. In urbanistica invece prevalse a lungo la linea di Negroni, secondo cui tutto ciò che dava lavoro nell’edilizia faceva bene alla città. Tant’è vero che noi votammo a favore del Piano regolatore Morini. Uno scempio. Chi ci aprì gli occhi su questi temi fu Luigi Bazoli con le sue battaglie contro lo sventramento del Carmine e la cementificazione delle colline.

E sull’Asm com’era la vostra linea?
Il «partito responsabile» dedicava attenzione all’Asm, la curava. E infatti abbiamo sempre mandato gente di valore come Berruti, Tambalotti, Chiari. I socialisti, ai tempi della nazionalizzazione dell’energia elettrica, volevano nazionalizzare anche le municipalizzate. Noi del Pci ci opponemmo: le municipalizzate erano simbolo dell’autonomia, della potestà del Comune. Nel ’61 ci fu uno scontro: chiedemmo di votare separatamente il bilancio del Comune e quello dell’Asm. Boni capì e non si oppose. Noi votammo contro il bilancio comunale, per motivi politici, e a favore di quello dell’Asm, che seguiva l’interesse generale.

Veniamo alle vicende interne al Pci. Lei nasce amendoliano?
Al contrario: io, per un fatto sentimentale – direi di giovinezza – nasco ingraiano. La rottura fu al congresso del ’64. Ingrao chiese il riconoscimento del diritto al dissenso interno. Sentimentalmente mi entusiasmai. Poi la riflessione mi portò a ribaltare la mia posizione, mi scoprii amendoliano. E rimasi sempre lì.

Perchè eravate definiti «miglioristi»?
Era un’espressione dispregiativa coniata da Ingrao. Stava a significare che noi volevamo cambiare solo la superficie, non la «struttura» della realtà. Era un modo per trattarci da socialdemocratici.

C’erano riunioni di corrente?
Mai. Amendola sosteneva che non c’erano amendoliani.

I suoi rapporti con Napolitano?
Lo conobbi quando era responsabile del «lavoro di massa» del partito. C’era un contrasto fra la federazione e la Fiom di Morchio. Così lui, Lama e Scheda mi convocarono a Roma per un chiarimento. Poi Scheda venne mandato a Brescia, parlò con tutti. Alla fine Morchio fu mandato a Genova e a Brescia arrivò Pio Galli, che mise assieme i cocci.

Il suo ricordo di Berlinguer?
Freddo, ti teneva a distanza. Però aveva quella faccia da bambino e gli volevi bene. Se poi avevi un problema da sottoporgli, era apertissimo. Uno che però ti ascoltava sempre, molto comunicativo, è indubbiamente Ingrao.

Quando inizia la sua esperienza parlamentare?
Nel ’68. Venni letteralmente «mandato» in Parlamento. Io non ci volevo andare. Pensavo di aver attrezzato il partito, e infatti le elezioni del ’68 andarono molto bene, e credevo di avere ancora qualcosa da fare a Brescia. Il gruppo dirigente locale mi voleva ancora, ma stando lì oggettivamente facevo da «tappo» ai giovani, e questo il partito non lo ammetteva. Cossutta e Natta mi chiamarono e mi dissero che o andavo in Parlamento, dove Nicoletto aveva già fatto quattro legislature, o andavo a lavorare per il partito a Roma. Nicoletto, che era di una componente diversa dalla mia, mi disse: «Sei un pessimo segretario di federazione, ma sarai un ottimo deputato». E mi affiancò in campagna elettorale.
In fondo anche allora le candidature erano decise dall’alto…
No, le candidature erano discusse nelle assemblee di zona: meglio delle primarie. Dunque venni eletto alla Camera: nella prima legislatura, fino al ’72, fui nelle commissioni Lavori pubblici e Interni, dal ’72 al ’76 nella commissione Finanze, dal ’76 al ’79 in quella Agricoltura.

I rapporti con i bresciani?
Andavo d’accordo con tutti. Per fortuna non avevamo missini, Tremaglia era di Bergamo e con lui non ho mai parlato. Da Quilleri (Pli) a Savoldi (Psi), passando per Passoni del Psiup e i sei democristiani, i rapporti erano molto buoni. Ottimi nel caso di Salvi. Ero molto amico di Martinazzoli, che però era senatore.

Aria di compromesso storico?
Con Martinazzoli ci intendevamo in tutto. L’unica volta che ci fu uno scontro fu durante il rapimento Moro. Lui era a favore della trattativa, io quasi lo aggredii rimproverandogli che persino Salvi, il figlioccio di Moro, era per la fermezza, e che con quella posizione umanitaria lui finiva per schierarsi con Craxi, che aveva assunto una posizione strumentale.

Dopo il Parlamento, arriva per lei l’esperienza in consiglio regionale. Come avvenne?
Segretario regionale era Gianfranco Borghini. Io gli davo una mano, quando si profilò la necessità di sostituire il capogruppo in Regione. Il partito pensò a me e feci il capogruppo per cinque anni, Poi il ruolo toccò a Piero Borghini.

I fratelli Borghini sono stati suoi “figliocci” politici?
In fondo sì. Più Gianfranco che Piero, direi: lui studiava a Londra. Ma anche Marco Fenaroli, Beppe Bonino, Silvano Danesi, Edoardo Colombo, Lucio Moro, Pippo Cantarelli, Mario Abba.

Da una parte i miglioristi, dall’altra la Fiom. Scontri epici fra lei e Sabattini.
Pensi che Borghini ci definiva «Il gatto e la volpe». Gli scontri politici erano forti, la stima anche. Sabattini aveva una virtù rara: sapeva fin dove poteva tirare la corda. Era bravo. Sapeva fermarsi in tempo. Ci capivamo al volo: io sapevo dove voleva parare lui, e viceversa. Lui voleva che il partito fosse come la Fiom. Non ci riuscì.

Però nelle vertenze più “calde” vi schieravate con la Fiom.
Era inevitabile. Tranne una volta: alla Eredi Gnutti c’era una vertenza molto aspra, Cremaschi si irrigidì. Lo chiamai e gli dissi che ero pronto a convocare la cellula del partito in fabbrica e contrastare la sua linea. Lui cedette.

Con la presidenza del Coreco finiscono di fatto nel ’96 i suoi impegni pubblici. Prima c’era stato il crollo dell’Urss, la Bolognina. Come visse quegli eventi?
Non mi aspettavo la caduta dell’Urss, ma non avevo dubbi sulla direzione che avrebbe preso Gorbaciov. Però la situazione gli è scappata di mano. La fine dell’Urss non fu un lutto, ma una pacca bestiale.

Quali politici di oggi apprezza?
Stimo moltissimo D’Alema, anche se a volte mi fa arrabbiare. Stimo moltissimo Bersani: anche se non ha il carisma del grande capo sta facendo benissimo. La Bindi e la Finocchiaro sono due grandi donne.

Berlusconismo addio?
Lo sa qual è il dramma? Che l’alternativa nella società c’è, come hanno dimostrato le elezioni amministrative e il referendum. Manca la quadra politica. Mettere assieme Casini e Vendola è impossibile. Almeno oggi. In futuro, si vedrà…

bresciaoggi/Domenica 24 Luglio 2011

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BRESCIA – Campus, opera da 22 milioni nell’ex caserma Randaccio Massimo Tedeschi


La facciata della caserma Randaccio, in via Lupi di Toscana

IL PROGETTO.

Pezzo dopo pezzo, prende corpo il disegno per allargare la «cittadella universitaria» in centro
L’idea è condivisa da maggioranza e opposizione, ma ieri è stata bagarre su scelte tecniche e progetti Alla fine la maggioranza ha «teso la mano» al Pd

Domani è annunciata «l’ora della verità» sul pericolante bilancio comunale. Il sindaco Paroli ha convocato i capigruppo per squadernare tutti gli effetti della gestione del metrò sui conti della Loggia. Nella maggioranza qualcuno sta sfogliando la margherita e conta i petali delle opere che potrebbero finire sul binario morto.
Ce n’è una, però, che non accusa declini e che potrebbe procedere verso la realizzazione: il campus, ovvero la «cittadella universitaria» che dovrebbe trovare casa nella ex caserma Randaccio. L’imponente quadrilatero che occupa l’angolo nord-occidentale del centro storico entrerà nella disponibilità comunale due mesi dopo che sarà stata collaudata la struttura della ex Caserma Ottaviani in cui trasferire gli uffici prefettizi oggi nella Randaccio.

LA TRIANGOLAZIONE Loggia-ministero-immobiliare è stata approvata in Consiglio con il voto anche del Pd. Ieri però nella commissione Urbanistica il clima bipartisan è andato in frantumi, e anche autorevoli voci della maggioranza hanno sollevato critiche: «L’iter della delibera è stato confuso» ha lamentato il capogruppo del Pdl Achille Farina. «Rischiamo di dover dare ragione alle obiezioni del Pd» gli ha fatto eco il capogruppo della Lega Nicola Gallizioli, che se l’è presa con il presidente della commissione Urbanistica Toma e con «gli uffici» per la tardiva presentazione di documenti, relazioni, progetti.
In maggioranza circola malumore per la conduzione dell’affaire-campus da parte della delegata del sindaco, la consigliere Ninì Ferrari, ieri assente per impegni universitari a Milano. E così, a favore della variazione di destinazione d’uso della ex caserma, il centrodestra ieri ha votato a denti stretti, con l’aggiunta di Luciano Cantoni (Lista Castelletti), mentre il Pd non ha partecipato al voto. Da qui al Consiglio di lunedì, che esprimerà il voto definitivo, c’è comunque tempo per ritrovare l’intesa che tutti gli esponenti di maggioranza intervenuti (dall’assessore Paola Vilardi al suo collega Mario Labolani, dal presidente della commissione Cultura Andrea Ghezzi al consigliere Roberto Toffoli, ai capigruppo Farina, Gallizioli e Bonetti) hanno auspicato.

IN COMUNE c’è stata una vera e propria lotta contro il tempo: il 27 luglio scadono i termini per partecipare a un bando del ministero dell’Istruzione, per accedere a fondi per le residenze universitarie. L’operazione-campus comporta un impegno di spesa di 22 milioni e la Loggia chiederà al Miur di farsi carico di 13 milioni.
Per presentare la domanda servivano la convenzione con il ministero (sottoscritta ad aprile), un progetto definitivo (approntato dagli uffici, e contestato a destra e a manca), e la variazione di destinazione d’uso che arriverà in consiglio lunedì.
Il Pd ha sollevato numerosi rilievi. Alfredo Bazoli ha chiarito: «Siamo favorevoli alla riqualificazione della Randaccio a servizi universitari, ma chiediamo che a noi e alla città sia data la possibilità di discutere sulle modalità, sulle destinazioni d’uso». Aldo Boifava ha eccepito sulla procedura urbanistica. Federico Manzoni ha contestato la scelta di prevedere nel complesso le segreterie delle diverse facoltà, oggi alLoggiate a San Faustino. Luigi Gaffurini ha contestato la delibera di giunta che il 7 luglio ha inquadrato il futuro del complesso.
La maggioranza, pur avanzando a sua volta critiche, ha fatto appello al «senso di responsabilità di tutti» su «una scelta condivisa da tutti». Andrea Bonetti dell’Udc s’è spinto a collocare la delibera in uno scenario politico più ampio, che da Roma potrebbe portare a nuove soluzioni anche a Brescia: «Mi sembra – ha detto il capogruppo centrista – che il clima nazionale, oltre alle dichiarazioni di Del Bono sul progetto-campus, inducessero a rapporti diversi fra maggioranza e opposizione, tanto più in prospettiva di altri temi complicati che ci apprestiamo ad affrontare come quelli legati al bilancio comunale».
Tutti hanno ricordato che il disegno di fare di Brescia una città universitaria ha unito amministrazioni diverse, epoche diverse: da Boni a Padula, da Martinazzoli a Corsini, il disegno è stato coerente e condiviso.

NEL FRATTEMPO la delibera di giunta del 7 luglio scorso ha chiarito l’inquadramento giuridico che la Loggia intende dare all’operazione. Il Comune prevede di cedere la ex caserma Randaccio – una volta acquisita – in comodato gratuito per 60 anni alla Fondazione Eulo nata dalle ceneri dell’Eulo, oggi presieduta dal direttore generale del Comune Alessandro Triboldi e partecipata solo dal Comune (che spera però di coinvolgere Fondazione Asm, Fondazione Tassara e altri soggetti privati). L’Eulo concederà poi il campus in sub comodato per 30 anni all’Università che dovrà gestire la struttura senza oneri per Comune e Eulo, garantirne la manutenzione e mettere a disposizione comunale il parcheggio di via Valotti di sua proprietà.

bresciaoggi/Giovedì 21 Luglio 2011

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BRESCIA – Il Tar inchioda la Caffaro: «Il Pcb? Colpa sua» Massimo Tedeschi


La «torretta» della Caffaro affacciata su via Milano

SENTENZA STORICA.

Per la prima volta un collegio giudicante ha sancito la responsabilità dell’industria chimica nell’inquinamento del Sito di interesse nazionale

I giudici amministrativi si sono pronunciati sui ricorsi della Spa contro ordinanze comunali e ministeriali «Ogni soggetto deve reintegrare il danno causato»

Una sentenza storica. Che mette per la prima volta nero su bianco la responsabilità della Caffaro nel colossale inquinamento da Pcb che dal 1938 ad oggi ha interessato la falda, le acque superficiali e il terreno di una grande porzione della città e che nel 2003 ha portato al riconoscimento del «Sito inquinato di interesse nazionale Brescia – Caffaro».
La denominazione del sito era un atto d’accusa, non ancora una sentenza. Quella è stata depositata ieri dal Tar di Brescia (presidente Giuseppe Petruzzelli, consigliere Sergio Conti, referendario estensore Carmine Russo).

I GIUDICI amministrativi hanno riunito tutti i ricorsi presentati dal 2002 ad oggi dall’azienda contro le ordinanze del sindaco di Brescia e le risultanze delle conferenze dei servizi che riconducevano all’azienda di via Milano la responsabilità dell’inquinamento da Pcb e da mercurio riscontrato all’esterno (soprattutto a sud) dello stabilimento.
I legali dell’azienda – nel frattempo ammessa all’amministrazione straordinaria dal Tribunale di Udine – avevano sviluppato un fitto fuoco di sbarramento contro tutti gli aspetti procedurali e sostanziali delle decisioni di Loggia e ministero dell’Ambiente: dall’individuazione delle rogge inquinate all’obbligo di analizzarle e bonificarle, dal trattamento delle acque pescate in falda alla messa in sicurezza del parco Calvesi e del Parco di via Passo Gavia, dalla stesura dell’analisi del rischio al trattamento delle acque profonde.
I giudici amministrativi hanno individuato 13 temi «caldi», e in 11 casi hanno respinto i rilievi presentati dall’azienda. Solo in due casi (l’addebito alla Caffaro dell’inquinamento delle acque profonde e l’obbligo di trattare le acque pescate in falda come rifiuti e non come acque reflue industriali, dunque con standard più «severi») l’azienda l’ha spuntata. E siccome si trattava di contestazioni avanzate dal ministero, i giudici hanno compensato le spese legali fra il dicastero dell’Ambiente e la Spa chimica. L’azienda, soccombendo, dovrà invece pagare 5.000 euro di «spese di lite» a Comune, Provincia, Regione Lombardia e Asl di Brescia.
La sentenza stabilisce infatti che il Comune aveva competenza a emanare ordinanze; che le conferenze dei servizi hanno emanato prescrizioni corrette; che non c’è stata alcuna applicazione retroattiva delle norme ambientali; che la responsabilità della Caffaro nell’inquinamento delle rogge «non è seriamente discutibile» e ad essa fa capo «l’obbligo di messa in sicurezza e successiva bonifica» in ragione dell’articolo 2043 del codice civile «secondo cui ogni soggetto è tenuto a reintegrare il danno che abbia cagionato con il proprio comportamento». In altre parole: «Dall’aver cagionato l’inquinamento deriva l’obbligo della bonifica».

LA SENTENZA conferma anche l’obbligo della Caffaro a bonificare le rogge «con asportazione dei sedimenti»; stabilisce che la mappa delle rogge inquinate è corretta; che la Caffaro è da considerarsi responsabile anche dell’inquinamento del Parco Calvesi e del parco di via Passo Gavia; che il trattamento della falda, dopo il suo innalzamento, richiede interventi più corposi; che le acque tuttora utilizzate nel ciclo produttivo e quelle impiegate nel raffreddamento devono rimanere rigorosamente separate; che il monitoraggio della falda e l’analisi del rischio sono di competenza aziendale; che all’azienda fa capo anche l’obbligo di bonifica del suolo.
Cosa succederà ora? La Caffaro è ormai una scatola vuota, dopo che il commissario è riuscito a vendere gli impianti di Tor Viscosa e a «piazzare» quello di Brescia (finito, quest’ultimo, nell’orbita della Società Chimica Emilio Fedeli di Pisa, che ha affittato impianti produttivi e sito industriale).
Certo, la sentenza dei giudici del Tar bresciano – che presumibilmente sarà impugnata dalla società davanti al Consiglio di Stato – è una credenziale di tutto riguardo per la Loggia per inserirsi fra i creditori della Caffaro e fissa almeno per ora una «verità» storico-giudiziaria di grande rilievo.
Non è la parola «fine» del caso-Caffaro, ma un punto di svolta sulla strada dell’accertamento delle responsabilità e sull’attribuzione degli oneri della bonifica.

bresciaoggi

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BRESCIA – Grande distribuzione avanza In cantiere cinque nuovi centri Massimo Tedeschi

LA CITTÀ CHE CAMBIA.

I costruttori rispondono alla crisi del residenziale puntando sulle grandi strutture commerciali

Outlet e ipermercati: in Regione già ok due accordi di programma I «piccoli»: «Progetti illusori» Loggia: «No, formule innovative»

Nella «cucina» del Pgt entreranno molti ingredienti: infrastrutture e residenza, impianti sportivi e aree verdi. Ma una parte sostanziosa potrebbe giocarsi su un altro tavolo: quello dei centri commerciali dove, non a caso, si concentrano gli appetiti più robusti. E dove la Regione ha già acceso due semafori verdi, aderendo ad altrettanti accordi di programma.
Nell’area della ex Pietra (80.000 metri quadrati) sono previsti spazi commerciali per 27.500 mq con la presenza di una grande struttura di vendita, medie strutture ed esercizi di vicinato, affiancati da strutture per l’accoglienza e la ristorazione (2.000 mq), per servizi paracommerciali (500 mq) e showroom dedicati all’imprenditoria bresciana ( 5.000 mq). In più ci saranno un hotel (6.750 mq) e un edificio a terziario (6.750 mq) oltre alla sede di un’amministrazione pubblica.
A Sant’Eufemia, su un’area di 97.000 mq all’angolo sud-est dell’intersezione fra via Serenissima e viale Sant’Eufemia, sono previsti 25.000 mq destinati parte a commerciale (grande struttura di vendita), parte a terziario e servizi.
Ma non basta. Importanti aree commerciali sarebbero richieste nella ex Idra di via Triumplina; 30mila mq commerciali rientrano nel bilancio di sostenibilità economica del Parco dello sport a Buffalora; da 15 a 20mila metri di commerciale potrebbero diventare essenziali per rendere sostenibile l’intervento sugli ex Magazzini generali (dove potrebbe migrare la Coop ora nel Centro Flaminia).
Insomma: nel volgere di poco tempo potrebbero materializzarsi tre centri poco più piccoli del «Freccia Rossa». E la notizia allarma le associazioni di categoria. Di «scenario tragico» parla Carlo Massoletti, presidente Ascom: «Brescia e il suo hinterland – dice – hanno livelli di concentrazione commerciale da primato europeo, se non mondiale. Il mercato sta ripiegando, le imprese faticano a stare sul mercato: pensarne di nuove è un azzardo. Rischiamo il grottesco: hai realtà commerciali in difficoltà e ne proponi di nuove come se il mercato potesse assorbirle».
ALESSIO MERIGO, direttore della Confesercenti, è drastico: «Ci piacerebbe che qualcuno ci consultasse su questi temi,. A Brescia non c’è bisogno di neppure un metro quadrato in più di commerciale: se invece questi centri si realizzeranno, sarà solo per una riconversione speculativa. Siccome gli altri settori dell’edilizia non tirano si crede, erroneamente, che il commerciale possa andare». Merigo la definisce «una speranza illusoria, che si tradurrà al massimo nel killeraggio di attività esistenti».
L’assessore al Commercio Maurizio Margaroli prova a rassicurare i commercianti: «A Sant’Eufemia – dice – è previsto un intervento innovativo con un outlet per i produttori locali del casalingo. Alla ex Pietra ci sarà un impatto commerciale zero, visto che gli operatori hanno rastrellato autorizzazioni esistenti». Quanto alla ex Idra, l’assessore sottolinea che «non esistono atti amministrativi». Per gli ex magazzini generali «la previsione parla di piccola distribuzione» mentre le trattative indicherebbero «la dislocazione possibile di un’attività già esistente». Quanto al parco dello Sport «non esistono atti che indichino se e quanto commerciale si farà». «Io – conclude Margaroli – la grande distribuzione cerco di non inserirla. Sono convinto che i grandi centri commerciali tradizionali, alle porte della città, non abbiano spazio. Diverso il discorso per una grande distribuzione innovativa o per centri a impatto commerciale “zero”».

bresciaoggi/Martedì 19 Luglio 2011

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BRESCIA – Città storica più larga, regole più elastiche Massimo Tedeschi


L’assessore Paola Vilardi con il professor Francesco Karrer durante i lavori della commissione FOTOLIVE
Una veduta del centro storico di Brescia

VERSO IL PGT.

Il professor Karrer e i suoi collaboratori hanno illustrato ieri in commissione Urbanistica il «Piano delle regole», parte fondamentale del Piano
In arrivo premi in volumi per il «rinnovo urbano» della città post-bellica (come i villaggi) Confermati i 400mila metri di superficie di pavimento non ancora esauriti del vecchio Prg

Il Piano di governo del territorio, che dopo l’estate manderà in pensione il vecchio Prg, dovrà sciogliere molti nodi: come e dove «addensare» nuove costruzioni attorno alle stazioni della metropolitana; se e dove rendere edificabili le frange più basse del parco delle colline; come affrontare la sistemazione urbanistica della grande area fra via Milano e la ferrovia Brescia-Milano. Il Pgt dovrà dire anche una parola definitiva sul Parco dello sport e sul destino di Mompiano, sull’espansione edilizia «Folzano Due», sull’attraversamento urbano ad opera della Tav, sulla collocazione del nuovo carcere a Verziano.
Per avere le idee chiare e notizie certe su questi punti, però, bisognerà attendere ancora un po’. Bisognerà aspettare, infatti, il «Documento di piano» previsto dopo l’estate.

IERI LA COMMISSIONE Urbanistica, presieduta da Marco Toma, ha affrontato il secondo pilastro del Pgt: il «Piano delle regole». Uno strumento che dice molto agli addetti ai lavori e poco ai semplici cittadini, eppure è destinato a condizionare la trasformazione della città e i progetti e le aspettative dei suoi abitanti.
A illustrarne i contenuti sono stati, ieri, lo stesso Toma l’assessore Paola Vilardi, il consulente urbanistico del Comune Francesco Karrer nonchè Lorenza Barbagallo, Daniela Marini e Mattia Romani che fanno parte del gruppo di lavoro Pgt coordinato da Gianpiero Ribolla che comprende anche Laura Boldi, Paolo Livi, Paolo Martinelli, Anna Mazzoleni, Elena Pivato, Claudia Rebuffoni, Pierfrancesco Terlizzi e Mauro Salvadori dello studio Barba e Salvadori.
Dall’illustrazione sono emersi tre punti caratterizzanti delle regole del nuovo Pgt.

ANZITUTTO la «città storica» ritenuta meritevole di tutela si allarga e abbraccia nuove aree rispetto ai vecchi centri storici. Nel caso del «cuore» cittadino, ad esempio, nella categoria da tutelare rientrano anche ampie porzioni della prima cintura esterna al ring. In pratica gli edifici del primo Novecento (il liberty, lo stile razionalista) per arrivare agli anni Quaranta.
In compenso le norme di tutela saranno più elastiche, soggette all’interpretazione degli uffici comunali, nel caso degli edifici post-bellici che si sono insinuati nel tessuto storico.
Il terzo punto riguarda una sostanziosa «premialità» (ancora da quantificare) per il rinnovamento urbano delle parti di città costruite nel dopoguerra. In altre parole chi si sobbarcherà la demolizione e ricostruzione con criteri moderni di edifici vecchi di 50-60 anni (il caso tipico è quello dei primi Villaggi Marcolini) dovrebbe vedersi riconosciuto un premio volumetrico significativo, simile a quello dell’ormai scaduto – e abbastanza infruttuoso, almeno a Brescia – Piano casa nazionale.
Questo si è intravisto ieri in commissione gettando uno sguardo in quello che – l’ha sottolineato Toma – «è un work in progress». Il Piano delle regole «assomiglia molto agli strumenti del vecchio Prg – ha aggiunto Marco Toma – e si occupa della città costruita e non costruita, del paesaggio naturale e del paesaggio urbano, offrendo una fotografia molto accurata».
«Il Pgt – ha insistito l’assessore Paola Vilardi – rivoluziona il concetto di pianificazione, e al suo interno i vincoli paesaggistici sono molto più cogenti rispetto al passato».
Sul carattere «unitario» del Pgt ha insistito Karrer: «L’analisi conoscitiva e ricostruttiva contiene giudizi sulla pianificazione vigente e sulle difficoltà normative, e offre il quadro motivazionale che regge le scelte del Pgt». Il consulente urbanistico insiste anche sulla «pervasività» delle regole «che toccano il centro storico come la cascina antica».

KARRER RICORDA anche che «i margini di utilizzabilità non sono infiniti»: «In futuro la città ricrescerà su stessa, e prevarrà la gestione dell’esistente». A breve si annunciano «progetti ambiziosi per dare attrattività al metrobus». Il Piano delle regole, aggiunge l’urbanista, supera le vecchie zonizzazioni a favore delle «tipizzazioni»: città storica, città formata di recente, città in costruzione.
Su questo punto l’assessore Paola Vilardi ha chiarito che le previsioni non ancora esaurite del Prg vigente saranno confermate nel Pgt: «Ci sono diritti acquisiti che non possiamo ledere», dice l’assessore.
Il Prg attuale comprende circa 400mila metri quadrati di superficie lorda di pavimento sotanzialmente inutilizzati. Tale superficie è sommariamente divisa in tre parti uguali fra destinazione residenziale, terziaria e produttiva. In questo computo rientra, ad esempio, l’intervento abortito su via Sostegno ma non sono comprese le aree (formalmente convenzionate, ma operativamente ferme) di Sanpolino Due, ex Magazzini generali e Comparto Milano. Un argomento sostanzioso per chi cercherà di contenere al massimo le nuove aree edificabili.

NEL DIBATTITO di commissione s’è affacciato anche il tema delle «istanze» dei cittadini. Ne sono arrivate oltre mille negli uffici di via Marconi: «È una forma di collaborazione preventiva – dice Paola Vilardi – Noi non siamo tenuti a dare risposte individuali. Possiamo tenerne conto in sede di redazione del Pgt». In realtà quasi tutte sono presentate da singoli cittadini che chiedono di rendere edificabile il loro fazzoletto di terra. Sono, di fatto, prenotazioni di osservazioni che arriveranno a pioggia, a Pgt adottato.

bresciaoggi/Giovedì 14 Luglio 2011

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Lega, base inquieta aspettando Pontida Massimo Tedeschi

L’ATTESA.

 

I «veterani» del movimento sono i più critici verso la linea adottata negli ultimi anni:«Gli elettori del Pdl sono stanchi di Berlusconi. Figurarsi i nostri…»

Tutti in attesa del «verbo» di Bossi, cresce l’insofferenza per il premier Flocchini: «Un ciclo è al termine: Giustizia e Ruby non sono priorità»

I veterani danno segni di insofferenza. Gli emergenti sono più circospetti ma mordono il freno.

A Pontida, domani, sul pratone che da vent’anni viene calpestato
regolarmente dai militanti lumbàrd andrà in scena lo scontento della
base padana. Proibito ipotizzare contestazioni a Bossi. Ma la sensazione
che cresce è che neppure lui, stavolta, saprà cavare un coniglio dal
cilindro.

La chimera del «federalismo a portata di mano» non scalda i cuori, anche
perchè non se ne vedono ancora i vantaggi economici. Nel frattempo
monta il timore che il declino di Berlusconi trascini con sè anche il
Carroccio. I più disillusi – con punte di aspra critica – sono i
veterani del movimento che a Pontida ci andranno per la ventunesima
volta. Per vedere ancora una volta l’effetto che fa. Ma senza troppe
illusioni.

«DA PONTIDA non usciranno novità politiche a breve – prevede Corrado
Della Torre, vicepresidente dell’Aler, “maroniano” della prima ora – .Ci
saranno annunci di bandiera. Spero non la storia dei ministeri al Nord,
che sono una grande cazzata». Della Torre non ha nessuna intenzione di
firmare petizioni sulla materia: «Piuttosto quelle per eliminare gli
enti inutili e togliere i listini bloccati: la rappresentanza regge se
c’è territorialità e rapporto diretto fra eletto e elettore. I listini
cancellano tutto»: Della Torre non nasconde la sua «delusione» per «una
linea politica che non ha portato i risultati sperati. Veniamo da un
decennio fallimentare, è ora di cambiare linea».

Neppure la democrazia interna gode di buona salute: «L’ultimo congresso
federale è del 2000, l’ultimo nazionale del 2007. Non ci sono più
occasioni di dibattito, spazi di confronto». Della Torre, che ha la
memoria lunga, sottolinea che «la proiezione del primo governo
Berlusconi era mille volte più avanti in tema di riforma federale:
Speroni usava lo studio della Fondazione Agnelli e si scendeva a 10-12
Regioni». Della Torre vede una «situazione ingessata»: «Qualcosa deve
ancora maturare». E qualcosa già bolle: «La base ne ha piene le tasche
di Berlusconi. Ce le ha la sua di base, figurarsi la nostra…».

Un altro decano come Giovan Maria Flocchini, già consigliere regionale e
oggi sindaco di Pertica Bassa, esprime uno stato d’animo assai simile:
«Da Pontida mi aspetto un segnale forte verso la militanza – dice -
perchè è finita un’epoca politica. Faccio fatica a pensare che il
governo duri ancora molto: se va bene un anno, non di più. È chiaro che
noi dobbiamo concludere un percorso, e finchè non è concluso si resta
lì. Non so neppure cosa ci sia “dopo”. So però che questa esperienza
politica, a forza di parlare dei problemi del premier, ci sta
trascinando a fondo. La base è insoddisfatta per come sono andate le
cose negli ultimi mesi. Da Ruby alla Giustizia, Berlusconi ha trascinato
la Lega su terreni lontani dal suo elettorato. E poi, a parte i
ministri leghisti e Tremonti, resta poco dell’azione di questo governo».

OSCAR LANCINI, sindaco di Adro noto per l’irruenza delle sue battaglie,
usa parole felpate: «Pontida – prevede – sarà l’occasione per spingere e
ottenere in modo più celere quello che è atteso nei prossimi due anni.
Farà capire che noi non siamo lì a difendere gli interessi di Berlusconi
ma a lavorare perchè il federalismo arrivi subito, la Padania abbia il
ruolo che le compete, la Lega in parlamento abbia sempre più peso»
Lancini percepisce i brontolii della sua base: «La gente chiede risposte
a problemi concreti: lavoro, stipendi. Il governo non ha saputo rendere
visibile ciò che ha fatto di positivo, così ha fatto più presa il bunga
bunga del decreto sul federalismo fiscale o dei successi contro la
mafia».

UN ALTRO leghista doc per temperamento e convinzioni è il consigliere in
Loggia Alessandro Bizzaro, che anticipa: «Personalmente non prevedo uno
“strappo” sul governo. Per me ci sarà un rilancio, un pungolo
all’azione di governo, per dare tempi certi alle riforme come fa un
capotreno. La Lega è lì per cambiare le cose, per fare le riforme, non
per le poltrone. La Lega marcia per la sua strada». E il premier? «Più
che la nostra base, è quella del Pdl a essere stufa».

Un leit motiv ripetuto anche da Nicola Gallizioli, capogruppo in Loggia.
Anche lui non prevede rotture particolari o interruzioni all’azione di
governo: «Un’ultima possibilità la si dà a tutti…» ironizza, pensando a
Berlusconi. Quanto all’attesa della base, secondo Gallizioli, «è forte
in materia fiscale. I temi dell’economia, dei posti di lavoro, sono
molto più sentiti che non i ministeri al Nord». Un affondo contro
Tremonti? «No, lui è la persona che potrebbe dare il via al
cambiamento». Piuttosto la stanchezza verso un premier che non fa più
sognare: «Sì, ammette Gallizioli – la gente è stanca, c’è voglia di un
cambio di leadership. Bossi è ancora sentito come un leader, Berlusconi è
ora che indichi il candidato premier dopo di lui».

bresciaoggi

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BRESCIA – Loggia e «Parco Gallo» sono ai ferri corti , Massimo Tedeschi


La Cascina Parco Gallo affollata di tifosi della nazionale
davanti al maxi-schermo per i Mondiali di calcio

LA QUERELLE.

La gestione della cascina
nell’area verde di Brescia Due al centro di una disputa fra
l’amministrazione e la «Compagnia» che la fa funzionare da 20 anni

Il Comune: «Concessione scaduta dal 2006, la devono restituire» La coop: «Affitto valido fino al 2009 e ora ci sono i sei anni di proroga»

Sta per approdare al Consiglio di Stato la querelle
che si trascina ormai da cinque anni fra la cooperativa Compagnia del
parco, che gestisce la cascina del Parco Gallo, e il Comune di Brescia a
proposito della gestione della popolare struttura nel parco di Brescia
Due.

La coop, da sempre presieduta da Giancarlo Bianchetti, è nata nei primi
anni Novanta proprio per candidarsi alla gestione della struttura che -
liberata dal vecchio inquilino – è tornata nella disponibilità del
Comune, che l’ha restaurata e ne ha fatto un punto focale per
rivitalizzare lo spazio verde intitolato all’agronomo Agostino Gallo.
Bar e ristorante, ma anche feste, serate a tema, corsi, maxi-schermo

LA TESI della Loggia è che la concessione di 15 anni firmata nel 1991 è
giunta a scadenza, e il Comune ha diritto di tornare in possesso
dell’immobile per bandire una nuova gara. La tesi della Coop è che
bisogna fare riferimento a un contratto firmato dal commissario
prefettizio, che reggeva la Loggia nel 1994. Il rapporto, scaduto dunque
nel 2009, avrebbe comunque diritto a sei anni di proroga come si
conviene nelle locazioni.

Dal 2006, dunque, è cominciato un braccio di ferro legale. Da allora non
è trascorso anno senza che il Comune disdettasse regolarmente il
rapporto con la Coop, chiedendo di tornare in possesso dell’immobile.

SI È ARRIVATI alla minaccia di cambiare le serrature. E il tutto è
approdato puntualmente fra le aule della giustizia amministrativa.
L’ultimo atto si è consumato di fronte al Tar di Brescia nel marzo
scorso e ha visto soccombere le tesi della Compagnia, che ora ha
impugnato l’ordinanza a lei sfavorevole e s’è appellata al Consiglio di
Stato in quale, a giorni, dovrebbe pronunciarsi in via definitiva.

La Coop aveva chiesto la sospensione dell’«ordinanza di rilascio»
dell’immobile di via Corfù firmata dal Comune a gennaio. Il collegio
(presidente Giorgio Calderoni, primo referendario Stefano Tenca,
estensore Mara Bertagnolli) ha valutato che «il modulo pubblicistico
della concessione appare l’unico compatibile con il regime dei beni
pubblici in senso stretto (patrimonio indisponibile e demanio)». Ne
conseguono regole e vincoli che inducono il Tar a respingere la domanda
di sospensiva della Compagnia del Parco Gallo, e ad accogliere le
ragioni della Loggia.

L’ASSESSORE al Patrimonio, Fausto Di Mezza, difende a tutto campo la
linea comunale: «Il rapporto con la Compagnia – spiega – è scaduto a
tutti gli effetti e da più anni. Non abbiamo pregiudiziali verso
nessuno, ma vogliamo tornare in possesso di questo bene, che è di tutti i
bresciani, e rifare una gara per l’assegnazione». Di Mezza ribadisce:
«Il rapporto con la Compagnia è una concessione e non un affitto. E
sottostà alle relative norme. È tempo di darsi una mossa, non vorrei
dovessimo arrivare all’uso della forza pubblica per tornare in possesso
di un bene nostro».

Opposto l’approccio della Compagnia del parco: «Il contratto d’affitto
risale al 1994, è scaduto nel 2009 e con i sei anni di proroga ci dà
diritto di mantenere la gestione quantomeno fino al 2015. Il problema -
aggiunge il presidente – è che in pendenza della controversia legale ci
vengono negate le autorizzazioni a tutte le attività più remunerative,
dai tavolini esterni al maxi-schermo agli spettacoli. Un danno per noi,
una perdita per chi frequenta la Cascina del Parco Gallo».

bresciaoggi

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BRESCIA – Restauro della Loggia È guerra fra aziende , Massimo Tedeschi

L’interno della Loggia

Gli spettacolari lavori di restauro del telaio in legno che regge la «carena» della Loggia sono al centro di una controversia legale sotterranea quanto aspra, che approderà nei prossimi giorni al Consiglio di Stato.

La querelle vede su fronti opposti da una parte l’Impresa Athena
Restauri, dall’altra il Comune di Brescia e la Spa Paolo Beltrami,
capogruppo dell’Associazione temporanea di imprese che sta svolgendo il
restauro. I lavori del grande cantiere (un milione circa l’importo
complessivo) erano stati aggiudicati il 6 marzo 2008 all’Ati guidata da
Athena.

I PROBLEMI sono iniziati durante il sopralluogo del giugno successivo,
quando i tecnici di Athena hanno constatato che una parte dell’area
destinata a cantiere era invasa dall’impresa Maffenini, impegnata in
altri lavori. Nel settembre successivo Athena dichiarava la «volontà di
svincolarsi dall’offerta» e, nell’ottobre 2008, il responsabile del
procedimento comunicava l’avvenuta «decadenza dall’aggiudicazione per
decorrenza dei termini».

Athena ha sempre sostenuto che sarebbe stato compito del Comune
consegnare l’area di cantiere libera e totalmente utilizzabile. Il Tar
di Brescia (presidente estensore Giorgio Calderoni, primi referendari
Mauro Pedron e Stefano Tenca) ha respinto il ricorso dell’azienda di
costruzioni che s’è visto sfilare il lavoro, ricordando che suoi tecnici
avevano effettuato la visita al luogo di esecuzione dei lavori nel
gennaio 2008. Una volta assunto il provvedimento di aggiudicazione
definitiva, esso risultava «immediatamente impegnativo per
l’aggiudicatario». Trascorsi i 180 giorni dall’aggiudicazione e non
iniziati i lavori, per il Tar è innegabile «la legittimità dell’atto di
decadenza adottato dal Comune di Brescia». Da qui la soccombenza di
Athena e dell’Ati da essa guidata, con 10mila euro di spese legali da
liquidare. Athena però ha impugnato la sentenza del marzo scorso. La
palla così passa al Consiglio di Stato.

 

bresciaoggi

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