Wilma Petenzi Archive

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Sos giustizia, Brescia verso il tracollo Wilma Petenzi

L’ALLARME DELLA PRESIDENTE DELLA CORTE D’APPELLO

In Corte d’appello a rischio prescrizione 8mila processi. Chiesti altri 18 magistrati

C’è chi aspetta giustizia da anni. E nonostante la pazienza, le spese e l’attesa, corre il rischio di non ottenerla mai. Nei prossimi 3 anni quasi ottomila processi potrebbero essere prescritti, i fascicoli finire al macero. Il problema riguarda tutti i cittadini che in questi anni hanno avuto a che fare con la giustizia: i processi sono lenti, le udienze vengono rimandate di mesi.
A lanciare l’allarme è la presidente della Corte d’appello Graziana Campanato che si trova a dover fare i conti con una «coperta sempre più corta»: le cause aumentano, mentre la carenza di magistrati e di impiegati amministrativi è cronica. In sostanza mancano le persone per riuscire a far fronte a tutti i procedimenti che, dopo il giudizio di primo grado, arrivano in appello. La carenza cronica di magistrati e di amministrativi ha spinto la presidente a chiedere la destinazione a Brescia di altri 18 magistrati, tra civile e penale, sui 32 in organico, ma la richiesta fino a questo momento è rimasta inattesa: gli uffici giudiziari restano in attesa di rinforzi. Per ora la giustizia di secondo grado deve regolarsi con le forze a disposizione. La situazione nel settore civile è molto problematica, ma nel penale è anche peggio. In Corte d’appello i processi pendenti sono più di 10mila. Alcune cause sono state iscritte nel Duemila e se verrà applicata la cosiddetta prescrizione breve saranno migliaia i processi che salteranno. E i ritmi di lavoro sono impossibili: ogni magistrato ha una media di 6-700 cause a testa. La media delle sentenze per magistrato è di 100 sentenze a testa, a Brescia tre volte tanto.

corrieredellasera/Brescia

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IL DELITTO DI MONTICHIARI. Indagini serrate, il 17 l’autopsia Wilma Petenzi

Investigatori ancora al lavoro per individuare il killer di Michele Peroni, 27 anni di Ghedi
Il patologo dovrà stabilire l’ora esatta del decesso per riscontrare il racconto dell’unico collega che era presente in fabbrica

Michele Peroni

Una nuova giornata di indagini frenetiche in una corsa contro il tempo per riuscire a dare quanto prima un nome al killer che venerdì notte ha sparato e ucciso Michele Peroni, 27enne di Ghedi, sul posto di lavoro alla «Fassa Bortolo» di Montichiari.

Un’altra giornata di lavoro intenso per i carabinieri della compagnia di Desenzano diretta dal capitano Fabrizio Massimi e del Nucleo investigativo di Brescia, coordinato dal capitano Gianluca D’Aguanno, che stanno facendo il punto della situazione, confrontando le testimonianze raccolte tra i colleghi del giovane descritto da tutti come una «bravissima persona».

UN LAVORO DI SINTESI per cercare di individuare un movente preciso perchè finora tutte le piste rimagono valide, compresa quella dello scambio di persona. Gli investigatori stanno lavorando su più fronti, l’unica ipotesi scartata con determinazione è quella del furto o della rapina degenerata, perchè nell’azienda non c’era nulla da rubare, men che meno nelle vicinanze del forno due, dove alle 4.30 è stato trovato il corpo ormai privo di vita del 27enne. Un lavoro molto difficile e complicato per gli inquirenti perchè i protagonisti della drammatica vicenda sono persone «irreprensibili»: una vita normale per la vittima, così come per il collega presente in azienda la notte del delitto. I carabinieri non sono riusciti a evidenziare alcun lato oscuro nella vita dei protagonisti.

PER MERCOLEDÌ è stata fissata l’autopsia. Tra i quesiti posti dal sostituto procuratore Michele Stagno all’anatomopatologo c’è soprattutto l’ora precisa della morte. L’orario del decesso è fondamentale perchè Michele Peroni era in fabbrica insieme a un solo collega, un 45enne di Castelmella, che ai carabinieri ha detto di averlo visto per l’ultima volta alle due di notte, di essersi preoccupato quando non l’ha visto tornare nel tempo previsto per il giro di controllo e che ha iniziato a cercarlo trovando poco prima delle 4.30 in una pozza di sangue, al terzo piano del forno per la calcificazione. Il collega di Castelmella è l’unico testimone a disposizione delle forze dell’ordine, l’ultima persona ad avere visto vivo Michele Peroni prima dell’aggressione e dell’omicidio.

I risultati dell’autopsia sono fondamentali per l’indagine, così come le analisi che verranno effettuate dai Ris di Parma sul materiale che verrà inviato domani dalla Sis dei carabinieri di Brescia. Tra il materiale da analizzare, inviato ai Ris, anche lo «stub» effettuato su cinque colleghi di lavoro di Peroni: gli esperti della sezione investigazioni scientifiche dei carabinieri di Brescia hanno fatto il prelievo ad alcuni degli operai della «Fassa Bortolo» alla ricerca di residui dello sparo.

In attesa dei risultati scientifici e della relazione del patologo i carabinieri non possono fare altro che continuare a lavorare su quanto raccolto fino ad ora, confrontando le testimonianza e vagliando nel dettaglio quanto ripreso dal sistema di videosorveglianza che protegge tutto il perimetro e l’ingresso dell’azienda di Montichiari, ma che non punta sul luogo del delitto. Sul contenuto non trapela alcuna indiscrezione. Le telecamere non inquadrano il «forno due» dove Michele è stato aggredito, dove la pistola calibro 9 ha sparato due volte, andando a segno solo in un caso. Peroni è stato colpito con un proiettile alla nuca, sparato da una certa distanza, poi però il killer si è avvicinato e gli ha infilato la testa in un sacchetto di plastica nel tentativo, probabilmente, di non lasciare tracce di sangue. Il corpo della vittima è stato trascinato in ascensore e portato dal primo al terzo piano del forno, vicino alla bocca dell’impianto. È possibile che l’omicida volesse far sparire il corpo, ma che sia stato costretto a cambiare d’improvviso il suo piano. Nel forno, che raggiunge anche i mille gradi, potrebbe essere stata gettata la pistola.

Nel frattempo a Ghedi regnano dolore, sofferenza e incredulità. I genitori di Michele piangono la morte inspiegabile del loro figlio unico, mentre i compaesani continuano a interrogarsi sul perchè e si danno una sola risposta: «È stato uno scambio di persona».

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BRESCIA – Rapina alla gelateria Bedont. Ferita al capo una dipendente , Wilma Petenzi

IN VIA TRENTO. Il colpo alle 13.20 di ieri: l’uomo era vestito di chiaro e indossava un cappellino

La commessa è stata colpita di striscio con il calcio della pistola Per i medici una lieve contusione che guarirà entro tre giorni

Non voleva che il rapinatore prendesse il computer dietro il bancone, dopo che aveva arraffato tutti i soldi della cassa della gelateria. La commessa non voleva che prendesse dell’altro, ma non si è resa conto del rischio che poteva correre reagendo: non ha pensato che avrebbe potuto restare ferita. Per fortuna la dipendente della gelateria «Bedont» di via Trento ieri mattina se l’è cavata con una lieve contusione: è stata colpita alla testa con il calcio di una pistola, ma il colpo non le ha nemmeno lacerato la cute. A.P. 20 anni di Brescia è stata visitata dai medici dell’ospedale Civile e la contusione al capo è stata giudicata guaribile in tre giorni.

LA FERITA guarirà in fretta. Ci vorrà parecchio tempo, invece, prima che la ragazza dimentichi la giornata di ieri e torni a guardare ogni nuovo cliente senza paura.
Il rapinatore è entrato nella gelateria di borgo Trento alle 13 e 20. Era vestito di chiaro e per coprirsi parzialmente il volto si era messo in testa un cappellino. Avrà avuto una trentina d’anni ed era sicuramente italiano. È entrato, come se fosse un cliente, ma quando si è avvicinato al banco dei gelati ha sollevato il braccio per mostrare la pistola che stringeva in pugno.
«Fuori tutti i soldi!» ha urlato alla commessa presente.

LA RAGAZZA, molto spaventata, si è fatta da parte e ha lasciato che il rapinatore si avvicinasse al cassetto e prendesse l’incasso, una settantina di euro. Il malvivente ha arraffato tutti i soldi, poi la sua attenzione è stata attirata da qualcosa di più interessante delle monetine e delle banconote: un computer portatile appoggiato dietro il bancone.
Sempre stringendo in pugno la pistola, quasi certamente un’arma giocattolo, l’uomo si è avvicinato al computer. A quel punto la ragazza ha reagito: non voleva che il rapinatore prendesse anche il computer, aveva già i soldi, doveva andarsene. La ventenne si è avvicinata, ma il rapinatore capite le sue intenzioni l’ha subito stoppata, spinta e colpita alla testa. La commessa pensa di essere stata colpita con il calcio della pistola, perchè ha sentito un oggetto consistente sfiorarle il capo.
Preso anche il computer il malvivente, è uscito dalla gelateria e si è allontanato di corsa. La ragazza, terrorizzata per quanto era appena successo, ha chiamato i carabinieri chiedendo aiuto. I militari della compagnia di Brescia e della stazione di Sant’Eustachio hanno raggiunto subito la gelateria. Hanno raccolto le prime indicazioni sul rapinatore e hanno disposto una serie di ricerche nelle vie adiacenti, ma senza successo.
Molto probabilmente il rapinatore aveva lasciato un’auto nelle vicinanze.
La commessa, molto agitata e spaventata, è stata soccorsa dai medici del «118» e portata all’ospedale. Dopo una visita di controllo è stata dimessa. Le indagini sono in corso.

 

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Libero Tramonte: imputato e assolto per piazza Loggia Wilma Petenzi

LA STRAGE. Era detenuto per bancarotta
L’ex «Fonte Tritone» si prepara per l’assise d’appello con Platè

Maurizio Tramonte, uno dei cinque imputati assolti per la strage di piazza Loggia del 28 maggio 1974, ha compiuto i 59 anni a casa. Il 4 agosto ha festeggiato il compleanno da uomo libero: è stato scarcerato lo scorso 26 luglio dopo aver scontato la condanna che gli era stata inflitta per il reato di bancarotta.

AD AVVICINARLO alla scarcerazione ha contribuito anche l’anno e mezzo di custodia cautelare scontata durante la celebrazione del processo per la strage. Grazie all’assoluzione con formula dubitativa per tutti gli imputati Tramonte ha pagato il suo debito con la giustizia ed è tornato libero. Assistito dagli avvocati Marco Agosti e Leonardo Peli si prepara ad affrontare il processo d’appello che potrebbe essere celebrato già l’anno prossimo: gli atti sono arrivati in corte d’appello, il procedimento finirà davanti alla corte d’assise d’appello presieduta da Enzo Platè.
Tramonte, imputato con Delfo Zorzi, Carlo Maria Maggi, Francesco Delfino e Pino Rauti, è stato assolto a novembre dalla corte d’assise presieduta da Enrico Fischetti. Per l’accusa il ruolo di Tramonte era centrale: informatore dei servizi segreti negli anni Settanta con il nome in codice di «Fonte Tritone» venne infiltrato in ordine Nuovo per fornire imformazioni sui piani dell’estrema destra. Nelle sue veline, secondo quanto sostenuto dall’accusa al processo, c’erano le informazioni sulla strage di piazza Loggia.

DIVENTATO per un certo periodo collaboratore di giustizia Tramonte confessò di aver partecipato a Abano alla riunione in cui venne decisa la strage di Brescia, costata la vita a otto persone e il ferimento di altre 103. Si tratta di dichiarazioni che Tramonte ha completamente ritrattato e che ha confermato come infondate anche nel corso del processo terminato lo scorso novembre.
Tramonte ha preso parte al processo da detenuto, ma adesso è tornato libero.

 

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BRESCIA – Rissa col morto, scarcerati i sette arrestati Wilma Petenz

IL DELITTO DEL «COPACABANA».

Proseguono le indagini per individuare il gruppo dell’Est che venerdì notte ha accoltellato a morte un cittadino pakistano di 39 anni
Il gip ha convalidato l’arresto tuttavia è convinto che non ci siano esigenze cautelari. La lite non sarebbe stata casuale, ma voluta

Tutti liberi. Le sette persone arrestate per la rissa aggravata al «Copacabana» che venerdì notte ha portato alla morte di Hamed Rafiq, pakistano di 39 anni, sono state scarcerate ieri dal gip Marco Cucchetto.
Il giudice ha convalidato l’arresto, ritenendo però che non esistano le esigenze cautelari per i cinque pakistani, per il brasiliano e il romeno arrestati dai carabinieri di Brescia.
I sette, difesi dagli avvocati Lorenzo Cinquepalmi e Marino Colosio, hanno collaborato spiegando al giudice, dopo già averlo fatto con il pm Valeria Bolici, quanto accaduto la notte tra giovedì e venerdì. La ricostruzione, hanno sottolineato i difensori, ha convinto il giudice che nell’ordinanza di scarcerazione immediata parla di una «sorta di spedizione punitiva» messa in atto dai sette cittadini dell’Est, presumibilmente moldavi, piombati nel cuore della notte al Copacabana, il locale di via Orzinuovi.
Per i legali non è escluso che si tratti di una manovra per spaventare il gestore del locale (chiuso per due mesi dopo il delitto di venerdì) e per costringerlo a vendere.
Grazie al racconto dei sopravvissuti alla rissa, alle immagini riprese dalle quattro telecamere interne e dalle tre esterne installate dal titolare del locale, per i difensori è stato possibile effettuare una ricostruzione precisa di quanto accaduto nel locale di via Orzinuovi. E anche la ricostruzione dei fatti, la velocità degli eventi e la «professionalità» dei protagonisti farebbe pensare, come sostenuto dai legali, a una «spedizione punitiva», e non a un avvenimento casuale.

I SETTE MOLDAVI sono arrivati al locale verso le 3.30, poco prima dell’orario di chiusura. Erano a bordo di due auto con targa straniera e hanno parcheggiato dicendo al posteggiatore: «Ci fermiamo solo cinque minuti». Con i sette cittadini dell’Est c’erano anche due donne. «Persone mai viste prima», hanno precisato i dipendenti del Copacabana.
Era tardi, c’era poca gente e sulla terrazza il titolare e i dipendenti e alcuni conoscenti, tra le quali la vittima, stavano preparando un barbecue di pollo per cenare insieme prima del Ramadam.
I sette sono andati in pista e hanno iniziato a dare fastidio. Uno dei buttafuori. Wakar Shah, pakistano, si è avvicinato e ha preso in disparte due del gruppo portandoli all’ingresso. Con garbo – come ha raccontato ieri dal letto della Poliambulanza dove è ancora ricoverato – ha chiesto ai due di non dare problemi. Ma è stato subito raggiunto da altri del gruppo che gli hanno dato una coltellata staccandogli di netto parte del naso. Poi due fendenti lo hanno colpito all’addome e al torace.
Il cameriere-buttafuori brasiliano Josè Dos Santos, invece, è stato colpito con una legnata alla testa: si è afflosciato come un pupazzo. Pochi istanti ed è stata follia: la vittima si è avvicinata per dare una mano ed è stata colpita con una coltellata all’addome. Poi si è girata per scappare e l’aggressore le ha trafitto la schiena: Hamed Rafig è morto un’ora dopo il ricovero per le ferite subite.
L’omicida sarebbe stato colpito alla testa da uno dei pakistani scarcerati: sul manganello telescopico ci sarebbero le sue tracce genetiche.
Grazie ai filmati i carabinieri hanno materiale su cui lavorare. E l’altro giorno in un cespuglio, grazie alla collaborazione del titolare del locale, è stato ritrovato anche un coltello a serramanico nero, sporco di sangue, molto probabilmente l’arma del delitto. Il coltello è già stato inviato ai Ris di Parma. A disposizione dell’Arma anche i modelli delle vetture descritte dal posteggiatore.

 

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BRESCIA – Allarme del Pd: «Giustizia al capolinea» Wilma Petenzi

Giuseppe Caldana, Giorgio De Martin e Fabio Negrini a palazzo di Giustizia di via Gambara FOTOLIVE

IL CASO.

Il Partito Democratico denuncia i problemi che assillano gli uffici giudiziari: dalle carenze croniche negli organici ai tempi infiniti, all’aumento dei costi
Il «bubbone» dell’ufficio-notifiche: in coda dalle 6 per poter entrare Il contributo unificato alle stelle: appalti e Tar, 4.000 euro a ricorso

La giustizia soffre di molti mali. Anche a Brescia. E il Pd Bresciano ha cercato di analizzare le patologie più gravi, i malanni che impediscono al cittadino di ottenere giustizia in tempi utili, riservando qualche colpo anche al sindaco Adriano Paroli.
Ieri mattina, davanti a palazzo di giustizia, Giorgio De Martin, segretario cittadino del Pd, Fabio Negrini e Giuseppe Caldana, avvocati e della segreteria cittadina del Democratici, hanno fatto la «tac» al moribondo. Il sintomo più evidente, che ha indotto il Pd a prendere la parola sulla questione, è il problema che si sta verificando all’Ufficio notifiche in via Saffi.
«Questo “bubbone” – spiega Negrini – è esploso a luglio. Avvocati e segretarie si devono mettere in coda dalle 6 del mattino per riuscire a entrare in possesso di uno dei 60 numeri che vengono distribuiti dalle 8 alle 9 e che consentono di accedere all’ufficio. Ora l’orario è stato prolungato fino alle 11.30, ma non cambia nulla, perchè se si arriva tardi non è possibile entrare e si slitta ai giorni successivi». La storia non cambia se è l’Ufficio-esecuzioni la destinazione dell’avvocato: la coda è lunga e comincia la mattina presto. «Anche nel penale – prosegue Negrini – le cose vanno sempre peggio: per andare all’ufficio “depositi-atti” della procura si fa la coda. Per avere copia dei verbali di udienza ci sono solo due giorni a disposizione alla settimana e la richiesta va presentata 15 giorni prima. E una persona non può sapere se è indagata perchè il registro non è aggiornato».

LA SITUAZIONE dell’Ufficio-notifiche è solo l’apice di un sistema minato alla base per la mancanza cronica di personale.I tempi si allungano di continuo e il Governo, denuncia il Pd, «ha aumentato per la seconda volta in poco tempo il contributo unificato, la tassa per iscrivere una causa a ruolo. Nel 2005 – spiega Negrini – era stato aumentato del 10 per cento, nel 2010 era stato esteso a altre cause, nel luglio 2010 un nuovo aumento e ora un nuovo rincaro: il ricorso al Tar in materia di appalti è passato da 2.000 a 4.000 euro»
«Secondo una classifica del 2009 della Banca Mondiale – fa sintesi Caldana – che ha misurato la durata di un procedimento di recupero di un credito, l’Italia si colloca al 156° posto su 181 paesi monitorati, dopo il Gabon, l’Angola, la Guinea, mentre i paesi occidentali sono tra i primi 50. Non è dissimile la situazione nella giustizia penale afflitta da una cronica lentezza che porta all’estinzione per prescrizione di oltre 150mila procedimenti all’anno».
Anche se a Brescia la situazione è lievemente migliore rispetto alla media del paese per gli avvocati del Pd «le difficoltà nel funzionamento della macchina sono evidenti». «Il distretto di Brescia – precisa Caldana – è all’ultimo posto in Italia nel rapporto tra personale amministrativo e abitanti e al penultimo nel rapporto tra giudici e abitanti con il risultato che in corte d’appello si registra la prescrizione per il 15per cento dei procedimenti».
Per il Pd è drammatica la situazione dell’Ufficio del giudice di pace: manca un cancelliere, ne è stato assegnato uno part time, due giornia a settimana. «Non solo il personale della cancelleria è insufficiente – prosegue Caldana – , ma anche i giudici sono pochi: in pianta organica ne sono previsti 22, oggi ce ne sono 7». Nell’allarme del Pd attenzione anche al sovraffollamento cronico di Canton Mombello: ci sono oltre 500 detenuti e la capienza massima è di 250.

IL PD NON HA una ricetta di pronto uso per la giustizia, ma tra i primi correttivi da usare a Brescia, per De Martin, potrebbero esserci le dimissioni del sindaco da uno dei due incarichi. «Quando Paroli ha accettato di essere sia sindaco che parlamentare – è la conclusione di De Martin – lo ha fatto per risolvere i problemi della città, tra cui quello della giustizia, ma la sua presenza a Roma non ha portato alcun guadagno».

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BRESCIA – Schianto in Tangenziale sud Gravissima una diciottenne Wilma Petenzi

SANGUE SULLE STRADE.

Tamponamento nella notte all’altezza dell’Ikea sulla carreggiata in direzione di Milano
Selene Cherubini di Montichiari ricoverata in Rianimazione al Civile Ferite lievi per le tre amiche: se la caveranno in pochi giorni

Sta lottando per sopravvivere nel secondo centro di rianimazione. Selene Cherubini, una ragazza di 18 anni di Montichiari, all’ospedale Civile di Brescia è arrivata nel cuore della notte: erano le 3 quando vi è stata trasportata da un’ambulanza inviata in tangenziale sud dalla centrale operativa del 118 sul luogo di un incidente in cui sono rimaste coinvolte tre vetture e sono rimaste ferite cinque persone. Tutti gli altri feriti se la caveranno in pochi giorni, non sono nemmeno rimasti all’ospedale, ma per Selene la situazione è drammatica: i medici stanno facendo il possibile, i parenti e il ragazzo della giovane ieri non hanno lasciato nemmeno per un istante la saletta d’attesa della rianimazione.

LA RAGAZZA viaggiava sul sedile posteriore di una Nissan Micra. Era in compagnia di altre tre amiche, tutte diciottenni. Stavano percorrendo la tangenziale sud in direzione di Milano quando all’altezza dell’Ikea, per cause che sono ancora al vaglio dei carabinieri del Nucleo radiomobile della compagnia di Brescia, la piccola utilitaria è stata tamponata con violenza da un suv, un Nitro Cryshler Dodge.
L’impatto è stato talmente violento che dopo il primo tamponamento il suv ha toccato anche una Opel Corsa, che precedeva la Micra. Ma il primo impatto, tremendo, è stato con la Nissan condotta da C.V, 18enne di Calcinato al cui fianco viaggiava C.I. 18 anni di Carpenedolo, mentre dietro erano sedute Selene e un’altra ragazza di 18 anni di Montichiari.
Il suv ha praticamente sfondato la parte posteriore dell’auto, che si è accartocciata: i danni peggiori sono stati proprio sul lato dove sedeva Selene. Dopo il tamponamento la ragazza alvolante non è riuscita a tenere l’auto che è finita a lato della strada. A chiedere aiuto al 118 sono state le stesse persone coinvolte nell’incidente. Gli operatori della centrale operativa dell’emergenza urgenza hanno dirottato in tangenziale quattro ambulanze. La prima ferita ad essere soccorsa è stata Selene Cherubini, la ragazza non era cosciente e i medici dopo aver stabilizzato le condizioni sul posto l’hanno trasferita d’urgenza al Civile. I dottori del pronto soccorso hanno accertato per la 18enne un grave politrauma e hanno disposto il ricovero nel secondo centro di rianimazione.
Non hanno riportato ferite gravi le altre persone coinvolte nell’incidente. La ragazza che guidava è stata visitata alla clinica San Rocco, medica e dimessa con una prognosi di 9 giorni. È di 10 giorni la prognosi della ragazza di Carpenedolo, per lei collarino ortopedico per una distorsione del rachide cervicale. Ferite lievi anche per la quarta ragazza, la 18enne di Montichiari, visitata alla clinica San Rocco di Ome. All’ospedale, alla clinica S. Anna, è finita anche la donna trasportata sulla Opel Corsa, una signora di 39 anni di Brescia, mentre il marito (49enne di Brescia) che era alla guida dell’auto è rimasto illeso.
Solo contusioni per i due uomini che viaggiavano sul Dodge. Il conducente, M.G. 39 anni di Brescia ha riportato solo qualche lieve ferita e sottoposto dai carabinieri al controllo con etilometro è risultato negativo. Ferite lievi anche per il passeggero del suv, un 34enne di Travagliato.

 

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Manette alla maitresse cinese incastrata grazie ai telefoni Wilma Petenzi


La donna cinese arrestata per sfruttamento della prostituzione

OPERAZIONE «CALL ME 3».

La squadra Mobile smantella un’organizzazione per lo sfruttamento della prostituzione
La donna reclutava le ragazze in Cina, poi le smistava negli appartamenti nel Bresciano e a Curno, nella Bergamasca


Reclutava le ragazze in Cina e le portava in Italia con il miraggio di un lavoro onesto, poi le avviava alla prostituzione, le smistava negli appartamenti su cui poteva contare grazie alla collaborazione di connazionali che li prendevano in affitto e, infine, gestiva personalmente il traffico telefonico, le decine e decine di richieste che piovevano sui numeri indicati negli annunci in Internet e sui giornali.

LIFANG ZHANG, la donna cinese di 32 anni arrestata l’altro giorno dagli uomini della Squadra Mobile che hanno eseguito un’ordinanza di custodia cautelare emessa dall’ufficio gip, gestiva un fiorente traffico, organizzava il lavoro di decine di ragazze che ricevevano almeno cinque-sei clienti al giorno fornendo prestazioni sessuali a pagamento, a partire da cinquanta euro. Lifang Zhang è stata arrestata per favoreggiamento e sfruttamento della prostituzione. Con le stesse accuse sono stati denunciati quattro cittadini cinesi, titolari del contratto d’affitto degli appartamenti utilizzati per gli appuntamenti a luci rosse, e due italiani, proprietari di due appartamenti che sono stati sequestrati, uno a Mazzano e uno a Concesio.
La cinese arrestata nell’ambito dell’operazione «Call me 3» è considerata dagli investigatori della Mobile «un personaggio di spicco» nel giro della prostituzione cinese, la principale referente della provincia di Brescia e anche della provincia di Bergamo.

A TESTIMONIARE il ruolo di comando della donna sono sufficienti, per gli investigatori, tutti i contatti telefonici e gli annunci pubblicati in questi mesi di indagini.
A lavorare sulla maitresse cinese gli investigatori hanno iniziato nel dicembre scorso.
A dare inizio alle indagini sono stati gli annunci apparsi in alcuni siti in cui venivano offerte prestazioni particolari. I numeri di telefono hanno condotto gli investigatori all’organizzazione. La donna gestiva tutta la «filiera», suoi gli annunci sui giornali cinesi per reclutare le ragazze e sua l’opera di smistamento nelle diverse case a luci rosse quando le giovani cinesi, appena arrivate a Brescia, venivano avvisate del lavoro che avrebbero dovuto fare. Era sempre lei, come appurato dagli investigatori, a gestire tutta la logistica dell’affare: pagava i canoni di affitto, acquistava gli strumenti di lavoro – dai profilattici all’oggettistica erotica – e sempre lei faceva le inserzioni sui giornali e in rete. Era lei a scegliere come «pubblicizzare» le sue ragazze, cosa era meglio evidenziare, quale particolare avrebbe potuto attirare il maggior numero di clienti.
Inutile dire che i clienti non mancavano. I contatti accertati dalla Mobile sono parecchi: l’annuncio faceva scattare la telefonata per la richiesta di appuntamento e la maitresse gestiva tutte le richieste, come se fosse un call center, faceva da centralino e poi metteva il cliente in contatto con la ragazza a disposizione.

LA DONNA CINESE, attualmente detenuta nel carcere di Verziano, risulta domiciliata a Sarezzo, ma di fatto non aveva alcuna residenza fissa e spesso trovava alloggio negli appartamenti dove le ragazze ricevevano i clienti.
Nei locali, arredati solo con il necessario senza spazio per fronzoli e orpelli, la 32enne cinese metteva al lavoro fino a cinque ragazze. Ognuna delle ragazze, grazie all’abile rete di pubblicità attuata dalla donna, riusciva a ricevere anche sei clienti al giorno. Alcune ragazze hanno raccontato agli inquirenti che erano state costrette a prostituirsi.

GLI APPARTAMENTI su cui poteva contare la maitresse cinese erano parecchi: un paio a Brescia, un paio a Concesio, uno a Mazzano, uno a Darfo e uno a Curno, in provincia di Bergamo. Due degli appartamenti usati dalle ragazze della «scuderia» di Lifang Zhang sono stati sequestrati perchè gli inquirenti sono riusciti a dimostrare che il proprietario di quello di Concesio e il legale rappresentante della società titolare del locale di Mazzano erano consapevoli della destinazione d’uso. I due italiani, secondo gli investigatori, sapevano che nei due appartamenti le ragazze cinesi ricevevano i clienti, e per questo motivo sono scattati i sigilli.
Il grosso giro d’affari è stata un’arma a doppio taglio. Proprio controllando i telefoni, che portavano sempre alla stessa donna cinese, gli investigatori sono riusciti a raccogliere tutta una serie di indizi che hanno portato il pm Lara Ghirardi a chiedere e ottenere un’ordinanza di custodia cautelare in carcere.

bresciaoggi/Domenica 31 Luglio 2011

Giornalismo è diffondere quello che qualcuno non vuole che si sappia, il resto è propaganda
- Horacio Verbitsky
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BRESCIA – «Dossieraggio»: indagata Monica Rizzi Wilma Petenzi

L’INCHIESTA.

Blitz degli investigatori della Finanza, coordinati dal procuratore aggiunto Fabio Salamone, nelle abitazioni e nell’ufficio in Regione della leghista camuna
Sotto inchiesta insieme all’assessore regionale anche un sottufficiale della Fiamme Gialle accusato di aver abusato del «data base» cui aveva accesso

Dossier illegali per eliminare i nemici dentro e fuori la Lega Nord, raccolta abusiva di dati personali e sensibili da usare per dissuadere chi voleva candidarsi e spianare in tal modo la via della vittoria elettorale a Renzo Bossi.

È L’IPOTESI su cui sta lavorando dallo scorso aprile la procura di Brescia e che ha fatto finire sul registro degli indagati l’assessore regionale allo Sport, la leghista Monica Rizzi, «madrina» della campagna elettorale di Renzo Bossi alle scorse Regionali.
Al centro dell’inchiesta, insieme all’assessore Bresciano, anche altre persone, tra le quali il sottufficiale della Guardia di Finanza di Brescia Francesco Cerniglia.
L’indagine mira soprattutto ad appurare se Cerniglia abbia sfruttato il suo ruolo per accedere abusivamente ai dati protetti e sensibili conservati nella banca dati delle Fiamme Gialle. Nella vicenda – secondo quanto hanno scritto in passato alcuni giornali – sarebbe coinvolta anche Adriana Sossi, sensitiva di Nave legata all’assessore e al finanziere, ma su un suo effettivo coinvolgimento non ci sono conferme da parte della procura.
Gli uomini della sezione di polizia giudiziaria della Finanza ieri mattina sono presentarsi nelle abitazioni e nell’ufficio milanese dell’assessore con un mandato di perquisizione. I militari, in borghese, hanno ispezionato tutto, visionato documenti, appunti, cartelle, e verificato alcuni computer.
La perquisizione è stata lunga e meticolosa: solo dopo alcune ore i finanzieri hanno lasciato l’ufficio di Milano e le abitazioni e sono tornati negli uffici della procura e della caserma di via Milano.
«Non è stato trovato nulla» il primo commento del legale dell’assessore, l’avvocato Alessandro Diddi del Foro di Roma, che ha pure precisato la volontà di contattare al più presto il procuratore aggiunto Fabio Salamone, titolare dell’inchiesta. «Già da questa settimana prenderò contatti con il procuratore Salamone – ha annunciato il legale – perchè in tempi brevissimi possa ascoltare l’assessore Monica Rizzi che fin da ora è a completa disposizione della Procura».
Secondo il legale «negli ultimi mesi c’è qualcuno che sta occupando il suo tempo per cercare in tutti i modi di delegittimare l’assessore regionale». «Si tratta di un’operazione che ripugna – aggiunge Diddi – soprattutto perchè siamo consapevoli delle intenzioni, non certo nobili che la ispirano». Il riferimento è all’indagine in corso in procura su un presunto abuso di professione da parte della Rizzi, accusata di essersi spacciata per laureata in psicologa, collaborando anche per alcune consulenze con il tribunale dei minori, senza averne titolo. Un caso di cui si era occupata anche la trasmissione tv «Le Iene».

«L’ASSESSORE respinge ogni addebito che le viene mosso – ribatte il legale – e la miglior riprova della sua estraneità ad ogni fatto saranno proprio gli esiti delle perquisizioni effettuate, che hanno dato esito negativo. Siamo certi che ora inizieranno le richieste di dimissioni, ma l’assessore Rizzi non ha alcuna intenzione di dimettersi essendo consapevole di non avere nulla da temere e di poter confidare nella serenità della magistratura che, certamente, non si farà ingannare da queste manovre. Da qualche settimana – è la conclusione del legale – avendo intuito l’organizzazione di queste operazioni avevo chiesto all’autorità giudiziaria di Brescia di conoscere se l’assessore fosse o meno indagata e il pm mi ha anticipato nel fornirmi la risposta notificando a Monica Rizzi l’avvio di indagine».
Le perquisizioni sono l’epilogo delle indagini degli ultimi mesi. Dopo aver sentito svariate persone, compresi alcuni esponenti della Lega Nord e di altri schieramenti politici, ieri i finanzieri sono andati a caccia di tracce dell’ipotizzata attività di dossieraggio.

L’INCHIESTA ha preso il via in aprile, quando in procura sono stati presentati alcuni esposti immediatamente dopo la pubblicazione sul settimanale «L’espresso» di un articolo di Roberto Di Caro e Leonardo Piccini in cui si ipotizzava un’attività di dossieraggio politico realizzato nell’ambito della Lega Nord Bresciana. I due giornalisti indicavano il sottufficiale delle Fiamme Gialle, legato alla maga a sua volta legata alla Rizzi, come «fabbricatore» del dossier che aveva l’obiettivo di eliminare dalle liste del Carroccio per le Regionali alcuni elementi «scomodi». Tali candidati sarebbero stati depennati dalle liste una settimana prima della presentazione, utilizzando i dossier che avrebbero potuto creare qualche imbarazzo, se resi pubblici.
L’utilizzo dei dossier sarebbe stato finalizzato all’elezione di Renzo Bossi, poi effettivamente eletto in Consiglio regionale con quasi 13 mila preferenze nella circoscrizione di Brescia.
In aprile in procura è stato presentato un esposto da Leonardo Piccini che si è definito vittima, a sua volta, del dossieraggio, e da Marco Marsili, ex responsabile della comunicazione dell’assessore, rimasto in carica pochi giorni e allontanato dopo la pubblicazione del libro «Onorevole bunga bunga. Berlusconi, Ruby e le notti a luci rosse di Arcore».
Sulla scorta degli esposti depositati in procura, gli investigatori hanno iniziato a lavorare, hanno sentito i politici, verificato le accuse e spulciato documenti. E ieri hanno cercato tra le carte dell’assessore.

bresciaoggi/Mercoledì 27 Luglio 2011

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BRESCIA – La madre di Giulia a Duisburg: «Adesso vogliamo giustizia» Wilma Petenzi


Nadia Zanacchi, la mamma di Giulia (a destra) con Hannelore Kraft, premier del Nord Reno Westfalia
Fiori e biglietti all’esterno del tunnel della morte FOTOLIVE

LA TRAGEDIA DELLA LOVE PARADE.

In Germania la commemorazione nel primo anniversario della strage
La ragazza Bresciana morta nella calca aveva solo 21 anni E la procura conta di incriminare sindaco e titolare della Lopavent

Una striscia di ceri per illuminare il tunnel della morte, sagome di giovani dipinte sulle pareti per ricordare i ventun ragazzi morti lo scorso 24 luglio alla Love Parade di Duisburg. Ieri, a un anno di distanza, più di settemila persone hanno partecipato alla commemorazione nello stadio della cittadina tedesca. Nella folla anche la mamma e la sorella di Giulia Minola, la ragazza di 21 anni di Brescia, morta stritolata nella calca di giovani che volevano raggiungere l’area del concerto. La madre di Giulia, Nadia Zanacchi, ha preso la parola per ricordare che «la tragedia poteva certamente essere evitata, perchè il concerto non avrebbe dovuto svolgersi in un quel posto. Ventun giovani hanno pagato con la loro vita, il loro sorriso è stato spento per sempre». La mamma di Giulia ha dato voce alla rabbia di tutti i parenti chiedendo che «i giudici vigilino sul processo per avere giustizia». A Brescia è stata celebrata una messa e a Giulia sarà dedicato il concerto dei Subsonica dell’11 agosto all’inaugurazione della festa di Radio Onda d’Urto.
Nello stadio di Duisburg ha preso la parola il primo ministro del Nordreno Westfalia: «Questa catastrofe – ha detto Hannelore Kraft – ha cambiato profondamente la vita di molti di noi. Abbiamo bisogno di verità, giustizia, lealtà». A un anno dalla strage di Duisburg la procura ha individuato nell’amministrazione comunale, nell’organizzazione privata dell’evento e nella polizia i responsabili. Gli errori commessi dall’amministrazione di Duisburg e dal sindaco Adolf Sauerland sarebbero «eclatanti».
«L’autorizzazione non avrebbe mai dovuto essere concessa» è scritto nel rapporto di 452 pagine della procura. L’indagine della magistratura tedesca ripercorre con precisione tutti gli eventi che hanno causato il 24 luglio dello scorso anno la morte per schiacciamento di 21 ragazzi. La Lopavent, la ditta organizzatrice dell’evento, e l’amministrazione comunale, secondo la procura, avrebbero ignorato coscientemente una serie di problemi legati alla sicurezza. Anche la polizia, sempre secondo il rapporto, non avrebbe agito correttamente: poco prima dell’inizio della manifestazione ci fu il cambio di guardia di 200 agenti, ma alcuni di loro, a causa della ressa, impiegarono un tempo spropositato per raggiungere il posto assegnato. Attualmente il sindaco Sauerland e il titolare della Lopavent, Rainer Schaller, non sono imputati nel processo che vede a giudizio per omicidio colposo e lesioni undici dipendenti comunali, quattro impiegati della Lopavent e il responsabile della Polizia, ma la procura conta di poterli incriminare entro l’anno.


Il 24 luglio dello scorso anno a Duisburg morirono 21 giovani
La messa celebrata a Brescia per ricordare Giulia Minola FOTOLIVE

bresciaoggi/Lunedì 25 Luglio 2011

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