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Mercoledì, 3 Settembre : 2008
Il mondo visto da Roma
SANTA SEDE
Solo la relazione personale con Cristo rende “realmente cristiani”
Il Papa ai giovani: intrattenete un dialogo intimo con Dio
La Santa Sede rimane favorevole al trapianto degli organi
Il presidente della Caritas discuterà sugli Obiettivi di Sviluppo del Millennio
NOTIZIE DAL MONDO
India: dopo le inondazioni, la Caritas in aiuto di 270.000 vittime
Vietnam: i redentoristi chiedono la liberazione dei prigionieri
Senza fondamento la presunta omosessualità del Cardinale Newman
L’arte dell’educazione secondo Edith Stein
Congresso a Lourdes sulle apparizioni della Vergine Maria
ANNO PAOLINO
Colloquio internazionale a Roma su “L'Unità della Chiesa in Paolo”
UDIENZA DEL MERCOLEDÌ
Il Papa: la conversione di San Paolo, un incontro con Cristo
Santa Sede
Solo la relazione personale con Cristo rende “realmente cristiani”
Intervento di Benedetto XVI in occasione dell'Udienza generale
CITTA' DEL VATICANO, mercoledì, 3 settembre 2008 (ZENIT.org).- Solo nella relazione personale con Cristo si diventa “realmente cristiani”, ha affermato Benedetto XVI questo mercoledì mattina.
Il Papa ha dedicato il suo intervento all'Udienza generale, svoltasi nell'Aula Paolo VI, all’esperienza che San Paolo ebbe sulla via di Damasco, comunemente indicata come la sua conversione.
Questo episodio, che rappresenta “una svolta, anzi un capovolgimento di prospettiva”, viene narrato da due fonti: la prima è Luca, che ne parla per ben tre volte negli Atti degli Apostoli (9,1-19; 22,3-21; 26,4-23), il secondo tipo di fonti è costituito dalle stesse Lettere di San Paolo, che “non ha mai parlato in dettaglio di questo avvenimento”, ma nonostante questo “accenna diverse volte a questo fatto importantissimo, che cioè anche lui è testimone della risurrezione di Gesù”.
Le due fonti, ha sottolineato il Pontefice, “convergono e convengono sul punto fondamentale: il Risorto ha parlato a Paolo, lo ha chiamato all’apostolato, ha fatto di lui un vero apostolo, testimone della risurrezione, con l’incarico specifico di annunciare il Vangelo ai pagani, al mondo greco-romano”.
Allo stesso tempo, “Paolo ha imparato che, nonostante l’immediatezza del suo rapporto con il Risorto, egli deve entrare nella comunione della Chiesa, deve farsi battezzare, deve vivere in sintonia con gli altri apostoli”, perché “solo in questa comunione con tutti egli potrà essere un vero apostolo”.
Agli occhi di Paolo, l'avvenimento descritto non costituisce mai una conversione, perché “non fu frutto di un processo psicologico, di una maturazione o evoluzione intellettuale e morale, ma venne dall’esterno: non fu il frutto del suo pensiero, ma dell’incontro con Cristo Gesù”.
“In questo senso – ha aggiunto il Papa – non fu semplicemente una conversione, una maturazione del suo 'io', ma fu morte e risurrezione per lui stesso: morì una sua esistenza e un’altra nuova ne nacque con il Cristo Risorto”.
“Solo l'avvenimento, l'incontro forte con Cristo, è la chiave per capire che cosa era successo: morte e risurrezione, rinnovamento da parte di Colui che si era mostrato e aveva parlato con lui. In questo senso più profondo possiamo e dobbiamo parlare di conversione”.
Paolo “non ha perso quanto c'era di bene e di vero nella sua vita, nella sua eredità, ma ha capito in modo nuovo la saggezza, la verità, la profondità della legge e dei profeti, se n'è riappropriato in modo nuovo”.
Simultaneamente, “la sua ragione si è aperta alla saggezza dei pagani; essendosi aperto a Cristo con tutto il cuore, è divenuto capace di un dialogo ampio con tutti, è divenuto capace di farsi tutto a tutti”, così da poter essere realmente “l'apostolo dei pagani”.
“Cosa vuol dire questo per noi?”, ha chiesto il Papa ai fedeli e ai pellegrini riuniti nell'Aula Paolo VI.
“Vuol dire che anche per noi il cristianesimo non è una nuova filosofia o una nuova morale”, ha risposto. “Cristiani siamo soltanto se incontriamo Cristo”.
“Certamente – ha osservato – Egli non si mostra a noi in questo modo irresistibile, luminoso, come ha fatto con Paolo per farne l'apostolo di tutte le genti”, “ma anche noi possiamo incontrare Cristo, nella lettura della Sacra Scrittura, nella preghiera, nella vita liturgica della Chiesa. Possiamo toccare il cuore di Cristo e sentire che Egli tocca il nostro”.
“Solo in questa relazione personale con Cristo, solo in questo incontro con il Risorto diventiamo realmente cristiani”.
In questo modo, ha concluso, “si apre la nostra ragione, si apre tutta la saggezza di Cristo e tutta la ricchezza della verità”.
Il Papa ai giovani: intrattenete un dialogo intimo con Dio
Al termine dell'Udienza generale del mercoledì
CITTA' DEL VATICANO, mercoledì, 3 settembre 2008 (ZENIT.org).- In vista dell'inizio della scuola dopo le vacanze estive, Benedetto XVI ha raccomandato questo mercoledì soprattutto ai giovani di vivere la vita quotidiana in intimo dialogo con Dio.
Congedandosi dalle migliaia di pellegrini riuniti nell'Aula Paolo VI del Vaticano, il Papa ha concluso l'udienza generale rivolgendosi ai giovani, ai malati e agli sposi novelli.
“Cari giovani – ha detto –, riprendendo dopo le vacanze le consuete attività quotidiane, tornate al ritmo regolare del vostro intimo dialogo con Dio, diffondendo con la vostra testimonianza la sua luce attorno a voi”.
Parlando ai malati, li ha esortati a trovare “sostegno e conforto in Gesù, che continua la sua opera di redenzione nella vita di ogni uomo”.
Il Pontefice si è infine rivolto agli sposi novelli, alcuni dei quali indossavano gli abiti delle nozze, e ha chiesto loro di “mantenere un contatto costante con il Signore che dona la salvezza a tutti” e di attingere “al suo amore perché anche il vostro sia sempre più saldo e duraturo”.
La Santa Sede rimane favorevole al trapianto degli organi
Si riaccende il dibattito sulla morte cerebrale come fine della vita
di Mirko Testa
CITTA' DEL VATICANO, mercoledì, 3 settembre 2008 (ZENIT.org).- In merito al dibattito recentemente riapertosi sulla morte cerebrale, la Santa Sede ha fatto sapere di non aver modificato la propria posizione a favore del trapianto degli organi.
A dichiararlo è stato padre Federico Lombardi, Direttore della Sala Stampa vaticana, rispondendo a un articolo a firma di Lucetta Scaraffia apparso su “L'Osservatore Romano” (3 settembre 2008).
Nell'articolo, la docente di Storia contemporanea all'Università di Roma “La Sapienza” metteva in dubbio, alla luce delle nuove ricerche scientifiche, la validità dei criteri di morte cerebrale per stabilire il decesso di una persona e di conseguenza del trapianto degli organi.
Si tratta, ha detto padre Lombardi, di “un interessante e autorevole articolo firmato dalla professoressa Lucetta Scaraffia, ma non può essere considerato una posizione del Magistero della Chiesa”.
Prendendo la parola sulla vicenda, lo stesso Direttore de “L’Osservatore Romano”, Gian Maria Vian, ha definito l’articolo della professoressa Scaraffia “un autorevole e interessante contributo a una discussione importante su una questione delicata, discussione che è opportuno possa svilupparsi serenamente”.
Fino agli anni Sessanta, la tradizione giuridica e medica occidentale riteneva che l’accertamento della morte dovesse avvenire mediante il riscontro della definitiva cessazione delle funzioni vitali: la respirazione, la circolazione, l’attività del sistema nervoso.
Nell’agosto del 1968 un Comitato ad Hoc, istituito dalla Harvard Medical School, composto da 13 membri e presieduto dall’anestesiologo Henry Knowles Beecher, propose un nuovo criterio di accertamento della morte fondato su di un riscontro strettamente neurologico: la definitiva cessazione delle funzioni del cervello, definito “coma irreversibile”.
La definizione di morte venne cambiata in quasi tutti gli Stati americani e, in seguito, anche nella maggior parte dei Paesi cosiddetti sviluppati – solo il Giappone resistette fino al 1999 – , mentre la morte cerebrale venne accolta nella legislazione e nella pratica medica della maggior parte degli Stati del mondo.
La stessa Chiesa cattolica, come ricorda la Scaraffia, accolse la definizione data della Harvard Medical School, e infatti “consentendo il trapianto degli organi, accetta implicitamente questa definizione di morte, ma con molte riserve: per esempio, nello Stato della Città del Vaticano non è utilizzata la certificazione di morte cerebrale”.
In Italia, oggi, vengono applicati dei criteri neurologici che si riferiscono alla funzionalità dell’intero encefalo e per legge è obbligatorio eseguire l’esame elettroencefalografico.
A partire dagli anni Ottanta del XX secolo, tuttavia, nel mondo scientifico hanno iniziato a circolare perplessità e dissensi sulla validità della nozione di morte cerebrale.
Nel corso degli anni, nella pratica clinica quotidiana, si è poi assistito al moltiplicarsi di casi nei quali alla cessazione irreversibile delle funzioni cerebrali non seguiva la perdita di funzionamento integrato dell’organismo sottoposto a misure rianimatorie.
A questo proposito, la Scaraffia ricorda un caso verificatosi nel 1992 e riguardante “una donna entrata in coma irreversibile e dichiarata cerebralmente morta prima di accorgersi che era incinta; si decise allora di farle continuare la gravidanza, e questa proseguì regolarmente fino a un aborto spontaneo”.
E' stato dimostrato, cioè, afferma la docente, che “la morte cerebrale non è la morte dell'essere umano”.
“Queste considerazioni – ha commentato la Scaraffia – aprono ovviamente nuovi problemi per la Chiesa cattolica, la cui accettazione del prelievo degli organi da pazienti cerebralmente morti, nel quadro di una difesa integrale e assoluta della vita umana, si regge soltanto sulla presunta certezza scientifica che essi siano effettivamente cadaveri”.
Quindi, aggiunge, “l'idea che la persona umana cessi di esistere quando il cervello non funziona più, mentre il suo organismo — grazie alla respirazione artificiale — è mantenuto in vita, comporta una identificazione della persona con le sole attività cerebrali, e questo entra in contraddizione con il concetto di persona secondo la dottrina cattolica, e quindi con le direttive della Chiesa nei confronti dei casi di coma persistente”.
Giovanni Paolo II è intervenuto più volte sul tema: il 29 agosto del 2000, parlando al Congresso Internazionale della Società dei Trapianti, aveva sottolineato che “la cessazione totale ed irreversibile di ogni attività encefalica”, come criterio di accertamento della morte, “se applicato scrupolosamente, non appare in contrasto con gli elementi essenziali di una corretta concezione antropologica”.
In sostanza, ciò che asserì anche in un messaggio all’incontro promosso dalla Pontificia Accademia delle Scienze nel 2005, dal titolo “I segni della morte”, era l'ammissibilità morale dell’espianto degli organi solo nel caso in cui il donatore sia certamente e interamente morto.
Il presidente della Caritas discuterà sugli Obiettivi di Sviluppo del Millennio
Alle Nazioni Unite su invito del Segretario Generale
NEW YORK, mercoledì, 3 settembre 2008 (ZENIT.org).- Il presidente di Caritas Internationalis, il Cardinale Óscar Rodríguez Maradiaga, si unirà ai leader mondiali nel quartier generale delle Nazioni Unite per discutere su come far uscire milioni di persone dalla povertà.
Il Segretario Generale dell'ONU Ban Ki-moon ha invitato il porporato all'Evento di Alto Livello sugli Obiettivi di Sviluppo del Millennio – che si svolgerà a New York il 25 settembre prossimo – in quanto rappresentante di spicco della società civile.
Gli Obiettivi sono stati lanciati nel 2000 e mirano a ridurre significativamente la povertà entro il 2015. Finora sono stati compiuti dei progressi, ma di questo passo in alcuni Paesi, soprattutto africani, lo scopo non verrà raggiunto se non tra un secolo.
I cambiamenti climatici – per far fronte alle conseguenze dei quali la Caritas chiede un ulteriore sostegno finanziario – e la crisi alimentare globale stanno inoltre ponendo in pericolo molte esperienze di sviluppo caratterizzate dal successo.
“Gli Obiettivi di Sviluppo del Millennio devono essere sostenuti da impegni per tagliare le emissioni di gas serra da parte dei Paesi industrializzati di almeno il 25-40% entro il 2020”, sostiene il porporato.
L'Evento di Alto Livello sarà un forum che permetterà ai leader mondiali di verificare i progressi, individuare le lacune e impegnarsi in sforzi, risorse e meccanismi concreti per colmare queste ultime.
Il Cardinale Rodríguez Maradiaga ha lodato l'iniziativa dell'ONU per “rimettere sulla giusta rotta gli Obiettivi di Sviluppo del Millennio”, che ritiene “un utile catalizzatore per porre fine allo scandalo della povertà” ma che “attualmente corrono il rischio di diventare vittime della mancanza d'azione”.
“Il fallimento nel raggiungere questi obiettivi in un mondo così ricco è impensabile, ma avverrà a meno che non compiamo ora i passi giusti”, ha avvertito.
Il porporato ha quindi ricordato che 11 milioni di bambini muoiono ogni anno nella povertà per cause che si possono prevenire. Di fronte a questa tragedia, ha affermato che c'è bisogno di “piani specifici” e ha espresso il proprio apprezzamento per “l'esortazione del Segretario Generale dell'ONU ai leader mondiali perché annuncino esattamente nel corso dell'Evento di Alto Livello cosa intendono fare”.
“Abbiamo bisogno di colmare la distanza tra quanti dispongono di risorse economiche e quanti hanno risorse fisiche e umane”, ha aggiunto, ricordando che “si guarda alle Chiese e alle organizzazioni basate sulla fede come la Caritas come mezzo per favorire lo sviluppo”.
“Un terzo di tutti i bambini al di sotto dei cinque anni nei Paesi in via di sviluppo è gravemente ostacolato dalla fame, e i leader mondiali sono tenuti a fare qualcosa per questo”, ha denunciato.
“La Chiesa gestisce oltre 60.000 asili per 5,8 milioni di bambini e 90.000 scuole elementari per 28 milioni di alunni – ha ricordato –. Con il giusto sostegno, potrebbero aiutare a nutrire i poveri. E' questa la partnership necessaria per salvare delle vite”.
Notizie dal mondo
India: dopo le inondazioni, la Caritas in aiuto di 270.000 vittime
CITTA' DEL VATICANO, mercoledì, 3 settembre 2008 (ZENIT.org).- La Caritas lancia un appello per raccogliere 5.600.000 dollari per aiutare i sopravvissuti alle catastrofiche inondazioni che hanno devastato l'India nord-orientale.
Più di 2,5 milioni di persone nello Stato del Bihar sono fuggite dalle acque dopo che il fiume Kosi ha rotto gli argini il 18 agosto in seguito alle forti piogge monsoniche, ricorda un comunicato dell'organizzazione ricevuto da ZENIT.
Tra 60.000 e 80.000 persone sono ancora intrappolate; nelle zone più remote hanno trovato rifugio sui tetti e sugli alberi.
Caritas Internationalis, che riunisce 162 organizzazioni caritatevoli nazionali, progetta di fornire alimenti a 270.000 persone con una razione mensile di cibo per famiglia, rifugi temporanei e utensili di prima necessità.
La Caritas fornirà anche servizi sanitari di base alle famiglie e alle comunità colpite attraverso personale medico qualificato e altri collaboratori.
Caritas India e i Catholic Relief Services (membro Caritas negli Stati Uniti) si occuperanno delle operazioni sul posto.
Il direttore esecutivo di Caritas India, fr. Varghese Mattamana, ha detto che “c'è un'alta possibilità che la situazione peggiori in breve tempo. Da quando si sono verificate le inondazioni, la gente si sta rifugiando sui tetti o sugli alberi, e queste sistemazioni temporanee si sono dimostrate fatali. Dobbiamo provvedere a una rapida evacuazione di quanti sono ancora in pericolo”.
“La situazione è tale che le persone non hanno altra scelta che dipendere dagli aiuti esterni per la loro sopravvivenza – ha aggiunto –. Le squadre della Caritas hanno compiuto una rapida valutazione nei distretti interessati di Madhepura, Saharsa e Purnea. Stiamo già lavorando sul posto e questo appello ci aiuterà a rispondere meglio alle urgenti necessità dei sopravvissuti”.
Le inondazioni attuali, avverte fr. Mattamana, “sono così gravi da aver totalmente alterato gli schemi abitativi di decenni, se non di secoli, con le acque che hanno invaso villaggi, fattorie, campi, edifici e altre infrastrutture relativamente sicuri”.
I Catholic Relief Services stanno anche predisponendo delle imbarcazioni per evacuare le famiglie verso i campi di assistenza, dove potranno ricevere cibo e altri servizi. Le imbarcazioni saranno dotate di equipaggi di salvataggio che hanno ricevuto una formazione dai partner locali.
Caritas India fornirà a 300 ospedali mobili medicinali per le vittime. Predisporrà anche un team di medici per far fronte alle malattie.
Vietnam: i redentoristi chiedono la liberazione dei prigionieri
E la restituzione dei terreni di loro proprietà
HANOI, mercoledì, 3 settembre 2008 (ZENIT.org).- In un appello indirizzato al Governo vietnamita, i religiosi redentoristi della parrocchia di Thai Há, nel distretto di Dong Da, chiedono la liberazione dei 4 fedeli cattolici arrestati dopo una manifestazione avvenuta il 28 agosto.
I religiosi chiedono la punizione degli agenti responsabili delle violenze e la fine dell'arbitrarietà esercitata dalle autorità locali nelle terre di loro proprietà.
Allo stesso modo, reclamano anche la restituzione dei terreni del loro convento e della parrocchia a Thai Há, dei quali il Governo si è appropriato.
La lettera del 29 agosto, indirizzata al Presidente e al Primo Ministro, espone gli avvenimenti del giorno precedente, quando i parrocchiani hanno partecipato pacificamente a una veglia di preghiera fuori al Dipartimento per la Pubblica Sicurezza del distretto di Dong Da.
I manifestanti, secondo il testo, volevano semplicemente chiedere al Dipartimento di rispettare la legge e di liberare le persone detenute illegalmente.
“Molti poliziotti hanno allora usato strumenti per aggredire i partecipanti in modo barbaro”, si legge nel testo.
I religiosi redentoristi dichiarano anche che “molti parrocchiani sono stati feriti gravemente, altri sono stati colpiti fino a perdere i sensi, altri ancora sono stati arrestati e da allora non si hanno più loro notizie”.
Tutto è avvenuto in pieno giorno nella via principale di Hanoi e ha provocato l'indignazione non solo dei parrocchiani, ma anche dei passanti, che sono stati testimoni del trattamento violento inflitto ai religiosi, continua la lettera.
I Redentoristi chiedono al Governo di dichiarare incostituzionale e illegale la procedura utilizzata dalle autorità locali per sfruttare le terre che appartengono ai Redentoristi e alla parrocchia di Thai Há.
Secondo quanto ha reso noto l'agenzia AsiaNews.it il 22 agosto, i Redentoristi hanno affermato in un messaggio inviato al Primo Ministro di non aver mai ceduto al Governo il terreno del loro convento e della parrocchia, di cui hanno tutti i documenti necessari a provare la proprietà. Per questo ne chiedono la restituzione, invitando le autorità ad esibire una documentazione che attesti che quanto dicono non corrisponde a verità.
Senza fondamento la presunta omosessualità del Cardinale Newman
Lo afferma il suo principale biografo, Ian Ker
CITTA' DEL VATICANO, mercoledì, 3 settembre 2008 (ZENIT.org).- L'affermazione secondo la quale il Cardinale Newman avrebbe potuto intrattenere un rapporto che era “qualcosa di più di una semplice amicizia” con il suo assistente, il sacerdote Ambrose St John, non ha fondamento.
Lo afferma il principale biografo del Cardinale inglese, Ian Ker, in un articolo pubblicato da “L'Osservatore Romano” riguardo a certe dichiarazioni da parte delle lobby omosessuali.
La polemica si è scatenata in seguito alla decisione del Governo britannico, il 26 agosto scorso, di permettere la riesumazione del corpo del porporato in vista della sua futura beatificazione, poiché Newman aveva chiesto di essere sepolto accanto al suo assistente, appunto padre St John.
Secondo Ker, quest'ultima volontà del Cardinale non costituisce una prova della sua omosessualità, e a questo proposito riporta l'esempio di altri casi, come quello dello scrittore Clive S. Lewis, che volle essere sepolto con suo fratello, o quello di Dorothy Collins, segretaria dei Chesterton, i cui resti riposano accanto a quelli della coppia.
Il biografo di Newman ricorda che Ambrose St John fu un grande amico del Cardinale e rimase al suo servizio per trent'anni.
“Newman si riteneva responsabile per la sua morte, perché gli aveva chiesto di tradurre l'importante opera del teologo tedesco Joseph Fessler sull'infallibilità nella scia del concilio Vaticano I, un ultimo impegno svolto con amore che risultò eccessivamente pesante per lui, già sovraccarico di lavoro”, osserva Ker.
Il biografo sottolinea che St John “restò il suo collaboratore più stretto durante il difficile periodo della fondazione dell'Oratorio di San Filippo Neri in Inghilterra e in tutte le successive prove e tribolazioni di Newman come cattolico”.
Circa le ragioni contrarie alla riesumazione che adducono il rispetto per l'ultimo desiderio del Cardinale, Ker spiega che Newman “insisteva sempre che tutti i suoi scritti potevano essere corretti dalla santa madre Chiesa”.
“Se l'autorità ecclesiastica decide di traslare il suo corpo in una chiesa, la risposta di Newman sarebbe senza dubbio che il suo ultimo testamento, come tutto quanto aveva scritto, lo aveva scritto sotto la correzione di una autorità più alta”, aggiunge.
Il Cardinale Newman (1801-1890) è sepolto nel piccolo cimitero di Rednall Hill, nei sobborghi di Birmingham, insieme ad Ambrose St. John, convertito al cattolicesimo contemporaneamente a lui.
Il più famoso convertito inglese al cattolicesimo romano nel XIX secolo è stato nel suo periodo da anglicano una delle figure principali del Movimento di Oxford, che ha cercato di avvicinare la Chiesa Anglicana d'Inghilterra alle sue radici cattoliche romane.
Dopo l'approvazione di un miracolo attribuito alla sua intercessione, la Santa Sede ha chiesto al Governo inglese la riesumazione del corpo e il suo trasferimento all'Oratorio di San Filippo Neri di Birmingham, nel contesto dei requisiti del processo di beatificazione.
Il celibato, un “sacrificio”
Per quanto riguarda la polemica sull'orientamento sessuale del porporato, Ker spiega come Newman, realizzando il suo personale voto di celibato a quindici anni, ne parlasse come di un “sacrificio”.
“Non c'è bisogno di ricordare che allora non esistevano 'unioni civili' tra uomini in un Paese che ancora era cristiano, dove l'attività omosessuale era punibile con la prigione e da tutti considerata immorale”, aggiunge.
25 anni dopo, Newman si interrogava sul “costo” di questa decisione, spiega Ian Ker. Dopo la grave malattia che lo colpì in Sicilia, scrisse: “Mentre scrivo mi assilla un pensiero: perché scrivo tutto questo? (...) Chi ho, chi posso avere, in chi questo potrebbe suscitare attenzione? (...) Serve il tipo di attenzione che può avere una moglie e nessun altro – questa è l'attenzione di una donna – e questa attenzione, così sia, non mi sarà mai data”.
“In queste frasi commoventi, scritte quando era ancora ministro della Chiesa di Inghilterra e pienamente libero di sposarsi, vediamo l'impegno totale di Newman nella vita di verginità alla quale si sentiva chiamato in modo inequivocabile, ma possiamo anche avvertire la profonda sofferenza che sentiva nel rinunciare all'amore di una donna nel matrimonio”, conclude Ker.
L’arte dell’educazione secondo Edith Stein
Intervista ad Eric de Rus, autore di un libro sul tema
di Anita S. Bourdin
ROMA, mercoledì, 3 settembre 2008 (ZENIT.org).- “L’educazione, per Edith Stein, è l’arte suprema il cui maestro è lo Spirito Santo e in cui l’uomo è un umile collaboratore”, afferma Eric de Rus, professore associato di filosofia e autore di “L’art d’éduquer selon Edith Stein. Anthropologie, éducation, vie spirituelle” (Cerf, Ed. du Carmel, Ad-Solem), il secondo volume, edito in francese, dedicato alla santa.
In un’intervista a ZENIT, Eric de Rus spiega che la dimensione educativa “è una dimensione essenziale del suo messaggio”.
Edith Stein aveva manifestato il suo interesse per l’educazione già durante la sua tappa universitaria di Breslavia (1911-1913). “Il suo interesse persiste negli anni successivi, durante i suoi studi all’Università di Göttigen. Dopo la sua conversione e prima di entrare al Carmelo di Colonia, manterrà un doppio impegno come professoressa e relatrice”, aggiunge de Rus.
Da carmelitana “sottolinea la pedagogia della santa riformatrice Teresa d’Avila. I suoi scritti spirituali testimoniano questo interesse per l’educazione, di cui ne approfondisce il significato per svelarne la dimensione mistica”.
La ricerca che de Rus sta svolgendo su Edith Stein mostra - spiega l’autore - “l’unità dell’approccio esistenziale, filosofico e spirituale di questa autrice, dimostrando che esiste una relazione vitale tra l’antropologia, l’educazione e la vita spirituale”.
In questo senso, “il pensiero sull’educazione” appare in Edith Stein come “il punto centrale in cui si uniscono la sua antropologia, i suoi studi sulla tradizione mistica e spirituale - da Sant’Agostino a Teresa d’Avila e Giovanni della Croce -, e la sua esperienza personale delle vie di Dio”.
La filosofa tedesca, “dal momento in cui vede l’educazione come ‘la formazione dell’essere umano nella sua totalità, con tutte le sue forze e capacità, in vista di ciò che deve essere’, ha già implicita una certa idea dell’uomo”, spiega de Rus.
“Come scrive Edith Stein: Ogni opera educativa che si impegna nella formazione degli uomini si accompagna a una precisa concezione dell’uomo, di quale è il suo posto nel mondo e la sua missione nella vita, e delle opportunità pratiche per la sua formazione”.
Edith Stein - spiega - “considera l’uomo come un’unità di corpo, anima e spirito, e dimostra che l’uomo ha un’interiorità inviolabile che è il fondamento della sua dignità, lo spazio sacro dell’incontro con Dio e allo stesso tempo il luogo della coscienza da cui possono emergere decisioni libere e un vero dialogo con il mondo”.
“Formare l’uomo significa avere il coraggio di mettersi al servizio di questa interiorità. Edith Stein dà una formulazione molto brillante di questo vincolo tra interiorità e educazione, quando scrive: È la vita interiore il fondamento ultimo: la formazione si porta avanti dall’interiore verso l’esteriore”, aggiunge.
In questo senso, avverte de Rus, l’insistenza di Benedetto XVI sull’educazione, come nel recente documento della Congregazione per l’educazione cattolica intitolato “Educare insieme nella scuola cattolica. Missione condivisa di persone consacrate e fedeli laici” (settembre 2007), non è una casualità.
“La sfida di oggi è in realtà una sfida antropologica: Chi è l’uomo? Cosa vuol dire vivere autenticamente in armonia con il suo essere? Ma questo ci porta proprio al cuore della missione educativa a servizio del meglio della persona”.
“Educare è accompagnare lo sviluppo completo di una umanità verso il compimento della sua vocazione naturale e sovrannaturale. Questo è l’unico modo per appagare la sete di senso che caratterizza la persona umana”.
Per Edith Stein - spiega - l’educazione “è l’arte suprema in cui lo Spirito Santo è il maestro e in cui l’uomo è un umile collaboratore”.
“Edith Stein ci ricorda che l’uomo non diventa pienamente umano finché non corre il rischio di una grande avventura: la santità, che è opera dello Spirito Santo. Chi si abbandona all’azione educativa dello Spirito e si lascia configurare a Cristo partecipa misteriosamente nella sua opera di salvezza consacrando il mondo a Dio”, conclude.
[Adattamento di Miriam Díez i Bosch]
Congresso a Lourdes sulle apparizioni della Vergine Maria
Dal 4 all'8 settembre
LOURDES, mercoledì, 3 settembre 2008 (ZENIT.org).- Si svolgerà a Lourdes (Francia) dal 4 all'8 settembre il XXII Congresso della Pontificia Accademia Mariana Internazionale, sul tema “Le apparizioni della beata Vergine Maria - tra storia, fede e teologia".
Il Congresso sarà presieduto dal Cardinale Paul Poupard, presidente emerito del Pontificio Consiglio della Cultura e nominato da Benedetto XVI suo inviato speciale all'evento, che ha luogo nell'anno in cui si commemora il 150° anniversario delle apparizioni della Vergine nella grotta di Massabielle.
Inaugureranno il Congresso, che avviene 50 anni dopo il primo, svoltosi a Lourdes nel 1958, monsignor Jacques Perrier – Vescovo di Tarbes e Lourdes –, p. Jean Longère – presidente della Società Francese di Studi Mariani –, p. Vincenzo Battaglia ofm – presidente della Pontificia Accademia Mariana Internazionale –, il Cardinal Poupard e p. Raymond Zambelli – rettore dei Santuari di Nostra Signora di Lourdes.
Il Congresso prevede 14 sessioni linguistiche più una Sessione Ecumenica e la Sessione della Società Ecumenica della Beata Vergine Maria.
Esporranno i propri interventi nel corso del Congresso 22 oratori. Il 7 settembre avrà luogo anche una tavola rotonda ecumenica.
Il Congresso si concluderà con una solenne concelebrazione conclusiva presieduta dal Cardinal Poupard.
La Pontificia Accademia Mariana Internazionale (PAMI) è un ente pontificio internazionale di collegamento tra tutti i cultori di mariologia: cattolici, ortodossi, protestanti e musulmani.
Anno Paolino
Colloquio internazionale a Roma su “L'Unità della Chiesa in Paolo”
Dal 9 al 14 settembre presso l'Abbazia di San Paolo fuori le Mura
di Marco Cardinali
ROMA, mercoledì, 3 settembre 2008 (ZENIT.org).- Dal 9 al 14 settembre presso l'Abbazia di San Paolo fuori le Mura si svolgerà il Colloquio Paolino 2008. L'antica abbazia benedettina, alla cui custodia e preghiera liturgica è affidata la cura della Tomba dell'Apostolo Paolo, ha compiuto 40 anni.
Esperti di fama internazionale, studiosi degli scritti di Paolo si raduneranno nell'Abbazia per un tempo proficuo di studi sullo speciale tema dell'anno celebrativo paolino: “L'Unità della Chiesa in Paolo”.
Questo impegno culturale dei monaci benedettini di San Paolo si inserisce in una solida tradizione di lavoro in favore dell'ecumenismo, compito loro ulteriormente affidato e con nuovo vigore direttamente da Papa Benedetto XVI.
Padre Edmund Power, Abate di San Paolo fuori le Mura, ha sottolineato come il Colloquio Paolino assuma un tono tutto particolare in questo anno del bimillenario della nascita dell'Apostolo delle Genti, un'occasione per approfondire a vari livelli il ricco messaggio di Paolo, tanto antico e sempre nuovo per ciascuno di noi oggi.
"Il Colloquio – ha detto – è un mezzo privilegiato per unirsi al lavoro infaticabile di Papa Benedetto XVI a favore dell'ecumenismo e del dialogo interreligioso".
Durante il Colloquio gli studiosi potranno visitare anche i luoghi di interesse archeologico a Roma e in particolare nella Basilica di San Paolo in cui, grazie a recenti scavi archeologici, sono rese visibili parte della tomba dell'Apostolo e l'abside costantiniana dell'antica basilica.
Il 12 settembre i convegnisti con il loro presidente di turno, per quest'anno il prof. Jaques Schlosser, docente emerito di Teologia cattolica all'Università di Strasburgo, parteciperanno insieme ai monaci benedettini al "Vespro Ecumenico" in Basilica, che si celebra ogni venerdì, durante il quale uno degli esperti terrà una riflessione conclusiva sul tema del Convegno.
Sui lavori esegetici del Colloquio seguirà la pubblicazione degli Atti.
Udienza del mercoledì
Il Papa: la conversione di San Paolo, un incontro con Cristo
Catechesi all'udienza generale del mercoledì
CITTA' DEL VATICANO, mercoledì, 3 settembre 2008 (ZENIT.org).- Pubblichiamo il testo dell'intervento pronunciato questo mercoledì mattina da Benedetto XVI nel corso dell'Udienza generale nell'aula Paolo VI.
Nel suo discorso, il Papa ha continuato il ciclo di catechesi sulla figura dell’Apostolo Paolo, commentando la conversione di San Paolo.
* * *
Cari fratelli e sorelle,
la catechesi di oggi sarà dedicata all’esperienza che san Paolo ebbe sulla via di Damasco e quindi a quella che comunemente si chiama la sua conversione. Proprio sulla strada di Damasco, nei primi anni 30 del secolo I, e dopo un periodo in cui aveva perseguitato la Chiesa, si verificò il momento decisivo della vita di Paolo. Su di esso molto è stato scritto e naturalmente da diversi punti di vista. Certo è che là avvenne una svolta, anzi un capovolgimento di prospettiva. Allora egli, inaspettatamente, cominciò a considerare "perdita" e "spazzatura" tutto ciò che prima costituiva per lui il massimo ideale, quasi la ragion d'essere della sua esistenza (cfr Fil 3,7-8). Che cos’era successo?
Abbiamo a questo proposito due tipi di fonti. Il primo tipo, il più conosciuto, sono i racconti dovuti alla penna di Luca, che per ben tre volte narra l’evento negli Atti degli Apostoli (cfr 9,1-19; 22,3-21; 26,4-23). Il lettore medio è forse tentato di fermarsi troppo su alcuni dettagli, come la luce dal cielo, la caduta a terra, la voce che chiama, la nuova condizione di cecità, la guarigione come per la caduta di squame dagli occhi e il digiuno. Ma tutti questi dettagli si riferiscono al centro dell’avvenimento: il Cristo risorto appare come una luce splendida e parla a Saulo, trasforma il suo pensiero e la sua stessa vita. Lo splendore del Risorto lo rende cieco: appare così anche esteriormente ciò che era la sua realtà interiore, la sua cecità nei confronti della verità, della luce che è Cristo. E poi il suo definitivo "sì" a Cristo nel battesimo riapre di nuovo i suoi occhi, lo fa realmente vedere.
Nella Chiesa antica il battesimo era chiamato anche "illuminazione", perché tale sacramento dà la luce, fa vedere realmente. Quanto così si indica teologicamente, in Paolo si realizza anche fisicamente: guarito dalla sua cecità interiore, vede bene. San Paolo, quindi, è stato trasformato non da un pensiero ma da un evento, dalla presenza irresistibile del Risorto, della quale mai potrà in seguito dubitare tanto era stata forte l’evidenza dell’evento, di questo incontro. Esso cambiò fondamentalmente la vita di Paolo; in questo senso si può e si deve parlare di una conversione. Questo incontro è il centro del racconto di san Luca, il quale è ben possibile che abbia utilizzato un racconto nato probabilmente nella comunità di Damasco. Lo fa pensare il colorito locale dato dalla presenza di Ananìa e dai nomi sia della via che del proprietario della casa in cui Paolo soggiornò (cfr At 9,11).
Il secondo tipo di fonti sulla conversione è costituito dalle stesse Lettere di san Paolo. Egli non ha mai parlato in dettaglio di questo avvenimento, penso perché poteva supporre che tutti conoscessero l’essenziale di questa sua storia, tutti sapevano che da persecutore era stato trasformato in apostolo fervente di Cristo. E ciò era avvenuto non in seguito ad una propria riflessione, ma ad un evento forte, ad un incontro con il Risorto. Pur non parlando dei dettagli, egli accenna diverse volte a questo fatto importantissimo, che cioè anche lui è testimone della risurrezione di Gesù, della quale ha ricevuto immediatamente da Gesù stesso la rivelazione, insieme con la missione di apostolo. Il testo più chiaro su questo punto si trova nel suo racconto su ciò che costituisce il centro della storia della salvezza: la morte e la risurrezione di Gesù e le apparizioni ai testimoni (cfr. 1 Cor 15). Con parole della tradizione antichissima, che anch’egli ha ricevuto dalla Chiesa di Gerusalemme, dice che Gesù morto crocifisso, sepolto, risorto apparve, dopo la risurrezione, prima a Cefa, cioè a Pietro, poi ai Dodici, poi a cinquecento fratelli che in gran parte in quel tempo vivevano ancora, poi a Giacomo, poi a tutti gli Apostoli. E a questo racconto ricevuto dalla tradizione aggiunge: "Ultimo fra tutti apparve anche a me" (1 Cor 15,8). Così fa capire che questo è il fondamento del suo apostolato e della sua nuova vita. Vi sono pure altri testi nei quali appare la stessa cosa: "Per mezzo di Gesù Cristo abbiamo ricevuto la grazia dell'apostolato" (cfr Rm 1,5); e ancora: "Non ho forse veduto Gesù, Signore nostro?" (1 Cor 9,1), parole con le quali egli allude ad una cosa che tutti sanno. E finalmente il testo più diffuso si legge in Gal 1,15-17: "Ma quando colui che mi scelse fin dal seno di mia madre e mi chiamò con la sua grazia si compiacque di rivelare a me suo Figlio perché lo annunziassi in mezzo ai pagani, subito, senza consultare nessun uomo, senza andare a Gerusalemme da coloro che erano apostoli prima di me, mi recai in Arabia e poi ritornai a Damasco". In questa "autoapologia" sottolinea decisamente che anche lui è vero testimone del Risorto, ha una propria missione ricevuta immediatamente dal Risorto.
Possiamo così vedere che le due fonti, gli Atti degli Apostoli e le Lettere di san Paolo, convergono e convengono sul punto fondamentale: il Risorto ha parlato a Paolo, lo ha chiamato all’apostolato, ha fatto di lui un vero apostolo, testimone della risurrezione, con l’incarico specifico di annunciare il Vangelo ai pagani, al mondo greco-romano. E nello stesso tempo Paolo ha imparato che, nonostante l’immediatezza del suo rapporto con il Risorto, egli deve entrare nella comunione della Chiesa, deve farsi battezzare, deve vivere in sintonia con gli altri apostoli. Solo in questa comunione con tutti egli potrà essere un vero apostolo, come scrive esplicitamente nella prima Lettera ai Corinti: "Sia io che loro così predichiamo e così avete creduto" (15, 11). C’è solo un annuncio del Risorto, perché Cristo è uno solo.
Come si vede, in tutti questi passi Paolo non interpreta mai questo momento come un fatto di conversione. Perché? Ci sono tante ipotesi, ma per me il motivo è molto evidente. Questa svolta della sua vita, questa trasformazione di tutto il suo essere non fu frutto di un processo psicologico, di una maturazione o evoluzione intellettuale e morale, ma venne dall’esterno: non fu il frutto del suo pensiero, ma dell’incontro con Cristo Gesù. In questo senso non fu semplicemente una conversione, una maturazione del suo "io", ma fu morte e risurrezione per lui stesso: morì una sua esistenza e un’altra nuova ne nacque con il Cristo Risorto. In nessun altro modo si può spiegare questo rinnovamento di Paolo. Tutte le analisi psicologiche non possono chiarire e risolvere il problema. Solo l'avvenimento, l'incontro forte con Cristo, è la chiave per capire che cosa era successo: morte e risurrezione, rinnovamento da parte di Colui che si era mostrato e aveva parlato con lui. In questo senso più profondo possiamo e dobbiamo parlare di conversione. Questo incontro è un reale rinnovamento che ha cambiato tutti i suoi parametri. Adesso può dire che ciò che prima era per lui essenziale e fondamentale, è diventato per lui "spazzatura"; non è più "guadagno", ma perdita, perché ormai conta solo la vita in Cristo.
Non dobbiamo tuttavia pensare che Paolo sia stato così chiuso in un avvenimento cieco. È vero il contrario, perché il Cristo Risorto è la luce della verità, la luce di Dio stesso. Questo ha allargato il suo cuore, lo ha reso aperto a tutti. In questo momento non ha perso quanto c'era di bene e di vero nella sua vita, nella sua eredità, ma ha capito in modo nuovo la saggezza, la verità, la profondità della legge e dei profeti, se n'è riappropriato in modo nuovo. Nello stesso tempo, la sua ragione si è aperta alla saggezza dei pagani; essendosi aperto a Cristo con tutto il cuore, è divenuto capace di un dialogo ampio con tutti, è divenuto capace di farsi tutto a tutti. Così realmente poteva essere l'apostolo dei pagani.
Venendo ora a noi stessi, ci chiediamo che cosa vuol dire questo per noi? Vuol dire che anche per noi il cristianesimo non è una nuova filosofia o una nuova morale. Cristiani siamo soltanto se incontriamo Cristo. Certamente Egli non si mostra a noi in questo modo irresistibile, luminoso, come ha fatto con Paolo per farne l'apostolo di tutte le genti. Ma anche noi possiamo incontrare Cristo, nella lettura della Sacra Scrittura, nella preghiera, nella vita liturgica della Chiesa. Possiamo toccare il cuore di Cristo e sentire che Egli tocca il nostro. Solo in questa relazione personale con Cristo, solo in questo incontro con il Risorto diventiamo realmente cristiani. E così si apre la nostra ragione, si apre tutta la saggezza di Cristo e tutta la ricchezza della verità. Quindi preghiamo il Signore perché ci illumini, perché ci doni nel nostro mondo l'incontro con la sua presenza: e così ci dia una fede vivace, un cuore aperto, una grande carità per tutti, capace di rinnovare il mondo.
[Il Papa ha poi salutato i pellegrini in diverse lingue. In Italiano ha detto:]
Rivolgo un cordiale saluto ai pellegrini di lingua italiana. In particolare, ai religiosi e alle religiose, figli spirituali di don Orione, che ricordano quest’anno significative ricorrenze giubilari, come pure ai Missionari del Pontificio Istituto Missioni estere. Cari fratelli e sorelle, vi accolgo volentieri ed auspico di cuore che il vostro pellegrinaggio apporti frutti di bene a voi ed alle vostre comunità. Saluto inoltre i fedeli del Duomo di Oderzo e quelli del Santuario Santi Cosma e Damiano, in Eboli. Cari amici, la sosta presso la tomba di Pietro vi rafforzi nella fede cosicché, di ritorno alle vostre case, possiate rendere testimonianza dell’esperienza spirituale vissuta in questi giorni.
Saluto infine i giovani, i malati e gli sposi novelli. Cari giovani, riprendendo dopo le vacanze le consuete attività quotidiane, tornate al ritmo regolare del vostro intimo dialogo con Dio, diffondendo con la vostra testimonianza la sua luce attorno a voi. Voi, cari malati, trovate sostegno e conforto in Gesù, che continua la sua opera di redenzione nella vita di ogni uomo. E voi, cari sposi novelli, sforzatevi di mantenere un contatto costante con il Signore che dona la salvezza a tutti e attingete al suo amore perché anche il vostro sia sempre più saldo e duraturo.
[© Copyright 2008 - Libreria Editrice Vaticana]
Solo la relazione personale con Cristo rende “realmente cristiani”
Il Papa ai giovani: intrattenete un dialogo intimo con Dio
La Santa Sede rimane favorevole al trapianto degli organi
Il presidente della Caritas discuterà sugli Obiettivi di Sviluppo del Millennio
NOTIZIE DAL MONDO
India: dopo le inondazioni, la Caritas in aiuto di 270.000 vittime
Vietnam: i redentoristi chiedono la liberazione dei prigionieri
Senza fondamento la presunta omosessualità del Cardinale Newman
L’arte dell’educazione secondo Edith Stein
Congresso a Lourdes sulle apparizioni della Vergine Maria
ANNO PAOLINO
Colloquio internazionale a Roma su “L'Unità della Chiesa in Paolo”
UDIENZA DEL MERCOLEDÌ
Il Papa: la conversione di San Paolo, un incontro con Cristo
Santa Sede
Solo la relazione personale con Cristo rende “realmente cristiani”
Intervento di Benedetto XVI in occasione dell'Udienza generale
CITTA' DEL VATICANO, mercoledì, 3 settembre 2008 (ZENIT.org).- Solo nella relazione personale con Cristo si diventa “realmente cristiani”, ha affermato Benedetto XVI questo mercoledì mattina.
Il Papa ha dedicato il suo intervento all'Udienza generale, svoltasi nell'Aula Paolo VI, all’esperienza che San Paolo ebbe sulla via di Damasco, comunemente indicata come la sua conversione.
Questo episodio, che rappresenta “una svolta, anzi un capovolgimento di prospettiva”, viene narrato da due fonti: la prima è Luca, che ne parla per ben tre volte negli Atti degli Apostoli (9,1-19; 22,3-21; 26,4-23), il secondo tipo di fonti è costituito dalle stesse Lettere di San Paolo, che “non ha mai parlato in dettaglio di questo avvenimento”, ma nonostante questo “accenna diverse volte a questo fatto importantissimo, che cioè anche lui è testimone della risurrezione di Gesù”.
Le due fonti, ha sottolineato il Pontefice, “convergono e convengono sul punto fondamentale: il Risorto ha parlato a Paolo, lo ha chiamato all’apostolato, ha fatto di lui un vero apostolo, testimone della risurrezione, con l’incarico specifico di annunciare il Vangelo ai pagani, al mondo greco-romano”.
Allo stesso tempo, “Paolo ha imparato che, nonostante l’immediatezza del suo rapporto con il Risorto, egli deve entrare nella comunione della Chiesa, deve farsi battezzare, deve vivere in sintonia con gli altri apostoli”, perché “solo in questa comunione con tutti egli potrà essere un vero apostolo”.
Agli occhi di Paolo, l'avvenimento descritto non costituisce mai una conversione, perché “non fu frutto di un processo psicologico, di una maturazione o evoluzione intellettuale e morale, ma venne dall’esterno: non fu il frutto del suo pensiero, ma dell’incontro con Cristo Gesù”.
“In questo senso – ha aggiunto il Papa – non fu semplicemente una conversione, una maturazione del suo 'io', ma fu morte e risurrezione per lui stesso: morì una sua esistenza e un’altra nuova ne nacque con il Cristo Risorto”.
“Solo l'avvenimento, l'incontro forte con Cristo, è la chiave per capire che cosa era successo: morte e risurrezione, rinnovamento da parte di Colui che si era mostrato e aveva parlato con lui. In questo senso più profondo possiamo e dobbiamo parlare di conversione”.
Paolo “non ha perso quanto c'era di bene e di vero nella sua vita, nella sua eredità, ma ha capito in modo nuovo la saggezza, la verità, la profondità della legge e dei profeti, se n'è riappropriato in modo nuovo”.
Simultaneamente, “la sua ragione si è aperta alla saggezza dei pagani; essendosi aperto a Cristo con tutto il cuore, è divenuto capace di un dialogo ampio con tutti, è divenuto capace di farsi tutto a tutti”, così da poter essere realmente “l'apostolo dei pagani”.
“Cosa vuol dire questo per noi?”, ha chiesto il Papa ai fedeli e ai pellegrini riuniti nell'Aula Paolo VI.
“Vuol dire che anche per noi il cristianesimo non è una nuova filosofia o una nuova morale”, ha risposto. “Cristiani siamo soltanto se incontriamo Cristo”.
“Certamente – ha osservato – Egli non si mostra a noi in questo modo irresistibile, luminoso, come ha fatto con Paolo per farne l'apostolo di tutte le genti”, “ma anche noi possiamo incontrare Cristo, nella lettura della Sacra Scrittura, nella preghiera, nella vita liturgica della Chiesa. Possiamo toccare il cuore di Cristo e sentire che Egli tocca il nostro”.
“Solo in questa relazione personale con Cristo, solo in questo incontro con il Risorto diventiamo realmente cristiani”.
In questo modo, ha concluso, “si apre la nostra ragione, si apre tutta la saggezza di Cristo e tutta la ricchezza della verità”.
Il Papa ai giovani: intrattenete un dialogo intimo con Dio
Al termine dell'Udienza generale del mercoledì
CITTA' DEL VATICANO, mercoledì, 3 settembre 2008 (ZENIT.org).- In vista dell'inizio della scuola dopo le vacanze estive, Benedetto XVI ha raccomandato questo mercoledì soprattutto ai giovani di vivere la vita quotidiana in intimo dialogo con Dio.
Congedandosi dalle migliaia di pellegrini riuniti nell'Aula Paolo VI del Vaticano, il Papa ha concluso l'udienza generale rivolgendosi ai giovani, ai malati e agli sposi novelli.
“Cari giovani – ha detto –, riprendendo dopo le vacanze le consuete attività quotidiane, tornate al ritmo regolare del vostro intimo dialogo con Dio, diffondendo con la vostra testimonianza la sua luce attorno a voi”.
Parlando ai malati, li ha esortati a trovare “sostegno e conforto in Gesù, che continua la sua opera di redenzione nella vita di ogni uomo”.
Il Pontefice si è infine rivolto agli sposi novelli, alcuni dei quali indossavano gli abiti delle nozze, e ha chiesto loro di “mantenere un contatto costante con il Signore che dona la salvezza a tutti” e di attingere “al suo amore perché anche il vostro sia sempre più saldo e duraturo”.
La Santa Sede rimane favorevole al trapianto degli organi
Si riaccende il dibattito sulla morte cerebrale come fine della vita
di Mirko Testa
CITTA' DEL VATICANO, mercoledì, 3 settembre 2008 (ZENIT.org).- In merito al dibattito recentemente riapertosi sulla morte cerebrale, la Santa Sede ha fatto sapere di non aver modificato la propria posizione a favore del trapianto degli organi.
A dichiararlo è stato padre Federico Lombardi, Direttore della Sala Stampa vaticana, rispondendo a un articolo a firma di Lucetta Scaraffia apparso su “L'Osservatore Romano” (3 settembre 2008).
Nell'articolo, la docente di Storia contemporanea all'Università di Roma “La Sapienza” metteva in dubbio, alla luce delle nuove ricerche scientifiche, la validità dei criteri di morte cerebrale per stabilire il decesso di una persona e di conseguenza del trapianto degli organi.
Si tratta, ha detto padre Lombardi, di “un interessante e autorevole articolo firmato dalla professoressa Lucetta Scaraffia, ma non può essere considerato una posizione del Magistero della Chiesa”.
Prendendo la parola sulla vicenda, lo stesso Direttore de “L’Osservatore Romano”, Gian Maria Vian, ha definito l’articolo della professoressa Scaraffia “un autorevole e interessante contributo a una discussione importante su una questione delicata, discussione che è opportuno possa svilupparsi serenamente”.
Fino agli anni Sessanta, la tradizione giuridica e medica occidentale riteneva che l’accertamento della morte dovesse avvenire mediante il riscontro della definitiva cessazione delle funzioni vitali: la respirazione, la circolazione, l’attività del sistema nervoso.
Nell’agosto del 1968 un Comitato ad Hoc, istituito dalla Harvard Medical School, composto da 13 membri e presieduto dall’anestesiologo Henry Knowles Beecher, propose un nuovo criterio di accertamento della morte fondato su di un riscontro strettamente neurologico: la definitiva cessazione delle funzioni del cervello, definito “coma irreversibile”.
La definizione di morte venne cambiata in quasi tutti gli Stati americani e, in seguito, anche nella maggior parte dei Paesi cosiddetti sviluppati – solo il Giappone resistette fino al 1999 – , mentre la morte cerebrale venne accolta nella legislazione e nella pratica medica della maggior parte degli Stati del mondo.
La stessa Chiesa cattolica, come ricorda la Scaraffia, accolse la definizione data della Harvard Medical School, e infatti “consentendo il trapianto degli organi, accetta implicitamente questa definizione di morte, ma con molte riserve: per esempio, nello Stato della Città del Vaticano non è utilizzata la certificazione di morte cerebrale”.
In Italia, oggi, vengono applicati dei criteri neurologici che si riferiscono alla funzionalità dell’intero encefalo e per legge è obbligatorio eseguire l’esame elettroencefalografico.
A partire dagli anni Ottanta del XX secolo, tuttavia, nel mondo scientifico hanno iniziato a circolare perplessità e dissensi sulla validità della nozione di morte cerebrale.
Nel corso degli anni, nella pratica clinica quotidiana, si è poi assistito al moltiplicarsi di casi nei quali alla cessazione irreversibile delle funzioni cerebrali non seguiva la perdita di funzionamento integrato dell’organismo sottoposto a misure rianimatorie.
A questo proposito, la Scaraffia ricorda un caso verificatosi nel 1992 e riguardante “una donna entrata in coma irreversibile e dichiarata cerebralmente morta prima di accorgersi che era incinta; si decise allora di farle continuare la gravidanza, e questa proseguì regolarmente fino a un aborto spontaneo”.
E' stato dimostrato, cioè, afferma la docente, che “la morte cerebrale non è la morte dell'essere umano”.
“Queste considerazioni – ha commentato la Scaraffia – aprono ovviamente nuovi problemi per la Chiesa cattolica, la cui accettazione del prelievo degli organi da pazienti cerebralmente morti, nel quadro di una difesa integrale e assoluta della vita umana, si regge soltanto sulla presunta certezza scientifica che essi siano effettivamente cadaveri”.
Quindi, aggiunge, “l'idea che la persona umana cessi di esistere quando il cervello non funziona più, mentre il suo organismo — grazie alla respirazione artificiale — è mantenuto in vita, comporta una identificazione della persona con le sole attività cerebrali, e questo entra in contraddizione con il concetto di persona secondo la dottrina cattolica, e quindi con le direttive della Chiesa nei confronti dei casi di coma persistente”.
Giovanni Paolo II è intervenuto più volte sul tema: il 29 agosto del 2000, parlando al Congresso Internazionale della Società dei Trapianti, aveva sottolineato che “la cessazione totale ed irreversibile di ogni attività encefalica”, come criterio di accertamento della morte, “se applicato scrupolosamente, non appare in contrasto con gli elementi essenziali di una corretta concezione antropologica”.
In sostanza, ciò che asserì anche in un messaggio all’incontro promosso dalla Pontificia Accademia delle Scienze nel 2005, dal titolo “I segni della morte”, era l'ammissibilità morale dell’espianto degli organi solo nel caso in cui il donatore sia certamente e interamente morto.
Il presidente della Caritas discuterà sugli Obiettivi di Sviluppo del Millennio
Alle Nazioni Unite su invito del Segretario Generale
NEW YORK, mercoledì, 3 settembre 2008 (ZENIT.org).- Il presidente di Caritas Internationalis, il Cardinale Óscar Rodríguez Maradiaga, si unirà ai leader mondiali nel quartier generale delle Nazioni Unite per discutere su come far uscire milioni di persone dalla povertà.
Il Segretario Generale dell'ONU Ban Ki-moon ha invitato il porporato all'Evento di Alto Livello sugli Obiettivi di Sviluppo del Millennio – che si svolgerà a New York il 25 settembre prossimo – in quanto rappresentante di spicco della società civile.
Gli Obiettivi sono stati lanciati nel 2000 e mirano a ridurre significativamente la povertà entro il 2015. Finora sono stati compiuti dei progressi, ma di questo passo in alcuni Paesi, soprattutto africani, lo scopo non verrà raggiunto se non tra un secolo.
I cambiamenti climatici – per far fronte alle conseguenze dei quali la Caritas chiede un ulteriore sostegno finanziario – e la crisi alimentare globale stanno inoltre ponendo in pericolo molte esperienze di sviluppo caratterizzate dal successo.
“Gli Obiettivi di Sviluppo del Millennio devono essere sostenuti da impegni per tagliare le emissioni di gas serra da parte dei Paesi industrializzati di almeno il 25-40% entro il 2020”, sostiene il porporato.
L'Evento di Alto Livello sarà un forum che permetterà ai leader mondiali di verificare i progressi, individuare le lacune e impegnarsi in sforzi, risorse e meccanismi concreti per colmare queste ultime.
Il Cardinale Rodríguez Maradiaga ha lodato l'iniziativa dell'ONU per “rimettere sulla giusta rotta gli Obiettivi di Sviluppo del Millennio”, che ritiene “un utile catalizzatore per porre fine allo scandalo della povertà” ma che “attualmente corrono il rischio di diventare vittime della mancanza d'azione”.
“Il fallimento nel raggiungere questi obiettivi in un mondo così ricco è impensabile, ma avverrà a meno che non compiamo ora i passi giusti”, ha avvertito.
Il porporato ha quindi ricordato che 11 milioni di bambini muoiono ogni anno nella povertà per cause che si possono prevenire. Di fronte a questa tragedia, ha affermato che c'è bisogno di “piani specifici” e ha espresso il proprio apprezzamento per “l'esortazione del Segretario Generale dell'ONU ai leader mondiali perché annuncino esattamente nel corso dell'Evento di Alto Livello cosa intendono fare”.
“Abbiamo bisogno di colmare la distanza tra quanti dispongono di risorse economiche e quanti hanno risorse fisiche e umane”, ha aggiunto, ricordando che “si guarda alle Chiese e alle organizzazioni basate sulla fede come la Caritas come mezzo per favorire lo sviluppo”.
“Un terzo di tutti i bambini al di sotto dei cinque anni nei Paesi in via di sviluppo è gravemente ostacolato dalla fame, e i leader mondiali sono tenuti a fare qualcosa per questo”, ha denunciato.
“La Chiesa gestisce oltre 60.000 asili per 5,8 milioni di bambini e 90.000 scuole elementari per 28 milioni di alunni – ha ricordato –. Con il giusto sostegno, potrebbero aiutare a nutrire i poveri. E' questa la partnership necessaria per salvare delle vite”.
Notizie dal mondo
India: dopo le inondazioni, la Caritas in aiuto di 270.000 vittime
CITTA' DEL VATICANO, mercoledì, 3 settembre 2008 (ZENIT.org).- La Caritas lancia un appello per raccogliere 5.600.000 dollari per aiutare i sopravvissuti alle catastrofiche inondazioni che hanno devastato l'India nord-orientale.
Più di 2,5 milioni di persone nello Stato del Bihar sono fuggite dalle acque dopo che il fiume Kosi ha rotto gli argini il 18 agosto in seguito alle forti piogge monsoniche, ricorda un comunicato dell'organizzazione ricevuto da ZENIT.
Tra 60.000 e 80.000 persone sono ancora intrappolate; nelle zone più remote hanno trovato rifugio sui tetti e sugli alberi.
Caritas Internationalis, che riunisce 162 organizzazioni caritatevoli nazionali, progetta di fornire alimenti a 270.000 persone con una razione mensile di cibo per famiglia, rifugi temporanei e utensili di prima necessità.
La Caritas fornirà anche servizi sanitari di base alle famiglie e alle comunità colpite attraverso personale medico qualificato e altri collaboratori.
Caritas India e i Catholic Relief Services (membro Caritas negli Stati Uniti) si occuperanno delle operazioni sul posto.
Il direttore esecutivo di Caritas India, fr. Varghese Mattamana, ha detto che “c'è un'alta possibilità che la situazione peggiori in breve tempo. Da quando si sono verificate le inondazioni, la gente si sta rifugiando sui tetti o sugli alberi, e queste sistemazioni temporanee si sono dimostrate fatali. Dobbiamo provvedere a una rapida evacuazione di quanti sono ancora in pericolo”.
“La situazione è tale che le persone non hanno altra scelta che dipendere dagli aiuti esterni per la loro sopravvivenza – ha aggiunto –. Le squadre della Caritas hanno compiuto una rapida valutazione nei distretti interessati di Madhepura, Saharsa e Purnea. Stiamo già lavorando sul posto e questo appello ci aiuterà a rispondere meglio alle urgenti necessità dei sopravvissuti”.
Le inondazioni attuali, avverte fr. Mattamana, “sono così gravi da aver totalmente alterato gli schemi abitativi di decenni, se non di secoli, con le acque che hanno invaso villaggi, fattorie, campi, edifici e altre infrastrutture relativamente sicuri”.
I Catholic Relief Services stanno anche predisponendo delle imbarcazioni per evacuare le famiglie verso i campi di assistenza, dove potranno ricevere cibo e altri servizi. Le imbarcazioni saranno dotate di equipaggi di salvataggio che hanno ricevuto una formazione dai partner locali.
Caritas India fornirà a 300 ospedali mobili medicinali per le vittime. Predisporrà anche un team di medici per far fronte alle malattie.
Vietnam: i redentoristi chiedono la liberazione dei prigionieri
E la restituzione dei terreni di loro proprietà
HANOI, mercoledì, 3 settembre 2008 (ZENIT.org).- In un appello indirizzato al Governo vietnamita, i religiosi redentoristi della parrocchia di Thai Há, nel distretto di Dong Da, chiedono la liberazione dei 4 fedeli cattolici arrestati dopo una manifestazione avvenuta il 28 agosto.
I religiosi chiedono la punizione degli agenti responsabili delle violenze e la fine dell'arbitrarietà esercitata dalle autorità locali nelle terre di loro proprietà.
Allo stesso modo, reclamano anche la restituzione dei terreni del loro convento e della parrocchia a Thai Há, dei quali il Governo si è appropriato.
La lettera del 29 agosto, indirizzata al Presidente e al Primo Ministro, espone gli avvenimenti del giorno precedente, quando i parrocchiani hanno partecipato pacificamente a una veglia di preghiera fuori al Dipartimento per la Pubblica Sicurezza del distretto di Dong Da.
I manifestanti, secondo il testo, volevano semplicemente chiedere al Dipartimento di rispettare la legge e di liberare le persone detenute illegalmente.
“Molti poliziotti hanno allora usato strumenti per aggredire i partecipanti in modo barbaro”, si legge nel testo.
I religiosi redentoristi dichiarano anche che “molti parrocchiani sono stati feriti gravemente, altri sono stati colpiti fino a perdere i sensi, altri ancora sono stati arrestati e da allora non si hanno più loro notizie”.
Tutto è avvenuto in pieno giorno nella via principale di Hanoi e ha provocato l'indignazione non solo dei parrocchiani, ma anche dei passanti, che sono stati testimoni del trattamento violento inflitto ai religiosi, continua la lettera.
I Redentoristi chiedono al Governo di dichiarare incostituzionale e illegale la procedura utilizzata dalle autorità locali per sfruttare le terre che appartengono ai Redentoristi e alla parrocchia di Thai Há.
Secondo quanto ha reso noto l'agenzia AsiaNews.it il 22 agosto, i Redentoristi hanno affermato in un messaggio inviato al Primo Ministro di non aver mai ceduto al Governo il terreno del loro convento e della parrocchia, di cui hanno tutti i documenti necessari a provare la proprietà. Per questo ne chiedono la restituzione, invitando le autorità ad esibire una documentazione che attesti che quanto dicono non corrisponde a verità.
Senza fondamento la presunta omosessualità del Cardinale Newman
Lo afferma il suo principale biografo, Ian Ker
CITTA' DEL VATICANO, mercoledì, 3 settembre 2008 (ZENIT.org).- L'affermazione secondo la quale il Cardinale Newman avrebbe potuto intrattenere un rapporto che era “qualcosa di più di una semplice amicizia” con il suo assistente, il sacerdote Ambrose St John, non ha fondamento.
Lo afferma il principale biografo del Cardinale inglese, Ian Ker, in un articolo pubblicato da “L'Osservatore Romano” riguardo a certe dichiarazioni da parte delle lobby omosessuali.
La polemica si è scatenata in seguito alla decisione del Governo britannico, il 26 agosto scorso, di permettere la riesumazione del corpo del porporato in vista della sua futura beatificazione, poiché Newman aveva chiesto di essere sepolto accanto al suo assistente, appunto padre St John.
Secondo Ker, quest'ultima volontà del Cardinale non costituisce una prova della sua omosessualità, e a questo proposito riporta l'esempio di altri casi, come quello dello scrittore Clive S. Lewis, che volle essere sepolto con suo fratello, o quello di Dorothy Collins, segretaria dei Chesterton, i cui resti riposano accanto a quelli della coppia.
Il biografo di Newman ricorda che Ambrose St John fu un grande amico del Cardinale e rimase al suo servizio per trent'anni.
“Newman si riteneva responsabile per la sua morte, perché gli aveva chiesto di tradurre l'importante opera del teologo tedesco Joseph Fessler sull'infallibilità nella scia del concilio Vaticano I, un ultimo impegno svolto con amore che risultò eccessivamente pesante per lui, già sovraccarico di lavoro”, osserva Ker.
Il biografo sottolinea che St John “restò il suo collaboratore più stretto durante il difficile periodo della fondazione dell'Oratorio di San Filippo Neri in Inghilterra e in tutte le successive prove e tribolazioni di Newman come cattolico”.
Circa le ragioni contrarie alla riesumazione che adducono il rispetto per l'ultimo desiderio del Cardinale, Ker spiega che Newman “insisteva sempre che tutti i suoi scritti potevano essere corretti dalla santa madre Chiesa”.
“Se l'autorità ecclesiastica decide di traslare il suo corpo in una chiesa, la risposta di Newman sarebbe senza dubbio che il suo ultimo testamento, come tutto quanto aveva scritto, lo aveva scritto sotto la correzione di una autorità più alta”, aggiunge.
Il Cardinale Newman (1801-1890) è sepolto nel piccolo cimitero di Rednall Hill, nei sobborghi di Birmingham, insieme ad Ambrose St. John, convertito al cattolicesimo contemporaneamente a lui.
Il più famoso convertito inglese al cattolicesimo romano nel XIX secolo è stato nel suo periodo da anglicano una delle figure principali del Movimento di Oxford, che ha cercato di avvicinare la Chiesa Anglicana d'Inghilterra alle sue radici cattoliche romane.
Dopo l'approvazione di un miracolo attribuito alla sua intercessione, la Santa Sede ha chiesto al Governo inglese la riesumazione del corpo e il suo trasferimento all'Oratorio di San Filippo Neri di Birmingham, nel contesto dei requisiti del processo di beatificazione.
Il celibato, un “sacrificio”
Per quanto riguarda la polemica sull'orientamento sessuale del porporato, Ker spiega come Newman, realizzando il suo personale voto di celibato a quindici anni, ne parlasse come di un “sacrificio”.
“Non c'è bisogno di ricordare che allora non esistevano 'unioni civili' tra uomini in un Paese che ancora era cristiano, dove l'attività omosessuale era punibile con la prigione e da tutti considerata immorale”, aggiunge.
25 anni dopo, Newman si interrogava sul “costo” di questa decisione, spiega Ian Ker. Dopo la grave malattia che lo colpì in Sicilia, scrisse: “Mentre scrivo mi assilla un pensiero: perché scrivo tutto questo? (...) Chi ho, chi posso avere, in chi questo potrebbe suscitare attenzione? (...) Serve il tipo di attenzione che può avere una moglie e nessun altro – questa è l'attenzione di una donna – e questa attenzione, così sia, non mi sarà mai data”.
“In queste frasi commoventi, scritte quando era ancora ministro della Chiesa di Inghilterra e pienamente libero di sposarsi, vediamo l'impegno totale di Newman nella vita di verginità alla quale si sentiva chiamato in modo inequivocabile, ma possiamo anche avvertire la profonda sofferenza che sentiva nel rinunciare all'amore di una donna nel matrimonio”, conclude Ker.
L’arte dell’educazione secondo Edith Stein
Intervista ad Eric de Rus, autore di un libro sul tema
di Anita S. Bourdin
ROMA, mercoledì, 3 settembre 2008 (ZENIT.org).- “L’educazione, per Edith Stein, è l’arte suprema il cui maestro è lo Spirito Santo e in cui l’uomo è un umile collaboratore”, afferma Eric de Rus, professore associato di filosofia e autore di “L’art d’éduquer selon Edith Stein. Anthropologie, éducation, vie spirituelle” (Cerf, Ed. du Carmel, Ad-Solem), il secondo volume, edito in francese, dedicato alla santa.
In un’intervista a ZENIT, Eric de Rus spiega che la dimensione educativa “è una dimensione essenziale del suo messaggio”.
Edith Stein aveva manifestato il suo interesse per l’educazione già durante la sua tappa universitaria di Breslavia (1911-1913). “Il suo interesse persiste negli anni successivi, durante i suoi studi all’Università di Göttigen. Dopo la sua conversione e prima di entrare al Carmelo di Colonia, manterrà un doppio impegno come professoressa e relatrice”, aggiunge de Rus.
Da carmelitana “sottolinea la pedagogia della santa riformatrice Teresa d’Avila. I suoi scritti spirituali testimoniano questo interesse per l’educazione, di cui ne approfondisce il significato per svelarne la dimensione mistica”.
La ricerca che de Rus sta svolgendo su Edith Stein mostra - spiega l’autore - “l’unità dell’approccio esistenziale, filosofico e spirituale di questa autrice, dimostrando che esiste una relazione vitale tra l’antropologia, l’educazione e la vita spirituale”.
In questo senso, “il pensiero sull’educazione” appare in Edith Stein come “il punto centrale in cui si uniscono la sua antropologia, i suoi studi sulla tradizione mistica e spirituale - da Sant’Agostino a Teresa d’Avila e Giovanni della Croce -, e la sua esperienza personale delle vie di Dio”.
La filosofa tedesca, “dal momento in cui vede l’educazione come ‘la formazione dell’essere umano nella sua totalità, con tutte le sue forze e capacità, in vista di ciò che deve essere’, ha già implicita una certa idea dell’uomo”, spiega de Rus.
“Come scrive Edith Stein: Ogni opera educativa che si impegna nella formazione degli uomini si accompagna a una precisa concezione dell’uomo, di quale è il suo posto nel mondo e la sua missione nella vita, e delle opportunità pratiche per la sua formazione”.
Edith Stein - spiega - “considera l’uomo come un’unità di corpo, anima e spirito, e dimostra che l’uomo ha un’interiorità inviolabile che è il fondamento della sua dignità, lo spazio sacro dell’incontro con Dio e allo stesso tempo il luogo della coscienza da cui possono emergere decisioni libere e un vero dialogo con il mondo”.
“Formare l’uomo significa avere il coraggio di mettersi al servizio di questa interiorità. Edith Stein dà una formulazione molto brillante di questo vincolo tra interiorità e educazione, quando scrive: È la vita interiore il fondamento ultimo: la formazione si porta avanti dall’interiore verso l’esteriore”, aggiunge.
In questo senso, avverte de Rus, l’insistenza di Benedetto XVI sull’educazione, come nel recente documento della Congregazione per l’educazione cattolica intitolato “Educare insieme nella scuola cattolica. Missione condivisa di persone consacrate e fedeli laici” (settembre 2007), non è una casualità.
“La sfida di oggi è in realtà una sfida antropologica: Chi è l’uomo? Cosa vuol dire vivere autenticamente in armonia con il suo essere? Ma questo ci porta proprio al cuore della missione educativa a servizio del meglio della persona”.
“Educare è accompagnare lo sviluppo completo di una umanità verso il compimento della sua vocazione naturale e sovrannaturale. Questo è l’unico modo per appagare la sete di senso che caratterizza la persona umana”.
Per Edith Stein - spiega - l’educazione “è l’arte suprema in cui lo Spirito Santo è il maestro e in cui l’uomo è un umile collaboratore”.
“Edith Stein ci ricorda che l’uomo non diventa pienamente umano finché non corre il rischio di una grande avventura: la santità, che è opera dello Spirito Santo. Chi si abbandona all’azione educativa dello Spirito e si lascia configurare a Cristo partecipa misteriosamente nella sua opera di salvezza consacrando il mondo a Dio”, conclude.
[Adattamento di Miriam Díez i Bosch]
Congresso a Lourdes sulle apparizioni della Vergine Maria
Dal 4 all'8 settembre
LOURDES, mercoledì, 3 settembre 2008 (ZENIT.org).- Si svolgerà a Lourdes (Francia) dal 4 all'8 settembre il XXII Congresso della Pontificia Accademia Mariana Internazionale, sul tema “Le apparizioni della beata Vergine Maria - tra storia, fede e teologia".
Il Congresso sarà presieduto dal Cardinale Paul Poupard, presidente emerito del Pontificio Consiglio della Cultura e nominato da Benedetto XVI suo inviato speciale all'evento, che ha luogo nell'anno in cui si commemora il 150° anniversario delle apparizioni della Vergine nella grotta di Massabielle.
Inaugureranno il Congresso, che avviene 50 anni dopo il primo, svoltosi a Lourdes nel 1958, monsignor Jacques Perrier – Vescovo di Tarbes e Lourdes –, p. Jean Longère – presidente della Società Francese di Studi Mariani –, p. Vincenzo Battaglia ofm – presidente della Pontificia Accademia Mariana Internazionale –, il Cardinal Poupard e p. Raymond Zambelli – rettore dei Santuari di Nostra Signora di Lourdes.
Il Congresso prevede 14 sessioni linguistiche più una Sessione Ecumenica e la Sessione della Società Ecumenica della Beata Vergine Maria.
Esporranno i propri interventi nel corso del Congresso 22 oratori. Il 7 settembre avrà luogo anche una tavola rotonda ecumenica.
Il Congresso si concluderà con una solenne concelebrazione conclusiva presieduta dal Cardinal Poupard.
La Pontificia Accademia Mariana Internazionale (PAMI) è un ente pontificio internazionale di collegamento tra tutti i cultori di mariologia: cattolici, ortodossi, protestanti e musulmani.
Anno Paolino
Colloquio internazionale a Roma su “L'Unità della Chiesa in Paolo”
Dal 9 al 14 settembre presso l'Abbazia di San Paolo fuori le Mura
di Marco Cardinali
ROMA, mercoledì, 3 settembre 2008 (ZENIT.org).- Dal 9 al 14 settembre presso l'Abbazia di San Paolo fuori le Mura si svolgerà il Colloquio Paolino 2008. L'antica abbazia benedettina, alla cui custodia e preghiera liturgica è affidata la cura della Tomba dell'Apostolo Paolo, ha compiuto 40 anni.
Esperti di fama internazionale, studiosi degli scritti di Paolo si raduneranno nell'Abbazia per un tempo proficuo di studi sullo speciale tema dell'anno celebrativo paolino: “L'Unità della Chiesa in Paolo”.
Questo impegno culturale dei monaci benedettini di San Paolo si inserisce in una solida tradizione di lavoro in favore dell'ecumenismo, compito loro ulteriormente affidato e con nuovo vigore direttamente da Papa Benedetto XVI.
Padre Edmund Power, Abate di San Paolo fuori le Mura, ha sottolineato come il Colloquio Paolino assuma un tono tutto particolare in questo anno del bimillenario della nascita dell'Apostolo delle Genti, un'occasione per approfondire a vari livelli il ricco messaggio di Paolo, tanto antico e sempre nuovo per ciascuno di noi oggi.
"Il Colloquio – ha detto – è un mezzo privilegiato per unirsi al lavoro infaticabile di Papa Benedetto XVI a favore dell'ecumenismo e del dialogo interreligioso".
Durante il Colloquio gli studiosi potranno visitare anche i luoghi di interesse archeologico a Roma e in particolare nella Basilica di San Paolo in cui, grazie a recenti scavi archeologici, sono rese visibili parte della tomba dell'Apostolo e l'abside costantiniana dell'antica basilica.
Il 12 settembre i convegnisti con il loro presidente di turno, per quest'anno il prof. Jaques Schlosser, docente emerito di Teologia cattolica all'Università di Strasburgo, parteciperanno insieme ai monaci benedettini al "Vespro Ecumenico" in Basilica, che si celebra ogni venerdì, durante il quale uno degli esperti terrà una riflessione conclusiva sul tema del Convegno.
Sui lavori esegetici del Colloquio seguirà la pubblicazione degli Atti.
Udienza del mercoledì
Il Papa: la conversione di San Paolo, un incontro con Cristo
Catechesi all'udienza generale del mercoledì
CITTA' DEL VATICANO, mercoledì, 3 settembre 2008 (ZENIT.org).- Pubblichiamo il testo dell'intervento pronunciato questo mercoledì mattina da Benedetto XVI nel corso dell'Udienza generale nell'aula Paolo VI.
Nel suo discorso, il Papa ha continuato il ciclo di catechesi sulla figura dell’Apostolo Paolo, commentando la conversione di San Paolo.
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Cari fratelli e sorelle,
la catechesi di oggi sarà dedicata all’esperienza che san Paolo ebbe sulla via di Damasco e quindi a quella che comunemente si chiama la sua conversione. Proprio sulla strada di Damasco, nei primi anni 30 del secolo I, e dopo un periodo in cui aveva perseguitato la Chiesa, si verificò il momento decisivo della vita di Paolo. Su di esso molto è stato scritto e naturalmente da diversi punti di vista. Certo è che là avvenne una svolta, anzi un capovolgimento di prospettiva. Allora egli, inaspettatamente, cominciò a considerare "perdita" e "spazzatura" tutto ciò che prima costituiva per lui il massimo ideale, quasi la ragion d'essere della sua esistenza (cfr Fil 3,7-8). Che cos’era successo?
Abbiamo a questo proposito due tipi di fonti. Il primo tipo, il più conosciuto, sono i racconti dovuti alla penna di Luca, che per ben tre volte narra l’evento negli Atti degli Apostoli (cfr 9,1-19; 22,3-21; 26,4-23). Il lettore medio è forse tentato di fermarsi troppo su alcuni dettagli, come la luce dal cielo, la caduta a terra, la voce che chiama, la nuova condizione di cecità, la guarigione come per la caduta di squame dagli occhi e il digiuno. Ma tutti questi dettagli si riferiscono al centro dell’avvenimento: il Cristo risorto appare come una luce splendida e parla a Saulo, trasforma il suo pensiero e la sua stessa vita. Lo splendore del Risorto lo rende cieco: appare così anche esteriormente ciò che era la sua realtà interiore, la sua cecità nei confronti della verità, della luce che è Cristo. E poi il suo definitivo "sì" a Cristo nel battesimo riapre di nuovo i suoi occhi, lo fa realmente vedere.
Nella Chiesa antica il battesimo era chiamato anche "illuminazione", perché tale sacramento dà la luce, fa vedere realmente. Quanto così si indica teologicamente, in Paolo si realizza anche fisicamente: guarito dalla sua cecità interiore, vede bene. San Paolo, quindi, è stato trasformato non da un pensiero ma da un evento, dalla presenza irresistibile del Risorto, della quale mai potrà in seguito dubitare tanto era stata forte l’evidenza dell’evento, di questo incontro. Esso cambiò fondamentalmente la vita di Paolo; in questo senso si può e si deve parlare di una conversione. Questo incontro è il centro del racconto di san Luca, il quale è ben possibile che abbia utilizzato un racconto nato probabilmente nella comunità di Damasco. Lo fa pensare il colorito locale dato dalla presenza di Ananìa e dai nomi sia della via che del proprietario della casa in cui Paolo soggiornò (cfr At 9,11).
Il secondo tipo di fonti sulla conversione è costituito dalle stesse Lettere di san Paolo. Egli non ha mai parlato in dettaglio di questo avvenimento, penso perché poteva supporre che tutti conoscessero l’essenziale di questa sua storia, tutti sapevano che da persecutore era stato trasformato in apostolo fervente di Cristo. E ciò era avvenuto non in seguito ad una propria riflessione, ma ad un evento forte, ad un incontro con il Risorto. Pur non parlando dei dettagli, egli accenna diverse volte a questo fatto importantissimo, che cioè anche lui è testimone della risurrezione di Gesù, della quale ha ricevuto immediatamente da Gesù stesso la rivelazione, insieme con la missione di apostolo. Il testo più chiaro su questo punto si trova nel suo racconto su ciò che costituisce il centro della storia della salvezza: la morte e la risurrezione di Gesù e le apparizioni ai testimoni (cfr. 1 Cor 15). Con parole della tradizione antichissima, che anch’egli ha ricevuto dalla Chiesa di Gerusalemme, dice che Gesù morto crocifisso, sepolto, risorto apparve, dopo la risurrezione, prima a Cefa, cioè a Pietro, poi ai Dodici, poi a cinquecento fratelli che in gran parte in quel tempo vivevano ancora, poi a Giacomo, poi a tutti gli Apostoli. E a questo racconto ricevuto dalla tradizione aggiunge: "Ultimo fra tutti apparve anche a me" (1 Cor 15,8). Così fa capire che questo è il fondamento del suo apostolato e della sua nuova vita. Vi sono pure altri testi nei quali appare la stessa cosa: "Per mezzo di Gesù Cristo abbiamo ricevuto la grazia dell'apostolato" (cfr Rm 1,5); e ancora: "Non ho forse veduto Gesù, Signore nostro?" (1 Cor 9,1), parole con le quali egli allude ad una cosa che tutti sanno. E finalmente il testo più diffuso si legge in Gal 1,15-17: "Ma quando colui che mi scelse fin dal seno di mia madre e mi chiamò con la sua grazia si compiacque di rivelare a me suo Figlio perché lo annunziassi in mezzo ai pagani, subito, senza consultare nessun uomo, senza andare a Gerusalemme da coloro che erano apostoli prima di me, mi recai in Arabia e poi ritornai a Damasco". In questa "autoapologia" sottolinea decisamente che anche lui è vero testimone del Risorto, ha una propria missione ricevuta immediatamente dal Risorto.
Possiamo così vedere che le due fonti, gli Atti degli Apostoli e le Lettere di san Paolo, convergono e convengono sul punto fondamentale: il Risorto ha parlato a Paolo, lo ha chiamato all’apostolato, ha fatto di lui un vero apostolo, testimone della risurrezione, con l’incarico specifico di annunciare il Vangelo ai pagani, al mondo greco-romano. E nello stesso tempo Paolo ha imparato che, nonostante l’immediatezza del suo rapporto con il Risorto, egli deve entrare nella comunione della Chiesa, deve farsi battezzare, deve vivere in sintonia con gli altri apostoli. Solo in questa comunione con tutti egli potrà essere un vero apostolo, come scrive esplicitamente nella prima Lettera ai Corinti: "Sia io che loro così predichiamo e così avete creduto" (15, 11). C’è solo un annuncio del Risorto, perché Cristo è uno solo.
Come si vede, in tutti questi passi Paolo non interpreta mai questo momento come un fatto di conversione. Perché? Ci sono tante ipotesi, ma per me il motivo è molto evidente. Questa svolta della sua vita, questa trasformazione di tutto il suo essere non fu frutto di un processo psicologico, di una maturazione o evoluzione intellettuale e morale, ma venne dall’esterno: non fu il frutto del suo pensiero, ma dell’incontro con Cristo Gesù. In questo senso non fu semplicemente una conversione, una maturazione del suo "io", ma fu morte e risurrezione per lui stesso: morì una sua esistenza e un’altra nuova ne nacque con il Cristo Risorto. In nessun altro modo si può spiegare questo rinnovamento di Paolo. Tutte le analisi psicologiche non possono chiarire e risolvere il problema. Solo l'avvenimento, l'incontro forte con Cristo, è la chiave per capire che cosa era successo: morte e risurrezione, rinnovamento da parte di Colui che si era mostrato e aveva parlato con lui. In questo senso più profondo possiamo e dobbiamo parlare di conversione. Questo incontro è un reale rinnovamento che ha cambiato tutti i suoi parametri. Adesso può dire che ciò che prima era per lui essenziale e fondamentale, è diventato per lui "spazzatura"; non è più "guadagno", ma perdita, perché ormai conta solo la vita in Cristo.
Non dobbiamo tuttavia pensare che Paolo sia stato così chiuso in un avvenimento cieco. È vero il contrario, perché il Cristo Risorto è la luce della verità, la luce di Dio stesso. Questo ha allargato il suo cuore, lo ha reso aperto a tutti. In questo momento non ha perso quanto c'era di bene e di vero nella sua vita, nella sua eredità, ma ha capito in modo nuovo la saggezza, la verità, la profondità della legge e dei profeti, se n'è riappropriato in modo nuovo. Nello stesso tempo, la sua ragione si è aperta alla saggezza dei pagani; essendosi aperto a Cristo con tutto il cuore, è divenuto capace di un dialogo ampio con tutti, è divenuto capace di farsi tutto a tutti. Così realmente poteva essere l'apostolo dei pagani.
Venendo ora a noi stessi, ci chiediamo che cosa vuol dire questo per noi? Vuol dire che anche per noi il cristianesimo non è una nuova filosofia o una nuova morale. Cristiani siamo soltanto se incontriamo Cristo. Certamente Egli non si mostra a noi in questo modo irresistibile, luminoso, come ha fatto con Paolo per farne l'apostolo di tutte le genti. Ma anche noi possiamo incontrare Cristo, nella lettura della Sacra Scrittura, nella preghiera, nella vita liturgica della Chiesa. Possiamo toccare il cuore di Cristo e sentire che Egli tocca il nostro. Solo in questa relazione personale con Cristo, solo in questo incontro con il Risorto diventiamo realmente cristiani. E così si apre la nostra ragione, si apre tutta la saggezza di Cristo e tutta la ricchezza della verità. Quindi preghiamo il Signore perché ci illumini, perché ci doni nel nostro mondo l'incontro con la sua presenza: e così ci dia una fede vivace, un cuore aperto, una grande carità per tutti, capace di rinnovare il mondo.
[Il Papa ha poi salutato i pellegrini in diverse lingue. In Italiano ha detto:]
Rivolgo un cordiale saluto ai pellegrini di lingua italiana. In particolare, ai religiosi e alle religiose, figli spirituali di don Orione, che ricordano quest’anno significative ricorrenze giubilari, come pure ai Missionari del Pontificio Istituto Missioni estere. Cari fratelli e sorelle, vi accolgo volentieri ed auspico di cuore che il vostro pellegrinaggio apporti frutti di bene a voi ed alle vostre comunità. Saluto inoltre i fedeli del Duomo di Oderzo e quelli del Santuario Santi Cosma e Damiano, in Eboli. Cari amici, la sosta presso la tomba di Pietro vi rafforzi nella fede cosicché, di ritorno alle vostre case, possiate rendere testimonianza dell’esperienza spirituale vissuta in questi giorni.
Saluto infine i giovani, i malati e gli sposi novelli. Cari giovani, riprendendo dopo le vacanze le consuete attività quotidiane, tornate al ritmo regolare del vostro intimo dialogo con Dio, diffondendo con la vostra testimonianza la sua luce attorno a voi. Voi, cari malati, trovate sostegno e conforto in Gesù, che continua la sua opera di redenzione nella vita di ogni uomo. E voi, cari sposi novelli, sforzatevi di mantenere un contatto costante con il Signore che dona la salvezza a tutti e attingete al suo amore perché anche il vostro sia sempre più saldo e duraturo.
[© Copyright 2008 - Libreria Editrice Vaticana]
ViviCentro (art. 19 e 21)
La libertà di stampa è una benedizione quando siamo inclini a scrivere contro gli altri, e una calamità quando ci troviamo ad essere sopraffatti dalla moltitudine dei nostri assalitori. (Samuel Johnson).
















