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Venerdì, 4 Luglio : 2008
Il mondo visto da Roma
SANTA SEDE
Programma del viaggio apostolico di Benedetto XVI in Francia
Il Cardinale Sandri chiede una pace “sicura e stabile” in Medio Oriente
I genitori di Santa Teresa di Lisieux presto beati
Il Cardinale Bertone: “La missione dei Vescovi è al servizio della Chiesa”
NOTIZIE DAL MONDO
Vescovi cattolici e anglicani sui rischi della rivoluzione digitale
Islam ed Europa, quale rapporto?
GIORNATA MONDIALE DELLA GIOVENTÙ
Circa 10mila gli italiani in partenza per Sydney
ITALIA
Una vacanza per scrivere pagine di speranza
INTERVISTE
La vita e l'impegno dei cattolici in Israele
SPIRITUALITÀ
Le cose nascoste ai sapienti e rivelate ai piccoli
Santa Sede
Programma del viaggio apostolico di Benedetto XVI in Francia
In occasione del 150° anniversario delle apparizioni di Lourdes
CITTA' DEL VATICANO, venerdì, 4 luglio 2008 (ZENIT.org).- La Sala Stampa della Santa Sede ha pubblicato questo venerdì il programma del viaggio apostolico di Benedetto XVI, che dal 12 al 15 settembre prossimo si recherà in Francia, in occasione del 150° anniversario delle apparizioni di Lourdes.
Sarà il primo viaggio apostolico del Papa in Francia dopo la sua elezione alla sede di Pietro nel 2005 e il nono viaggio apostolico fuori dall'Italia.
Il Santo Padre partirà venerdì 12 settembre alle ore 9 da Roma/Fiumicino per l’aeroporto di Orly (Parigi), dove giungerà alle ore 11:10. Dopo la cerimonia di benvenuto il Papa si recherà in visita di cortesia al Presidente della Repubblica e incontrerà le Autorità dello Stato.
Nel pomeriggio il programma prevede quattro incontri: con i rappresentanti della Comunità Ebraica nella Nunziatura Apostolica; con il mondo della cultura al Collège des Bernardins; la celebrazione dei Vespri con i sacerdoti, i religiosi, le religiose, i seminaristi e i diaconi nella Cattedrale di Notre-Dame ed infine il saluto ai giovani sul sagrato della Cattedrale.
Sabato 13 settembre il Papa visiterà l’Institut de France ed alle ore 10 celebrerà la Santa Messa all’Esplanade des Invalides. Nel pomeriggio la partenza in aereo per Tarbes-Lourdes, dove arriverà alle ore 17:45. Benedetto XVI percorrerà alcune tappe del “Cammino del Giubileo” visitando la Chiesa del Sacro Cuore e il Cachot di Lourdes. Quindi la visita alla Grotta delle Apparizioni e, alle 21:30, la conclusione della Processione mariana “aux flambeaux”.
Domenica 14 settembre, alle ore 10, il Papa celebrerà la Santa Messa nel 150° anniversario delle apparizioni seguita dall'Angelus. Nel pomeriggio è previsto l'incontro con i Vescovi francesi e la conclusione della processione eucaristica.
Lunedì 15 settembre, dopo la visita all’Oratorie de l’hôpital di Lourdes, il Santo Padre alle ore 9:30 celebrerà la Santa Messa con i malati nella Basilica Notre-Dame du Rosaire. Alle ore 12:30 è prevista la cerimonia di congedo all’aeroporto di Tarbes-Lourdes-Pyrénées, da dove il Papa rientrerà a Roma. L'arrivo è previsto per le ore 15:15 all'aeroporto di Ciampino.
[Per ulteriori informazioni: www.pape-france.org]
Il Cardinale Sandri chiede una pace “sicura e stabile” in Medio Oriente
Nell'annuale celebrazione eucaristica de “L'Oeuvre d'Orient”
PARIGI, venerdì, 4 luglio 2008 (ZENIT.org).- Una pace “sicura e stabile” in tutto il Medio Oriente è l'auspicio espresso dal Cardinale Leonardo Sandri, prefetto della Congregazione per le Chiese Orientali, al termine dell'annuale celebrazione eucaristica de “L'Oeuvre d'Orient” nella Cattedrale di Notre-Dame di Parigi.
“L'Oeuvre”, fondata da alcuni docenti laici dell'università della Sorbona di Parigi e riconosciuta come opera ecclesiastica da Papa Pio IX nel 1858, è un'associazione di assistenza e beneficenza che ha l'obiettivo di aiutare le Chiese e i cristiani d'Oriente.
“Solo la pace tanto attesa – ha affermato il Cardinale secondo quanto riporta “L'Osservatore Romano” – potrà assicurare ai cristiani, presenti in quelle terre fin dagli inizi della evangelizzazione, di continuare a vivere come singoli e come comunità nella professione della fede in Gesù”.
Riconoscendo che a volte “forse siamo tentati dalla stanchezza, dopo avere presentato al Signore innumerevoli volte questa intenzione”, il porporato ha esortato a ricordare “la povera vedova evangelica, che ricorreva fiduciosa al Signore con la sua preghiera” e i tanti “esempi biblici di insistenti suppliche accolte da Dio”.
Hanno partecipato alla celebrazione il Cardinale André Vingt-Trois, Arcivescovo di Parigi e ordinario per i fedeli di rito orientale residenti in Francia e sprovvisti di ordinario del proprio rito; l'Arcivescovo Fortunato Baldelli, nunzio apostolico; monsignor Claude Bressolette, vicario generale per i fedeli di rito orientale in Francia; monsignor Philip Brizard, direttore de “L'Oeuvre d'Orient”.
Il Cardinale Sandri ha sottolineato “il debito dottrinale che tutta la Chiesa riconosce ai padri, ai dottori, ai teologi, ai monaci e ai santi figli delle Chiese orientali, che hanno forgiato in docilità allo Spirito Santo le più antiche tradizioni liturgiche, spirituali e disciplinari a gloria della Santa e indivisa Trinità”.
“In compagnia dell'Oriente l'Occidente deve sempre camminare nella professione della fede trinitaria per servire l'uomo contemporaneo e rendergli noto il suo destino eterno”.
L'annuncio fondamentale per cui “Dio è amore”, ha proseguito, deve diventare oggi una convinzione, ma questa “viene solo dallo Spirito di Cristo” e “va implorata come dono dall'Alto”.
“Convincere il mondo d'oggi che l'amore e la vita costituiscono il senso di tutta la vicenda umana e della storia universale: questa è la sfida cristiana!”, ha esclamato.
Il compito, ammette, non è facile “nell'attuale contesto culturale che non raramente è affascinato dal nulla e dal non senso” e in “una cultura che si fa prepotente, incidendo con la sua delusione circa il futuro sulla accoglienza della vita e sull'educazione delle giovani generazioni e intaccando la certezza che ogni verità, e che la verità in se stessa possa avere fondamento anche eterno”.
“Non è forse la carità la più convincente parola di cui ha bisogno anche il nostro tempo?”, ha chiesto.
“Sì – ha risposto –, con la forza dello Spirito di Cristo, dobbiamo annunciare e confermare con personale partecipazione alla missione della Chiesa, che 'Dio è amore'”.
Per il Cardinale, “L'Oeuvre d'Orient”, “sensibile al mosaico variegato delle tradizioni orientali”, è un esempio in questo senso, sostenendo “la fedeltà dei cristiani d'Oriente al proprio patrimonio, privilegiando nei suoi interventi il campo educativo, assistenziale e sociale, pastorale e culturale” ed essendo “opportunamente attenta alla dimensione ecumenica e interreligiosa, lavorando in stretta collaborazione con i venerati patriarchi e gli altri pastori, come pure con le diverse famiglie religiose”.
“In una parola – ha concluso –, 'L'Oeuvre d'Orient' dà efficace testimonianza che 'Dio è amore'”, e per questo “suscita ovunque simpatia e sostegno”.
I genitori di Santa Teresa di Lisieux presto beati
Il Papa ha approvato il decreto di un miracolo attribuito alla loro intercessione
di Anita Sanchez Bourdin
CITTA' DEL VATICANO/LISIEUX, venerdì, 4 luglio 2008 (ZENIT.org).- Papa Benedetto XVI ha approvato questo giovedì il decreto di riconoscimento di un miracolo attribuito all'intercessione di Louis e Zélie Martin, i genitori di Santa Teresa di Lisieux. Con questa approvazione, si apre il cammino verso la beatificazione della coppia.
Il miracolo in questione è la guarigione di un bambino di Monza, Pietro Schiliro, affetto da una gravissima malformazione ai polmoni.
Un carmelitano, padre Antonio Sangalli, aveva suggerito ai suoi genitori di fare una novena ai genitori di Santa Teresina, che persero quattro bambini piccoli, per ricevere la forza per sopportare questa sofferenza.
La mamma di Pietro ha però dichiarato di aver fatto la novena (e poi una seconda) per chiedere la guarigione del figlio. Il bambino, che si è ristabilito, è andato in pellegrinaggio a Lisieux con i suoi genitori per ringraziare Louis e Zélie Martin.
L'approvazione del miracolo coincide quasi con la celebrazione, il 12 e il 13 luglio ad Alençon e Lisieux, del 150° anniversario del matrimonio di Louis e Zélie. Agli atti organizzati per l'occasione è prevista la partecipazione del Cardinale José Saraiva Martins, prefetto della Congregazione per le Cause dei Santi.
Ad Alençon, luogo in cui la coppia si è sposata il 12 luglio 1858, quel giorno sarà festivo e si concluderà con una veglia di preghiera.
Il giorno dopo, il 13 luglio, il Cardinale Saraiva Martins presiederà a Lisieux una Giornata delle Famiglie sulla spianata della Basilica. Tra gli altri atti, ci sarà la benedizione di una statua di Santa Teresina.
Secondo un comunicato reso pubblico da monsignor Pierre Pican, Vescovo di Nayeux e Lisieux, monsignor Jean-Claude Panadero, Vescovo di Séez, e monsignor Bernard Lagoutte, rettore della Basilica di Santa Teresina, il Cardinale Saraiva Martins annuncerà in quell'occasione il luogo e la data della cerimonia di beatificazione dei Martin.
Per ulteriori informazioni: http://therese-de-lisieux.cef.fr
[Traduzione dallo spagnolo di Roberta Sciamplicotti]
Il Cardinale Bertone: “La missione dei Vescovi è al servizio della Chiesa”
Per l'ordinazione episcopale di mons. Piergiuseppe Vacchelli e mons. Bernardito Auza
di Chiara Santomiero
CITTÀ DEL VATICANO, venerdì, 4 luglio 2008 (ZENIT.org).- “La missione dei Vescovi è al servizio della Chiesa: una Chiesa di tutti i popoli che non si identifica con una sola nazione o cultura”: lo ha affermato giovedì il Cardinale Tarcisio Bertone, Segretario di Stato vaticano.
Il porporato ha presieduto nella Basilica di San Pietro la celebrazione per l’ordinazione episcopale di monsignor Piergiuseppe Vacchelli e di monsignor Bernardito Auza.
“In un mondo segnato dalle divisioni – ha aggiunto il Segretario di Stato, richiamando le parole di Benedetto XVI – la Chiesa è chiamata a mostrare la forza unificatrice dell’amore di Cristo. Spetta per primi ai successori degli apostoli, i vescovi, partecipare a questo compito pastorale”.
Hanno affiancato il Cardinale Bertone, il Cardinale Ivan Dias, Prefetto della Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli e il Cardinale Jean-Louis Tauran, Presidente del Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso, insieme a 38 Vescovi.
Una celebrazione che ha sottolineato fortemente il carattere universale della Chiesa, non solo per la presenza di molti conterranei di monsignor Auza – originario delle Filippine –, ma anche per gli incarichi affidati ai nuovi Vescovi.
Monsignor Auza, finora Consigliere nella rappresentanza pontificia della Santa Sede presso l’Organizzazione delle Nazioni Unite a New York, è stato nominato Nunzio apostolico ad Haiti dal Santo Padre, che lo ha elevato, in pari tempo, alla sede titolare di Suacia, con dignità di Arcivescovo. In precedenza, il nuovo Vescovo aveva prestato la propria opera nelle rappresentanze pontificie in Madagascar, Bulgaria ed Albania.
Monsignor Vacchelli, del clero della diocesi di Cremona, già Sottosegretario della Conferenza Episcopale Italiana e Presidente del Comitato per gli Interventi Caritativi per i Paesi in via di sviluppo, è stato chiamato dal Papa agli uffici di Segretario aggiunto della Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli e di Presidente delle Pontificie Opere Missionarie. Il Santo Padre lo ha altresì elevato alla sede titolare di Minturno, con dignità di Arcivescovo.
Lo stesso Arcivescovo ha così sintetizzato la continuità tra vecchi e nuovi impegni: “Si tratta di andare in una congregazione che ha responsabilità diretta su 1.100 diocesi del mondo, su 2.000 Vescovi e su un ‘esercito’ di clero e religiosi, per tutto quello che è la problematica non solo della povertà, ma della costruzione di una vita cristiana. Quindi l’orizzonte è allargato e il lavoro più intenso”.
Di fronte ad un compito così impegnativo, monsignor Vacchelli si è però detto fiducioso: “Mentre lavori per Dio, Dio ti è davanti e supplisce con la sua Grazia alle tue pavidità”.
[Guarda il servizio realizzato da “H2onews”]
Notizie dal mondo
Vescovi cattolici e anglicani sui rischi della rivoluzione digitale
La tecnologia senza responsabilità può generare una nuova “Torre di Babele”
LONDRA, venerdì, 4 luglio 2008 (ZENIT.org).- L'aumento esponenziale dell'offerta dell'informazione generato dalla rivoluzione digitale può creare una moderna “Torre di Babele”. E' questa la conclusione alla quale sono giunti sia i Vescovi cattolici inglesi che la Chiesa d'Inghilterra in alcune opinioni al riguardo pubblicate negli ultimi giorni.
La Chiesa anglicana e la Conferenza Episcopale di Inghilterra e Galles erano state invitate a pronunciarsi su un rapporto dell'OFCOM, l'Autorità Inglese per le Telecomunicazioni, sulle prospettive della televisione in Gran Bretagna. Entrambi gli episcopati hanno concordato nel loro commento.
Nella presentazione congiunta delle risposte, il Vescovo anglicano di Manchester, il reverendo Nigel McCulloch, e il Vescovo ausiliare cattolico di Westminster, monsignor John Arnold, hanno espresso un'opinione coincidente affermando che, senza un forte e vibrante contenuto di servizio pubblico, la televisione dopo la rivoluzione digitale può seminare confusione e sfiducia più che aiutare il servizio pubblico e la coesione sociale.
“Il pericolo è che l’accresciuta quantità di informazioni provenienti dalle fonti più disparate diventi un’assordante cacofonia di voci capace solo di alimentare confusione nel pubblico”, hanno osservato secondo quanto riporta la “Radio Vaticana”.
Entrambi gli episcopati chiedono che le autorità intraprendano “tutti gli interventi necessari a sostegno di una produzione di qualità nell’interesse del bene comune”.
Queste informazioni, aggiungono, devono essere accessibili da tutte le piattaforme: Internet, cellulare e digitale.
Il ruolo del servizio pubblico che aiuta le persone ad avere una comprensione di ciò che accade nel mondo deve sopravvivere, commentano, sottolineando che se la qualità e l'ampiezza del contenuto del servizio pubblico diminuiscono per la rivoluzione digitale, la società nel suo insieme ne subirà le conseguenze.
Secondo quanto hanno affermato il reverendo McCulloch e monsignor Arnold, esiste un rischio reale che con la proliferazione dei canali televisivi il flusso di informazioni generi confusione e sconcerto, creando una moderna Torre di Babele.
Dall'altro lato, entrambi gli episcopati avvertono che un servizio pubblico che non rifletta adeguatamente le complesse realtà della fede nel mondo attuale fallisce nel suo proposito di aiutare la gente a comprendere se stessa e la sua comunità.
In questo senso, ringraziano il fatto che il rapporto dell'OFCOM riconosca il valore sociale del contenuto religioso.
Islam ed Europa, quale rapporto?
Terzo seminario “Islam, Cristianesimo ed Europa” presso il Parlamento Europeo
di Roberta Sciamplicotti
BRUXELLES, venerdì, 4 luglio 2008 (ZENIT.org).- “Come viene accolto l'islam dall''Europa cristiana'? Come affrontare la paura dell'islamizzazione dell'Europa e quali sono le possibilità di 'europeizzazione' dell'islam?”. Queste e altre domande sono state affrontate nel terzo dei quattro meeting sul tema “Islam, Cristianesimo ed Europa”, svoltosi presso il Parlamento Europeo di Bruxelles questo giovedì.
I seminari sono stati organizzati in occasione dell'Anno Europeo del Dialogo Interculturale 2008 dalla Commissione delle Conferenze Episcopali della Comunità Europea (COMECE), dalla Commissione Chiesa e Società (CSC) della Conferenza delle Chiese Europee e dalla Konrad Adenauer Stiftung (KAS), in associazione con partner musulmani.
Un comunicato della COMECE inviato a ZENIT spiega che nel corso dell'incontro la docente presso l'Università di Cambridge e la City University di Londra Sara Silvestri ha affermato che l'islam ha contribuito alla cultura e alla scienza in Europa, avendo invece meno influenza sull'organizzazione politica e legale della società, contrariamente al cristianesimo.
Secondo la professoressa, è ora di abbandonare l'idea per la quale le identità sono stabilite una volta per tutte e i musulmani appartengono a una categoria monolitica.
Alcuni concetti come la preoccupazione per il benessere di ogni persona, la santità della vita e l'impegno da parte dei credenti nella sfera pubblica sono inoltre condivisi da islam e cristianesimo, ha osservato.
Il rappresentante della comunità islamica della Serbia, lo sceicco Abdullah Nu’man, ha avvertito del pericolo rappresentato dalle false interpretazioni dell'islam che, “derivanti dal Corano, sono ricoperte da una serie di tradizioni culturali che provocano fraintendimenti”, spiega il testo della COMECE.
Da un punto di vista teologico e demografico, ha constatato, la paura di un'invasione islamica e dell'imposizione della shari'a (la legge islamica) è senza fondamento. Allo stesso modo, ha denunciato l'islamofobia come un pretesto razzista usato per creare odio o discriminare i musulmani.
Questi ultimi, afferma, “amano l'umanità perché proviene da Dio e amano Dio perché ci ha creati”, e la loro religione riguarda “il parlare e l'amarsi reciprocamente”.
Il metropolita Emmanuel di Francia, rappresentante del Patriarcato Ecumenico presso l'Unione Europea, ha suggerito dal canto suo che le sfide interreligiose sono parte della società europea e riguardano ogni ambito della società.
Secondo il metropolita, in Europa “molte persone hanno una paura irrazionale ma storicamente modellata dell'islam, promossa dalla rappresentazione parziale e stereotipata di questa religione nei media e dalla generale mancanza di conoscenza dell'islam”.
La religione islamica, ha aggiunto secondo quanto riporta il comunicato, “era ed è ancora europea attraverso le sue radici”, e “il bisogno di 'europeizzare l'islam' è meno importante di quello di rivedere la percezione dei valori e delle tradizioni esistenti in tutta la loro diversità”.
In questo contesto, il metropolita ha esortato le istituzioni europee, le Chiese e i media ad affrontare la paura dell'islam.
Un passo in questa direzione potrebbe essere il trattamento egualitario nei mezzi di comunicazione e l'insegnamento di tutte le religioni nelle scuole: “sottolineando le figure comuni tra le religioni più che le differenze”, “dovremmo poter identificare priorità comuni e offrire una visione per l'Europa”.
Di fronte a queste considerazioni, il deputato danese Margrete Auken ha sottolineato la necessità di “andare avanti, ascoltare e imparare gli uni dagli altri per superare le incomprensioni”, affermando che il dialogo con le religioni previsto nel Trattato di Lisbona è “sia un dovere che un privilegio”.
Il quarto e ultimo seminario si svolgerà l'11 settembre prossimo e affronterà la questione delle relazioni esterne dell'Unione Europea con i Paesi musulmani, concentrandosi in particolare sulla reciprocità in termini di libertà religiosa per i musulmani nei Paesi europei e per i cristiani in quelli islamici.
L'obiettivo principale degli incontri è quello di “esporre la complessità delle questioni collegate a islam, cristianesimo ed Europa e, facendo questo, mettere in discussione gli stereotipi”, promuovendo allo stesso tempo “il dialogo e i valori come la dignità umana, la tolleranza e la libertà di religione e di credo”.
Ogni seminario prevede una discussione di gruppo con un moderatore, un esperto accademico, un oratore musulmano, uno cristiano e un membro del Parlamento Europeo.
Per ulteriori informazioni, www.comece.org
Giornata Mondiale della Gioventù
Circa 10mila gli italiani in partenza per Sydney
ROMA, venerdì, 4 luglio 2008 (ZENIT.org).-Sono circa 10mila gli italiani iscritti alla prossima Giornata Mondiale della Gioventù che si terrà a Sydney dal 16 al 20 luglio 2008 sul tema: “Avrete forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi e mi sarete testimoni” (At 1,8).
Molti di loro arriveranno la settimana che precede il 16 luglio e saranno ospitati maggiormente a Brisbane, Melbourne, Sydney, ma anche Perth, dalle famiglie italo-australiane e dalle parrocchie, afferma una nota diffusa dalla Conferenza Episcopale Italiana (CEI).
Il primo gruppo della delegazione italiana che prenderà parte a questo incontro di fede con il Papa partirà il 5 luglio prossimo da Roma. Un viaggio di oltre venti ore che condurrà il Servizio nazionale per la pastorale giovanile della CEI in terra australiana per preparare gli ultimi dettagli.
“La macchina organizzativa è ben avviata – sottolinea don Nicolò Anselmi, responsabile del Servizio nazionale per la pastorale giovanile della CEI – . C’è tanta vivacità da parte di coloro che andranno a Sydney, ma anche i giovani che resteranno in Italia vogliono vivere un’esperienza di comunione con i loro coetanei che parteciperanno alla GMG”.
Saranno circa 50 i volontari in forza alla delegazione italiana, mentre quasi trenta presteranno il loro servizio con il Comitato australiano organizzatore della GMG 2008; 35 invece i Vescovi italiani che vi prenderanno parte.
Nelle diocesi e nelle parrocchie di tutta Italia ci si sta organizzando per vivere momenti di riflessione e di preghiera in comunione con i giovani che incontreranno Benedetto XVI a Sydney.
“Grazie a Sat 2000, a Radio InBlu, al quotidiano Avvenire, all’Agenzia Sir e al sito ufficiale italiano della Gmg www.gmg2008.it si potrà assistere in diretta agli eventi più importanti della Giornata mondiale”, spiega don Domenico Pompili, Direttore dell’Ufficio nazionale per le comunicazioni sociali della CEI .
Il sito, che solo nell’ultimo mese ha fatto registrare 55mila accessi, renderà fruibili ai navigatori della Rete news, comunicati stampa, video, fotografie, una webradio e una newsletter settimanale, grazie a un “mediacenter”.
Presente una sezione “Ufficio Stampa” che conterrà i comunicati stampa, il modulo per gli operatori delle comunicazioni sociali italiani che vorranno segnalare la loro partecipazione alla GMG, ma anche per una sezione (“Gmg story”) dedicata alla storia delle GMG con materiali fotografici e video inediti e la sezione “MyGmg” attraverso la quale sarà possibile leggere il diario di viaggio dei ragazzi giorno per giorno.
Tra le novità RadioGmg che racconterà minuto per minuto dal 14 al 20 luglio 2008 la Giornata mondiale degli italiani. Particolarmente curata sarà la photogallery e la sezione “Materiali e Sussidi”, che comprende schede di attività, approfondimenti, documenti ecclesiali per entrare nello spirito del triennio pastorale dell’Agorà dei giovani italiani e della GMG.
Per chi si rechierà in Australia, il 16 luglio, dalle ore 16.30 alle 19, presso l’Entertainment Centre di Sydney, si svolgerà l'incontro dal titolo “Viva Agorà”. Sarà un momento di dialogo tra i giovani. Si parlerà di lavoro, di scuola, di sport, ma anche dei sogni e delle speranze delle nuove generazioni. Non mancheranno i momenti dedicati alla preghiera, alla condivisione di esperienze di vita e di fede.
L’obiettivo è quello di avvicinare i giovani italiani ai loro coetanei italo-australiani favorendone lo scambio di esperienze di vita.
Il 22 luglio, alla fine della GMG si terrà un grande pellegrinaggio alla Cattedrale di Sydney per rendere grazie alla Madonna di Loreto. Al pellegrinaggio parteciperanno il Cardinale George Pell, Arcivescovo di Sydney, e il Vescovo Giuseppe Betori, Segretario generale della CEI, i giovani italiani e gli italo-australiani.
Per chi invece non potrà essere presente in Australia, il Servizio Diocesano per la Pastorale Giovanile di Roma, in concomitanza con la Veglia presieduta dal Santo Padre a Sydney, ha dato appuntamento ai giovani di Roma e di alcune diocesi del Lazio per sabato 19 luglio, alle ore 8:30, presso la Basilica di San Giovanni in Laterano.
In vista all’appuntamento, è stata messa a disposizione una scheda con i temi delle catechesi che si terranno in Australia dal 16 al 18 luglio. Per poter accedere alla Basilica è necessarrio riempire questa scheda di adesione.
Italia
Una vacanza per scrivere pagine di speranza
Il Life Happening Vittoria Quarenghi riflette sulle ragioni della vita
di Antonio Gaspari
ROMA, venerdì, 4 luglio 2008 (ZENIT.org).- Si svolgerà dal 2 al 9 agosto a Gasperina (CZ) l’edizione 2008 del Life Happening Vittoria Quarenghi. L’incontro annuale organizzato dal Movimento per la Vita (MpV), con particolare attenzione per la formazione dei giovani, rifletterà quest’anno sul tema: “la Vita val bene una Vita”.
Intervistato da ZENIT, Leo Pergamo, responsabile nazionale Giovani del MpV e promotore del Life Happening, ha spiegato che questa edizione, nel trentennale della legge 194, sarà dedicata all’“Europa e diritti umani: noi giovani protagonisti” e alla “Carica dei 100.000”.
“Accanto alla tradizionale formazione circa i temi della bioetica e della biopolitica, - ha precisato Pergamo - approfondiremo il ruolo dei giovani nel volontariato pro-life curando la formazione di nuovi volontari dei CAV (Centri di aiuto alla Vita). Inoltre festeggeremo i 100.000 bambini nati e le mamme aiutate dal popolo pro-life, perché 'la vita val bene una vita'”.
Il responsabile dei giovani del MpV ha sottolineato che “gli incontri, il cineforum ed i laboratori, ci aiuteranno a comprendere il senso profondo della Mission del Movimento per la Vita, il suo ruolo di promotore dei diritti umani e il servizio alla mamma e al bambino, reso dai Centri di Aiuto alla Vita, dove proposta culturale e azione concreta sono due facce della stessa medaglia, perché chi salva una vita salva il mondo intero!”.
In merito all’onorevole Vittoria Quarenghi, già segretaria generale e anima del MpV, scomparsa prematuramente nel 1984, Pergamo ha ricordato che è sua la frase “La vita val bene una vita” e che in una lettera recentemente ritrovata, la Quarenghi ha scritto che la difesa del bambino non ancora nato “è il punto di coesione di una società che vuol dirsi civile e che aspira a ricostruire attorno e dentro di sé i valori fondamentali della libertà, della vita, del rispetto della persona e della dignità umana”.
“Il terrorismo e la violenza non costituiranno più problema se nelle nostre coscienze germoglierà questo spirito nuovo”, sottolineava la Quarenghi, invitando i giovani a “mettere al primo posto la verità sulla vita umana nascente, per salvare la verità sull’uomo tutto intero; per garantire l’autenticità dell’impegno per la difesa di ogni altro diritto, come l’impegno per la pace”.
Tra le novità di quest’anno, per offrire risposte di aiuto concreto alla maternità, durante il Life Happening V. Quarenghi sarà avviato, per la prima volta in Italia, un corso per la formazione di giovani volontari.
Lo scopo è quello di fornire loro le giuste conoscenze perché sappiano essere dialoganti e attenti alle antiche e nuove sfide; sappiano sostenere e indirizzare la coppia che vive il dramma della sterilità.
Il fine è quello di far sì che il Centro di Aiuto alla Vita “sappia offrire sostegno concreto alla maternità e alla donna che vive il dramma della sindrome post-aborto e che sappia diffondere un’educazione all’affettività aperta alla vita, che non dimentica mai di proporre alla donna e alla coppia: la bellezza, verità e laicità dei metodi naturali per la regolazione della fertilità”.
Pergamo è convinto che il Life Happening è un ottimo strumento offerto a tutte le Associazioni per la formazione d’eccellenza dei loro giovani e in generale per tutti coloro che hanno a cuore la promozione della dignità umana.
Tra i patrocini di quest’anno spicca quello della Conferenza Episcopale Calabra, della Diocesi di Catanzaro, del Forum delle Famiglie e del Rinnovamento nello Spirito (RnS) della regione.
Il responsabile dei giovani del MpV ha ribadito che il Life Happening Vittoria Quarenghi è l’occasione di scoprire che il “sì alla Vita è la ragione unificante ed ultima della Polis, al di là di ogni interesse, ideologia e potere”.
Pergamo ha concluso invitando i giovani per la Vita a “scrivere pagine di speranza per l’Umanità! Vi aspettiamo per una vacanza che cambia davvero la Vita!”.
[Le iscrizioni sono ancora aperte, per ogni informazione: http://s2ew.mpv.glauco.it/pls/mpv/V...a?id_pagina=798 oppure scrivendo a ]
Interviste
La vita e l'impegno dei cattolici in Israele
Intervista all’israeliano padre David Neuhaus
di Karna Swanson
GERUSALEMME, venerdì, 4 luglio 2008 (ZENIT.org).- Per un cattolico che vive in Israele, promuovere i buoni rapporti ebraico-cattolici non è solo un precetto della propria religione, ma diventa uno stile di vita, secondo un sacerdote israeliano.
Il padre gesuita David Mark Neuhaus, di famiglia ebrea, è il segretario generale del Vicariato cattolico di lingua ebraica in Israele ed è responsabile della comunità cattolica di lingua ebraica di Haifa.
In questa intervista rilasciata a ZENIT, padre Neuhaus parla della storia, della missione e delle sfide della comunità cattolica di lingua ebraica che vive in Israele.
Nel suo sito Internet lei afferma che l’esperienza di una comunità cattolica di lingua ebraica nell’ambito della società israeliana costituisce una novità nella storia della Chiesa. Come è nata l’Associazione di San Giacomo?
Padre Neuhaus: L’Associazione di San Giacomo, che è diventata il Vicariato ebraico-cattolico, è stata ufficialmente istituita come parte del Patriarcato latino di Gerusalemme nel 1955. Fu poco dopo la costituzione dello Stato di Israele. È nata per occuparsi della miriade di cattolici che erano immigrati in Israele, spesso nell’ambito di famiglie ebraico-cattoliche, provenienti soprattutto dall’Europa.
È stata fondata anche per stabilire una presenza cattolica nell’ambito della società ebraica, al fine di promuovere un nuovo tipo di rapporti fra cattolici ed ebrei. Di fronte a questa nuova realtà di uno Stato israeliano con l’ebraico come lingua ufficiale era importante che esistesse anche una presenza cattolica integrata anche nell’uso della lingua ebraica.
I fondatori dell’Associazione erano ebrei convertiti al Cattolicesimo - soprattutto in Europa - e cattolici, provenienti soprattutto dall’Europa, con la vocazione di vivere in solidarietà con il popolo ebraico nello Stato di Israele. I nostri padri fondatori avevano questa visione di una comunità cattolica di lingua ebraica che si sentisse a casa tra il popolo ebreo in Israele e vivesse la sua vita di fede in profondo dialogo e in solidarietà con gli ebrei.
Nel 2003, il Papa Giovanni Paolo II ha nominato come vicario patriarcale dei cattolici di lingua ebraica il padre benedettino Jean-Baptiste Gourion, un vescovo ausiliario del Patriarca latino. Un passo che ha rafforzato il riconoscimento di questa realtà nell’ambito della Chiesa in Terra Santa.
Quali nuove prospettive può offrire un cattolico di lingua ebraica in Terra Santa?
Padre Neuhaus: Un cattolico di lingua ebraica vive nell’ambito dell’unica società in cui la parte ebrea rappresenta la maggioranza, dove il ritmo della vita quotidiana è scandito dalla religione, dalla storia e dalla cultura degli ebrei. Per noi, il riflesso cattolico universale sull’identità ebraica di Gesù e le radici giudaiche della nostra fede non è solo un elemento del nostro rinnovamento dopo il Concilio Vaticano II, ma fa parte della nostra esistenza quotidiana.
Il dialogo con gli ebrei, qui, non è con una minoranza marginale, ma con la maggioranza dominante. Nei nostri sforzi di inculturazione, cerchiamo di integrare nella nostra identità cattolica, nella nostra liturgia e nel nostro modo di pensare, questo incontro quotidiano con l'Ebraismo e con il popolo ebreo.
Tutto questo avviene proprio su quella terra che è al centro del racconto biblico: la terra in cui l’Israele della Bibbia, i profeti e Nostro Signore Gesù hanno camminato, insegnato e vissuto.
Nelle quattro maggiori città di Israele si trovano delle comunità cattoliche di lingua ebraica. Quanto sono grandi queste comunità e quali sono le principali difficoltà che incontrano?
Padre Neuhaus: Oggi abbiamo comunità nelle quattro maggiori città di Israele: Gerusalemme, Tel Aviv-Jaffa, Beersheva e Haifa. Ma molti fedeli si trovano anche in altri luoghi. Siamo una comunità molto ristretta, composta di qualche centinaia di persone. Ma nonostante le nostre contenute dimensioni e il lento ritmo di crescita, la nostra realtà è vibrante e i nostri centri sono vere oasi di preghiera e di fraternità.
Tuttavia vi sono anche numerosi problemi che dobbiamo affrontare. Le nostre piccole comunità sono anche molto diversificate. Abbiamo fedeli provenienti da molte parti del mondo - Russia, Francia, Polonia, Stati Uniti, Italia, India, ecc. - oltre agli israeliani. Alcuni sono ebrei, altri no. Alcuni sono israeliani; sono stati qui molti anni, altri sono appena arrivati. Alcuni parlano ebraico, altri no. Alcuni sono cattolici dalla nascita, altri lo sono diventati successivamente.
I nostri sacerdoti provengono soprattutto dall’Europa e impiegano molti anni per imparare la lingua e la cultura. I nostri fedeli di origine ebraica sono spesso singole persone che hanno preso decisioni coraggiose nella loro vita e si sono avvicinati a noi senza le loro famiglie. Alcuni si trovano anche a dover gestire l’opposizione da parte delle proprie famiglie e in generale dalla società, a causa delle scelte che hanno compiuto, tanto che alcuni decidono di vivere nella più grande discrezione e persino segretezza.
Il sostegno pubblico - scuole, servizi sociali e culturali - è molto limitato per i cattolici di lingua ebraica. Per questo le famiglie che sono immigrate in Israele negli ultimi anni - soprattutto dai Paesi dell’ex Unione Sovietica - spesso decidono di lasciare Israele per poter crescere i figli nel Cattolicesimo.
Le famiglie che invece rimangono, spesso vedono i loro figli assimilati alla popolazione israeliana secolarizzata che non pratica alcuna religione. Infine, la ridotta dimensione delle nostre comunità richiede una costante vigilanza per fare comunità e non consentire divisioni o faziosità.
Oltre ai cattolici di lingua ebraica, quali altre comunità cattoliche esistono in Israele?
Padre Neuhaus: I cattolici di lingua ebraica sono solo una piccola parte della più ampia Chiesa cattolica in Israele. La maggior parte dei cattolici sono di lingua araba: cittadini arabi dello Stato di Israele o arabi cattolici dei territori palestinesi.
I cattolici romani, sotto la giurisdizione del Patriarca latino di Gerusalemme, sono solo una parte della popolazione cattolica. La maggior parte dei cattolici in Israele sono greco-cattolici, ma vi sono anche cattolici maroniti, siriani e armeni.
I rapporti fra i cattolici di lingua ebraica e i loro fratelli arabi sono complessi, a causa della difficile situazione politica, ma l’unità della Chiesa è preservata dai nostri vertici ecclesiastici come testimonianza cristiana della possibilità di riconciliazione e di pace. A Beersheva e Haifa, dove le tensioni politiche non sono forti, vi sono cattolici arabi che frequentano le nostre comunità.
Ed è interessante notare che attualmente il Vicario patriarcale delle comunità cattoliche di lingua ebraica, padre Pierbattista Pizzaballa, è anche Custode di Terra Santa, il capo dell’ordine francescano in Terra Santa, che ha anche intensi rapporti con la comunità cattolica araba.
Il precedente Patriarca latino, Sua Beatitudine Michel Sabbah, è stato il primo Patriarca di Gerusalemme arabo palestinese, che tra l’altro parla correntemente l’ebraico. Per quanto mi riguarda, oltre ad essere il segretario generale del Vicariato, sono anche docente di Sacre Scritture presso il seminario diocesano di lingua araba e presso l’Università cattolica palestinese di Betlemme.
In che modo la comunità cattolica di lingua ebraica promuove i legami con la società israeliana?
Padre Neuhaus: Il nostro scopo non è solo quello di promuovere i legami, ma anche di vivere pienamente integrati nella società. Non siamo un’associazione dedita al dialogo, ma piuttosto un servizio pastorale per i nostri fedeli, nell’ambito del quale cerchiamo di facilitare l’integrazione nella società ebraica israeliana.
Prima di tutto, viviamo in lingua ebraica. Secondo, la nostra vita segue i ritmi della società ebraica israeliana. In aggiunta a questo, nelle nostre comunità ci teniamo aggiornati su quanto avviene nell’ambito del dialogo ebraico-cristiano e cerchiamo di dare il nostro contributo.
Esiste ancora un certo atteggiamento negativo verso il Cristianesimo in generale e verso la Chiesa cattolica in particolare, nell’ambito della società ebraica israeliana, in parte dovuto ai lunghi secoli di rapporti tesi fra ebrei e cristiani in Europa. In questo senso, consideriamo come parte del nostro compito quello di portare all’attenzione della nostra società in Israele i grandi cambiamenti che la Chiesa ha apportato nei rapporti con il popolo ebreo sin dal Concilio Vaticano II.
I cattolici di lingua ebraica sono riusciti ad integrarsi pienamente nella società israeliana? Per esempio, vi sono dei cattolici impegnati in politica, nell’educazione, nel mondo del lavoro?
Padre Neuhaus: Alcuni cattolici di lingua ebraica - quelli che prima di diventare cattolici erano ebrei - sono pienamente integrati nella società. Inoltre, alcuni cattolici di lingua ebraica che sono arrivati in Israele provenendo da altre parti sono in effetti riusciti a dare il loro contributo alla società integrandosi nella vita quotidiana.
Anzitutto, le nostre comunità contribuiscono alla società generale essendo luogo di vita e di preghiera nell’ambito di una società in guerra. Una delle nostre specifiche vocazioni è quella di pregare per la pace e la giustizia.
Nell’ambito dell’educazione abbiamo avuto numerosi membri attivi negli istituti israeliani. Uno dei nostri padri fondatori, il padre domenicano Marcel Dubois, è stato capo del dipartimento di filosofia dell’Università ebraica di Gerusalemme. Altri nostri fedeli insegnano teologia, archeologia, storia e altre materie nelle università israeliane.
Altri membri ancora sono attivi nella formazione dei cristiani che vengono in Israele per studiare teologia e Sacre Scritture, oltre agli studi ebraici. Uno dei nostri padri fondatori, padre Yohanan Elihai, ha dato un importante contributo nel campo della linguistica, con dizionari e manuali che aiutano la comunicazione fra arabi e israeliani. Il 4 giugno è stato insignito del dottorato onorario da parte dell’Università di Haifa, per il suo lavoro nell’ambito della linguistica.
Un altro padre fondatore, il sacerdote domenicano Bruno Hussar, ha costituito una comunità chiamata “Newe Shalom” - Oasi di Pace - in cui ebrei e arabi vivono insieme. Alcuni membri sono anche pienamente impegnati nella lotta per la pace e la giustizia fra israeliani e palestinesi.
Ogni singolo individuo trova il suo posto nella società e ci ritroviamo quindi insieme come medici, infermieri, insegnanti, assistenti sociali, avvocati, amministratori, uomini d’affari, ma anche pensionati, studenti e disoccupati, per formare comunità che vivono vite ordinarie che diventano straordinarie a causa della nostra fede.
[Per saperne di più sul Vicariato cattolico di lingua ebraica: www.catholic.co.il]
Spiritualità
Le cose nascoste ai sapienti e rivelate ai piccoli
Padre Raniero Cantalamessa commenta la liturgia domenicale
CITTA' DEL VATICANO, venerdì, 4 luglio 2008 (ZENIT.org).- Pubblichiamo il commento di padre Raniero Cantalamessa, OFM Cap. - predicatore della Casa Pontificia -, alla liturgia di domenica prossima.
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XIV Domenica del tempo ordinario
Zaccaria 9, 9-10; Romani 8, 9.11-13; Matteo 11, 25-30
Le cose nascoste ai sapienti e rivelate ai piccoli
Il vangelo di questa domenica, tra le pagine più intense e profonde del vangelo, è composto di tre parti: una preghiera ("Ti benedico, Padre…"), una dichiarazione su di sé ("Tutto mi è stato dato dal Padre mio…") e un invito ("Venite a me voi tutti che siete affaticati…"). Mi limito a commentare il primo elemento, la preghiera, perché essa contiene una rivelazione di straordinaria importanza: "Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così è piaciuto a te".
E' iniziato da poco l'anno paolino e il miglior commento a questa parola di Gesù è ciò che dice Paolo in 1 Corinzi : "Non ci sono tra voi molti sapienti secondo la carne, non molti potenti, non molti nobili. Ma Dio ha scelto ciò che nel mondo è stolto per confondere i sapienti, Dio ha scelto ciò che nel mondo è debole per confondere i forti, Dio ha scelto ciò che nel mondo è ignobile e disprezzato e ciò che è nulla per ridurre a nulla le cose che sono, perché nessun uomo possa gloriarsi davanti a Dio" (1 Cor 1, 26-29).
Le parole di Cristo e di Paolo gettano una luce singolare sul mondo di oggi. E' una situazione che si ripete. I sapienti e gli intelligenti si tengono lontani dalla fede, guardano spesso con commiserazione la folla dei credenti che prega, che crede nei miracoli che si affolla intorno a Padre Pio. Non tutti i dotti, a dire il vero, e forse neppure la maggioranza di essi, ma certo la parte più influente, che ha a disposizione i microfoni più potenti, la chatting society, come si dice in inglese, la società che ha accesso ai grandi mezzi di comunicazione.
Molti di loro sono persone oneste e intelligentissime e la loro posizione è frutto più di formazione, dell'ambiente, di esperienze di vita, che di resistenza alla verità. Quindi nessun giudizio sulle persone singole. Ne conosco anch'io alcune e ne ho grande stima. Ma questo non deve impedirci di mettere in luce il nocciolo del problema. La chiusura a ogni rivelazione dall'alto e quindi alla fede, non è causata dall'intelligenza, ma dall'orgoglio. Un orgoglio speciale che consiste nel rifiuto di ogni dipendenza e nella rivendicazione di una autonomia assoluta da parte del pensatore.
Ci si trincera dietro la parola magica "ragione", ma in realtà non è la famosa "ragion pura" che lo esige, né una ragione "sovrana", ma una ragione schiava, dalle ali tarpate. Filosofi che non si possono certo accusare di mancanza d'intelligenza e di capacità dialettica hanno scritto: "L'atto supremo della ragione sta nel riconoscere che c'è un'infinità di cose che la sorpassano" (Pascal) e ancora: " Finora si è sempre parlato così: 'Il dire che non si può capire questa o quella cosa, non soddisfa la scienza che vuol capire'. Ecco lo sbaglio. Si deve dire il contrario: qualora la scienza umana non voglia riconoscere che vi è qualcosa che essa non può capire, o -in modo ancor più preciso- qualcosa di cui essa con chiarezza può 'capire che non può capire', allora tutto è sconvolto. È pertanto un compito della conoscenza umana capire che vi sono e quali sono le cose che essa non può capire" (Kierkegaard). Pone perciò un limite alla ragione e la umilia chi non le riconosce questa capacità di trascendersi, non il credente che gliela riconosce.
Quello che ho detto spiega perché il pensiero moderno, dietro Nietzsche, ha sostituito al valore della verità, quello ricerca della verità e quindi della sincerità. Si scambia a volte questo atteggiamento per umiltà (contentarsi di un "pensiero debole"!) e l'atteggiamento di chi crede in verità assolute per presunzione, ma è un giudizio molto superficiale. Finché la persona è in ricerca è lei la protagonista, lei che conduce il gioco. Una volta trovata la verità, è la verità che sale sul trono e il ricercatore deve inchinarsi davanti a lei e questo, quando si tratta della Verità trascendente, costa il "sacrificio dell'intelletto".
Su questo panorama culturale cade come una provocazione ciò che Gesù dice nel vangelo di Giovanni "Io sono la verità" e anche ciò che dice nel seguito del brano evangelico: "Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me…Venite a me voi tutti che siete affaticati e stanchi ed io vi ristorerò". Ma è un invito, non un rimprovero ed è rivolto anche agli stanchi di cercare senza mai trovare, a quelli che hanno passato la vita a tormentarsi cozzando ogni volta contro la roccia impenetrabile del mistero. Lo psicologo C.G. Jung, in un suo libro, dice che tutti i pazienti di una certa età che si erano rivolti a lui, soffrivano per qualcosa che si poteva chiamare "assenza di umiltà" e non guarivano finché non acquistavano un atteggiamento di rispetto nei confronti di una realtà più grande di loro, cioè un atteggiamento di umiltà.
Gesù ripete anche ai tanti intelligenti e sapienti onesti che ci sono nel mondo d'oggi il suo invito pieno di amore: "Venite a me voi tutti che siete affaticati e stanchi ed io vi darò quel sollievo e quella pace che invano cercate nei vostri tormentosi ragionamenti.
Programma del viaggio apostolico di Benedetto XVI in Francia
Il Cardinale Sandri chiede una pace “sicura e stabile” in Medio Oriente
I genitori di Santa Teresa di Lisieux presto beati
Il Cardinale Bertone: “La missione dei Vescovi è al servizio della Chiesa”
NOTIZIE DAL MONDO
Vescovi cattolici e anglicani sui rischi della rivoluzione digitale
Islam ed Europa, quale rapporto?
GIORNATA MONDIALE DELLA GIOVENTÙ
Circa 10mila gli italiani in partenza per Sydney
ITALIA
Una vacanza per scrivere pagine di speranza
INTERVISTE
La vita e l'impegno dei cattolici in Israele
SPIRITUALITÀ
Le cose nascoste ai sapienti e rivelate ai piccoli
Santa Sede
Programma del viaggio apostolico di Benedetto XVI in Francia
In occasione del 150° anniversario delle apparizioni di Lourdes
CITTA' DEL VATICANO, venerdì, 4 luglio 2008 (ZENIT.org).- La Sala Stampa della Santa Sede ha pubblicato questo venerdì il programma del viaggio apostolico di Benedetto XVI, che dal 12 al 15 settembre prossimo si recherà in Francia, in occasione del 150° anniversario delle apparizioni di Lourdes.
Sarà il primo viaggio apostolico del Papa in Francia dopo la sua elezione alla sede di Pietro nel 2005 e il nono viaggio apostolico fuori dall'Italia.
Il Santo Padre partirà venerdì 12 settembre alle ore 9 da Roma/Fiumicino per l’aeroporto di Orly (Parigi), dove giungerà alle ore 11:10. Dopo la cerimonia di benvenuto il Papa si recherà in visita di cortesia al Presidente della Repubblica e incontrerà le Autorità dello Stato.
Nel pomeriggio il programma prevede quattro incontri: con i rappresentanti della Comunità Ebraica nella Nunziatura Apostolica; con il mondo della cultura al Collège des Bernardins; la celebrazione dei Vespri con i sacerdoti, i religiosi, le religiose, i seminaristi e i diaconi nella Cattedrale di Notre-Dame ed infine il saluto ai giovani sul sagrato della Cattedrale.
Sabato 13 settembre il Papa visiterà l’Institut de France ed alle ore 10 celebrerà la Santa Messa all’Esplanade des Invalides. Nel pomeriggio la partenza in aereo per Tarbes-Lourdes, dove arriverà alle ore 17:45. Benedetto XVI percorrerà alcune tappe del “Cammino del Giubileo” visitando la Chiesa del Sacro Cuore e il Cachot di Lourdes. Quindi la visita alla Grotta delle Apparizioni e, alle 21:30, la conclusione della Processione mariana “aux flambeaux”.
Domenica 14 settembre, alle ore 10, il Papa celebrerà la Santa Messa nel 150° anniversario delle apparizioni seguita dall'Angelus. Nel pomeriggio è previsto l'incontro con i Vescovi francesi e la conclusione della processione eucaristica.
Lunedì 15 settembre, dopo la visita all’Oratorie de l’hôpital di Lourdes, il Santo Padre alle ore 9:30 celebrerà la Santa Messa con i malati nella Basilica Notre-Dame du Rosaire. Alle ore 12:30 è prevista la cerimonia di congedo all’aeroporto di Tarbes-Lourdes-Pyrénées, da dove il Papa rientrerà a Roma. L'arrivo è previsto per le ore 15:15 all'aeroporto di Ciampino.
[Per ulteriori informazioni: www.pape-france.org]
Il Cardinale Sandri chiede una pace “sicura e stabile” in Medio Oriente
Nell'annuale celebrazione eucaristica de “L'Oeuvre d'Orient”
PARIGI, venerdì, 4 luglio 2008 (ZENIT.org).- Una pace “sicura e stabile” in tutto il Medio Oriente è l'auspicio espresso dal Cardinale Leonardo Sandri, prefetto della Congregazione per le Chiese Orientali, al termine dell'annuale celebrazione eucaristica de “L'Oeuvre d'Orient” nella Cattedrale di Notre-Dame di Parigi.
“L'Oeuvre”, fondata da alcuni docenti laici dell'università della Sorbona di Parigi e riconosciuta come opera ecclesiastica da Papa Pio IX nel 1858, è un'associazione di assistenza e beneficenza che ha l'obiettivo di aiutare le Chiese e i cristiani d'Oriente.
“Solo la pace tanto attesa – ha affermato il Cardinale secondo quanto riporta “L'Osservatore Romano” – potrà assicurare ai cristiani, presenti in quelle terre fin dagli inizi della evangelizzazione, di continuare a vivere come singoli e come comunità nella professione della fede in Gesù”.
Riconoscendo che a volte “forse siamo tentati dalla stanchezza, dopo avere presentato al Signore innumerevoli volte questa intenzione”, il porporato ha esortato a ricordare “la povera vedova evangelica, che ricorreva fiduciosa al Signore con la sua preghiera” e i tanti “esempi biblici di insistenti suppliche accolte da Dio”.
Hanno partecipato alla celebrazione il Cardinale André Vingt-Trois, Arcivescovo di Parigi e ordinario per i fedeli di rito orientale residenti in Francia e sprovvisti di ordinario del proprio rito; l'Arcivescovo Fortunato Baldelli, nunzio apostolico; monsignor Claude Bressolette, vicario generale per i fedeli di rito orientale in Francia; monsignor Philip Brizard, direttore de “L'Oeuvre d'Orient”.
Il Cardinale Sandri ha sottolineato “il debito dottrinale che tutta la Chiesa riconosce ai padri, ai dottori, ai teologi, ai monaci e ai santi figli delle Chiese orientali, che hanno forgiato in docilità allo Spirito Santo le più antiche tradizioni liturgiche, spirituali e disciplinari a gloria della Santa e indivisa Trinità”.
“In compagnia dell'Oriente l'Occidente deve sempre camminare nella professione della fede trinitaria per servire l'uomo contemporaneo e rendergli noto il suo destino eterno”.
L'annuncio fondamentale per cui “Dio è amore”, ha proseguito, deve diventare oggi una convinzione, ma questa “viene solo dallo Spirito di Cristo” e “va implorata come dono dall'Alto”.
“Convincere il mondo d'oggi che l'amore e la vita costituiscono il senso di tutta la vicenda umana e della storia universale: questa è la sfida cristiana!”, ha esclamato.
Il compito, ammette, non è facile “nell'attuale contesto culturale che non raramente è affascinato dal nulla e dal non senso” e in “una cultura che si fa prepotente, incidendo con la sua delusione circa il futuro sulla accoglienza della vita e sull'educazione delle giovani generazioni e intaccando la certezza che ogni verità, e che la verità in se stessa possa avere fondamento anche eterno”.
“Non è forse la carità la più convincente parola di cui ha bisogno anche il nostro tempo?”, ha chiesto.
“Sì – ha risposto –, con la forza dello Spirito di Cristo, dobbiamo annunciare e confermare con personale partecipazione alla missione della Chiesa, che 'Dio è amore'”.
Per il Cardinale, “L'Oeuvre d'Orient”, “sensibile al mosaico variegato delle tradizioni orientali”, è un esempio in questo senso, sostenendo “la fedeltà dei cristiani d'Oriente al proprio patrimonio, privilegiando nei suoi interventi il campo educativo, assistenziale e sociale, pastorale e culturale” ed essendo “opportunamente attenta alla dimensione ecumenica e interreligiosa, lavorando in stretta collaborazione con i venerati patriarchi e gli altri pastori, come pure con le diverse famiglie religiose”.
“In una parola – ha concluso –, 'L'Oeuvre d'Orient' dà efficace testimonianza che 'Dio è amore'”, e per questo “suscita ovunque simpatia e sostegno”.
I genitori di Santa Teresa di Lisieux presto beati
Il Papa ha approvato il decreto di un miracolo attribuito alla loro intercessione
di Anita Sanchez Bourdin
CITTA' DEL VATICANO/LISIEUX, venerdì, 4 luglio 2008 (ZENIT.org).- Papa Benedetto XVI ha approvato questo giovedì il decreto di riconoscimento di un miracolo attribuito all'intercessione di Louis e Zélie Martin, i genitori di Santa Teresa di Lisieux. Con questa approvazione, si apre il cammino verso la beatificazione della coppia.
Il miracolo in questione è la guarigione di un bambino di Monza, Pietro Schiliro, affetto da una gravissima malformazione ai polmoni.
Un carmelitano, padre Antonio Sangalli, aveva suggerito ai suoi genitori di fare una novena ai genitori di Santa Teresina, che persero quattro bambini piccoli, per ricevere la forza per sopportare questa sofferenza.
La mamma di Pietro ha però dichiarato di aver fatto la novena (e poi una seconda) per chiedere la guarigione del figlio. Il bambino, che si è ristabilito, è andato in pellegrinaggio a Lisieux con i suoi genitori per ringraziare Louis e Zélie Martin.
L'approvazione del miracolo coincide quasi con la celebrazione, il 12 e il 13 luglio ad Alençon e Lisieux, del 150° anniversario del matrimonio di Louis e Zélie. Agli atti organizzati per l'occasione è prevista la partecipazione del Cardinale José Saraiva Martins, prefetto della Congregazione per le Cause dei Santi.
Ad Alençon, luogo in cui la coppia si è sposata il 12 luglio 1858, quel giorno sarà festivo e si concluderà con una veglia di preghiera.
Il giorno dopo, il 13 luglio, il Cardinale Saraiva Martins presiederà a Lisieux una Giornata delle Famiglie sulla spianata della Basilica. Tra gli altri atti, ci sarà la benedizione di una statua di Santa Teresina.
Secondo un comunicato reso pubblico da monsignor Pierre Pican, Vescovo di Nayeux e Lisieux, monsignor Jean-Claude Panadero, Vescovo di Séez, e monsignor Bernard Lagoutte, rettore della Basilica di Santa Teresina, il Cardinale Saraiva Martins annuncerà in quell'occasione il luogo e la data della cerimonia di beatificazione dei Martin.
Per ulteriori informazioni: http://therese-de-lisieux.cef.fr
[Traduzione dallo spagnolo di Roberta Sciamplicotti]
Il Cardinale Bertone: “La missione dei Vescovi è al servizio della Chiesa”
Per l'ordinazione episcopale di mons. Piergiuseppe Vacchelli e mons. Bernardito Auza
di Chiara Santomiero
CITTÀ DEL VATICANO, venerdì, 4 luglio 2008 (ZENIT.org).- “La missione dei Vescovi è al servizio della Chiesa: una Chiesa di tutti i popoli che non si identifica con una sola nazione o cultura”: lo ha affermato giovedì il Cardinale Tarcisio Bertone, Segretario di Stato vaticano.
Il porporato ha presieduto nella Basilica di San Pietro la celebrazione per l’ordinazione episcopale di monsignor Piergiuseppe Vacchelli e di monsignor Bernardito Auza.
“In un mondo segnato dalle divisioni – ha aggiunto il Segretario di Stato, richiamando le parole di Benedetto XVI – la Chiesa è chiamata a mostrare la forza unificatrice dell’amore di Cristo. Spetta per primi ai successori degli apostoli, i vescovi, partecipare a questo compito pastorale”.
Hanno affiancato il Cardinale Bertone, il Cardinale Ivan Dias, Prefetto della Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli e il Cardinale Jean-Louis Tauran, Presidente del Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso, insieme a 38 Vescovi.
Una celebrazione che ha sottolineato fortemente il carattere universale della Chiesa, non solo per la presenza di molti conterranei di monsignor Auza – originario delle Filippine –, ma anche per gli incarichi affidati ai nuovi Vescovi.
Monsignor Auza, finora Consigliere nella rappresentanza pontificia della Santa Sede presso l’Organizzazione delle Nazioni Unite a New York, è stato nominato Nunzio apostolico ad Haiti dal Santo Padre, che lo ha elevato, in pari tempo, alla sede titolare di Suacia, con dignità di Arcivescovo. In precedenza, il nuovo Vescovo aveva prestato la propria opera nelle rappresentanze pontificie in Madagascar, Bulgaria ed Albania.
Monsignor Vacchelli, del clero della diocesi di Cremona, già Sottosegretario della Conferenza Episcopale Italiana e Presidente del Comitato per gli Interventi Caritativi per i Paesi in via di sviluppo, è stato chiamato dal Papa agli uffici di Segretario aggiunto della Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli e di Presidente delle Pontificie Opere Missionarie. Il Santo Padre lo ha altresì elevato alla sede titolare di Minturno, con dignità di Arcivescovo.
Lo stesso Arcivescovo ha così sintetizzato la continuità tra vecchi e nuovi impegni: “Si tratta di andare in una congregazione che ha responsabilità diretta su 1.100 diocesi del mondo, su 2.000 Vescovi e su un ‘esercito’ di clero e religiosi, per tutto quello che è la problematica non solo della povertà, ma della costruzione di una vita cristiana. Quindi l’orizzonte è allargato e il lavoro più intenso”.
Di fronte ad un compito così impegnativo, monsignor Vacchelli si è però detto fiducioso: “Mentre lavori per Dio, Dio ti è davanti e supplisce con la sua Grazia alle tue pavidità”.
[Guarda il servizio realizzato da “H2onews”]
Notizie dal mondo
Vescovi cattolici e anglicani sui rischi della rivoluzione digitale
La tecnologia senza responsabilità può generare una nuova “Torre di Babele”
LONDRA, venerdì, 4 luglio 2008 (ZENIT.org).- L'aumento esponenziale dell'offerta dell'informazione generato dalla rivoluzione digitale può creare una moderna “Torre di Babele”. E' questa la conclusione alla quale sono giunti sia i Vescovi cattolici inglesi che la Chiesa d'Inghilterra in alcune opinioni al riguardo pubblicate negli ultimi giorni.
La Chiesa anglicana e la Conferenza Episcopale di Inghilterra e Galles erano state invitate a pronunciarsi su un rapporto dell'OFCOM, l'Autorità Inglese per le Telecomunicazioni, sulle prospettive della televisione in Gran Bretagna. Entrambi gli episcopati hanno concordato nel loro commento.
Nella presentazione congiunta delle risposte, il Vescovo anglicano di Manchester, il reverendo Nigel McCulloch, e il Vescovo ausiliare cattolico di Westminster, monsignor John Arnold, hanno espresso un'opinione coincidente affermando che, senza un forte e vibrante contenuto di servizio pubblico, la televisione dopo la rivoluzione digitale può seminare confusione e sfiducia più che aiutare il servizio pubblico e la coesione sociale.
“Il pericolo è che l’accresciuta quantità di informazioni provenienti dalle fonti più disparate diventi un’assordante cacofonia di voci capace solo di alimentare confusione nel pubblico”, hanno osservato secondo quanto riporta la “Radio Vaticana”.
Entrambi gli episcopati chiedono che le autorità intraprendano “tutti gli interventi necessari a sostegno di una produzione di qualità nell’interesse del bene comune”.
Queste informazioni, aggiungono, devono essere accessibili da tutte le piattaforme: Internet, cellulare e digitale.
Il ruolo del servizio pubblico che aiuta le persone ad avere una comprensione di ciò che accade nel mondo deve sopravvivere, commentano, sottolineando che se la qualità e l'ampiezza del contenuto del servizio pubblico diminuiscono per la rivoluzione digitale, la società nel suo insieme ne subirà le conseguenze.
Secondo quanto hanno affermato il reverendo McCulloch e monsignor Arnold, esiste un rischio reale che con la proliferazione dei canali televisivi il flusso di informazioni generi confusione e sconcerto, creando una moderna Torre di Babele.
Dall'altro lato, entrambi gli episcopati avvertono che un servizio pubblico che non rifletta adeguatamente le complesse realtà della fede nel mondo attuale fallisce nel suo proposito di aiutare la gente a comprendere se stessa e la sua comunità.
In questo senso, ringraziano il fatto che il rapporto dell'OFCOM riconosca il valore sociale del contenuto religioso.
Islam ed Europa, quale rapporto?
Terzo seminario “Islam, Cristianesimo ed Europa” presso il Parlamento Europeo
di Roberta Sciamplicotti
BRUXELLES, venerdì, 4 luglio 2008 (ZENIT.org).- “Come viene accolto l'islam dall''Europa cristiana'? Come affrontare la paura dell'islamizzazione dell'Europa e quali sono le possibilità di 'europeizzazione' dell'islam?”. Queste e altre domande sono state affrontate nel terzo dei quattro meeting sul tema “Islam, Cristianesimo ed Europa”, svoltosi presso il Parlamento Europeo di Bruxelles questo giovedì.
I seminari sono stati organizzati in occasione dell'Anno Europeo del Dialogo Interculturale 2008 dalla Commissione delle Conferenze Episcopali della Comunità Europea (COMECE), dalla Commissione Chiesa e Società (CSC) della Conferenza delle Chiese Europee e dalla Konrad Adenauer Stiftung (KAS), in associazione con partner musulmani.
Un comunicato della COMECE inviato a ZENIT spiega che nel corso dell'incontro la docente presso l'Università di Cambridge e la City University di Londra Sara Silvestri ha affermato che l'islam ha contribuito alla cultura e alla scienza in Europa, avendo invece meno influenza sull'organizzazione politica e legale della società, contrariamente al cristianesimo.
Secondo la professoressa, è ora di abbandonare l'idea per la quale le identità sono stabilite una volta per tutte e i musulmani appartengono a una categoria monolitica.
Alcuni concetti come la preoccupazione per il benessere di ogni persona, la santità della vita e l'impegno da parte dei credenti nella sfera pubblica sono inoltre condivisi da islam e cristianesimo, ha osservato.
Il rappresentante della comunità islamica della Serbia, lo sceicco Abdullah Nu’man, ha avvertito del pericolo rappresentato dalle false interpretazioni dell'islam che, “derivanti dal Corano, sono ricoperte da una serie di tradizioni culturali che provocano fraintendimenti”, spiega il testo della COMECE.
Da un punto di vista teologico e demografico, ha constatato, la paura di un'invasione islamica e dell'imposizione della shari'a (la legge islamica) è senza fondamento. Allo stesso modo, ha denunciato l'islamofobia come un pretesto razzista usato per creare odio o discriminare i musulmani.
Questi ultimi, afferma, “amano l'umanità perché proviene da Dio e amano Dio perché ci ha creati”, e la loro religione riguarda “il parlare e l'amarsi reciprocamente”.
Il metropolita Emmanuel di Francia, rappresentante del Patriarcato Ecumenico presso l'Unione Europea, ha suggerito dal canto suo che le sfide interreligiose sono parte della società europea e riguardano ogni ambito della società.
Secondo il metropolita, in Europa “molte persone hanno una paura irrazionale ma storicamente modellata dell'islam, promossa dalla rappresentazione parziale e stereotipata di questa religione nei media e dalla generale mancanza di conoscenza dell'islam”.
La religione islamica, ha aggiunto secondo quanto riporta il comunicato, “era ed è ancora europea attraverso le sue radici”, e “il bisogno di 'europeizzare l'islam' è meno importante di quello di rivedere la percezione dei valori e delle tradizioni esistenti in tutta la loro diversità”.
In questo contesto, il metropolita ha esortato le istituzioni europee, le Chiese e i media ad affrontare la paura dell'islam.
Un passo in questa direzione potrebbe essere il trattamento egualitario nei mezzi di comunicazione e l'insegnamento di tutte le religioni nelle scuole: “sottolineando le figure comuni tra le religioni più che le differenze”, “dovremmo poter identificare priorità comuni e offrire una visione per l'Europa”.
Di fronte a queste considerazioni, il deputato danese Margrete Auken ha sottolineato la necessità di “andare avanti, ascoltare e imparare gli uni dagli altri per superare le incomprensioni”, affermando che il dialogo con le religioni previsto nel Trattato di Lisbona è “sia un dovere che un privilegio”.
Il quarto e ultimo seminario si svolgerà l'11 settembre prossimo e affronterà la questione delle relazioni esterne dell'Unione Europea con i Paesi musulmani, concentrandosi in particolare sulla reciprocità in termini di libertà religiosa per i musulmani nei Paesi europei e per i cristiani in quelli islamici.
L'obiettivo principale degli incontri è quello di “esporre la complessità delle questioni collegate a islam, cristianesimo ed Europa e, facendo questo, mettere in discussione gli stereotipi”, promuovendo allo stesso tempo “il dialogo e i valori come la dignità umana, la tolleranza e la libertà di religione e di credo”.
Ogni seminario prevede una discussione di gruppo con un moderatore, un esperto accademico, un oratore musulmano, uno cristiano e un membro del Parlamento Europeo.
Per ulteriori informazioni, www.comece.org
Giornata Mondiale della Gioventù
Circa 10mila gli italiani in partenza per Sydney
ROMA, venerdì, 4 luglio 2008 (ZENIT.org).-Sono circa 10mila gli italiani iscritti alla prossima Giornata Mondiale della Gioventù che si terrà a Sydney dal 16 al 20 luglio 2008 sul tema: “Avrete forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi e mi sarete testimoni” (At 1,8).
Molti di loro arriveranno la settimana che precede il 16 luglio e saranno ospitati maggiormente a Brisbane, Melbourne, Sydney, ma anche Perth, dalle famiglie italo-australiane e dalle parrocchie, afferma una nota diffusa dalla Conferenza Episcopale Italiana (CEI).
Il primo gruppo della delegazione italiana che prenderà parte a questo incontro di fede con il Papa partirà il 5 luglio prossimo da Roma. Un viaggio di oltre venti ore che condurrà il Servizio nazionale per la pastorale giovanile della CEI in terra australiana per preparare gli ultimi dettagli.
“La macchina organizzativa è ben avviata – sottolinea don Nicolò Anselmi, responsabile del Servizio nazionale per la pastorale giovanile della CEI – . C’è tanta vivacità da parte di coloro che andranno a Sydney, ma anche i giovani che resteranno in Italia vogliono vivere un’esperienza di comunione con i loro coetanei che parteciperanno alla GMG”.
Saranno circa 50 i volontari in forza alla delegazione italiana, mentre quasi trenta presteranno il loro servizio con il Comitato australiano organizzatore della GMG 2008; 35 invece i Vescovi italiani che vi prenderanno parte.
Nelle diocesi e nelle parrocchie di tutta Italia ci si sta organizzando per vivere momenti di riflessione e di preghiera in comunione con i giovani che incontreranno Benedetto XVI a Sydney.
“Grazie a Sat 2000, a Radio InBlu, al quotidiano Avvenire, all’Agenzia Sir e al sito ufficiale italiano della Gmg www.gmg2008.it si potrà assistere in diretta agli eventi più importanti della Giornata mondiale”, spiega don Domenico Pompili, Direttore dell’Ufficio nazionale per le comunicazioni sociali della CEI .
Il sito, che solo nell’ultimo mese ha fatto registrare 55mila accessi, renderà fruibili ai navigatori della Rete news, comunicati stampa, video, fotografie, una webradio e una newsletter settimanale, grazie a un “mediacenter”.
Presente una sezione “Ufficio Stampa” che conterrà i comunicati stampa, il modulo per gli operatori delle comunicazioni sociali italiani che vorranno segnalare la loro partecipazione alla GMG, ma anche per una sezione (“Gmg story”) dedicata alla storia delle GMG con materiali fotografici e video inediti e la sezione “MyGmg” attraverso la quale sarà possibile leggere il diario di viaggio dei ragazzi giorno per giorno.
Tra le novità RadioGmg che racconterà minuto per minuto dal 14 al 20 luglio 2008 la Giornata mondiale degli italiani. Particolarmente curata sarà la photogallery e la sezione “Materiali e Sussidi”, che comprende schede di attività, approfondimenti, documenti ecclesiali per entrare nello spirito del triennio pastorale dell’Agorà dei giovani italiani e della GMG.
Per chi si rechierà in Australia, il 16 luglio, dalle ore 16.30 alle 19, presso l’Entertainment Centre di Sydney, si svolgerà l'incontro dal titolo “Viva Agorà”. Sarà un momento di dialogo tra i giovani. Si parlerà di lavoro, di scuola, di sport, ma anche dei sogni e delle speranze delle nuove generazioni. Non mancheranno i momenti dedicati alla preghiera, alla condivisione di esperienze di vita e di fede.
L’obiettivo è quello di avvicinare i giovani italiani ai loro coetanei italo-australiani favorendone lo scambio di esperienze di vita.
Il 22 luglio, alla fine della GMG si terrà un grande pellegrinaggio alla Cattedrale di Sydney per rendere grazie alla Madonna di Loreto. Al pellegrinaggio parteciperanno il Cardinale George Pell, Arcivescovo di Sydney, e il Vescovo Giuseppe Betori, Segretario generale della CEI, i giovani italiani e gli italo-australiani.
Per chi invece non potrà essere presente in Australia, il Servizio Diocesano per la Pastorale Giovanile di Roma, in concomitanza con la Veglia presieduta dal Santo Padre a Sydney, ha dato appuntamento ai giovani di Roma e di alcune diocesi del Lazio per sabato 19 luglio, alle ore 8:30, presso la Basilica di San Giovanni in Laterano.
In vista all’appuntamento, è stata messa a disposizione una scheda con i temi delle catechesi che si terranno in Australia dal 16 al 18 luglio. Per poter accedere alla Basilica è necessarrio riempire questa scheda di adesione.
Italia
Una vacanza per scrivere pagine di speranza
Il Life Happening Vittoria Quarenghi riflette sulle ragioni della vita
di Antonio Gaspari
ROMA, venerdì, 4 luglio 2008 (ZENIT.org).- Si svolgerà dal 2 al 9 agosto a Gasperina (CZ) l’edizione 2008 del Life Happening Vittoria Quarenghi. L’incontro annuale organizzato dal Movimento per la Vita (MpV), con particolare attenzione per la formazione dei giovani, rifletterà quest’anno sul tema: “la Vita val bene una Vita”.
Intervistato da ZENIT, Leo Pergamo, responsabile nazionale Giovani del MpV e promotore del Life Happening, ha spiegato che questa edizione, nel trentennale della legge 194, sarà dedicata all’“Europa e diritti umani: noi giovani protagonisti” e alla “Carica dei 100.000”.
“Accanto alla tradizionale formazione circa i temi della bioetica e della biopolitica, - ha precisato Pergamo - approfondiremo il ruolo dei giovani nel volontariato pro-life curando la formazione di nuovi volontari dei CAV (Centri di aiuto alla Vita). Inoltre festeggeremo i 100.000 bambini nati e le mamme aiutate dal popolo pro-life, perché 'la vita val bene una vita'”.
Il responsabile dei giovani del MpV ha sottolineato che “gli incontri, il cineforum ed i laboratori, ci aiuteranno a comprendere il senso profondo della Mission del Movimento per la Vita, il suo ruolo di promotore dei diritti umani e il servizio alla mamma e al bambino, reso dai Centri di Aiuto alla Vita, dove proposta culturale e azione concreta sono due facce della stessa medaglia, perché chi salva una vita salva il mondo intero!”.
In merito all’onorevole Vittoria Quarenghi, già segretaria generale e anima del MpV, scomparsa prematuramente nel 1984, Pergamo ha ricordato che è sua la frase “La vita val bene una vita” e che in una lettera recentemente ritrovata, la Quarenghi ha scritto che la difesa del bambino non ancora nato “è il punto di coesione di una società che vuol dirsi civile e che aspira a ricostruire attorno e dentro di sé i valori fondamentali della libertà, della vita, del rispetto della persona e della dignità umana”.
“Il terrorismo e la violenza non costituiranno più problema se nelle nostre coscienze germoglierà questo spirito nuovo”, sottolineava la Quarenghi, invitando i giovani a “mettere al primo posto la verità sulla vita umana nascente, per salvare la verità sull’uomo tutto intero; per garantire l’autenticità dell’impegno per la difesa di ogni altro diritto, come l’impegno per la pace”.
Tra le novità di quest’anno, per offrire risposte di aiuto concreto alla maternità, durante il Life Happening V. Quarenghi sarà avviato, per la prima volta in Italia, un corso per la formazione di giovani volontari.
Lo scopo è quello di fornire loro le giuste conoscenze perché sappiano essere dialoganti e attenti alle antiche e nuove sfide; sappiano sostenere e indirizzare la coppia che vive il dramma della sterilità.
Il fine è quello di far sì che il Centro di Aiuto alla Vita “sappia offrire sostegno concreto alla maternità e alla donna che vive il dramma della sindrome post-aborto e che sappia diffondere un’educazione all’affettività aperta alla vita, che non dimentica mai di proporre alla donna e alla coppia: la bellezza, verità e laicità dei metodi naturali per la regolazione della fertilità”.
Pergamo è convinto che il Life Happening è un ottimo strumento offerto a tutte le Associazioni per la formazione d’eccellenza dei loro giovani e in generale per tutti coloro che hanno a cuore la promozione della dignità umana.
Tra i patrocini di quest’anno spicca quello della Conferenza Episcopale Calabra, della Diocesi di Catanzaro, del Forum delle Famiglie e del Rinnovamento nello Spirito (RnS) della regione.
Il responsabile dei giovani del MpV ha ribadito che il Life Happening Vittoria Quarenghi è l’occasione di scoprire che il “sì alla Vita è la ragione unificante ed ultima della Polis, al di là di ogni interesse, ideologia e potere”.
Pergamo ha concluso invitando i giovani per la Vita a “scrivere pagine di speranza per l’Umanità! Vi aspettiamo per una vacanza che cambia davvero la Vita!”.
[Le iscrizioni sono ancora aperte, per ogni informazione: http://s2ew.mpv.glauco.it/pls/mpv/V...a?id_pagina=798 oppure scrivendo a ]
Interviste
La vita e l'impegno dei cattolici in Israele
Intervista all’israeliano padre David Neuhaus
di Karna Swanson
GERUSALEMME, venerdì, 4 luglio 2008 (ZENIT.org).- Per un cattolico che vive in Israele, promuovere i buoni rapporti ebraico-cattolici non è solo un precetto della propria religione, ma diventa uno stile di vita, secondo un sacerdote israeliano.
Il padre gesuita David Mark Neuhaus, di famiglia ebrea, è il segretario generale del Vicariato cattolico di lingua ebraica in Israele ed è responsabile della comunità cattolica di lingua ebraica di Haifa.
In questa intervista rilasciata a ZENIT, padre Neuhaus parla della storia, della missione e delle sfide della comunità cattolica di lingua ebraica che vive in Israele.
Nel suo sito Internet lei afferma che l’esperienza di una comunità cattolica di lingua ebraica nell’ambito della società israeliana costituisce una novità nella storia della Chiesa. Come è nata l’Associazione di San Giacomo?
Padre Neuhaus: L’Associazione di San Giacomo, che è diventata il Vicariato ebraico-cattolico, è stata ufficialmente istituita come parte del Patriarcato latino di Gerusalemme nel 1955. Fu poco dopo la costituzione dello Stato di Israele. È nata per occuparsi della miriade di cattolici che erano immigrati in Israele, spesso nell’ambito di famiglie ebraico-cattoliche, provenienti soprattutto dall’Europa.
È stata fondata anche per stabilire una presenza cattolica nell’ambito della società ebraica, al fine di promuovere un nuovo tipo di rapporti fra cattolici ed ebrei. Di fronte a questa nuova realtà di uno Stato israeliano con l’ebraico come lingua ufficiale era importante che esistesse anche una presenza cattolica integrata anche nell’uso della lingua ebraica.
I fondatori dell’Associazione erano ebrei convertiti al Cattolicesimo - soprattutto in Europa - e cattolici, provenienti soprattutto dall’Europa, con la vocazione di vivere in solidarietà con il popolo ebraico nello Stato di Israele. I nostri padri fondatori avevano questa visione di una comunità cattolica di lingua ebraica che si sentisse a casa tra il popolo ebreo in Israele e vivesse la sua vita di fede in profondo dialogo e in solidarietà con gli ebrei.
Nel 2003, il Papa Giovanni Paolo II ha nominato come vicario patriarcale dei cattolici di lingua ebraica il padre benedettino Jean-Baptiste Gourion, un vescovo ausiliario del Patriarca latino. Un passo che ha rafforzato il riconoscimento di questa realtà nell’ambito della Chiesa in Terra Santa.
Quali nuove prospettive può offrire un cattolico di lingua ebraica in Terra Santa?
Padre Neuhaus: Un cattolico di lingua ebraica vive nell’ambito dell’unica società in cui la parte ebrea rappresenta la maggioranza, dove il ritmo della vita quotidiana è scandito dalla religione, dalla storia e dalla cultura degli ebrei. Per noi, il riflesso cattolico universale sull’identità ebraica di Gesù e le radici giudaiche della nostra fede non è solo un elemento del nostro rinnovamento dopo il Concilio Vaticano II, ma fa parte della nostra esistenza quotidiana.
Il dialogo con gli ebrei, qui, non è con una minoranza marginale, ma con la maggioranza dominante. Nei nostri sforzi di inculturazione, cerchiamo di integrare nella nostra identità cattolica, nella nostra liturgia e nel nostro modo di pensare, questo incontro quotidiano con l'Ebraismo e con il popolo ebreo.
Tutto questo avviene proprio su quella terra che è al centro del racconto biblico: la terra in cui l’Israele della Bibbia, i profeti e Nostro Signore Gesù hanno camminato, insegnato e vissuto.
Nelle quattro maggiori città di Israele si trovano delle comunità cattoliche di lingua ebraica. Quanto sono grandi queste comunità e quali sono le principali difficoltà che incontrano?
Padre Neuhaus: Oggi abbiamo comunità nelle quattro maggiori città di Israele: Gerusalemme, Tel Aviv-Jaffa, Beersheva e Haifa. Ma molti fedeli si trovano anche in altri luoghi. Siamo una comunità molto ristretta, composta di qualche centinaia di persone. Ma nonostante le nostre contenute dimensioni e il lento ritmo di crescita, la nostra realtà è vibrante e i nostri centri sono vere oasi di preghiera e di fraternità.
Tuttavia vi sono anche numerosi problemi che dobbiamo affrontare. Le nostre piccole comunità sono anche molto diversificate. Abbiamo fedeli provenienti da molte parti del mondo - Russia, Francia, Polonia, Stati Uniti, Italia, India, ecc. - oltre agli israeliani. Alcuni sono ebrei, altri no. Alcuni sono israeliani; sono stati qui molti anni, altri sono appena arrivati. Alcuni parlano ebraico, altri no. Alcuni sono cattolici dalla nascita, altri lo sono diventati successivamente.
I nostri sacerdoti provengono soprattutto dall’Europa e impiegano molti anni per imparare la lingua e la cultura. I nostri fedeli di origine ebraica sono spesso singole persone che hanno preso decisioni coraggiose nella loro vita e si sono avvicinati a noi senza le loro famiglie. Alcuni si trovano anche a dover gestire l’opposizione da parte delle proprie famiglie e in generale dalla società, a causa delle scelte che hanno compiuto, tanto che alcuni decidono di vivere nella più grande discrezione e persino segretezza.
Il sostegno pubblico - scuole, servizi sociali e culturali - è molto limitato per i cattolici di lingua ebraica. Per questo le famiglie che sono immigrate in Israele negli ultimi anni - soprattutto dai Paesi dell’ex Unione Sovietica - spesso decidono di lasciare Israele per poter crescere i figli nel Cattolicesimo.
Le famiglie che invece rimangono, spesso vedono i loro figli assimilati alla popolazione israeliana secolarizzata che non pratica alcuna religione. Infine, la ridotta dimensione delle nostre comunità richiede una costante vigilanza per fare comunità e non consentire divisioni o faziosità.
Oltre ai cattolici di lingua ebraica, quali altre comunità cattoliche esistono in Israele?
Padre Neuhaus: I cattolici di lingua ebraica sono solo una piccola parte della più ampia Chiesa cattolica in Israele. La maggior parte dei cattolici sono di lingua araba: cittadini arabi dello Stato di Israele o arabi cattolici dei territori palestinesi.
I cattolici romani, sotto la giurisdizione del Patriarca latino di Gerusalemme, sono solo una parte della popolazione cattolica. La maggior parte dei cattolici in Israele sono greco-cattolici, ma vi sono anche cattolici maroniti, siriani e armeni.
I rapporti fra i cattolici di lingua ebraica e i loro fratelli arabi sono complessi, a causa della difficile situazione politica, ma l’unità della Chiesa è preservata dai nostri vertici ecclesiastici come testimonianza cristiana della possibilità di riconciliazione e di pace. A Beersheva e Haifa, dove le tensioni politiche non sono forti, vi sono cattolici arabi che frequentano le nostre comunità.
Ed è interessante notare che attualmente il Vicario patriarcale delle comunità cattoliche di lingua ebraica, padre Pierbattista Pizzaballa, è anche Custode di Terra Santa, il capo dell’ordine francescano in Terra Santa, che ha anche intensi rapporti con la comunità cattolica araba.
Il precedente Patriarca latino, Sua Beatitudine Michel Sabbah, è stato il primo Patriarca di Gerusalemme arabo palestinese, che tra l’altro parla correntemente l’ebraico. Per quanto mi riguarda, oltre ad essere il segretario generale del Vicariato, sono anche docente di Sacre Scritture presso il seminario diocesano di lingua araba e presso l’Università cattolica palestinese di Betlemme.
In che modo la comunità cattolica di lingua ebraica promuove i legami con la società israeliana?
Padre Neuhaus: Il nostro scopo non è solo quello di promuovere i legami, ma anche di vivere pienamente integrati nella società. Non siamo un’associazione dedita al dialogo, ma piuttosto un servizio pastorale per i nostri fedeli, nell’ambito del quale cerchiamo di facilitare l’integrazione nella società ebraica israeliana.
Prima di tutto, viviamo in lingua ebraica. Secondo, la nostra vita segue i ritmi della società ebraica israeliana. In aggiunta a questo, nelle nostre comunità ci teniamo aggiornati su quanto avviene nell’ambito del dialogo ebraico-cristiano e cerchiamo di dare il nostro contributo.
Esiste ancora un certo atteggiamento negativo verso il Cristianesimo in generale e verso la Chiesa cattolica in particolare, nell’ambito della società ebraica israeliana, in parte dovuto ai lunghi secoli di rapporti tesi fra ebrei e cristiani in Europa. In questo senso, consideriamo come parte del nostro compito quello di portare all’attenzione della nostra società in Israele i grandi cambiamenti che la Chiesa ha apportato nei rapporti con il popolo ebreo sin dal Concilio Vaticano II.
I cattolici di lingua ebraica sono riusciti ad integrarsi pienamente nella società israeliana? Per esempio, vi sono dei cattolici impegnati in politica, nell’educazione, nel mondo del lavoro?
Padre Neuhaus: Alcuni cattolici di lingua ebraica - quelli che prima di diventare cattolici erano ebrei - sono pienamente integrati nella società. Inoltre, alcuni cattolici di lingua ebraica che sono arrivati in Israele provenendo da altre parti sono in effetti riusciti a dare il loro contributo alla società integrandosi nella vita quotidiana.
Anzitutto, le nostre comunità contribuiscono alla società generale essendo luogo di vita e di preghiera nell’ambito di una società in guerra. Una delle nostre specifiche vocazioni è quella di pregare per la pace e la giustizia.
Nell’ambito dell’educazione abbiamo avuto numerosi membri attivi negli istituti israeliani. Uno dei nostri padri fondatori, il padre domenicano Marcel Dubois, è stato capo del dipartimento di filosofia dell’Università ebraica di Gerusalemme. Altri nostri fedeli insegnano teologia, archeologia, storia e altre materie nelle università israeliane.
Altri membri ancora sono attivi nella formazione dei cristiani che vengono in Israele per studiare teologia e Sacre Scritture, oltre agli studi ebraici. Uno dei nostri padri fondatori, padre Yohanan Elihai, ha dato un importante contributo nel campo della linguistica, con dizionari e manuali che aiutano la comunicazione fra arabi e israeliani. Il 4 giugno è stato insignito del dottorato onorario da parte dell’Università di Haifa, per il suo lavoro nell’ambito della linguistica.
Un altro padre fondatore, il sacerdote domenicano Bruno Hussar, ha costituito una comunità chiamata “Newe Shalom” - Oasi di Pace - in cui ebrei e arabi vivono insieme. Alcuni membri sono anche pienamente impegnati nella lotta per la pace e la giustizia fra israeliani e palestinesi.
Ogni singolo individuo trova il suo posto nella società e ci ritroviamo quindi insieme come medici, infermieri, insegnanti, assistenti sociali, avvocati, amministratori, uomini d’affari, ma anche pensionati, studenti e disoccupati, per formare comunità che vivono vite ordinarie che diventano straordinarie a causa della nostra fede.
[Per saperne di più sul Vicariato cattolico di lingua ebraica: www.catholic.co.il]
Spiritualità
Le cose nascoste ai sapienti e rivelate ai piccoli
Padre Raniero Cantalamessa commenta la liturgia domenicale
CITTA' DEL VATICANO, venerdì, 4 luglio 2008 (ZENIT.org).- Pubblichiamo il commento di padre Raniero Cantalamessa, OFM Cap. - predicatore della Casa Pontificia -, alla liturgia di domenica prossima.
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XIV Domenica del tempo ordinario
Zaccaria 9, 9-10; Romani 8, 9.11-13; Matteo 11, 25-30
Le cose nascoste ai sapienti e rivelate ai piccoli
Il vangelo di questa domenica, tra le pagine più intense e profonde del vangelo, è composto di tre parti: una preghiera ("Ti benedico, Padre…"), una dichiarazione su di sé ("Tutto mi è stato dato dal Padre mio…") e un invito ("Venite a me voi tutti che siete affaticati…"). Mi limito a commentare il primo elemento, la preghiera, perché essa contiene una rivelazione di straordinaria importanza: "Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così è piaciuto a te".
E' iniziato da poco l'anno paolino e il miglior commento a questa parola di Gesù è ciò che dice Paolo in 1 Corinzi : "Non ci sono tra voi molti sapienti secondo la carne, non molti potenti, non molti nobili. Ma Dio ha scelto ciò che nel mondo è stolto per confondere i sapienti, Dio ha scelto ciò che nel mondo è debole per confondere i forti, Dio ha scelto ciò che nel mondo è ignobile e disprezzato e ciò che è nulla per ridurre a nulla le cose che sono, perché nessun uomo possa gloriarsi davanti a Dio" (1 Cor 1, 26-29).
Le parole di Cristo e di Paolo gettano una luce singolare sul mondo di oggi. E' una situazione che si ripete. I sapienti e gli intelligenti si tengono lontani dalla fede, guardano spesso con commiserazione la folla dei credenti che prega, che crede nei miracoli che si affolla intorno a Padre Pio. Non tutti i dotti, a dire il vero, e forse neppure la maggioranza di essi, ma certo la parte più influente, che ha a disposizione i microfoni più potenti, la chatting society, come si dice in inglese, la società che ha accesso ai grandi mezzi di comunicazione.
Molti di loro sono persone oneste e intelligentissime e la loro posizione è frutto più di formazione, dell'ambiente, di esperienze di vita, che di resistenza alla verità. Quindi nessun giudizio sulle persone singole. Ne conosco anch'io alcune e ne ho grande stima. Ma questo non deve impedirci di mettere in luce il nocciolo del problema. La chiusura a ogni rivelazione dall'alto e quindi alla fede, non è causata dall'intelligenza, ma dall'orgoglio. Un orgoglio speciale che consiste nel rifiuto di ogni dipendenza e nella rivendicazione di una autonomia assoluta da parte del pensatore.
Ci si trincera dietro la parola magica "ragione", ma in realtà non è la famosa "ragion pura" che lo esige, né una ragione "sovrana", ma una ragione schiava, dalle ali tarpate. Filosofi che non si possono certo accusare di mancanza d'intelligenza e di capacità dialettica hanno scritto: "L'atto supremo della ragione sta nel riconoscere che c'è un'infinità di cose che la sorpassano" (Pascal) e ancora: " Finora si è sempre parlato così: 'Il dire che non si può capire questa o quella cosa, non soddisfa la scienza che vuol capire'. Ecco lo sbaglio. Si deve dire il contrario: qualora la scienza umana non voglia riconoscere che vi è qualcosa che essa non può capire, o -in modo ancor più preciso- qualcosa di cui essa con chiarezza può 'capire che non può capire', allora tutto è sconvolto. È pertanto un compito della conoscenza umana capire che vi sono e quali sono le cose che essa non può capire" (Kierkegaard). Pone perciò un limite alla ragione e la umilia chi non le riconosce questa capacità di trascendersi, non il credente che gliela riconosce.
Quello che ho detto spiega perché il pensiero moderno, dietro Nietzsche, ha sostituito al valore della verità, quello ricerca della verità e quindi della sincerità. Si scambia a volte questo atteggiamento per umiltà (contentarsi di un "pensiero debole"!) e l'atteggiamento di chi crede in verità assolute per presunzione, ma è un giudizio molto superficiale. Finché la persona è in ricerca è lei la protagonista, lei che conduce il gioco. Una volta trovata la verità, è la verità che sale sul trono e il ricercatore deve inchinarsi davanti a lei e questo, quando si tratta della Verità trascendente, costa il "sacrificio dell'intelletto".
Su questo panorama culturale cade come una provocazione ciò che Gesù dice nel vangelo di Giovanni "Io sono la verità" e anche ciò che dice nel seguito del brano evangelico: "Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me…Venite a me voi tutti che siete affaticati e stanchi ed io vi ristorerò". Ma è un invito, non un rimprovero ed è rivolto anche agli stanchi di cercare senza mai trovare, a quelli che hanno passato la vita a tormentarsi cozzando ogni volta contro la roccia impenetrabile del mistero. Lo psicologo C.G. Jung, in un suo libro, dice che tutti i pazienti di una certa età che si erano rivolti a lui, soffrivano per qualcosa che si poteva chiamare "assenza di umiltà" e non guarivano finché non acquistavano un atteggiamento di rispetto nei confronti di una realtà più grande di loro, cioè un atteggiamento di umiltà.
Gesù ripete anche ai tanti intelligenti e sapienti onesti che ci sono nel mondo d'oggi il suo invito pieno di amore: "Venite a me voi tutti che siete affaticati e stanchi ed io vi darò quel sollievo e quella pace che invano cercate nei vostri tormentosi ragionamenti.














