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Giovedì, 4 Settembre : 2008
Il mondo visto da Roma
SANTA SEDE
Il Papa: la speranza per l'Africa viene dalla Dottrina sociale
Il culto di Maria, strumento per approfondire il mistero di Cristo
NOTIZIE DAL MONDO
India: cristiani costretti a convertirsi e ad attaccare le chiese
Essere veri discepoli di Cristo per vincere la violenza in India
L'insegnamento della Chiesa sull'aborto non cambia
Messico: 1.555 coppie per accogliere i bambini di chi vuole abortire
I Vescovi filippini organizzano una raccolta firme contro l'aborto
DOTTRINA SOCIALE E BENE COMUNE
La questione ambientale come questione sociale
INTERVISTE
Biblisti a Roma per discutere di esegesi ed ermeneutica
FORUM
Dibattito sulla morte cerebrale e l’espianto di organi
DOCUMENTI
Il Papa: giustizia, solidarietà e sviluppo per l'Africa
Santa Sede
Il Papa: la speranza per l'Africa viene dalla Dottrina sociale
Il tema avrà un ruolo di spicco nel Sinodo del continente
CITTA' DEL VATICANO, giovedì, 4 settembre 2008 (ZENIT.org).- Benedetto XVI ha fatto appello a un impegno comune per ridare speranza all'Africa sulla base della Dottrina sociale della Chiesa. E' quanto si legge in un messaggio in cui si annuncia il tema dominante del Sinodo dei Vescovi del continente che si svolgerà il prossimo anno in Vaticano.
Il Papa lo ha spiegato in una lettera inviata al Cardinale Polycarp Pengo, Arcivescovo di Dar es Salaam (Tanzania) e Presidente del Simposio delle Conferenze Episcopali dell'Africa e del Madagascar (SECAM), in occasione dell'incontro continentale sul Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa, svoltosi nella capitale tanzaniana dal 27 al 30 agosto.
La riunione, inaugurata dal Cardinale Renato Martino, Presidente del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, a cui si deve l'organizzazione dell'incontro, ha avuto come tema “Verso una nuova evangelizzazione della società africana”.
Nel suo messaggio, il Papa ha chiesto ai partecipanti di aiutare a preparare con la loro riflessione sulla giustizia sociale la seconda Assemblea per l'Africa del Sinodo dei Vescovi, da lui indetta per il mese di ottobre 2009 sul tema “La Chiesa in Africa al servizio della riconciliazione, della giustizia e della pace: 'Voi siete il sale della terra... Voi siete la luce del mondo'”.
“Con le vostre deliberazioni prestate particolare attenzione alle varie sfide che il continente deve affrontare, promuovendo quei 'luoghi di apprendimento e di esercizio della speranza' che ho descritto nella mia Lettera Enciclica Spe salvi”, afferma il Santo Padre nel suo messaggio.
Nel documento finale dell'incontro, i partecipanti hanno pubblicato 41 raccomandazioni per il Sinodo dei Vescovi dell'Africa.
Tra le altre cose, propongono che “le religioni tradizionali coesistano con il cristianesimo”, perché “c'è bisogno di dialogo e di approfondimento della fede”.
I Vescovi e i sacerdoti dovrebbero inoltre “essere incoraggiati e persuasi a impegnare i laici nello studio del Compendio”. Un'altra proposizione chiede di “popolarizzare il Compendio semplificandolo”.
Allo stesso modo, si propone il “dialogo con i politici, condividendo i valori che combatteranno e fermeranno il tribalismo, la corruzione, ecc.”.
“Perché la Chiesa in Africa sia credibile, dovrebbe essere preparata a condurre un'autoanalisi”, si afferma, così come “dovrebbe essere valorizzato il ruolo delle donne nella Chiesa”.
La Chiesa deve anche “esortare i fedeli a impegnarsi nelle attività economiche, come la produzione di cibo e la difesa delle risorse naturali”.
“Promuovere il dialogo, le discussioni e le attività interreligiose per favorire la riconciliazione” è un'altra proposta, come quella di “creare delle reti tra le Chiese africane per permettere loro di condividere le loro esperienze per la crescita reciproca”.
L'ultima proposta è “invitare il Santo Padre a pubblicare l'esortazione post-sinodale in Africa”.
Il culto di Maria, strumento per approfondire il mistero di Cristo
Spiega il Cardinale Paul Poupard
CITTA' DEL VATICANO, giovedì, 4 settembre 2008 (ZENIT.org).- La Vergine Maria è un prezioso aiuto per comprendere il “grande mistero di Cristo”, ha affermato il Cardinale Paul Poupard, presidente emerito del Pontificio Consiglio della Cultura e inviato speciale di Benedetto XVI al XXII Congresso della Pontificia Accademia Mariana Internazionale.
L'evento, che si celebra a Lourdes dal 4 all'8 settembre a 50 anni di distanza dalla sua prima edizione, si svolge in concomitanza con il 150° anniversario delle apparizioni mariane a Bernadette Soubirous.
Il Congresso, sul tema “Le apparizioni della Beata Vergine Maria. Tra storia, fede e cultura”, è organizzato dalla Pontificia Accademia Mariana Internazionale e ha lo scopo di “sostenere la pietà con la quale la Chiesa si rivolge alla Madre Santissima di Gesù, perché ciò esige di essere approfondito sempre più e di essere confermato attraverso la ricerca teologica”, ha spiegato il porporato alla “Radio Vaticana”.
Allo stesso modo, offre “l'occasione e la possibilità di discutere sulla dottrina mariana, ma anche di condurre gli animi ad acquisire una consapevolezza più fervida della religione ed una fede più salda, come pure a formulare propositi più solidi”.
Il XXII Congresso della Pontificia Accademia Mariana Internazionale “si inserisce perfettamente nell'Anno giubilare delle apparizioni, perché unisce storia, fede e dottrina”, sostiene il Cardinale.
“È dunque una riflessione fondamentale che unisce la storia, la fede e la teologia e che si presenta in prossimità assoluta del pellegrinaggio del Santo Padre Benedetto XVI che va Lourdes come pellegrino”, ha aggiunto ricordando che il Papa si recherà nei prossimi giorni nella cittadina francese.
Per questo, ha sottolineato, l'evento “si svolge per preparare l'unione spirituale con questa visita apostolica”.
A 150 anni dalle apparizioni mariane, secondo il Cardinal Poupard il culto mariano “non soltanto si è rafforzato, ma si è approfondito”.
All'uomo d'oggi, infatti, il culto di Maria “dice molto”, perché “ci fa scoprire tutta la personalità di Maria, donna di fede, donna eucaristica, come ebbe a definirla il Servo di Dio Giovanni Paolo II”.
“E più si venera Maria – ha rimarcato –, più si adora il mistero di Gesù, suo Divino Figlio che Maria ci ha donato come Figlio di Dio, venuto per noi peccatori sulla terra”.
“Dunque, questo grande mistero di Cristo viene approfondito attraverso il culto di Maria”.
Notizie dal mondo
India: cristiani costretti a convertirsi e ad attaccare le chiese
Denuncia il portavoce dei Vescovi dei Paese
NUOVA DELHI, giovedì, 4 settembre 2008 (ZENIT.org).- In questo momento, in India, i cristiani sono costretti a convertirsi all'induismo e ad attaccare le loro chiese. E' quanto ha denunciato padre Babu Joseph, portavoce della Conferenza dei Vescovi Cattolici dell'India (CBCI).
Il sacerdote ha detto che l'episcopato “è scioccato nell'apprendere che i cristiani dell'Orissa che sono già stati vittime della violenza sono ora costretti a diventare induisti e ad attaccare le loro chiese, in cui hanno lodato il Signore per tanto tempo. Ciò è del tutto disumano e rappresenta una grave violazione dei diritti umani”.
La situazione in India rimane tesa e continuano gli attacchi e i saccheggi contro le istituzioni cristiane. Lunedì 1° settembre sono state distrutte 10 sale per la preghiera nel villaggio di Kundra, nel distretto di Jayapur. A Tikabali Block sono stati attaccati cinque villaggi. Una chiesa, un convento e due ostelli sono stati invece distrutti a Mondasore.
“Siamo estremamente preoccupati perché notiamo che, nonostante le assicurazioni date da Shri Naveen Patnaik, Ministro responsabile dell'Orissa, al Primo Ministro Manmohan Singh per cui la violenza a Kandhamal sarebbe stata riportata sotto controllo, non ci sono stati grandi miglioramenti nelle zone di Kandhamal colpite dalle sommosse”, afferma il portavoce.
“Anche se le forze di sicurezza sono state spiegate a Kandhamal, i fondamentalisti continuano ad attaccare liberamente i cristiani e le loro istituzioni”.
Per questo motivo, viene rivolto “un accorato appello al Ministro responsabile per l'Orissa affinché agisca con fermezza nei confronti degli autori delle aggressioni e salvaguardi i cristiani, le loro case e le loro istituzioni, che sono costantemente attaccate dai gruppi fondamentalisti”.
“Chiediamo anche che l'amministrazione statale vigili sulla questione delle riconversioni forzate perché costituiscono una grave violazione del diritto costituzionale di vivere nel Paese senza paura”, conclude padre Babu Joseph.
Essere veri discepoli di Cristo per vincere la violenza in India
Propone la superiora generale delle Missionarie della Carità
CITTA' DEL VATICANO, giovedì, 4 settembre 2008 (ZENIT.org).- Per vincere la violenza di cui sono vittime in queste settimane i cristiani in India, c'è bisogno di autentici discepoli di Cristo, ha affermato suor Mary Nirmala Joshi, superiora generale delle Missionarie della Carità.
La religiosa, che è succeduta a Madre Teresa di Calcutta nella guida della congregazione, ha spiegato a “L'Osservatore Romano” che “la testimonianza cristiana necessaria in India oggi consiste nell'essere discepoli autentici di Cristo nell'amore per la persona di Cristo e nel vivere pienamente l'insegnamento che ci ha lasciato nel discorso della montagna”.
Lo scorso 28 agosto, suor Nirmala ha indirizzato al popolo dell'Orissa e di tutta l'India un messaggio in cui ha ricordato che “non bisogna usare la religione per dividerci e che la violenza in nome della religione è un abuso della religione stessa”.
“Come ripeteva madre Teresa: 'La religione è un'opera di amore. Non è fatta per distruggere la pace e l'unità'”, ha osservato.
“In nome della nostra nazione e della nostra nobile eredità, in nome dei poveri, dei bambini e di tutti i nostri fratelli e sorelle vittime di questa insensata violenza e distruzione: preghiamo, apriamoci alla luce e all'amore di Dio; deponiamo le armi dell'odio e della violenza e indossiamo l'armatura dell'amore; perdoniamoci gli uni gli altri per il male che ci siamo fatti”, ha proposto.
“Domandiamo a madre Teresa di pregare perché possiamo divenire strumenti di Dio e della sua pace, costruttori della civiltà dell'amore”.
In occasione della festa liturgica della beata Teresa di Calcutta, il 5 settembre, anniversario della sua morte, suor Nirmala esprime “profonda gratitudine a Dio per il dono della sua vita di santità e della sua missione mondiale di amore per i più poveri fra i poveri, i meno amati, i meno desiderati, i più dimenticati tra i figli di Dio, a prescindere dalla casta, dal credo, dalla nazionalità o dalla cultura”.
Questo ringraziamento, osserva, si esprime “con la preghiera, con il sacrificio e con umili servizi d'amore verso i nostri fratelli e le nostre sorelle che sono nel bisogno”, ma anche “rinnovando il nostro desiderio di santità e la determinazione a divenire santi, ispirati dal suo esempio”.
Allo stesso modo, si ricorda la beata “come potente strumento di intercessione in cielo, donataci da Dio, implorando la sua intercessione potente ed efficace per la pace e l'armonia fra tutti nell'Orissa e in tutte le aree tormentate del mondo, e per le necessità di quanti soffrono”.
In questi giorni si stanno svolgendo a Calcutta, sulla tomba della beata, Messe precedute dalla recita del rosario, a cui partecipano parrocchie di Calcutta e delle zone vicine, le suore e i Fratelli Missionari della Carità, i malati e i bambini delle loro case e anche “persone non cattoliche appartenenti a tutte le religioni” che “vengono a rendere omaggio, pregando, offrendo fiori e candele e implorando l'intercessione della Madre per le loro necessità e per quelle del Paese e del mondo”.
“È previsto anche un incontro di preghiera tra le religioni”, ha ricordato.
Il grande amore che tutti nutrono per Madre Teresa deriva dal fatto che “ha insegnato con le parole e con l'esempio che qualunque cosa facciamo all'ultimo dei nostri fratelli la facciamo a Dio stesso”.
“Gli abitanti dell'India sono molto orgogliosi della Madre – ha sottolineato suor Nirmala –. In lei hanno trovato qualcuno che davvero si preoccupa di loro. La sua vita è per loro fonte d'ispirazione. Nel suo nome tutti i cuori e tutte le porte si aprono”.
Gli Indiani, ha affermato, “in lei vedono un'India autentica” e “l'incarnazione di Dio stesso”.
L'insegnamento della Chiesa sull'aborto non cambia
Sottolineano i Vescovi statunitensi in un documento
WASHINGTON, giovedì, 4 settembre 2008 (ZENIT.org).- Per porre fine alla confusione provocata da recenti fraintendimenti circa la dottrina della Chiesa cattolica sull'aborto, il Comitato dei Vescovi statunitensi per le Attività Pro-Vita ha emesso un documento di due pagine intitolato “Rispetto per la vita umana non nata: il costante insegnamento della Chiesa”.
La questione è stata portata alla ribalta dalle affermazioni fuorvianti del presidente della Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti, Nancy Pelosi, in un'intervista del 24 agosto.
Due giorni dopo, il Cardinale Justin Rigali, portavoce del Comitato, e il Vescovo William Lori, presidente del Comitato per la Dottrina, hanno emesso una dichiarazione per correggere le osservazioni della Pelosi. Altri Vescovi cattolici hanno rilasciato dal canto loro dichiarazioni simili.
“Questa dichiarazione ben documentata aiuterà i cattolici e agli altri a formare la propria coscienza in modo conforme all'immutato insegnamento della Chiesa in difesa della vita umana non nata”, ha sostenuto Deirdre McQuade, Assistant Director for Policy and Communications del Segretariato per le Attività Pro-Vita della Conferenza Episcopale Statunitense.
Tra le altre osservazioni, il documento sottolinea che “la scienza moderna non ha cambiato il costante insegnamento della Chiesa contro l'aborto, ma ha sottolineato quanto sia importante e ragionevole, confermando che la vita di ogni individuo della specie umana inizia con il primo embrione”.
Il testo è disponibile in rete su www.usccb.org/prolife/constantchurchteaching.shtml. La dichiarazione del 26 agosto del Cardinal Rigali e del Vescovo Lori è invece disponibile su www.usccb.org/comm/archives/2008/08-120.shtml.
Messico: 1.555 coppie per accogliere i bambini di chi vuole abortire
ROMA/CITTA' DEL MESSICO, giovedì, 4 settembre 2008 (ZENIT.org).- Dopo la risoluzione della Suprema Corte di Giustizia del Messico che depenalizza l'aborto fino alla 12ª settimana di gestazione, 1.555 coppie e 53 centri di aiuto alla donna hanno dichiarato la propria disponibilità ad accogliere i bambini delle madri che pensano di abortire.
L'iniziativa, lanciata da quando è stato depenalizzato l'aborto nel Distretto Federale, ha avuto ancora più eco dopo l'annuncio della controversa decisione.
Le coppie e i centri hanno risposto in questo modo all'appello del Cardinale Norberto Rivera Carrera, Arcivescovo primate di Città del Messico, “ad accogliere e aiutare i bambini delle donne che sono tentate di abortire perché non hanno risorse materiali o psicologiche per mantenerli ed educarli”, ha spiegato a ZENIT Lucrecia Rego de Planas, una delle promotrici dell'iniziativa.
“Con questa generosa risposta all'appello, il Cardinale pone fine alle argomentazioni usate dai legislatori messicani per far sembrare un aborto qualcosa di necessario, perché queste istituzioni e queste coppie aspettano tutte le donne che chiederanno il loro aiuto per accogliere, aiutare e ospitare nelle proprie case e nelle proprie famiglie i bambini che portano in grembo”, aggiunge la promotrice.
“Promettono non solo il mantenimento del bambino, ma anche la sua istruzione e l'affetto di una famiglia”.
La consistente risposta ha avuto luogo grazie alle reti sociali e alle nuove tecnologie, in particolare il portale Internet catholic.net.
La lista con i nomi delle istituzioni e delle coppie interessate ad accogliere i bambini è pubblicata apertamente su http://nolomates.catholic.net, che dà la possibilità di registrarsi alle donne che desiderano essere aiutate.
I Vescovi filippini organizzano una raccolta firme contro l'aborto
Di fronte al progetto che promuove pratiche abortive e anticoncezionali
MANILA, giovedì, 4 settembre 2008 (ZENIT.org).- La Conferenza dei Vescovi Cattolici delle Filippine sta portando avanti una campagna di raccolta firme contro il disegno di legge sull'aborto attualmente allo studio nel Parlamento del Paese e noto come Reproductive Health Bill (RH).
Secondo quanto rende noto “L'Osservatore Romano”, i Vescovi desiderano consegnare ai legislatori un documento di protesta contro il progetto, che vuole legalizzare l'aborto e l'utilizzo di anticoncezionali artificiali.
Nel documento, indirizzato sia ai credenti che ai non credenti, si ribatte alle due argomentazioni usate per promuovere il provvedimento: la libertà della donna e la lotta alla povertà.
I metodi contraccettivi, spesso presentati come un elemento di maggiore sicurezza per le donne, non di rado vengono usati “come strumenti di violazione della dignità della persona umana essendo largamente impiegati nel commercio sessuale”, afferma il documento.
La Pro-life Philippines Foundation ha realizzato dal canto suo uno studio in cui mostra che il maggior tasso di fertilità delle donne non ha alcuna relazione con il livello della ricchezza della Nazione.
Secondo i dati del National statistics office (Nso), i Filippini che vivono al di sotto della soglia della povertà sono aumentati del 2,6% tra il 2003 e il 2005, mentre nello stesso periodo il tasso di fertilità si è ridotto dello 0,3%.
Per Marita F. Weasan, responsabile della Pro-life Philippines Foundation, il minor tasso d'incremento della popolazione non incide affatto sul miglioramento delle condizioni di vita. Anche se il disegno di legge non venisse approvato, si prevede che la tendenza sia il minore aumento della popolazione e che nel 2025 si raggiungerà il livello 0.
Questi dati, sostiene la Weasan, non giustificano una campagna di controllo della popolazione con metodi artificiali, come prevede la legge.
Un anno di polemiche
In una lettera datata 6 ottobre 2007, l'Arcivescovo di Jaro e presidente della Conferenza Episcopale, monsignor Angel Lagdameo, avvertiva già che la Chiesa si sarebbe opposta a questo disegno di legge.
Il presule sottolineava che il miliardo di pesos che il Governo vuole utilizzare per diffondere l'uso di preservativi e pillole anticoncezionali tra la popolazione potrebbe essere invece usato per progetti miranti a combattere la povertà.
“I metodi anticoncezionali e abortivi non sono sbagliati perché la Chiesa li proibisce, ma la Chiesa li proibisce perché distruggono la capacità di procreazione data all'uomo dal suo Creatore”, avvertiva.
Monsignor Lagdameo criticava l'uso di cifre sulla crescita della popolazione da parte dei difensori dell'aborto, superiore alla realtà, e anche l'affermazione per cui “la popolazione deve essere controllata perché è la causa principale della povertà”. “Ci sono altri fattori più gravi”, sottolineava.
I Vescovi e i gruppi pro-vita portano avanti da mesi campagne informative a favore dell'uso della pianificazione familiare naturale come più “rispettosa della dignità delle famiglie” e del “credo maggioritario della popolazione”.
Il 15 luglio scorso, i presuli hanno annunciato la scomunica dei politici che sosterranno il testo del Reproductive Health Bill. Il 25 dello stesso mese, i Vescovi hanno convocato in tutto il Paese manifestazioni in difesa della vita.
Il 29 agosto Joel O. Jason, direttore del Dipartimento Famiglia e Vita dell'Arcidiocesi di Manila, ha annunciato che la Chiesa “intensificherà la campagna di raccolta firme contro il disegno di legge” e “se necessario organizzerà mobilitazioni nazionali”.
Il giorno dopo, i Vescovi hanno ribadito la loro opposizione all'uso del preservativo per combattere l'Aids, sostenendo che le affermazioni del Dipartimento per la Salute (DOH) circa la sicurezza del suo uso per arginare la diffusione della malattia sono “false”.
L'8 settembre è previsto il lancio di un DVD educativo intitolato “Gli attacchi subliminali alla famiglia”, che verrà distribuito in scuole, parrocchie, missioni e altre organizzazioni ecclesiali.
Dottrina Sociale e Bene Comune
La questione ambientale come questione sociale
ROMA, giovedì, 4 settembre 2008 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito per la rubrica di Dottrina Sociale e Bene Comune l'intervento del professor Emanuele Cirillo, docente di Chimica e Fisica e docente al Master di Scienze Ambientali dell’Università Europea di Roma.
* * *
Anche se oggi risulta tra i temi più in voga, la questione ambientale deve trovare nuovi e diversi spazi per essere affrontata compiutamente. L’ambiente non è indagabile in maniera univoca e servono i vari contributi del pensiero umano, per coglierne i tanti affascinanti aspetti che si propongono alla nostra attenzione. Ad esempio l’aspetto tecnico-scientifico, quello etico, quello comunicativo-relazionale, quello sociale, per chi è credente quello religioso, sono varie porzioni della tematica che, colte singolarmente, potrebbero indurre ad una trattazione riduzionista, tendente alla parzialità o ad una visione monodisciplinare. Non possiamo pensare all’ambiente come ad un’esperienza superficiale, senza rivestirla del significato più alto che esso cela. La questione ambientale è, infatti, prima di tutto questione morale, che tocca l’intimo della persona e la società tutta. Limitarsi ad un’ecologia, dove l’essere umano è uno “spettatore esterno” o nel peggiore dei casi uno “scomodo parassita”, ci priva della bellezza della scoperta della responsabilità che abbiamo rispetto al Creato. Un’autorevole proposta in merito, viene da Giovanni Paolo II nella sua Enciclica “Centesimus Annus”, che offre una prospettiva innovativa di “Ecologia umana”.
“Mentre ci si preoccupa giustamente, anche se molto meno del necessario, di preservare gli «habitat» naturali delle diverse specie animali minacciate di estinzione, perché ci si rende conto che ciascuna di esse apporta un particolare contributo all'equilibrio generale della terra, ci si impegna troppo poco per salvaguardare le condizioni morali di un'autentica «ecologia umana»… … L'uomo riceve da Dio la sua essenziale dignità e con essa la capacità di trascendere ogni ordinamento della società verso la verità ed il bene.”
Il primo aspetto che emerge, da tale approccio, è il valore unico insito in ciascun essere umano. Uomo e natura non contrapposti ma integrati e caratterizzati da un parallelismo. Se infatti è vero che vi è un ordine nell’ecosistema, in cui ciascuna componente fisico-chimica e biologica ha un ruolo e la loro interazione fa emergere proprietà e funzionalità ben precise, è anche vero che ciascuna persona è fatta delle proprie caratteristiche (l’aspetto fisico, il comportamento, il carattere, ecc.), che richiamano anch’esse un preciso ordine. Come la natura è per i credenti un dono del Creatore, ciascuno di noi è un dono, per se stesso e per gli altri. Così come va preservata l’armonia dell’ecosistema, così va preservata l’armonia della persona. In tale ottica si riconosce quindi Dio che ci fa dono del Creato e della nostra stessa dignità. Uomini e donne sono parte della natura ma allo stesso tempo la trascendono, in virtù di quel “Quid” che ci rende “a Sua somiglianza”. Nessun altro tra i viventi può rendersi protagonista, nel bene e nel male, del proprio agire. Per questo non è comprensibile una visione ecologica priva di questo incipit. Il valore caratteristico di ciascuna persona non può non essere riconosciuto; non si può pensare alla questione ambientale senza l’uomo, perché è dall’uomo stesso che essa nasce.
Questa qualità umana, anche se connaturata deve trovare accoglienza e educazione. Scrive ancora Giovanni Paolo II: “La prima e fondamentale struttura a favore dell'«ecologia umana» è la famiglia, in seno alla quale l'uomo riceve le prime e determinanti nozioni intorno alla verità ed al bene, apprende che cosa vuol dire amare ed essere amati e, quindi, che cosa vuol dire in concreto essere una persona.” Ecco allora il secondo spunto di riflessione: la famiglia diviene “palestra di socialità”. Educare al rispetto dell’ambiente è quindi prerogativa della famiglia, cellula sociale che pone le basi al riconoscimento dell’armonia del Creato e di ciascuna persona. Un bambino educato alla responsabilità saprà anche vivere in modo rispettoso dell’ambiente; un bambino che impara ad aver cura di se stesso e dei propri cari sarà un cittadino più solidale; un bambino che vive nell’amore, sarà anche pronto ad amare. La famiglia diviene allora il luogo in cui si educa e ci si educa, a leggere nel Creato un dono da rispettare e curare.
Un terzo aspetto che va a completare le idee portanti dell’ecologia umana è la visione di uno sviluppo, legato alla libertà di educazione per incrementare la capacità sociale del lavoro umano. Ciascuno ha diritto a lavorare ed usare le risorse disponibili ma ricercando sempre il bene comune come fine, riconoscendo l’ordine che deriva dalla partecipazione allo sviluppo dei popoli, per il raggiungimento di una qualità di vita opportuna alla dignità di ciascuno. La Terra allora, in quest'ottica, non è più una risorsa da sfruttare, secondo un modello consumista, oppure un “Totem” intoccabile da venerare, come vorrebbe un certo ambientalismo, ma diviene la casa comune da abitare. Una casa da abitare in armonia secondo il mandato divino della Creazione che ci fa co-autori con Dio, in quanto designati a gestire con oculatezza l’equilibro della Biosfera. L’essere umano non è padrone ma amministratore. Non ha potere assoluto ma relativo alla ricerca del proprio giusto sostentamento, nel rispetto della dignità di ogni persona e delle future generazioni.
In definitiva le questioni ambientali mostrano spesso uno stretto legame con le problematiche di ordine sociale: osserviamo, ad esempio, come in molti luoghi della Terra ci sia un nesso di causalità tra degrado sociale e degrado ambientale e viceversa. La povertà di molte popolazioni non è frutto di mancanza di risorse, minerali e petrolio ma di problemi culturali e socio-politici. Molti ancora soffrono la fame perché la “Destinazione universale dei beni”, cara alla Dottrina sociale della Chiesa, è ancora troppo spesso un proposito a favore di pochi che mirano allo sfruttamento delle risorse ed a discapito di molti che soffrono l’indigenza. Questo squilibrio provoca degrado ambientale. Pensiamo ad esempio ad un popolo che non ha da mangiare: avrà come primo obiettivo la sopravvivenza, sfruttando al massimo qualsiasi risorsa disponibile. Vivere raccogliendo tutto quanto si trova è di sicuro uno stile di vita meno sostenibile di chi, ad esempio, coltiva e trova un ritmo nella produzione e nella raccolta.
I fautori delle idee neomalthusiane, oggi riproposte per risolvere simili questioni con programmi di pianificazione delle nascite tramite aborti ed uso di anticoncezionali, dovrebbero confrontarsi con la responsabilità di chi si arricchisce sfruttando la povertà e la sofferenza di altri esseri umani, invece di camuffare l’ingiustizia di “chi ha troppo e chi troppo poco”, con le politiche di riduzione demografica, senza rimuovere le cause culturali e socio-politiche reali.
Dice ancora il Pontefice: “L'uomo riceve da Dio la sua essenziale dignità e con essa la capacità di trascendere ogni ordinamento della società verso la verità ed il bene. Egli, tuttavia, è anche condizionato dalla struttura sociale in cui vive, dall'educazione ricevuta e dall'ambiente. Questi elementi possono facilitare oppure ostacolare il suo vivere secondo verità. Le decisioni, grazie alle quali si costituisce un ambiente umano, possono creare specifiche strutture di peccato, impedendo la piena realizzazione di coloro che da esse sono variamente oppressi. Demolire tali strutture e sostituirle con più autentiche forme di convivenza è un compito che esige coraggio e pazienza”. A ciascuno è affidato questo coraggio e questa pazienza, perché ciascuno sia costruttore di un ambiente sano, dove poter vivere dignitosamente riconoscendo in se stesso e nel prossimo un autentico dono di Dio.
Interviste
Biblisti a Roma per discutere di esegesi ed ermeneutica
Intervista al coordinatore della Settimana Biblica Nazionale 2008
ROMA, giovedì, 4 settembre 2008 (ZENIT.org).- In occasione del 60° anniversario dalla fondazione (1948-2008), l’Associazione Biblica Italiana (ABI) terrà la XL Settimana Nazionale Biblica sul tema: “Processo esegetico ed ermeneutica credente: una polarità intrinseca alla Bibbia”.
L’incontro si svolgerà a Roma, dall’8 al 12 settembre 2008, nella prestigiosa sede del Pontifico Istituto Biblico.
Innumerevoli i biblisti che parteciperanno al convegno. In apertura anche una tavola rotonda che vedrà un confronto tra monsignor Bruno Forte, ArciVescovo di Chieti-Vasto, e il filosofo Massimo Cacciari, ex sindaco di Venezia.
L’incontro assume un particolare significato anche in prospettiva della XII Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi, che si terrà a Roma dal 5 al 26 ottobre 2008, e che ha per tema “La Parola di Dio nella vita e nella missione della Chiesa”.
Per avere un'idea più chiara del contenuto e delle questioni che verranno sollevate nella settimana biblica, ZENIT ha intervistato monsignor Ermenegildo Manicardi, coordinatore della Settimana Biblica Nazionale 2008, membro del Consiglio di Presidenza dell'Associazione Biblica Italiana, professore alla Facoltà Teologica dell’Università Gregoriana e Rettore dell’Almo Collegio Capranica di Roma.
Perché avete scelto un tema così complesso per l'incontro?
Mons. Manicardi: Confesso che si tratta di un tema molto ambizioso. Il raffinato sviluppo delle scienze bibliche può portare ad un estraniamento degli studiosi professionisti dal resto della gente. I non addetti ai lavori si possono stancare ascoltando cose tecniche di cui non colgono la rilevanza. Si arriverebbe allora ad una specie di ‘morte per specializzazione’ e i biblisti, invece di far parlare e vivere la Bibbia, la soffocherebbero.
E’ necessario ricordare agli studiosi che, assolutamente senza fare sconti dal punto di vista della serietà scientifica, non devono perdere il rapporto con la comunità credente e con la normalità della gente. E’ vero che anche ad alcuni esegeti andrebbe ripetuto, come insegnava Alonso Shoekel, ‘condividi il risultato non la fatica’.
In questo senso i biblisti non devono dimenticare che se loro sono i responsabili del ‘Processo esegetico’ esiste anche ‘un’ermeneutica credente’ che entra nel processo complessivo della comprensione concreta delle Scritture.
L’ermeneutica credente non è appannaggio di nessuno, anche se il magistero nella Chiesa cattolica ha il compito irrinunciabile di garantire la validità di determinati sviluppi interpretativi.
Più in profondità la settimana vuole ricordare che lo studio del processo esegetico non può raggiungere l’oltre della Parola di Dio, che sta anche al di là del versetto, perché essa per definizione trascende anche il testo ispirato in cui si è incarnata. Fare soltanto esegesi dei versetti significherebbe al massimo preparare, ma non ancora giungere al vero dialogo che il Dio vivente cerca con l’uomo anche di oggi.
E’ un compito molto difficile per gli esegeti. Credo, però, che si debba tentare di dire qualcosa, anzi qualcosa di più di quanto non accada a tutt’oggi. Su questo versante la settimana è aperta sul Sinodo. Se troveremo qualcosa di interessante non mancheremo di dirlo agli italiani presenti al Sinodo perché lo usino per la Chiesa mondiale.
Quali considerazioni può fare l’ABI sulla formazione biblica in Italia?
Mons. Manicardi: La formazione biblica dei credenti è diventata un obiettivo importante, in particolare da quando la liturgia in italiana ha messo i partecipanti alle celebrazioni davanti ad una abbondante scelta di testi dei Vangeli e della Bibbia. Tale ricca possibilità di scelta vuole dire anche incontro con testi difficili, di non comprensione immediata anzi, talvolta scandalosi come le pagine che sembrano presentare un Dio violento e vendicativo. Se si vuole che, senza perdere il senso del mistero e dell’adorazione (elemento per il quale si sta ritornando più sensibili), la liturgia sia anche un nutrimento del cuore e del pensiero, occorre diffondere una competenza di lettura biblica ancora più ricca.
E sul ruolo degli esegeti italiani?
Mons. Manicardi: La loro presenza è molto incisiva soprattutto nella formazione accademica universitaria, ma ha anche grande rilievo nell’aggiornamento del clero più volonteroso. Normalmente è molto sereno il clima del raccordo ecclesiale. Non ci sono fratture di rilievo tra gli esegeti ‘professionisti’ e il resto della comunità credente. Molti Vescovi, gli altri teologi, i fedeli anche semplici amano, apprezzano e cercano le competenze dei Biblisti. Nelle strutture accademiche laiche del nostro paese l’apporto dello specialista biblico è richiesto molto spesso ed è rispettato.
In che modo lo studio della Bibbia potrebbe aiutare il progresso della società italiana?
Mons. Manicardi: Da una parte aiuta a capire meglio il nostro patrimonio culturale e artistico. L’arte italiana nasce anche dal rapporto con la Scrittura, che è stata ‘il grande codice’ in alcuni dei suoi momenti migliori come nel medioevo, nel rinascimento e nel barocco.
Dall’altra parte la Bibbia compresa in profondità affina la qualità di un uomo e lo apre a un’interculturalità importante. Nella Bibbia confluiscono il patrimonio religioso ebraico, la lingua greca raffinata ad Alessandria d’Egitto per tradurre le Scritture ebraiche, i primi tentativi di inculturazione presenti negli scritti del Nuovo Testamento. Chi contatta la Bibbia viene a trovarsi di fronte a grandissimi snodi della cultura umana e impatta avvenimenti storici decisivi.
Un vero lettore della Bibbia non sarà mai un ottuso fondamentalista. Chi crede che Dio ha scelto dei linguaggi umani per incarnare in essi il suo comunicarsi agli uomini, accetta l’importanza delle culture umane per Dio e quindi imparerà a stare molto attento a non escludere ciò che è prezioso anche se straniero per lui. Al tempo stesso imparerà a distinguere, dentro i testi ispirati, la parola di Dio eterna (quindi capace di parlare anche a noi oggi) dal rivestimento umano in cui ci è stata comunicata, che è per definizione limitato e contingente benché portatore dell’eterno.
E’ questa dialettica che è decisiva non solo per l’alta teologia, ma per la formazione credente anche dei non intellettuali. A volte ho l’impressione che il rapporto con la Scrittura, mediato nelle liturgie cristiane, possa diventare la nuova Biblia pauperum, ossia il luogo bello dove anche i nuovi «poveri» possono educare il proprio cuore e raffinare lo spirito.
Quali sono i risultati dell’uso delle Scritture nella nuova inculturazione della fede?
Mons. Manicardi: L’attenzione alla Bibbia dice che c’è ancora del cammino da fare e che va fatto oggi dentro questa cultura. Poiché anche la cultura di oggi ha bisogno di interlocutori autorevoli, la Bibbia può esserlo. Diciamo così: un cattolico ‘dogmatico’ fa più fatica ad entrare e ad essere accettato nella dinamica del fare cultura. Sembra troppo sistematico, definitivo, incapace di essere scalfito.
Il credente che nutre la sua fede entro il racconto biblico sarà non necessariamente più liberale, ma certo risulterà più collocato sul passaggio dalla parola divina eterna, che ci viene incontro nel racconto biblico contingente, alla comprensione dell’orizzonte di Dio sul nostro oggi. La Bibbia non è solo ‘un grande codice’ comune, ma è un grande libro di dialogo tra le interpretazioni bibliche che cercano di portare il comunicarsi di Dio dentro le sfide dell’oggi.
L’ABI conta attualmente 750 soci, tra i quali diversi Vescovi. In media ogni anno aderiscono all’ABI da quindici a venti nuovi soci ordinari. I soci aggregati sono circa 150 e operano nel campo della pastorale biblica. Per la loro formazione biblica usufruiscono della rivista ‘Parole di Vita’. Ogni anno in tutta Italia l’ABI organizza corsi e settimane di formazione biblica
L’ABI collabora con la CEI tramite l’Ufficio Catechistico Nazionale, settore apostolato biblico (SAB), di cui fanno parte un membro del Consiglio di Presidenza, altri soci ABI, e attraverso ‘Parole di vita’ e le settimane formative, in particolare quella che svolge a La Verna. Collabora inoltre rappresentando i Vescovi italiani nella Federazione Biblica Mondiale, mediante un socio ABI, scelto dal Consiglio di Presidenza.
Forum
Dibattito sulla morte cerebrale e l’espianto di organi
di Antonio Gaspari
CITTA' DEL VATICANO, giovedì, 4 settembre 2008 (ZENIT.org).- Pur manifestando stima e amicizia nei confronti di Lucetta Scaraffia, l’eurodeputato Carlo Casini, Presidente del Movimento per la Vita (MpV), non condivide quanto scritto su “L’Osservatore Romano” dalla docente di Storia sulla messa in discussione della definizione di morte cerebrale.
L’articolo della Scaraffia ha riaperto il dibattito sul ‘rapporto di Harvard’, che cambiò la definizione di morte basandosi non più sull’arresto cardiocircolatorio ma sull’elettroencefalogramma piatto.
Secondo la docente dell'Università “La Sapienza” di Roma, “l’idea che la persona umana cessi di esistere quando il cervello non funziona più, mentre il suo organismo - grazie alla respirazione artificiale - è mantenuto in vita, comporta una identificazione della persona con le sole attività cerebrali, e questo entra in contraddizione con il concetto di persona secondo la dottrina cattolica”.
L’articolo della Scaraffia ha suscitato innumerevoli reazioni, soprattutto in relazione al fatto che la vigente definizione di morte cerebrale detta le condizioni per poter effettuare l’espianto degli organi.
Intervistato da ZENIT, Carlo Casini ha però ribadito che “la morte del cervello corrisponde alla morte dell’uomo” perché “è il cervello che coordina tutte le funzioni e che fa del corpo una sola cosa finalizzata a uno scopo comune”.
Il Presidente del MpV ha ricordato che “ci sono fenomeni come la crescita dei peli, o alcune attività dell’intestino, che continuano anche dopo la morte, ma queste non sono sufficienti a dire che l’essere è ancora vivo”.
In merito all’articolo della Scaraffia, il Presidente del Pontificio Consiglio per la Pastorale della Salute, il Cardinale Javier Lozano Barragan, ha detto che la Chiesa ha “sempre sostenuto che la morte è avvenuta di fronte alla completa assenza di segni encefalografici, del cervello, del midollo, del tronco cerebrale, per un periodo di almeno sei ore”, cioè “quello che le ricerche scientifiche attuali ci dicono”.
In merito alla donazione degli organi, il Cardinale Lozano Barragan ha ribadito che “donare gli organi è una cosa buonissima” e “la Chiesa l'ha sempre sostenuto”.
Il Presidente del Dicastero vaticano ha concluso che “in attesa di un pronunciamento solenne del Papa o della Congregazione per la Dottrina della Fede, la linea della Santa Sede sulla fine della vita non cambia”.
Dal canto suo, il prof. Adriano Pessina, Direttore del Centro di Bioetica dell'Università Cattolica, ha affermato che l’articolo della Scaraffia "contiene molte inesattezze e rischia di confondere situazioni tra loro assolutamente differenti, come lo stato vegetativo e la morte cerebrale".
A sostenere la tesi della Scaraffia è invece il prof. Paolo Becchi, ordinario di Filosofia del diritto all’Università di Genova, autore del libro “La morte cerebrale e il trapianto di organi” edito dalla Morcelliana.
Intervistato da “Il Giornale” il prof. Becchi ha spiegato la sua tesi, secondo cui “la morte cerebrale è un’invenzione creata ad hoc a fini trapiantistici” precisando però che la sua intenzione non è quella di “sparare sui medici né sul Vaticano”.
“Voglio solo mettere in luce le contraddizioni di questo sistema”, ha concluso.
Documenti
Il Papa: giustizia, solidarietà e sviluppo per l'Africa
Messaggio di Benedetto XVI al presidente del Secam
CITTA' DEL VATICANO, giovedì, 4 settembre 2008 (ZENIT.org).- Pubblichiamo il messaggio inviato da Benedetto XVI in occasione dell'incontro continentale sul Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa, svoltosi a Dar es Salaam (Tanzania) dal 27 al 30 agosto.
* * *
Al mio Venerabile Fratello Cardinale Polycarp Pengo Arcivescovo di Dar es Salaam Presidente del Simposio delle Conferenze Episcopali dell'Africa e del Madagascar
Porgo saluti oranti a Lei, Eminenza, al Cardinale Renato Martino e a quanti parteciperanno all'incontro continentale per l'Africa sul Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa, che si svolgerà a Dar es Salaam dal 27 al 30 agosto 2008, sotto l'egida del Secam e del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace. Grato apprendo della presenza delle autorità locali nella sessione di apertura e ringrazio i rappresentanti di Misereor e della Konrad Adenauer Foundation per il loro sostegno e la loro promozione.
Il tema della Conferenza «Verso una nuova evangelizzazione della società africana» indica il nesso chiaro fra evangelizzazione e la dottrina sociale della Chiesa. La Chiesa ha il diritto e il dovere inalienabili di proclamare il Vangelo nella società, testimoniando il suo messaggio liberatorio e la sua forza trasformatrice nei mondi complessi della produzione, del lavoro, degli affari, della finanza, del commercio, della politica, della giurisprudenza, della cultura, delle comunicazioni sociali, nei quali uomini e donne conducono la propria vita quotidiana (cfr. Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa cattolica, n. 70). La dottrina sociale della Chiesa, che trae ispirazione dalla Parola di Dio, cerca di applicare la saggezza del Vangelo al compito concreto di creare un ordine sociale basato sul rispetto per la dignità e per i diritti della persona umana, sulla ricerca di giustizia e sulla promozione del bene comune. Ho fiducia nel fatto che una conoscenza più profonda di questa dottrina aiuterà il laicato in particolare a svolgere la missione che gli è propria, plasmando la società africana secondo esigenze di giustizia, solidarietà e sviluppo autentici (cfr. Deus caritas est, n. 29).
La prima Assemblea speciale per l'Africa del Sinodo dei Vescovi intendeva essere un «sinodo di risurrezione» e un «sinodo di speranza» (cfr. Ecclesia in Africa, n. 57) per la Chiesa in tutto il mondo. Quelle nobili aspirazioni hanno trovato espressione in una serie di iniziative volte a conferire rinnovato impeto alla missione evangelizzatrice della Chiesa. Ora state preparando la seconda Assemblea per l'Africa del Sinodo dei Vescovi che ho indetto per il mese di ottobre 2009 sul tema: «La Chiesa in Africa al servizio della riconciliazione, della giustizia e della pace: "Voi siete il sale della terra... Voi siete la luce del mondo». Prego affinché l'attuale Conferenza contribuisca in maniera significativa alla preparazione di quella grande Assemblea. Guidati dalla speranza autentica che è dono di Dio (cfr. Spe salvi, n. 31), con le vostre deliberazioni prestate particolare attenzione alle varie sfide che il continente deve affrontare, promuovendo quei «luoghi di apprendimento e di esercizio della speranza» che ho descritto nella mia Lettera Enciclica Spe salvi (cfr. nn. 32 - 48).
Desidero cogliere questa occasione anche per incoraggiare l'opera vitale svolta dalle Commissioni Giustizia e Pace in Africa e da altre organizzazioni ecclesiali che operano nello stesso campo. Possono rendere un contributo essenziale alla missione ecclesiale. Restando fedeli al proprio mandato di servire il Popolo di Dio sotto la direzione e la guida dei loro Vescovi, il cui dovere è di applicare la dottrina sociale della Chiesa con discernimento, confido nel fatto che svolgeranno un ruolo indispensabile nella trasformazione e nel rinnovamento della società africana.
Affidandole queste riflessioni, mio Venerato Fratello, la assicuro delle mie preghiere affinché la Conferenza rechi frutti abbondanti mentre la Chiesa in Africa continua a operare instancabilmente per l'avvento del Regno di Dio di riconciliazione, giustizia e pace. Affidando Lei e tutta l'assemblea alla protezione materna di Maria Regina d'Africa, imparto volentieri la mia Benedizione Apostolica quale pegno di saggezza e forza nel Signore.
Da Castel Gandolfo, 14 agosto 2008
Benedetto pp. XVI
[Traduzione de L'Osservatore Romano]
Il Papa: la speranza per l'Africa viene dalla Dottrina sociale
Il culto di Maria, strumento per approfondire il mistero di Cristo
NOTIZIE DAL MONDO
India: cristiani costretti a convertirsi e ad attaccare le chiese
Essere veri discepoli di Cristo per vincere la violenza in India
L'insegnamento della Chiesa sull'aborto non cambia
Messico: 1.555 coppie per accogliere i bambini di chi vuole abortire
I Vescovi filippini organizzano una raccolta firme contro l'aborto
DOTTRINA SOCIALE E BENE COMUNE
La questione ambientale come questione sociale
INTERVISTE
Biblisti a Roma per discutere di esegesi ed ermeneutica
FORUM
Dibattito sulla morte cerebrale e l’espianto di organi
DOCUMENTI
Il Papa: giustizia, solidarietà e sviluppo per l'Africa
Santa Sede
Il Papa: la speranza per l'Africa viene dalla Dottrina sociale
Il tema avrà un ruolo di spicco nel Sinodo del continente
CITTA' DEL VATICANO, giovedì, 4 settembre 2008 (ZENIT.org).- Benedetto XVI ha fatto appello a un impegno comune per ridare speranza all'Africa sulla base della Dottrina sociale della Chiesa. E' quanto si legge in un messaggio in cui si annuncia il tema dominante del Sinodo dei Vescovi del continente che si svolgerà il prossimo anno in Vaticano.
Il Papa lo ha spiegato in una lettera inviata al Cardinale Polycarp Pengo, Arcivescovo di Dar es Salaam (Tanzania) e Presidente del Simposio delle Conferenze Episcopali dell'Africa e del Madagascar (SECAM), in occasione dell'incontro continentale sul Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa, svoltosi nella capitale tanzaniana dal 27 al 30 agosto.
La riunione, inaugurata dal Cardinale Renato Martino, Presidente del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, a cui si deve l'organizzazione dell'incontro, ha avuto come tema “Verso una nuova evangelizzazione della società africana”.
Nel suo messaggio, il Papa ha chiesto ai partecipanti di aiutare a preparare con la loro riflessione sulla giustizia sociale la seconda Assemblea per l'Africa del Sinodo dei Vescovi, da lui indetta per il mese di ottobre 2009 sul tema “La Chiesa in Africa al servizio della riconciliazione, della giustizia e della pace: 'Voi siete il sale della terra... Voi siete la luce del mondo'”.
“Con le vostre deliberazioni prestate particolare attenzione alle varie sfide che il continente deve affrontare, promuovendo quei 'luoghi di apprendimento e di esercizio della speranza' che ho descritto nella mia Lettera Enciclica Spe salvi”, afferma il Santo Padre nel suo messaggio.
Nel documento finale dell'incontro, i partecipanti hanno pubblicato 41 raccomandazioni per il Sinodo dei Vescovi dell'Africa.
Tra le altre cose, propongono che “le religioni tradizionali coesistano con il cristianesimo”, perché “c'è bisogno di dialogo e di approfondimento della fede”.
I Vescovi e i sacerdoti dovrebbero inoltre “essere incoraggiati e persuasi a impegnare i laici nello studio del Compendio”. Un'altra proposizione chiede di “popolarizzare il Compendio semplificandolo”.
Allo stesso modo, si propone il “dialogo con i politici, condividendo i valori che combatteranno e fermeranno il tribalismo, la corruzione, ecc.”.
“Perché la Chiesa in Africa sia credibile, dovrebbe essere preparata a condurre un'autoanalisi”, si afferma, così come “dovrebbe essere valorizzato il ruolo delle donne nella Chiesa”.
La Chiesa deve anche “esortare i fedeli a impegnarsi nelle attività economiche, come la produzione di cibo e la difesa delle risorse naturali”.
“Promuovere il dialogo, le discussioni e le attività interreligiose per favorire la riconciliazione” è un'altra proposta, come quella di “creare delle reti tra le Chiese africane per permettere loro di condividere le loro esperienze per la crescita reciproca”.
L'ultima proposta è “invitare il Santo Padre a pubblicare l'esortazione post-sinodale in Africa”.
Il culto di Maria, strumento per approfondire il mistero di Cristo
Spiega il Cardinale Paul Poupard
CITTA' DEL VATICANO, giovedì, 4 settembre 2008 (ZENIT.org).- La Vergine Maria è un prezioso aiuto per comprendere il “grande mistero di Cristo”, ha affermato il Cardinale Paul Poupard, presidente emerito del Pontificio Consiglio della Cultura e inviato speciale di Benedetto XVI al XXII Congresso della Pontificia Accademia Mariana Internazionale.
L'evento, che si celebra a Lourdes dal 4 all'8 settembre a 50 anni di distanza dalla sua prima edizione, si svolge in concomitanza con il 150° anniversario delle apparizioni mariane a Bernadette Soubirous.
Il Congresso, sul tema “Le apparizioni della Beata Vergine Maria. Tra storia, fede e cultura”, è organizzato dalla Pontificia Accademia Mariana Internazionale e ha lo scopo di “sostenere la pietà con la quale la Chiesa si rivolge alla Madre Santissima di Gesù, perché ciò esige di essere approfondito sempre più e di essere confermato attraverso la ricerca teologica”, ha spiegato il porporato alla “Radio Vaticana”.
Allo stesso modo, offre “l'occasione e la possibilità di discutere sulla dottrina mariana, ma anche di condurre gli animi ad acquisire una consapevolezza più fervida della religione ed una fede più salda, come pure a formulare propositi più solidi”.
Il XXII Congresso della Pontificia Accademia Mariana Internazionale “si inserisce perfettamente nell'Anno giubilare delle apparizioni, perché unisce storia, fede e dottrina”, sostiene il Cardinale.
“È dunque una riflessione fondamentale che unisce la storia, la fede e la teologia e che si presenta in prossimità assoluta del pellegrinaggio del Santo Padre Benedetto XVI che va Lourdes come pellegrino”, ha aggiunto ricordando che il Papa si recherà nei prossimi giorni nella cittadina francese.
Per questo, ha sottolineato, l'evento “si svolge per preparare l'unione spirituale con questa visita apostolica”.
A 150 anni dalle apparizioni mariane, secondo il Cardinal Poupard il culto mariano “non soltanto si è rafforzato, ma si è approfondito”.
All'uomo d'oggi, infatti, il culto di Maria “dice molto”, perché “ci fa scoprire tutta la personalità di Maria, donna di fede, donna eucaristica, come ebbe a definirla il Servo di Dio Giovanni Paolo II”.
“E più si venera Maria – ha rimarcato –, più si adora il mistero di Gesù, suo Divino Figlio che Maria ci ha donato come Figlio di Dio, venuto per noi peccatori sulla terra”.
“Dunque, questo grande mistero di Cristo viene approfondito attraverso il culto di Maria”.
Notizie dal mondo
India: cristiani costretti a convertirsi e ad attaccare le chiese
Denuncia il portavoce dei Vescovi dei Paese
NUOVA DELHI, giovedì, 4 settembre 2008 (ZENIT.org).- In questo momento, in India, i cristiani sono costretti a convertirsi all'induismo e ad attaccare le loro chiese. E' quanto ha denunciato padre Babu Joseph, portavoce della Conferenza dei Vescovi Cattolici dell'India (CBCI).
Il sacerdote ha detto che l'episcopato “è scioccato nell'apprendere che i cristiani dell'Orissa che sono già stati vittime della violenza sono ora costretti a diventare induisti e ad attaccare le loro chiese, in cui hanno lodato il Signore per tanto tempo. Ciò è del tutto disumano e rappresenta una grave violazione dei diritti umani”.
La situazione in India rimane tesa e continuano gli attacchi e i saccheggi contro le istituzioni cristiane. Lunedì 1° settembre sono state distrutte 10 sale per la preghiera nel villaggio di Kundra, nel distretto di Jayapur. A Tikabali Block sono stati attaccati cinque villaggi. Una chiesa, un convento e due ostelli sono stati invece distrutti a Mondasore.
“Siamo estremamente preoccupati perché notiamo che, nonostante le assicurazioni date da Shri Naveen Patnaik, Ministro responsabile dell'Orissa, al Primo Ministro Manmohan Singh per cui la violenza a Kandhamal sarebbe stata riportata sotto controllo, non ci sono stati grandi miglioramenti nelle zone di Kandhamal colpite dalle sommosse”, afferma il portavoce.
“Anche se le forze di sicurezza sono state spiegate a Kandhamal, i fondamentalisti continuano ad attaccare liberamente i cristiani e le loro istituzioni”.
Per questo motivo, viene rivolto “un accorato appello al Ministro responsabile per l'Orissa affinché agisca con fermezza nei confronti degli autori delle aggressioni e salvaguardi i cristiani, le loro case e le loro istituzioni, che sono costantemente attaccate dai gruppi fondamentalisti”.
“Chiediamo anche che l'amministrazione statale vigili sulla questione delle riconversioni forzate perché costituiscono una grave violazione del diritto costituzionale di vivere nel Paese senza paura”, conclude padre Babu Joseph.
Essere veri discepoli di Cristo per vincere la violenza in India
Propone la superiora generale delle Missionarie della Carità
CITTA' DEL VATICANO, giovedì, 4 settembre 2008 (ZENIT.org).- Per vincere la violenza di cui sono vittime in queste settimane i cristiani in India, c'è bisogno di autentici discepoli di Cristo, ha affermato suor Mary Nirmala Joshi, superiora generale delle Missionarie della Carità.
La religiosa, che è succeduta a Madre Teresa di Calcutta nella guida della congregazione, ha spiegato a “L'Osservatore Romano” che “la testimonianza cristiana necessaria in India oggi consiste nell'essere discepoli autentici di Cristo nell'amore per la persona di Cristo e nel vivere pienamente l'insegnamento che ci ha lasciato nel discorso della montagna”.
Lo scorso 28 agosto, suor Nirmala ha indirizzato al popolo dell'Orissa e di tutta l'India un messaggio in cui ha ricordato che “non bisogna usare la religione per dividerci e che la violenza in nome della religione è un abuso della religione stessa”.
“Come ripeteva madre Teresa: 'La religione è un'opera di amore. Non è fatta per distruggere la pace e l'unità'”, ha osservato.
“In nome della nostra nazione e della nostra nobile eredità, in nome dei poveri, dei bambini e di tutti i nostri fratelli e sorelle vittime di questa insensata violenza e distruzione: preghiamo, apriamoci alla luce e all'amore di Dio; deponiamo le armi dell'odio e della violenza e indossiamo l'armatura dell'amore; perdoniamoci gli uni gli altri per il male che ci siamo fatti”, ha proposto.
“Domandiamo a madre Teresa di pregare perché possiamo divenire strumenti di Dio e della sua pace, costruttori della civiltà dell'amore”.
In occasione della festa liturgica della beata Teresa di Calcutta, il 5 settembre, anniversario della sua morte, suor Nirmala esprime “profonda gratitudine a Dio per il dono della sua vita di santità e della sua missione mondiale di amore per i più poveri fra i poveri, i meno amati, i meno desiderati, i più dimenticati tra i figli di Dio, a prescindere dalla casta, dal credo, dalla nazionalità o dalla cultura”.
Questo ringraziamento, osserva, si esprime “con la preghiera, con il sacrificio e con umili servizi d'amore verso i nostri fratelli e le nostre sorelle che sono nel bisogno”, ma anche “rinnovando il nostro desiderio di santità e la determinazione a divenire santi, ispirati dal suo esempio”.
Allo stesso modo, si ricorda la beata “come potente strumento di intercessione in cielo, donataci da Dio, implorando la sua intercessione potente ed efficace per la pace e l'armonia fra tutti nell'Orissa e in tutte le aree tormentate del mondo, e per le necessità di quanti soffrono”.
In questi giorni si stanno svolgendo a Calcutta, sulla tomba della beata, Messe precedute dalla recita del rosario, a cui partecipano parrocchie di Calcutta e delle zone vicine, le suore e i Fratelli Missionari della Carità, i malati e i bambini delle loro case e anche “persone non cattoliche appartenenti a tutte le religioni” che “vengono a rendere omaggio, pregando, offrendo fiori e candele e implorando l'intercessione della Madre per le loro necessità e per quelle del Paese e del mondo”.
“È previsto anche un incontro di preghiera tra le religioni”, ha ricordato.
Il grande amore che tutti nutrono per Madre Teresa deriva dal fatto che “ha insegnato con le parole e con l'esempio che qualunque cosa facciamo all'ultimo dei nostri fratelli la facciamo a Dio stesso”.
“Gli abitanti dell'India sono molto orgogliosi della Madre – ha sottolineato suor Nirmala –. In lei hanno trovato qualcuno che davvero si preoccupa di loro. La sua vita è per loro fonte d'ispirazione. Nel suo nome tutti i cuori e tutte le porte si aprono”.
Gli Indiani, ha affermato, “in lei vedono un'India autentica” e “l'incarnazione di Dio stesso”.
L'insegnamento della Chiesa sull'aborto non cambia
Sottolineano i Vescovi statunitensi in un documento
WASHINGTON, giovedì, 4 settembre 2008 (ZENIT.org).- Per porre fine alla confusione provocata da recenti fraintendimenti circa la dottrina della Chiesa cattolica sull'aborto, il Comitato dei Vescovi statunitensi per le Attività Pro-Vita ha emesso un documento di due pagine intitolato “Rispetto per la vita umana non nata: il costante insegnamento della Chiesa”.
La questione è stata portata alla ribalta dalle affermazioni fuorvianti del presidente della Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti, Nancy Pelosi, in un'intervista del 24 agosto.
Due giorni dopo, il Cardinale Justin Rigali, portavoce del Comitato, e il Vescovo William Lori, presidente del Comitato per la Dottrina, hanno emesso una dichiarazione per correggere le osservazioni della Pelosi. Altri Vescovi cattolici hanno rilasciato dal canto loro dichiarazioni simili.
“Questa dichiarazione ben documentata aiuterà i cattolici e agli altri a formare la propria coscienza in modo conforme all'immutato insegnamento della Chiesa in difesa della vita umana non nata”, ha sostenuto Deirdre McQuade, Assistant Director for Policy and Communications del Segretariato per le Attività Pro-Vita della Conferenza Episcopale Statunitense.
Tra le altre osservazioni, il documento sottolinea che “la scienza moderna non ha cambiato il costante insegnamento della Chiesa contro l'aborto, ma ha sottolineato quanto sia importante e ragionevole, confermando che la vita di ogni individuo della specie umana inizia con il primo embrione”.
Il testo è disponibile in rete su www.usccb.org/prolife/constantchurchteaching.shtml. La dichiarazione del 26 agosto del Cardinal Rigali e del Vescovo Lori è invece disponibile su www.usccb.org/comm/archives/2008/08-120.shtml.
Messico: 1.555 coppie per accogliere i bambini di chi vuole abortire
ROMA/CITTA' DEL MESSICO, giovedì, 4 settembre 2008 (ZENIT.org).- Dopo la risoluzione della Suprema Corte di Giustizia del Messico che depenalizza l'aborto fino alla 12ª settimana di gestazione, 1.555 coppie e 53 centri di aiuto alla donna hanno dichiarato la propria disponibilità ad accogliere i bambini delle madri che pensano di abortire.
L'iniziativa, lanciata da quando è stato depenalizzato l'aborto nel Distretto Federale, ha avuto ancora più eco dopo l'annuncio della controversa decisione.
Le coppie e i centri hanno risposto in questo modo all'appello del Cardinale Norberto Rivera Carrera, Arcivescovo primate di Città del Messico, “ad accogliere e aiutare i bambini delle donne che sono tentate di abortire perché non hanno risorse materiali o psicologiche per mantenerli ed educarli”, ha spiegato a ZENIT Lucrecia Rego de Planas, una delle promotrici dell'iniziativa.
“Con questa generosa risposta all'appello, il Cardinale pone fine alle argomentazioni usate dai legislatori messicani per far sembrare un aborto qualcosa di necessario, perché queste istituzioni e queste coppie aspettano tutte le donne che chiederanno il loro aiuto per accogliere, aiutare e ospitare nelle proprie case e nelle proprie famiglie i bambini che portano in grembo”, aggiunge la promotrice.
“Promettono non solo il mantenimento del bambino, ma anche la sua istruzione e l'affetto di una famiglia”.
La consistente risposta ha avuto luogo grazie alle reti sociali e alle nuove tecnologie, in particolare il portale Internet catholic.net.
La lista con i nomi delle istituzioni e delle coppie interessate ad accogliere i bambini è pubblicata apertamente su http://nolomates.catholic.net, che dà la possibilità di registrarsi alle donne che desiderano essere aiutate.
I Vescovi filippini organizzano una raccolta firme contro l'aborto
Di fronte al progetto che promuove pratiche abortive e anticoncezionali
MANILA, giovedì, 4 settembre 2008 (ZENIT.org).- La Conferenza dei Vescovi Cattolici delle Filippine sta portando avanti una campagna di raccolta firme contro il disegno di legge sull'aborto attualmente allo studio nel Parlamento del Paese e noto come Reproductive Health Bill (RH).
Secondo quanto rende noto “L'Osservatore Romano”, i Vescovi desiderano consegnare ai legislatori un documento di protesta contro il progetto, che vuole legalizzare l'aborto e l'utilizzo di anticoncezionali artificiali.
Nel documento, indirizzato sia ai credenti che ai non credenti, si ribatte alle due argomentazioni usate per promuovere il provvedimento: la libertà della donna e la lotta alla povertà.
I metodi contraccettivi, spesso presentati come un elemento di maggiore sicurezza per le donne, non di rado vengono usati “come strumenti di violazione della dignità della persona umana essendo largamente impiegati nel commercio sessuale”, afferma il documento.
La Pro-life Philippines Foundation ha realizzato dal canto suo uno studio in cui mostra che il maggior tasso di fertilità delle donne non ha alcuna relazione con il livello della ricchezza della Nazione.
Secondo i dati del National statistics office (Nso), i Filippini che vivono al di sotto della soglia della povertà sono aumentati del 2,6% tra il 2003 e il 2005, mentre nello stesso periodo il tasso di fertilità si è ridotto dello 0,3%.
Per Marita F. Weasan, responsabile della Pro-life Philippines Foundation, il minor tasso d'incremento della popolazione non incide affatto sul miglioramento delle condizioni di vita. Anche se il disegno di legge non venisse approvato, si prevede che la tendenza sia il minore aumento della popolazione e che nel 2025 si raggiungerà il livello 0.
Questi dati, sostiene la Weasan, non giustificano una campagna di controllo della popolazione con metodi artificiali, come prevede la legge.
Un anno di polemiche
In una lettera datata 6 ottobre 2007, l'Arcivescovo di Jaro e presidente della Conferenza Episcopale, monsignor Angel Lagdameo, avvertiva già che la Chiesa si sarebbe opposta a questo disegno di legge.
Il presule sottolineava che il miliardo di pesos che il Governo vuole utilizzare per diffondere l'uso di preservativi e pillole anticoncezionali tra la popolazione potrebbe essere invece usato per progetti miranti a combattere la povertà.
“I metodi anticoncezionali e abortivi non sono sbagliati perché la Chiesa li proibisce, ma la Chiesa li proibisce perché distruggono la capacità di procreazione data all'uomo dal suo Creatore”, avvertiva.
Monsignor Lagdameo criticava l'uso di cifre sulla crescita della popolazione da parte dei difensori dell'aborto, superiore alla realtà, e anche l'affermazione per cui “la popolazione deve essere controllata perché è la causa principale della povertà”. “Ci sono altri fattori più gravi”, sottolineava.
I Vescovi e i gruppi pro-vita portano avanti da mesi campagne informative a favore dell'uso della pianificazione familiare naturale come più “rispettosa della dignità delle famiglie” e del “credo maggioritario della popolazione”.
Il 15 luglio scorso, i presuli hanno annunciato la scomunica dei politici che sosterranno il testo del Reproductive Health Bill. Il 25 dello stesso mese, i Vescovi hanno convocato in tutto il Paese manifestazioni in difesa della vita.
Il 29 agosto Joel O. Jason, direttore del Dipartimento Famiglia e Vita dell'Arcidiocesi di Manila, ha annunciato che la Chiesa “intensificherà la campagna di raccolta firme contro il disegno di legge” e “se necessario organizzerà mobilitazioni nazionali”.
Il giorno dopo, i Vescovi hanno ribadito la loro opposizione all'uso del preservativo per combattere l'Aids, sostenendo che le affermazioni del Dipartimento per la Salute (DOH) circa la sicurezza del suo uso per arginare la diffusione della malattia sono “false”.
L'8 settembre è previsto il lancio di un DVD educativo intitolato “Gli attacchi subliminali alla famiglia”, che verrà distribuito in scuole, parrocchie, missioni e altre organizzazioni ecclesiali.
Dottrina Sociale e Bene Comune
La questione ambientale come questione sociale
ROMA, giovedì, 4 settembre 2008 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito per la rubrica di Dottrina Sociale e Bene Comune l'intervento del professor Emanuele Cirillo, docente di Chimica e Fisica e docente al Master di Scienze Ambientali dell’Università Europea di Roma.
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Anche se oggi risulta tra i temi più in voga, la questione ambientale deve trovare nuovi e diversi spazi per essere affrontata compiutamente. L’ambiente non è indagabile in maniera univoca e servono i vari contributi del pensiero umano, per coglierne i tanti affascinanti aspetti che si propongono alla nostra attenzione. Ad esempio l’aspetto tecnico-scientifico, quello etico, quello comunicativo-relazionale, quello sociale, per chi è credente quello religioso, sono varie porzioni della tematica che, colte singolarmente, potrebbero indurre ad una trattazione riduzionista, tendente alla parzialità o ad una visione monodisciplinare. Non possiamo pensare all’ambiente come ad un’esperienza superficiale, senza rivestirla del significato più alto che esso cela. La questione ambientale è, infatti, prima di tutto questione morale, che tocca l’intimo della persona e la società tutta. Limitarsi ad un’ecologia, dove l’essere umano è uno “spettatore esterno” o nel peggiore dei casi uno “scomodo parassita”, ci priva della bellezza della scoperta della responsabilità che abbiamo rispetto al Creato. Un’autorevole proposta in merito, viene da Giovanni Paolo II nella sua Enciclica “Centesimus Annus”, che offre una prospettiva innovativa di “Ecologia umana”.
“Mentre ci si preoccupa giustamente, anche se molto meno del necessario, di preservare gli «habitat» naturali delle diverse specie animali minacciate di estinzione, perché ci si rende conto che ciascuna di esse apporta un particolare contributo all'equilibrio generale della terra, ci si impegna troppo poco per salvaguardare le condizioni morali di un'autentica «ecologia umana»… … L'uomo riceve da Dio la sua essenziale dignità e con essa la capacità di trascendere ogni ordinamento della società verso la verità ed il bene.”
Il primo aspetto che emerge, da tale approccio, è il valore unico insito in ciascun essere umano. Uomo e natura non contrapposti ma integrati e caratterizzati da un parallelismo. Se infatti è vero che vi è un ordine nell’ecosistema, in cui ciascuna componente fisico-chimica e biologica ha un ruolo e la loro interazione fa emergere proprietà e funzionalità ben precise, è anche vero che ciascuna persona è fatta delle proprie caratteristiche (l’aspetto fisico, il comportamento, il carattere, ecc.), che richiamano anch’esse un preciso ordine. Come la natura è per i credenti un dono del Creatore, ciascuno di noi è un dono, per se stesso e per gli altri. Così come va preservata l’armonia dell’ecosistema, così va preservata l’armonia della persona. In tale ottica si riconosce quindi Dio che ci fa dono del Creato e della nostra stessa dignità. Uomini e donne sono parte della natura ma allo stesso tempo la trascendono, in virtù di quel “Quid” che ci rende “a Sua somiglianza”. Nessun altro tra i viventi può rendersi protagonista, nel bene e nel male, del proprio agire. Per questo non è comprensibile una visione ecologica priva di questo incipit. Il valore caratteristico di ciascuna persona non può non essere riconosciuto; non si può pensare alla questione ambientale senza l’uomo, perché è dall’uomo stesso che essa nasce.
Questa qualità umana, anche se connaturata deve trovare accoglienza e educazione. Scrive ancora Giovanni Paolo II: “La prima e fondamentale struttura a favore dell'«ecologia umana» è la famiglia, in seno alla quale l'uomo riceve le prime e determinanti nozioni intorno alla verità ed al bene, apprende che cosa vuol dire amare ed essere amati e, quindi, che cosa vuol dire in concreto essere una persona.” Ecco allora il secondo spunto di riflessione: la famiglia diviene “palestra di socialità”. Educare al rispetto dell’ambiente è quindi prerogativa della famiglia, cellula sociale che pone le basi al riconoscimento dell’armonia del Creato e di ciascuna persona. Un bambino educato alla responsabilità saprà anche vivere in modo rispettoso dell’ambiente; un bambino che impara ad aver cura di se stesso e dei propri cari sarà un cittadino più solidale; un bambino che vive nell’amore, sarà anche pronto ad amare. La famiglia diviene allora il luogo in cui si educa e ci si educa, a leggere nel Creato un dono da rispettare e curare.
Un terzo aspetto che va a completare le idee portanti dell’ecologia umana è la visione di uno sviluppo, legato alla libertà di educazione per incrementare la capacità sociale del lavoro umano. Ciascuno ha diritto a lavorare ed usare le risorse disponibili ma ricercando sempre il bene comune come fine, riconoscendo l’ordine che deriva dalla partecipazione allo sviluppo dei popoli, per il raggiungimento di una qualità di vita opportuna alla dignità di ciascuno. La Terra allora, in quest'ottica, non è più una risorsa da sfruttare, secondo un modello consumista, oppure un “Totem” intoccabile da venerare, come vorrebbe un certo ambientalismo, ma diviene la casa comune da abitare. Una casa da abitare in armonia secondo il mandato divino della Creazione che ci fa co-autori con Dio, in quanto designati a gestire con oculatezza l’equilibro della Biosfera. L’essere umano non è padrone ma amministratore. Non ha potere assoluto ma relativo alla ricerca del proprio giusto sostentamento, nel rispetto della dignità di ogni persona e delle future generazioni.
In definitiva le questioni ambientali mostrano spesso uno stretto legame con le problematiche di ordine sociale: osserviamo, ad esempio, come in molti luoghi della Terra ci sia un nesso di causalità tra degrado sociale e degrado ambientale e viceversa. La povertà di molte popolazioni non è frutto di mancanza di risorse, minerali e petrolio ma di problemi culturali e socio-politici. Molti ancora soffrono la fame perché la “Destinazione universale dei beni”, cara alla Dottrina sociale della Chiesa, è ancora troppo spesso un proposito a favore di pochi che mirano allo sfruttamento delle risorse ed a discapito di molti che soffrono l’indigenza. Questo squilibrio provoca degrado ambientale. Pensiamo ad esempio ad un popolo che non ha da mangiare: avrà come primo obiettivo la sopravvivenza, sfruttando al massimo qualsiasi risorsa disponibile. Vivere raccogliendo tutto quanto si trova è di sicuro uno stile di vita meno sostenibile di chi, ad esempio, coltiva e trova un ritmo nella produzione e nella raccolta.
I fautori delle idee neomalthusiane, oggi riproposte per risolvere simili questioni con programmi di pianificazione delle nascite tramite aborti ed uso di anticoncezionali, dovrebbero confrontarsi con la responsabilità di chi si arricchisce sfruttando la povertà e la sofferenza di altri esseri umani, invece di camuffare l’ingiustizia di “chi ha troppo e chi troppo poco”, con le politiche di riduzione demografica, senza rimuovere le cause culturali e socio-politiche reali.
Dice ancora il Pontefice: “L'uomo riceve da Dio la sua essenziale dignità e con essa la capacità di trascendere ogni ordinamento della società verso la verità ed il bene. Egli, tuttavia, è anche condizionato dalla struttura sociale in cui vive, dall'educazione ricevuta e dall'ambiente. Questi elementi possono facilitare oppure ostacolare il suo vivere secondo verità. Le decisioni, grazie alle quali si costituisce un ambiente umano, possono creare specifiche strutture di peccato, impedendo la piena realizzazione di coloro che da esse sono variamente oppressi. Demolire tali strutture e sostituirle con più autentiche forme di convivenza è un compito che esige coraggio e pazienza”. A ciascuno è affidato questo coraggio e questa pazienza, perché ciascuno sia costruttore di un ambiente sano, dove poter vivere dignitosamente riconoscendo in se stesso e nel prossimo un autentico dono di Dio.
Interviste
Biblisti a Roma per discutere di esegesi ed ermeneutica
Intervista al coordinatore della Settimana Biblica Nazionale 2008
ROMA, giovedì, 4 settembre 2008 (ZENIT.org).- In occasione del 60° anniversario dalla fondazione (1948-2008), l’Associazione Biblica Italiana (ABI) terrà la XL Settimana Nazionale Biblica sul tema: “Processo esegetico ed ermeneutica credente: una polarità intrinseca alla Bibbia”.
L’incontro si svolgerà a Roma, dall’8 al 12 settembre 2008, nella prestigiosa sede del Pontifico Istituto Biblico.
Innumerevoli i biblisti che parteciperanno al convegno. In apertura anche una tavola rotonda che vedrà un confronto tra monsignor Bruno Forte, ArciVescovo di Chieti-Vasto, e il filosofo Massimo Cacciari, ex sindaco di Venezia.
L’incontro assume un particolare significato anche in prospettiva della XII Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi, che si terrà a Roma dal 5 al 26 ottobre 2008, e che ha per tema “La Parola di Dio nella vita e nella missione della Chiesa”.
Per avere un'idea più chiara del contenuto e delle questioni che verranno sollevate nella settimana biblica, ZENIT ha intervistato monsignor Ermenegildo Manicardi, coordinatore della Settimana Biblica Nazionale 2008, membro del Consiglio di Presidenza dell'Associazione Biblica Italiana, professore alla Facoltà Teologica dell’Università Gregoriana e Rettore dell’Almo Collegio Capranica di Roma.
Perché avete scelto un tema così complesso per l'incontro?
Mons. Manicardi: Confesso che si tratta di un tema molto ambizioso. Il raffinato sviluppo delle scienze bibliche può portare ad un estraniamento degli studiosi professionisti dal resto della gente. I non addetti ai lavori si possono stancare ascoltando cose tecniche di cui non colgono la rilevanza. Si arriverebbe allora ad una specie di ‘morte per specializzazione’ e i biblisti, invece di far parlare e vivere la Bibbia, la soffocherebbero.
E’ necessario ricordare agli studiosi che, assolutamente senza fare sconti dal punto di vista della serietà scientifica, non devono perdere il rapporto con la comunità credente e con la normalità della gente. E’ vero che anche ad alcuni esegeti andrebbe ripetuto, come insegnava Alonso Shoekel, ‘condividi il risultato non la fatica’.
In questo senso i biblisti non devono dimenticare che se loro sono i responsabili del ‘Processo esegetico’ esiste anche ‘un’ermeneutica credente’ che entra nel processo complessivo della comprensione concreta delle Scritture.
L’ermeneutica credente non è appannaggio di nessuno, anche se il magistero nella Chiesa cattolica ha il compito irrinunciabile di garantire la validità di determinati sviluppi interpretativi.
Più in profondità la settimana vuole ricordare che lo studio del processo esegetico non può raggiungere l’oltre della Parola di Dio, che sta anche al di là del versetto, perché essa per definizione trascende anche il testo ispirato in cui si è incarnata. Fare soltanto esegesi dei versetti significherebbe al massimo preparare, ma non ancora giungere al vero dialogo che il Dio vivente cerca con l’uomo anche di oggi.
E’ un compito molto difficile per gli esegeti. Credo, però, che si debba tentare di dire qualcosa, anzi qualcosa di più di quanto non accada a tutt’oggi. Su questo versante la settimana è aperta sul Sinodo. Se troveremo qualcosa di interessante non mancheremo di dirlo agli italiani presenti al Sinodo perché lo usino per la Chiesa mondiale.
Quali considerazioni può fare l’ABI sulla formazione biblica in Italia?
Mons. Manicardi: La formazione biblica dei credenti è diventata un obiettivo importante, in particolare da quando la liturgia in italiana ha messo i partecipanti alle celebrazioni davanti ad una abbondante scelta di testi dei Vangeli e della Bibbia. Tale ricca possibilità di scelta vuole dire anche incontro con testi difficili, di non comprensione immediata anzi, talvolta scandalosi come le pagine che sembrano presentare un Dio violento e vendicativo. Se si vuole che, senza perdere il senso del mistero e dell’adorazione (elemento per il quale si sta ritornando più sensibili), la liturgia sia anche un nutrimento del cuore e del pensiero, occorre diffondere una competenza di lettura biblica ancora più ricca.
E sul ruolo degli esegeti italiani?
Mons. Manicardi: La loro presenza è molto incisiva soprattutto nella formazione accademica universitaria, ma ha anche grande rilievo nell’aggiornamento del clero più volonteroso. Normalmente è molto sereno il clima del raccordo ecclesiale. Non ci sono fratture di rilievo tra gli esegeti ‘professionisti’ e il resto della comunità credente. Molti Vescovi, gli altri teologi, i fedeli anche semplici amano, apprezzano e cercano le competenze dei Biblisti. Nelle strutture accademiche laiche del nostro paese l’apporto dello specialista biblico è richiesto molto spesso ed è rispettato.
In che modo lo studio della Bibbia potrebbe aiutare il progresso della società italiana?
Mons. Manicardi: Da una parte aiuta a capire meglio il nostro patrimonio culturale e artistico. L’arte italiana nasce anche dal rapporto con la Scrittura, che è stata ‘il grande codice’ in alcuni dei suoi momenti migliori come nel medioevo, nel rinascimento e nel barocco.
Dall’altra parte la Bibbia compresa in profondità affina la qualità di un uomo e lo apre a un’interculturalità importante. Nella Bibbia confluiscono il patrimonio religioso ebraico, la lingua greca raffinata ad Alessandria d’Egitto per tradurre le Scritture ebraiche, i primi tentativi di inculturazione presenti negli scritti del Nuovo Testamento. Chi contatta la Bibbia viene a trovarsi di fronte a grandissimi snodi della cultura umana e impatta avvenimenti storici decisivi.
Un vero lettore della Bibbia non sarà mai un ottuso fondamentalista. Chi crede che Dio ha scelto dei linguaggi umani per incarnare in essi il suo comunicarsi agli uomini, accetta l’importanza delle culture umane per Dio e quindi imparerà a stare molto attento a non escludere ciò che è prezioso anche se straniero per lui. Al tempo stesso imparerà a distinguere, dentro i testi ispirati, la parola di Dio eterna (quindi capace di parlare anche a noi oggi) dal rivestimento umano in cui ci è stata comunicata, che è per definizione limitato e contingente benché portatore dell’eterno.
E’ questa dialettica che è decisiva non solo per l’alta teologia, ma per la formazione credente anche dei non intellettuali. A volte ho l’impressione che il rapporto con la Scrittura, mediato nelle liturgie cristiane, possa diventare la nuova Biblia pauperum, ossia il luogo bello dove anche i nuovi «poveri» possono educare il proprio cuore e raffinare lo spirito.
Quali sono i risultati dell’uso delle Scritture nella nuova inculturazione della fede?
Mons. Manicardi: L’attenzione alla Bibbia dice che c’è ancora del cammino da fare e che va fatto oggi dentro questa cultura. Poiché anche la cultura di oggi ha bisogno di interlocutori autorevoli, la Bibbia può esserlo. Diciamo così: un cattolico ‘dogmatico’ fa più fatica ad entrare e ad essere accettato nella dinamica del fare cultura. Sembra troppo sistematico, definitivo, incapace di essere scalfito.
Il credente che nutre la sua fede entro il racconto biblico sarà non necessariamente più liberale, ma certo risulterà più collocato sul passaggio dalla parola divina eterna, che ci viene incontro nel racconto biblico contingente, alla comprensione dell’orizzonte di Dio sul nostro oggi. La Bibbia non è solo ‘un grande codice’ comune, ma è un grande libro di dialogo tra le interpretazioni bibliche che cercano di portare il comunicarsi di Dio dentro le sfide dell’oggi.
L’ABI conta attualmente 750 soci, tra i quali diversi Vescovi. In media ogni anno aderiscono all’ABI da quindici a venti nuovi soci ordinari. I soci aggregati sono circa 150 e operano nel campo della pastorale biblica. Per la loro formazione biblica usufruiscono della rivista ‘Parole di Vita’. Ogni anno in tutta Italia l’ABI organizza corsi e settimane di formazione biblica
L’ABI collabora con la CEI tramite l’Ufficio Catechistico Nazionale, settore apostolato biblico (SAB), di cui fanno parte un membro del Consiglio di Presidenza, altri soci ABI, e attraverso ‘Parole di vita’ e le settimane formative, in particolare quella che svolge a La Verna. Collabora inoltre rappresentando i Vescovi italiani nella Federazione Biblica Mondiale, mediante un socio ABI, scelto dal Consiglio di Presidenza.
Forum
Dibattito sulla morte cerebrale e l’espianto di organi
di Antonio Gaspari
CITTA' DEL VATICANO, giovedì, 4 settembre 2008 (ZENIT.org).- Pur manifestando stima e amicizia nei confronti di Lucetta Scaraffia, l’eurodeputato Carlo Casini, Presidente del Movimento per la Vita (MpV), non condivide quanto scritto su “L’Osservatore Romano” dalla docente di Storia sulla messa in discussione della definizione di morte cerebrale.
L’articolo della Scaraffia ha riaperto il dibattito sul ‘rapporto di Harvard’, che cambiò la definizione di morte basandosi non più sull’arresto cardiocircolatorio ma sull’elettroencefalogramma piatto.
Secondo la docente dell'Università “La Sapienza” di Roma, “l’idea che la persona umana cessi di esistere quando il cervello non funziona più, mentre il suo organismo - grazie alla respirazione artificiale - è mantenuto in vita, comporta una identificazione della persona con le sole attività cerebrali, e questo entra in contraddizione con il concetto di persona secondo la dottrina cattolica”.
L’articolo della Scaraffia ha suscitato innumerevoli reazioni, soprattutto in relazione al fatto che la vigente definizione di morte cerebrale detta le condizioni per poter effettuare l’espianto degli organi.
Intervistato da ZENIT, Carlo Casini ha però ribadito che “la morte del cervello corrisponde alla morte dell’uomo” perché “è il cervello che coordina tutte le funzioni e che fa del corpo una sola cosa finalizzata a uno scopo comune”.
Il Presidente del MpV ha ricordato che “ci sono fenomeni come la crescita dei peli, o alcune attività dell’intestino, che continuano anche dopo la morte, ma queste non sono sufficienti a dire che l’essere è ancora vivo”.
In merito all’articolo della Scaraffia, il Presidente del Pontificio Consiglio per la Pastorale della Salute, il Cardinale Javier Lozano Barragan, ha detto che la Chiesa ha “sempre sostenuto che la morte è avvenuta di fronte alla completa assenza di segni encefalografici, del cervello, del midollo, del tronco cerebrale, per un periodo di almeno sei ore”, cioè “quello che le ricerche scientifiche attuali ci dicono”.
In merito alla donazione degli organi, il Cardinale Lozano Barragan ha ribadito che “donare gli organi è una cosa buonissima” e “la Chiesa l'ha sempre sostenuto”.
Il Presidente del Dicastero vaticano ha concluso che “in attesa di un pronunciamento solenne del Papa o della Congregazione per la Dottrina della Fede, la linea della Santa Sede sulla fine della vita non cambia”.
Dal canto suo, il prof. Adriano Pessina, Direttore del Centro di Bioetica dell'Università Cattolica, ha affermato che l’articolo della Scaraffia "contiene molte inesattezze e rischia di confondere situazioni tra loro assolutamente differenti, come lo stato vegetativo e la morte cerebrale".
A sostenere la tesi della Scaraffia è invece il prof. Paolo Becchi, ordinario di Filosofia del diritto all’Università di Genova, autore del libro “La morte cerebrale e il trapianto di organi” edito dalla Morcelliana.
Intervistato da “Il Giornale” il prof. Becchi ha spiegato la sua tesi, secondo cui “la morte cerebrale è un’invenzione creata ad hoc a fini trapiantistici” precisando però che la sua intenzione non è quella di “sparare sui medici né sul Vaticano”.
“Voglio solo mettere in luce le contraddizioni di questo sistema”, ha concluso.
Documenti
Il Papa: giustizia, solidarietà e sviluppo per l'Africa
Messaggio di Benedetto XVI al presidente del Secam
CITTA' DEL VATICANO, giovedì, 4 settembre 2008 (ZENIT.org).- Pubblichiamo il messaggio inviato da Benedetto XVI in occasione dell'incontro continentale sul Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa, svoltosi a Dar es Salaam (Tanzania) dal 27 al 30 agosto.
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Al mio Venerabile Fratello Cardinale Polycarp Pengo Arcivescovo di Dar es Salaam Presidente del Simposio delle Conferenze Episcopali dell'Africa e del Madagascar
Porgo saluti oranti a Lei, Eminenza, al Cardinale Renato Martino e a quanti parteciperanno all'incontro continentale per l'Africa sul Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa, che si svolgerà a Dar es Salaam dal 27 al 30 agosto 2008, sotto l'egida del Secam e del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace. Grato apprendo della presenza delle autorità locali nella sessione di apertura e ringrazio i rappresentanti di Misereor e della Konrad Adenauer Foundation per il loro sostegno e la loro promozione.
Il tema della Conferenza «Verso una nuova evangelizzazione della società africana» indica il nesso chiaro fra evangelizzazione e la dottrina sociale della Chiesa. La Chiesa ha il diritto e il dovere inalienabili di proclamare il Vangelo nella società, testimoniando il suo messaggio liberatorio e la sua forza trasformatrice nei mondi complessi della produzione, del lavoro, degli affari, della finanza, del commercio, della politica, della giurisprudenza, della cultura, delle comunicazioni sociali, nei quali uomini e donne conducono la propria vita quotidiana (cfr. Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa cattolica, n. 70). La dottrina sociale della Chiesa, che trae ispirazione dalla Parola di Dio, cerca di applicare la saggezza del Vangelo al compito concreto di creare un ordine sociale basato sul rispetto per la dignità e per i diritti della persona umana, sulla ricerca di giustizia e sulla promozione del bene comune. Ho fiducia nel fatto che una conoscenza più profonda di questa dottrina aiuterà il laicato in particolare a svolgere la missione che gli è propria, plasmando la società africana secondo esigenze di giustizia, solidarietà e sviluppo autentici (cfr. Deus caritas est, n. 29).
La prima Assemblea speciale per l'Africa del Sinodo dei Vescovi intendeva essere un «sinodo di risurrezione» e un «sinodo di speranza» (cfr. Ecclesia in Africa, n. 57) per la Chiesa in tutto il mondo. Quelle nobili aspirazioni hanno trovato espressione in una serie di iniziative volte a conferire rinnovato impeto alla missione evangelizzatrice della Chiesa. Ora state preparando la seconda Assemblea per l'Africa del Sinodo dei Vescovi che ho indetto per il mese di ottobre 2009 sul tema: «La Chiesa in Africa al servizio della riconciliazione, della giustizia e della pace: "Voi siete il sale della terra... Voi siete la luce del mondo». Prego affinché l'attuale Conferenza contribuisca in maniera significativa alla preparazione di quella grande Assemblea. Guidati dalla speranza autentica che è dono di Dio (cfr. Spe salvi, n. 31), con le vostre deliberazioni prestate particolare attenzione alle varie sfide che il continente deve affrontare, promuovendo quei «luoghi di apprendimento e di esercizio della speranza» che ho descritto nella mia Lettera Enciclica Spe salvi (cfr. nn. 32 - 48).
Desidero cogliere questa occasione anche per incoraggiare l'opera vitale svolta dalle Commissioni Giustizia e Pace in Africa e da altre organizzazioni ecclesiali che operano nello stesso campo. Possono rendere un contributo essenziale alla missione ecclesiale. Restando fedeli al proprio mandato di servire il Popolo di Dio sotto la direzione e la guida dei loro Vescovi, il cui dovere è di applicare la dottrina sociale della Chiesa con discernimento, confido nel fatto che svolgeranno un ruolo indispensabile nella trasformazione e nel rinnovamento della società africana.
Affidandole queste riflessioni, mio Venerato Fratello, la assicuro delle mie preghiere affinché la Conferenza rechi frutti abbondanti mentre la Chiesa in Africa continua a operare instancabilmente per l'avvento del Regno di Dio di riconciliazione, giustizia e pace. Affidando Lei e tutta l'assemblea alla protezione materna di Maria Regina d'Africa, imparto volentieri la mia Benedizione Apostolica quale pegno di saggezza e forza nel Signore.
Da Castel Gandolfo, 14 agosto 2008
Benedetto pp. XVI
[Traduzione de L'Osservatore Romano]
ViviCentro (art. 19 e 21)
La libertà di stampa è una benedizione quando siamo inclini a scrivere contro gli altri, e una calamità quando ci troviamo ad essere sopraffatti dalla moltitudine dei nostri assalitori. (Samuel Johnson).
















