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Venerdì, 5 Settembre : 2008
Il mondo visto da Roma
SANTA SEDE
Benedetto XVI ricorderà i 50 anni della morte di Papa Pio XII
Il 12 ottobre la Chiesa avrà 4 nuovi santi
NOTIZIE DAL MONDO
L'incubo di un sacerdote e di una suora in India
L'Europarlamento “deplora” l'opposizione della Chiesa alla contraccezione
Un congresso promuove l'identità missionaria della Chiesa in Portogallo
ITALIA
Si possono dare oggi le ragioni della fede?
INTERVISTE
Fede e politica: meglio se unite
Le conseguenze politiche della rivoluzione culturale
SPIRITUALITÀ
Predicatore del Papa: la correzione non sia un atto di accusa
Santa Sede
Benedetto XVI ricorderà i 50 anni della morte di Papa Pio XII
Mentre Roma prepara due grandi congressi sulla sua figura
CITTA' DEL VATICANO, venerdì, 5 settembre 2008 (ZENIT.org).- Il 9 ottobre prossimo, Benedetto XVI presiederà nella Basilica vaticana, alle 11.30, una celebrazione eucaristica in occasione del 50° anniversario della morte del Servo di Dio Pio XII.
La morte di Papa Eugenio Pacelli, avvenuta il 9 ottobre 1958, sarà ricordata anche con un congresso a Roma sul magistero di questo Papa organizzato dal Pontificio Comitato di Scienze Storiche nelle Pontificie Università Gregoriana e Lateranense, dal 6 all'8 novembre prossimi.
In questo contesto, in Vaticano si presenterà una mostra fotografica dal titolo “Pio XII: l'uomo e il pontificato” (Braccio di Carlo Magno, 21 ottobre 2008-6 gennaio 2009).
Da parte sua, la Pave the Way Foundation, che mira “a raggiungere la pace colmando nella tolleranza e nella comprensione il gap tra le religioni attraverso scambi culturali, tecnologici e intellettuali”, riunirà dal 15 al 17 settembre alcuni dei maggiori esperti mondiali sulla figura del Papa per analizzare, in particolare, il suo rapporto con il popolo ebraico.
Il 18 febbraio 2008, l'allora Prefetto della Congregazione vaticana per le Cause dei Santi, il Cardinale José Saraiva Martins, ha rivelato che la causa di beatificazione di Papa Eugenio Pacelli “non è stata dilazionata né tanto meno accantonata”.
Per rispondere a chi afferma, come presunto ostacolo alla causa, la mancata condanna di Pio XII contro il nazismo, il Cardinale Saraiva Martins ha dichiarato che “questo non è vero storicamente”.
“Il silenzio non c'è stato. Quando è stata pubblicata l'Enclicica Summi pontificatus, Goebbels, numero due del nazismo, ha scritto nel suo diario: 'E' uscita questa Enciclica e il Papa è stato molto duro contro di noi'. Era un silenzio poco silenzioso, a quanto pare”, ha sottolineato il Cardinale portoghese.
Di fronte alla cappella in cui riposano i resti di San Pietro, nelle grotte vaticane, si trova un'urna in cui i fedeli possono deporre dei testi scritti in cui testimoniano favori ricevuti, secondo loro, grazie all'intercessione di Pio XII.
Il 12 ottobre la Chiesa avrà 4 nuovi santi
Per la prima voltà sarà canonizzata anche una indiana
CITTA' DEL VATICANO, venerdì, 5 settembre 2008 (ZENIT.org).- Domenica 12 ottobre, Benedetto XVI canonizzerà durante una celebrazione eucaristica in Piazza San Pietro in Vaticano 4 beati, tra cui la prima santa indiana.
Si tratta di Alfonsa dell'Immacolata Concezione, della svizzera Maria Bernarda Bütler, evangelizzatrice di Ecuador e Colombia, dell'ecuadoregna Narcisa di Gesù Martillo Morán e del sacerdote italiano Gaetano Errico.
La prima santa indiana
Nel momento in cui i cristiani dell'India subiscono una dura persecuzione, la Santa Sede conferma la canonizzazione di Alfonsa dell'Immacolata Concezione (il suo nome di battesimo era Anna Muttathupadathu), religiosa della Congregazione delle Clarisse del Terz'Ordine di San Francesco.
Nata a Kudamaloor, nell'Arcidiocesi di Changanacherry (Stato del Kerala), il 19 agosto 1910, perse la madre quando era ancora molto piccola. Si prese cura di lei la zia, che desiderava che si sposasse. Anna, però, si orientava a dedicare la sua vita a Gesù Cristo sull'esempio di Santa Teresa di Lisieux.
Entrò nel convento delle Francescane Clarisse a Bharananganam il 2 agosto 1928 e ricevette il nome Alfonsa.
Il suo delicato stato di salute era considerato un ostacolo alla vita religiosa, per cui le sue superiore volevano che tornasse a casa, ma Alfonsa perseverò nella sua vocazione e nel suo impegno. Superate molte difficoltà, emise i voti perpetui il 12 agosto 1936.
Considerò tutta la sua vita un olocausto a Dio, offrendo ogni sofferenza al Sacro Cuore di Gesù.
Concluse la sua vita terrena tra grandi dolori, raccomandando serenamente la sua anima pronunciando i nomi di Gesù, Maria e Giuseppe. Era il 28 luglio 1946. Aveva 35 anni.
E' stata beatificata da Giovanni Paolo II a Kottayam (India) l'8 febbraio 1986. La tomba della beata Alfonsa, a Bharananganam, vicino Kottayam, riceve durante l'anno la visita di numerosissimi fedeli.
Il primo santo di origine indiana è il gesuita Gonzalo García, nato a Vasai, vicino Bombay. E' stato canonizzato nel 1862. Morì a Nagasaki (Giappone) nel 1597 con San Paolo Miki e altri compagni.
Una svizzera evangelizzatrice di Ecuador e Colombia
Nella lista dei futuri santi compare anche Maria Bernarda Bütler, fondatrice delle Suore Francescane Missionarie di Maria Ausiliatrice, il cui nome di battesimo era Verena Büttler.
Nacque ad Auw (Svizzera) il 28 maggio 1848 in una famiglia di contadini. Nel 1867 entrò nel monastero francescano di Maria Ausiliatrice. Due anni dopo fece la professione religiosa, prendendo il nome di Maria Bernarda del Sacro Cuore di Maria.
Insieme a sei compagni partì nel 1888 per l'Ecuador, dove fondò la Congregazione delle Suore Francescane Missionarie di Maria Ausiliatrice, il cui carisma è la diffusione del Regno di Dio attraverso le opere di misericordia.
Sette anni più tardi, dopo la persecuzione contro i religiosi guidata dall'allora Presidente ecuadoregno Eloy Alfaro, madre Maria Bernarda e i suoi fratelli abbandonarono il Paese e vennero accolti a Cartagena da colui che era Vescovo di quella Diocesi, monsignor Eugenio Biffi.
Madre Bernarda rimase 29 anni a Cartagena, dove morì a 76 anni nel 1924.
“Non aveva una visione divisa dell'essere umano, ma integra”, ha detto a ZENIT suor Teresita Giraldo, direttrice della clinica Madre Bernarda a Cartagena; “ha incarnato gli insegnamenti di San Francesco sulla pace. La sua testimonianza parla molto della vita interiore”.
Narcisita, laica consacrata ecuadoregna
Narcisa de Jesús Martillo Morán nacque nel villaggio di Nobol, nella Diocesi di Guayaquil, Ecuador. I suoi genitori erano agricoltori ed era la sesta di nove figli. La madre morì quando era piccola. Le piaceva cucire, svolgere i servizi domestici, cantare e suonare la chitarra.
La ricerca di una direzione spirituale la portò a trasferirsi quando aveva circa vent'anni a Guayaquil, dove conduceva una vita povera e viveva in alloggi semplici.
Volle seguire l'esempio di vita della santa ecuadoregna Marianita de Jesús (1618 – 1645), al punto che i suoi biografi le considerano anime gemelle.
Per essersi santificata sia in campagna che in città, e nella sua patria così come fuori di essa, molti migranti nutrono per lei una speciale devozione.
A Guayaquil conobbe il sacerdote francescano fr. Pedro Gual, che risiedeva a Lima. Narcisa era senza direttore spirituale ed egli cominciò ad aiutarla anche materialmente. Per questo le chiese di trasferirsi a Lima, dove si stabilì nel Beaterio del Patrocinio.
Praticava la carità soprattutto nei confronti dei poveri e dei malati, ai quali preparava infusi che miglioravano le loro condizioni.
Volle sempre riprodurre la passione di Cristo e compiva sacrifici con frustate e corone di spine. Morì il giorno dell'inaugurazione del Concilio Vaticano I, offrendo le sue ultime sofferenze per quell'importante evento ecclesiale.
“In Narcisita brillano l'umiltà e la carità, praticate in grado eroico, così come la penitenza adeguata all'epoca, l'espiazione dei peccati della sua gente, soprattutto dei sacerdoti, e l'irradiare Cristo in mezzo al popolo”, ha detto a ZENIT monsignor Roberto Pazmiño, vicepostulatore della sua causa di canonizzazione.
Apostolo dei Sacri Cuori
Gaetano Errico nacque a Secondigliano, nella periferia nord di Napoli, il 19 ottobre 1791 e vi morì il 29 ottobre 1860. Brillantissimo negli studi, rifiutò la carriera universitaria per mettersi a esclusivo servizio delle anime come sacerdote.
Padre Gaetano imparò a conoscere il cuore dell'uomo camminando tra gente che dalla miseria materiale era condotta alla miseria morale, visitando i malati terminali nell'ospedale napoletano degli "Incurabili" e avvicinandosi alla disperazione dei carcerati.
Fu confessore a tutte le ore del giorno e della notte fin sul letto di morte, e in un periodo in cui il giansenismo presentava una visione rigorista della fede cristiana.
Fu anche un consigliere spirituale ricercato dai Cardinali Arcivescovi di Napoli e dal re Ferdinando, che gli concesse l'ingresso a corte a tutte le ore; a lui si rivolgevano molti uomini di governo, ma soprattutto i poveri e quanti avevano bisogno di una guida sicura.
A tutti ripeteva: “Restate molto di più ai piedi di Gesù Sacramentato che ai piedi del confessore”.
Padre Gaetano è oggi ricordato anche come predicatore instancabile, prendendo a modello il santo partenopeo Alfonso Maria dé Liguori. Fece della predicazione una vera evangelizzazione permanente e a questo impegno essenziale per la formazione di coscienze cristiane chiamò i suoi missionari.
In quel contesto, la nuova Congregazione si collocò nella Chiesa e nel tempo come profezia della misericordia di Dio. Per questo, padre Gaetano la chiamò “Congregazione dei Missionari dei Sacri Cuori di Gesù e di Maria”.
Notizie dal mondo
L'incubo di un sacerdote e di una suora in India
Lui picchiato a sangue, lei violentata
NUOVA DELHI, venerdì, 5 settembre 2008 (ZENIT.org).- Nel contesto delle violenze contro i cristiani che si stanno verificando in India, un sacerdote e una suora hanno vissuto un vero e proprio incubo, subendo percosse e violenze.
Padre Thomas Chellen ha raccontato che i fanatici induisti lo hanno torturato, hanno violentato una suora, li hanno fatti andare in giro per le strade mezzi nudi e volevano che il sacerdote avesse rapporti sessuali con la suora in pubblico.
Il presbitero 55enne, gravemente ferito, ha riferito al Catholic News Service ciò che gli è accaduto dal suo letto d'ospedale a Bhubaneswar, nell'Orissa.
I fanatici induisti, ha riferito, gli hanno versato del cherosene in testa, “mentre uno teneva in mano una scatola di fiammiferi per dare fuoco. Grazie alla divina Provvidenza, tuttavia, alla fine non lo ha fatto”. Altrimenti, ha osservato, “non avrei potuto raccontare questo orrore”.
Il direttore del centro pastorale di Konjamendi ha parlato in un'intervista telefonica dall'ospedale cattolico. Dopo l'assassinio, avvenuto il 23 agosto, del leader induista Swami Laxmanananda Saraswati da parte degli estremisti maoisti, gli induisti hanno iniziato ad attaccare i centri cristiani a Kandhamal, il distretto in cui viveva il leader ucciso.
Quando 500 induisti hanno fatto irruzione nel centro pastorale a mezzogiorno del 24 agosto, padre Chellen ha detto di essere fuggito dal cortile con un altro sacerdote e una suora.
“Ci ha spezzato il cuore vedere da lontano il complesso andare in fumo”, ha confessato il presbitero, che aveva supervisionato la costruzione del centro, aperto nel 2001 e che poteva ospitare 200 persone.
“Hanno distrutto tutto e hanno appiccato il fuoco – ha aggiunto –. E' stato ridotto in polvere”.
“Siamo fuggiti nella giungla e la sera abbiamo trovato rifugio in casa di un amico induista, dove abbiamo passato la notte”, ha affermato, aggiungendo che il secondo sacerdote aveva deciso di unirsi ad altri presbiteri.
La mattina dopo, la famiglia induista ha portato padre Chellen e la suora in una casa vuota adiacente
e li ha chiusi a chiave per dare l'impressione che dentro non ci fosse nessuno. Nonostante questo, i fanatici induisti hanno sentito per caso il sacerdote parlare al cellulare, hanno fatto irruzione nella casa e hanno trascinato fuori lui e la suora.
“Hanno iniziato la nostra parata della crocifissione”, ha ammesso. Il gruppo, composto da circa 50 induisti armati, “ci ha picchiati e ci ha portati come colpevoli lungo la strada” verso il centro pastorale bruciato.
“Mi hanno strappato la camicia e hanno iniziato a spogliare la suora. Quando ho protestato, mi hanno picchiato con mazze d'acciaio. Poi hanno portato dentro la suora e l'hanno violentata mentre altri continuavano a darmi calci e a deridermi, costringendomi a dire parole volgari”, ha detto il sacerdote, che ha bruciature, ecchimosi e tumefazioni su tutto il corpo e vari punti sul viso.
“Poi siamo stati portati tutti e due mezzi nudi per la strada, e mi hanno ordinato di avere un rapporto sessuale con la suora in pubblico, dicendo che le suore e i sacerdoti lo fanno. Ho rifiutato, e allora hanno continuato a picchiarmi e ci hanno trascinati all'ufficio governativo lì vicino. Purtroppo, una dozzina di poliziotti era rimasto a guardare la scena”.
Infuriati perché stava chiedendo aiuto ai poliziotti, i malviventi hanno picchiato di nuovo il sacerdote sanguinante.
In seguito, un ufficiale governativo e i membri del gruppo hanno portato il sacerdote e la suora alla stazione di polizia, dove padre Chellen dice di essere stato colpito a calci in faccia.
“L'incubo, durato quattro ore, è terminato quando la sera è arrivato un ufficiale di polizia”, ha spiegato.
Padre Chellen ha detto che uno degli aspetti più dolorosi della questione è stato il fatto che alcuni induisti locali che conosceva sono rimasti a guardare e hanno ignorato la sua richiesta d'aiuto.
I due malcapitati sono stati poi portati in un'altra stazione di polizia vicina. “Sono stati molto gentili con noi, ci hanno dato vestiti e scarpe”, ha riferito.
Il 26 agosto, il sacerdote e la suora sono stati sottoposti a controlli medici. Nel pomeriggio sono stati mandati con l'autobus a Bhubaneswar.
La suora è stata portata in un convento, mentre padre Chellen è entrato in ospedale il 27 agosto, ma le sue condizioni richiedono il trasferimento a Mumbai, dove potrà ricevere le cure adeguate.
“Non avevamo scelta e abbiamo dovuto fare quello che dicevano – ha affermato –. Abbiamo resistito per quanto potevamo. E' come essere torturati per Cristo”.
L'Europarlamento “deplora” l'opposizione della Chiesa alla contraccezione
Una risoluzione propone l'accesso universale alla “salute riproduttiva” per il 2015
BRUXELLES, venerdì, 5 settembre 2008 (ZENIT.org).- Mercoledì scorso, il Parlamento Europeo ha votato una risoluzione sul quinto Obiettivo del Millennio proposto dalle Nazioni Unite, riferito alla salute materno-infantile.
Secondo quanto riporta “L'Osservatore Romano”, nella risoluzione si propone di arrivare entro il 2015 all'“accesso universale alla salute riproduttiva”, che comprende esplicitamente il ricorso all'aborto, soprattutto nei Paesi in via di sviluppo.
In questo modo, si dice, si vuole arrestare l'elevata mortalità materna in molti di questi Paesi.
In uno dei suoi paragrafi, la risoluzione deplora “il divieto, sostenuto dalle Chiese, di usare contraccettivi, dal momento che l'uso del preservativo è fondamentale per la prevenzione di malattie e gravidanze indesiderate”.
Monsignor Giuseppe Merisi, Vescovo di Lodi e rappresentante della Conferenza Episcopale Italiana presso la COMECE (Commissione degli Episcopati della Comunità Europea), ha lamentato il riferimento all'aborto come “diritto”.
In alcune dichiarazioni al quotidiano vaticano, monsignor Merisi ha spiegato che il vero aiuto alle popolazioni del Terzo Mondo è rappresentato dalla “tutela della vita” e dalla “condanna dell'aborto, che non è un diritto”.
“Purtroppo, sui temi della difesa della vita come su quelli della famiglia e altri ancora esiste una sensibilità diffusa, presente come si vede anche nel Parlamento europeo, che privilegia i diritti della libertà individuale contro e oltre i grandi valori della vita e della dignità umana”, ha osservato.
Per il presule, è necessario un “maggior impegno per sensibilizzare le coscienze e le istituzioni su queste tematiche essenziali”, e che ciò avvenga “a livello europeo”.
A questo scopo, ritiene utile creare una sorte di rete perché “le realtà di ispirazione cristiana si
ascoltino, si raccordino e trasmettano il giusto messaggio ai politici cattolici impegnati in Parlamento”.
Un congresso promuove l'identità missionaria della Chiesa in Portogallo
FATIMA, venerdì, 5 settembre 2008 (ZENIT.org).- Il Patriarca di Lisbona, il Cardinale José da Cruz Policarpo, ha inaugurato questo giovedì un congresso nazionale missionario a Fatima sul tema “Portogallo, vivi la missione, cerca orizzonti”.
Il congresso, che si concluderà domenica prossima, è stato organizzato dalla Conferenza Episcopale Portoghese attraverso la Commissione episcopale per le Missioni, così come dalle Pontificie Opere Missionarie e dalla Conferenza degli Istituti religiosi del Paese.
Il suo obiettivo è quello di esprimere chiaramente l'“identità missionaria” del cristianesimo portoghese, un'identità che, come ha affermato il Patriarca di Lisbona nel suo intervento, “rappresenta le pagine più belle della storia della Chiesa in Portogallo”.
Nel contesto dell'anno paolino, il Cardinale ha proposto San Paolo come modello di evangelizzazione.
“In Lui scopriamo i grandi tratti della missione evangelizzatrice: la fede granitica in Gesù Cristo, percependo l'identificazione della Chiesa con Gesù Cristo; l'annuncio della speranza nella pienezza della vita; la capacità di affrontare con realismo le certezze e le incertezze del mondo del suo tempo”.
Un altro intervento di spicco è stato quello del superiore dei Dehoniani, padre José Ornelas Carvalho, che ha spiegato la necessità di abbandonare il paradigma “Nord-Sud” per affrontare la nuova realtà della missione di oggi.
“I Paesi d'Occidente, che prima hanno inviato missionari, oggi sono in crisi – ha affermato –. Basta vedere i conventi, che nel Nord del mondo vengono venduti, mentre nascono nel Sud”.
Questa “supremazia occidentale”, ha spiegato, deve essere sostituita da uno “slittamento verso Sud” e dalla “multiculturalità”: “l'universalità è il nuovo nome della missione”.
Italia
Si possono dare oggi le ragioni della fede?
Diploma in Apologetica dell’Ateneo Pontificio “Regina Apostolorum”
di Antonio Gaspari
ROMA, venerdì, 5 settembre 2008 (ZENIT.org).- In un mondo che ridicolizza la fede come qualcosa di superstizioso, anti-scientifico e anti-democratico, si può ancora ragionare sui motivi per credere in Gesù Cristo come Dio e come l’unico salvatore dell’uomo?
L’ambiente relativista e secolarizzato pone i cattolici di oggi di fronte all’esigenza di approfondire i motivi di credibilità della loro fede per proclamarla in maniera convincente.
A questo scopo, la Facoltà di Teologia dell’Ateneo Pontificio “Regina Apostolorum” (via degli Aldobrandeschi 190, Roma) ha lanciato quest'anno un Diploma in Apologetica, aperto a studenti e adulti, e coordinato dal Centro Pascal, una nuova associazione culturale di carattere apologetico.
“Il Centro Pascal cerca di spingere giovani universitari, e non, ad approfondire il significato della vita e la fede cristiana con uno spirito critico, attraverso dibattiti e corsi”, ha rivelato a ZENIT Milena Fiorenza, una delle fondatrici.
“Stiamo anche attivando il sito web con tutte le informazioni sulle attività del Centro”, ha poi aggiunto.
Padre Alfonso Aguilar, L.C., fondatore del Centro Pascal e coordinatore del Diploma ha rilevato che “l’abbandono dell’apologetica è stato un sintomo e una causa della crisi di fede degli ultimi decenni”.
“Proprio perché la fede è poco conosciuta e molto criticata – ha però sottolineato –, dobbiamo essere ‘pronti sempre a rispondere a chiunque ci domandi ragione della speranza che è in noi’, come ci avverte San Pietro (1 Pt 3,15)”.
“Il Papa Giovanni Paolo II e il Papa Benedetto XVI hanno parlato spesso della necessità di una nuova apologetica, poiché la nostra fede, anche se non è dimostrabile, è sempre ragionevole – ha ricordato –. Si ragiona per credere e si crede ragionando”.
Alla luce di ciò, ha spiegato padre Aguilar, il Diploma in Apologetica intende “offrire una serie di corsi di teologia, filosofia e materie affini alle questioni apologetiche. I corsi vengono classificati per temi in moduli diversi. I primi due moduli sono obbligatori: ‘Panorama di apologetica’ e ‘Fondamenti della fede’”.
“Degli altri moduli – ha spiegato – si possono scegliere facoltativamente due fra i seguenti: Scienza e fede, Sfide culturali: gnosi e laicismo, ‘Preambula fidei’: ragione e felicità, Religione e filosofia, Dio come Origine e Fine, Cristologia e soteriologia, La Chiesa e altre religioni, La persona: mistero e sofferenza, Etica, Legge naturale, diritti e Chiesa, Benedetto XVI sull’amore e la speranza”.
I corsi sono offerti presso l’Ateneo “Regina Apostolorum”, ma la frequenza alle lezioni non è obbligatoria. Oltre al superamento degli esami, si richiede un elaborato scritto finale di almeno 25 pagine su un tema di apologetica da concordare. Il percorso dura da uno a due anni. Il costo del Diploma è di 180 Euro.
“Con i corsi e l’elaborato – aggiunge padre Aguilar – lo studente avrà acquisito una risorsa di argomenti storici, biblici, filosofici e teologici per comprendere, difendere e argomentare sulla propria fede in maniera più profonda e consona alla mentalità odierna”.
Per maggiori informazioni: ; www.pascalcenter.org; telefono: 06 66.52.78.28 (lunedì / giovedì, 14.00 - 17.00).
Interviste
Fede e politica: meglio se unite
Intervista a monsignor Charles Chaput, Arcivescovo di Denver
di Karna Swanson
DENVER (Colorado), venerdì, 5 settembre 2008 (ZENIT.org).- Non solo la religione ha diritto al suo spazio nella sfera pubblica, ma la democrazia ha bisogno dell’apporto della morale e delle convinzioni religiose per mantenersi sana e forte, secondo l’Arcivescovo di Denver.
Estromettere la religione, aggiunge monsignor Charles, autore di un libro di recente pubblicazione da titolo “Render Unto Caesar: Serving the Nation by Living Our Catholic Beliefs in Political Life” (Dare a Cesare: Servire la nazione vivendo le proprie convinzioni cattoliche nella vita pubblica), è il modo più rapido per distruggere una democrazia.
In questa intervista rilasciata a ZENIT, monsignor Chaput parla delle idee contenute nel suo libro sul rapporto tra cattolici e politica, e commenta quelli che ritiene i temi più importanti per gli elettori statunitensi impegnati nelle elezioni presidenziali che si terranno a novembre.
Il Cattolicesimo nella vita pubblica degli Stati Uniti ha compiuto un percorso lungo e complesso. Lei afferma che i cattolici hanno ancora molto da offrire alla sfera politica, ma che troppo spesso mantengono le loro convinzioni separate dall’attività politica. Perché?
Monsignor Chaput: I cattolici hanno sempre rappresentato una minoranza negli Stati Uniti, e nel Paese è sempre esistita una forma di pregiudizio nei loro confronti, sin da prima della sua fondazione. Spesso la discriminazione si è espressa in modo indiretto e garbato, ma altrettanto spesso ha preso una forma più rozza di una discriminazione economica e politica, e di un fanatismo mediatico. Ad ogni modo, il pregiudizio alimenta sempre il desiderio di una minoranza di essere accettata, di ottenere successo e potersi riscattare, e i cattolici nordamericani lo hanno fatto molto bene, forse troppo bene.
Con la scusa di dover essere buoni cittadini, molti cattolici hanno accolto un’idea estremamente distorta di laicità dello Stato. I cattolici nordamericani hanno sempre appoggiato il principio della separazione fra autorità religiosa e autorità civile.
Nessuno vuole veramente una teocrazia e lo spettro del “fondamentalismo cristiano” che spesso viene paventato dai mezzi di comunicazione è solo una tattica offensiva particolarmente efficace. La Chiesa non può pensare di dirigere lo Stato. Ma neanche vogliamo che lo Stato interferisca nelle nostre credenze e pratiche religiose, cosa che francamente rappresenta oggi un problema molto più grave.
La separazione fra Chiesa e Stato non significa separare i temi delle fede da quelli della politica. Un vero pluralismo ha bisogno di un sano confronto fra idee diverse. In questo senso, il modo migliore per far morire una democrazia è indurre la gente a tenere separate le convinzioni religiose e morali dalle decisioni politiche. Se la gente crede veramente in qualcosa, agirà sempre mantenendo quello come punto di coscienza. Altrimenti non farà altro che mentire a se stessa. Per questo l’idea di voler estromettere la religione dal dibattito politico pubblico non solo è poco intelligente, ma è anche antidemocratica.
Un capitolo del libro è dedicato a San Tommaso Moro. In quello stesso capitolo lei cita John F. Kennedy, il primo presidente cattolico degli Stati Uniti. Qual è la differenza fondamentale tra questi due leader politici cattolici?
Monsignor Chaput: Come affermo nel libro, dobbiamo essere cauti a non fare un parallelismo eccessivamente stretto tra la situazione in cui si trovava San Tommaso Moro e i problemi che devono affrontare i dirigenti pubblici nordamericani. Ma Moro e il suo amico John Fisher rimangono così vivi nella nostra memoria per un motivo. Hanno mantenuto la loro integrità a qualunque costo, anche a costo della vita. Hanno messo Dio al di sopra di Cesare.
Per quanto riguarda Kennedy è necessario ricordare il contesto della sua campagna del 1960. Kennedy aveva talento e coraggio da vendere, ma doveva anche superare 200 anni di pregiudizio protestante sedimentato.
Purtroppo, per venire incontro a questi timori protestanti ha creato un nuovo e distorto modello cattolico di separazione tra impegno pubblico e convinzioni personali. Ha agito in buona fede e certamente non avrebbe potuto prevedere il futuro, ma la sua impostazione ha creato molti danni. Negli ultimi 40 anni, il suo esempio ha guidato ciascun funzionario pubblico cattolico che “personalmente si oppone” ad un determinato male, ma che non vuole impegnarsi per eliminarlo. Stiamo ancora scontando gli effetti di questa impostazione.
Lei osserva inoltre che la nuova cultura dei mezzi di comunicazione ha creato una forma di dibattito pubblico in cui il “serio confronto fra idee” è stato sostituito dagli slogan. Cosa devono fare, in questo contesto, i politici cattolici?
Monsignor Chaput: Non esiste una risposta semplice a questo problema. I cattolici nordamericani dovrebbero porsi in modo molto più critico rispetto ai mezzi di comunicazione e all’intero settore dell’informazione. Nella stampa, per esempio, è più facile trovare persone equilibrate. Ma l’immagine della realtà proposta dai mezzi d'informazione è sempre modulata da almeno tre elementi: il tipo di tecnologia, la necessità del profitto e la tendenza politica dell’organizzazione.
Ciò che vediamo e ascoltiamo nell’informazione politica è spesso una versione addomesticata dei fatti. È necessario stare sempre allerta sulla tendenza dei mezzi di comunicazione a plasmare le opinioni e i gusti del pubblico. I politici cattolici devono imparare a usare i mezzi di comunicazione - in modo onesto ovviamente - e non ad essere usati da loro.
Pubblicando il suo libro a pochi mesi di distanzza dalle elezioni presidenziali negli Stati Uniti, ha voluto in qualche modo avere un impatto sulle scelte degli elettori?
Monsignor Chaput: In realtà ho finito di scriverlo a luglio dell’anno scorso e ho finito di rivederlo a novembre. Avrei voluto che il libro fosse pubblicato a marzo per lasciare un po’ di tempo prima della campagna elettorale. Ma è l’editore che prende queste decisioni.
Non è mia intenzione, né nel libro, né in qualunque altro modo, di dire alla gente come votare. Non appoggio canditati e non uso un codice terminologico che possa indurre la gente a gradire o non gradire un determinato partito politico. Non è questo il lavoro di un pastore.
Le persone devono votare secondo coscienza. Ma la coscienza non appare miracolosamente dal nulla; non è una questione di opinione personale o di preferenza privata. La coscienza è sempre fondata su una verità più grande di noi stessi. La gente che si dice cattolica deve essere onesta con se stessa e con la comunità dei credenti. Deve agire veramente da cattolico, sia in privato, sia nell’ambito pubblico, compreso il momento delle decisioni politiche. Ed è proprio questo il lavoro del pastore: incoraggiare i cattolici ad approfondire la propria fede e ad applicarla.
In questo anno di elezioni sembra che il dibattito si sia concentrato più sui “grandi” temi sociali. Come vede questa tendenza? E quali ritiene siano le questioni principali su cui gli elettori cattolici si confronteranno nel novembre prossimo?
Monsignor Chaput: La testimonianza morale della Chiesa non cambia, che ci si trovi sotto elezioni o no. In questo autunno le questioni importanti saranno molteplici: l’economia, la riforma dell’immigrazione, la guerra in Iraq. Tutti temi urgenti e imprescindibili. Ma non è possibile usare questi temi come una scusa per ignorare i bambini non nati.
Nonostante la si cerchi di coprire con discussioni sui “più grandi temi sociali”, la questione dell’aborto rimane la principale questione sociale dei nostri tempi. Non c’è possibilità di girare attorno alla realtà del profitto, della brutalità e dell’ingiustizia dell’aborto con un linguaggio politicamente corretto. L’aborto è omicidio legalizzato. E deve essere fermato. Ogni altro diritto dipende dal diritto alla vita.
Il libro è indirizzato principalmente a un pubblico statunitense, poiché parla espressamente della Chiesa negli Stati Uniti. Tuttavia, cosa possono leggervi di importante i lettori di altri Paesi?
Monsignor Chaput: Tutti i cattolici, ovunque essi vivano, qualunque sia il loro Paese, devono ricordare di essere anzitutto cittadini del Cielo. Quella è la nostra casa. Il modo migliore per servire la nostra patria è quello di vivere pienamente e autenticamente la nostra fede e di portare con forza la nostra testimonianza cattolica sulla dignità umana all’interno della vita politica della nostra nazione.
Dobbiamo smetterla di vergognarci di parlare e di agire per la verità. Possiamo scegliere di essere discepoli o di essere codardi. Nel mondo odierno non c’è altra possibilità: dobbiamo scegliere.
Le conseguenze politiche della rivoluzione culturale
Intervista alla scrittrice Marguerite Peeters
di Jesús Colina
ROMA, venerdì, 5 settembre 2008 (ZENIT.org).- Forse è giunto il momento perché la società vada al di là dei valori per puntare direttamente a Cristo, secondo quanto sostiene la direttrice di un think-tank sulla globalizzazione.
Marguerite Peeters, direttrice dell’Institute for Intercultural Dialogue Dynamics di Bruxelles, è l’autrice di “The Globalization of the Western Cultural Revolution: Key-Concepts, Operational Mechanisms”.
Il 13 giugno scorso Peeters ha svolto una relazione dal titolo “The Political Consequences of the Western Cultural Revolution”, nell’ambito di una conferenza organizzata dal Pontificio Consiglio della giustizia e della pace sul tema “Politics, a Demanding Form of Charity”.
In tale occasione, Peeters ha rilasciato a ZENIT questa intervista, nella quale tratta del postmodernismo occidentale e delinea il ruolo del Cristianesimo nel dare ispirazione ad un nuovo movimento culturale.
Nell’ambito del seminario sulla politica e la carità lei ha parlato delle conseguenze politiche della rivoluzione culturale occidentale. Qual è il suo pensiero al riguardo?
Peeters: Esiste un nesso diretto fra il processo culturale che nel corso dei secoli ha portato l’Occidente a rinnegare e decostruire le fondamenta della propria civiltà e la situazione attuale caratterizzata da un deficit democratico, dalla rottura del contratto sociale, da una carenza di fiducia nelle istituzioni, da uno scollamento tra la classe dirigente e i cittadini, da un malessere generale e da una sensazione di deriva - la sensazione che il “demos”, il popolo, non è più sovrano e che, in altre parole, la nostra non sia più una democrazia.
La nota dottrinale del 2002 della Congregazione per la dottrina della fede su “alcune questioni riguardanti l’impegno e il comportamento dei cattolici nella vita politica” ci ricorda che la democrazia “ha bisogno di fondamenti veri e solidi, vale a dire, di principi etici che per la loro natura e per il loro ruolo di fondamento della vita sociale non sono negoziabili” e che la democrazia “si rende possibile solo nella misura in cui trova alla sua base una retta concezione della persona”.
Quando la democrazia non è basata su queste solide fondamenta, crolla. Anche se oggi la facciata delle istituzioni democratiche è formalmente ancora in piedi, la democrazia in realtà si poggia su un terreno sabbioso, tanto che regna l’incertezza su chi realmente tiri le fila del governo e sull’effettiva possibilità di governare le società.
Come si è arrivati a questo punto?
Peeters: La rivoluzione culturale dell’Occidente è iniziata con l’Illuminismo e ha avuto una forte accelerazione nel corso dell’ultimo secolo. Quando Nietzsche proclamava la morte di Dio nel 1882 era consapevole che ne sarebbe derivato il nichilismo. Egli promuoveva la “volontà di potenza” come rimedio alla disperazione. Ma il carattere utopistico della sua teoria del superuomo trova oggi piena conferma. L’uomo che aveva ucciso Dio si è poi affrettato ad uccidere anche il padre, la madre e la moglie.
La rivoluzione femminista puntava a liberare la donna dalla “schiavitù della riproduzione” (Margaret Sanger). La rivoluzione sessuale ha sostituito la sposa o lo sposo con una molteplicità di partner.
Freud ha fatto diventare l’uccisione del padre, che si ritrova nel mito greco di Edipo, uno dei temi fondamentali di una cultura occidentale già alle soglie dell’apostasia. Da allora, la cultura ha associato la paternità alla repressione. L’apostasia e la decostruzione antropologica, che iniziano con il rifiuto della figura paterna, hanno avuto conseguenze politiche drammatiche.
Marcuse, l’ideologo del ’68, che come Freud riteneva che l’attuale civiltà fosse repressiva, parlava dell’avvento di una civiltà non repressiva, in cui i nostri impulsi istintuali sarebbero diventati valori politici. Quando poi questo si è effettivamente verificato, quando la cultura occidentale ha avallato il libero esercizio della libido, allora le istituzioni, il diritto, l’ordine e la democrazia hanno perso la loro autorevolezza e la loro legittimazione.
Ciò che oggi rimane è una mera fraternità orizzontale. Ma i fratelli, senza di un padre comune, non sono capaci di governarsi da soli e le società disfunzionali diventano anarchiche e spesso precedono le dittature: è facile prendere il potere in una situazione di disordine sociale e politico generale.
La situazione attuale può essere definita postdemocratica?
Peeters: La rivoluzione culturale occidentale ci porta oggi verso una terra di nessuno definita - per mancanza di un termine migliore - postmodernismo.
Postmodernità, come dice la parola stessa, è ciò che viene dopo la modernità: dopo lo Stato-nazione, la democrazia liberale, la democrazia rappresentativa, il consenso dei governati, il governo, l’autorità, la gerarchia, l’identità politica netta - sinistra e destra, marxismo e capitalismo - il contratto sociale e il contratto di governo, i diritti umani, la dignità umana, i “valori universali”, il potere istituzionale, il primato della ragione, la fiducia nella scienza, e così via.
Tutti questi concetti, che noi riconosciamo immediatamente, si trovano in profonda crisi. La rivoluzione culturale non ha abolito formalmente le istituzioni e i valori moderni, ma li ha destabilizzati e surrettiziamente reinterpretati nella loro sostanza fondamentale, rendendoli radicalmente ambivalenti, tanto da non poterli più dare per scontati.
In un sistema postmoderno il nemico si trova all’interno. L’ambivalenza non è sostenibile; la situazione in cui ci troviamo è malsana. Occorre poi ricordare che il postmodernismo viaggia sulle potenti onde della globalizzazione, portando i frutti amari della rivoluzione culturale occidentale e la crisi della democrazia fino alle sponde del mondo non occidentale, minacciando di rendere globale sia la decostruzione sociale sia la perdita della fede teologica.
Il postmodernismo ha una sua piattaforma politica oltre alla decostruzione?
Peeters: La “libertà di scelta” dell’individuo - di scegliere anche contro il disegno del Creatore - è oggi diventato il fondamento di una nuova etica globale. La decostruzione paradossalmente diventa sistemica e normativa a livello globale. È evidente che una simile prospettiva è intrinsecamente asociale e incoerente, e che contribuisce alla ulteriore decostruzione del contratto sociale che tiene unite le persone.
Il nuovo sistema politico sarebbe quindi un processo “flessibile” a seconda delle mutevoli scelte della gente. Sarebbe la celebrazione della “diversità” delle nostre scelte, qualunque esse siano. Il “diritto di scelta” pone in dubbio persino la necessità di essere governati. La mentalità “fai-da-te” è dilagante, ma la realtà ci ricorda che la gente e le società hanno bisogno di essere governate.
Dobbiamo quindi tornare indietro al modernismo e ai suoi valori?
Peeters: Le democrazie moderne dell’Occidente si fondavano su un sistema di “valori”, che poi è stato proclamato “universale” nel 1948. Tuttavia il fatto storico è che questi valori moderni non si sono dimostrati capaci di contenere la spinta rivoluzionaria che poi ha portato alla loro distruzione.
Il motivo - nella mia analisi - è che ciò che sembrava consono alla dottrina sociale della Chiesa era invece interiormente infestato dal deismo, dal naturalismo, dal razionalismo e dall’individualismo dell’Illuminismo. Fintanto che i “valori” sono una costruzione artificiosa e astratta, che aggravano il divorzio tra fede e ragione e tra fede e vita, il loro crollo rappresenta un’opportunità provvidenziale per una nuova evangelizzazione. È un segno dei tempi.
Cosa intende esattamente?
Peeters: La gente è stanca di astrazioni e di grandi teorie. È giunto il momento di svincolare la ragione cristiana dal razionalismo massonico, il nostro approccio teologico alla natura dal naturalismo moderno, la nostra fede trinitaria dal deismo del passato.
La grazia del nostro tempo potrebbe essere quella di una chiamata ad andare oltre i “valori”, verso una carità concreta e operativa, verso una fede, speranza e carità più concrete, verso una vita teologica, verso il disegno trintario di Dio.
La sfida culturale e politica che ci troviamo di fronte è quella della “morte di Dio” e della morte dell’uomo, dell’apostasia e della decostruzione della nostra verità antropologica trinitaria. Tornare ai “valori” moderni non ci riporterebbe a Dio e all’uomo. Ma Cristo sì: “Duc in Altum” - siamo chiamati a prendere il largo. È al Padre che dobbiamo tornare.
Chi è che detiene il potere politico in un regime postmoderno?
Peeters: Alla fine della Guerra fredda i governi occidentali mancavano di leadership e non sono stati in grado di dare quella visione necessaria alla nuova epoca. Vi è stato un vuoto. Ed è avvenuta una rivoluzione politica.
Coloro che avevano una visione - ovvero la generazione del ’68 che si trovava al timone della governance globale, motivata da interessi minoritari - hanno colmato questo vuoto. Le aspirazioni universali dell’umanità sono state dirottate e le rimanenze della rivoluzione culturale occidentale sono assurte a norme globali.
Il potere è stato devoluto ad attori non governativi e le “partnership” con le organizzazioni non governative, gli esperti, il “settore privato”, le minoranze e le lobby hanno assunto valore politico. La rivoluzione ci ha condotto su un terreno inesplorato, in cui le minoranze “partecipative” hanno di fatto acquisito legittimità politica.
La generale confusione su chi ci governa è tanto pericolosa quanto la decostruzione delle coscienze che ha trasformato la maggioranza dei cittadini in zombi facilmente seducibili e manipolabili.
Cosa ha ottenuto la rivoluzione politica?
Peeters: Una serie di cambiamenti radicali nel modo di prendere le decisioni e di fare politica. Mi limito a citarne alcuni: dal governo alla governance; dalla gerarchia alle partnership egualitarie; dalla rappresentanza alla partecipazione; dal voto a maggioranza al consensus; dal potere istituzionale al potere popolare; dall’autorità all’empowerment [autonomia]; dall’identità alla diversità; dal formale all’informale; dal potere della maggioranza al potere delle minoranze; dal duro al morbido; dal contenuto al procedimento; dall’intergovernativo al multistakeholder; dalla sovranità nazionale alla governance globale, e così via.
Ciascuno dei cambiamenti ha grandi implicazioni che richiedono un’attenta analisi. I nuovi paradigmi esercitano un’influenza politica importante e sono stati veicolati attraverso la cultura ovunque. Persino nei più remoti villaggi africani sentiamo parlare di “good governance”.
Ci troviamo quindi in un regime in cui coesistono due sistemi politici paralleli - uno legittimo e formale ma moribondo, l’altro informale ma che di fatto governa il mondo? I nuovi concetti sono molto attraenti e spesso appaiono vicini alla dottrina sociale della Chiesa, ma essi sono stati strumentalizzati.
È tutto bianco e nero nei cambiamenti che ha elencato?
Peeters: Ad oggi i rapporti tra il vecchio e il nuovo, il moderno e il postmoderno, non sono stati chiariti. Ma è evidente che l’avvento della governance, secondo la sua accezione oggi prevalente, ha contribuito a indebolire ulteriormente l’autorità di governo; che le partnership hanno contribuito a decostruire le legittime gerarchie; che la diversità assunta a norma tende a destabilizzare il contenuto dell’identità; che la partecipazione spesso si sostituisce alla nozione di rappresentanza democratica; che il decentramento, legato di fatto all’attuazione di un programma globale elaborato non dai cittadini locali e dalla gente, ma da “esperti globali”, ha dirottato la sussidiarietà.
Il discernimento è tanto più necessario, in quanto le conseguenze della rivoluzione politica sono importanti. Una nuova e globale etica secolarista cerca di eliminare la realtà, la verità, il bene e l’amore dalla cultura e, di fatto, di imporre se stessa, sfruttando la debolezze delle nostre moribonde istituzioni democratiche.
Questa etica globale si pone al di sopra del Vangelo per sostituirsi ad esso. Essa rappresenta una violazione inedita del principio di sussidiarietà.
In questa rivoluzione culturale e politica esiste anche qualche elemento positivo?
Peeters: Cosa avverrebbe se venisse meno il dirottamento della nuova cultura; se essa venisse evangelizzata? Non ci porterebbe verso una civiltà dell’amore?
Certamente lo Spirito Santo sta operando nella cultura postmoderna. I suoi paradigmi principali - consensus, scelta, centralità della persona, partecipazione, coinvolgimento della base, eguaglianza, empowerment, enablement, inclusione, diversità, flessibilità, dinamismo, complessità, olismo, accesso, partnership, decentramento - sono chiaramente più vicini all’amore e al cuore rispetto ai paradigmi dell’età della ragione.
Nella modernità il razionalismo aveva sovvertito l’amore. Pensavamo di poter costruire un ordine globale con il solo potere della nostra ragione e della scienza.
Non sono i cristiani chiamati a servire l’umanità dando ispirazione ad un nuovo movimento in cui la carità abbia il primato che merita e in cui nella nuova cultura sia reintrodotta la ricerca comune di ciò che è vero, reale e buono?
Nell’attuale contesto politico, in cui i nostri progetti istituzionali e di civiltà mostrano la loro vanità, il Papa Benedetto XVI sottolinea profeticamente il primato della carità e ci invita - come ha fatto di recente a Brindisi - alla “speranza, non come utopia, ma come fiducia tenace nella forza del bene”. L’ha definita una speranza non temporale ma teologica, “che si fonda sulla venuta di Cristo, e che in ultima analisi coincide con la sua Persona e col suo mistero di salvezza”. L’intrinseca autorità della verità, del bene, dell’amore, della speranza, la luce della venuta di Cristo, la luce che “splende nelle tenebre” (Gv 1,5), risplende anche nelle tenebre dei nostri tempi.
Spiritualità
Predicatore del Papa: la correzione non sia un atto di accusa
Il commento di padre Cantalamessa al Vangelo della XXIII domenica
ROMA, venerdì, 5 settembre 2008 (ZENIT.org).- Pubblichiamo il commento di padre Raniero Cantalamessa, OFM Cap. - predicatore della Casa Pontificia -, alla liturgia di domenica prossima, XXIII del tempo ordinario.
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XXIII Domenica del tempo ordinario
Ezechiele 33, 7-9; Romani 13, 8-10; Matteo 18, 15-20
Se il tuo fratello commette una colpa...
Nel Vangelo di questa domenica leggiamo: "In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli: Se il tuo fratello commette una colpa, va' e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato un fratello". Gesù parla di ogni colpa; non restringe il campo alla colpa commessa nei nostri confronti. In quest'ultimo caso infatti è praticamente impossibile distinguere se a muoverci è lo zelo per la verità, o se non è invece il nostro amor proprio ferito. In ogni caso, sarebbe più autodifesa che correzione fraterna. Quando la mancanza è nei nostri confronti, il primo dovere non è la correzione ma il perdono.
Perché Gesù dice: "ammoniscilo fra te e lui solo"? Anzitutto per rispetto al buon nome del fratello, alla sua dignità. La cosa peggiore sarebbe voler correggere un marito in presenza della moglie, o una moglie in presenza del marito, un padre davanti ai suoi figli, un maestro davanti agli scolari, o un superiore davanti ai sudditi. Cioè, alla presenza delle persone al cui rispetto e alla cui stima uno tiene di più. La cosa si trasforma immediatamente in un processo pubblico. Sarà ben difficile che la persona accetti di buon grado la correzione. Ne va della sua dignità.
Dice "fra te e lui solo" anche per dare la possibilità alla persona di potersi difendere e spiegare il proprio operato in tutta libertà. Molte volte infatti quello che a un osservatore esterno sembra una colpa, nelle intenzioni di chi l'ha commessa non lo è. Una franca spiegazione dissipa tanti malintesi. Ma questo non è più possibile quando la cosa è portata a conoscenza di molti.
Quando, per qualsiasi motivo, non è possibile correggere fraternamente, da solo a solo, la persona che ha sbagliato, c'è una cosa che bisogna assolutamente evitare di fare al suo posto, ed è di divulgare, senza necessità, la colpa del fratello, sparlare di lui o addirittura calunniarlo, dando per provato quello che non lo è, o esagerando la colpa. "Non sparlate gli uni degli altri", dice la Scrittura (Gc 4,11). Il pettegolezzo non è cosa meno brutta e riprovevole solo perché adesso gli si è cambiato il nome e oggi lo si chiama "gossip".
Una volta una donna andò a confessarsi da san Filippo Neri, accusandosi di aver sparlato di alcune persone. Il santo l'assolse, ma le diede una strana penitenza. Le disse di andare a casa, di prendere una gallina e di tornare da lui, spiumandola ben bene lungo la strada. Quando fu di nuovo davanti a lui, le disse: "Adesso torna a casa e raccogli una ad una le piume che hai lasciato cadere venendo qui". La donna gli fece osservare che era impossibile: il vento le aveva certamente disperse dappertutto nel frattempo. Ma qui l'aspettava san Filippo. "Vedi -le disse- come è impossibile raccogliere le piume, una volta sparse al vento, così è impossibile ritirare mormorazioni e calunnie una volta che sono uscite dalla bocca".
Tornando al tema della correzione, dobbiamo dire che non sempre dipende da noi il buon esito nel fare una correzione (nonostante le nostre migliori disposizioni, l'altro può non accettarla, irrigidirsi); in compenso dipende sempre ed esclusivamente da noi il buon esito nel... ricevere una correzione. Infatti la persona che "ha commesso una colpa" potrei benissimo essere io e il "correttore" essere l'altro: il marito, la moglie, l'amico, il confratello o il padre superiore.
Insomma, non esiste solo la correzione attiva, ma anche quella passiva; non solo il dovere di correggere, ma anche il dovere di lasciarsi correggere. Ed è qui anzi che si vede se uno è maturo abbastanza per correggere gli altri. Chi vuole correggere qualcuno deve anche essere pronto a farsi, a sua volta, correggere. Quando vedete una persona ricevere un'osservazione e la sentite rispondere con semplicità: "Hai ragione, grazie per avermelo fatto notare!", levatevi tanto di cappello: siete davanti a un vero uomo o a una vera donna.
L'insegnamento di Cristo sulla correzione fraterna dovrebbe sempre essere letto unitamente a ciò che egli dice in un'altra occasione: "Perché guardi la pagliuzza che è nell'occhio del tuo fratello, e non t'accorgi della trave che è nel tuo? Come puoi dire al fratello: Permetti che tolga la pagliuzza che è nel tuo occhio, e tu non vedi la trave che è nel tuo?" (Lc 6, 41 s.).
Quello che Gesù ci ha insegnato circa la correzione può essere molto utile anche nell'educazione dei figli. La correzione è uno dei doveri fondamentali del genitore. "Qual è il figlio che non è corretto dal padre?", dice la Scrittura (Eb 12,7); e ancora: "Raddrizza la pianticella finché è tenera, se non vuoi che cresca irrimediabilmente storta". La rinuncia totale a ogni forma di correzione è uno dei peggiori servizi che si possano rendere ai figli e purtroppo oggi è frequentissima.
Solo bisogna evitare che la correzione stessa si trasformi in un atto di accusa o in una critica. Nel correggere bisogna piuttosto circoscrivere la riprovazione all'errore commesso, non generalizzarla, riprovando in blocco tutta la persona e la sua condotta. Anzi, approfittare della correzione per mettere prima in luce tutto il bene che si riconosce nel ragazzo e come ci si aspetta da lui molto. In modo che la correzione appaia più un incoraggiamento che una squalifica. Era questo il metodo usato da S. Giovanni Bosco con i ragazzi.
Non è facile, nei singoli casi, capire se è meglio correggere o lasciar correre, parlare o tacere. Per questo è importante tener conto della regola d'oro, valida per tutti i casi, che l'Apostolo dà nella seconda lettura:"Non abbiate nessun debito con nessuno, se non quello di un amore vicendevole… L'amore non fa nessun male al prossimo". Agostino ha sintetizzato tutto ciò nella massima "Ama e fa' ciò che vuoi". Bisogna assicurarsi anzitutto che ci sia nel cuore una fondamentale disposizione di accoglienza verso la persona. Dopo, qualsiasi cosa si deciderà di fare, sia correggere che tacere, sarà bene, perché l'amore "non fa mai male a nessuno".
Benedetto XVI ricorderà i 50 anni della morte di Papa Pio XII
Il 12 ottobre la Chiesa avrà 4 nuovi santi
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Predicatore del Papa: la correzione non sia un atto di accusa
Santa Sede
Benedetto XVI ricorderà i 50 anni della morte di Papa Pio XII
Mentre Roma prepara due grandi congressi sulla sua figura
CITTA' DEL VATICANO, venerdì, 5 settembre 2008 (ZENIT.org).- Il 9 ottobre prossimo, Benedetto XVI presiederà nella Basilica vaticana, alle 11.30, una celebrazione eucaristica in occasione del 50° anniversario della morte del Servo di Dio Pio XII.
La morte di Papa Eugenio Pacelli, avvenuta il 9 ottobre 1958, sarà ricordata anche con un congresso a Roma sul magistero di questo Papa organizzato dal Pontificio Comitato di Scienze Storiche nelle Pontificie Università Gregoriana e Lateranense, dal 6 all'8 novembre prossimi.
In questo contesto, in Vaticano si presenterà una mostra fotografica dal titolo “Pio XII: l'uomo e il pontificato” (Braccio di Carlo Magno, 21 ottobre 2008-6 gennaio 2009).
Da parte sua, la Pave the Way Foundation, che mira “a raggiungere la pace colmando nella tolleranza e nella comprensione il gap tra le religioni attraverso scambi culturali, tecnologici e intellettuali”, riunirà dal 15 al 17 settembre alcuni dei maggiori esperti mondiali sulla figura del Papa per analizzare, in particolare, il suo rapporto con il popolo ebraico.
Il 18 febbraio 2008, l'allora Prefetto della Congregazione vaticana per le Cause dei Santi, il Cardinale José Saraiva Martins, ha rivelato che la causa di beatificazione di Papa Eugenio Pacelli “non è stata dilazionata né tanto meno accantonata”.
Per rispondere a chi afferma, come presunto ostacolo alla causa, la mancata condanna di Pio XII contro il nazismo, il Cardinale Saraiva Martins ha dichiarato che “questo non è vero storicamente”.
“Il silenzio non c'è stato. Quando è stata pubblicata l'Enclicica Summi pontificatus, Goebbels, numero due del nazismo, ha scritto nel suo diario: 'E' uscita questa Enciclica e il Papa è stato molto duro contro di noi'. Era un silenzio poco silenzioso, a quanto pare”, ha sottolineato il Cardinale portoghese.
Di fronte alla cappella in cui riposano i resti di San Pietro, nelle grotte vaticane, si trova un'urna in cui i fedeli possono deporre dei testi scritti in cui testimoniano favori ricevuti, secondo loro, grazie all'intercessione di Pio XII.
Il 12 ottobre la Chiesa avrà 4 nuovi santi
Per la prima voltà sarà canonizzata anche una indiana
CITTA' DEL VATICANO, venerdì, 5 settembre 2008 (ZENIT.org).- Domenica 12 ottobre, Benedetto XVI canonizzerà durante una celebrazione eucaristica in Piazza San Pietro in Vaticano 4 beati, tra cui la prima santa indiana.
Si tratta di Alfonsa dell'Immacolata Concezione, della svizzera Maria Bernarda Bütler, evangelizzatrice di Ecuador e Colombia, dell'ecuadoregna Narcisa di Gesù Martillo Morán e del sacerdote italiano Gaetano Errico.
La prima santa indiana
Nel momento in cui i cristiani dell'India subiscono una dura persecuzione, la Santa Sede conferma la canonizzazione di Alfonsa dell'Immacolata Concezione (il suo nome di battesimo era Anna Muttathupadathu), religiosa della Congregazione delle Clarisse del Terz'Ordine di San Francesco.
Nata a Kudamaloor, nell'Arcidiocesi di Changanacherry (Stato del Kerala), il 19 agosto 1910, perse la madre quando era ancora molto piccola. Si prese cura di lei la zia, che desiderava che si sposasse. Anna, però, si orientava a dedicare la sua vita a Gesù Cristo sull'esempio di Santa Teresa di Lisieux.
Entrò nel convento delle Francescane Clarisse a Bharananganam il 2 agosto 1928 e ricevette il nome Alfonsa.
Il suo delicato stato di salute era considerato un ostacolo alla vita religiosa, per cui le sue superiore volevano che tornasse a casa, ma Alfonsa perseverò nella sua vocazione e nel suo impegno. Superate molte difficoltà, emise i voti perpetui il 12 agosto 1936.
Considerò tutta la sua vita un olocausto a Dio, offrendo ogni sofferenza al Sacro Cuore di Gesù.
Concluse la sua vita terrena tra grandi dolori, raccomandando serenamente la sua anima pronunciando i nomi di Gesù, Maria e Giuseppe. Era il 28 luglio 1946. Aveva 35 anni.
E' stata beatificata da Giovanni Paolo II a Kottayam (India) l'8 febbraio 1986. La tomba della beata Alfonsa, a Bharananganam, vicino Kottayam, riceve durante l'anno la visita di numerosissimi fedeli.
Il primo santo di origine indiana è il gesuita Gonzalo García, nato a Vasai, vicino Bombay. E' stato canonizzato nel 1862. Morì a Nagasaki (Giappone) nel 1597 con San Paolo Miki e altri compagni.
Una svizzera evangelizzatrice di Ecuador e Colombia
Nella lista dei futuri santi compare anche Maria Bernarda Bütler, fondatrice delle Suore Francescane Missionarie di Maria Ausiliatrice, il cui nome di battesimo era Verena Büttler.
Nacque ad Auw (Svizzera) il 28 maggio 1848 in una famiglia di contadini. Nel 1867 entrò nel monastero francescano di Maria Ausiliatrice. Due anni dopo fece la professione religiosa, prendendo il nome di Maria Bernarda del Sacro Cuore di Maria.
Insieme a sei compagni partì nel 1888 per l'Ecuador, dove fondò la Congregazione delle Suore Francescane Missionarie di Maria Ausiliatrice, il cui carisma è la diffusione del Regno di Dio attraverso le opere di misericordia.
Sette anni più tardi, dopo la persecuzione contro i religiosi guidata dall'allora Presidente ecuadoregno Eloy Alfaro, madre Maria Bernarda e i suoi fratelli abbandonarono il Paese e vennero accolti a Cartagena da colui che era Vescovo di quella Diocesi, monsignor Eugenio Biffi.
Madre Bernarda rimase 29 anni a Cartagena, dove morì a 76 anni nel 1924.
“Non aveva una visione divisa dell'essere umano, ma integra”, ha detto a ZENIT suor Teresita Giraldo, direttrice della clinica Madre Bernarda a Cartagena; “ha incarnato gli insegnamenti di San Francesco sulla pace. La sua testimonianza parla molto della vita interiore”.
Narcisita, laica consacrata ecuadoregna
Narcisa de Jesús Martillo Morán nacque nel villaggio di Nobol, nella Diocesi di Guayaquil, Ecuador. I suoi genitori erano agricoltori ed era la sesta di nove figli. La madre morì quando era piccola. Le piaceva cucire, svolgere i servizi domestici, cantare e suonare la chitarra.
La ricerca di una direzione spirituale la portò a trasferirsi quando aveva circa vent'anni a Guayaquil, dove conduceva una vita povera e viveva in alloggi semplici.
Volle seguire l'esempio di vita della santa ecuadoregna Marianita de Jesús (1618 – 1645), al punto che i suoi biografi le considerano anime gemelle.
Per essersi santificata sia in campagna che in città, e nella sua patria così come fuori di essa, molti migranti nutrono per lei una speciale devozione.
A Guayaquil conobbe il sacerdote francescano fr. Pedro Gual, che risiedeva a Lima. Narcisa era senza direttore spirituale ed egli cominciò ad aiutarla anche materialmente. Per questo le chiese di trasferirsi a Lima, dove si stabilì nel Beaterio del Patrocinio.
Praticava la carità soprattutto nei confronti dei poveri e dei malati, ai quali preparava infusi che miglioravano le loro condizioni.
Volle sempre riprodurre la passione di Cristo e compiva sacrifici con frustate e corone di spine. Morì il giorno dell'inaugurazione del Concilio Vaticano I, offrendo le sue ultime sofferenze per quell'importante evento ecclesiale.
“In Narcisita brillano l'umiltà e la carità, praticate in grado eroico, così come la penitenza adeguata all'epoca, l'espiazione dei peccati della sua gente, soprattutto dei sacerdoti, e l'irradiare Cristo in mezzo al popolo”, ha detto a ZENIT monsignor Roberto Pazmiño, vicepostulatore della sua causa di canonizzazione.
Apostolo dei Sacri Cuori
Gaetano Errico nacque a Secondigliano, nella periferia nord di Napoli, il 19 ottobre 1791 e vi morì il 29 ottobre 1860. Brillantissimo negli studi, rifiutò la carriera universitaria per mettersi a esclusivo servizio delle anime come sacerdote.
Padre Gaetano imparò a conoscere il cuore dell'uomo camminando tra gente che dalla miseria materiale era condotta alla miseria morale, visitando i malati terminali nell'ospedale napoletano degli "Incurabili" e avvicinandosi alla disperazione dei carcerati.
Fu confessore a tutte le ore del giorno e della notte fin sul letto di morte, e in un periodo in cui il giansenismo presentava una visione rigorista della fede cristiana.
Fu anche un consigliere spirituale ricercato dai Cardinali Arcivescovi di Napoli e dal re Ferdinando, che gli concesse l'ingresso a corte a tutte le ore; a lui si rivolgevano molti uomini di governo, ma soprattutto i poveri e quanti avevano bisogno di una guida sicura.
A tutti ripeteva: “Restate molto di più ai piedi di Gesù Sacramentato che ai piedi del confessore”.
Padre Gaetano è oggi ricordato anche come predicatore instancabile, prendendo a modello il santo partenopeo Alfonso Maria dé Liguori. Fece della predicazione una vera evangelizzazione permanente e a questo impegno essenziale per la formazione di coscienze cristiane chiamò i suoi missionari.
In quel contesto, la nuova Congregazione si collocò nella Chiesa e nel tempo come profezia della misericordia di Dio. Per questo, padre Gaetano la chiamò “Congregazione dei Missionari dei Sacri Cuori di Gesù e di Maria”.
Notizie dal mondo
L'incubo di un sacerdote e di una suora in India
Lui picchiato a sangue, lei violentata
NUOVA DELHI, venerdì, 5 settembre 2008 (ZENIT.org).- Nel contesto delle violenze contro i cristiani che si stanno verificando in India, un sacerdote e una suora hanno vissuto un vero e proprio incubo, subendo percosse e violenze.
Padre Thomas Chellen ha raccontato che i fanatici induisti lo hanno torturato, hanno violentato una suora, li hanno fatti andare in giro per le strade mezzi nudi e volevano che il sacerdote avesse rapporti sessuali con la suora in pubblico.
Il presbitero 55enne, gravemente ferito, ha riferito al Catholic News Service ciò che gli è accaduto dal suo letto d'ospedale a Bhubaneswar, nell'Orissa.
I fanatici induisti, ha riferito, gli hanno versato del cherosene in testa, “mentre uno teneva in mano una scatola di fiammiferi per dare fuoco. Grazie alla divina Provvidenza, tuttavia, alla fine non lo ha fatto”. Altrimenti, ha osservato, “non avrei potuto raccontare questo orrore”.
Il direttore del centro pastorale di Konjamendi ha parlato in un'intervista telefonica dall'ospedale cattolico. Dopo l'assassinio, avvenuto il 23 agosto, del leader induista Swami Laxmanananda Saraswati da parte degli estremisti maoisti, gli induisti hanno iniziato ad attaccare i centri cristiani a Kandhamal, il distretto in cui viveva il leader ucciso.
Quando 500 induisti hanno fatto irruzione nel centro pastorale a mezzogiorno del 24 agosto, padre Chellen ha detto di essere fuggito dal cortile con un altro sacerdote e una suora.
“Ci ha spezzato il cuore vedere da lontano il complesso andare in fumo”, ha confessato il presbitero, che aveva supervisionato la costruzione del centro, aperto nel 2001 e che poteva ospitare 200 persone.
“Hanno distrutto tutto e hanno appiccato il fuoco – ha aggiunto –. E' stato ridotto in polvere”.
“Siamo fuggiti nella giungla e la sera abbiamo trovato rifugio in casa di un amico induista, dove abbiamo passato la notte”, ha affermato, aggiungendo che il secondo sacerdote aveva deciso di unirsi ad altri presbiteri.
La mattina dopo, la famiglia induista ha portato padre Chellen e la suora in una casa vuota adiacente
e li ha chiusi a chiave per dare l'impressione che dentro non ci fosse nessuno. Nonostante questo, i fanatici induisti hanno sentito per caso il sacerdote parlare al cellulare, hanno fatto irruzione nella casa e hanno trascinato fuori lui e la suora.
“Hanno iniziato la nostra parata della crocifissione”, ha ammesso. Il gruppo, composto da circa 50 induisti armati, “ci ha picchiati e ci ha portati come colpevoli lungo la strada” verso il centro pastorale bruciato.
“Mi hanno strappato la camicia e hanno iniziato a spogliare la suora. Quando ho protestato, mi hanno picchiato con mazze d'acciaio. Poi hanno portato dentro la suora e l'hanno violentata mentre altri continuavano a darmi calci e a deridermi, costringendomi a dire parole volgari”, ha detto il sacerdote, che ha bruciature, ecchimosi e tumefazioni su tutto il corpo e vari punti sul viso.
“Poi siamo stati portati tutti e due mezzi nudi per la strada, e mi hanno ordinato di avere un rapporto sessuale con la suora in pubblico, dicendo che le suore e i sacerdoti lo fanno. Ho rifiutato, e allora hanno continuato a picchiarmi e ci hanno trascinati all'ufficio governativo lì vicino. Purtroppo, una dozzina di poliziotti era rimasto a guardare la scena”.
Infuriati perché stava chiedendo aiuto ai poliziotti, i malviventi hanno picchiato di nuovo il sacerdote sanguinante.
In seguito, un ufficiale governativo e i membri del gruppo hanno portato il sacerdote e la suora alla stazione di polizia, dove padre Chellen dice di essere stato colpito a calci in faccia.
“L'incubo, durato quattro ore, è terminato quando la sera è arrivato un ufficiale di polizia”, ha spiegato.
Padre Chellen ha detto che uno degli aspetti più dolorosi della questione è stato il fatto che alcuni induisti locali che conosceva sono rimasti a guardare e hanno ignorato la sua richiesta d'aiuto.
I due malcapitati sono stati poi portati in un'altra stazione di polizia vicina. “Sono stati molto gentili con noi, ci hanno dato vestiti e scarpe”, ha riferito.
Il 26 agosto, il sacerdote e la suora sono stati sottoposti a controlli medici. Nel pomeriggio sono stati mandati con l'autobus a Bhubaneswar.
La suora è stata portata in un convento, mentre padre Chellen è entrato in ospedale il 27 agosto, ma le sue condizioni richiedono il trasferimento a Mumbai, dove potrà ricevere le cure adeguate.
“Non avevamo scelta e abbiamo dovuto fare quello che dicevano – ha affermato –. Abbiamo resistito per quanto potevamo. E' come essere torturati per Cristo”.
L'Europarlamento “deplora” l'opposizione della Chiesa alla contraccezione
Una risoluzione propone l'accesso universale alla “salute riproduttiva” per il 2015
BRUXELLES, venerdì, 5 settembre 2008 (ZENIT.org).- Mercoledì scorso, il Parlamento Europeo ha votato una risoluzione sul quinto Obiettivo del Millennio proposto dalle Nazioni Unite, riferito alla salute materno-infantile.
Secondo quanto riporta “L'Osservatore Romano”, nella risoluzione si propone di arrivare entro il 2015 all'“accesso universale alla salute riproduttiva”, che comprende esplicitamente il ricorso all'aborto, soprattutto nei Paesi in via di sviluppo.
In questo modo, si dice, si vuole arrestare l'elevata mortalità materna in molti di questi Paesi.
In uno dei suoi paragrafi, la risoluzione deplora “il divieto, sostenuto dalle Chiese, di usare contraccettivi, dal momento che l'uso del preservativo è fondamentale per la prevenzione di malattie e gravidanze indesiderate”.
Monsignor Giuseppe Merisi, Vescovo di Lodi e rappresentante della Conferenza Episcopale Italiana presso la COMECE (Commissione degli Episcopati della Comunità Europea), ha lamentato il riferimento all'aborto come “diritto”.
In alcune dichiarazioni al quotidiano vaticano, monsignor Merisi ha spiegato che il vero aiuto alle popolazioni del Terzo Mondo è rappresentato dalla “tutela della vita” e dalla “condanna dell'aborto, che non è un diritto”.
“Purtroppo, sui temi della difesa della vita come su quelli della famiglia e altri ancora esiste una sensibilità diffusa, presente come si vede anche nel Parlamento europeo, che privilegia i diritti della libertà individuale contro e oltre i grandi valori della vita e della dignità umana”, ha osservato.
Per il presule, è necessario un “maggior impegno per sensibilizzare le coscienze e le istituzioni su queste tematiche essenziali”, e che ciò avvenga “a livello europeo”.
A questo scopo, ritiene utile creare una sorte di rete perché “le realtà di ispirazione cristiana si
ascoltino, si raccordino e trasmettano il giusto messaggio ai politici cattolici impegnati in Parlamento”.
Un congresso promuove l'identità missionaria della Chiesa in Portogallo
FATIMA, venerdì, 5 settembre 2008 (ZENIT.org).- Il Patriarca di Lisbona, il Cardinale José da Cruz Policarpo, ha inaugurato questo giovedì un congresso nazionale missionario a Fatima sul tema “Portogallo, vivi la missione, cerca orizzonti”.
Il congresso, che si concluderà domenica prossima, è stato organizzato dalla Conferenza Episcopale Portoghese attraverso la Commissione episcopale per le Missioni, così come dalle Pontificie Opere Missionarie e dalla Conferenza degli Istituti religiosi del Paese.
Il suo obiettivo è quello di esprimere chiaramente l'“identità missionaria” del cristianesimo portoghese, un'identità che, come ha affermato il Patriarca di Lisbona nel suo intervento, “rappresenta le pagine più belle della storia della Chiesa in Portogallo”.
Nel contesto dell'anno paolino, il Cardinale ha proposto San Paolo come modello di evangelizzazione.
“In Lui scopriamo i grandi tratti della missione evangelizzatrice: la fede granitica in Gesù Cristo, percependo l'identificazione della Chiesa con Gesù Cristo; l'annuncio della speranza nella pienezza della vita; la capacità di affrontare con realismo le certezze e le incertezze del mondo del suo tempo”.
Un altro intervento di spicco è stato quello del superiore dei Dehoniani, padre José Ornelas Carvalho, che ha spiegato la necessità di abbandonare il paradigma “Nord-Sud” per affrontare la nuova realtà della missione di oggi.
“I Paesi d'Occidente, che prima hanno inviato missionari, oggi sono in crisi – ha affermato –. Basta vedere i conventi, che nel Nord del mondo vengono venduti, mentre nascono nel Sud”.
Questa “supremazia occidentale”, ha spiegato, deve essere sostituita da uno “slittamento verso Sud” e dalla “multiculturalità”: “l'universalità è il nuovo nome della missione”.
Italia
Si possono dare oggi le ragioni della fede?
Diploma in Apologetica dell’Ateneo Pontificio “Regina Apostolorum”
di Antonio Gaspari
ROMA, venerdì, 5 settembre 2008 (ZENIT.org).- In un mondo che ridicolizza la fede come qualcosa di superstizioso, anti-scientifico e anti-democratico, si può ancora ragionare sui motivi per credere in Gesù Cristo come Dio e come l’unico salvatore dell’uomo?
L’ambiente relativista e secolarizzato pone i cattolici di oggi di fronte all’esigenza di approfondire i motivi di credibilità della loro fede per proclamarla in maniera convincente.
A questo scopo, la Facoltà di Teologia dell’Ateneo Pontificio “Regina Apostolorum” (via degli Aldobrandeschi 190, Roma) ha lanciato quest'anno un Diploma in Apologetica, aperto a studenti e adulti, e coordinato dal Centro Pascal, una nuova associazione culturale di carattere apologetico.
“Il Centro Pascal cerca di spingere giovani universitari, e non, ad approfondire il significato della vita e la fede cristiana con uno spirito critico, attraverso dibattiti e corsi”, ha rivelato a ZENIT Milena Fiorenza, una delle fondatrici.
“Stiamo anche attivando il sito web con tutte le informazioni sulle attività del Centro”, ha poi aggiunto.
Padre Alfonso Aguilar, L.C., fondatore del Centro Pascal e coordinatore del Diploma ha rilevato che “l’abbandono dell’apologetica è stato un sintomo e una causa della crisi di fede degli ultimi decenni”.
“Proprio perché la fede è poco conosciuta e molto criticata – ha però sottolineato –, dobbiamo essere ‘pronti sempre a rispondere a chiunque ci domandi ragione della speranza che è in noi’, come ci avverte San Pietro (1 Pt 3,15)”.
“Il Papa Giovanni Paolo II e il Papa Benedetto XVI hanno parlato spesso della necessità di una nuova apologetica, poiché la nostra fede, anche se non è dimostrabile, è sempre ragionevole – ha ricordato –. Si ragiona per credere e si crede ragionando”.
Alla luce di ciò, ha spiegato padre Aguilar, il Diploma in Apologetica intende “offrire una serie di corsi di teologia, filosofia e materie affini alle questioni apologetiche. I corsi vengono classificati per temi in moduli diversi. I primi due moduli sono obbligatori: ‘Panorama di apologetica’ e ‘Fondamenti della fede’”.
“Degli altri moduli – ha spiegato – si possono scegliere facoltativamente due fra i seguenti: Scienza e fede, Sfide culturali: gnosi e laicismo, ‘Preambula fidei’: ragione e felicità, Religione e filosofia, Dio come Origine e Fine, Cristologia e soteriologia, La Chiesa e altre religioni, La persona: mistero e sofferenza, Etica, Legge naturale, diritti e Chiesa, Benedetto XVI sull’amore e la speranza”.
I corsi sono offerti presso l’Ateneo “Regina Apostolorum”, ma la frequenza alle lezioni non è obbligatoria. Oltre al superamento degli esami, si richiede un elaborato scritto finale di almeno 25 pagine su un tema di apologetica da concordare. Il percorso dura da uno a due anni. Il costo del Diploma è di 180 Euro.
“Con i corsi e l’elaborato – aggiunge padre Aguilar – lo studente avrà acquisito una risorsa di argomenti storici, biblici, filosofici e teologici per comprendere, difendere e argomentare sulla propria fede in maniera più profonda e consona alla mentalità odierna”.
Per maggiori informazioni: ; www.pascalcenter.org; telefono: 06 66.52.78.28 (lunedì / giovedì, 14.00 - 17.00).
Interviste
Fede e politica: meglio se unite
Intervista a monsignor Charles Chaput, Arcivescovo di Denver
di Karna Swanson
DENVER (Colorado), venerdì, 5 settembre 2008 (ZENIT.org).- Non solo la religione ha diritto al suo spazio nella sfera pubblica, ma la democrazia ha bisogno dell’apporto della morale e delle convinzioni religiose per mantenersi sana e forte, secondo l’Arcivescovo di Denver.
Estromettere la religione, aggiunge monsignor Charles, autore di un libro di recente pubblicazione da titolo “Render Unto Caesar: Serving the Nation by Living Our Catholic Beliefs in Political Life” (Dare a Cesare: Servire la nazione vivendo le proprie convinzioni cattoliche nella vita pubblica), è il modo più rapido per distruggere una democrazia.
In questa intervista rilasciata a ZENIT, monsignor Chaput parla delle idee contenute nel suo libro sul rapporto tra cattolici e politica, e commenta quelli che ritiene i temi più importanti per gli elettori statunitensi impegnati nelle elezioni presidenziali che si terranno a novembre.
Il Cattolicesimo nella vita pubblica degli Stati Uniti ha compiuto un percorso lungo e complesso. Lei afferma che i cattolici hanno ancora molto da offrire alla sfera politica, ma che troppo spesso mantengono le loro convinzioni separate dall’attività politica. Perché?
Monsignor Chaput: I cattolici hanno sempre rappresentato una minoranza negli Stati Uniti, e nel Paese è sempre esistita una forma di pregiudizio nei loro confronti, sin da prima della sua fondazione. Spesso la discriminazione si è espressa in modo indiretto e garbato, ma altrettanto spesso ha preso una forma più rozza di una discriminazione economica e politica, e di un fanatismo mediatico. Ad ogni modo, il pregiudizio alimenta sempre il desiderio di una minoranza di essere accettata, di ottenere successo e potersi riscattare, e i cattolici nordamericani lo hanno fatto molto bene, forse troppo bene.
Con la scusa di dover essere buoni cittadini, molti cattolici hanno accolto un’idea estremamente distorta di laicità dello Stato. I cattolici nordamericani hanno sempre appoggiato il principio della separazione fra autorità religiosa e autorità civile.
Nessuno vuole veramente una teocrazia e lo spettro del “fondamentalismo cristiano” che spesso viene paventato dai mezzi di comunicazione è solo una tattica offensiva particolarmente efficace. La Chiesa non può pensare di dirigere lo Stato. Ma neanche vogliamo che lo Stato interferisca nelle nostre credenze e pratiche religiose, cosa che francamente rappresenta oggi un problema molto più grave.
La separazione fra Chiesa e Stato non significa separare i temi delle fede da quelli della politica. Un vero pluralismo ha bisogno di un sano confronto fra idee diverse. In questo senso, il modo migliore per far morire una democrazia è indurre la gente a tenere separate le convinzioni religiose e morali dalle decisioni politiche. Se la gente crede veramente in qualcosa, agirà sempre mantenendo quello come punto di coscienza. Altrimenti non farà altro che mentire a se stessa. Per questo l’idea di voler estromettere la religione dal dibattito politico pubblico non solo è poco intelligente, ma è anche antidemocratica.
Un capitolo del libro è dedicato a San Tommaso Moro. In quello stesso capitolo lei cita John F. Kennedy, il primo presidente cattolico degli Stati Uniti. Qual è la differenza fondamentale tra questi due leader politici cattolici?
Monsignor Chaput: Come affermo nel libro, dobbiamo essere cauti a non fare un parallelismo eccessivamente stretto tra la situazione in cui si trovava San Tommaso Moro e i problemi che devono affrontare i dirigenti pubblici nordamericani. Ma Moro e il suo amico John Fisher rimangono così vivi nella nostra memoria per un motivo. Hanno mantenuto la loro integrità a qualunque costo, anche a costo della vita. Hanno messo Dio al di sopra di Cesare.
Per quanto riguarda Kennedy è necessario ricordare il contesto della sua campagna del 1960. Kennedy aveva talento e coraggio da vendere, ma doveva anche superare 200 anni di pregiudizio protestante sedimentato.
Purtroppo, per venire incontro a questi timori protestanti ha creato un nuovo e distorto modello cattolico di separazione tra impegno pubblico e convinzioni personali. Ha agito in buona fede e certamente non avrebbe potuto prevedere il futuro, ma la sua impostazione ha creato molti danni. Negli ultimi 40 anni, il suo esempio ha guidato ciascun funzionario pubblico cattolico che “personalmente si oppone” ad un determinato male, ma che non vuole impegnarsi per eliminarlo. Stiamo ancora scontando gli effetti di questa impostazione.
Lei osserva inoltre che la nuova cultura dei mezzi di comunicazione ha creato una forma di dibattito pubblico in cui il “serio confronto fra idee” è stato sostituito dagli slogan. Cosa devono fare, in questo contesto, i politici cattolici?
Monsignor Chaput: Non esiste una risposta semplice a questo problema. I cattolici nordamericani dovrebbero porsi in modo molto più critico rispetto ai mezzi di comunicazione e all’intero settore dell’informazione. Nella stampa, per esempio, è più facile trovare persone equilibrate. Ma l’immagine della realtà proposta dai mezzi d'informazione è sempre modulata da almeno tre elementi: il tipo di tecnologia, la necessità del profitto e la tendenza politica dell’organizzazione.
Ciò che vediamo e ascoltiamo nell’informazione politica è spesso una versione addomesticata dei fatti. È necessario stare sempre allerta sulla tendenza dei mezzi di comunicazione a plasmare le opinioni e i gusti del pubblico. I politici cattolici devono imparare a usare i mezzi di comunicazione - in modo onesto ovviamente - e non ad essere usati da loro.
Pubblicando il suo libro a pochi mesi di distanzza dalle elezioni presidenziali negli Stati Uniti, ha voluto in qualche modo avere un impatto sulle scelte degli elettori?
Monsignor Chaput: In realtà ho finito di scriverlo a luglio dell’anno scorso e ho finito di rivederlo a novembre. Avrei voluto che il libro fosse pubblicato a marzo per lasciare un po’ di tempo prima della campagna elettorale. Ma è l’editore che prende queste decisioni.
Non è mia intenzione, né nel libro, né in qualunque altro modo, di dire alla gente come votare. Non appoggio canditati e non uso un codice terminologico che possa indurre la gente a gradire o non gradire un determinato partito politico. Non è questo il lavoro di un pastore.
Le persone devono votare secondo coscienza. Ma la coscienza non appare miracolosamente dal nulla; non è una questione di opinione personale o di preferenza privata. La coscienza è sempre fondata su una verità più grande di noi stessi. La gente che si dice cattolica deve essere onesta con se stessa e con la comunità dei credenti. Deve agire veramente da cattolico, sia in privato, sia nell’ambito pubblico, compreso il momento delle decisioni politiche. Ed è proprio questo il lavoro del pastore: incoraggiare i cattolici ad approfondire la propria fede e ad applicarla.
In questo anno di elezioni sembra che il dibattito si sia concentrato più sui “grandi” temi sociali. Come vede questa tendenza? E quali ritiene siano le questioni principali su cui gli elettori cattolici si confronteranno nel novembre prossimo?
Monsignor Chaput: La testimonianza morale della Chiesa non cambia, che ci si trovi sotto elezioni o no. In questo autunno le questioni importanti saranno molteplici: l’economia, la riforma dell’immigrazione, la guerra in Iraq. Tutti temi urgenti e imprescindibili. Ma non è possibile usare questi temi come una scusa per ignorare i bambini non nati.
Nonostante la si cerchi di coprire con discussioni sui “più grandi temi sociali”, la questione dell’aborto rimane la principale questione sociale dei nostri tempi. Non c’è possibilità di girare attorno alla realtà del profitto, della brutalità e dell’ingiustizia dell’aborto con un linguaggio politicamente corretto. L’aborto è omicidio legalizzato. E deve essere fermato. Ogni altro diritto dipende dal diritto alla vita.
Il libro è indirizzato principalmente a un pubblico statunitense, poiché parla espressamente della Chiesa negli Stati Uniti. Tuttavia, cosa possono leggervi di importante i lettori di altri Paesi?
Monsignor Chaput: Tutti i cattolici, ovunque essi vivano, qualunque sia il loro Paese, devono ricordare di essere anzitutto cittadini del Cielo. Quella è la nostra casa. Il modo migliore per servire la nostra patria è quello di vivere pienamente e autenticamente la nostra fede e di portare con forza la nostra testimonianza cattolica sulla dignità umana all’interno della vita politica della nostra nazione.
Dobbiamo smetterla di vergognarci di parlare e di agire per la verità. Possiamo scegliere di essere discepoli o di essere codardi. Nel mondo odierno non c’è altra possibilità: dobbiamo scegliere.
Le conseguenze politiche della rivoluzione culturale
Intervista alla scrittrice Marguerite Peeters
di Jesús Colina
ROMA, venerdì, 5 settembre 2008 (ZENIT.org).- Forse è giunto il momento perché la società vada al di là dei valori per puntare direttamente a Cristo, secondo quanto sostiene la direttrice di un think-tank sulla globalizzazione.
Marguerite Peeters, direttrice dell’Institute for Intercultural Dialogue Dynamics di Bruxelles, è l’autrice di “The Globalization of the Western Cultural Revolution: Key-Concepts, Operational Mechanisms”.
Il 13 giugno scorso Peeters ha svolto una relazione dal titolo “The Political Consequences of the Western Cultural Revolution”, nell’ambito di una conferenza organizzata dal Pontificio Consiglio della giustizia e della pace sul tema “Politics, a Demanding Form of Charity”.
In tale occasione, Peeters ha rilasciato a ZENIT questa intervista, nella quale tratta del postmodernismo occidentale e delinea il ruolo del Cristianesimo nel dare ispirazione ad un nuovo movimento culturale.
Nell’ambito del seminario sulla politica e la carità lei ha parlato delle conseguenze politiche della rivoluzione culturale occidentale. Qual è il suo pensiero al riguardo?
Peeters: Esiste un nesso diretto fra il processo culturale che nel corso dei secoli ha portato l’Occidente a rinnegare e decostruire le fondamenta della propria civiltà e la situazione attuale caratterizzata da un deficit democratico, dalla rottura del contratto sociale, da una carenza di fiducia nelle istituzioni, da uno scollamento tra la classe dirigente e i cittadini, da un malessere generale e da una sensazione di deriva - la sensazione che il “demos”, il popolo, non è più sovrano e che, in altre parole, la nostra non sia più una democrazia.
La nota dottrinale del 2002 della Congregazione per la dottrina della fede su “alcune questioni riguardanti l’impegno e il comportamento dei cattolici nella vita politica” ci ricorda che la democrazia “ha bisogno di fondamenti veri e solidi, vale a dire, di principi etici che per la loro natura e per il loro ruolo di fondamento della vita sociale non sono negoziabili” e che la democrazia “si rende possibile solo nella misura in cui trova alla sua base una retta concezione della persona”.
Quando la democrazia non è basata su queste solide fondamenta, crolla. Anche se oggi la facciata delle istituzioni democratiche è formalmente ancora in piedi, la democrazia in realtà si poggia su un terreno sabbioso, tanto che regna l’incertezza su chi realmente tiri le fila del governo e sull’effettiva possibilità di governare le società.
Come si è arrivati a questo punto?
Peeters: La rivoluzione culturale dell’Occidente è iniziata con l’Illuminismo e ha avuto una forte accelerazione nel corso dell’ultimo secolo. Quando Nietzsche proclamava la morte di Dio nel 1882 era consapevole che ne sarebbe derivato il nichilismo. Egli promuoveva la “volontà di potenza” come rimedio alla disperazione. Ma il carattere utopistico della sua teoria del superuomo trova oggi piena conferma. L’uomo che aveva ucciso Dio si è poi affrettato ad uccidere anche il padre, la madre e la moglie.
La rivoluzione femminista puntava a liberare la donna dalla “schiavitù della riproduzione” (Margaret Sanger). La rivoluzione sessuale ha sostituito la sposa o lo sposo con una molteplicità di partner.
Freud ha fatto diventare l’uccisione del padre, che si ritrova nel mito greco di Edipo, uno dei temi fondamentali di una cultura occidentale già alle soglie dell’apostasia. Da allora, la cultura ha associato la paternità alla repressione. L’apostasia e la decostruzione antropologica, che iniziano con il rifiuto della figura paterna, hanno avuto conseguenze politiche drammatiche.
Marcuse, l’ideologo del ’68, che come Freud riteneva che l’attuale civiltà fosse repressiva, parlava dell’avvento di una civiltà non repressiva, in cui i nostri impulsi istintuali sarebbero diventati valori politici. Quando poi questo si è effettivamente verificato, quando la cultura occidentale ha avallato il libero esercizio della libido, allora le istituzioni, il diritto, l’ordine e la democrazia hanno perso la loro autorevolezza e la loro legittimazione.
Ciò che oggi rimane è una mera fraternità orizzontale. Ma i fratelli, senza di un padre comune, non sono capaci di governarsi da soli e le società disfunzionali diventano anarchiche e spesso precedono le dittature: è facile prendere il potere in una situazione di disordine sociale e politico generale.
La situazione attuale può essere definita postdemocratica?
Peeters: La rivoluzione culturale occidentale ci porta oggi verso una terra di nessuno definita - per mancanza di un termine migliore - postmodernismo.
Postmodernità, come dice la parola stessa, è ciò che viene dopo la modernità: dopo lo Stato-nazione, la democrazia liberale, la democrazia rappresentativa, il consenso dei governati, il governo, l’autorità, la gerarchia, l’identità politica netta - sinistra e destra, marxismo e capitalismo - il contratto sociale e il contratto di governo, i diritti umani, la dignità umana, i “valori universali”, il potere istituzionale, il primato della ragione, la fiducia nella scienza, e così via.
Tutti questi concetti, che noi riconosciamo immediatamente, si trovano in profonda crisi. La rivoluzione culturale non ha abolito formalmente le istituzioni e i valori moderni, ma li ha destabilizzati e surrettiziamente reinterpretati nella loro sostanza fondamentale, rendendoli radicalmente ambivalenti, tanto da non poterli più dare per scontati.
In un sistema postmoderno il nemico si trova all’interno. L’ambivalenza non è sostenibile; la situazione in cui ci troviamo è malsana. Occorre poi ricordare che il postmodernismo viaggia sulle potenti onde della globalizzazione, portando i frutti amari della rivoluzione culturale occidentale e la crisi della democrazia fino alle sponde del mondo non occidentale, minacciando di rendere globale sia la decostruzione sociale sia la perdita della fede teologica.
Il postmodernismo ha una sua piattaforma politica oltre alla decostruzione?
Peeters: La “libertà di scelta” dell’individuo - di scegliere anche contro il disegno del Creatore - è oggi diventato il fondamento di una nuova etica globale. La decostruzione paradossalmente diventa sistemica e normativa a livello globale. È evidente che una simile prospettiva è intrinsecamente asociale e incoerente, e che contribuisce alla ulteriore decostruzione del contratto sociale che tiene unite le persone.
Il nuovo sistema politico sarebbe quindi un processo “flessibile” a seconda delle mutevoli scelte della gente. Sarebbe la celebrazione della “diversità” delle nostre scelte, qualunque esse siano. Il “diritto di scelta” pone in dubbio persino la necessità di essere governati. La mentalità “fai-da-te” è dilagante, ma la realtà ci ricorda che la gente e le società hanno bisogno di essere governate.
Dobbiamo quindi tornare indietro al modernismo e ai suoi valori?
Peeters: Le democrazie moderne dell’Occidente si fondavano su un sistema di “valori”, che poi è stato proclamato “universale” nel 1948. Tuttavia il fatto storico è che questi valori moderni non si sono dimostrati capaci di contenere la spinta rivoluzionaria che poi ha portato alla loro distruzione.
Il motivo - nella mia analisi - è che ciò che sembrava consono alla dottrina sociale della Chiesa era invece interiormente infestato dal deismo, dal naturalismo, dal razionalismo e dall’individualismo dell’Illuminismo. Fintanto che i “valori” sono una costruzione artificiosa e astratta, che aggravano il divorzio tra fede e ragione e tra fede e vita, il loro crollo rappresenta un’opportunità provvidenziale per una nuova evangelizzazione. È un segno dei tempi.
Cosa intende esattamente?
Peeters: La gente è stanca di astrazioni e di grandi teorie. È giunto il momento di svincolare la ragione cristiana dal razionalismo massonico, il nostro approccio teologico alla natura dal naturalismo moderno, la nostra fede trinitaria dal deismo del passato.
La grazia del nostro tempo potrebbe essere quella di una chiamata ad andare oltre i “valori”, verso una carità concreta e operativa, verso una fede, speranza e carità più concrete, verso una vita teologica, verso il disegno trintario di Dio.
La sfida culturale e politica che ci troviamo di fronte è quella della “morte di Dio” e della morte dell’uomo, dell’apostasia e della decostruzione della nostra verità antropologica trinitaria. Tornare ai “valori” moderni non ci riporterebbe a Dio e all’uomo. Ma Cristo sì: “Duc in Altum” - siamo chiamati a prendere il largo. È al Padre che dobbiamo tornare.
Chi è che detiene il potere politico in un regime postmoderno?
Peeters: Alla fine della Guerra fredda i governi occidentali mancavano di leadership e non sono stati in grado di dare quella visione necessaria alla nuova epoca. Vi è stato un vuoto. Ed è avvenuta una rivoluzione politica.
Coloro che avevano una visione - ovvero la generazione del ’68 che si trovava al timone della governance globale, motivata da interessi minoritari - hanno colmato questo vuoto. Le aspirazioni universali dell’umanità sono state dirottate e le rimanenze della rivoluzione culturale occidentale sono assurte a norme globali.
Il potere è stato devoluto ad attori non governativi e le “partnership” con le organizzazioni non governative, gli esperti, il “settore privato”, le minoranze e le lobby hanno assunto valore politico. La rivoluzione ci ha condotto su un terreno inesplorato, in cui le minoranze “partecipative” hanno di fatto acquisito legittimità politica.
La generale confusione su chi ci governa è tanto pericolosa quanto la decostruzione delle coscienze che ha trasformato la maggioranza dei cittadini in zombi facilmente seducibili e manipolabili.
Cosa ha ottenuto la rivoluzione politica?
Peeters: Una serie di cambiamenti radicali nel modo di prendere le decisioni e di fare politica. Mi limito a citarne alcuni: dal governo alla governance; dalla gerarchia alle partnership egualitarie; dalla rappresentanza alla partecipazione; dal voto a maggioranza al consensus; dal potere istituzionale al potere popolare; dall’autorità all’empowerment [autonomia]; dall’identità alla diversità; dal formale all’informale; dal potere della maggioranza al potere delle minoranze; dal duro al morbido; dal contenuto al procedimento; dall’intergovernativo al multistakeholder; dalla sovranità nazionale alla governance globale, e così via.
Ciascuno dei cambiamenti ha grandi implicazioni che richiedono un’attenta analisi. I nuovi paradigmi esercitano un’influenza politica importante e sono stati veicolati attraverso la cultura ovunque. Persino nei più remoti villaggi africani sentiamo parlare di “good governance”.
Ci troviamo quindi in un regime in cui coesistono due sistemi politici paralleli - uno legittimo e formale ma moribondo, l’altro informale ma che di fatto governa il mondo? I nuovi concetti sono molto attraenti e spesso appaiono vicini alla dottrina sociale della Chiesa, ma essi sono stati strumentalizzati.
È tutto bianco e nero nei cambiamenti che ha elencato?
Peeters: Ad oggi i rapporti tra il vecchio e il nuovo, il moderno e il postmoderno, non sono stati chiariti. Ma è evidente che l’avvento della governance, secondo la sua accezione oggi prevalente, ha contribuito a indebolire ulteriormente l’autorità di governo; che le partnership hanno contribuito a decostruire le legittime gerarchie; che la diversità assunta a norma tende a destabilizzare il contenuto dell’identità; che la partecipazione spesso si sostituisce alla nozione di rappresentanza democratica; che il decentramento, legato di fatto all’attuazione di un programma globale elaborato non dai cittadini locali e dalla gente, ma da “esperti globali”, ha dirottato la sussidiarietà.
Il discernimento è tanto più necessario, in quanto le conseguenze della rivoluzione politica sono importanti. Una nuova e globale etica secolarista cerca di eliminare la realtà, la verità, il bene e l’amore dalla cultura e, di fatto, di imporre se stessa, sfruttando la debolezze delle nostre moribonde istituzioni democratiche.
Questa etica globale si pone al di sopra del Vangelo per sostituirsi ad esso. Essa rappresenta una violazione inedita del principio di sussidiarietà.
In questa rivoluzione culturale e politica esiste anche qualche elemento positivo?
Peeters: Cosa avverrebbe se venisse meno il dirottamento della nuova cultura; se essa venisse evangelizzata? Non ci porterebbe verso una civiltà dell’amore?
Certamente lo Spirito Santo sta operando nella cultura postmoderna. I suoi paradigmi principali - consensus, scelta, centralità della persona, partecipazione, coinvolgimento della base, eguaglianza, empowerment, enablement, inclusione, diversità, flessibilità, dinamismo, complessità, olismo, accesso, partnership, decentramento - sono chiaramente più vicini all’amore e al cuore rispetto ai paradigmi dell’età della ragione.
Nella modernità il razionalismo aveva sovvertito l’amore. Pensavamo di poter costruire un ordine globale con il solo potere della nostra ragione e della scienza.
Non sono i cristiani chiamati a servire l’umanità dando ispirazione ad un nuovo movimento in cui la carità abbia il primato che merita e in cui nella nuova cultura sia reintrodotta la ricerca comune di ciò che è vero, reale e buono?
Nell’attuale contesto politico, in cui i nostri progetti istituzionali e di civiltà mostrano la loro vanità, il Papa Benedetto XVI sottolinea profeticamente il primato della carità e ci invita - come ha fatto di recente a Brindisi - alla “speranza, non come utopia, ma come fiducia tenace nella forza del bene”. L’ha definita una speranza non temporale ma teologica, “che si fonda sulla venuta di Cristo, e che in ultima analisi coincide con la sua Persona e col suo mistero di salvezza”. L’intrinseca autorità della verità, del bene, dell’amore, della speranza, la luce della venuta di Cristo, la luce che “splende nelle tenebre” (Gv 1,5), risplende anche nelle tenebre dei nostri tempi.
Spiritualità
Predicatore del Papa: la correzione non sia un atto di accusa
Il commento di padre Cantalamessa al Vangelo della XXIII domenica
ROMA, venerdì, 5 settembre 2008 (ZENIT.org).- Pubblichiamo il commento di padre Raniero Cantalamessa, OFM Cap. - predicatore della Casa Pontificia -, alla liturgia di domenica prossima, XXIII del tempo ordinario.
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XXIII Domenica del tempo ordinario
Ezechiele 33, 7-9; Romani 13, 8-10; Matteo 18, 15-20
Se il tuo fratello commette una colpa...
Nel Vangelo di questa domenica leggiamo: "In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli: Se il tuo fratello commette una colpa, va' e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato un fratello". Gesù parla di ogni colpa; non restringe il campo alla colpa commessa nei nostri confronti. In quest'ultimo caso infatti è praticamente impossibile distinguere se a muoverci è lo zelo per la verità, o se non è invece il nostro amor proprio ferito. In ogni caso, sarebbe più autodifesa che correzione fraterna. Quando la mancanza è nei nostri confronti, il primo dovere non è la correzione ma il perdono.
Perché Gesù dice: "ammoniscilo fra te e lui solo"? Anzitutto per rispetto al buon nome del fratello, alla sua dignità. La cosa peggiore sarebbe voler correggere un marito in presenza della moglie, o una moglie in presenza del marito, un padre davanti ai suoi figli, un maestro davanti agli scolari, o un superiore davanti ai sudditi. Cioè, alla presenza delle persone al cui rispetto e alla cui stima uno tiene di più. La cosa si trasforma immediatamente in un processo pubblico. Sarà ben difficile che la persona accetti di buon grado la correzione. Ne va della sua dignità.
Dice "fra te e lui solo" anche per dare la possibilità alla persona di potersi difendere e spiegare il proprio operato in tutta libertà. Molte volte infatti quello che a un osservatore esterno sembra una colpa, nelle intenzioni di chi l'ha commessa non lo è. Una franca spiegazione dissipa tanti malintesi. Ma questo non è più possibile quando la cosa è portata a conoscenza di molti.
Quando, per qualsiasi motivo, non è possibile correggere fraternamente, da solo a solo, la persona che ha sbagliato, c'è una cosa che bisogna assolutamente evitare di fare al suo posto, ed è di divulgare, senza necessità, la colpa del fratello, sparlare di lui o addirittura calunniarlo, dando per provato quello che non lo è, o esagerando la colpa. "Non sparlate gli uni degli altri", dice la Scrittura (Gc 4,11). Il pettegolezzo non è cosa meno brutta e riprovevole solo perché adesso gli si è cambiato il nome e oggi lo si chiama "gossip".
Una volta una donna andò a confessarsi da san Filippo Neri, accusandosi di aver sparlato di alcune persone. Il santo l'assolse, ma le diede una strana penitenza. Le disse di andare a casa, di prendere una gallina e di tornare da lui, spiumandola ben bene lungo la strada. Quando fu di nuovo davanti a lui, le disse: "Adesso torna a casa e raccogli una ad una le piume che hai lasciato cadere venendo qui". La donna gli fece osservare che era impossibile: il vento le aveva certamente disperse dappertutto nel frattempo. Ma qui l'aspettava san Filippo. "Vedi -le disse- come è impossibile raccogliere le piume, una volta sparse al vento, così è impossibile ritirare mormorazioni e calunnie una volta che sono uscite dalla bocca".
Tornando al tema della correzione, dobbiamo dire che non sempre dipende da noi il buon esito nel fare una correzione (nonostante le nostre migliori disposizioni, l'altro può non accettarla, irrigidirsi); in compenso dipende sempre ed esclusivamente da noi il buon esito nel... ricevere una correzione. Infatti la persona che "ha commesso una colpa" potrei benissimo essere io e il "correttore" essere l'altro: il marito, la moglie, l'amico, il confratello o il padre superiore.
Insomma, non esiste solo la correzione attiva, ma anche quella passiva; non solo il dovere di correggere, ma anche il dovere di lasciarsi correggere. Ed è qui anzi che si vede se uno è maturo abbastanza per correggere gli altri. Chi vuole correggere qualcuno deve anche essere pronto a farsi, a sua volta, correggere. Quando vedete una persona ricevere un'osservazione e la sentite rispondere con semplicità: "Hai ragione, grazie per avermelo fatto notare!", levatevi tanto di cappello: siete davanti a un vero uomo o a una vera donna.
L'insegnamento di Cristo sulla correzione fraterna dovrebbe sempre essere letto unitamente a ciò che egli dice in un'altra occasione: "Perché guardi la pagliuzza che è nell'occhio del tuo fratello, e non t'accorgi della trave che è nel tuo? Come puoi dire al fratello: Permetti che tolga la pagliuzza che è nel tuo occhio, e tu non vedi la trave che è nel tuo?" (Lc 6, 41 s.).
Quello che Gesù ci ha insegnato circa la correzione può essere molto utile anche nell'educazione dei figli. La correzione è uno dei doveri fondamentali del genitore. "Qual è il figlio che non è corretto dal padre?", dice la Scrittura (Eb 12,7); e ancora: "Raddrizza la pianticella finché è tenera, se non vuoi che cresca irrimediabilmente storta". La rinuncia totale a ogni forma di correzione è uno dei peggiori servizi che si possano rendere ai figli e purtroppo oggi è frequentissima.
Solo bisogna evitare che la correzione stessa si trasformi in un atto di accusa o in una critica. Nel correggere bisogna piuttosto circoscrivere la riprovazione all'errore commesso, non generalizzarla, riprovando in blocco tutta la persona e la sua condotta. Anzi, approfittare della correzione per mettere prima in luce tutto il bene che si riconosce nel ragazzo e come ci si aspetta da lui molto. In modo che la correzione appaia più un incoraggiamento che una squalifica. Era questo il metodo usato da S. Giovanni Bosco con i ragazzi.
Non è facile, nei singoli casi, capire se è meglio correggere o lasciar correre, parlare o tacere. Per questo è importante tener conto della regola d'oro, valida per tutti i casi, che l'Apostolo dà nella seconda lettura:"Non abbiate nessun debito con nessuno, se non quello di un amore vicendevole… L'amore non fa nessun male al prossimo". Agostino ha sintetizzato tutto ciò nella massima "Ama e fa' ciò che vuoi". Bisogna assicurarsi anzitutto che ci sia nel cuore una fondamentale disposizione di accoglienza verso la persona. Dopo, qualsiasi cosa si deciderà di fare, sia correggere che tacere, sarà bene, perché l'amore "non fa mai male a nessuno".
ViviCentro (art. 19 e 21)
La libertà di stampa è una benedizione quando siamo inclini a scrivere contro gli altri, e una calamità quando ci troviamo ad essere sopraffatti dalla moltitudine dei nostri assalitori. (Samuel Johnson).
















