 | Il mondo visto da Roma - 06 ottobre 2008 |  |
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 Il mondo visto da Roma - 06 ottobre 2008
 = News con documentazione video
Lunedì, 06 Ottobre : 2008
Il mondo visto da Roma
Citazione: Annuncio: Maria di Nazareth
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Un messaggio inviato quotidianamente dalla "Associazione Maria di Nazareth"
per scoprire ogni giorno un nuovo aspetto del mistero della Madre di Dio.
SANTA SEDE
Il Papa al Patriarca di Mosca: “accelerare il cammino verso la piena unità”
SINODO SULLA PAROLA DI DIO
Il Papa: bisogna imparare a dire a Cristo “Sono tuo”
Il Cardinale Marc Ouellet: la Parola non è solo la Bibbia
La Parola nella formazione dei sacerdoti
Proposta un'Enciclica sull'interpretazione della Bibbia
Sondaggio mondiale sulla Parola in preparazione del Sinodo
NOTIZIE DAL MONDO
Internet e tv digitale: i Vescovi europei e l'evangelizzazione
ANNO PAOLINO
Il cristianesimo mette radici nelle culture
ITALIA
E' stato beatificato don Bonifacio, il martire delle foibe
La riscoperta della vita eremitica e la famiglia francescana
VII Festival internazionale di Musica e Arte Sacra
DOCUMENTI
Discorso del Papa in apertura del Sinodo sulla Parola
Santa Sede
Il Papa al Patriarca di Mosca: “accelerare il cammino verso la piena unità”
CITTA' DEL VATICANO, lunedì, 6 ottobre 2008 (ZENIT.org).- Benedetto XVI ha scritto personalmente un messaggio al Patriarca di Mosca, Alessio II, in cui esprime l'importanza di “accelerare il cammino verso la piena unità di tutti i discepoli di Cristo”.
Nel “tempo attuale, tanto spesso caratterizzato dal conflitto e dal dolore”, questa testimonianza di riconciliazione è sempre più necessaria perché “il messaggio gioioso di salvezza possa essere portato a tutti gli uomini”, spiega il Papa.
Il messaggio è stato consegnato ad Alessio II dall'Arcivescovo di Napoli, il Cardinale Crescenzio Sepe, in visita ufficiale a Mosca invitato dal Patriarca stesso e dal Metropolita Kirill. Il porporato ha consegnato la lettera, insieme a una reliquia di San Gennaro, durante un'udienza al Cremlino durata più di un'ora il 2 ottobre scorso.
Nella sua lettera, il Papa ricorda il suo “profondo affetto per tutti i fratelli ortodossi” e afferma che “la fede in Nostro Signore Gesù Cristo è un vincolo che unisce i cuori in modo profondo e invita tutti noi a rafforzare il nostro impegno a offrire al mondo una testimonianza comune del vivere insieme nel rispetto e nella pace”.
In particolare, Benedetto XVI esprime vicinanza alle Chiese ortodosse colpite dal conflitto del Caucaso e aggiunge di “pregare ogni giorno per la pace, chiedendo al Signore che gli appelli di Vostra Santità affinché tutte le ostilità siano risolte per il bene delle nazioni vengano ascoltati”.
In alcune dichiarazioni alla “Radio Vaticana”, il Cardinale Sepe ha spiegato che la Chiesa cattolica e quella ortodossa sono sempre più vicine, come “è stato sottolineato con commozione anche dal Patriarca”.
“La sensazione è questa: che è stato fatto un passo notevolmente importante per creare un clima di avvicinamento e di mutuo rispetto, di fraternità ed amicizia”, ha aggiunto il porporato.
Da parte sua, monsignor Vincenzo Paglia, Vescovo di Terni e presidente della Commissione per l'Ecumenismo della Conferenza Episcopale Italiana, presente all'incontro, ha spiegato che l'avvicinamento deve continuare con “l’incontro tra i pastori delle varie Chiese”.
Nel cammino verso l'unità, ha aggiunto, “non bastano solo gli incontri tra esperti”, perché l'ecumenismo “è un avvicinamento delle Chiese”.
Allo stesso modo, il Vescovo ha sottolineato che l'ecumenismo è sempre più “un’esigenza per la società contemporanea”.
Di fronte alle sfide di quest'ultima, il presule ha ammesso di vedere “sempre più” la “consonanza tra la Chiesa cattolica e la Chiesa ortodossa russa”.
“Certe frontiere – pensiamo a quelle sociali ed etiche – e queste sfide enormi possiamo affrontarle solo in una prospettiva di unità. di fronte al comune impegno”, ha concluso.
Sinodo sulla Parola di Dio
Il Papa: bisogna imparare a dire a Cristo “Sono tuo”
Meditazione in apertura dei lavori del Sinodo dei Vescovi
CITTA' DEL VATICANO, lunedì, 6 ottobre 2008 (ZENIT.org).- La parola di Dio “ha un volto, è persona, Cristo”, ha affermato Benedetto XVI nella meditazione che ha tenuto questo lunedì mattina in apertura dei lavori della XII Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi.
“Nel cammino della Parola, entrando nel mistero della sua incarnazione, del suo essere con noi, vogliamo appropriarci del suo essere, vogliamo espropriarci della nostra esistenza, dandoci a Lui che si è dato a noi”, ha osservato.
Con la sua incarnazione, infatti, Cristo “ha detto: io sono tuo. E nel Battesimo ha detto a me: io sono tuo. Nella sacra Eucaristia lo dice sempre di nuovo: io sono tuo, perché noi possiamo rispondere: Signore, io sono tuo”.
“Preghiamo il Signore di poter imparare con tutta la nostra esistenza a dire questa parola. Così saremo nel cuore della Parola. Così saremo salvi”, ha auspicato.
Il Pontefice ha ricordato che la Liturgia delle Ore proponeva “un brano del grande Salmo 118 sulla Parola di Dio: un elogio di questa sua Parola, espressione della gioia di Israele di poterla conoscere e, in essa, di poter conoscere la sua volontà e il suo volto”.
Meditando con i Vescovi alcuni versetti del brano, il Papa ha sottolineato che la Parola “è solida, è la vera realtà sulla quale basare la propria vita”.
“Chi costruisce solo sulle cose visibili e tangibili, sul successo, sulla carriera, sui soldi”, “sulla materia, sul successo, su tutto quello che appare, costruisce sulla sabbia”, ha osservato.
“Apparentemente queste sono le vere realtà. Ma tutto questo un giorno passerà. Lo vediamo adesso nel crollo delle grandi banche: questi soldi scompaiono, sono niente”.
“Solo la Parola di Dio è fondamento di tutta la realtà, è stabile come il cielo e più che il cielo, è la realtà”, ha sottolineato. “Solo Dio è infinito. E perciò anche la sua Parola è universale e non conosce confine”.
“Tutto è creato dalla Parola e tutto è chiamato a servire la Parola”, ha proseguito, sottolineando che “questo vuol dire che tutta la creazione, alla fine, è pensata per creare il luogo dell'incontro tra Dio e la sua creatura, un luogo dove l'amore della creatura risponda all'amore divino, un luogo in cui si sviluppi la storia dell'amore tra Dio e la sua creatura”.
Il Pontefice ha riconosciuto che “siamo sempre alla ricerca della Parola di Dio”, ma ha avvertito che se ci si ferma alla lettera non necessariamente la si comprende realmente. “C'è il pericolo che noi vediamo solo le parole umane e non vi troviamo dentro il vero attore, lo Spirito Santo”.
Per questo motivo, “l'esegesi, la vera lettura della Sacra Scrittura, non è solamente un fenomeno letterario, non è soltanto la lettura di un testo. È il movimento della mia esistenza. È muoversi verso la Parola di Dio nelle parole umane”.
“Solo conformandoci al mistero di Dio, al Signore che è la Parola, possiamo entrare all'interno della Parola, possiamo trovare veramente in parole umane la Parola di Dio”, con la quale “usciamo dalla limitatezza delle nostre esperienze e entriamo nella realtà che è veramente universale”.
Entrando nella comunione con la Parola di Dio, ha ricordato Benedetto XVI, entriamo nella comunione della Chiesa che la vive, “usciamo nella comunione di tutti i fratelli e le sorelle, di tutta l'umanità”.
E' per questa ragione che l'evangelizzazione, l'annuncio del Vangelo, la missione “non sono una specie di colonialismo ecclesiale”, ma “uscire dai limiti delle singole culture nella universalità che collega tutti, unisce tutti, ci fa tutti fratelli”.
La parola di Dio, ha concluso il Papa, “è come una scala sulla quale possiamo salire e, con Cristo, anche scendere nella profondità del suo amore”.
Il Cardinale Marc Ouellet: la Parola non è solo la Bibbia
Intervento del relatore generale del Sinodo dei Vescovi
CITTA' DEL VATICANO, lunedì, 6 ottobre 2008 (ZENIT.org).- La Parola non può ridursi unicamente a quanto è scritto nella Bibbia. E' questa la spiegazione con cui è iniziato questo lunedì il dibattito nell'assemblea del Sinodo dei Vescovi.
Il Cardinale Marc Ouellet, P.S.S., Arcivescovo di Québec (Canada) e relatore generale dell'assemblea, ha affrontato un malinteso storico spiegando che il cristianesimo non è la religione del Libro.
“La parola di Dio significa in primo luogo Dio stesso che parla, che esprime in sé il Verbo divino che appartiene al suo mistero intimo”, ha osservato.
Questa Parola, ha aggiunto nella sua lunga relazione pronunciata in latino seduto accanto al Papa nell'aula del Sinodo dei Vescovi, “parla in modo particolare e allo stesso tempo drammatico nella storia degli uomini della scelta di un popolo, della legge di Mosè e dei profeti”.
Accompagnando le sue parole con immagini tratte dall'arte, proiettate su grandi schermi, il porporato canadese ha spiegato che dopo aver parlato in vari modi Dio “riassume e corona tutto in modo unico, perfetto e definitivo in Gesù Cristo”.
La Parola, quindi, non è un semplice testo scritto, ma l'amore stesso di Dio fatto uomo in Cristo.
Ciò, ha sottolineato, vuol dire che la Parola di Dio stabilisce una relazione d'amore, perché interpella direttamente l'uomo.
Il Cardinale Ouellet ha concluso la parte centrale del suo intervento ponendo al Sinodo una domanda alla quale dovrà rispondere in queste settimane di lavoro: questa visione personale “occupa il posto che merita nella liturgia, nella catechesi e nella formazione teologica?”
In definitiva, il porporato ha proposto un “cambiamento di paradigma” nella visione della Parola, che “non obbedisce a un modo di pensare attuale, ma a una riscoperta del posto originale della Parola, il dialogo vitale di Dio – Uno e Trino – con la Chiesa, sua sposa”.
Questo lunedì pomeriggio, cinque Padri sinodali prenderanno la parola per mostrare come si vive il rapporto dei credenti con la Parola nei cinque continenti.
La Parola nella formazione dei sacerdoti
Intervista a monsignor Raymundo Damasceno Assis, presidente del CELAM
di Alexandre Ribeiro
APARECIDA, lunedì, 6 ottobre 2008 (ZENIT.org).- I futuri sacerdoti non devono solo studiare la Sacra Scrittura, ma fare di essa l'alimento della loro vita, afferma il presidente del Consiglio Episcopale Latinoamericano (CELAM).
Monsignor Raymundo Damasceno Assis, Arcivescovo di Aparecida (Brasile), ha parlato con ZENIT prima di partire per Roma per partecipare al Sinodo sulla Parola, che si svolgerà fino al 26 ottobre.
Quale contributo vuole apportare all'assemblea del Sinodo?
Mons. Raymundo Damasceno Assis: In primo luogo è importante ricordare che questa assemblea del Sinodo sulla Parola di Dio arriva dopo il Sinodo sull'Eucaristia. Questo mostra che la Parola e l'Eucaristia sono unite. Quando celebriamo l'Eucaristia, abbiamo la prima parte, che è la Parola, e la seconda parte, l'Eucaristia. Non possiamo quindi separare la Parola di Dio dall'Eucaristia. E il tema della Parola di Dio è molto importante per la vita e la missione della Chiesa.
Nel mio intervento al Sinodo vorrei parlare della Parola di Dio nella formazione dei futuri presbiteri. E' molto importante che tutta la nostra azione pastorale sia fondata sulla parola di Dio, che sia permeata, animata dalla Parola di Dio. Ed è importante che fin dal seminario quanti saranno sacerdoti cerchino di fare della Parola di Dio l'alimento della loro vita, che cerchino di studiare la Sacra Scrittura non solo dal punto di vista accademico e in vista dell'esercizio di una determinata funzione. Piuttosto devono fare della Parola di Dio l'alimento della loro esistenza, imparare a compiere una lettura orante della Parola, così che questo amore e questo vivere la Parola animino tutto il loro ministero in futuro. E animino anche tutta la pastorale. Anziché parlare di una pastorale biblica, quindi, preferisco parlare di un'animazione biblica di tutta la pastorale.
Quali sono i benefici della lettura orante della Bibbia?
Mons. Raymundo Damasceno Assis: La lettura orante della Parola di Dio ci deve portare all'incontro con Gesù Cristo, perché Egli è la Parola di Dio che si è fatta carne. Tutto l'Antico Testamento è stato una preparazione per la venuta di Nostro Signore. Gesù è la pienezza della rivelazione. La meditazione della Parola ci deve portare a conoscere meglio Gesù, per poterlo amare, imitare e annunciare. La lettura della Parola di Dio ha senso solo nella misura in cui ci conduce all'incontro con Cristo, approfondisce la nostra unione con Lui e ci porta a replicare nella nostra vita la sua parola e i suoi atteggiamenti, perché siamo sempre più suoi discepoli e missionari nel mondo di oggi.
Questo è il vero senso della lettura della Parola di Dio. Non è volere informazioni puramente culturali, o cercare informazioni scientifiche. Dio ha detto tutto ciò che aveva da dirci in Nostro Signore Gesù Cristo, in tutto ciò che riguarda la nostra salvezza.
La Bibbia vede la sua importanza enfatizzata nella missione continentale in America Latina?
Mons. Raymundo Damasceno Assis: Il Papa diceva che dobbiamo realizzare una pastorale fondata sulla Parola di Dio, e la Bibbia occupa un posto molto speciale nella missione continentale. Non possiamo realizzare una missione senza che il lavoro pastorale sia animato dalla Parola di Dio. Per questo insistiamo sull'espressione 'animazione biblica di ogni pastorale'. E' come una presenza trasversale della Parola in ogni azione evangelizzatrice.
Proposta un'Enciclica sull'interpretazione della Bibbia
Ad avanzarla è stato il relatore generale, il Cardinale Marc Ouellet
CITTA' DEL VATICANO, lunedì, 6 ottobre 2008 (ZENIT.org).- A pochi minuti dal suo inizio, questo lunedì mattina, il Sinodo ha subito lanciato una proposta importante: la richiesta al Papa di scrivere un'Enciclica sull'interpretazione della Sacra Scrittura.
E' questa l'idea presentata dal Cardinale Marc Ouellet, P.S.S., Arcivescovo di Québec (Canada), nella relazione iniziale dell'assemblea generale, dopo aver constatato che in molte occasioni le Facoltà teologiche e bibliste divergono dalla visione che offre della Bibbia il Magistero del Papa e dei Vescovi.
In questo modo, ha constatato, si assiste a “un'eccessiva frammentazione delle interpretazioni”.
“La relazione interna dell'esegesi con la fede non è più unanime e le tensioni tra esegeti, pastori e teologi aumentano”.
“Sicuramente l'esegesi storico-critica si contempla sempre di più con altri metodi, alcuni dei quali si riconciliano con la tradizione e la storia dell'esegesi. In via generale, tuttavia, dopo molti decenni di concentrazione nelle mediazioni umane della Scrittura non bisognerebbe ritrovare la profondità divina del testo ispirato senza perdere le valide acquisizioni delle nuove metodologie?”, ha chiesto.
La proposta del Cardinale è stata quella di non vedere l'interpretazione della Bibbia come qualcosa di meramente accademico, perché la Parola di Dio penetra in tutte le dimensioni della persona.
Allo stesso tempo, secondo quanto ha spiegato egli stesso ai giornalisti nella Sala Stampa del Vaticano dopo aver esposto la sua proposta, è necessario creare una relazione tra esegeti e teologi con i Vescovi che superi le tensioni per arrivare alla comunione, rispettando chiaramente le attribuzioni proprie di ciascuno.
Un esempio di questa comunione, che rispetta i vari ambiti ma non perde di vista la base della Parola, l'Amore, è nell'impulso che sta dando l'Opera di Maria, ovvero il Movimento dei Focolari, fondato dalla defunta Chiara Lubich.
“Sarebbe opportuno che il Sinodo si interrogasse sulla pertinenza di un'eventuale Enciclica sull'interpretazione della Scrittura nella Chiesa”, ha affermato il Cardinale Ouellet.
Dopo essere uscito dall'aula, ha spiegato ai giornalisti che già esiste un documento della Commissione Biblica Internazionale sull'interpretazione delle Scritture, ma ovviamente un documento papale avrebbe un'autorità e un impatto molto maggiori.
In queste settimane di lavoro si vedrà se i Padri sinodali si uniranno a questa proposta del relatore generale.
Sondaggio mondiale sulla Parola in preparazione del Sinodo
Ha risposto oltre il 78% delle istituzioni ecclesiali
CITTA' DEL VATICANO, lunedì, 6 ottobre 2008 (ZENIT.org).- Il Sinodo dei Vescovi è stato preparato da un sondaggio mondiale sul rapporto delle comunità cattoliche con la Parola di Dio. Nessuna agenzia di sondaggi ha una presenza simile a livello planetario.
Il processo dello studio è stato illustrato questo lunedì mattina all'assemblea sinodale dal segretario generale del Sinodo dei Vescovi, l'Arcivescovo Nikola Eterović.
Lo studio è iniziato con la scelta del tema. Benedetto XVI ha scelto il 22 settembre 2006 tra tre temi possibili la proposta più sostenuta come argomento per questa assemblea degli episcopati del mondo. La formulazione è risultata “La Parola di Dio nella vita e nella missione della Chiesa”.
In seguito, l'XI Consiglio Ordinario della Segreteria Generale del Sinodo dei Vescovi – eletto nella precedente assemblea sinodale, dal 2 al 23 ottobre 2005, sull'Eucaristia – si è riunito in due occasioni per redigere i “Lineamenta” (le linee di orientamento).
Questo documento, pubblicato il 27 aprile 2007 e tradotto in dieci lingue – tra cui l'arabo e il cinese –, che esponeva gli argomenti possibili per il Sinodo, si concludeva con un questionario di 21 domande, che sono servite da base per lo studio.
Una domanda, ad esempio, recitava: “Tra i fedeli (parrocchie, comunità religiose, movimenti) che idea c'è della Rivelazione, della Parola di Dio, della Bibbia, della Tradizione, del Magistero? Si percepiscono i diversi livelli di senso della Parola di Dio? Gesù Cristo è compreso come nucleo centrale della Parola di Dio? Qual è il rapporto tra la Parola di Dio e la Bibbia? Quali sono gli aspetti meno compresi? Per quali ragioni?”.
Il documento chiedeva alle Conferenze Episcopali del mondo, ai Sinodi delle Chiese orientali, alla Curia romana e all'unione dei superiori generali delle congregazioni e degli ordini religiosi di rispondere a queste domande prima del novembre 2007.
Secondo quanto ha reso noto all'assemblea questo lunedì monsignor Eterović, ha risposto il 78,3% di tutte queste istituzioni.
Riguardo alle Conferenze Episcopali, questa è stata la percentuale delle risposte:
- Africa: 72% (su 36 Conferenze Episcopali hanno risposto in 25).
- America: 83,3% (su 24 Conferenze Episcopali hanno risposto in 20)
- Asia: 94,1% (su 17 hanno risposto in 16).
- Europa: 93,7% (su 32 hanno risposto in 30).
- Oceania: 50% (su 4 hanno risposto in 2).
Le risposte della Curia romana sono state il 68% (su 25 dicasteri vaticani hanno risposto in 17).
Oltre a queste risposte, ha indicato monsignor Eterović, la Segreteria del Sinodo ha tenuto conto di altre risposte provenienti da religiosi e altre persone, così come di congressi che si sono celebrati nel mondo e di articoli riportati da varie riviste.
Con queste risposte, l'XI Consiglio Ordinario del Sinodo ha redatto l'“Instrumentum laboris” (Documento di lavoro), pubblicato in 8 lingue il 12 giugno 2008, sul quale i Padri sinodali si basano per i loro interventi.
Ultima modifica di Redazione il 09 Ott 2008 05:32, modificato 2 volte in totale
ViviCentro (art. 19 e 21)
La libertà di stampa è una benedizione quando siamo inclini a scrivere contro gli altri, e una calamità quando ci troviamo ad essere sopraffatti dalla moltitudine dei nostri assalitori. (Samuel Johnson).
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 Re: Il mondo visto da Roma - 06 ottobre 2008
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Notizie dal mondo
Internet e tv digitale: i Vescovi europei e l'evangelizzazione
Padre Duarte da Cunha, eletto nuovo segretario del CCE
SAN GALLO, lunedì, 6 ottobre 2008 (ZENIT.org).- Il 1° ottobre, i Presidenti degli episcopati europei hanno eletto il sacerdote portoghese Duarte Nuno Queiroz de Barros da Cunha nuovo Segretario Generale del Consiglio delle Conferenze Episcopali d'Europa (CCEE) per un mandato quinquennale.
Padre da Cunha succede a monsignor Aldo Giordano, nominato il 7 giugno scorso da Benedetto XVI Inviato Speciale-Osservatore Permanente della Santa Sede presso il Consiglio d’Europa di Strasburgo dopo 13 anni di servizio al CCEE.
L'elezione di padre da Cunha si è svolta nel contesto dell'Assemblea plenaria dei Presidenti delle Conferenze Episcopali d’Europa, svoltasi dal 30 settembre al 3 ottobre a Esztergom (Ungheria).
In questa occasione, i Presidenti degli episcopati, informati delle violenze nei confronti dei cristiani che hanno avuto luogo in Orissa (India), hanno manifestato la loro preoccupazione, esprimendo la propria solidarietà ai cristiani del Paese e ai loro pastori e chiedendo ai Governi e alle istituzioni d’Europa di intervenire per far cessare la violenza.
Allo stesso modo, ricorda un comunicato stampa del CCEE ricevuto da ZENIT, si sono soffermati anche sulla situazione dei cristiani e delle altre minoranze religiose dell’Iraq, chiedendo ai responsabili dei Paesi europei di accogliere quanti fuggono dalla patria per le difficoltà di vivere liberamente la loro fede.
Tra le questioni affrontate nella plenaria figura anche il rapporto tra Chiesa e media. Se non mancano le iniziative delle Conferenze episcopali e gli strumenti (TV, radio, quotidiani, agenzie stampa e siti internet) a loro disposizione, confessa il comunicato, “non sono rari i casi in cui nei media la Chiesa è soggetta a calunnie e/o diffamazioni”.
I motivi variano da Paese a Paese e sono molto vari, ma tra questi si possono ricordare “i regimi totalitaristi del XX secolo e una particolare concezione fuorviante della secolarizzazione che vorrebbe relegare la Chiesa e la religione alla sfera privata dell’individuo e non accetta l’intervento della Chiesa nel dibattito pubblico”, uniti “all’ignoranza di alcuni giornalisti nell’affrontare temi legati alla vita della Chiesa”.
“E' nel rafforzamento della rete delle Conferenze episcopali, nella condivisione delle loro risorse, e nella formazione di laici, maturi nella fede, che i Vescovi europei hanno deciso di affrontare con rinnovato interesse il legame tra Chiesa e Media”, spiega il testo, sottolineando la necessità di “un impegno maggiore verso i new media, ed in particolare verso Internet e la tv digitale”.
Compito della Chiesa, infatti, è “trovare vie sempre nuove per l’evangelizzazione”. Per questo motivo, “un’apposita commissione di esperti, provenienti da ogni parte dell’Europa, sarà istituita col fine di verificare le modalità per un migliore collegamento tra le Conferenze Episcopali e una messa in comune delle risorse a disposizione”.
Nella plenaria è stato affrontato anche il rapporto di collaborazione tra Vescovi europei e africani, osservando che “la coscienza della necessità di Dio e la gioia nel celebrare la fede dei cristiani in Africa dovrebbe ispirare anche il vecchio continente”.
“Oltre a segni di solidarietà economica, la tecnologia e la conoscenza scientifica europea, è necessario che giungano nel continente africano, aiuti nella formazione dei futuri sacerdoti e operatori pastorali”, dichiara il comunicato.
Nelle discussioni ci si è anche concentrati sui frutti della V Conferenza dell'Episcopato Latinoamericano e del Caribe (Aparecida, Brasile, 2007). Il Consiglio Episcopale Latinoamericano (CELAM) considera infatti la collaborazione con i Vescovi europei “di primaria importanza, dato che, in molti casi, affrontano le stesse sfide nelle quali la solidarietà tra le diverse Chiese può essere particolarmente importante”.
Particolare preoccupazione hanno inoltre suscitato questioni fondamentali come la pace – visto che è la prima volta in cui due Stati membri del CCEE, ovvero Russia e Georgia, sono in guerra tra loro –, la ricerca sulle cellule staminali embrionali – nei cui confronti i Presidenti degli episcopati hanno ribadito il proprio “no” perché “presuppone l’uccisione di embrioni umani” – e l'eutanasia.
Si è infine parlato di ecumenismo, ricordando che dall'11 al 14 dicembre prossimi si svolgerà a Trento il primo forum cattolico-ortodosso sul tema della famiglia, e di dialogo con l'islam, di pastorale dei migranti, dell’insegnamento della religione cattolica nelle scuole in Europa e della pastorale vocazionale.
Al Consiglio delle Conferenze Episcopali d’Europa (CCEE) appartengono quali membri le attuali 33 Conferenze episcopali presenti in Europa, rappresentate di diritto dal loro Presidente, gli Arcivescovi del Lussemburgo e del Principato di Monaco e il Vescovo di Chişinău (Moldavia).
L’Assemblea plenaria CCEE del 2009 si realizzerà a Parigi (Francia) dal 1° al 4 ottobre 2009.
Anno Paolino
Il cristianesimo mette radici nelle culture
ROMA, lunedì, 6 ottobre 2008 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito l'articolo a cura di don Piergiorgio Gianazza, missionario salesiano in Terra Santa, apparso sul numero di ottobre della rivista “Paulus”.
* * *
«Guai a me se non evangelizzassi» (1Cor 9,16): questo è l’anelito supremo di Paolo. Per il vangelo egli mette in gioco la sua vita. Convertito, dona alla sua vita un solo scopo: amare Gesù e farlo amare. Libero da tutti, si fa schiavo di tutti, perché è stato «conquistato da Cristo» (Fil 3,12). Eccolo allora spogliarsi di tutto per rivestirsi di Cristo. Sa adattarsi ai gruppi, ai popoli, alle loro tradizioni. A cominciare dal nome stesso! Se il suo nome ebreo era Sha’ùl/Saul, datogli dal padre appartenente alla tribù di Beniamino, cui apparteneva appunto il re Saul, il suo nome acquisito, con il quale volutamente sempre si presenta e si firma, sarà Pàulos, versione grecizzata del latino Paulus. In occasione dell’incontro missionario con il governatore romano di Cipro, Sergio Paolo, passa dal nome Sàulos a quello di Paulos (cfr. At 13,9). Dobbiamo leggere, in questo cambiamento, non un semplice adattamento convenzionale, ma una scelta convinta, un ampliamento di prospettiva in ordine al vangelo, da predicarsi in tutto il mondo. È la manifestazione esteriore d’una doppia appartenenza culturale, quasi un ponte gettato tra aree linguistiche.
Quanto all’adattamento linguistico, di cui abbiamo già detto [cfr. Paulus 3/pp. 23], Paolo sapeva maneggiare arti oratorie come la discussione, la diatriba, la retorica. Ripeteva a memoria frammenti di poesie, proverbi e detti popolari. Egli cita, ad esempio, il comico greco Menandro (cfr. 1Cor 15,33), il poeta cretese Epimenide (cfr. Tit 1,12 e At 17,18) e il conterraneo di Cilicia, Arato di Soli (cfr. At 17,28). Familiarizzatosi con la lingua greca della Settanta – la traduzione delle Scritture ebraiche –, ma anche con il linguaggio dei pagani dell’Asia Minore, Paolo sa attingere all’una e all’altra fonte la terminologia per la teologia cristiana, in modo da essere meglio capito. Termini greci come: amartolòs e amartìa (“peccatore”, “peccato”), sperma (“discendenza”), krites (“giudice”), kleronomìa (“eredità”), paroikìa (“dimora”, “passaggio”), ekklesìa (“assemblea”, “convocazione”), synérgheia (“sinergia”, “collaborazione”), koinonìa (“partecipazione”), e altri termini del linguaggio sociale, religioso, giudiziario e commerciale, sono presenti in vari discorsi di Paolo e più ancora nelle sue lettere (cfr. At 13,17-41).
In particolare egli sente il fascino dell’ideale della libertà, ben presente nel mondo greco, e ciò lo spinge, unico autore degli scritti neotestamentari, ad elaborare una teologia cristiana della libertà e della liberazione. La eleutherìa (“libertà”) era centrale nella tradizione politica delle città greche, tendenti alla democrazia, alla libertà politica, di pensiero e di espressione. In Paolo emerge non solo la libertà del parlare, dello scrivere e del pensare (la parresìa: cfr. 1Ts 2,2; 2Cor 3,12; Fil 1,20), ma soprattutto la libertà esistenziale, certo illuminata e mossa dallo Spirito. Egli si sente «libero da tutti, fatto servo di tutti» (1Cor 9,19). Questo perché «Cristo ci ha liberati perché potessimo vivere nella libertà» (Gal 5,1). Una libertà però che «non divenga un pretesto per vivere secondo la carne, ma [che] mediante la carità sia a servizio gli uni degli altri» (5,14). In questo quadro di morale personalistica è da inserirsi anche il frequente richiamo alla “coscienza” (synèidesis: cfr. At 23,1; Rm 2,15; 1Tm 1,5) come riferimento all’agire morale, molto comune nel mondo ellenistico (cfr. 1Cor 8,7; 10,25).
Inoltre Paolo usa categorie mentali appartenenti alla visione del mondo greca-latina. Così impiega le distinzioni tra cittadino e straniero, magistrato e privato, libero e schiavo, città di nascita e città di adozione: tutte parole dell’amministrazione civile greco-romana. Persino nella geografia fa propria la concezione romana del mondo: ha una visione geografica dell’Asia Minore e dei Balcani, basata sull’organizzazione amministrativa dell’Impero romano. Prende infatti in considerazione, non le regioni o gli stati, e tanto meno le città, ma soltanto le divisioni in Province (Siria, Cilicia, Galazia, Asia, Macedonia, Acaia). I suoi stessi itinerari di viaggio sono programmati e compiuti lungo le strade romane e le capitali amministrative dell’Impero. Qui egli studia le caratteristiche che rendono rinomato quel luogo, oltre alle scene di vita o ai monumenti più tipici.
Volentieri ne fa uso per la sua catechesi, ritenendo che rimarrà ancor più impressa nel cuore dei suoi ascoltatori. La città di Corinto, per esempio, era famosa a quel tempo per i suoi giochi che attiravano non solo atleti, ma spettatori da ogni. L’immagine delle gare e dell’atleta vittorioso è ben sfruttata da Paolo nel suo parlare ai Corinti (cfr. 1Cor 9,24-27). Sempre a Corinto, era famoso il santuario della salute in onore del dio della medicina, Asclepio. Non solo Paolo rinfrescò laggiù le sue nozioni mediche, già apprese nella sua formazione a Gerusalemme, ma le sviluppò lungo la sua predicazione sul tema del corpo umano, simbolo di ogni collaborazione organica e vitale (cfr. 1Cor 9,12-27).
La metafora del corpo umano era già usata nel mondo ellenistico in versione politica e in prospettiva cosmica. Da un lato essa mostrava bene l’unità dello Stato o della città (pòlis) integrante i singoli cittadini e le parti sociali; dall’altro sottolineava l’unità del genere umano e persino dell’universo (kòsmos). Paolo sfrutta questa ottima immagine per presentare il corpo di Cristo, che è la Chiesa, ove tutti formano un unico corpo e ove ognuno riceve e svolge il suo proprio ministero o carisma. Gli ascoltatori, oltre che al proprio corpo, potevano richiamare alla memoria gli ex-voto plasmati sulle forme delle varie membra appesi alle pareti del santuario come testimonianza della grazia ricevuta.
Trovandosi ad Atene, egli si lasciò certamente prendere dall’interesse artistico e culturale, se lui stesso, parlando ai cittadini, si descrive come uno che «passa ed osserva i monumenti del vostro culto» (At 17,23) e fra questi dice di «aver trovato anche un’ara con l’iscrizione: Al Dio ignoto» (ivi). È vero che era stato «preso dal fremito nel vedere la città piena di idoli», ma, nel suo desiderio di dialogo e di avvicinamento, non sottolinea questa divergenza (pluralità di dèi), ma parte da ciò che unisce: la pietà, il culto, il timore degli dèi. Paolo si lancia per annunciare la buona notizia.
Nei giorni precedenti aveva preso a discutere non solo nella sinagoga con i giudei e i pagani credenti in Dio, ma anche nella piazza principale, con filosofi epicurei e stoici (cfr. 17,17-18). Il che induce a pensare che avesse le cognizioni adatte per discutere con loro, benché qualcuno l’aveva tacciato di essere un ciarlatano! Il giorno stabilito volle dare prova della sua sophía o sapienza al modo dei predicatori pagani, anzi dei retori e più ancora dei filosofi.
Tutti ci attenderemmo un successo da quel gioiello di discorso che fa leva non solo sulle argomentazioni razionali, ma tocca le corde dell’inquietudine umana, desiderosa di un dio che si faccia vicino. Eppure conosciamo l’esito: chi lo derise come stravagante per la sua predicazione della risurrezione dai morti e chi più educatamente espresse il proprio disappunto. In una parola, lo scacco di Paolo fu totale. Un vero fallimento su scala professionale, perché egli non aveva saputo convincere un pubblico esigente e difficile.
Da allora egli rifiuterà di appoggiarsi agli argomenti della sophía/sapienza greca. Andando, più tardi, a evangelizzare i Corinti, dichiarerà loro che «la mia parola e il mio messaggio non si basano su discorsi persuasivi di sapienza» (1Cor 2,4). Una sconfitta della cultura, dunque? Un rifiuto della discussione e del dialogo? No, soltanto la maturazione della convinzione che i soli discorsi intellettuali, per quanto persuasivi, condurrebbero al massimo a un’adesione umana. Mentre invece solo la rivalazione divina conduce all’adesione di fede, ed essa è basata «sulla manifestazione dello Spirito e della sua potenza, perché la vostra fede non sia fondata sulla sapienza umana, ma sulla potenza di Dio» (1Cor 2,4-5). Non rifiuto, dunque, ma uso appropriato della cultura al servizio del vangelo e del primato dello Spirito.
A Efeso, altra città cosmopolita dell’Asia Minore sulle rive dell’Egeo, Paolo affina lo strumento epistolario giungendo a una dimensione letteraria. Le sue lettere, anche se testimonianze di corrispondenze personali (cfr. il “biglietto” a Filemone) o scritti di circostanza (cfr. le due lettere ai Tessalonicesi e ai Corinti), assurgono sempre a veri trattati dottrinali, sintesi del suo pensiero e della sua teologia. Ma anche nel suo intento centrale di comunicare il vangelo in tale forma, Paolo non tralascia di compiere un grande sforzo di stile e di composizione, nella sollecitudine di far arrivare l’annuncio a lettori di culture diverse.
Analizzando le lettere e confrontandole con l’epistolografia greco-romana del tempo, gli studiosi notano, dal punto di vista formale, una struttura comune e una più complessa derivata dalla retorica classica. Esse infatti sono costituite da indirizzo, introduzione, corpo epistolare, per terminare con saluti e auguri conclusivi. Inoltre vengono impiegati stereotipi quali ringraziamenti, richieste, raccomandazioni, notificazioni, ricordi, progetti, ammonizioni. Paolo adotta uno stile letterario, ma allo stesso tempo lo arricchisce con formule cristologiche.
Quanto alle regole della retorica classica, Paolo si mostra abile nel proporre argomentazioni, strutturate secondo tesi, confutazioni, perorazioni. Sa fare largo uso di vari tipi dimostrativi: si serve della mozione degli affetti (cfr. Gal 4,13-16), ricorre alle narrazioni autobiografiche al fine di ottenere o confermarsi la fiducia delle sue comunità (cfr. 1Ts 2,1-10) e dimostra di saper argomentare (cfr. 1Cor 15). Ma egli sfrutta questo quadro culturale tutto e solo in funzione del servizio del vangelo. A proprio appoggio non porta la sua parola, ma quella di Dio, manifestata nelle Scritture (cfr. Rm 1,1-2), attualizzata e compiuta da Gesù Cristo, il Figlio di Dio, e a lui stesso comunicata per rivelazione (cfr. Gal 1,16; 1Cor 12,1.7). Riassumendo, egli sa disporre la forma a servizio del contenuto che è «la sublime conoscenza di Cristo» (cfr. Fil 3,8), «nel quale sono nascosti tutti i tesori della sapienza e della scienza» (Col 2,3).
Nei suoi anni di apostolato, Paolo, solerte lavoratore (cfr. At 18,3; 1Cor 4,12), ma anche perenne studioso che non sa staccarsi dai suoi libri e dalle sue pergamene (cfr. 2Tm 4,13), ha modo di approfondire la sua cultura greca. Adotta il concetto filosofico di «pienezza» (plèroma) per descrivere la Divinità (cfr. Col 1,19; 2,9). Il crescente utilizzo del vocabolario mistico e della stessa parola mystérion (“mistero”) rivela che Paolo non è insensibile all’atmosfera religiosa dell’ambiente circostante, specialmente a Efeso, all’ombra del tempio della dea Artemide. Egli infatti parla di palingenesìa (“rigenerazione”, “rinascita”: Tt 3,5) e anche di «passare la soglia» (in greco embatéuein: Col 2,18) per indicare l’accesso al luogo d’iniziazione. A Efeso ebbe probabilmente contatti anche con l’essenismo, da cui ha potuto assumere immagini di contrapposizione, quali luce-tenebre, Cristo-Beliar (Satana), Dio-idoli (cfr. 2Cor 6,14-16).
Tutto questo adattamento è fatto in vista della proclamazione del vangelo. Ciò non significa che Paolo baratti o tanto meno rinunci a presentare la dottrina rivelata nella sua nella sua novità dirompente ed esigente. Il vangelo è irrinunciabile. L’apostolo intende consegnare la tradizione come egli l’ha ricevuta, particolarmente nei suoi nuclei essenziali e centrali, quali la risurrezione del Signore e la sua Cena (cfr. 1Cor 15,1-3 e 11,23-25). Di fronte alle fortissime resistenze e difficoltà incontrate in campo giudaico e pagano per l’annuncio della risurrezione di Cristo, Paolo non recede e non addomestica il suo messaggio. E similmente per il mistero dell’eucaristia, «corpo e sangue del Signore» (1Cor 11,27). Il messaggio di cui è fedelissimo portatore e testimone non è a disposizione del gusto degli uditori né adattabile alle loro aspettative, ma è divina rivelazione da comunicare integralmente.
Per questo annuncia cose assolutamente inaudite, contrarie al senso comune e inaccettabili per alcune concezioni religiose, compresa quella in cui lui stesso era stato educato. Ai giudei presenta lo scandalo di un Messia crocifisso. Ai greci la stoltezza di un Dio debole. Ai cristiani di Corinto, città di pessima reputazione in fatto di costumi, parla nientemeno che di verginità come possibile scelta di vita (1Cor 7). A tutti non esita a presentare la morte come un guadagno (cfr. Fil 1,21.23). Ai pagani annuncia non che un uomo è diventato dio, ma che Dio è diventato uomo (cfr. Gal 4,4). A tutti proclama che Dio è unico, ma anche che Egli ha inviato il suo Figlio e che con lui ci da dato il suo Spirito (cfr. Rm 5,5).
Attento a tutte le culture incontrate, Paolo non si lega ad alcuna di esse, per vivere la libertà del vangelo. Anzi, di fronte alle pretese di sapienza dei greci e di giustizia dei giudei, di fronte alla repressione della voce della coscienza nei pagani e alle loro deviazioni morali (cfr. 1Cor 1,18-25; Rm 1,23-30), egli non teme di smascherare i fallimenti di una cultura avulsa dal Dio di Gesù. Sfidato da rigurgiti provenienti da culture paganeggianti anteriori alla conversione (cfr. 1Cor 1-2) e persino da inutili applicazioni di pesi giudaici alla libertà di Cristo, Paolo si scaglia contro coloro che «snaturano il vangelo» (Gal 1,7) o rinunciano allo scandalo della croce.
Italia
E' stato beatificato don Bonifacio, il martire delle foibe
Un “esempio di carità senza fine”, afferma monsignor Amato
TRIESTE, lunedì, 6 ottobre 2008 (ZENIT.org).- E' stato beatificato questo sabato nella cattedrale di San Giusto a Trieste il sacerdote istriano don Francesco Giovanni Bonifacio, ucciso in odio alla fede dai miliziani di Tito nel 1946. Aveva 34 anni e venne gettato in una foiba, ma perdonò i suoi assassini.
Ha presieduto la celebrazione l'Arcivescovo Angelo Amato, prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi, che ha definito il presbitero “martire, ministro della grazia divina ed esempio di carità senza fine”, come ricorda “L'Osservatore Romano”.
Seguendo l'esempio di Cristo, il nuovo beato si è immolato “in sacrificio di puro amore, un amore che è più forte della morte e che dà la vita per i propri amici”, ha aggiunto.
“Seminatore instancabile di luce e di speranza in un momento di grave sofferenza e di morte”, don Bonifacio subì un “eroico martirio” “per amore di Cristo e del suo Vangelo”.
“Ogni epoca è tempo di martiri”, ha riconosciuto monsignor Amato, sottolineando che anche attualmente la Chiesa “subisce persecuzione” e che è in atto “una vera e propria geografia del terrore”.
In vari Paesi, ha denunciato, la libertà religiosa è “inesistente o molto limitata”, e se nel mondo “si fanno campagne per la protezione di animali in via di estinzione”, “nessuna campagna è stata fatta per la difesa della libertà religiosa dei cristiani”.
Il motivo di questa avversione, osserva, è che “le tenebre hanno paura della luce, la menzogna ha paura della verità”.
Il Vangelo, ha proseguito il presule, “non viene solo perseguitato violentemente altrove. Anche nella nostra società c'è spesso una persecuzione anticristiana sotterranea, fatta di derisione, di stravolgimenti di fatti e di parole, di offese, di promulgazioni di leggi inique”.
“Si irride al Vangelo, alla legge del Signore, creatore e padre delle nostre vite. I mezzi di comunicazione sociale ci opprimono con idee fatue, superficiali e spesso apertamente anticristiane”.
Di fronte a questa situazione, i cristiani devono imitare l'esempio del nuovo beato ed “essere forti e perseveranti nella sequela di Gesù”, veri “testimoni fedeli di Cristo”.
In particolare, ha concluso monsignor Amato, la società attuale “richiede dai sacerdoti e da tutti i fedeli il coraggio di vivere e di proclamare il Vangelo nella sua integralità”.
Il fratello del nuovo beato, Giovanni Bonifacio, ha riferito in un'intervista alla “Radio Vaticana” che il presbitero “era un sacerdote che viveva il Vangelo con la gente”, “sempre in movimento: tra i malati, ad insegnare catechismo, sempre in giro per i villaggi”.
“Quando lo hanno portato via la gente lo ha saputo subito, perché hanno suonato le campane”, ha ricordato. “Purtroppo, non lo hanno mai rilasciato. Qualcosa poi l'ho saputo, anche come l'hanno ucciso. Ma senza mai provare nessun odio verso coloro che hanno fatto del male a mio fratello…. Ancora adesso li perdoniamo!”.
“Mio fratello – ha aggiunto – è stato il primo a perdonare, proprio quando lo uccidevano. Lui era già pronto al martirio”.
La riscoperta della vita eremitica e la famiglia francescana
Giornata di studio per i 25 anni di presenza del Romitorio delle Stimmate
ROMA, lunedì, 6 ottobre 2008 (ZENIT.org).- La Verna nella storia dell’Ordine minoritico è stato un continuo richiamo alla vita contemplativa e presto accanto alla cappella della stimmatizzazione di san Francesco sorse il Romitorio delle Stimmate.
“La storia di tale istituzione – ha detto a ZENIT padre Pietro Messa, OFM, Preside della Scuola Superiore di Studi Medievali e Francescani della Pontificia Università Antonianum – , proprio per la sua vicinanza al santuario, ha risentito del suo influsso, così come anche di quello della Provincia Toscana dei Frati Minori di cui fa parte e della Chiesa intera.
“Quindi non meraviglia che negli anni immediatamente successivi al Vaticano II anche il Romitorio delle Stimmate attraversò momenti di crisi e discussioni circa il proprio futuro, venendo meno la realtà fino allora vigente”, ha aggiunto.
Dopo diversi tentativi di “attualizzazione”, però, nel 1983 si diede inizio nuovamente alla vita del Romitorio delle Stimmate”.
In occasione dei venticinque anni di presenza, il 27 settembre 2008, in collaborazione con l’Istituto Francescano di Spiritualità della Pontifica Università Antonianum, si è svolta presso il santuario La Verna una giornata di studio dedicata a “La riscoperta della vita eremitica e la famiglia francescana”.
Introducendo i lavori, padre Paolo Fantaccini, Ministro provinciale OFM della Toscana, ha collocato tale incontro nella prospettiva dell’VIII Centenario della fondazione dell’Ordine dei frati Minori (1209-2009).
Padre Paolo Martinelli, Preside dell’Istituto Francescano di Spiritualità, ha messo invece in evidenza l’importanza antropologica di coniugare individualità e vita comunitaria.
Infatti, ha spiegato, nella vocazione ciascuno è chiamato per nome e non come massa indeterminata; tuttavia, non si tratta di un individualismo perché la chiamata implica sempre un riferimento alla comunità. Ciò vale anche per la vita eremitica, la quale non può pensare la relazione con Dio senza l’incontro con Cristo nel suo corpo ecclesiale.
“Proprio perché non si tratta di un narcisismo spirituale – ha affermato padre Martinelli –, la vita eremitica trova il suo orizzonte più autentico nella spiritualità di comunione, la cui radice sta nel mistero eucaristico; ciò significa che ogni contrapposizione tra anacoretismo e vita comunitaria è ridimensionato”.
Inoltre, il relatore ha affermato che l’autenticità della vita eremitica è data non solo dalla comunione con la Chiesa, ma anche dal suo rapporto con il mondo. Infatti, l’eremo è sì separazione dal mondo, ma segnata da una dimensione escatologica, per cui “l’eremita stesso con la sua esistenza indica non l’irrilevanza del mondo, ma il suo destino”.
Senza tale prospettiva – in cui si cerca non l’ “al di là”, ma il “Definitivo”, come ha ricordato recentemente Benedetto XVI – la vita ascetica diventa una alienazione dal mondo che conferma ultimamente la sua mondanità, ossia una visione secolarizzata dell’esistenza, aliena da Dio.
L’ “escatologico” in senso proprio, ha continuato, è dunque Gesù Cristo stesso, crocifisso e risorto in cui trova compimento l’umano desiderare. La vita eremitica diviene così testimonianza del compimento ultimo della storia.
Vittorina Marini della Pontificia Università Lateranense ha invece messo in rilievo che “il Concilio ha permesso una rinnovata presa di coscienza della vita eremitica in generale e conseguentemente ha aperto un processo di rinnovamento per questa forma di vita solitaria, che riconduce la Chiesa stessa alle origini della vita religiosa e all’essenziale della vita cristiana come contemplazione del mistero divino”.
“Dal Concilio Vaticano II – ha detto –, nasce l’incoraggiamento della Chiesa per la vita eremitica sia degli Ordini religiosi che dei singoli, si approfondisce il suo valore apostolico e testimoniale e si apre la possibilità di un suo concreto inserimento nel cuore della vita ecclesiale”.
“Tuttavia, l’ecclesialità della vita eremitica, non viene determinata dalla natura di un impegno canonico formale – ha precisato –, ma prima di tutto dal suo riconoscimento teologico, poiché si colloca nel mistero di Dio e della Chiesa, nel mistero di Cristo e del suo corpo mistico, sotto l’influsso dello Spirito Santo che la ispira e la dirige”.
Dopo aver passato in rassegna i diversi pronunciamenti del magistero – soprattutto la lettera Optimam partem di Paolo VI indirizzata nel 1978 ad André Poisson, ministro generale dell’Ordine dei Certosini – Vittorina Marini ha quindi evidenziato che tali testi sollecitano l’inserimento della vita eremitica nell’ambito ecclesiale e anche apostolico; in questo modo l’eremita risulta essere un contemplativus in actione.
Nella seconda parte dei lavori, Cristiana Mondonico, Badessa del Monastero delle clarisse di Gubbio, dopo aver presentato le profonde tensioni presenti nell’ordine minoritico a metà del Duecento proprio in merito alla presenza dei frati negli eremi, ha evidenziato che invece in Santa Chiara d’Assisi c’è stata una sintesi tra vita comunitaria e contemplazione.
Infatti la comunità di San Damiano risultava essere un “eremo fraterno” e questo perché la regola era la stessa forma di vita di Cristo. In questo modo ciò che per i frati risultava essere la nostalgia dell’eremo per Chiara e le sorelle era una vita.
Essendo la vita eremitica relazione con Dio e con i fratelli, essa rimanda al cuore del cristianesimo: infatti non è fuori, ma dentro le relazioni fraterne. La povertà allora è un silenzio del cuore, spoglio di ogni cosa, svuotato per accogliere l’altro, proprio come mostra il racconto Della vera letizia in cui san Francesco pone la vera gioia non nei successi – anche dell’apostolato – ma nella misericordia vissuta verso i fratelli.
Al termine della giornata monsignor Gianfranco Agostino Gardin, Segretario della Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica, riprendendo quanto emerso nelle relazioni ha posto l’accento sulla vita eremitica come luogo in cui si evidenzia la chiamata non a fuggire il mondo, dichiarandolo inconsistente, ma la mondanità.
A riguardo della riscoperta della vita eremitica in un ordine religioso il timore da lui espresso è che sorga una conflittualità tra coloro che si dedicano ad una vita prettamente contemplativa e chi è coinvolto nell’apostolato. Ciò può essere evitato – ha indicato – mediante la valorizzazione della ricchezza della complementarietà e una sorta di “santa invidia” per ciò che l’altro vive.
Proprio questa complementarietà fraterna, secondo monsignor Gardin, risulta essere la ricchezza della vita francescana.
[Le relazioni alla giornata di studio verranno pubblicate nel 2009 nella rivista “Studi francescani” di Firenze]
VII Festival internazionale di Musica e Arte Sacra
In programma a Roma dal 12 ottobre al 30 novembre 2008
ROMA, lunedì, 6 ottobre 2008 (ZENIT.org).- Dal 12 ottobre al 30 novembre prossimo, si terrà nelle splendide cornici di alcune chiese e delle Basiliche papali di Roma, il VII Festival Internazionale di Musica e Arte Sacra.
L'edizione di quest'anno si presenta ricca di ben tredici appuntamenti con proposte che spaziano nei secoli e toccano i diversi generi, dall'antico al romantico, dal classico al contemporaneo.
La manifestazione, che si inserisce tra le iniziative dell'Anno Paolino, è finalizzata a sensibilizzare il pubblico verso le attività istituzionali della Fondazione pro Musica e Arte Sacra, il cui scopo, sin dalla sua costituzione nel 2002, è stato quello di destinare le proprie risorse finanziare all'attività di tutela, conservazione, promozione e valorizzazione dei beni culturali sacri italiani.
Nell'illustrare il Festival, Hans Albert Courtial, Presidente Generale della Fondazione pro Musica e Arte Sacra, ha detto che nell'edizione di quest'anno “trovano idealmente posto l'arte della musica e l'arte della vita”.
“Presentando opere di Johann Sebastian Bach, Johannes Brahms, Anton Bruckner, Joseph Haydn e Wolfgang Amadeus Mozart, il Festival ci fa incontrare i più grandi compositori dell'area linguistica tedesca, musicisti che avevano come fine ultimo la glorificazione di Dio”, ha aggiunto.
L'inaugurazione e chiusura del Festival si terrà nel segno di Bach: il 12 ottobre, nella Basilica di San Giovanni in Laterano con l'Arte della Fuga BWV 1080 e il 30 novembre, nella Basilica di Sant'Ignazio di Loyola, con l'Offerta Musicale, entrambe nella nuova edizione critica e strumentazione di Hans-Eberhard Dentler, eseguite rispettivamente dall'Ensemble Arte della Fuga e dai Solisti del Thema Regium, due complessi strumentali formati principalmente dalle prime parti dell'Orchestra dell'Accademia Nazionale di Santa Cecilia.
Anche per questo appuntamento, grandi orchestre e grandi direttori: i Wiener Philharmoniker, diretti da Christoph Eschenbach, eseguiranno il 13 ottobre, nella Basilica di San Paolo fuori le Mura, la Sesta Sinfonia di Bruckner, una partitura densa di misticismo, alla presenza di Benedetto XVI e dei partecipanti al Sinodo dei Vescovi; mentre l'Orchestre de la Suisse Romande, diretta da Marek Janowki, sarà impegnata il 28 novembre, nella Basilica di Santa Maria Maggiore, nel Deutsches Requiem di Brahms, un'opera in cui si riflette l'austero e complesso mondo protestante.
Per la musica barocca, la Harmoniemesse di Haydn – l'ultima messa scritta dal compositore a più di settant'anni – sarà incorniciata da rarità mozartiane eseguite nella Basilica di San Pietro, il 26 novembre, dalla Youth Orchestra of the Americas and New England Conservatory, l'orchestra diretta da Helmuth Rilling; la novità contemporanea verrà invece eseguita il 22 novembre e sarà la prima esecuzione europea di Requiem for my Mother dello statunitense Stephen Edwards, un giovane e prolifico autore di colonne sonore per cinema e televisione.
Dal 17 al 20 novembre, si svolgerà anche un piccolo Festival dell'organo con quattro concerti, organizzati dalla Fondazione pro Musica e Arte Sacra in collaborazione con il Festival europeo d'organo “In cammino verso Roma 2008”, diretto e ideato dall'organista e clavicembalista tedesco Johannes Skudlik.
La singolare rassegna, iniziata nel giugno scorso in Baviera e che ha già fatto tappa in diverse città europee, si chiuderà con la prima esecuzione italiana di La révolte des orgues op. 69, che prevede ben nove organisti alla tastiera accompagnati da percussioni.
La Fondazione pro Musica e Arte Sacra porta avanti attività per la diffusione e la valorizzazione della musica sacra – come connubio tra creazione artistica ed esperienza spirituale estetica – ma anche della cultura in una dimensione più ampia e articolata, attraverso l'organizzazione di mostre, rassegne, concorsi, corsi di perfezionamento, l'attribuzione di premi e borse di studio, nonché la diffusione di opere editoriali e discografiche.
[L'ingresso ai concerti è libero e gratuito, fino al raggiungimento della massima capienza posti. Per partecipare ai concerti, è necessario avere un coupon d'ingresso. I coupon per i concerti del 12 e 13 ottobre possono essere ritirati (per un massimo di 2 a persona e fino ad esaurimento) nei giorni 10 e 11 ottobre dalle ore 16 alle 18 presso il Palazzo Cardinal Cesi in via della Conicliazione 51 a Roma. Per vedere il programma completo del Festival: http://www.festivalmusicaeartesacra..._uebersicht.php]
Documenti
Discorso del Papa in apertura del Sinodo sulla Parola
CITTA' DEL VATICANO, lunedì, 6 ottobre 2008 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito il testo della meditazione che Benedetto XVI ha tenuto questo lunedì mattina nell’Aula del Sinodo in apertura dei lavori della XII Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi, dopo la lectio brevis dell’Ora Terza.
* * *
Cari Fratelli nell'Episcopato,
cari fratelli e sorelle,
all'inizio del nostro Sinodo la Liturgia delle Ore ci propone un brano del grande Salmo 118 sulla Parola di Dio: un elogio di questa sua Parola, espressione della gioia di Israele di poterla conoscere e, in essa, di poter conoscere la sua volontà e il suo volto. Vorrei meditare con voi alcuni versetti di questo brano del Salmo.
Comincia così: «In aeternum, Domine, verbum tuum constitutum est in caelo... firmasti terram, et permanet». Si parla della solidità della Parola. Essa è solida, è la vera realtà sulla quale basare la propria vita. Ricordiamoci della parola di Gesù che continua questa parola del Salmo: «Cieli e terra passeranno, la mia parola non passerà mai». Umanamente parlando, la parola, la nostra parola umana, è quasi un niente nella realtà, un alito. Appena pronunciata, scompare. Sembra essere niente. Ma già la parola umana ha un forza incredibile. Sono le parole che creano poi la storia, sono le parole che danno forma ai pensieri, i pensieri dai quali viene la parola. È la parola che forma la storia, la realtà.
Ancor più la Parola di Dio è il fondamento di tutto, è la vera realtà. E per essere realisti, dobbiamo proprio contare su questa realtà. Dobbiamo cambiare la nostra idea che la materia, le cose solide, da toccare, sarebbero la realtà più solida, più sicura. Alla fine del Sermone della Montagna il Signore ci parla delle due possibilità di costruire la casa della propria vita: sulla sabbia e sulla roccia. Sulla sabbia costruisce chi costruisce solo sulle cose visibili e tangibili, sul successo, sulla carriera, sui soldi. Apparentemente queste sono le vere realtà. Ma tutto questo un giorno passerà. Lo vediamo adesso nel crollo delle grandi banche: questi soldi scompaiono, sono niente. E così tutte queste cose, che sembrano la vera realtà sulla quale contare, sono realtà di secondo ordine. Chi costruisce la sua vita su queste realtà, sulla materia, sul successo, su tutto quello che appare, costruisce sulla sabbia. Solo la Parola di Dio è fondamento di tutta la realtà, è stabile come il cielo e più che il cielo, è la realtà. Quindi dobbiamo cambiare il nostro concetto di realismo. Realista è chi riconosce nella Parola di Dio, in questa realtà apparentemente così debole, il fondamento di tutto. Realista è chi costruisce la sua vita su questo fondamento che rimane in permanenza. E così questi primi versetti del Salmo ci invitano a scoprire che cosa è la realtà e a trovare in questo modo il fondamento della nostra vita, come costruire la vita.
Nel successivo versetto si dice: «Omnia serviunt tibi». Tutte le cose vengono dalla Parola, sono un prodotto della Parola. "All'inizio era la Parola". All'inizio il cielo parlò. E così la realtà nasce dalla Parola, è "creatura Verbi". Tutto è creato dalla Parola e tutto è chiamato a servire la Parola. Questo vuol dire che tutta la creazione, alla fine, è pensata per creare il luogo dell'incontro tra Dio e la sua creatura, un luogo dove l'amore della creatura risponda all'amore divino, un luogo in cui si sviluppi la storia dell'amore tra Dio e la sua creatura. «Omnia serviunt tibi». La storia della salvezza non è un piccolo avvenimento, in un pianeta povero, nell'immensità dell'universo. Non è una cosa minima, che succede per caso in un pianeta sperduto. È il movente di tutto, il motivo della creazione. Tutto è creato perché ci sia questa storia, l'incontro tra Dio e la sua creatura. In questo senso, la storia della salvezza, l'alleanza, precede la creazione. Nel periodo ellenistico, il giudaismo ha sviluppato l'idea che la Torah avrebbe preceduto la creazione del mondo materiale. Questo mondo materiale sarebbe stato creato solo per dare luogo alla Torah, a questa Parola di Dio che crea la risposta e diventa storia d'amore. Qui traspare già misteriosamente il mistero di Cristo. È quello che ci dicono le Lettere agli Efesini e ai Colossesi: Cristo è il protòtypos, il primo nato della creazione, l'idea per la quale è concepito l'universo. Egli accoglie tutto. Noi entriamo nel movimento dell'universo unendoci a Cristo. Si può dire che, mentre la creazione materiale è la condizione per la storia della salvezza, la storia dell'alleanza è la vera causa del cosmo. Arriviamo alle radici dell'essere arrivando al mistero di Cristo, a questa sua parola viva che è lo scopo di tutta la creazione. «Omnia serviunt tibi». Servendo il Signore realizziamo lo scopo dell'essere, lo scopo della nostra propria esistenza.
Facciamo ora un salto: «Mandata tua exquisivi». Noi siamo sempre alla ricerca della Parola di Dio. Essa non è semplicemente presente in noi. Se ci fermiamo alla lettera, non necessariamente abbiamo compreso realmente la Parola di Dio. C'è il pericolo che noi vediamo solo le parole umane e non vi troviamo dentro il vero attore, lo Spirito Santo. Non troviamo nelle parole la Parola. Sant'Agostino, in questo contesto, ci ricorda gli scribi e i farisei consultati da Erode nel momento dell'arrivo dei Magi. Erode vuol sapere dove sarebbe nato il Salvatore del mondo. Essi lo sanno, danno la risposta giusta: a Betlemme. Sono grandi specialisti, che conoscono tutto. E tuttavia non vedono la realtà, non conoscono il Salvatore. Sant'Agostino dice: sono indicatori di strada per gli altri, ma loro stessi non si muovono. Questo è un grande pericolo anche nella nostra lettura della Scrittura: ci fermiamo alle parole umane, parole del passato, storia del passato, e non scopriamo il presente nel passato, lo Spirito Santo che parla oggi a noi nelle parole del passato. Così non entriamo nel movimento interiore della Parola, che in parole umane nasconde e apre le parole divine. Perciò c'è sempre bisogno dell’«exquisivi». Dobbiamo essere in ricerca della Parola nelle parole.
Quindi l'esegesi, la vera lettura della Sacra Scrittura, non è solamente un fenomeno letterario, non è soltanto la lettura di un testo. È il movimento della mia esistenza. È muoversi verso la Parola di Dio nelle parole umane. Solo conformandoci al mistero di Dio, al Signore che è la Parola, possiamo entrare all'interno della Parola, possiamo trovare veramente in parole umane la Parola di Dio. Preghiamo il Signore perché ci aiuti a cercare non solo con l'intelletto, ma con tutta la nostra esistenza, per trovare la parola.
Alla fine: «Omni consummationi vidi finem, latum praeceptum tuum nimis». Tutte le cose umane, tutte le cose che noi possiamo inventare, creare, sono finite. Anche tutte le esperienze religiose umane sono finite, mostrano un aspetto della realtà, perché il nostro essere è finito e capisce solo sempre una parte, alcuni elementi: «latum praeceptum tuum nimis». Solo Dio è infinito. E perciò anche la sua Parola è universale e non conosce confine. Entrando quindi nella Parola di Dio, entriamo realmente nell'universo divino. Usciamo dalla limitatezza delle nostre esperienze e entriamo nella realtà che, è veramente universale. Entrando nella comunione con la Parola di Dio, entriamo nella comunione della Chiesa che vive la Parola di Dio. Non entriamo in un piccolo gruppo, nella regola di un piccolo gruppo, ma usciamo dai nostri limiti. Usciamo verso il largo, nella vera larghezza dell'unica verità, la grande verità di Dio. Siamo realmente nell'universale. E così usciamo nella comunione di tutti i fratelli e le sorelle, di tutta l'umanità, perché nel cuore nostro si nasconde il desiderio della Parola di Dio che è una. Perciò anche l'evangelizzazione, l'annuncio del Vangelo, la missione non sono una specie di colonialismo ecclesiale, con cui vogliamo inserire altri nel nostro gruppo. È uscire dai limiti delle singole culture nella universalità che collega tutti, unisce tutti, ci fa tutti fratelli. Preghiamo di nuovo affinché il Signore ci aiuti a entrare realmente nella "larghezza" della sua Parola e così aprirci all'orizzonte universale dell'umanità, quello che ci unisce con tutte le diversità.
Alla fine ritorniamo ancora a un versetto precedente: «Tuus sum ego: salvum me fac». Il testo italiano traduce: «Io sono tuo». La parola di Dio è come una scala sulla quale possiamo salire e, con Cristo, anche scendere nella profondità del suo amore. È una scala per arrivare alla Parola nelle parole. «Io sono tuo». La parola ha un volto, è persona, Cristo. Prima che noi possiamo dire «Io sono tuo», Egli ci ha già detto «Io sono tuo». La Lettera agli Ebrei, citando il Salmo 39, dice: «Un corpo invece mi hai preparato... Allora ho detto: Ecco, io vengo». Il Signore si è fatto preparare un corpo per venire. Con la sua incarnazione ha detto: io sono tuo. E nel Battesimo ha detto a me: io sono tuo. Nella sacra Eucaristia lo dice sempre di nuovo: io sono tuo, perché noi possiamo rispondere: Signore, io sono tuo. Nel cammino della Parola, entrando nel mistero della sua incarnazione, del suo essere con noi, vogliamo appropriarci del suo essere, vogliamo espropriarci della nostra esistenza, dandoci a Lui che si è dato a noi.
«Io sono tuo». Preghiamo il Signore di poter imparare con tutta la nostra esistenza a dire questa parola. Così saremo nel cuore della Parola. Così saremo salvi.
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ViviCentro (art. 19 e 21)
La libertà di stampa è una benedizione quando siamo inclini a scrivere contro gli altri, e una calamità quando ci troviamo ad essere sopraffatti dalla moltitudine dei nostri assalitori. (Samuel Johnson).
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