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Il mondo visto da Roma - 07 luglio 2008
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Messaggio Il mondo visto da Roma - 07 luglio 2008 
 

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Lunedì, 7 Luglio : 2008

Il mondo visto da Roma


SANTA SEDE
Il Papa: la musica sacra fa ascoltare la voce gioiosa di Dio
Santa Sede e Gran Bretagna chiedono di rispettare gli Obiettivi del Millennio

NOTIZIE DAL MONDO
Trattato di Lisbona: bocciato per burocrazia e politiche antivita
Monsignor Najim invita ad aiutare il rimpatrio degli iracheni
L'Ausiliare di Oviedo esorta a recuperare i Padri della Chiesa

ANNO PAOLINO
Ritornare a Paolo “nostro fratello”

ITALIA
Maria Voce, nuova presidente dei Focolari

INTERVISTE
Una nuova evangelizzazione in Irlanda


Santa Sede

Il Papa: la musica sacra fa ascoltare la voce gioiosa di Dio
Incontrandosi con un coro della città di Regensburg

CITTA' DEL VATICANO, lunedì, 7 luglio 2008 (ZENIT.org).- L'organo svolge una funzione evangelizzatrice, aiutando a sperimentare la gioia che proviene da Dio, ha detto questo sabato Benedetto XVI.

Nel salutare a Castel Gandolfo un gruppo di connazionali provenienti da Regensburg, il Papa è riandato con la memoria al 13 settembre di due anni fa quando, durante il suo viaggio apostolico in Germania, fece sosta nella “Vecchia Cappella” di Regensburg per benedire il nuovo organo a lui dedicato, il “Benedikt-Orgel”.

“Resta indimenticabile nella mia memoria – ha detto il Pontefice – come, nell'armonia dell'eccellente organo, del coro guidato dal Signor Kohlhäufl e della bellezza di quella chiesa luminosa, abbiamo sperimentato la gioia che viene da Dio”.

“Non soltanto una 'scintilla degli dei', di cui parla Schiller – ha aggiunto –, ma veramente lo splendore della fiamma dello Spirito Santo, che ci ha fatto sentire nel nostro intimo ciò che sappiamo anche dal Vangelo di Giovanni: che cioè Egli stesso è la gioia. E questa gioia veniva comunicata a noi”.

“Sono lieto che quest'organo continui a suonare ed aiuti così la gente a percepire qualcosa dello splendore della nostra fede — uno splendore acceso dallo stesso Spirito Santo”, ha proseguito.

“Con ciò l'organo svolge una funzione evangelizzatrice, annuncia il Vangelo a modo suo”.

“Noi non possiamo qui offrire né un organo, né un coro, ma abbiamo la bellezza del 'Castello' e la bellezza del Sud che si diffonde tutt'intorno”, ha poi osservato il Papa ironicamente.

“Anche se il sole in questo momento irradia il suo calore in modo forse un po' troppo abbondante, resta tuttavia la luce del Sud come una piccola festa che sarà per tutti voi un bel ricordo da portare a casa”, ha quindi concluso.


Santa Sede e Gran Bretagna chiedono di rispettare gli Obiettivi del Millennio
Scambio di messaggi tra il Cardinal Bertone e il Premier Gordon Brown

CITTA' DEL VATICANO, lunedì, 7 luglio 2008 (ZENIT.org).- Il rispetto degli Obiettivi di Sviluppo del Millennio (Mdg), soprattutto per quanto riguarda la drastica riduzione della povertà entro il 2015, è stato al centro di uno scambio di messaggi tra il Cardinale Tarcisio Bertone, Segretario di Stato vaticano, e il Primo Ministro britannico Gordon Brown.

Il 23 maggio scorso, il premier ha inviato un messaggio al Pontefice in vista della riunione del G8 iniziata questo lunedì in Giappone e di altri importanti incontri internazionali previsti nella seconda metà del 2008, chiedendo il suo sostegno a una coalizione internazionale per la realizzazione degli Obiettivi.

Gordon Brown ha ricordato come il Papa, nel suo discorso all'Assemblea Generale delle Nazioni Unite del 18 aprile scorso, abbia “parlato incisivamente delle sfide che il nostro mondo deve affrontare e della responsabilità, che è propria di tutti noi che occupiamo posizioni di guida, di cooperare alla promozione della solidarietà nelle regioni più vulnerabili del mondo”, riporta “L'Osservatore Romano”.

“Allo stato attuale non siamo sulla pista giusta per raggiungere gli Obiettivi di Sviluppo del Millennio entro il 2015”, ha riconosciuto il premier britannico, confessando che “non stiamo onorando gli impegni presi nel 2000”.

Il Regno Unito e la Santa Sede, ha scritto, “possono contare su una salda collaborazione sulla questione dello sviluppo internazionale nel corso degli anni”.

Nel 2004, infatti, Giovanni Paolo II “è stato il primo leader mondiale a sostenere il Meccanismo Finanziario Internazionale”, e nel novembre 2006 Benedetto XVI “ha acquistato la prima Obbligazione Internazionale per la Vaccinazione”.

L'emissione delle obbligazioni, sottolinea, “ha raccolto più di 4 miliardi di dollari e permetterà la vaccinazione di 500 milioni di bambini fra il 2006 e il 2015, salvandone 5 milioni”.

Gordon Brown ha ricordato che le comunità di fede “sono essenziali per il raggiungimento degli Mdg perché in molte parti del mondo sono proprio esse a offrire molti servizi essenziali, in particolare nei campi della sanità e dell'educazione”.

“Senza il loro contributo, e in particolare senza quello degli organismi della Chiesa cattolica, non riusciremo a raggiungere gli Mdg”, ha rivelato.

In assenza di “un'azione concertata” nel corso 2008, avverte Brown, gli Obiettivi “slitteranno sull'agenda politica e per un'altra generazione andrà perduta l'opportunità di mantenere le promesse che abbiamo fatto al mondo in via di sviluppo”.

“Siamo determinati a evitare che questo accada e stiamo creando una coalizione globale per essere all'altezza degli impegni presi nel 2000”, ha dichiarato.

A questo proposito, Brown ha auspicato che il Papa “ancora una volta, nelle prossime settimane e nei prossimi mesi, leverà la sua voce per questi sforzi” e ha affermato che spera di poter compiere prossimamente una visita in Vaticano per “proseguire la nostra stretta collaborazione relativamente allo sviluppo internazionale”.

Il Cardinale Tarcisio Bertone ha risposto il 18 giugno a nome del Papa alla lettera del premier britannico ricordando l'esortazione di Benedetto XVI – nel Messaggio del giugno scorso alla Conferenza di Alto Livello sulla Sicurezza Alimentare Mondiale promossa dalla FAO – a “globalizzare le attese di solidarietà”.

“In tal modo, è auspicabile che si presti la dovuta attenzione al rispetto della dignità umana in tutti i negoziati, in tutte le decisioni e nelle loro modalità di realizzazione affinché i frutti del Creato siano accessibili a tutti e a tutte le future generazioni”, ha scritto il porporato.

“Solo un senso responsabile e profondamente sentito di generosità garantirà il raggiungimento degli Mdg entro la data prevista”, ha aggiunto.

Il Cardinal Bertone ha concluso il suo messaggio ricordando che il Papa “prega affinché gli importanti incontri internazionali previsti per la seconda metà dell'anno in corso riescano a offrire una risposta efficace alle crisi economiche che affliggono diverse regioni del pianeta e rendano operativo un piano di azione internazionale concertato e volto a liberare il mondo dalla povertà estrema, dalla piaga della fame e dalla mancanza cronica di assistenza medica generale”.


Notizie dal mondo

Trattato di Lisbona: bocciato per burocrazia e politiche antivita
Parla il Presidente dell’Associazione per la Fondazione Europa

di Antonio Gaspari

BRUXELLES, lunedì, 7 luglio 2008 (ZENIT.org).- Dopo il voto negativo del popolo irlandese al Trattato di Lisbona, che fa seguito al ‘no’ olandese e francese, la politica di unificazione europea necessita di una seria riflessione.

Per capire quali sono gli argomenti che non convincono i popoli ad operare per una unificazione dell’Europa, ZENIT ha intervistato Giorgio Salina, Presidente dell’Associazione per la Fondazione Europa (AFE), e di Paneuropa Italia.

“Il Trattato di Lisbona è un testo complicatissimo, 358 articoli con frequenti richiami ad articoli di Trattati precedenti, 37 protocolli aggiuntivi, 2 Allegati, 65 dichiarazioni di Stati membri, e 2 tavole di corrispondenza”, ha spiegato Salina.

“Ha richiesto mesi di lavoro – ha precisato – per arrivare ad un testo tradotto nelle 22 lingue ufficiali dell’UE, e pubblicato sulla Gazzetta ufficiale dell’Unione europea con il titolo ‘Versione consolidata del Trattato sull’UE e del Trattato sul funzionamento dell’UE'”.

Secondo il presidente dell’AFE, si tratta di “meccanismi tali da ricevere una bocciatura tutte le volte che il processo di ratifica è stato sottoposto al giudizio dei popoli. E questo non si può ignorarlo”.

Salina ha indicato almeno tre tra i dannosi meccanismi che favoriscono la bocciatura, e cioè: “Il caparbio miope rifiuto nel non voler riconoscere l’unica vera matrice unificante i popoli europei: la cultura giudaico cristiana innestatasi sulla quella greco romana. Cultura tuttora condivisa da larghi strati delle popolazioni”.

“Rifiutando questa cultura che ha consentito di far riemergere ogni volta, le ragioni dell’unità, restano gli interminabili sanguinosi conflitti”, ha sostenuto il Presidente dell’AFE.

“Il tentativo di legiferare surrettiziamente attraverso l’accumularsi delle sentenze delle Corti europee, vanificando le competenze riconosciute all’UE e quelle di spettanza dei singoli Stati, accreditando posizioni inaccettabili” è per Salina il secondo dei dannosi meccanismi che irritano i popoli.

E per finire, “La traboccante invadenza della burocrazia di Bruxelles. Sono stati i Burocrati incaricati dei negoziati dell’adesione a porre come condizione che Irlanda e Polonia modificassero le rispettive legislazioni sul controllo delle nascite, e sul diritto matrimoniale, creando guasti ancor oggi non del tutto sanati”.

“È evidente – ha sottolineato Salina –, che per tutti questi tre meccanismi ad essere particolarmente a rischio sono i criteri che si rifanno a posizioni antropologiche fondamentali: vita, famiglia, educazione, obiezione di coscienza”.

“Posizioni – ha spiegato – che hanno a che fare direttamente con quella cultura ‘fattor comune’ europeo, che si vuole discriminare”.

Per il Presidente dell’AFE il cavallo di Troia di questa strategia è un documento ambiguo, e cioè la “Carta dei diritti fondamentali”, approvata dal Parlamento Europeo il 14 novembre 2000, una inutile aggiunta alla “Dichiarazione dei diritti umani” dell’ONU firmata il 10 dicembre 1948.

A questo proposito, Salina ha spiegato che, “come ha argutamente osservato di recente l’on. Mario Mauro, Vice Presidente del Parlamento Europeo, ogni volta che si rimette mano a documenti che trattano dei diritti umani non è per aggiungerne, bensì spesso per toglierne qualcuno”.

Circa la posizione dell’Italia, il Presidente dell’AFE ha invitato i politici italiani, cattolici e non a “dare un segnale chiaro e forte circa la volontà degli italiani di partecipare alla costruzione dell‘Europa, ma contemporaneamente un segnale altrettanto chiaro e forte circa il rifiuto degli italiani delle discriminazioni di culture condivise, di un metodo surrettizio di legiferare, e contro le indebite ingerenze della burocrazia dell’Unione”.

Salina ha ricordato che “se si procedesse con i referendum i no al Trattato di Lisbona non sarebbero solo quelli francesi, olandesi e irlandesi”; per questo motivo “l’Unione deve progredire ma tornando ad essere il luogo dove la diversità della culture, tutte le culture, è stimata un ricchezza irrinunciabile, abbandonando la pretesa di dettare i valori etici ai quali uniformarsi”.

Il Presidente dell’AFE ha concluso affermando che “subordinatamente ma non secondariamente, non occorre tutta la farraginosa impalcatura costruita che va comunque ridimensionata. Altro che i faraonici programmi di cui si sente riportando i Funzionari al rispetto degli indirizzi politici”.


Monsignor Najim invita ad aiutare il rimpatrio degli iracheni
ROMA, lunedì, 7 luglio 2008 (ZENIT.org).- “È urgente che Chiese e comunità internazionale si mobilitino per aiutare i cristiani iracheni, come anche i non cristiani, a restare in Iraq”, ha detto monsignor Philip Najim.

E' questo l'appello che il Procuratore caldeo presso la Santa Sede e Visitatore apostolico dei caldei per l'Europa ha lanciato in alcune dichiarazioni riportate dall'agenzia Sir.

Secondo monsignor Najim, un aiuto più consistente alla popolazione residente in Iraq “avrebbe effetti positivi anche sugli iracheni attualmente rifugiati nei Paesi confinanti, come Siria, Giordania, Libano e Turchia, che potrebbero cominciare a programmare un rientro in patria, compatibilmente con le loro migliorate condizioni di sicurezza e di stabilità”.

Il Visitatore apostolico dei caldei per l'Europa ha poi fornito un quadro drammatico delle condizioni di permanenza degli iracheni nei Paesi confinanti, affermando che “quanto stanno vivendo i nostri compatrioti in questi Paesi è molto grave”.

“Sono lontani dalla loro terra, senza lavoro, senza un riconoscimento del loro status, senza casa, facili prede di gente senza scrupoli che sfrutta la loro disperazione”, ha lamentato.

“Molte famiglie irachene, disperate, vendono i loro bambini, bambine, ragazze che poi vengono sfruttate a fini sessuali nei Paesi del Golfo – ha denunciato –. Si tratta di un grave fenomeno che non tocca solo i cristiani ma tutti gli iracheni e che deve finire al più presto”.

Per quanto riguarda gli iracheni rifugiati nelle Nazioni dell'Unione europea, monsignor Najim ha affermato che “sul rilascio dei visti non si può decidere in base alla religione del richiedente ma al suo effettivo bisogno e necessità”.

“Il rischio – ha osservato – è creare delle aspettative inutili e favorire un ulteriore esodo dal Paese verso l'Europa”.

Di fronte a questa situazione, il procuratore caldeo presso la Santa Sede ha esortato a “coordinare tutte le azioni, anche diplomatiche, per trovare una soluzione utile e lungimirante per gli iracheni all'estero”.


L'Ausiliare di Oviedo esorta a recuperare i Padri della Chiesa
Negli esercizi spirituali ai presuli spagnoli

di Miriam Díez i Bosch

ROMA, lunedì, 7 luglio 2008 (ZENIT.org).- “Bisogna recuperare la vera e genuina antropologia cristiana partendo da ciò che presuppone l'incarnazione di Gesù Cristo: siamo corpo; siamo anima; siamo dualismo inseparabile di carne e spirito”.

E' quanto ha affermato monsignor Raúl Berzosa nel corso degli esercizi spirituali ai Vescovi spagnoli, pubblicati ora dalla casa editrice Montecarmelo con il titolo “Orar con San Ireneo” (“Pregare con Sant'Ireneo”).

Nell'opera, il Vescovo ausiliare di Oviedo sottolinea l'importanza di recuperare i Padri della Chiesa come “bussola” per “restituire al cristianesimo la sua essenza e non lasciarlo cadere nelle manipolazioni”.

Secondo il presule, nel mondo moderno Sant'Ireneo apporta almeno tre elementi: “in primo luogo, ci ricorda che anche la prima Chiesa viveva in una situazione di paganesimo e ha saputo proclamare con freschezza e con le sue opere il cristianesimo. Ed è stata credibile”.

In secondo luogo, “i Padri sono come la bussola certa, dottrinale e morale, per non perderci in ogni epoca storica in mode e forme di vita pseudocristiane”.

I Padri della Chiesa mostrano infine che “il cristianesimo non è teoria, ideologia, utopia o buone intenzioni, ma vita e testimonianza di persone”, sono essi stessi “il cristianesimo reso 'vita e realtà', e dimostrano che il cristianesimo realizza la persona e fa vivere in pienezza”.

Di fronte alla perdita della realtà cristiana, il Vescovo propone di recuperare il tema dell'“Unzione della carne mediante lo Spirito”, cioè di “recuperare l'enorme valore che ha ciascuno di noi, e l'umanità nel suo insieme: siam stati pensati, amati e voluti dall'Uomo Gesù. E la nostra meta è abbracciare con la nostra carne Dio stesso, vederlo con i nostri occhi e sentirlo con il nostro cuore”.

In altre parole, ha spiegato, si tratta di “rendere realtà ciò che affermiamo: Gesù, il Figlio di Dio, è la verità che riempie la nostra testa; la bellezza che riempie il nostro cuore; la bontà che fa buone le nostre opere”.

Chi compie questo “miracolo” che permette di abbracciare, vedere e sentire Dio è lo Spirito Santo, ha osservato il presule, “lo stesso che ha lavorato all'interno della parte umana di Gesù fino a far sì che un Dio si abituasse a vivere in carne umana, e divinizzasse e trasformasse quella stessa carne per renderla degna di vivere per sempre in Dio Uno e Trino”.

Essere cristiani, ha constatato il Vescovo Berzosa, non è quindi altro che “sperimentare nel nostro essere, in tutto ciò che siamo e come siamo, lo stesso che ha sperimentato Gesù nella sua umanità, grazie allo Spirito: dall'incarnazione alla resurrezione. Il cristianesimo divinizza, dà pienezza, glorifica”.

Il fatto che oggi il cristianesimo sia visto spesso come nemico della carne deriva dal fatto che “è stato contaminato da dottrine gnostiche e platoniche e da dottrine materialiste (l'uomo è una macchina fisica) e spiritualiste (bisogna liberarsi dal corpo e crescere solo a livelli di coscienza superiore) nella modernità”, sostiene.

Di fronte a ciò, “bisogna recuperare la vera e genuina antropologia cristiana”, con cui si superano “monismi (materialisti e spiritualisti) e dualismi (separazione tra materia e spirito)”.

Papa Benedetto XVI, ha concluso il Vescovo, ha ricordato ciò che significa riscoprire e rivalutare tutto il creato mediante un triplice movimento: “il cristianesimo, in tutto il creato, si incarna (lo assume), lo purifica (lo redime) e lo eleva (fino a “divinizzarlo” e a renderlo degno di Dio, soprattutto la persona umana). Può esserci qualcosa di più bello e che valga di più la pena?”.

[Traduzione dallo spagnolo di Roberta Sciamplicotti]


Anno Paolino

Ritornare a Paolo “nostro fratello”
ROMA, lunedì, 7 luglio 2008 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito l'articolo scritto dall'Arcivescovo Gianfranco Ravasi, Presidente del Pontificio Consiglio per la Cultura, e apparso sul primo numero della rivista “Paulus” .


* * *

«Nelle Lettere del nostro carissimo fratello Paolo ci sono alcune cose difficili da comprendere e gli ignoranti e gli incerti le travisano, al pari delle altre Scritture, a loro rovina». Queste parole, un po’ sorprendenti, della Seconda Lettera di Pietro (3,16) ci ricordano che già nei primi tempi della cristianità le Lettere di San Paolo erano considerate come “Scritture” sacre e ispirate, ma ci ammoniscono anche che è necessaria una corretta interpretazione per comprenderle e non travisarle.

Cosa che è accaduta nella storia successiva, se pensiamo che un famoso studioso francese dell’Ottocento, Ernest Renan, le esorcizzava come «un pericolo e uno scoglio e la causa dei principali difetti della teologia cristiana», mentre il filosofo tedesco Nietzsche giungeva al punto di definire Paolo un “disangelista”, il contrario di un “evangelista”, ossia l’annunciatore di una “cattiva novella”, e il nostro Gramsci lo etichettava come “il Lenin del cristianesimo”, un teorico freddo e lontano dal calore e dall’amore di Cristo.

Ebbene, l’Anno Paolino potrebbe diventare la grande occasione per un ritorno all’Apostolo in senso autentico, riprendendo in mano e approfondendo seriamente le tredici Lettere che recano il suo nome, una porzione rilevante del Nuovo Testamento, se si pensa che esse occupano 2003 dei 5621 versetti in cui sono state tradizionalmente suddivise le sacre Scritture neotestamentarie.

C’è da osservare che gli studiosi hanno diviso l’epistolario paolino in due grandi parti. La prima raccoglie sette Lettere fondamentali, assegnate direttamente all’Apostolo. Cerchiamo di indicare una trama essenziale di questo primo itinerario testuale. Siamo verso il 51 e da Corinto Paolo invia ai cristiani di Tessalonica una prima Lettera che è segnata dal tono autobiografico dei ricordi, ma anche da quello pastorale riguardante le tensioni che attanagliano la comunità ed è pure percorsa da un filo teologico che in questo caso si annoda attorno al tema della parousía, cioè della venuta di Cristo alla fine dei tempi, suggello della storia, ma anche luce per illuminare il presente senza cadere in esasperate eccitazioni apocalittiche.

A Corinto Paolo aveva soggiornato almeno un anno e mezzo. Da Efeso, a metà degli anni ’50, indirizza la prima delle sue due Lettere ai Corinzi. Essa è una clamorosa smentita di chi considera l’Apostolo come un freddo teorico. Le pagine di questo scritto, infatti, toccano tutti i temi di una Chiesa immersa in un contesto mondano col quale è invitata a confrontarsi, dal quale riceve spesso influssi negativi, ma nel quale deve testimoniare con coraggio la sua fede nel Cristo risorto e l’amore fraterno che la unisce. I rapporti tra i cristiani corinzi e Paolo non furono idilliaci e la seconda Lettera ad essi indirizzata ne è una vigorosa attestazione. La sua stessa redazione rivela salti tematici e di tonalità, riflettendo le tensioni interne, ma anche il difficile rapporto con l’Apostolo. Tuttavia, in quelle pagine si configura pure un progetto caritativo molto suggestivo, quello della colletta di tutte le nuove comunità cristiane a favore della Chiesa di Gerusalemme in difficoltà economiche.


Nel cuore del vangelo di Paolo

Con la Lettera ai Galati entriamo nel cuore del “Vangelo” di Paolo, anche se spesso lo scritto è stato considerato una “prova d’autore” rispetto al capolavoro successivo della Lettera ai Romani. Al centro si ha, infatti, la tesi squisitamente paolina della “giustificazione per la fede” nella grazia divina: si legga 2,16 ove per tre volte viene ribadito che «l’uomo non è giustificato dalle opere della legge, ma soltanto per mezzo della fede in Gesù Cristo». È pronta, così, la base per l’architettura centrale della Lettera destinata ai cristiani di Roma. Ma prima di essa si innesta probabilmente lo scritto rivolto agli amatissimi cristiani della città greco-macedone di Filippi nel quale, come scriveva un esegeta (J. Murphy O’Connor) «si sente battere il cuore di Paolo».

Composta nel carcere (forse durante un periodo di detenzione a Efeso), questa Lettera conserva uno splendido inno (2,6-11) che sintetizza in modo mirabile l’Incarnazione e la Pasqua di Cristo di un motto del profeta Abacuc reinterpretato da Paolo: «Il giusto, divenuto tale per la fede, vivrà» (1,17). La serie delle Lettere direttamente paoline si conclude col commovente biglietto indirizzato a Filemone per la vicenda dello schiavo Onesimo e con un sorprendente finale di speranza che illumina la prigionia dell’Apostolo: «Preparami un alloggio perché spero grazie alle vostre preghiere di esservi felicemente restituito!» (v. 22).

Siamo così, di fronte all’altra area storicoteologica dell’epistolario paolino, quella di sei Lettere che forse recano l’impronta redazionale di qualche discepolo, ma che appartengono al grande messaggio dell’Apostolo. Impressiona la Seconda Lettera ai Tessalonicesi, striata dei colori dell’apocalittica e non priva di passi difficili da interpretare, sempre però attenta a coniugare impegno presente e speranza futura. Subentra la Lettera ai Colossesi che è un punto di riferimento anche per il testo destinato agli Efesini (e forse alle altre Chiese dell’Asia Minore), Lettere entrambe contrassegnate da una solenne apertura innica. Cristo, la Chiesa e il cristiano sono i tre protagonisti di una riflessione dalle prospettive nuove e originali. La serie epistolare paolina si chiude con un fascicolo di tre scritti omogenei che dal XVIII sec. vengono chiamati “Lettere pastorali” a causa del loro tema dominante e dei loro destinatari, i collaboratori di Paolo e pastori di comunità cristiane Timoteo e Tito. In esse la Chiesa si presenta già con la sua struttura ministeriale di “episcopi”, presbiteri, diaconi, ma anche di vedove, di maestri non sempre ortodossi, e si rivela segnata da una crisi di crescita.

Indimenticabile è il testamento posto sotto la penna ideale di Paolo (2Tm 4, 6-8). Esterna all’epistolario di Paolo, con una sua radicale autonomia, pur con alcuni rimandi all’orizzonte paolino, rimane la Lettera agli Ebrei, un monumento letterario-teologico a sé stante. Pur nella complessità dell’impianto generale del pensiero dell’Apostolo e della sua tradizione, pur nell’occasionalità pastorale di molte sue riflessioni, pur nella diversità dei tempi e persino degli autori, le Lettere paoline costituiscono uno straordinario progetto in cui teologia e morale, pensiero e azione, cristologia ed ecclesiologia, teologia e pastorale si richiamano e si fondono, dilatandosi verso nuove prospettive e costituendo una stella polare per la storia e la vita della cristianità.

Gianfranco Ravasi
Presidente Pontificio Consiglio per la Cultura


Italia

Maria Voce, nuova presidente dei Focolari
E' stata una delle più strette collaboratrici di Chiara Lubich

CASTEL GANDOLFO, lunedì, 7 luglio 2008 (ZENIT.org).- Maria Voce, una delle più strette collaboratrici di Chiara Lubich, la fondatrice del Movimento dei Focolari morta il 14 marzo scorso, è stata eletta questo lunedì nuova presidente dell'istituzione.

L'Assemblea generale del Movimento, svoltasi a Castel Gandolfo (Roma), l'ha eletta quasi all'unanimità. Il nuovo co-presidente dei Focolari è Giancarlo Faletti, finora corresponsabile del Movimento a Roma.

Con l'elezione della Voce e di Faletti, ricorda un comunicato ricevuto da ZENIT, “il Movimento vive una nuova tappa della sua storia, perché si attua la transizione da Chiara e dalle prime e primi focolarini che hanno iniziato il Movimento e che sinora sono stati alla dirigenza del Movimento”.

La nuova presidente li ha ringraziati per la fiducia con cui hanno accompagnato questa transizione e si è detta “sicurissima di avere in loro i primi collaboratori”.

Maria Voce aveva spiegato più volte che non sarebbe stata una sola persona a sostituire Chiara Lubich, ma “‘un corpo’ di persone: il Consiglio generale, insieme alla presidente in comunione con il co-presidente, per garantire sempre il carisma dell’unità”, ricorda il testo dei Focolari.

La Voce è nata ad Ajello Calabro il 16 luglio 1937. Ha conosciuto il Movimento nel 1959 e da 44 anni vive nella comunità del Focolare. Ha studiato Teologia e Diritto Canonico, e negli ultimi anni è stata impegnata nel recente aggiornamento degli Statuti generali del Movimento.

E’ anche tra i responsabili di “Comunione e Diritto”, rete di professionisti e studiosi impegnati nel campo della giustizia nata di recente nell’ambito dei Focolari, e membro della Scuola Abbà, Centro studi interdisciplinare.

Nel suo bagaglio figura anche un’esperienza diretta nei campi ecumenico e interreligioso. Avendo vissuto in Turchia dal 1978 al 1988, ha avuto stretti rapporti con il Patriarcato ortodosso di Costantinopoli – anche con l’attuale Patriarca Bartolomeo I –, con leader di altre Chiese cristiane e con il mondo musulmano.

Giancarlo Faletti è nato ad Asti il 14 settembre 1940. A 19 anni è rimasto affascinato dall’ideale di fraternità e unità dei Focolari e a 25 ha maturato la decisione di donarsi a Dio nel Focolare. Dopo aver studiato Economia, ha ricoperto incarichi di dirigenza in un istituto bancario. Oltre che a Roma, è stato responsabile del Movimento a Genova e nel Lazio. E’ stato ordinato sacerdote all’inizio della sua responsabilità romana.

Le prime votazioni dell’Assemblea generale – composta da 496 delegati con diritto di voto provenienti dai 5 continenti –, avvenute sabato scorso, avevano mostrato la necessità di una pausa di riflessione e di un approfondimento della comunione.

Questo lunedì mattina, alla prima sessione di voto, Maria Voce è stata eletta praticamente all’unanimità e il co-presidente alla prima votazione con più dei due terzi dei voti, come previsto dagli Statuti. Nei prossimi giorni si procederà all’elezione dei consiglieri.


Interviste

Una nuova evangelizzazione in Irlanda
Intervista all’Arcivescovo Martin di Dublino

di Dominic Baster

DUBLINO, lunedì, 7 luglio 2008 (ZENIT.org).- L’Arcivescovo di Dublino, Diarmuid Martin, ha lanciato un appello per una nuova evangelizzazione delle nuove generazioni di uomini e donne irlandesi che hanno perso di vista il Vangelo.

L’Arcivescovo ha invitato tutte le 200 parrocchie di Dublino ad unirsi in un comune programma missionario e di evangelizzazione per il 2009. Il progetto, coordinato dal primo Vicario episcopale per l’evangelizzazione dell’Arcidiocesi, padre Ciaran O’Carroll, riguarderà l’educazione alla fede, l’animazione liturgica e della Parola, l’avvicinamento ai giovani e il volontariato.

L’Arcivescovo Martin ha affermato che una delle priorità del nuovo Ufficio sarà l’evangelizzazione della famiglia.

In questa intervista rilasciata a ZENIT, il presule spiega l’importanza di questa iniziativa e il ruolo essenziale della famiglia per il buon esito dell’evangelizzazione, e riflette su ciò che il Cattolicesimo irlandese può ancora offrire al mondo di oggi.

Per quale motivo ritiene necessaria oggi questa iniziativa?

Arcivescovo Martin: Penso che la nostra santità possa offrire alla società contemporanea, nel 2008, un nuovo stile di vita. Dobbiamo portare il messaggio dell’amore di Gesù a questo mondo: un messaggio di verità, di giustizia e di amore.

Oggi, molte persone che sono state battezzate come cristiane, in realtà, non conoscono Gesù, e il loro stile di vita dimostra che il messaggio evangelico tocca la loro vita solo in modo marginale.

Da una parte l’Arcidiocesi di Dublino profondamente sentita come un territorio di missione. D’altra parte ho ricevuto grande incoraggiamento dal modo in cui i laici si sono affermati come collaboratori nella cura pastorale, apportando volontariamente il loro specifico carisma alla Chiesa, con generosità e competenza. Essi attendono l’opportunità di poter fare di più e in modi diversi. In questo vedo la mano del Signore che ci parla e che ci lancia una sfida.

Quali risultati concreti spera di ottenere nel corso dell’anno?

Arcivescovo Martin: L’elemento primario di ogni ministero è la conversione. Ma la conversione non è un processo che avviene in un unico momento. La formazione nella fede è continua e dura per tutta la vita.

Il mio desiderio è di riuscire a visitare il maggior numero di case possibili nel 2009. Molte parrocchie si sono già attivate e altre lo stanno facendo. Si spera di poter consegnare a ciascuna famiglia una copia del Vangelo dell’anno: il Vangelo che sarà oggetto di tutta la nostra riflessione e attraverso il quale lo Spirito aprirà i nostri cuori.

Molti dei nostri consigli pastorali delle parrocchie stanno anche progettando di costituire delle partnership con le comunità più povere della Chiesa nel mondo, ispirati dal senso di giustizia, di solidarietà e di fratellanza. Vorrei vedere anche forme nuove in cui l’Arcidiocesi possa testimoniare in modo più visibile questa fratellanza fra le comunità cattoliche, magari adottando ogni anno una particolare chiesa che ha bisogno del nostro sostegno.

Come ci ricorda Papa Benedetto XVI, “la Chiesa ... non può e non deve neanche restare ai margini nella lotta per la giustizia”.

Quali saranno i punti salienti di questa nuova iniziativa?

Arcivescovo Martin: L’Ufficio diocesano per l’evangelizzazione fornirà il supporto tecnico e finanziario per la nuova missione e aiuterà anche nel coordinamento del lavoro di educazione alla fede, di animazione liturgica e della Parola, di avvicinamento ai giovani e di volontariato.

Evangelizzare e rinnovare - un rinnovamento non solo strutturale ma anche di santità - implica il dover raggiungere il maggior numero di persone possibile in uno spirito missionario. Ogni aspetto della vita diocesana e dell’amministrazione della diocesi sarà concentrato su questo programma. Squadre di sacerdoti, diaconi e laici saranno organizzate per lavorare a sostegno delle comunità parrocchiali.

Attualmente ci troviamo, in Irlanda, in una strana situazione in cui, anche dopo molti anni di educazione religiosa in scuole cattoliche, molti giovani risultano avere solo con una superficiale comprensione della fede a cui dedicano scarso impegno. Di fronte ad una forte secolarizzazione, la loro fede viene messa a dura prova ed essi non sono in grado di farsi carico del rapporto fra la fede e la vita quotidiana.

Lei ha identificato l’evangelizzazione della famiglia come una priorità di questa nuova iniziativa. Perché la famiglia è così importante nel lavoro di evangelizzazione?

Arcivescovo Martin: La famiglia è la base fondamentale della trasmissione della fede ai figli e ai giovani. Dove la vita di fede delle famiglie è debole, l’evangelizzazione è destinata a perdere le sue radici. Dove le famiglie delegano completamente alla scuola la loro responsabilità per la formazione dei figli, significa che hanno perso di vista non solo la propria responsabilità ma anche la grazia speciale del sacramento del matrimonio.

Molti hanno detto che la famiglia tradizionale è in declino nella società occidentale. Perché, secondo lei, si verifica ciò e come può la Chiesa porsi a difesa della famiglia?

Arcivescovo Martin: Oggi, troppo spesso, le discussioni sulla famiglia degenerano nella discussione sui problemi, sulle separazioni, sui modelli alternativi. Raramente parliamo del matrimonio e della famiglia come risorsa sia per la Chiesa che per la società.

Raramente sentiamo parlare della chiamata dei cristiani ad esercitare il ministero attraverso il sacramento del matrimonio, un sacramento che per sua natura - come ogni sacramento - è orientato all’edificazione della Chiesa.

L’evangelizzazione della famiglia è una priorità delle nostre attività parrocchiali in tutta la diocesi. I consigli pastorali delle parrocchie, grazie al loro preponderante carattere laico, sono impegnati nella promozione di una piattaforma di riflessione sulla famiglia come risorsa per la società e per la Chiesa. Insieme possiamo lavorare per sviluppare nuove risorse per le catechesi per la famiglia. Una priorità per il nostro nuovo Ufficio diocesano per l’evangelizzazione sarà quello di trovare modi per sostenere le famiglie in questo compito.

Quali sono le sfide proprie di un’evangelizzazione nell’Irlanda contemporanea?

Arcivescovo Martin: In molte occasioni ho ripetuto che il numero di coloro che partecipano regolarmente all’Eucaristia nella nostra diocesi è in diminuzione e che molti cattolici battezzati in realtà non conoscono più Gesù. Il suo messaggio non tocca la loro vita.

La nostra catechesi forse è stata troppo moralistica, è apparsa come un elenco di regole di comportamento, piuttosto che come la risposta al messaggio di Gesù - un messaggio esigente, ma che rispecchia le esigenze dell’amore e che ci consente di trovare il senso profondo della nostra vita.

Ma non possiamo tralasciare il fatto che in Irlanda la buona volontà della Chiesa è stata anche danneggiata da una serie di scandali. Come comunità ecclesiastica dobbiamo riservare attenzione nei confronti di chiunque senta di essere stato ferito, maltrattato o abbandonato dalla Chiesa in qualunque modo. La Chiesa a Dublino deve recuperare la fiducia di tutti. Deve essere un luogo in cui ogni azione necessaria alla tutela dei bambini e dei vulnerabili deve essere presa. Azioni che devono essere viste come una priorità e non come un peso. Il Servizio diocesano per la tutela dei bambini lavora insieme ai consigli pastorali delle parrocchie per dare formazione e assistenza in questo campo.

L’Irlanda ha una lunga tradizione di missionari in tutto il mondo. Il cattolicesimo irlandese ha ancora qualcosa di valido da offrire alla Chiesa nel suo insieme?

Arcivescovo Martin: Il saldo impegno del popolo irlandese in favore del mondo in via di sviluppo, che ha trovato espressione nel lodevole aumento dei finanziamenti stanziati dal Governo irlandese, deve molto alla nostra lunga tradizione di attività missionaria della Chiesa. Grazie a Dio le questioni relative allo sviluppo suscitano ancora grande passione nella società irlandese.

Mentre l’Irlanda continua il suo mutamento e mentre migliaia di persone approdano qui da tutto il mondo per trovare una nuova casa per sé e per le proprie famiglie, il Cattolicesimo irlandese ha ancora molto da offrire. Nel nostro Festival dei popoli, che si celebra nel giorno dell’Epifania, ho accolto gruppi e comunità giunti da molti Paesi d’Europa e non solo.

Sono contento che la Chiesa a Dublino si sia dimostrata all’avanguardia nell’accogliere e integrare le persone che sono arrivate più di recente. Il futuro sociale, economico e politico dell’Irlanda, con tutte le difficoltà che i prossimi anni riserveranno, avrà bisogno del lavoro congiunto di tutti per edificare una società non di anonimi vicini di casa, ma di persone di provenienza diversa, impegnate nella costruzione di una nuova comunità.

  





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