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Il mondo visto da Roma - 08 luglio 2008
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Messaggio Il mondo visto da Roma - 08 luglio 2008 
 

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Martedì, 8 Luglio : 2008

Il mondo visto da Roma


SANTA SEDE
L'ordinazione episcopale delle donne, un ostacolo verso l'unità

NOTIZIE DAL MONDO
Il servizio dell'autorità e l'obbedienza secondo una Superiora generale

ANNO PAOLINO
Paolo e la consapevolezza
Secondo gli esperti, San Paolo è stato in Spagna

GIORNATA MONDIALE DELLA GIOVENTÙ
La Chiesa cattolica in Australia

ITALIA
Don Francesco Bonifacio, vittima delle foibe, presto beato

INTERVISTE
Cresce il sentimento pro-vita del popolo polacco
Il motu proprio “Summorum Pontificum” un anno dopo (I)

DOCUMENTI
Intervento della Santa Sede alla riunione dell'Ecosoc


Santa Sede

L'ordinazione episcopale delle donne, un ostacolo verso l'unità
La Chiesa d'Inghilterra vota a favore della proposta

CITTA' DEL VATICANO, martedì, 8 luglio 2008 (ZENIT.org).- La Santa Sede afferma di aver appreso “con rincrescimento” “la notizia del voto della Chiesa di Inghilterra che apre la strada alla introduzione della legislazione che conduce all'ordinazione delle donne all'Episcopato”.

E' quanto rivela una nota del Pontificio Consiglio per la Promozione dell'Unità dei Cristiani diffusa questo martedì a proposito degli ultimi avvenimenti nella Comunione Anglicana.

La questione dell'ordinazione episcopale femminile è stata al centro del Sinodo generale della Chiesa d'Inghilterra, celebrato a York dal 4 all'8 luglio e che ha visto la partecipazione di 467 Vescovi, preti e laici.

“La posizione cattolica in merito è stata espressa chiaramente da Papa Paolo VI e da Papa Giovanni Paolo II”, spiega il testo vaticano, sottolineando che “una tale decisione significa uno strappo alla tradizione apostolica mantenuta da tutte le Chiese del primo millennio, ed è perciò un ulteriore ostacolo per la riconciliazione tra la Chiesa cattolica e la Chiesa di Inghilterra”.

“Questa decisione avrà delle conseguenze per il dialogo, che finora aveva portato buoni frutti, come il Cardinale Kasper ha chiaramente spiegato quando ha parlato il 5 giugno 2006 a tutti i Vescovi della Chiesa di Inghilterra sull'invito dell'Arcivescovo di Canterbury”, confessa il commento.

In quell'occasione, il Cardinale aveva affermato che la Chiesa Cattolica non avrebbe interrotto il dialogo anche nel caso della decisione dell'ordinazione episcopale femminile, ma che la qualità del dialogo stesso sarebbe stata alterata.

“Il dialogo ecumenico nel vero senso della parola ha come suo fine il ristabilimento della piena comunione della Chiesa – osservava, come ricorda “L'Osservatore Romano” –. Questa è stata la presupposizione del nostro dialogo fino a ora. Questa presupposizione realisticamente potrebbe non più continuare conseguentemente alla introduzione della ordinazione delle donne all'incarico episcopale”.

Il Cardinale Kasper è stato invitato dall'Arcivescovo di Canterbury a presentare la posizione cattolica alla prossima Conferenza di Lambeth, che si svolge ogni dieci anni ed è in programma dal 16 luglio al 4 agosto prossimi.

Tra gli altri argomenti che rischiano di creare profonde fratture all'interno della Comunione Anglicana e che sono stati affrontati nel Sinodo di York figurano anche l'ordinazione episcopale di omosessuali e i matrimoni tra persone dello stesso sesso.

Alcuni leader anglicani si sono riuniti dal 22 al 29 giugno a Gerusalemme per discutere quella che hanno definito la predicazione di un “falso Vangelo” circa la morale sessuale. Alla fine hanno deciso di rimanere nella Comunione Anglicana mondiale, ma di formare un consiglio episcopale separato, la Global Anglican Future Conference. Molti di loro boicotteranno la Conferenza di Lambeth.

Secondo gli esperti di anglicanesimo, spiega “L'Osservatore Romano”, “il dialogo con i cattolici e la Chiesa di Roma incontrerà crescenti difficoltà anche per la evidente mancanza di unità ecclesiale all'interno della stessa Chiesa d'Inghilterra”.

Per gli osservatori, la decisione presa al Sinodo di York non è giunta inaspettata, perché la maggioranza dei vescovi della Chiesa d'Inghilterra si era già espressa a favore delle ordinazioni episcopali femminili, mentre ciò che ha sorpreso “è stata l'indisponibilità della maggioranza favorevole a queste ordinazione a trovare una soluzione per quanti, in consistente minoranza, nella Chiesa d'Inghilterra non intendono riconoscere l'autorità delle donne-Vescovo”.

Per gli esperti, potrebbero essere necessari due o tre anni prima che le prossime assemblee possano approvare una regolamentazione per l'ordinazione delle donne-Vescovo.

Il fatto che non si sia prevista una giurisdizione separata in Inghilterra per i fedeli che dissentono nei confronti delle donne sacerdoti e Vescovi indica che potrebbero nascere “profonde crisi di coscienza”, così come non si può escludere che “un certo numero di queste persone travagliate da crisi religiose possano trovare la soluzione ai loro problemi spirituali con un'adesione alla Chiesa cattolica o ad altre confessioni cristiane”.


Notizie dal mondo

Il servizio dell'autorità e l'obbedienza secondo una Superiora generale
Maria dell'Anima Christi, delle Serve del Signore e della Vergine di Matarà

di Miriam Díez i Bosch

CITTA' DEL VATICANO, martedì, 8 luglio 2008 (ZENIT.org).- “E' un fatto che la mancanza di visione di fede nel ruolo del Superiore di una comunità religiosa abbia provocato grande confusione nella vita comunitaria”.

Lo ha affermato la Superiora generale delle Serve del Signore e della Vergine di Matarà, membri della Famiglia del Verbo Incarnato, fondate in Argentina 20 anni fa da padre Carlos Buela e con vocazioni crescenti (825 membri nei cinque continenti, con più di cento comunità).

ZENIT ha chiesto alla Superiora cosa pensa del nuovo documento della Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica “Il servizio dell'autorità e l'obbedienza”, pubblicato recentemente.

“La riduzione del ruolo del superiore a un mero compito organizzativo non sarà mai capace di soddisfare le necessità di un'anima di una costante crescita nella vita spirituale, né la necessità del religioso di un ambiente d'amore familiare”, ha spiegato madre Maria dell'Anima Christi, olandese.

“La vita comunitaria è un elemento costitutivo della vita religiosa e ogni persona consacrata aspira a crescere nell'amore. Visto che 'l'amore inizia a casa', è necessario lavorare sempre sulla qualità della vita comunitaria, e così come nella famiglia umana la guida è un padre o una madre, l'autorità religiosa dovrebbe essere quella che mantiene l'unità nella varietà di caratteri, doni, talenti, ecc.”, riconosce.

“Sono stata molto felice per l'Istruzione della Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica 'Il servizio dell'autorità e l'obbedienza', visto che tocca punti di fondamentale importanza per tutte quelle persone consacrate che vivono in comunità”, ha affermato.

“Credo che l'Istruzione ci aiuterà a rafforzare la nostra fede nel mistero salvifico dell'autorità evangelica”, ha sottolineato.

Secondo la superiora, “è chiaro che vivere bene l'obbedienza non è facile, visto che in fondo si tratta del voto più difficile da rispettare, giacché implica la donazione del bene più importante dell'uomo, la propria volontà”.

“In vari punti – ha osservato –, l'Istruzione mostra con grande realismo che l'obbedienza implica spesso sofferenza, ma allo stesso tempo ci propone nuovamente di elevare lo sguardo verso l'esempio di Cristo stesso, che 'imparò l'obbedienza dalle cose che patì' (Eb 5,8)”.

“La rinuncia ai propri progetti di vita implica morire a noi stessi e richiede una visione di fede”, ha aggiunto.

Secondo la superiora, “è proprio il saper rispondere con generosità a ciò che Dio ci chiede attraverso l'autorità legittima che dà valore al voto professato. L'obbedienza cristiana implica senza dubbio il fatto di avere una visione soprannaturale, aspetto che è capace di portarci fino all'eroismo, se fosse necessario".

"E' confortante sapere che l'obbedienza ci aiuterà a renderci liberi dalle nostre inclinazioni della carne, dagli inganni del mondo e dal maligno”, ha suggerito.

“Mi sembra molto importante che si sia indicato come, al di là delle difficoltà che sorgono dalla fragilità umana, si propone come risposta la ricerca della santità, l'abbandono fiducioso nelle mani di Dio Padre, su esempio di Cristo obbediente fino alla morte, e alla morte di croce (Fil 2,8). L'obbedienza vissuta in questo modo sarà sempre un estremo atto di libertà”.

La superiora generale ha gradito particolarmente il fatto di guardare al servizio dell'autorità e all'obbedienza dal punto di vista della missione, perché “anche il superiore ha le sue sofferenze nel comandare, perché l'incarico è un peso”.

A suo avviso, l'autorità del superiore risponde a uno degli aspetti essenziali della vita religiosa, “come un cammino di comunione con Dio, puntando alla santificazione dei membri della comunità”.

“Quando il superiore comanda, non lo fa (o non dovrebbe farlo) per gusto personale, ma per dare risposta a ciò che, nonostante la sua fragilità umana, capisce che Dio sta chiedendo, attraverso la Chiesa, per il bene delle anime, soprattutto dei più bisognosi. La missione darà più frutti se esiste la risposta generosa di tutta una comunità, che lavora unita e si dona unita in un atteggiamento di servizio”.

Quanto più c'è unità tra i membri di una comunità missionaria, ha osservato, “tanto maggiore sarà il frutto delle vite offerte al Signore e agli altri. Come diceva il nostro compianto Papa Giovanni Paolo II, tutta la fecondità della vita religiosa dipende dalla qualità della vita fraterna”.

La superiora ha sottolineato quanto sia importante concentrarsi sull'aspetto della fraternità: “Non dobbiamo perdere di vista ciò che l'Istruzione sottolinea come una delle fonti che alimentano la missione comunitaria, mostrandoci che 'il vincolo di fraternità è tanto più forte quanto più centrale e vitale è ciò che si mette in comune'”.

“Un buon superiore è una benedizione per una comunità”, ha affermato la superiora olandese. “Messi in guardia dal fatto che i superiori possono commettere errori e avere difetti, come qualunque essere umano, è fondamentale ricordare l'importanza della fede come base necessaria per vivere il nostro voto di obbedienza in modo più perfetto e fruttuoso”.

“Il documento 'La vita fraterna in comunità' lo sottolinea con queste parole: 'Non si può infine dimenticare che in tutta questa delicata, complessa e spesso sofferta questione, gioca un ruolo decisivo la fede, che permette di comprendere il mistero salvifico dell'obbedienza'”.

Per madre Maria dell'Anima Christi, “così come dalla disobbedienza di un uomo è derivata la disintegrazione della famiglia umana, e nell'obbedienza dell'Uomo nuovo è iniziata la ricostruzione (cfr Rm 5,19), così anche l'atteggiamento obbediente sarà sempre una forza indispensabile per ogni vita familiare”.

[Traduzione dallo spagnolo di Roberta Sciamplicotti]


Anno Paolino

Paolo e la consapevolezza
ROMA, martedì, 8 luglio 2008 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito l'articolo a cura di Roberto Roveran e Tosca Ferrante apparso sul primo numero della rivista “Paulus” .


* * *

Il filosofo Ebner, riferendosi al contesto relazionale, afferma: «La strada dell’uomo a Dio passa attraverso l’uomo». Ci piace pensare così queste nostre riflessioni su Paolo: leggere dal punto di
vista psicologico la sua esperienza di Dio per scorgere in essa come tutto della propria persona è dono, grazia; tutto – se accolto adeguatamente – può essere trasformato per l’annuncio del Regno.

In questa prospettiva ci fermiamo a riflettere sul tema della consapevolezza di sé. Esplorando i termini psicologici presenti nella lettera ai Romani troviamo che Paolo usa la parola greca psyche con diverse accezioni: come sensibilità morale dell’individuo, come vita quotidiana cosciente e percettiva dell’Apostolo che soffre ed è perseguitato a motivo della sua missione, come persona che sa discernere l’origine e la funzione dell’autorità, come vita fisica, ecc.

Inoltre, accanto a questo termine ne troviamo altri che si riferiscono alla persona umana, quali coscienza, consapevolezza, cuore; con essi Paolo, in maniera molto acuta, rileva come la persona, quando incontra se stessa in profondità, nello spirito, nella propria coscienza o nel cuore, incontra davvero la volontà di Dio creatore.

Paolo uomo concreto

Tutto questo ci porta a considerare Paolo come un uomo profondamente concreto, al quale Cristo ha cambiato totalmente la vita, in tutte le sue dimensioni, un uomo che, a partire dall’ascolto di sé, è cresciuto nella consapevolezza della propria chiamata fino ad averne una chiarezza totale. È interessante notare come sia la lettera ai Romani che gli avvii delle altre 12 lettere, di cui si compone l’epistolario paolino, fanno emergere la figura di un uomo tutto d’un pezzo – attenzione non “rigido” ma “integro” –, il quale nel suo presentarsi ai destinatari elenca le caratteristiche fondamentali, i capisaldi della propria identità esprimendo una chiara consapevolezza e conoscenza di sé: «Paolo, servo di Cristo Gesù, apostolo per vocazione, prescelto per annunziare il vangelo di Dio...» (Rm 1,1).

Pur salvaguardando l’impostazione tipica delle epistole e missive del suo tempo, Paolo riesce a trasformare la presentazione di sé, cioè del mittente, in questo caso anche del cittadino romano, in una preziosa e autentica testimonianza degli elementi qualificanti il suo vivere e operare nel mondo. Da tutto affiora la fotografia di un uomo che sa quello che vuole dalla vita e che con costanza e fedeltà riflette ed elabora, si confronta con forza e passione con gli altri e le diverse situazioni, sempre, però, a partire da una chiarezza di fondo circa la sua identità di chiamato e inviato da Dio.

Forte della sua consapevolezza, egli rivela ai lettori romani i propri sentimenti in relazione a un sempre più difficile rapporto con il popolo di origine, e che non intende in alcun modo abbandonare: «Ho nel cuore un grande dolore e una sofferenza continua». Coscienza e cuore interagiscono necessariamente, come la mente e la volontà, dimensione di uno stesso io; tale interazione, però, non è “compromesso”, ma nasce da una chiarezza su chi si è stato – dunque senza rinnegamenti – e chi è chiamato a diventare sempre meglio.

Dove Paolo ha trovato la forza e la capacità di restare se stesso, di non cedere a compromessi e anzi di proseguire a diffondere attorno a sé il vangelo di Gesù? Come e in forza di cosa gli è stato possibile entrare in tutti gli ambienti e le culture senza restarne sopraffatto? Indubbiamente il suo segreto sta nella determinazione con cui ha saputo rimanere ben consapevole della sua identità. Non vi è dubbio che in lui la grazia divina ha trovato un terreno preparato dalla valorizzazione delle sue energie al fine di restare «afferrato da Cristo» (Fil 3,12) e consegnato alla sua persona.

Storia rielaborata in Cristo

Paolo deve aver elaborato continuamente le vicende della propria storia poiché a più riprese nelle sue lettere troviamo riferimenti personali, descrizioni del suo passato, sintesi dei risultati della sua missione. Dunque una storia riconosciuta, accolta, rielaborata in Cristo: passato e futuro integrati nell’oggi della sua storia in una totale conformazione al Maestro Gesù.

Tale cammino nasce dalla consapevolezza dell’amore di Dio presente nel suo cuore, e nel cuore di ciascuno, che permette allo Spirito di coinvolgerlo totalmente: spirito-cuore-coscienza-psiche, cioè tutto il suo io, totalmente assimilato a Gesù. Allora in lui non ci sono paure, insicurezze o difficoltà che gli impediscano di portare a termine la sua missione. Anzi le difficoltà, una volta riconosciute, vengono trasformate in occasioni di fiducia nella forza della grazia divina: «Chi ci separerà dunque dall’amore di Cristo? Forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada?... Ma in tutte queste cose noi siamo più che vincitori per virtù di colui che ci ha amati» (Rm 8,35-37). La consapevolezza di sé e dell’amore ricevuto fa crescere, camminare, correre verso la meta. 


Secondo gli esperti, San Paolo è stato in Spagna
Conclusioni del Congresso Internazionale “Paolo, Fruttuoso e il cristianesimo primitivo”

di Miriam Díez i Bosch

TARRAGONA, martedì, 8 luglio 2008 (ZENIT.org).- Trenta teologi e storici di Europa e America si sono riuniti recentemente a Tarragona (www.arquebisbattarragona.org) per valutare se l'apostolo Paolo si sia recato o meno in Spagna, concretamente nell'antica Tarraco dell'Ispania, oggi Tarragona.

Il Congresso Internazionale si è svolto dal 19 al 21 giugno nella città catalana sul tema “Paolo, Fruttuoso e il cristianesimo primitivo a Tarragona (secoli I-VIII)”.

I partecipanti all'incontro hanno basato la storicità della predicazione di San Paolo nella città, la più importante dell'Ispania romana, a partire dalla prima testimonianza scritta della comunità cristiana di Tarraco: gli Atti del martirio di San Fruttuoso, il più antico documento di questo tipo prodotto dal cristianesimo nella Penisola iberica.

Sono state affrontate anche le argomentazioni di coloro che si mostrano scettici di fronte a questo viaggio dell'apostolo. Una delle chiavi per chiarire la questione è la Legge penale romana.

Secondo la legislazione dell'epoca, l'imperatore poteva condannare un accusato alla pena dell'esilio mediante la formula della “deportatio” o della “relegatio”. In ogni caso, la persona esiliata perdeva i propri beni e, se era cittadino romano, poteva perdere anche la cittadinanza.

La Prima lettera di Clemente, la fonte più antica su un viaggio di Paolo “al limite dell'Occidente”, vale a dire in Ispania, afferma che Paolo fu esiliato.

Le altre fonti dei secoli I e II (Seconda lettera di Timoteo, Atti di Pietro e Canone di Muratori) si limitano a suggerire o ad affermare direttamente che Paolo visitò l'Ispania.

I precedenti dei due figli di Erode, Archelao e Antipa, che vennero esiliati in Gallia e in Ispania, rafforzano la possibilità che anche Paolo sia stato condannato all'esilio in un luogo delle province ispaniche.

La Tarraco romana, per la sua condizione di capitale di provincia e di città commerciale e amministrativa e per il fatto di essere il porto naturale di collegamento dell'Ispania con Roma, “ha molte possibilità di essere il luogo in cui Paolo venne esiliato”, si legge nelle conclusioni del Congresso.

Il professor Rainer Riesner (dell'Università di Dortmund, Germania) riassume il dibattito in questo modo: “E' molto probabile che Paolo si sia recato in Ispania alla fine della sua vita ed è possibile che Tarragona fosse il luogo del suo soggiorno, visto che è la città che ha più elementi a suo favore. Altri luoghi dell'Ispania sono molto ipotetici”.

Non mancano inoltre ragioni teologiche a favore della missione di Paolo in Ispania: nel capitolo 15 della Lettera ai Romani, Paolo si presenta come colui che deve compiere la sua missione in base alle profezie di Isaia, soprattutto quella che viene riferita in Isaia 66,19 (l'arrivo della salvezza alle isole lontane). Qui si dice anche che Paolo considera terminata la sua missione in Oriente e che quella in Ispania, la più lontana delle terre d'Occidente, sarà il compimento definitivo del disegno divino.

Dall'altro lato, lo stesso San Paolo (in 2 Timoteo 4, 6-8.17-18) afferma: “Il Signore (...) mi ha dato forza, perché per mio mezzo si compisse la proclamazione del messaggio e potessero sentirlo tutti i Gentili”, affermazione che, tenendo conto della peculiare idiosincrasia dell'apostolo, non avrebbe osato formulare se non avesse raggiunto tutti i suoi obiettivi, incluso il famoso viaggio in Ispania.

Il cristianesimo sembra pienamente consolidato a Tarragona nel 259, a causa della selettiva persecuzione decretata al tempo degli imperatori Valeriano e Galliano. Come il Vescovo di Roma, Papa Sisto, e il Vescovo di Cartagine, San Cipriano, Fruttuoso, Vescovo di Tarragona, cadde vittima del decreto imperiale.

Fruttuoso e i suoi due diaconi Augurio ed Eulogio sono i protomartiri ispanici. Gli Atti del loro martirio danno fede all'esistenza di una comunità ben strutturata, con impulso missionario e ben accetta dalle varie classi sociali di Tarraco.

Il martirio di Fruttuoso sarà riflesso in un'omelia di Sant'Agostino di Ippona e in un inno del poeta ispanico Prudencio. La testimonianza del suo martirio segna un punto decisivo nella crescita della Chiesa di Tarragona, osservabile soprattutto nei secoli IV e V.

Le basiliche e le necropoli paleocristiane, insieme al mausoleo di Centcelles (IV secolo), mostrano come la fede cristiana fosse penetrata nel tessuto cittadino e stesse diventando il credo maggioritario. Anche la sede romana riconoscerà – con la prima bolla papale conosciuta – la funzione primaziale dell'Arcivescovo di Tarragona. La Chiesa della città elaborerà inoltre durante l'epoca visigota libri liturgici propri, come il cosiddetto Oracional de Verona.

La ricerca sul viaggio dell'apostolo Paolo in Ispania permette di affermare che, “probabilmente, è una Chiesa apostolica”, com'è stato constatato.

Il Congresso si inserisce nell'Anno Giubilare di San Fruttuoso, che terminerà il 21 gennaio 2009.

[Traduzione dallo spagnolo di Roberta Sciamplicotti]


Giornata Mondiale della Gioventù

La Chiesa cattolica in Australia
CITTA' DEL VATICANO, martedì, 8 luglio 2008 (ZENIT.org).- La Chiesa che accoglierà la prossima Giornata Mondiale della Gioventù di Sydney è giovane ma ha una consistente presenza sociale e pubblica nel Paese. Secondo dati diffusi dalla Conferenza Episcopale Australiana, i cattolici sono i più numerosi tra i cristiani del Paese.

I cattolici australiani sono più di un quarto della popolazione totale (il 27,56%, in base ai dati del 2006, pubblicati il 5 luglio dalla Sala Stampa della Santa Sede), cioè 5,7 milioni su 20,7 milioni di abitanti.

L'Australia è organizzata in 33 Diocesi e ha 1.390 parrocchie. Nel Paese ci sono attualmente 65 Vescovi e più di 3.100 sacerdoti, oltre la metà dei quali diocesani. In totale ci sono circa 2.200 religiosi e quasi 6.950 religiose, così come 8.200 catechisti.

La Chiesa cattolica è molto attiva nel settore sociale ed educativo, gestendo 1.749 scuole di insegnamento primario, 473 scuole secondarie e 30 centri superiori e universitari, in cui studiano più di 700.000 alunni.

Gestisce inoltre 58 ospedali, 407 residenze per anziani e handicappati, 164 orfanotrofi e asili, 480 centri di reinserimento sociale e 210 consultori per la famiglia e la difesa della vita.

La Conferenza Episcopale Australiana è attualmente presieduta da monsignor Philip E Wilson, Arcivescovo di Adelaide. Il vicepresidente è monsignor Barry J Hickey, Arcivescovo di Perth.

Un dato significativo è la crescita del numero dei cattolici tra le comunità indigene. Secondo dati della Conferenza Episcopale relativi all'ultimo censimento del 2006, attualmente ci sono oltre 100.000 indigeni cattolici, quasi il 7% in più rispetto al 2001. Il cattolicesimo è la confessione cristiana che ha più seguaci tra i popoli aborigeni, soprattutto nei territori del Nuovo Galles del Sud.

I Papi e l'Australia

Con la visita che compirà in occasione della Giornata Mondiale della Gioventù, Benedetto XVI sarà il terzo Papa a visitare l'Australia, e si tratterà della quarta visita papale nel Paese. Il primo Pontefice ad aver visitato la terra australiana è stato Paolo VI nel 1970, in un viaggio pastorale compiuto nel novembre di quell'anno.

Giovanni Paolo II ha visitato l'Australia tre volte, una come Cardinale nel 1973 in occasione del XL Congresso Eucaristico Internazionale, svoltosi a Melbourne, e due come Papa, nel 1986 e nel 1995. Nella sua prima visita pastorale, ha percorso tutto il continente. L'avvenimento più ricordato di quella visita è l'incontro con le comunità indigene dell'Australia centrale.

Nel 1995 il Papa è tornato a Sydney per la beatificazione della prima australiana, la religiosa Mary MacKillop. L'evento si è svolto nello stesso luogo che accoglierà l'incontro con i giovani della GMG, l'Ippodromo di Randwick.

Breve storia

I primi cattolici che si insediarono in Australia nel 1788 erano per la maggior parte di origine irlandese. Presto arrivarono anche alcuni sacerdoti per assisterli e amministrare i sacramenti, pur non stabilendosi nel Paese. Si stima che nel 1828 la popolazione cattolica fosse di 10.000 unità.

Si ritiene che la Chiesa giunse ufficialmente nel continente con l'arrivo dei sacerdoti Joseph Therry e Philip Connolly, nel 1820. Il primo Vescovo fu John Bede Polding, monaco benedettino inglese, e il primo clero fu per la maggior parte irlandese, fino a che negli anni '30 il numero di sacerdoti originari dell'Australia divenne preponderante.

La presenza cattolica nella scuola è piuttosto antica: nel 1833 esistevano già dieci scuole, e il numero continuò ad aumentare finché tra il 1872 e il 1893 il Governo ritirò tutti gli aiuti. Gli istituti poterono sopravvivere grazie all'aiuto di religiosi giunti dall'Irlanda e da altri Paesi europei.

Nel 1866 fra' Julian Tenison e suor Mary MacKillop fondarono un ordine religioso, le Suore di San Giuseppe (“giuseppine”), che nel 1875 gestivano 35 scuole nella Diocesi di Adelaide.

Tra la fine del XIX e l'inizio del XX secolo, la Chiesa cattolica ha conosciuto una grande espansione in tutto il Paese. In seguito, a partire dagli anni '60, l'immigrazione cattolica proveniente da Paesi come Italia, Croazia o Ungheria ha contribuito a dare un volto multiculturale alla comunità cattolica. Nonostante questo, negli ultimi decenni si sono fatti sentire con forza gli effetti della secolarizzazione.

Per ulteriori informazioni, www.catholic.org.au


Italia

Don Francesco Bonifacio, vittima delle foibe, presto beato
Rapito dalla guardie di Tito, venne ucciso “in odio alla fede” nel 1946

di Mirko Testa


CITTA' DEL VATICANO, martedì, 8 luglio 2008 (ZENIT.org).- Con il decreto firmato recentemente da Benedetto XVI, la Chiesa di Roma ha riconosciuto il “martirio in odio alla fede” di don Francesco Bonifacio, un sacerdote istriano, vittima delle foibe, che per la sua bontà e generosità veniva chiamato in seminario “el santin”.

In questo modo verrà presto iscitto all'albo dei beati, questo sacerdote ucciso nel 1946 all'età di trentaquattro anni, la cui causa di beatificazione era stata avviata nel 1957 dall'allora Arcivescovo di Trieste, monsignor Antonio Santin.

La storia delle foibe è legata al trattato di pace firmato a Parigi il 10 Febbraio 1947, che impose all’Italia la cessione alla Jugoslavia di Zara – in Dalmazia –, dell’Istria con Fiume e di gran parte della Venezia Giulia, con Trieste costituita territorio libero tornato poi all’Italia alla fine del 1954.

Dal 1943 al 1945 le truppe jugoslave del maresciallo Tito, in collaborazione con i comunisti italiani, commisero un’opera di vera e propria pulizia etnica mettendo in atto gesti di inaudita ferocia.

Migliaia di persone vennero giustiziate e gettate nelle cosiddette "foibe", le cavità carsiche profonde fino a 200 metri. Gli storici parlano di quattromila persone, ma i sopravvissuti indicano un numero di molto superiore, fino a ventimila.

In quell'epoca, 350.000 italiani abbandonarono l’Istria, Fiume e la Dalmazia. Intere famiglie italiane vennero massacrate, molti vennero legati con il filo spinato ai cadaveri e gettati nelle voragini vivi. Furono almeno 50 i sacerdoti uccisi dalle truppe comuniste di Tito.

Nella sola foiba di Basovizza, a pochi chilometri da Trieste, una delle poche foibe rimaste in territorio italiano, sono stati ritrovati quattrocento metri cubi di cadaveri.

Per decenni questa barbarie è stata coperta con i silenzi, mentre negli anni Novanta l’attenzione per il tema è aumentata fino a che il Parlamento italiano, con la legge n. 92 del 30 marzo 2004, ha istituito il "Giorno del Ricordo", per conservare la memoria della tragedia delle foibe.

In quel clima di terrore civile portato avanti spesso con lo strumento della persecuzione religiosa padre Bonifacio recava conforto alla gente delle colline tra Buie e Grisignana, nell'attuale Croazia, e raccoglieva attorno a sé i giovani, dando vita a un'Azione Cattolica locale.

Nato a Pirano (Istria) nel 1912, da una famiglia umile e profondamente cristiana, e secondo di sette figli, Francesco ricevette l'ordinazione sacerdotale il 27 dicembre 1936, nella cattedrale di San Giusto a Trieste.

Dopo un primo incarico a Cittanova, assunse la responsabilità della curazia di Villa Gardossi, che raccoglieva diverse frazioni sparse nella zona di Buie. Don Francesco si fece subito amare, promuovendo numerose attività, visitando le famigle, gli ammalati, e donando quel poco che aveva ai poveri.

Il suo impegno lo rese un prete troppo scomodo per la propaganda antireligiosa della Jugoslavia di allora, ma nonostante le intimidazioni proseguì fino alla fine per la sua strada.

E' la sera dell'11 settembre 1946 e don Francesco Bonifacio sta rincasando da Grisignana. A un certo punto viene fermato da due uomini della guardia popolare. Chi li vide raccontò che sparirono insieme nel bosco.

Il fratello, che lo cercò immediatamente, venne incarcerato con l’accusa di raccontare delle falsità. Per anni la vicenda è rimasta sconosciuta, finché un regista teatrale è riuscito a contattare una delle guardie popolari che avevano preso don Bonifacio.

Quest'ultimo raccontò che il sacerdote era stato caricato su un’auto, picchiato, spogliato, colpito con un sasso sul viso e finito con due coltellate prima di essere gettato in una foiba. Da allora i suoi resti non sono stati mai più ritrovati.


Interviste

Cresce il sentimento pro-vita del popolo polacco
Intervista al Vice Presidente del Polish Federation of Pro Life Movements

di Antonio Gaspari

ROMA, martedì, 8 luglio 2008 (ZENIT.org).- Molti parlano dell’aborto come espressione dell’emancipazione feminile, indicandolo tra i frutti del progresso, ma in Polonia l’aborto legale è stato imposto prima dai nazisti e poi dalla dittatura comunista.

In una intervista a ZENIT l’ingegner Antoni Zieba, Segretario del World Prayer for Life e Vicepresidente della Polish Federation of Pro Life Movements, si chiede perchè L’ONU e la Unione Europea fanno pressione sulla Polonia per liberalizzare l’aborto, quando è il paese con il minor numero di interruzioni volontarie di gravidanza.

Pur avendo una legislazione in materia simile a quella della Spagna, la Polonia ha infatti un numero bassissimo di aborti. In Spagna nel 2006 ci sono stati 98.500 aborti, cioè 270 al giorno, mentre in Polonia nello stesso anno ci sono stati 360 aborti, meno di uno al giorno.

Qual è il segreto di questi risultati? La legge viene applicata più rigorosamente oppure è più forte la cultura della vita?

Zieba: Non conosco esattamente la situazione in Spagna. Quello che posso dire è che la società polacca è a favore della vita. Abbiamo raggiunto questo obiettivo grazie a diversi decenni di preghiere ed opere di apostolato, svolte anche durante la dominazione comunista. All’interno delle strutture della Chiesa cattolica abbiamo svolto un'intensa attività in difesa delle vita dei non nati.

Questa azione apostolica si è intensificata grazie alle attività di vari movimenti ed organizzazioni di laici che si sono formate dopo il declino del Comunismo in Polonia, avvenuto nel 1989. Con la fine della censura abbiamo potuto distribuire materiale educativo in merito alla vita dei bambini e delle bambine fin dal concepimento. Abbiamo spiegato come ridurre i danni della sindrome post-aborto, ed abbiamo fatto conoscere la vera storia della legalizzazione dell’aborto in Europa e in Polonia.

I primi a legalizzare l’aborto nel nostro Paese sono stati i nazisti nel marzo del 1943. Volevano cancellare i polacchi con l’aborto. Poi sono arrivati i comunisti, e con la promulgazione delle legge sull’aborto il 27 aprile del 1956, è iniziata la loro dittatura.

Per numerosi polacchi, particolarmente per i giovani, questi fatti dovrebbero suscitare una riflessione e un riconoscimento che l’aborto è stato legalizzato, imposto e praticato in Polonia dai suoi nemici: i nazisti ed i comunisti.

In questo contesto i libri, i depliant, i volantini, sull’aborto, distribuiti in chiesa, nelle scuole, nelle strade, hanno avuto un profondo impatto nella società polacca. A questo proposito gli insegnamenti di Giovanni Paolo II circa la protezione della vita umana dal concepimento alla morte naturale, sono stati inestimabili e decisivi per la situazione in Polonia.

Come ha risposto la soceità civile a questa campagna di sensibilizzazione?

Zieba: Nella Costituzione Polacca l’articolo 38 recita: “La repubblica di Polonia assicura la protezione legale della vita di ogni essere umano”. Alcuni parlamentari polacchi hanno presentato una petizione in cui hanno chiesto che venisse aggiunto ”dal concepimento alla morte naturale”.

Purtroppo la Camera bassa del Parlamento ha respinto la richiesta, ma secondo i sondaggi fatti dal PGB Polka Grupa Badawcza (il miglior centro di ricerca sui sondaggi), il 52 % dei polacchi è a favore di questo tipo di rafforzamento della difesa della vita nella Costituzione, mentre il 35% è contrario. Più di 506.000 persone hanno firmato la petizione, mentre meno di 2.000 hanno espresso la loro disapprovazione.

Lei è Segretario del World Prayer for Life. Che lavoro svolge questa associazione pro-life?

Zieba: Parlando della protezione della vita, bisogna menzionare il grande e decisivo ruolo svolto dalle preghiere. In Polonia si è sviluppato un movimento di massa orante e dedito all’adozione spirituale dei bambini non nati. Una vera e propria crociata per le protezione dei concepiti. Queste preghiere hanno cambiato il cuore e la mente dei nostri concittadini ed hanno rafforzato il rispetto per la vita.

Il World Prayer for Life assume l’adozione spirituale dei bambini concepiti. Il movimento ha avuto origine nel 1980, quando ancora eravamo sotto la dominazione comunista. L’idea della preghiera per i non nati è stata direttamente ispirata dal Servo di Dio il Pontefice Giovanni Paolo II, durante il suo viaggio in Polonia il 7 giugno 1979.

Nel santuario mariano di Kalwaria Zebrzydowska, il Santo Padre fece un importante discorso in cui chiese preghiere per i bambini non nati, spiegando che l’uomo non vive di solo pane, e che deve essere sempre presente un gruppo di persone che prega il Signore.

Quante sono le associazioni pro-vita polacche? Come sono ccordinate? In che rapporto sono con la Chiesa cattolica? Quali funzioni di assistenza svolgono?

Zieba: In Polonia ci sono circa 160 tra organizzazioni, fondazioni e gruppi informali, a favore della vita nascente e attivi nella protezione di mamme e bambini. La Federazione Polacca dei Movimenti pro vita è guidata dal dottor Paweł Wosicki e raccoglie crica 130 organizzazioni e gruppi (www.prolife.com.pl/federacja).

La cooperazione tra la Federazione e la Chiesa Cattolica è splendida. Gli incontri tra dirigenti laici, Vescovi e sacerdoti è frequente. Attualmente la Federazione non ha rapporti con le altre Chiese non cattoliche.

Nella recente riunione dei Movimenti per la Vita Europei svoltasi a Roma lei ha proposto di celebrare una giornata per la vita a carattere mondiale, esattamente il 25 marzo. Dedicandola alla preghiera per la vita. Può spiegarci meglio il senso e la finalità della sua proposta?

Zieba: La preghiera è la pietra angolare delle buone azioni. Nella sua enciclica Evangelium Vitae, il Servo di Dio Giovanni Paolo II ha scritto che “è urgente una grande preghiera per la vita, che attraversi il mondo intero”. Questa preghiera deve essere svolta tutto l’anno ma sono convinto che il 25 marzo, festa dell’Annunciazione, del concepimento di Gesù nel corpo di Maria, dovrebbe diventare la giornata mondiale per la preghiera in difesa della vita.

La giornata della vita si svolge in diversi paesi, in differenti date. Propongo di fare del 25 marzo la giornata mondiale in protezione della vita. Senza rinunciare alla giornata della vita nazionale.

Questo giorno dell’anno in cui in tutto il mondo prega, riflette e svolge apostolati per l’incondizionata protezione della vita di ogni persona, dal concepimento alla morte naturale, può rappresentare un giorno di unità per tutti i militanti pro-life e per gli uomini e le donne di buona volontà.

Tra i tanti movimenti per la vita è stata sollevata anche la proposta di chiedere a tutti i Paesi e alle istituzioni internazionali di avere almeno un giorno senza aborti e cioè il 25 marzo. Qual è il suo parere in proposito?  

Zieba: Questa è una grande idea. Noi sosterremo questa proposta e raccoglieremo le firme in una petizione da sottoporre alla autorità polacche richiedendo il sostegno a questa proposta quando verrà sottoposta alle Nazioni Unite.

Raccogliere firme è una buona occasione per ricordare a ognuno che i bambini non ancora nati sono esseri umani protetti dalla Dichiarazione Universale dei Ditti dell’Uomo che all’articolo 3 afferma che “ogni individuo ha diritto alla vita, alla libertà e alla sicurezza della propria persona”.

Mentre in Europa c’è un aborto ogni 27 secondi ed un divorzio ogni trenta, in Polonia aborti e divorzi sono al minimo. Eppure una certa cultura relativista, molto influente nelle istituzioni europee sta esercitando pressioni sul vostro Paese perché promuova legislazioni radical-socialiste. Cosa può dirci in proposito?

Zieba: La Polonia è il primo Paese del mondo che democraticamente ha respinto una legge che autorizzava l’aborto e ne ha introdotto una che protegge la vita umana fin dal concepimento. Eppure varie organizzazioni come le Nazioni Unite o l’Unione Europea stano facendo pressioni alla Polonia perchè cambi la propria legge sull’aborto.

Queste pressioni stanno suscitando obiezioni e disappunto da parte della popolazione, che nelle classi più anziane, ricorda come la prima legge a favore dell’aborto fu imposta dai nazisti nel 1943, e la seconda legge sull’aborto fu promulgata dalla dittatura comunista il 27 aprile 1956.

Come si può chiedere alla Polonia di restaurare una legge favorevole all’aborto, imposta dalle due peggiori dittature del ventesimo secolo? Tale richiesta diventa ancora più inaccettabile se si pensa che in 15 anni di applicazione della legge a favore della vita ha generato ottimi risultati. Il numero degli aborti si mantiene ad un livello molto basso, 360 nel 2006.

Mentre negli anni Novanta il numero di aborti registrati era di 100.000 l’anno, durante gli anni della dittatura comunista si stima che il numero totale fosse di più di 600.000 l’anno.

La salute delle donne incinte sta continuamente migliorando, con una diminuzione costante delle morti correlate al parto. La mortalità infantile e il numero di aborti spontanei è in costante diminuzione.

Perchè dovremmo cambiare una legge che funziona così bene?


Il motu proprio “Summorum Pontificum” un anno dopo (I)
Padre John Zuhlsdorf ne analizza gli effetti

di Annamarie Adkins

MINNEAPOLIS (Stati Uniti), martedì, 8 luglio 2008 (ZENIT.org).- Il motu proprio di Benedetto XVI “Summorum Pontificum” sulla forma tradizionale della Messa ha suscitato un aumento dell'interesse nei confronti della liturgia in latino, soprattutto tra i sacerdoti, afferma un esperto di traduzioni liturgiche.

Padre John Zuhlsdorf, ex officiale della Pontificia Commissione Ecclesia Dei, è un'autorità delle traduzioni liturgiche e del Messale del 1962. Scrive anche l'editoriale “What Does the Prayer Really Say?” (“Cosa dice realmente la preghiera?”) sul quotidiano The Wanderer ed è autore di un popolare blog con lo stesso nome.

Nella prima parte di questa intervista rilasciata a ZENIT, il sacerdote parla del nuovo interesse per la Messa in latino e delle varie questioni sollevate dal motu proprio.

C'è stata una grande richiesta della Messa tradizionale in latino dopo il motu proprio “Summorum Pontificum”?

Padre Zuhlsdorf: Sì e no. Non abbiamo visto orde di fedeli battere alla porta dei rettorati per chiedere la Messa in latino, ma c'è stato un costante aumento delle parrocchie in cui la Messa tradizionale in latino viene ora celebrata regolarmente.

Le gocce stanno formando un ruscello.

All'inizio c'erano aspettative non realistiche. Molti di coloro che sostengono la Messa nel vecchio stile erano troppo ottimisti. Gli oppositori, spesso in posizioni di potere, hanno provato a fermare l'ondata parlando in modo molto negativo non solo della vecchia Messa, ma anche della gente che la desidera.

Molti Vescovi diocesani, incredibilmente, hanno posto ostacoli irragionevoli ai provvedimenti che il Santo Padre aveva generosamente promulgato. Questa resistenza si sta ora sgretolando sotto l'esame della gente e la pressione della Santa Sede.

L'altro fattore importante è che molti giovani sacerdoti vogliono imparare la Messa tradizionale in latino. Ad esempio, so che più di 1.000 sacerdoti hanno richiesto il nuovo DVD realizzato dalla Fraternità di San Pietro insieme a EWTN [Eternal World Television Network, ndt].

Molti sacerdoti stanno frequentando laboratori di formazione a Chicago e in Nebraska, a Oxford (Inghilterra) e in altri luoghi, dovunque siano proposti. Non appena i sacerdoti impareranno questa forma della Messa, inizieranno a implementarla nelle parrocchie.

Il Cardinale Darío Castrillón Hoyos, l'uomo di fiducia di Benedetto XVI nelle questioni di questo tipo, ha affermato che il Santo Padre spera che questa Messa verrà ampiamente offerta, anche se non è stata richiesta dai fedeli.

Si dice che la Pontificia Commissione Ecclesia Dei stia preparando un documento per chiarire alcune ambiguità relative all'implementazione del “Summorum Pontificum”. Quali sono state finora le maggiori difficoltà che questo documento potrebbe affrontare?

Padre Zuhlsdorf: Il documento probabilmente chiarirà certi termini del motu proprio usati da alcuni Vescovi e sacerdoti diocesani per fermare ciò che il Santo Padre sta cercando di fare.

Ad esempio, il “Summorum Pontificum”afferma che i sacerdoti devono essere idonei, capaci e competenti a dire Messa nel vecchio stile. Idoneo, un termine tecnico, si riferisce ai requisiti minimi per la competenza, non alla perizia.

Il Cardinale Edward Egan di New York, noto canonista, ha affermato giustamente che idoneo, per quanto riguarda il latino, significa che il sacerdote deve saper pronunciare le parole in modo adeguato. E' il minimo.

Ovviamente speriamo che ci sia più di questo, ma alcuni Vescovi stanno sottoponendo i sacerdoti a esami in latino prima di stabilire se possono esercitare il diritto di dire Messa usando il Messale Romano del 1962, o anche in latino con il Novus Ordo, cioè la Messa nel proprio rito, come sacerdote della Chiesa latina.

Un'altra questione è quanto debba essere numeroso un gruppo che richiede la Messa nel vecchio stile prima che il parroco debba accogliere la loro richiesta. Questa e altre questioni appartengono all'interpretazione del motu proprio.

Sono emerse anche questioni pratiche. Ad esempio, la Santa Sede dovrebbe dare delle direttive sul rapporto tra i due calendari liturgici. Penso che la Santa Sede dovrebbe emettere un ordo per la Messa tradizionale, un opuscolo annuale indicando quale Messa debba essere detta ogni giorno.

Potrebbero essere utili anche delle chiarificazioni sullo stile dei paramenti da usare, o sul tipo di musica. Ci sono questioni relative alla Comunione in mano o alle chierichette, su come si inseriscono nello spirito della Messa preconciliare.

Dovrebbero essere chiariti inoltre dettagli minori, come il cosiddetto secondo Confiteor prima della Comunione o alcune tradizioni precedenti al Messale del 1962 desiderate dai fedeli.

Questo documento, e le sue autorevoli risposte, aiuteranno a rendere l'implementazione del “Summorum Pontificum” ordinata e serena.

Lei ha affermato che il “Summorum Pontificum” è la base del “Piano Marshall” di Benedetto XVI per la Chiesa, ma la definizione “Piano Marshall” implica la ricostruzione dalle fondamenta. Può descrivere questo piano e il ruolo che crede abbia in esso la Messa tradizionale in latino?

Padre Zuhlsdorf: Per quanto possano essere utili, le analogie zoppicano un po'. Dopo la Seconda Guerra Mondiale, gli Stati Uniti hanno ricostruito l'Europa devastata dalla guerra sia per ragioni umanitarie che per avere partner commerciali e un forte baluardo contro il comunismo.

Dopo il Concilio Vaticano II molte sfere della Chiesa sono state devastate e sconvolte dal dissenso interno, con una perdita di continuità con la nostra tradizione, e dall'erosione da parte del secolarismo e del relativismo del mondo moderno prevalente.

Il Cardinale Joseph Ratzinger si è preoccupato per anni della perdita dell'identità cristiana, che è alla base della civiltà occidentale. Ora credo che Papa Ratzinger stia lavorando per rinvigorire la nostra identità cattolica, all'interno della Chiesa stessa tra i suoi membri e le sue sfere d'azione, perché possiamo resistere alle influenze negative del secolarismo e del relativismo.

Solo con un'identità solida possiamo, come cattolici, avere qualcosa di positivo e salutare da offrire al mondo, una voce chiara per dare importanti contributi nella sfera pubblica.

La nostra identità come cattolici è indissolubilmente legata al modo in cui preghiamo come Chiesa. Per dare forma e forza alla nostra identità cattolica in questi tempi difficili, abbiamo bisogno di un autentico rinnovamento liturgico che ci riporti alla nostra tradizione, mantenendoci in continuità con le profonde radici della nostra bimillenaria esperienza cristiana.

Contrariamente a quanto sostengono i più progressisti, “la cosa cattolica” non è iniziata negli anni Sessanta. Benedetto XVI ci sta guidando verso una visione più salutare della dottrina della Chiesa, della storia, dell'adorazione pubblica e della nostra identità come cristiani. Non ci può essere vero cambiamento in vista di un futuro migliore senza continuità con il nostro passato. La liturgia è la punta della lancia.

Traduzione dall'inglese di Roberta Sciamplicotti

[Mercoledì, la seconda parte dell'intervista]


Documenti

Intervento della Santa Sede alla riunione dell'Ecosoc
Riforme agricole per superare la crisi alimentare

CITTA' DEL VATICANO, martedì, 8 luglio 2008 (ZENIT.org).- Pubblichiamo il testo dell'intervento pronunciato, il 2 luglio a New York, dall'Arcivescovo Celestino Migliore, Osservatore Permanente della Santa Sede presso l'Organizzazione delle Nazioni Unite, alla riunione del Comitato economico e sociale dell'Onu (Ecosoc).


* * *

L'High-Level Segment di quest'anno esorta  i leader mondiali a riflettere  sui progressi compiuti nel seguire il programma di sviluppo  delle Nazioni Unite  e la necessità di affrontare le esigenze di sviluppo  delle comunità rurali.

Basta guardare alla copertura mediatica della attuale crisi dei generi alimentari  e sulla flessione dell'economia in alcuni Paesi industrializzati per comprendere l'importanza e la rilevanza del tema di quest'anno.

La crisi alimentare ha  colpito tutte le società. In alcuni luoghi, si  manifesta nella scarsità  di cibo con conseguenti malnutrizione e carestia. In altri  appare sotto forma di prezzi elevati  per le famiglie  che cercano di soddisfare esigenze di base. Nonostante le sue diverse manifestazioni, deriva da una serie di cause concomitanti: politiche energetiche, agricole ed economiche miopi che causano uno scontro fra una domanda crescente di generi alimentari e una produzione insufficiente, e l'aumento delle speculazioni finanziarie sui prodotti, l'aumento incontrollabile  dei prezzi del petrolio e  avverse condizioni climatiche.

Mentre il dibattito odierno  si incentrerà opportunamente sui difetti strutturali  dell'economia mondiale  e sulle cause  dell'emergenza,  dobbiamo adoperarci per assicurare che esso sia accompagnato  da un'azione  immediata ed efficace. Se non lo faremo, quest'incontro sarà stato un mero esercizio di retorica e un evitare le nostre responsabilità.

Presidente,

mentre si celebra il 60º anniversario  dell'UDHR, la crisi mondiale dei generi alimentari  minaccia  il diritto primario di ogni persona di essere libera dalla carestia. Da questo punto di vista, la recente risoluzione  adottata  dal Consiglio per i Diritti Umani sul Diritto al Cibo evidenzia correttamente l'obbligo degli Stati, assistiti dalla comunità internazionale, di compiere  ogni sforzo per soddisfare le necessità alimentari dei loro cittadini  mediante misure  che rispettino i diritti umani e lo stato di diritto.

Fin dall'inizio bisogna agire per aiutare chi soffre per la malnutrizione e la carestia. È difficile pensare che in un mondo che ogni anno spende più di 1,3 trilioni di dollari (851 miliardi di euro)  in armamenti, non siano disponibili i fondi salva-vita per aiutare chi ne ha bisogno.  La sincera volontà di affrontare la questione, deve essere accompagnata  dalle necessarie azioni  e  non solo da parole e buone intenzioni.

Procedendo, l'iniziale aiuto per l'emergenza economica deve essere accompagnato dallo sforzo concertato di tutti di investire su programmi agricoli sostenibili  a livello locale e internazionale. Negli ultimi venticinque anni  si sono compiuti progressi nel ridurre il numero di persone che vivono in povertà estrema. Tuttavia, se non reinvestiamo nell'agricoltura, i progressi compiuti con fatica e dedizione  rischiano di risultare vani. A questo fine, bisogna accelerare le riforme  agricole nei Paesi in via di sviluppo per  offrire  ai piccoli agricoltori  gli strumenti per aumentare la produzione in modo sostenibile e accedere ai mercati locali.

Inoltre,  le politiche  agricole e ambientali devono seguire la via  della ragione e della realtà per equilibrare la necessità di produzione alimentare con quella di una buona amministrazione della terra. L'attuale scarsità di cibo  enfatizza ancora una volta l'esigenza di esplorare con urgenza nuove riserve energetiche che non antepongano altre esigenze al diritto al cibo.

La mia delegazione accoglie con favore le raccomandazioni della recente Conferenza da Alto Livello  sulla Sicurezza Alimentare Mondiale, svoltasi a Roma presso la FAO. Queste raccomandazioni costituiscono una guida pratica su come affrontare le conseguenze  a breve e lungo termine delle crisi alimentari  e  su come evitare crisi ulteriori.

Presidente,

il ventesimo secolo  ha sofferto tragicamente per le conseguenze delle azioni di persone e di governi che si occupavano solo dei propri confini nazionali e per la mancanza di consultazione e  di cooperazione multilaterale. L'attuale crisi  è un'opportunità  per i membri della comunità mondiale di essere uniti nell'affrontarla e di assumersi la responsabilità del proprio prossimo.

[Traduzione a cura de L'Osservatore Romano]

  





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