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Il mondo visto da Roma, 08 Ottobre 2008
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Mercoledì, 08 Ottobre : 2008

Il mondo visto da Roma


SANTA SEDE
Il cristiano deve imparare a conoscere il Gesù vivente
Il Papa: cultura dell'accoglienza e solidarietà verso i profughi
Il messaggio del Papa per la Giornata dei Migranti, un “inno all’agapê”
Pio XII, il Papa che preparò il Concilio Vaticano II
Santa Sede: per arrivare al disarmo generale serve più multilateralismo
Una cultura della solidarietà per risolvere il problema degli sfollati

SINODO SULLA PAROLA DI DIO
Il Sinodo sulla Parola, una risposta alle sette
Divorzio tra Parola e vita pubblica in America
Messaggio al Sinodo del Consiglio Mondiale delle Chiese
La Bibbia attraverso una lente universale

ANNO PAOLINO
Riflessioni paoline a San Paolo fuori le Mura

UDIENZA DEL MERCOLEDÌ
Benedetto XVI e la relazione di San Paolo con il Gesù storico

DOCUMENTI
Messaggio per Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato 2009

DOCUMENTI SULLA WEB DI ZENIT
Interventi al Sinodo sulla Parola del 7 ottobre


Santa Sede

Il cristiano deve imparare a conoscere il Gesù vivente
Benedetto XVI nella catechesi sulla figura di San Paolo

CITTA' DEL VATICANO, mercoledì, 8 ottobre 2008 (ZENIT.org).- Il cristiano deve imparare a conoscere Gesù non come una “persona del passato” ma come il Signore vivente, ha detto questo mercoledì Benedetto XVI all’Udienza generale, rivolgendosi ai circa 25 mila pellegrini e fedeli presenti in Piazza San Pietro.

Continunando il ciclo delle catechesi dedicate a San Paolo, il Papa ha voluto questa volta parlare del rapporto tra l’Apostolo delle Genti e il “Gesù storico”, e indagare su cosa abbia mai saputo del Gesù terreno, della sua vita, dei suoi insegnamenti.

Innanzitutto, ha spiegato il Santo Padre, “sembra accertato che non lo abbia incontrato durante la sua vita terrena”, anche se ha potuto conoscere parole e fatti della vita di Gesù tramite gli Apostoli e la Chiesa nascente.

Successivamente il Papa ha accennato a come San Paolo distinguesse due modi di conoscere Gesù: un primo modo “secondo la carne”, come scrive nella prima Lettera ai Corinzi, ovvero secondo criteri esteriori, superficialmente; e un altro secondo il cuore.

Anche oggi, ha sottolineato il Papa, abbiamo due modi di conoscere Gesù: “Ci sono persone dotte che conoscono Gesù nei suoi molti dettagli e persone semplici che non hanno conoscenza di questi dettagli, ma lo hanno conosciuto nella sua verità: 'Il cuore parla al cuore'”.

Se Paolo prima d’incontrare il Cristo resuscitato sulla via di Damasco conosceva Gesù “secondo la carne”, dopo Damasco “non lo giudica più allo stesso modo”.

“San Paolo – ha detto Benedetto XVI – non pensa a Gesù in veste di storico, come a una persona del passato. Conosce certamente la grande tradizione sulla vita, le parole, la morte e la risurrezione di Gesù, ma non tratta tutto ciò come cosa del passato; lo propone come realtà del Gesù vivo”.

“Le parole e le azioni di Gesù per Paolo non appartengono al tempo storico, al passato. Gesù vive adesso e parla adesso con noi e vive per noi. Questo è il modo vero di conoscere Gesù e di accogliere la tradizione su di lui”, ha commentato.

Per questo, ha detto infine il Papa, “dobbiamo anche noi imparare a conoscere Gesù non secondo la carne, come una persona del passato, ma come il nostro Signore e Fratello, che è oggi con noi e ci mostra come vivere e come morire”.

Nei saluti finali, il Papa ha chiesto in particolare ai fedeli di pregare per il Sinodo dei Vescovi incentrato sulla Parola di Dio, in corso in questi giorni in Vaticano, e di recitare ogni giorno il Rosario nel mese di ottobre.

Rivolgendosi poi ai duecentocinquanta pellegrini della diocesi di Savona-Noli, guidati dal loro Vescovo Vittorio Lupi insieme all'Arcivescovo-Vescovo emerito Domenico Calcagno, li ha ringraziati per la scritta “Savona saluta Benedetto XVI”, un omaggio impresso sull'artistica infiorata collocata sul sagrato della Basilica vaticana.

L'iniziativa è nata dal desiderio di esprimere la gratitudine della diocesi al Papa per la visita pastorale compiuta il 17 maggio scorso. “Grazie per questo bel tappeto floreale. Grazie per tutto”, ha detto.

Inoltre, monsignor Paolo Pezzi, Arcivescovo della Madre di Dio a Mosca, ha presentato a Benedetto XVI il terzo volume dell'Enciclopedia cattolica in lingua russa, una iniziativa editoriale nata grazie alla collaborazione tra l'arcidiocesi cattolica e l'Istituto di Storia Universale dell'Accademia delle Scienze Russa.

Un'altra iniziativa editoriale offerta in anteprima a Benedetto XVI è stata il primo volume della sua Opera omnia in tedesco, edita dalla casa editrice Herder, che dovrebbe uscire a dicembre.

Subito dopo l’udienza generale, Benedetto XVI ha poi ricevuto il Primo Ministro della Papua Nuova Guinea, Michael Somare.

Secodo quanto spiegato in una nota della Sala Stampa vaticana, durante l' “incontro cordiale” il Pontefice e il Premier della nazione a nord dell’Australia si sono soffermati “sull’attuale situazione politica e sociale” nel Paese e “sul significativo contributo della Chiesa cattolica, soprattutto nei settori dell’educazione, della promozione umana e della salute”.

C’è stato inoltre “uno scambio di opinioni su alcuni temi di interesse regionale, tra i quali - conclude la nota - i rapporti con i Paesi vicini e gli effetti del cambiamento climatico”.


Il Papa: cultura dell'accoglienza e solidarietà verso i profughi
Nel messaggio per Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato 2009

CITTA' DEL VATICANO, mercoledì, 8 ottobre 2008 (ZENIT.org).- I cristiani hanno l'obbligo morale di accogliere e farsi carico dei tanti rifugiati e profughi costretti ad abbandonare le loro terre in condizioni difficili e disagiate, e di annunciare loro Cristo.

Lo ha detto Benedetto XVI nel messaggio per la prossima Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato, che si celebrerà il 18 gennaio 2009, incentrato sul tema: “San Paolo migrante, Apostolo delle genti”.

Il messaggio del Santo Padre è stato presentato questo mercoledì mattina nella Sala Stampa vaticana dal Cardinale Renato Raffaele Martino e dall’Arcivescovo Agostino Marchetto, rispettivamente Presidente e Segretario del Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli itineranti.

“Nell’amore – ha scritto il Santo Padre – è condensato l’intero messaggio evangelico e gli autentici discepoli di Cristo si riconoscono dal mutuo loro amarsi e dalla loro accoglienza verso tutti”.

Nella sua riflessione il Vescovo di Roma ha preso come modello San Paolo, “migrante per vocazione”, “itinerante ambasciatore di Cristo” e autentico “missionario dei migranti”.

Fu proprio Paolo, ha ricordato Benedetto XVI, dopo aver perseguitato accanitamente i cristiani a dedicare la propria vita a far conoscere e amare Gesù, perché “in Lui tutti i popoli sono chiamati a diventare un solo popolo”.

Questa, osserva il Santo Padre nel Messaggio, è anche oggi, nell’era della globalizzazione, la missione della Chiesa. Missione che “con attenta sollecitudine pastorale si dirige pure al variegato universo dei migranti includendo coloro che sono vittime delle schiavitù moderne”.

Benedetto XVI ha quindi auspicato che “l’insegnamento di San Paolo, umile-grande apostolo e migrante, evangelizzatore di popoli e culture, ci sproni a comprendere che l’esercizio della carità costituisce il culmine e la sintesi dell’intera vita cristiana”.


Il messaggio del Papa per la Giornata dei Migranti, un “inno all’agapê”
Afferma il Presidente del dicastero vaticano per i Migranti e gli Itineranti

CITTA' DEL VATICANO, mercoledì, 8 ottobre 2008 (ZENIT.org).- Il messaggio di Benedetto XVI per la 95a Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato, che si celebrerà il 18 gennaio prossimo, è “un nuovo inno all’agapê” basato sulla vita di San Paolo.

Ad affermarlo è stato il Cardinale Renato Raffaele Martino, Presidente del Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti.

Il porporato ha partecipato questo mercoledì mattina alla conferenza stampa per la presentazione del messaggio del Papa per la Giornata, sul tema “San Paolo migrante, ‘Apostolo delle genti’”, spiegando che di fronte al complesso movimento migratorio contemporaneo “tutti sono chiamati a dare un particolare contributo, soprattutto per il miglioramento dei rapporti tra popoli e culture”.

Il Pontefice, ha spiegato il Cardinale, trae spunto dalla “figura ricca e complessa di San Paolo” per “cogliere, senza forzature, che l’Apostolo delle genti fu anzitutto un missionario, nel senso che si fece migrante per vocazione, autentico missionario dei migranti, migrante egli stesso e itinerante ambasciatore di Gesù Cristo”.

Con “lo zelo missionario e la foga del lottatore, che lo contraddistinsero”, ha ricordato il Cardinal Martino, Paolo “si faceva vanto di annunciare il Vangelo là dove nessuno l’aveva fatto prima di lui, rendendosi in ciò particolarmente vicino alla Chiesa in diaspora, costituita dai migranti, senza tuttavia cessare di tessere un profondo legame di comunione e di solidarietà, anzitutto con la Chiesa madre di Gerusalemme”.

Sulla base di questo, il Papa si è chiesto come si possa “non andare incontro alle necessità di chi è di fatto più debole e indifeso, segnato da precarietà e da insicurezza, emarginato, spesso escluso dalla società”.

Al giorno d'oggi, ha ricordato il Cardinale, sono oltre duecento milioni le persone che vivono fuori dal loro Paese di origine, “spinte anche dalla miseria, dalla fame, dalla violenza, dalle guerre, dalle rivalità etniche, ma pure dal desiderio di una vita migliore”.

Il fatto che le destinazioni preferite siano le aree più ricche del mondo spiega perché l’immigrazione sia spesso vissuta nei Paesi ospitanti “come una sorta di 'invasione', con ripercussioni negative su questioni di stabilità e sicurezza”.

“Questo clima di chiusura rende ancora più triste e amara la vicenda umana di molti immigrati, spingendoli altresì a condizioni di irregolarità”, ha riconosciuto, sottolineando che “il fenomeno migratorio in un mondo globalizzato sta diventando, di fatto, inarrestabile” e che il problema “non si risolverà chiudendo le frontiere, ma accogliendo, con giusto regolamento, equilibrato e solidale, i flussi migratori da parte degli Stati”.

Tra le proposte presentate da Benedetto XVI, infatti, figura in primo luogo la necessità di partire dalla “cultura dell’accoglienza”, “che rende tutti partecipi dell’amore salvifico del Padre, in vista di un sincero dialogo e di una vera solidarietà”.

Per raggiungerla, il presidente del dicastero vaticano riconosce la necessità di “facilitare una graduale integrazione dei migranti, nel rispetto della loro identità culturale e anche di quella della popolazione locale”, sperimentando “gesti e sforzi concreti di reciprocità e di scambio”.

Nella visione cristiana, del resto, non esiste distinzione “tra migrante e autoctono, forestiero e locale, straniero e residente”.

“Se l’universalità fu una delle caratteristiche essenziali della missione di San Paolo – ha concluso il Cardinal Martino –, essa interpella anche noi, portandoci a vivere in pienezza l’amore fraterno senza distinzioni di sorta e senza discriminazioni”.

“Anche quest’anno, dunque, il Messaggio del Santo Padre ci sprona a comprendere che la pratica della carità fraterna costituisce il culmine di tutto ciò che siamo tenuti a eseguire nel pellegrinaggio, impegnativo e faticoso, verso la patria dell’autentica speranza”.

Dal canto suo, l'Arcivescovo Agostino Marchetto, Segretario del Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti, ha sottolineato durante la conferenza stampa che l’atteggiamento di accoglienza “scaturisce dalla missione stessa della Chiesa, che porta il Vangelo fino ai confini della terra e il cui messaggio di salvezza è destinato a tutti, senza distinzioni di nazionalità o cultura”.

Collegate all'accoglienza sono la solidarietà e l’ospitalità, che permettono che “ci si rivolga all’altro come a una persona, e in alcuni casi anche quale fratello/sorella nella fede, impedendo di considerarlo/la un caso, un numero o una mera ragione di lavoro”.

La solidarietà, ha aggiunto il presule, deriva dalla constatazione che “formiamo tutti una sola famiglia umana, al di là delle differenze di nazionalità, razza, etnia, religione, situazione economica e atteggiamento ideologico, e che siamo interdipendenti, custodi dei nostri fratelli e delle nostre sorelle, dovunque essi vivano”.

“Possa la dedizione con cui il migrante San Paolo ha svolto la sua missione, dando prova di coraggio ed entusiasmo, ispirare la Chiesa e la società a dare risposte solidali alle sfide presenti nella società contemporanea, così da promuovere la pacifica convivenza tra etnie, culture e religioni diverse”, ha auspicato.


Pio XII, il Papa che preparò il Concilio Vaticano II
Questo giovedì sarà il 50° anniversario della sua morte

di Inma Álvarez

CITTA' DEL VATICANO, mercoledì, 8 ottobre 2008 (ZENIT.org).- In occasione della celebrazione, il 9 ottobre, del 50° anniversario della morte di Papa Pio XII, si succedono le dichiarazioni sull'importanza di questo Pontefice per la vita della Chiesa nel XX secolo.

“L'Osservatore Romano” si è fatto eco di alcune impressioni sull'importanza del magistero di Papa Pacelli da parte di monsignor Rino Fisichella, rettore della Pontificia Università Lateranense, e del Cardinale Tarcisio Bertone, Segretario di Stato.

Secondo monsignor Fisichella, Pio XII ha saputo rispondere in modo originale alle questioni del suo tempo, e il suo magistero è fondamentale per comprendere lo sviluppo del Concilio Vaticano II.

“Per almeno 251 volte, infatti, si possono riscontrare nei documenti conciliari riferimenti espliciti al suo magistero”, ha osservato; non solo alle sue 43 Encicliche, ma anche ai “numerosissimi e impegnativi discorsi con i quali affrontò i temi più controversi all'epoca”.

Il Cardinale Agostino Bea, una delle figure più importanti del Concilio, affermò che sarebbero servite “decine d'anni, per non dire dei secoli, prima che la gigantesca opera di Pio XII” fosse “stimata nel suo valore”, ricordando la sua dottrina “ha costituito il fondamento stesso del Concilio, aprendosi a tutti i problemi dell'umanità contemporanea”, ha citato il rettore dell'Università Lateranense.

Monsignor Fisichella ha ricordato ad esempio l'Enciclica Munificentissimus Deus, che istituì il dogma dell'Assunzione. In essa, “Pio XII raccolse l'intero insegnamento biblico, patristico e della grande tradizione teologica; il vero punto innovativo, comunque, rimane il riferimento alla fede viva del popolo di Dio”.

“La centralità cristologica che il Papa compì nel formulare il dogma mariano permette di verificare ulteriormente i tratti di originalità della sua prospettiva teologica, anche se si dovrà attendere il Vaticano II con la Lumen gentium (n. 68) per inserire il mistero della Madre di Dio all'interno dell'orizzonte ecclesiologico come spazio vitale per la significazione completa della sua partecipazione alla storia della salvezza”, ha osservato.

Un altro documento fondamentale, ha proseguito monsignor Fisichella, è stata l'Enciclica Divino afflante Spiritu, con cui “Pio XII diede grande impulso alla lettura della Sacra Scrittura e alla promozione degli studi biblici”, soprattutto con la descrizione del “genere letterario”. “In una parola, è sufficiente riprendere tra le mani la Dei Verbum per verificare come molto di questo materiale sia confluito nel magistero conciliare”.

In terzo luogo, il presule ha sottolineato l'Enciclica Mystici Corporis, un documento “innovativo” che recupera la visione paolina del “Corpo mistico di Cristo” con il Papa che apriva la via a una visione della Chiesa alla luce della comunione che ha incontrato la sua piena esplicitazione nella Lumen gentium.

Ulteriore documento importante è stata la Humani generis, in cui Pio XII esprime una “condanna del relativismo teologico e filosofico” e offre la visione cristiana sulla teoria dell'evoluzione.

Anche il Cardinale Tarcisio Bertone ha sottolineato l'importanza dell'insegnamento di Pio XII relativo ai problemi del suo tempo, ricordando l'Enciclica Summi Pontificatus, in cui condannava quanti “si servivano dello Stato per perpetrare continuamente atti contrari alla persona e alla società”.

“Si vuole fare di Papa Pacelli un 'politico' in guerra con due ideologie considerate comunemente nefaste – ha aggiunto –. Pio XII ha sempre pensato (sin dalla sua prima Enciclica) che non era la Chiesa ad avere nemici, ma che, piuttosto, vi erano nemici dell'uomo”.

“Attraverso le sue molte encicliche, Papa Pio XII emanò importanti norme dottrinali, diede nuovo impulso all'attività missionaria e affermò i diritti della donna in una miriade di campi, incluso quello politico e giudiziario”.

Il Cardinal Bertone ha anche sottolineato, come già in altre occasioni, l'opera di Papa Pacelli a favore degli ebrei perseguitati durante l'Olocauso. “È profondamente ingiusto stendere un velo di pregiudizio sull'opera di Pio XII durante la guerra, dimenticando non soltanto il contesto storico ma anche l'immensa opera caritativa che egli promosse”, ha concluso.


Santa Sede: per arrivare al disarmo generale serve più multilateralismo
L'Arcivescovo Migliore interviene all'Assemblea Generale dell'ONU

di Roberta Sciamplicotti

NEW YORK, mercoledì, 8 ottobre 2008 (ZENIT.org).- Per raggiungere una pace giusta e duratura bisogna promuovere il multilateralismo nelle organizzazioni internazionali, “invertendo la tendenza alla sua erosione nei settori della regolamentazione delle armi, del disarmo e della non proliferazione”.

Lo ha affermato questo martedì a New York l'Arcivescovo Celestino Migliore, Nunzio Apostolico e Osservatore Permanente della Santa Sede presso le Nazioni Unite, nella dichiarazione sul “Disarmo generale e completo” al Primo Comitato della 63ma sessione dell'Assemblea Generale dell'ONU.

Il 60° anniversario della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani che si celebra quest'anno, ha ricordato il presule, “invita a un rinnovato impegno nei confronti del disarmo, dello sviluppo e della pace”.

“Tutti gli Stati sono chiamati a promuovere il disarmo e la non proliferazione come elementi chiave per un ordine internazionale in cui i diritti e le libertà fondamentali di ogni persona possano trovare piena realizzazione”.

A questo proposito, l'Arcivescovo ha sottolineato che “è ben noto che possono essere compiuti progressi maggiori con un approccio basato su un dialogo e su una cooperazione responsabili, onesti e coerenti da parte di tutti i membri della comunità internazionale piuttosto che su approcci individuali e contrastanti”.

Per questo motivo, ha esortato a rafforzare il multilateralismo, che ha avuto un risultato positivo quando nella primavera scorsa un gruppo di 107 Stati, con il sostegno di 20 Stati osservatori, organizzazioni internazionali e una coalizione di organizzazioni non governative, ha adottato a Dublino (Irlanda) la Convenzione per il Bando delle Bombe a Grappolo, che verrà aperta per la firma il prossimo 3 dicembre a Oslo (Norvegia).

Secondo la delegazione della Santa Sede, la Convenzione, “oltre a riempire un grave vuoto nel diritto umanitario, fornisce una soluzione forte e realistica a un problema attuale, caratterizzato non solo dall'uso indiscriminato delle bombe a grappolo, ma anche dal fatto che possono rimanere senza scoppiare sul terreno per molti anni e, una volta sollecitate, possono avere effetti devastanti sulla vita di migliaia di civili in tutto il mondo”.

Accanto all'impulso al multilaterialismo, il presule ha auspicato “una maggiore trasparenza”, che “contribuirebbe alla sicurezza attuale e fornirebbe le premesse per una futura limitazione del commercio di armi”.

Visto inoltre che la persona umana è il fine ultimo di tutte le politiche pubbliche, ha osservato, “la regolamentazione delle armi, il disarmo e la non proliferazione devono avere un approccio interdisciplinare o, cosa più importante, umano”.

Non considerando gli impatti sociali, economici, psicologici ed etici degli armamenti, infatti, “le politiche sul disarmo e sulla non proliferazione diventano un gioco di tregua armata tra gli Stati”.

L'Arcivescovo Migliore ha poi denunciato l'emergere di un conflitto “tra le politiche di sicurezza e quelle militari”, considerando che “la comunità internazionale cerca di combattere il terrorismo nucleare con l'adozione di norme vincolanti per bandire la produzione, il possesso e il trasferimento di questo tipo di armi, ma dall'altro lato non pochi Stati perseguono il rinnovamento o l'acquisizione di arsenali nucleari a livello nazionale”.

Per questo motivo, emerge anche “un conflitto tra le politiche di sicurezza e lo sviluppo”, perché “gli Stati, e in particolare le potenze principali, aspirano nel campo nucleare alla massima libertà nazionale, e allo stesso tempo a forme incisive di monitoraggio internazionale e regionale”.

Ciò, ha constatato, spiega anche in larga parte “lo scarso interesse nel rispettare pienamente il Trattato di Non Proliferazione delle Armi Nucleari e nel raggiungere il quorum necessario per l'entrata in vigore del Trattato Comprensivo per il Bando dei Test Nucleari”.

Secondo l'Osservatore Permanente, questo atteggiamento “contraddice lo spirito delle Nazioni Unite e non è il modo per costruire una pace duratura”.

La regolamentazione delle armi, il disarmo nucleare e la non proliferazione, infatti, sono “elementi fondamentali per una strategia globale a favore dei diritti umani, dello sviluppo e dell'ordine internazionale”.

In questo contesto, la Santa Sede esorta quindi la comunità internazionale “a una maggiore sensibilità e a più sforzi nella promozione della coesistenza pacifica e della sopravvivenza dell'intera famiglia umana”, sostenendo che “la migliore formula per il successo è la cooperazione e la partnership tra gli Stati, le Nazioni Unite, le organizzazioni internazionali e la società civile”.


Una cultura della solidarietà per risolvere il problema degli sfollati
Propone l'Arcivescovo Tomasi a Ginevra

di Roberta Sciamplicotti

GINEVRA, mercoledì, 8 ottobre 2008 (ZENT.org).- Anche se gli strumenti giuridici sono innegabilmente necessari, secondo monsignor Silvano M. Tomasi per risolvere il problema degli sfollati è necessaria soprattutto una cultura della solidarietà.

Il presule, Osservatore Permanente della Santa Sede presso l’Ufficio delle Nazioni Unite e delle Istituzioni Internazionali a Ginevra, è intervenuto questo martedì alla 59ma Sessione Generale del Comitato Esecutivo dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR), in svolgimento dal 6 al 10 ottobre nella città svizzera.

Se attualmente i riflettori dell'opinione pubblica sono puntati sulla crisi dei mercati finanziari e “sull'irresponsabilità e sull'avidità di alcuni manager che l'hanno provocata”, elementi che “esercitano un grave impatto sui gruppi vulnerabili della società e mostrano chiaramente l'interconnessione e la mancanza d'equità nel mondo odierno”, monsignor Tomasi ha avvertito che la comunità internazionale deve affrontare anche ulteriori sfide, come i cambiamenti climatici e i conflitti che travagliano alcune regioni del mondo.

Tutti questi fattori, ha osservato, determinano “un'intensificazione degli spostamenti forzati di persone e una maggiore incertezza riguardo alla nostra abilità di fornire loro la protezione e l'assistenza di cui hanno bisogno”.

I disastri naturali e quelli provocati dall'uomo, ha spiegato, espongono infatti milioni di persone e di famiglie a condizioni di estrema povertà e di violazione dei loro diritti umani fondamentali che rendono impossibile la loro permanenza nei luoghi di residenza abituale.

“Guardando al futuro – ha riconosciuto –, la condizione delle persone sfollate sembra più desolata e ambigua che mai”, motivo per il quale “sono necessari risposte politiche, immediata assistenza e know-how tecnico”.

La delegazione della Santa Sede, ha ricordato il presule, “ha partecipato con grande interesse alle discussioni sulla protezione”, sostenendo iniziative recenti dell'UNHCR come le Conclusioni sulle Donne e le Ragazze a Rischio (2006) e sui Bambini a Rischio (2007).

Dal canto suo, la comunità internazionale “è riuscita ad approvare strumenti chiari e coraggiosi per difendere i rifugiati dalla violenza e dalla persecuzione”, strumenti che “rappresentano l'inizio di un continuum, all'altra estremità del quale ci sono le convenzioni e gli accordi presi dalle Nazioni Unite e dall'Organizzazione Internazionale del Lavoro per difendere i lavoratori migranti e le loro famiglie”.

Attualmente, ha constatato monsignor Tomasi, “tra questi due 'poli' ci sono milioni di altre persone sradicate forzatamente dalla desertificazione, dalla carestia, dai cambiamenti climatici, dall'oppressione generalizzata e dall'abuso dei loro diritti umani”.

“La comunità internazionale – ha dichiarato – non può ignorare la loro piaga né negare il dovere etico di estendere loro la protezione, per quanto possa essere difficile”, perché “nel nostro mondo interconnesso siamo legati a tutti gli sfollati dalla nostra comune umanità e dalla constatazione che la globalizzazione della giustizia e della solidarietà è la migliore garanzia per la pace e un futuro comune”.

Di fronte a ciò, la questione da affrontare è quindi “come iniziare un processo per formalizzare modi e strumenti per la protezione dei milioni di persone al centro del continuum”, ricordando che “le migliori pratiche esistenti e i doveri dei diritti umani possono servire come punto di partenza per procedere verso uno strumento giuridico”.

Lo sfollamento, ha osservato, “non è un fenomeno isolato dalle altre realtà sociali”, ma “il risultato di decisioni politiche, di trascuratezza e mancanza di azione preventiva, e anche di eventi naturali imprevisti”.

Per questo motivo, una risposta adeguata “non è possibile senza coerenza nell'azione di agenzie e attori coinvolti e autorizzati a lavorare per trovare le soluzioni migliori”.

“La vigilanza creativa richiesta per queste soluzioni dovrebbe portare la comunità internazionale a intraprendere nuovi passi sulla via della protezione – ha concluso –. Anche se gli strumenti giuridici sono necessari, saranno soprattutto una cultura della solidarietà e l'eliminazione delle cause che sono alla base dello sfollamento a sostenere il sistema di protezione”.


Sinodo sulla Parola di Dio

Il Sinodo sulla Parola, una risposta alle sette
L'interpretazione fondamentalista della Bibbia genera adepti

CITTA' DEL VATICANO, mercoledì, 8 ottobre 2008 (ZENIT.org).- Tra i temi emersi sin dalle prime battute del Sinodo sulla Parola di Dio vi è l'urgenza di dare una risposta ai fedeli cattolici che abbandonano la Chiesa per unirsi a quelle sette che offrono una interpretazione fondamentalista della Bibbia.

Le sette, infatti, sono state al celtro delle discussioni che hanno avuto luogo nelle congregazione generali tra martedì e mercoledì.

Il numero 56 dell'Instrumentum laboris (documento di lavoro) afferma che “una particolare attenzione va data alle numerose sette, operanti in differenti continenti, che si servono della Bibbia per scopi devianti e con metodi estranei alla Chiesa”.

Monsignor Laurent Monsengwo Pasinya, Arcivescovo di Kinshasa e Presidente della Conferenza Episcopale della Repubblica Democratica, ha osservato che in realtà quello delle sette non è un fenomeno nuovo.

“Nella sua prima lettera (1 Gv, scritta intorno al 95 d.C.) – ha detto –, Giovanni accenna già ad alcuni dissidenti che non professano più 'Gesù (è) venuto nella carne' (1 Gv 4,2-3), sono usciti dalla comunità e si sono allontanati dalla fede apostolica (1 Gv 2, 19-24)”.

“Comunque, lungi dal rassicurarci, la proliferazione cancerogena delle sette di ogni genere e con motivazioni diverse preoccupa i pastori della Chiesa – ha continuato – . Tanto più che la loro dottrina si basa in genere su un’interpretazione fondamentalista della Sacra Scrittura”.

“Eppure numerosi testi biblici dissuadono da tale interpretazione e spingono piuttosto a ricorrere a criteri stabiliti”, ha proseguito il presule.

“In questo senso, esistono delle norme di interpretazione delle Scritture, di cui Pietro e gli apostoli sono garanti (cf 2 P 1,16-19). Pietro stesso afferma che 'nessuna profezia della Scrittura proviene da un’interpretazione personale' poiché 'degli uomini hanno parlato da parte di Dio, perché sospinti dallo Spirito Santo' (2 P 1,20-21)”.

E Pietro afferma di stigmatizzare i “falsi dottori” e le loro “sette perniciose”, ha aggiunto l'Arcivescovo considerato uno dei maggiori biblisti in Africa.

“Bisogna dire che molte sette attuali rispondono al profilo qui descritto dal Principe degli Apostoli: condotta dissoluta, diffamazione contro la verità, cupidigia, parole false, dominazione delle coscienze (2 P 2,2-3) – ha sottolineato monsignor Pasinya –. Ne consegue che la via migliore per dialogare con le sette è una sana interpretazione delle Sacre Scritture”.

L'Africa è divenuta in questo senso terreno fertile per le sette, come ha riconosciuto monsignor John Olorunfemi Onaiyekan, Arcivescovo di Abuja (Nigeria), che ha denunciato la proliferazione di gruppi che, oltre a essere “fondamentalisti, sono dichiaratamente anti-cattolici”.

“L’Africa, sfortunatamente, è la discarica in cui gli altri continenti riversano ogni tipo di idee folli, come per esempio che la nostra Chiesa non 'rispetta' la Bibbia, e per tanto, non può essere considerata veramente cattolica”, ha spiegato.

“Molti dei nostri membri – ha continuato monsignor Onaiyekan – si sentono spesso in imbarazzo per gli attacchi e gli abusi di questi gruppi, soprattutto quando non sono adeguatamente preparati a difendere la propria posizione di cattolici”.

“Per questo molti dei nostri fedeli si sono trovati nella necessità di approfondire le Scritture, proprio per poter controbattere gli attacchi rivolti a loro e alla loro Chiesa – ha commentato –. In generale, comunque, credo che il contatto con i nostri fratelli protestanti si stia gradualmente sviluppando nella giusta direzione”.

Da parte sua monsignor Norbert Klemens Strotmann Hoppe, M.S.C., Vescovo di Chosica (Perù), ha spiegato che “negli ultimi 40 anni, la Chiesa in America latina ha perso circa il 15% dei propri fedeli a favore di movimenti non cattolici che si basano proprio su strategie bibliche”.

“L’America Latina rappresenta oggi il 43% del cattolicesimo mondiale, che a sua volta, negli ultimi 30 anni, è diminuito del 14% rispetto alla crescita della popolazione mondiale – ha detto –. La defezione del 2,3% dei cattolici in America Latina rappresenta oggi, per il cattolicesimo mondiale, una perdita dell’1%”.

Il presule ha quindi chiesto al Sinodo alcuni suggerimenti per “una controstrategia pastorale mirata, a livello biblico, nei confronti di coloro che possiedono una strategia pastorale biblica e ci rendono difficile il lavoro nella pastorale”.

“Urge una chiara identità per quanto riguarda la funzione fondante della Parola di Dio per la Chiesa – ha dichiarato –. Soltanto, la si dovrebbe valutare senza trascurare la visione esterna del mare, attualmente difficile, per la Chiesa”.

“Non c’è più tempo; non c’è soprattutto per i paragoni con l’attuale clima generale della situazione economico-politica”, ha osservato.

Per questo, ha concluso con “malizia biblica”: “non dovremmo soltanto restare nel ventre della barca a occuparci delle questioni relative alla costruzione per migliorare la stabilità della rotta. Come gli apostoli, dopo aver ricevuto lo Spirito nella Pentecoste, dovremmo chiedere: come facciamo ad uscire da questa sala, visto che la Parola di Dio e lo Spirito di Dio vogliono raggiungere la gente e, questo, tramite noi”.

Il Cardinale Péter Erdö, Arcivescovo di Esztergom-Budapest (Ungheria), Presidente del Consiglio delle Conferenze Episcopali d'Europa, ha constatato che in questo senso “le pubblicazioni più sensazionali che scientifiche possono creare una notevole confusione anche nel pensiero dei fedeli e a volte persino dei sacerdoti”.

“Il rischio più grande – ha aggiunto – non è che alcuni non sapranno quale credito possono dare ad uno scritto apocrifo come per esempio il Vangelo di Giuda, ma che molti non hanno alcuna idea su come distinguere fonti credibili e non credibili della storia di Gesù Cristo”.

Monsignor Desiderius Rwoma, Vescovo di Singida (Tanzania), ha affermato invece che le cause della crescita delle sette potrebbero essere fatte risalire alla “mancanza di una predicazione buona e adeguata da parte dei ministri”.

Il Relatore generale del Sinodo, il Cardinale Marc Ouellet, Arcivescovo di Quebec, nel suo intervento di apertura ha denunciato “l'insoddisfazione di molti fedeli nei confronti del ministero della predicazione”.

“Questa insoddisfazione – ha detto – spiega in parte la fuga di molti cattolici verso altri gruppi religiosi”.


Divorzio tra Parola e vita pubblica in America
Nella relazione su questo continente al Sinodo dei Vescovi

CITTA' DEL VATICANO, mercoledì, 8 ottobre 2008 (ZENIT.org).- Nel continente americano si assiste al divorzio tra la Parola di Dio e i cattolici impegnati nella vita pubblica.

E' quanto ha constatato lunedì il Cardinale Óscar Rodríguez Maradiaga, Arcivescovo di Tegucigalpa, nel presentare di fronte all'assemblea una relazione su “La Bibbia e la sua comprensione in America”.

“La globalizzazione ha i suoi aspetti positivi specialmente quando si tratta di informazione – ha detto –. Siamo informati su tutto ciò che sta accadendo nel mondo pubblico dei nostri paesi molte volte sui grandi scandali”.

“Tuttavia, lamentiamo il fatto che molti degli attori di questo scenario sociale e politico sono passati attraverso i nostri centri di formazione (catechesi, gruppi giovanili, collegi e università)”, ha sottolineato.

Il porporato honduregno si è poi domandato: “Qual è stato il ruolo dell'insegnamento della Parola di Dio in tutto loro? Li abbiamo aiutati a incontrarsi con il Dio della Parola? Perché una volta nella pubblica arena, qualunque sia lo scenario nel quale si sono trovati a operare, i valori del Vangelo non sono diventati la direttrice della loro vita?”.

“E' necessario – ha quindi affermato –, in una solida formazione cristiana, un incontro dialogante con il Dio della Parola, in grado di cambiare, modificare la propria condotta di vita fino a renderla cristiana. E' necessaro pertanto impiantare nuovamente un modo di educare alla fede biblica per la vita dei cristiani”.

Una vita, ha concluso, “che si manifesti in tutti gli aspetti, e che abbracci la totalità delle azioni, non solamente la vita all'interno delle nostre chiese”.


Messaggio al Sinodo del Consiglio Mondiale delle Chiese
Firmato dal Segretario Generale, Samuel Kobia

CITTA' DEL VATICANO, mercoledì, 8 ottobre 2008 (ZENIT.org).- Prima della discussione libera, martedì alle 18.00, l'Arcivescovo Metropolita Nifon di Targoviste ha letto un messaggio alla XII Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi del Segretario Generale del Consiglio Mondiale delle Chiese, Samuel Kobia.

Riportiamo qui di seguito il testo integrale del messaggio:
 

* * *
 
Sua Santità,
Eminenze ed Eccellenze,
Distinti Delegati e Osservatori

"E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi vedemmo la sua gloria, gloria come di unigenito dal Padre, pieno di grazia e di verità" (Gv 1, 14)

Il tema scelto per la XII Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi ha in sé la promessa di un profondo rinnovamento spirituale per la missione della Chiesa. Avendo come tema centrale nei nostri pensieri e nelle nostre menti la Parola di Dio viva, rivelata a noi con l'incarnazione di Gesù Cristo, noi ci apriamo alla presenza del Dio Trinitario e all'energia dell'amore divino, grazie alla quale questo mondo è stato creato, i nostri peccati sono stati redenti, e la nostra vita sostenuta.

È la Parola viva di Dio che edifica la Chiesa e trasforma la vita delle persone, in modo da renderle discepoli credibili e visibili di Cristo grazie alla Santa Eucaristia, la meditazione dei testi biblici e la quotidiana testimonianza dei fedeli nelle loro case, nelle strade e sui luoghi di lavoro.

Il modo in cui la Parola di Dio si rispecchia nelle nostre vite, ci trasforma, e genera atti di amore tra noi, è veramente centrale per la missione salvifica della Chiesa. Nostro Signore Gesù Cristo ha detto, come si legge nel Vangelo di San Giovanni: "Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri" (Gv 13, 35).

È questo il tipo di discepolato così disperatamente necessario in un mondo lacerato da conflitti e guerre, diviso tra ricchi e poveri, e tormentato dall'odio comune e dalla violenza. In Gesù crocifisso, vediamo la sofferenza di questo mondo e la sua disperazione. In Cristo risorto la nostra speranza è reale. Le terribili conseguenze del peccato possono essere superate. In questa "speranza noi siamo stati salvati" e attendiamo con ansia che non solo noi, ma tutta l'umanità e tutta la creazione vengano liberate "dalla schiavitù della corruzione, per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio" (Rm 8, 21-24).

Ricordando la preghiera di nostro Signore per i suoi discepoli "siano... in noi una cosa sola... perché il mondo creda" (Gv 17, 21), noi affermiamo che la ricerca dell'unità visibile della Chiesa rappresenta una dimensione indispensabile della vita e della missione della Chiesa. Nello spirito di questa affermazione, desidero assicurarvi delle nostre preghiere per questo Sinodo dei Vescovi.

Che Dio Padre, Figlio e Spirito Santo rimanga con voi e benedica le vostre deliberazioni.


La Bibbia attraverso una lente universale
I rappresentanti dei continenti forniscono una panoramica sul Sinodo

CITTA' DEL VATICANO, mercoledì, 8 ottobre 2008 (ZENIT.org).- I Padri sinodali riuniti a Roma stanno studiando la Parola di Dio nella vita e nella missione della Chiesa, il che significa guardare alla Bibbia attraverso una lente universale.

La XII Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi ha visto lunedì, primo giorno pieno di lavori, la presentazione di un rapporto da parte dei rappresentanti dei cinque continenti. Benedetto XVI e 245 Padri sinodali hanno ascoltato le loro dichiarazioni.

Il rappresentante dell'Africa, l'Arcivescovo John Onaiyekan di Abuja (Nigeria), ha sottolineato come il continente africano, a differenza di altri, possa vantare di essere una terra biblica. Il presule ha anche menzionato i grandi martiri e confessori di centri africani come Alessandria, Cartagine e Ippona.

Al giorno d'oggi, ha lamentato, trovare una Bibbia in Africa non è però così semplice.

“Il costo di una Bibbia può essere minimo in molte parti del mondo”, ha osservato, “ma in alcune parti dell'Africa può equivalere a uno stipendio mensile. Il risultato è che molte persone non hanno il denaro sufficiente a comprare una Bibbia”.

Accanto a questo, c'è il problema della traduzione nelle lingue africane. “Molte lingue non hanno ancora una traduzione adeguata del testo biblico. [...] Anche dopo aver ascoltato la Parola di Dio letta nelle nostre lingue, c'è il compito dell'interpretazione di questa Parola per assimilare il vero significato del messaggio che lo Spirito Santo pensa per coloro ai quali la Parola è indirizzata. C'è allora il compito dell'interpretazione, dell'esegesi a livello sia scientifico che popolare”.

Da questo Sinodo, ha affermato l'Arcivescovo Onaiyekan, i Vescovi africani sperano che “l'entusiasmo per la Parola di Dio che sperimentiamo ora nel nostro continente venga rafforzato e sostenuto. Speriamo anche che avendo riferito la nostra storia circa le sfide che affrontiamo e i limiti delle nostre risorse possiamo ottenere più sostegno da parte di coloro che ci hanno aiutato nei settori menzionati”.

Asia

L'Arcivescovo Tomas Menamparampil di Guwahati (India) ha lodato un aspetto a suo avviso caratteristico della Parola di Dio in Asia: il fatto che la predicazione sia accompagnata dalla testimonianza.

“Madre Teresa è un esempio recente”, ha affermato. “I missionari sono creativi e hanno ampliato i loro campi d'azione. Il loro servizio nei settori dell'istruzione e della salute è molto apprezzato. [...] Sono attivi nel lottare per la giustizia per i gruppi oppressi, nell'operare per i cambiamenti sociali, per la promozione culturale, la protezione dell'ambiente, la difesa della vita e della famiglia, nella difesa dei deboli, degli oppressi e degli emarginati, nel dare voce a quanti non ce l'hanno”.

“Anche quando c'è maggiore resistenza al Vangelo – ha aggiunto –, la testimonianza evangelica di opere socialmente rilevanti trova il benvenuto”.

Il presule ha sottolineato che la Chiesa sta crescendo in Asia, dove i gruppi missionari hanno trovato quelle che ha definito “comunità che rispondono”. Tra queste ci sono le crescenti comunità cristiane in Cina, Indonesia, Myanmar e Thailandia, così come in India.

In Asia è ben compresa anche la vita religiosa, ha continuato l'Arcivescovo. “I valori religiosi come la rinuncia, l'austerità, il silenzio, la preghiera, la contemplazione e il celibato sono altamente considerati. [...] I religiosi in Asia sono considerati i guardiani della saggezza religiosa e umana. Con un'adeguata formazione, i giovani religiosi possono crescere come veri annunciatori del messaggio cristiano”.

I cristiani asiatici, ha però precisato, devono essere convinti della loro fede, perché probabilmente saranno perseguitati per questa.

“In molti Paesi in Asia, i cristiani sono ancora sotto pressione”, ha riconosciuto. “La libertà è limitata, i nuovi convertiti sono molestati e le comunità di credenti perseguitate com'è avvenuto recentemente nell'Orissa, in India. Ad ogni modo, la pazienza manifestata dalla comunità, la moderazione nella risposta, lo spirito di perdono – tutte queste cose hanno un potere evangelizzatore”.

Europa

Il rappresentante del Vecchio Continente ha avuto una storia diversa da raccontare.

Il Cardinale Josip Bozanic, Arcivescovo di Zagabria (Croazia), ha affermato che c'è “un legame indissolubile tra la Bibbia e l'Europa”.

“Tutto ciò che ha reso grande la cultura e la civiltà europea [...] trova le sue origini nella Bibbia”, ha confessato, sottolineando che oggi “ci sono segni di un rinnovato interesse per la Bibbia”.

Un'Europa senza Dio, ha constatato, “rischia di diventare un covo di angoscia e costruisce una civiltà della paura. […] L'Europa entra poi in crisi quando non accetta la forza di interpretazione della Parola di Dio, che trova la sua base principale nella fede e nell'ispirazione. E' un compito difficile in tutte le discipline scientifiche e soprattutto per la Teologia”.

Oceania

Il rappresentante dell'Oceania ha richiamato dal canto suo l'attenzione sullo scontro culturale a volte presente tra i popoli dell'Oceania e la Parola di Dio.

Il Vescovo Michael Putney di Townsville (Australia) ha sottolineato che l'opera dei missionari ha portato molto frutto, ma “questo non è stato privo di ambiguità perché, com'è stato sottolineato nell'Ecclesia in Oceania, i missionari a volte hanno anche introdotto elementi che erano culturalmente estranei alla gente”.

“E' anche vero che a volte alcuni elementi della cultura locale incoerenti con la Parola di Dio continuano a influenzare la vita delle persone”, ha aggiunto il presule. “Di fronte a queste sfide, c'è sempre il bisogno di personale competente che insegni nei seminari e negli istituti superiori d'istruzione in molti Paesi dell'Oceania”.

Le Chiese del Pacifico, osserva il Vescovo, affrontano sfide come i cambiamenti culturali per il passaggio dalle comunità di villaggio alla vita urbana. “A causa di questo spostamento ci può essere stress per la vita familiare e un crollo della struttura sociale. Allo stesso modo, a volte può essere difficile far fronte al processo politico occidentale, per la maggior parte ereditato dai colonizzatori europei, e alle crescenti minacce all'ambiente a causa dei cambiamenti climatici”.

Come la sua controparte africana, il Vescovo Putney ha sottolineato la sfida di dover usare ancora molte lingue per diffondere la Parola di Dio.

“In tutto ci sono circa 1.200 lingue in Oceania, piuttosto diverse tra loro”, ha spiegato.

“L'Australia è uno dei Paesi più secolarizzati del mondo. La Nuova Zelanda ha molti più abitanti che tendono ad essere maggiormente religiosi, ma la cultura europea predominante è secolare come in Australia”.

Dopo la Giornata Mondiale della Gioventù svoltasi a Sydney nel luglio scorso, “alcuni australiani e neozelandesi hanno capito che la promessa di una nuova evangelizzazione si è finalmente messa in modo nonostante l'apparente impermeabilità della cultura secolare”.

“La sfida dell'Australia e di gran parte dell'Oceania è trovare nuovi modi per far sì che il dono del Vangelo venga ascoltato”, ha concluso.


Anno Paolino

Riflessioni paoline a San Paolo fuori le Mura
Gli “Incontri della Sala Barbo”, da ottobre fino al maggio 2009

di Marco Cardinali


ROMA, mercoledì, 8 ottobre 2008 (ZENIT.org).- L’Abbazia benedettina di San Paolo fuori le Mura ha dato vita per l’Anno Paolino a una nuova iniziativa: gli “Incontri della Sala Barbo”.

Da ottobre fino al maggio 2009, infatti, nella Sala Barbo dell’Abbazia, l’antico refettorio monastico adiacente al chiostro della Basilica di San Paolo fuori le Mura, si terrà una serie di incontri sulla figura, il pensiero e l’opera dell’Apostolo delle Genti, in chiave tutta monastica.

La cadenza degli incontri sarà di due volte al mese, secondo il calendario seguente:

11 ottobre “La Chiesa delle origini”

8 e 22 novembre “La conversione di San Paolo”

6 e 20 dicembre “Viaggi di San Paolo, prime comunità”

10 e 31 gennaio “Inno alla carità”

7 e 21 febbraio “Carismi e ministeri”

7 e 21 marzo “L’Eucaristia in San Paolo”

4 e 18 aprile “La Chiesa Corpo di Cristo”

2 e 16 maggio “Martirio di San Paolo e il suo sepolcro”

Nel parlare a ZENIT dell'iniziativa, il benedettino dom Edmund Power, Abate di San Paolo fuori le Mura, ha detto: “Abbiamo voluto creare un’occasione di riflessione che non si esaurisse necessariamente in una celebrazione particolare, ma che includesse un vero e proprio cammino alla scoperta dell’apostolo Paolo”.

“Come comunità monastica benedettina – ha aggiunto – abbiamo pensato di farlo in un luogo monastico, che fosse però fuori della clausura e per questo abbiamo scelto la Sala Barbo”.

“Il giorno è il sabato pomeriggio – ha continuato dom Edmund Power –, in cui molte persone sono più libere dal lavoro e potranno vivere 45 minuti insieme ad un monaco della nostra comunità che a turno guiderà la riflessione”.

“Come si può ben immaginare nella Basilica che conserva le spoglie mortali di San Paolo ci sono, naturalmente, tanti eventi spesso rivolti a pellegrini che vengono per qualche giorno, a volte solo per un giorno, a pregare sulla tomba dell’apostolo”.

“Abbiamo voluto pensare anche a chi vive a Roma, attorno alla nostra realtà ed offrire loro un percorso più lungo e sistematico ha quindi spiegato –. Basti pensare anche ai tanti universitari che vivono nella zona e al servizio pastorale che possiamo loro offrire”.

“Non si tratta di lezioni di alta teologia dirette a pochi – ha poi precisato –, ma di una possibilità per gli uditori di attingere in maniera semplice alla forza della parola e della figura dell’Apostolo delle Genti con un metodo che appartiene alla sapienza millenaria monastica”.

Gli incontri sono aperti a tutti e chi vorrà partecipare lo potrà fare recandosi direttamente nell’Abbazia in via Ostiense 186 alle ore 16,00. Il termine dell’incontro è previsto per le ore 16.50 per permettere a chi vuole di celebrare i Vespri in Basilica con tutta la comunità monastica.


Udienza del mercoledì

Benedetto XVI e la relazione di San Paolo con il Gesù storico
Catechesi all'Udienza generale del mercoledì

CITTA' DEL VATICANO, mercoledì, 8 ottobre 2008 (ZENIT.org).-Pubblichiamo il testo della catechesi tenuta da Benedetto XVI in occasione dell’Udienza generale del mercoledì svoltasi in piazza San Pietro, dove il Santo Padre ha incontrato gruppi di pellegrini e fedeli giunti dall’Italia e da ogni parte del mondo.

Nel discorso in lingua italiana, continuando il ciclo di catechesi sulla figura di San Paolo, il Papa si è soffermato sul tema "La relazione con il Gesù storico".


* * *

Cari fratelli e sorelle,

nelle ultime catechesi su san Paolo ho parlato del suo incontro con il Cristo risorto, che ha cambiato profondamente la sua vita, e poi della sua relazione con i dodici Apostoli chiamati da Gesù – particolarmente con Giacomo, Cefa e Giovanni – e della sua relazione con la Chiesa di Gerusalemme. Rimane adesso la questione su che cosa san Paolo ha saputo del Gesù terreno, della sua vita, dei suoi insegnamenti, della sua passione. Prima di entrare in questa questione, può essere utile tener presente che san Paolo stesso distingue due modi di conoscere Gesù e più in generale due modi di conoscere una persona. Scrive nella Seconda Lettera ai Corinzi: "Cosicché ormai noi non conosciamo più nessuno secondo la carne; e anche se abbiamo conosciuto Cristo secondo la carne, ora non lo conosciamo più così" (5,16). Conoscere "secondo la carne", in modo carnale, vuol dire conoscere in modo solo esteriore, con criteri esteriori: si può aver visto una persona diverse volte, conoscerne quindi le fattezze ed i diversi dettagli del comportamento: come parla, come si muove, ecc. Tuttavia, pur conoscendo uno in questo modo, non lo si conosce realmente, non si conosce il nucleo della persona. Solo col cuore si conosce veramente una persona. Di fatto, i farisei e i sadducei hanno conosciuto Gesù in modo esteriore, hanno appreso il suo insegnamento, tanti dettagli su di lui, ma non lo hanno conosciuto nella sua verità. C’è una distinzione analoga in una parola di Gesù. Dopo la Trasfigurazione, egli chiede agli apostoli: "Che cosa dice la gente che io sia?" e "Chi dite voi che io sia?". La gente lo conosce, ma superficialmente; sa diverse cose di lui, ma non lo ha realmente conosciuto. Invece i Dodici, grazie all’amicizia che chiama in causa il cuore, hanno almeno capito nella sostanza e cominciato a conoscere chi è Gesù. Anche oggi esiste questo diverso modo di conoscenza: ci sono persone dotte che conoscono Gesù nei suoi molti dettagli e persone semplici che non hanno conoscenza di questi dettagli, ma lo hanno conosciuto nella sua verità: "il cuore parla al cuore". E Paolo vuol dire essenzialmente di conoscere Gesù così, col cuore, e di conoscere in questo modo essenzialmente la persona nella sua verità; e poi, in un secondo momento, di conoscerne i dettagli.

Detto questo rimane tuttavia la questione: che cosa ha saputo san Paolo della vita concreta, delle parole, della passione, dei miracoli di Gesù? Sembra accertato che non lo abbia incontrato durante la sua vita terrena. Tramite gli Apostoli e la Chiesa nascente ha sicuramente conosciuto anche dettagli sulla vita terrena di Gesù. Nelle sue Lettere possiamo trovare tre forme di riferimento al Gesù pre-pasquale. In primo luogo, ci sono riferimenti espliciti e diretti. Paolo parla della ascendenza davidica di Gesù (cfr Rm 1,3), conosce l'esistenza di suoi "fratelli" o consanguinei (1 Cor 9,5; Gal 1,19), conosce lo svolgimento dell'Ultima Cena (cfr 1 Cor 11,23), conosce altre parole di Gesù, per esempio circa l'indissolubilità del matrimonio (cfr 1 Cor 7,10 con Mc 10,11-12), circa la necessità che chi annuncia il Vangelo sia mantenuto dalla comunità in quanto l'operaio è degno della sua mercede (cfr 1 Cor 9,14 con Lc 10,7); Paolo conosce le parole pronunciate da Gesù nell’Ultima Cena (cfr 1 Cor 11,24-25 con Lc 22,19-20) e conosce anche la croce di Gesù. Questi sono riferimenti diretti a parole e fatti della vita di Gesù.

In secondo luogo, possiamo intravedere in alcune frasi delle Lettere paoline varie allusioni alla tradizione attestata nei Vangeli sinottici. Per esempio, le parole che leggiamo nella prima Lettera ai Tessalonicesi, secondo cui "come un ladro di notte così verrà il giorno del Signore" (5,2), non si spiegherebbero con un rimando alle profezie veterotestamentarie, poiché il paragone del ladro notturno si trova solo nel Vangelo di Matteo e di Luca, quindi è preso proprio dalla tradizione sinottica. Così, quando leggiamo che "Dio ha scelto ciò che nel mondo è stolto..." (1 Cor 1,27-28), si sente l'eco fedele dell'insegnamento di Gesù sui semplici e sui poveri (cfr Mt 5,3; 11,25; 19,30). Vi sono poi le parole pronunciate da Gesù nel giubilo messianico: "Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli". Paolo sa - è la sua esperienza missionaria – come siano vere queste parole, che cioè proprio i semplici hanno il cuore aperto alla conoscenza di Gesù. Anche l'accenno all'obbedienza di Gesù "fino alla morte", che si legge in Fil 2,8 non può non richiamare la totale disponibilità del Gesù terreno a compiere la volontà del Padre suo (cfr Mc 3,35; Gv 4,34) Paolo dunque conosce la passione di Gesù, la sua croce, il modo in cui egli ha vissuto i momenti ultimi della sua vita. La croce di Gesù e la tradizione su questo evento della croce sta al centro del Kerygma paolino. Un altro pilastro della vita di Gesù conosciuto da san Paolo è il Discorso della Montagna, del quale cita alcuni elementi quasi alla lettera, quando scrive ai Romani: "Amatevi gli uni gli altri... Benedite coloro che vi perseguitano... Vivete in pace con tutti... Vinci il male con il bene...". Quindi nelle sue Lettere c’è un riflesso fedele del Discorso della Montagna (cfr Mt 5-7).

Infine, è possibile riscontrare un terzo modo di presenza delle parole di Gesù nelle Lettere di Paolo: è quando egli opera una forma di trasposizione della tradizione pre-pasquale alla situazione dopo la Pasqua. Un caso tipico è il tema del Regno di Dio. Esso sta sicuramente al centro della predicazione del Gesù storico (cfr Mt 3,2; Mc 1,15; Lc 4,43). In Paolo si può rilevare una trasposizione di questa tematica, perché dopo la risurrezione è evidente che Gesù in persona, il Risorto, è il Regno di Dio. Il Regno pertanto arriva laddove sta arrivando Gesù. E così necessariamente il tema del Regno di Dio, in cui era anticipato il mistero di Gesù, si trasforma in cristologia. Tuttavia, le stesse disposizioni richieste da Gesù per entrare nel Regno di Dio valgono esattamene per Paolo a proposito della giustificazione mediante la fede: tanto l’ingresso nel Regno quanto la giustificazione richiedono un atteggiamento di grande umiltà e disponibilità, libera da presunzioni, per accogliere la grazia di Dio. Per esempio, la parabola del fariseo e del pubblicano (cfr Lc 18,9-14) impartisce un insegnamento che si trova tale e quale in Paolo, quando insiste sulla doverosa esclusione di ogni vanto nei confronti di Dio. Anche le frasi di Gesù sui pubblicani e le prostitute, più disponibili dei farisei ad accogliere il Vangelo (cfr Mt 21,31; Lc 7,36-50), e le sue scelte di condivisione della mensa con loro (cfr Mt 9,10-13; Lc 15,1-2) trovano pieno riscontro nella dottrina di Paolo sull’amore misericordioso di Dio verso i peccatori (cfr Rm 5,8-10; e anche Ef 2,3-5). Così il tema del Regno di Dio viene riproposto in forma nuova, ma sempre in piena fedeltà alla tradizione del Gesù storico.

Un altro esempio di trasformazione fedele del nucleo dottrinale inteso da Gesù si trova nei "titoli" a lui riferiti. Prima di Pasqua egli stesso si qualifica come Figlio dell'uomo; dopo la Pasqua diventa evidente che il Figlio dell’uomo è anche il Figlio di Dio. Pertanto il titolo preferito da Paolo per qualificare Gesù è Kýrios, "Signore" (cfr Fil 2,9-11), che indica la divinità di Gesù. Il Signore Gesù, con questo titolo, appare nella piena luce della risurrezione. Sul Monte degli Ulivi, nel momento dell’estrema angoscia di Gesù (cfr Mc 14,36), i discepoli prima di addormentarsi avevano udito come egli parlava col Padre e lo chiamava "Abbà – Padre". E’ una parola molto familiare equivalente al nostro "papà", usata solo da bambini in comunione col loro padre. Fino a quel momento era indispensabile che un ebreo usasse una simile parola per rivolgersi a Dio; ma Gesù, essendo vero figlio, in questa ora di intimità parla così e dice: "Abbà, Padre". Nelle Lettere di san Paolo ai Romani e ai Galati sorprendentemente questa parola "Abbà", che esprime l’esclusività della figliolanza di Gesù, appare sulla bocca dei battezzati (cfr Rm 8,15; Gal 4,6), perché hanno ricevuto lo "Spirito del Figlio" e adesso portano in sé tale Spirito e possono parlare come Gesù e con Gesù da veri figli al loro Padre, possono dire "Abbà" perché sono divenuti figli nel Figlio.

E finalmente vorrei accennare alla dimensione salvifica della morte di Gesù, quale noi troviamo nel detto evangelico secondo cui "il Figlio dell'uomo infatti non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti" (Mc 10,45; Mt 20,28). Il riflesso fedele di questa parola di Gesù appare nella dottrina paolina sulla morte di Gesù come riscatto (cfr 1 Cor 6,20), come redenzione (cfr Rm 3,24), come liberazione (cfr Gal 5,1) e come riconciliazione (cfr Rm 5,10; 2 Cor 5,18-20). Qui sta il centro della teologia paolina, che si basa su questa parola di Gesù.

In conclusione, san Paolo non pensa a Gesù in veste di storico, come a una persona del passato. Conosce certamente la grande tradizione sulla vita, le parole, la morte e la risurrezione di Gesù, ma non tratta tutto ciò come cosa del passato; lo propone come realtà del Gesù vivo. Le parole e le azioni di Gesù per Paolo non appartengono al tempo storico, al passato. Gesù vive adesso e parla adesso con noi e vive per noi. Questo è il modo vero di conoscere Gesù e di accogliere la tradizione su di lui. Dobbiamo anche noi imparare a conoscere Gesù non secondo la carne, come una persona del passato, ma come il nostro Signore e Fratello, che è oggi con noi e ci mostra come vivere e come morire.

[Il Papa ha poi salutato i pellegrini in diverse lingue. In Italiano ha detto:]

Saluto i pellegrini di lingua italiana, in particolare i fedeli della diocesi di Savona-Noli, venuti insieme con il loro Pastore, Mons. Vittorio Lupi, e con sacerdoti ed Autorità civili, per ricambiare la visita che ho avuto la gioia di compiere nel maggio scorso, nel ricordo sempre vivo della presenza dell’illustre mio Predecessore Pio VII, a cui la popolazione savonese tributò ripetute testimonianze di affetto. Cari amici, grazie ancora per l’accoglienza che mi avete riservato: vi esorto a proseguire nell’essere generosi testimoni di Cristo.

Rivolgo ora un cordiale pensiero ai partecipanti al pellegrinaggio promosso dalla diocesi di Vigevano e dalle Suore Missionarie dell’Immacolata Regina Pacis, in occasione della beatificazione del sacerdote Francesco Pianzola. Sapiente predicatore, egli seppe rinnovare i cuori con la luce del Vangelo e la forza dell’Eucaristia, dalla quale attinse quell’ardore di carità che lo fece attento specialmente alle necessità dei giovani, divenendo per loro amico, fratello e padre. Cari amici, imitate l’esempio del nuovo Beato e siate anche voi, come lui, segni luminosi della presenza di Cristo, mediante una convinta fedeltà alla Chiesa. Saluto altresì gli alunni delle Scuole materne della Provincia dell’Aquila e li ringrazio per la loro gioiosa e nutrita presenza.

Saluto, infine, i giovani, i malati e gli sposi novelli. Cari fratelli e sorelle, il mese di ottobre, dedicato al Santo Rosario, costituisca un’occasione preziosa per valorizzare questa tradizionale preghiera mariana. Vi esorto tutti a recitare il Rosario ogni giorno, abbandonandovi fiduciosi nelle mani di Maria.

[© Copyright 2008 - Libreria Editrice Vaticana]



Ultima modifica di Redazione il 09 Ott 2008 05:36, modificato 2 volte in totale 






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Mercoledì, 08 Ottobre : 2008

Documenti

Messaggio per Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato 2009
San Paolo migrante, ‘Apostolo delle genti’

CITTA' DEL VATICANO, mercoledì, 8 ottobre 2008 (ZENIT.org).- Pubblichiamo il testo del messaggio di Benedetto XVI per la prossima Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato, che sarà celebrata domenica 18 gennaio 2009 sul tema “San Paolo migrante, ‘Apostolo delle genti’”.

* * *
Cari fratelli e sorelle,

quest'anno il Messaggio per la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato ha come tema: "San Paolo migrante, ‘Apostolo delle genti’", e prende spunto dalla felice coincidenza dell'Anno Giubilare da me indetto in onore dell'Apostolo in occasione del bimillenario della sua nascita. La predicazione e l'opera di mediazione fra le diverse culture e il Vangelo, operata da Paolo "migrante per vocazione", costituiscono in effetti un significativo punto di riferimento anche per chi si trova coinvolto nel movimento migratorio contemporaneo.

Nato in una famiglia di ebrei emigrati a Tarso di Cilicia, Saulo venne educato nella lingua e nella cultura ebraica ed ellenistica, valorizzando il contesto culturale romano. Dopo che sulla via di Damasco avvenne il suo incontro con Cristo (cfr Gal 1,13-16), egli, pur non rinnegando le proprie "tradizioni" e nutrendo stima e gratitudine verso il Giudaismo e la Legge (cfr Rm 9,1-5; 10,1; 2 Cor 11,22; Gal 1,13-14; Fil 3,3-6), senza esitazioni e ripensamenti si dedicò alla nuova missione con coraggio ed entusiasmo, docile al comando del Signore: "Ti manderò lontano, tra i pagani" (At 22,21). La sua esistenza cambiò radicalmente (cfr Fil 3,7-11): per lui Gesù divenne la ragion d'essere e il motivo ispiratore dell'impegno apostolico a servizio del Vangelo. Da persecutore dei cristiani si tramutò in apostolo di Cristo.

Guidato dallo Spirito Santo, si prodigò senza riserve, perché fosse annunciato a tutti, senza distinzione di nazionalità e di cultura, il Vangelo che è "potenza di Dio per la salvezza di chiunque crede, del Giudeo prima e poi del Greco" (Rm 1,16). Nei suoi viaggi apostolici, nonostante ripetute opposizioni, proclamava dapprima il Vangelo nelle sinagoghe, accordando attenzione innanzitutto ai suoi connazionali in diaspora (cfr At 18,4-6). Se da essi veniva rifiutato, si rivolgeva ai pagani, facendosi autentico "missionario dei migranti", migrante lui stesso e itinerante ambasciatore di Gesù Cristo, per invitare ogni persona a diventare, nel Figlio di Dio, «nuova creatura" (2 Cor 5,17).

La proclamazione del kerygma gli fece attraversare i mari del Vicino Oriente e percorrere le strade dell'Europa, fino a giungere a Roma. Partì da Antiochia, dove il Vangelo fu annunciato a popolazioni non appartenenti al Giudaismo, e i discepoli di Gesù per la prima volta furono chiamati "cristiani" (cfr At 11,20.26). La sua vita e la sua predicazione furono interamente orientate a far conoscere e amare Gesù da tutti, perché in Lui tutti i popoli sono chiamati a diventare un solo popolo.

Questa è, anche al presente, nell'era della globalizzazione, la missione della Chiesa e di ogni battezzato; missione che con attenta sollecitudine pastorale si dirige pure al variegato universo dei migranti - studenti fuori sede, immigrati, rifugiati, profughi, sfollati - includendo coloro che sono vittime delle schiavitù moderne, come ad esempio nella tratta degli esseri umani. Anche oggi va proposto il messaggio della salvezza con lo stesso atteggiamento dell'Apostolo delle genti, tenendo conto delle diverse situazioni sociali e culturali, e delle particolari difficoltà di ciascuno in conseguenza della condizione di migrante e di itinerante. Formulo l'auspicio che ogni comunità cristiana possa nutrire il medesimo fervore apostolico di san Paolo che, pur di annunciare a tutti l'amore salvifico del Padre (Rm 8,15-16; Gal 4,6) per "guadagnarne il maggior numero a Cristo» (1 Cor 9,19) si fece "debole con i deboli ... tutto a tutti, per salvare ad ogni costo qualcuno» (1 Cor 9,22). Il suo esempio sia anche per noi di stimolo a farci solidali con questi nostri fratelli e sorelle e a promuovere, in ogni parte del mondo e con ogni mezzo, la pacifica convivenza fra etnie, culture e religioni diverse.

Ma quale fu il segreto dell'Apostolo delle genti? Lo zelo missionario e la foga del lottatore, che lo contraddistinsero, scaturivano dal fatto che egli, "conquistato da Cristo" (Fil 3,12), restò a Lui così intimamente unito da sentirsi partecipe della sua stessa vita, attraverso "la comunione con le sue sofferenze» (Fil' 3,10; cfr anche Rm 8,17; 2Cor 4,8- 12; Col 1, 24). Qui è la sorgente dell'ardore apostolico di san Paolo, il quale racconta: "Colui che mi scelse fin dal seno di mia madre e mi chiamò con la sua grazia si compiacque di rivelare a me suo Figlio perché lo annunziassi in mezzo ai pagani" (Gal 1,15-16; cfr anche Rm 15,15-16). Con Cristo si sentì "con-crocifisso", tanto da poter affermare: "Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me" (Gal 2,20). E nessuna difficoltà gli impedì di proseguire nella sua coraggiosa azione evangelizzatrice in città cosmopolite come Roma e Corinto che, in quel tempo, erano popolate da un mosaico di etnie e di culture.

Leggendo gli Atti degli Apostoli e le Lettere che Paolo rivolge a vari destinatari, si coglie un modello di Chiesa non esclusiva, bensì aperta a tutti, formata da credenti senza distinzioni di cultura e di razza: ogni battezzato è, in effetti, membro vivo dell'unico Corpo di Cristo. In tale ottica, la solidarietà fraterna, che si traduce in gesti quotidiani di condivisione, di compartecipazione e di sollecitudine gioiosa verso gli altri, acquista un rilievo singolare. Non è tuttavia possibile realizzare questa dimensione di fraterna accoglienza vicendevole, insegna sempre san Paolo, senza la disponibilità all'ascolto e all'accoglienza della Parola predicata e praticata (cfr 1 Ts 1,6), Parola che sollecita tutti all'imitazione di Cristo (cfr Ef 5,1-2) nell'imitazione dell'Apostolo (cfr 1 Cor 11,1). E pertanto, più la comunità è unita a Cristo, più diviene sollecita nei confronti del prossimo, rifuggendo il giudizio, il disprezzo e lo scandalo, e aprendosi all'accoglienza reciproca , (cfr Rm 14,1-3; 15, 7) . Conformati a Cristo, i credenti si sentono in Lui "fratelli", figli dello stesso Padre (Rm 8,14-16; Gal 3,26; 4,6). Questo tesoro di fratellanza li rende "premurosi nell'ospitalità" (Rm 12,13), che è figlia primogenita dell'agapé (cfr 1 Tim 3,2; 5,10; Tt 1,8; Fm 17).
Si realizza in tal modo la promessa del Signore: "Io vi accoglierò e sarò per voi come un padre e voi mi sarete come figli e figlie" (2 Cor 6,17-18). Se di questo siamo consapevoli, come non farci carico di quanti, in particolare fra rifugiati e profughi, si trovano in condizioni difficili e disagiate? Come non andare incontro alle necessità di chi è di fatto più debole e indifeso, segnato da precarietà e da insicurezza, emarginato, spesso escluso dalla società? A loro va data prioritaria attenzione poiché, parafrasando un noto testo paolino, "Dio ha scelto ciò che nel mondo è stolto per confondere i sapienti, ciò che nel mondo è ignobile e disprezzato e ciò che è nulla per ridurre a nulla le cose che sono, perché nessun uomo possa gloriarsi davanti a Dio" (1 Cor 1,27-29).

Cari fratelli e sorelle, la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato, che si celebrerà il 18 gennaio 2009, sia per tutti uno stimolo a vivere in pienezza l'amore fraterno senza distinzioni di sorta e senza discriminazioni, nella convinzione che è nostro prossimo chiunque ha bisogno di noi e noi possiamo aiutarlo (cfr Deus caritas est, n. 15). L'insegnamento e l'esempio di san Paolo, umile-grande Apostolo e migrante, evangelizzatore di popoli e culture, ci sproni a comprendere che l'esercizio della carità costituisce il culmine e la sintesi dell'intera vita cristiana. Il comandamento dell'amore - noi lo sappiamo bene - si alimenta quando i discepoli di Cristo partecipano uniti alla mensa dell'Eucaristia che è, per eccellenza, il Sacramento della fraternità e dell'amore. E come Gesù nel Cenacolo, al dono dell'Eucaristia unì il comandamento nuovo dell'amore fraterno, così i suoi "amici", seguendo le orme di Cristo, che si è fatto "servo" dell'umanità, e sostenuti dalla sua Grazia, non possono non... dedicarsi al servizio vicendevole, facendosi carico gli uni degli altri secondo quanto lo stesso san Paolo raccomanda: "Portate i pesi gli uni degli altri, così adempirete la legge di Cristo" (Gal 6,2). Solo in questo modo cresce l'amore tra i credenti e verso tutti (cfr 1 Ts 3,12).

Cari fratelli e sorelle, non stanchiamoci di proclamare e testimoniare questa "Buona Novella" con entusiasmo, senza paura e risparmio di energie! Nell'amore è condensato l'intero messaggio evangelico e gli autentici discepoli di Cristo si riconoscono dal mutuo loro amarsi e dalla loro accoglienza verso tutti. Ci ottenga questo dono l'Apostolo Paolo e specialmente Maria, Madre dell'accoglienza e dell'amore. Mentre invoco la protezione divina su quanti sono impegnati nell'aiutare i migranti e, più in generale, sul vasto mondo dell'emigrazione, assicuro per ciascuno un costante ricordo nella preghiera ed imparto con affetto a tutti la Benedizione Apostolica.

Da Castel Gandolfo, 24 agosto 2008

BENEDICTUS PP. XVI

[© Copyright 2008 - Libreria Editrice Vaticana]


Documenti sulla web di ZENIT

Interventi al Sinodo sulla Parola del 7 ottobre

CITTA' DEL VATICANO, mercoledì, 8 ottobre 2008 (ZENIT.org).- Nella Sezione documenti della web di ZENIT è possibile leggere gli interventi pronunciati dai Padri sinodali il 7 ottobre per la terza e quarta Congregazione generale.



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