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Il mondo visto da Roma - 09 ottobre 2008
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Giovedì, 09 Ottobre : 2008

Il mondo visto da Roma


SANTA SEDE
Il Papa: Pio XII, esempio dell'"abbandono nelle mani misericordiose di Dio"
Ebrei testimoniano di essere stati salvati da Pio XII
Questa domenica, 4 nuovi santi, tra cui la prima indiana

SINODO SULLA PAROLA DI DIO
Leader cristiano: guardare a Cristo per la vera speranza
Vicinanza del Sinodo dei Vescovi ai cristiani dell'Iraq
Interventi al Sinodo del pomeriggio dell'8 ottobre

NOTIZIE DAL MONDO
Appello dei cristiani di Mosul: “Stiamo morendo!”

ANNO PAOLINO
Una vita per l’annuncio del Vangelo

ITALIA
Comincia il conto alla rovescia per uccidere Eluana
Il Nobel, vietato ai cattolici?
Sull’aborto, è falso parlare di “cattolici versus laici”

INTERVISTE
La pillola del giorno dopo, dannosa e poco efficace

DOCUMENTI
Omelia del Papa nella Messa per i 50 anni dalla morte di Pio XII


Santa Sede

Il Papa: Pio XII, esempio dell'"abbandono nelle mani misericordiose di Dio"
CITTA' DEL VATICANO, giovedì, 9 ottobre 2008 (ZENIT.org).- In occasione del 50° anniversario della sua morte, avvenuta nelle prime ore del 9 ottobre 1958, Benedetto XVI ha ricordato questo giovedì Papa Pio XII e il suo pontificato, "svoltosi negli anni travagliati del secondo conflitto mondiale e nel periodo susseguente, non meno complesso, della ricostruzione e dei difficili rapporti internazionali passati alla storia con la qualifica significativa di 'guerra fredda'".

L'atteggiamento coltivato "costantemente" da Pio XII, ha ricordato il Papa durante l'omelia della Messa svoltasi nella Basilica vaticana, fu quello di "abbandonarsi nelle mani misericordiose di Dio", nella consapevolezza che "soltanto Cristo è vera speranza dell'uomo" e "solo fidando in Lui il cuore umano può aprirsi all'amore che vince l'odio".

Questa consapevolezza, ha aggiunto, "accompagnò Pio XII nel suo ministero di Successore di Pietro, ministero iniziato proprio quando si addensavano sull'Europa e sul resto del mondo le nubi minacciose di un nuovo conflitto mondiale, che egli cercò di evitare in tutti i modi".

Durante la guerra, Papa Pacelli svolse un'"intensa opera di carità che promosse in difesa dei perseguitati, senza alcuna distinzione di religione, di etnia, di nazionalità, di appartenenza politica", ha osservato il Pontefice.

Deciso a non abbandonare mai Roma, anche quando, occupata la città, gli fu ripetutamente consigliato di lasciare il Vaticano per mettersi in salvo, si sottopose volontariamente a "privazioni quanto a cibo, riscaldamento, abiti, comodità" per "condividere la condizione della gente duramente provata dai bombardamenti e dalle conseguenze della guerra".

Pio XII, ha dichiarato Benedetto XVI, "agì spesso in modo segreto e silenzioso proprio perché, alla luce delle concrete situazioni di quel complesso momento storico, egli intuiva che solo in questo modo si poteva evitare il peggio e salvare il più gran numero possibile di ebrei".

Per questi suoi interventi, al termine del conflitto gli vennero rivolti "numerosi e unanimi attestati di gratitudine", come quello del Ministro degli Esteri d'Israele Golda Meir, che alla sua morte affermò: "Noi piangiamo la perdita di un grande servitore della pace".

Nella sua omelia, Benedetto XVI ha riconosciuto che "purtroppo il dibattito storico sulla figura del Servo di Dio Pio XII, non sempre sereno, ha tralasciato di porre in luce tutti gli aspetti del suo poliedrico pontificato".

Per questo, ha voluto sottolineare alcuni documenti importanti emessi da Papa Pacelli, tra cui l'Enciclica Divino Afflante Spiritu, del 20 settembre 1943, che "stabiliva le norme dottrinali per lo studio della Sacra Scrittura mettendone in rilievo l'importanza e il ruolo nella vita cristiana".

"Come non ricordare quest'Enciclica, mentre sono in svolgimento i lavori del Sinodo che ha come tema proprio 'La Parola di Dio nella vita e nella missione della Chiesa'?", ha chiesto riferendosi all'assemblea dei Vescovi del mondo i cui lavori si protrarranno fino al 26 ottobre.

Il Papa ha quindi ricordato l'"impulso notevole" impresso da Pio XII all'attività missionaria della Chiesa, confermando l'amore per le missioni dimostrato fin dall'inizio del suo pontificato consacrando personalmente - nell'ottobre 1939 - dodici Vescovi di Paesi di missione, tra i quali un indiano, un cinese, un giapponese, il primo Vescovo africano e il primo Vescovo del Madagascar.

Allo stesso modo, ha sottolineato che una delle "costanti preoccupazioni pastorali" del Pontefice fu anche "la promozione del ruolo dei laici, perché la comunità ecclesiale potesse avvalersi di tutte le energie e le risorse disponibili".

"La santità fu il suo ideale, un ideale che non mancò di proporre a tutti - ha aggiunto -. Per questo dette impulso alle cause di beatificazione e canonizzazione di persone appartenenti a popoli diversi, rappresentanti di tutti gli stati di vita, funzioni e professioni, riservando ampio spazio alle donne".

A questo proposito, durante l'Anno Santo 1950 proclamò il dogma dell'Assunzione indicando all'umanità la Madonna "quale segno di sicura speranza".

"In questo nostro mondo che, come allora, è assillato da preoccupazioni e angosce per il suo avvenire; in questo mondo, dove, forse più di allora, l'allontanamento di molti dalla verità e dalla virtù lascia intravedere scenari privi di speranza, Pio XII ci invita a volgere lo sguardo verso Maria assunta nella gloria celeste", ha concluso Benedetto XVI.

"Ci invita ad invocarla fiduciosi, perché ci faccia apprezzare sempre più il valore della vita sulla terra e ci aiuti a volgere lo sguardo verso la meta vera a cui siamo tutti destinati: quella vita eterna che, come assicura Gesù, possiede già chi ascolta e segue la sua parola".


Ebrei testimoniano di essere stati salvati da Pio XII
Tra loro il figlio del rabbino di Genova durante la guerra

CITTA' DEL VATICANO, giovedì, 9 ottobre 2008 (ZENIT.org).- Alcuni ebrei italiani hanno testimoniato davanti alle telecamere di essere stati salvati durante la persecuzione nazista da membri della Chiesa con l'appoggio di Papa Pio XII.

Tra loro c'è Emanuele Pacifici, figlio di Riccardo, che nella Seconda Guerra Mondiale era rabbino capo di Genova, che assieme ad altri sopravvissuti lo rivela in un reportage video prodotto dal mensile Inside the Vatican e dall'agenzia H2onews.org.

Pacifici, che durante la guerra era un bambino, ricorda il momento in cui i nazisti chiesero alla comunità ebraica di Roma 50 chili d'oro.

"Era impossibile riunire 50 chili d'oro nelle poche ora che avevamo. Senza averne fatto pubblicità con nessuno, la città di Roma collaborò in tutti i modi che poté: con denti d'oro - perché prima si portavano denti d'oro -, con un anello, con quello che avevano... Si raccolsero i 50 chili d'oro", ha ricordato.

"Ma la promessa di sicurezza non si mantenne - ha aggiunto - e gli ebrei si videro obbligati a nascondersi per cercare di scappare da una morte sicura. L'azione del Papa Pio XII fu fondamentale in quei momenti difficili".

Un altro dei sopravvissuti, Settimio Di Porto, ha ricordato: "Avevamo perso i diritti civili. Non potevamo fare nulla. Non avevamo neanche tessere per il razionamento".

"Il 16 ottobre fu una mattinata tremenda. Sto ancora vedendo quella scena. Se li portavano via tutti nei camion, fu una gran razzia, entravano nelle case e si portavano via le famiglie: donne, vecchi, bambini, malati...".

"Qui a Roma aprirono le porte tutti i conventi", ha sottolineato Di Porto.

E Pacifici ha aggiunto: "Il Vaticano era pieno. C'era gente che dormiva anche nei corridoi".

Claudio Della Sera ha ricordato di essere stato salvato dai Fratelli Maristi del Collegio di San Leone Magno.

Per questo motivo nello Yad Vashem, il museo e archivio dell'Olocausto a Gerusalemme, si ricordano alcuni di questi uomini e donne che strapparono alla morte tanti ebrei e li si onora con il titolo di "Giusti tra le Nazioni".

Il giornalista del quotidiano "Il Giornale" Andrea Tornielli sottolinea che "agirono per salvare gli ebrei in un momento in cui non si sapeva quale sarebbe stato l'esito della guerra, e pertanto come un atto totalmente disinteressato".

Matteo Luigi Napolitano, docente di Storia all'Università del Molise, testimonia che "i documenti dei servizi segreti statunitensi ci dicono anche il motivo per il quale Hitler odiava il Papa: perché stava nascondendo ebrei. Poiché dava ordini ai conventi, ai santuari e nascondendoli nello stesso Vaticano".

Le religiose, ricorda Emanuele Pacifici, cercarono di salvare le donne ebree nascondendole nei conventi.

"I tedeschi entrarono dentro e deportarono da questo convento 33 donne, tra le quali c'era anche mia madre. Capisci? La Madre Superiora, suor Ester Busnelli, venne arrestata perché aveva fatto qualcosa che non doveva fare".

"Bisogna capire il rischio che era... Il rischio che corse Pio XII salvando 8.000 persone", ha concluso.

Il reportage "Pio XII e l'Olocausto" è disponibile su www.h2onews.org


Questa domenica, 4 nuovi santi, tra cui la prima indiana
Insieme a un'ecuadoregna, un'evangelizzatrice della Colombia e un sacerdote italiano

CITTA' DEL VATICANO, giovedì, 9 ottobre 2008 (ZENIT.org).- Domenica 12 ottobre Benedetto XVI canonizzerà durante una celebrazione eucaristica in Piazza San Pietro quattro beati, tra cui la prima donna indiana.

Si tratta di Alfonsa dell'Immacolata Concezione (Anna Muttathupadathu), della svizzera Maria Bernarda Bütler, evangelizzatrice di Ecuador e Colombia, dell'ecuadoregna Narcisa di Gesù Martillo Morán e del sacerdote italiano Gaetano Errico.

La canonizzazione ha luogo durante lo svolgimento in Vaticano del Sinodo dei Vescovi del mondo sul tema “La Parola di Dio nella vita e nella missione della Chiesa”.

L'Arcivescovo Nikola Eterović, segretario generale del Sinodo dei Vescovi, ha spiegato ai giornalisti che i quattro beati “si sono distinti nell’ascoltare la Parola di Dio e nel metterla in pratica”.

La canonizzazione, ha aggiunto, “è un invito a tutti, ai Padri sinodali e ai fedeli, a lasciarsi guidare dallo Spirito Santo per mezzo della Parola di Dio nell’esigente ma al contempo esaltante cammino di beatitudine o di santità”.

La prima santa indiana

Nel momento in cui i cristiani dell'India subiscono una dura persecuzione, viene proclamata santa Alfonsa dell'Immacolata Concezione (Anna Muttathupadathu), religiosa della Congregazione del Clarisse del Terz'Ordine di San Francesco.

Nacque a Kudamaloor, nell'Arcidiocesi di Changanacherry (Stato del Kerala), il 19 agosto 1910. Perse la madre quando era ancora piccola e si prese cura di lei la zia, che voleva che si sposasse.

Anna però si orientava a dedicare la sua vita a Gesù Cristo sull'esempio di Santa Teresa di Lisieux. Entrò nel convento delle Francescane Clarisse a Bharananganam il 2 agosto 1928 ricevendo il nome di Alfonsa.

Le sue delicate condizioni di salute ostacolavano il suo cammino nella vita religiosa, motivo per il quale le superiore volevano che tornasse a casa. Alfonsa, però, perseverò nella sua vocazione e nel suo impegno. Dopo molte difficoltà, poté emettere i voti perpetui il 12 agosto 1936.

Considerò tutta la sua vita un olocausto a Dio, e offriva ogni sofferenza per il Sacro Cuore di Gesù.

Concluse la sua esistenza tra grandi dolori affidando serenamente la sua anima pronunciando i nomi di Gesù, Maria e Giuseppe. Era il 28 luglio 1946, e aveva 35 anni.

La tomba della beata Alfonsa, a Bharananganam, vicino Kottayam, riceve ogni anno la visita di numerosissimi fedeli.

Una svizzera evangelizzatrice di Ecuador e Colombia

Tra i nuovi santi c'è anche Maria Bernarda Bütler, fondatrice delle Suore Francescane Missionarie di Maria Ausiliatrice, il cui nome di battesimo era Verena Büttler.

Nacque ad Auw (Svizzera) il 28 maggio 1848 in una famiglia di contadini. Nel 1867 entrò nel monastero francescano di Maria Ausiliatrice del suo Paese, compiendo due anni dopo la professione religiosa e prendendo il nome di Maria Bernarda del Sacro Cuore di Maria.

Insieme a sei compagne partì nel 1888 per l'Ecuador, dove fondò la Congregazione delle Suore Francescane Missionarie di Maria Ausiliatrice, il cui carisma è la diffusione del Regno di Dio attraverso le opere di misericordia.

Sette anni dopo, in seguito alla persecuzione contro i religiosi guidata dall'allora Presidente ecuadoregno Eloy Alfaro, madre Maria Bernarda e le sue consorelle abbandonarono il Paese e vennero accolte a Cartagena dal Vescovo di quella Diocesi, monsignor Eugenio Biffi.

Madre Bernarda rimase 29 anni a Cartagena, dove morì a 76 anni nel 1924.

Narcisita, laica consacrata ecuadoregna

Narcisa de Jesús Martillo Morán nacque nel villaggio di Nobol, nella Diocesi di Guayaquil, Ecuador. I suoi genitori erano agricoltori ed era la sesta di nove figli. La madre morì quando era piccola. Le piaceva cucire, svolgere i servizi domestici, cantare e suonare la chitarra.

La ricerca di una direzione spirituale la portò a trasferirsi quando aveva circa vent'anni a Guayaquil, dove conduceva una vita povera e viveva in alloggi semplici.

Volle seguire l'esempio di vita della santa ecuadoregna Marianita de Jesús (1618 – 1645), al punto che i suoi biografi le considerano anime gemelle.

Per essersi santificata sia in campagna che in città, e nella sua patria così come fuori di essa, molti migranti nutrono per lei una speciale devozione.

A Guayaquil conobbe il sacerdote francescano fr. Pedro Gual, che risiedeva a Lima. Narcisa era senza direttore spirituale ed egli cominciò ad aiutarla anche materialmente. Per questo le chiese di trasferirsi a Lima, dove si stabilì nel Beaterio del Patrocinio praticando la carità soprattutto nei confronti dei poveri e dei malati, ai quali preparava infusi che miglioravano le loro condizioni.

Narcisita volle sempre riprodurre la passione di Cristo e compiva sacrifici con frustate e corone di spine. Morì il giorno dell'inaugurazione del Concilio Vaticano I, offrendo le sue ultime sofferenze per quell'importante evento ecclesiale.

Profeta della Misericordia di Dio

Il quarto santo che verrà proclamato domenica dal Papa è Gaetano Errico, nato en Secondigliano (Napoli) il 19 ottobre 1791 e morto in quella località il 29 ottobre 1860.

Come sacerdote imparò a conoscere il cuore dell'uomo camminando tra gente che dalla miseria materiale era condotta alla miseria morale, visitando i malati terminali nell'ospedale napoletano degli "Incurabili" e avvicinandosi alla disperazione dei carcerati.

Fu confessore a tutte le ore del giorno e della notte fin sul letto di morte. Con la confessione cercava di mostrare la misericordia di Dio in un periodo in cui il giansenismo presentava una visione rigorista della fede cristiana.

Fu consigliere spirituale dei Cardinali Arcivescovi di Napoli e del re Ferdinando, si rivolgevano a lui soprattutto i poveri e quanti avevano bisogno di una guida sicura. A tutti ripeteva: "Restate molto di più ai piedi di Gesù Sacramentato che ai piedi del confessore".

Padre Gaetano vole fare della sua vita una profezia della misericordia di Dio, motivo per cui chiamò la congregazione da lui fondata "Missionari dei Sacri Cuori di Gesù e di Maria".


Sinodo sulla Parola di Dio

Leader cristiano: guardare a Cristo per la vera speranza
Invia una lettera al Sinodo dei Vescovi

CITTA' DEL VATICANO, giovedì, 9 ottobre 2008 (ZENIT.org).- Guardando a Cristo sulla croce, si vede la sofferenza e la disperazione del mondo; guardando al Cristo risorto, si vede la vera speranza, ha affermato il segretario generale del Consiglio Mondiale delle Chiese.

Il reverendo Samuel Kobia lo ha scritto in un messaggio inviato al Sinodo dei Vescovi, in svolgimento in Vaticano fino al 26 ottobre sul tema "La Parola di Dio nella vita e nella missione della Chiesa".

Il messaggio è stato letto questo martedì dal Vescovo ortodosso rumeno Nifon di Targoviste.

Kobia sostiene che il tema scelto per il Sinodo "contiene la promessa di un profondo rinnovamento spirituale per la missione della Chiesa".

"Concentrando pensiero e mente sulla parola vivente di Dio, rivelata a noi nell'incarnazione di Gesù Cristo, ci apriamo alla presenza del Dio Trino e all'energia dell'amore divino attraverso il quale questo mondo è stato creato, i nostri peccati sono stati redenti e tutta la vita è sostenuta", osserva.

La Parola di Dio, ha continuato Kobia, "costruisce la Chiesa e trasforma la vita dei popoli, che così diventano testimoni credibili e visibili di Cristo".

Visto che la Parola di Dio "risuona nella nostra vita, ci trasforma e suscita atti d'amore tra di noi", ha riconosciuto, "è fondamentale per la missione olistica della Chiesa".

"Nostro Signore Gesù Cristo ha detto, secondo il Vangelo di San Giovanni, 'Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri'".

"Questo discepolato è disperatamente necessario in un mondo lacerato da conflitti e guerre, diviso tra ricchi e poveri e perseguitato da odio e violenza", ha riconosciuto.

Il leader del Consiglio Mondiale delle Chiese ha affermato che attraverso "Gesù Cristo sulla croce vediamo la sofferenza di questo mondo e la sua disperazione".

"Nel Cristo risorto", ha aggiunto, "la nostra speranza è reale. Le conseguenze mortali del peccato possono essere superate".

"In questa speranza siamo stati salvati e aspettiamo con ansia che non solo noi, ma tutta l'umanità e la creazione sia liberata dalla sua schiavitù e ottenga la libertà della gloria dei figli di Dio".


Vicinanza del Sinodo dei Vescovi ai cristiani dell'Iraq

CITTA' DEL VATICANO, giovedì, 9 ottobre 2008 (ZENIT.org).- La congregazione generale di questo mercoledì pomeriggio del Sinodo dei Vescovi si è conclusa manifestando la vicinanza della Chiesa universale ai cristiani dell'Iraq.

L'Arcivescovo Nikola Eterović, Segretario generale del Sinodo, ha preso la parola prima di congedarsi dai presenti per ricordare che in questi giorni ricorre il compleanno del Cardinale Emmanuel III Delly, Patriarca di Babilonia dei Caldei.

Benedetto XVI ha scambiato uno sguardo con il Patriarca e si è unito all'applauso dei presenti.

Il Patriarca è nato il 6 ottobre 1927 a Telkaif ed è stato ordinato sacerdote caldeo a Mosul il 21 dicembre 1952. E' Patriarca dal 3 dicembre 2003 e Cardinale dal 24 novembre 2007.

Il suo patriarcato è stato caratterizzato dalla persecuzione subita dalle comunità cristiane del Paese e dall'esodo dei fedeli in cerca di un futuro sereno in altri luoghi.

Dopo l'assemblea, in alcune dichiarazioni a ZENIT il Patriarca ha chiesto le preghiere dei cattolici del mondo per i cristiani dell'Iraq e la mobilitazione perché vengano riconosciuti i loro diritti.

Secondo quanto ha reso noto la “Radio Vaticana”, il 7 ottobre tre cristiani – due dei quali padre e figlio – sono stati uccisi a Mosul mentre lavoravano. “Ancora una volta, le vittime avevano l'unica 'colpa' di essere cristiani”, ha affermato l'emittente pontificia.


Interventi al Sinodo del pomeriggio dell'8 ottobre

CITTA' DEL VATICANO, giovedì, 9 ottobre 2008 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito gli interventi al Sinodo sulla Parola di Dio, pronunciati nel pomeriggio di mercoledì 8 ottobre, quando ha avuto inizio la quinta Congregazione generale.

* * *

S.E.R. Mons. Donald William WUERL, Arcivescovo di Washington (STATI UNITI D'AMERICA)

Durante una liturgia celebrata per circa 50.000 persone raccolte al National Park di Washington, lei, Santo Padre, ci ha parlato della necessità di comprendere il nostro tempo alla luce della prima Pentecoste, nonché come viva espressione di essa. Nell’ambito di queste riflessioni, vorrei far riferimento all’opportunità che ci offrono le nostre omelie e il lavoro di catechesi, di rinnovare il senso di unione con Cristo e la sua Parola in seno alla Chiesa.
Oggigiorno, il contesto cui si rivolge la maggior parte della nostra predicazione, per lo meno nella mia esperienza, è caratterizzato da una visione marcatamente secolare e materialistica in cui la persona è considerata molto più come un individuo isolato che non come un membro integrato in una comunità. Questa auto-percezione individualistica, combinata con una conoscenza minima della Parola di Dio che viene proclamata nella Chiesa, costituisce una sfida per noi che cerchiamo di proclamare la rivelazione di Dio, la verità rivelata.
L’omelia ci offre l’opportunità di aprire più pienamente i cuori dei nostri fedeli alla Parola di Dio, in un modo in cui il contesto e i contenuti della fede vengono ricondotti alla riflessione su specifici passi delle Scritture di una particolare Liturgia. Venti secoli di meditazione sulla Parola di Dio ci forniscono il contenuto della nostra proclamazione di fede. Noi predichiamo la Parola di Dio e il suo significato nelle circostanze del nostro tempo e impegniamo la nostra gente in un più profondo apprezzamento di essa come risposta ai problemi dell’oggi.
La liturgia è, al contempo, un atto di culto e un momento di pedagogia. Il ciclo triennale del Lezionario, nella sua presentazione delle Scritture, ci offre la straordinaria opportunità di ricollegarci al Catechismo della Chiesa Cattolica, ricco di un bagaglio di meditazione biblica di duemila anni. Entrambi, il Lezionario e il Catechismo della Chiesa Cattolica, dovrebbero essere considerati in correlazione.
Il compito è aiutare i nostri fedeli a comprendere che essi sono parte della Chiesa, una comunità visibile che è anche comunione spirituale. L’omelia liturgica rappresenta la migliore opportunità per i nostri fedeli di incontrare la persona viva di Cristo nell’ambito di un autentico contesto ecclesiale e comunitario. L’integrazione di elementi del Catechismo della Chiesa Cattolica con le letture del Lezionario ci permette di dimostrare in che modo la Parola di Dio è capace di animare la nostra vita personale e comunitaria con Cristo e, nel contempo, di esprimere la fede della Chiesa che è stata arricchita in maniera incommensurabile da duemila anni di viva tradizione. In tal modo l’omelia aiuta i fedeli a comprendere più pienamente la Parola di Dio e lo fa proprio perché essa è proclamata e interpretata nel contesto corretto, cioè, alla luce della tradizione liturgica, dottrinale e morale della Chiesa stessa. La comprensione del contesto ecclesiale della rivelazione di Dio aiuta coloro che ascoltano la parola di Dio non solo a riaffermare il significato della Parola, ma anche la fedeltà e l’adesione al corpo di Cristo, la Chiesa.
Ciò che voglio dire con questo mio intervento è semplicemente che, date le opportunità che ci offrono le nostre omelie e la nostra istruzione religiosa, dovremmo guardare al Catechismo della Chiesa Cattolica come a una risorsa di grande ricchezza. Questo compendio di fede è uno strumento che permette a sacerdoti e catechisti di presentare proficuamente la Parola di Dio nella ricchezza e nella profondità del suo contesto ecclesiale. Grazie.

- S.E.R. Mons. Tomash PETA, Arcivescovo di Maria Santissima in Astana, Presidente della Conferenza Episcopale (KAZAKISTAN)

Nel Documento di lavoro del nostro Sinodo, parte prima, capitolo III, c’è un bellissimo testo dedicato alla Beata Vergine Maria : “Maria modello di accoglienza della Parola per il credente”.
Questo testo non è semplicemente una devota aggiunta: Secondo me si tratta di punti fondamentali che riguardano la Parola di Dio.
Da una parte, Maria appare come il migliore esempio di accoglienza della Parola di Dio, dell’apertura di un cuore umano alla Parola di Dio.
Dall’altra, essa stessa, con la sua profonda e completa unione con Gesù - il “Verbo incarnato” - rappresenta un meraviglioso commento alla Parola di Dio.
Possiamo addirittura dire che la sua vita è “la chiave per comprendere la Bibbia”. Alla luce della sua esistenza, noi siamo in grado di leggere tutta la Bibbia, e così di comprendere meglio i misteri di Cristo e della Chiesa, sì, tutto il piano di salvezza di Dio. Il Documento di lavoro sottolinea che il Santo Rosario è una “forma semplice e universale di ascolto orante della Parola”. Sono convinto che sia importante, per il tempo in cui viviamo, ricordare e promuovere questa forma di preghiera, perché è la via per giungere a Maria, lei, che ha compreso e si è unita alla Parola di Dio più di ogni altro.
Nel nostro paese, il Kazakistan, in Asia centrale, una quantità innumerevole di cattolici, deportati in questa regione, non hanno avuto per decenni la possibilità di accostarsi a sacerdoti, chiese, Bibbie o sacramenti (eccetto il battesimo dei figli, che amministravano da soli), ma avevano il Rosario. Ed è proprio grazie alla preghiera del Santo Rosario che sono riusciti a conservare la fede, la comprensione delle verità fondamentali della religione cattolica, la propria dignità umana e la speranza di tempi migliori.
Decenni dopo, la pronipote di qualche deportato ha scritto in un inno religioso le seguenti parole:
“Maria, nella steppa del Kazakistan hai aperto la porta per me,
mi sei venuta incontro con il Rosario,
O beatissima, beatissima
beatissima e santissima”.
Maria, in quanto “chiave per comprendere la Parola di Dio” rappresenta un ausilio non soltanto nella cura pastorale biblica o nello sviluppo della devozione personale, ma anche in tutti i settori legati alla Parola di Dio e alla Bibbia.
Il tema del nostro Sinodo “La Parola di Dio nella vita e nella missione della Chiesa” non può essere meditato profondamente senza Maria.
La Madre di Dio - e Madre della Chiesa - ci insegna ad ascoltare e accogliere la Parola di Dio, a vivere conformemente ad essa, e inoltre a proclamarla con coraggio in tutta la sua pienezza, senza scendere a compromessi con il “mondo comune”.

- S.E.R. Mons. Eduardo Porfirio PATIÑO LEAL, Vescovo di Córdoba (MESSICO)

Oggi assume una particolare importanza aiutare a comprendere la giusta relazione tra Rivelazione pubblica e costitutiva del Credo cristiano e le rivelazioni private, sceverando la pertinenza di queste alla fede genuina (Lineamenta 8). Esempi illuminanti ne sono l’Enciclica Haurietis Aquas, di S.S. Pio XII e la nota esplicativa al Terzo Segreto di Fatima dell’allora Cardinale Ratzinger. Riconosciamo con gratitudine i frutti spirituali che Dio ha concesso alla Chiesa mediante tali esperienze religiose.
Il numero 7 del Documento di Lavoro constata che spesso l’attuale esperienza religiosa è “più emotiva che convinta, a causa della scarsa conoscenza della dottrina”: si tende piuttosto verso la soggettività e il piacere di crearsi una religione a misura di ciascuno. Le persone semplici e di buona volontà sono attratte da presunte manifestazioni, ma, talvolta, si trasformano in gruppi religiosi isolati all’interno della Chiesa Cattolica, che diffondono devozioni e orientamenti spirituali la cui origine risale a “messaggi e rivelazioni privati”, i quali devono essere valutati con prudenza e comunque devono dare impulso alla Rivelazione pubblica integrale nella Tradizione viva della Chiesa. Si propone dunque di riaffermare la dottrina della Dei Verbum 4 e del Catechismo della Chiesa Cattolica 66-67, nonché di ribadire ai pastori la raccomandazione di incanalare opportunamente queste esperienze religiose, mediante criteri attualizzati secondo l’ambiente di mobilità e globalizzazione in cui viviamo.

- Rev. Julián CARRÓN, Presidente di Comunione e Liberazione (SPAGNA)

L'interpretazione della Bibbia è una delle preoccupazioni più sentite oggi nella Chiesa. il nocciolo della sfida sollevata dalla vicenda della interpretazione moderna della Sacra Scrittura l'aveva identificato anni fa l'allora cardinale Ratzinger: "Come mi è possibile giungere ad una comprensione che non sia fondata sull' arbitrio dei miei presupposti, una comprensione che mi permetta veramente d'intendere il messaggio del testo, restituendomi qualcosa che non viene da me stesso?".
In merito a questa difficoltà, il Magistero recente della Chiesa ci offre elementi per uscire da ogni possibile riduzione.
È stato pregio del Concilio Vaticano II aver recuperato un concetto di rivelazione come avvenimento di Dio nella storia. In effetti, la Dei Verbum permette di comprendere la rivelazione come l'avvenimento dell'autocomunicazione della Trinità nel Figlio "mediatore e pienezza di tutta intera la Rivelazione" (DV 2). È Cristo che "col fatto stesso della sua presenza e con la manifestazione che fa di sé con le parole e con le opere, con i segni e con i miracoli, e specialmente con la sua morte e la sua risurrezione di tra i morti, e infine con l'invio dello Spirito di verità, compie e completa la Rivelazione" (DV 4).
Questo avvenimento non appartiene soltanto al passato, a un momento del tempo e dello spazio, ma rimane presente nella storia, comunicandosi attraverso la totalità della vita della Chiesa che lo accoglie. Infatti "la contemporaneità di Cristo rispetto all'uomo di ogni tempo si realizza nel suo corpo, che è la Chiesa" (VS 25; cf. FR 1l).
L'enciclica Fides et Ratio caratterizza l'impatto che la verità rivelata provoca nell'uomo che la incontra secondo un duplice impulso: a) dilatare la ragione per adeguarla all'oggetto; b) facilitarne l'accoglimento del suo senso profondo. Invece di mortificare la ragione e la libertà dell'uomo, la rivelazione permette di sviluppare entrambe al massimo della loro condizione originale.
L'esperienza dell'incontro con Cristo presente nella tradizione viva della Chiesa è un avvenimento e diventa, perciò, il fattore determinante dell'interpretazione del testo biblico. È l'unico modo di entrare in sintonia con l'esperienza testimoniata dal testo della Scrittura. Infatti, "la giusta conoscenza del testo biblico è accessibile dunque solo a chi ha un' affinità vissuta con ciò di cui il testo parla." (PCB 70). Icasticamente lo riassumeva sant'Agostino: "In manibus nostris sunt codices, in oculis nostris facta".

- Rev. P. Heinz Wilhelm STECKLING, O.M.I., Superiore Generale dei Missionari Oblati di Maria Immacolata

È bene ricordare che “parola di Dio” è più che un sinonimo di Sacra Scrittura. Dio si rivela a noi in molti modi, non solo attraverso la Bibbia. Ma noi, sentiamo Dio parlare? Davvero scopriamo “le scintille della Parola” nella cultura umana, nel dialogo interreligioso, nella nostra vita?
Molti esempi positivi di ascolto della voce di Dio, sia nella Scrittura, sia nella vita, sono dati dai fondatori degli istituti religiosi. La Bibbia aveva mantenuto in esercizio il loro ascolto, dando loro il vocabolario e la grammatica per comprendere il linguaggio di Dio. Per questo sono stati capaci di ascoltare la parola di Dio in modi nuovi, come per esempio ha fatto il mio fondatore, san Eugenio Mazenod, negli sconvolgimenti della Francia post-rivoluzionaria.
Qual è dunque il rapporto tra la parola di Dio biblica e quella extra-biblica? Si potrebbe affermare che la Bibbia è un corso di lingua in cui impariamo ad ascoltare. Tuttavia, la Scrittura rimarrebbe lettera morta se trascorressimo tutta la nostra vita a scuola senza uscire per ascoltare la voce di Dio nel mondo che ci circonda. Stabilire un contatto con le ricchezze della Bibbia può servire - si potrebbe dire - come “corso di lingua basilare” per ascoltare meglio e obbedire oggi alle molte parole di Dio e al suo consiglio nella vita personale di ciascuno e nel mondo intorno a noi.
La Parola eterna del Padre trasmette i suoi semi più diffusamente di quanto è contenuto nella Bibbia. Possa la sua parola essere udita e ascoltata ovunque; non solo nella Scrittura, ma anche nelle molteplici voci che risuonano nel creato e nella nostra vita quotidiana, affinché sia fatta la Sua volontà e venga il Suo Regno.

- S.E.R. Mons. Orlando ROMERO CABRERA, Vescovo di Canelones (URUGUAY)

1. Dio ci viene incontro nella sua Parola, come Gesù che va a casa di Marta e Maria.
Nella Bibbia, la Chiesa non solo legge la Parola di Dio, ma Dio le viene incontro come il Dio della Parola.
2. L’attitudine dinanzi a Dio che parla è l’ascolto. La Chiesa è discepola che ascolta ai piedi del Maestro e deve essere maestra dell’ascolto.
Nella testimonianza del proprio ascolto della Parola di Dio, che parla nel linguaggio umano, la Chiesa si fa maestra dell’ascolto, nello stesso Spirito in cui fu ispirata la Parola (DV 12).
3. La Parola di Dio deve essere ispiratrice di tutta la vita e la Pastorale; perciò proponiamo l’animazione biblica della pastorale.
La Parola non è un elemento in più nella vita e nella pastorale della Chiesa, ma costituisce un’asse che la sostiene e la mette in moto.
4. In questa chiave di animazione biblica della Pastorale, il cammino della Lectio divina si rivela luogo privilegiato perché la parola sia fatta vita nei discepoli.

- S.E.R. Mons. Terrence Thomas PRENDERGAST, S.I., Arcivescovo di Ottawa (CANADA)

“Difficoltà con l’Antico Testamento”. Il tema al n. 17 del Documento di lavoro tratta delle difficoltà che molti cattolici incontrano con l’Antico Testamento.
Propongo che il Sinodo analizzi la perdita di fiducia dei cattolici riguardo al fatto che la Scrittura comunichi veramente la rivelazione di Dio, rifletta su come questo possa essere dovuto all’influenza degli studi biblici moderni sulla predicazione e rinnovi la comprensione che la Chiesa ha del significato spirituale della Scrittura come provvedimento.

- S.E.R. Mons. Félix LÁZARO MARTÍNEZ, Sch. P., Vescovo di Ponce (PORTO RICO)

Si rende necessaria oggi, per la sua importanza, per il momento che vive la Chiesa, una riflessione sulla Parola scritta. La Chiesa come custode di un deposito tanto prezioso ha il compito di conservarla, trasmetterla e interpretarla.
Perché i fedeli abbiano l’opportunità di leggere e conoscere la Parola scritta rivelata e ricorrere alle Scritture per la propria lettura e preghiera, la prima cosa necessaria è che le Conferenze Episcopali si assumano la responsabilità che ci siano edizioni riconosciute approvate, alla portata di tutte le tasche.
È chiaro che la Parola di Dio si trova nell’unità di Tradizione e Scrittura, interpretata in modo autentico dal Magistero. Tuttavia non si è riflettuto sufficientemente sulla dinamica fra Tradizione e Scrittura.
Il rapporto fra Scrittura, Tradizione e Magistero risulterebbe arricchito da una mutua compenetrazione fra teologia ed esegesi. È il Popolo di Dio a subire le conseguenze della dicotomia esistente fra teologia ed esegesi. Sarebbe molto utile se i fedeli comprendessero il rapporto fra Scrittura e Credo.
È importante vivere la spiritualità che nasce dalla Parola. La spiritualità della e nella Parola comporta la disposizione dello spirito ad ascoltare la Parola (profeta Elia) e, quindi, a rispondere nella fede; che il fedele senta che Dio gli parla e che egli può rispondere. Questa è la storia dei santi uomini e donne delle Scritture, e questa è la storia della Chiesa (Eb,11,1-40).
Ci sono vari modi di farlo, quali la Lectio divina, la Messa domenicale, la recita dell’Ufficio divino e la liturgia.

- S.Em.R. Card. William Joseph LEVADA, Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede (CITTÀ DEL VATICANO)

Una prima osservazione si riferisce alla necessità di chiarire il rapporto tra la Bibbia e la Chiesa. È nella fides Ecclesiae che si ha la comprensione retta del Libro sacro e la frequentazione amorosa del Libro non può non promuovere un senso· ecclesiale della fede.
Una seconda osservazione riguarda l'interpretazione delle Sacre Scritture che non può essere soltanto uno sforzo scientifico individuale, ma deve essere sempre confrontata, inserita ed autenticata dalla tradizione vivente della Chiesa. Sebbene l'interpretazione dei testi biblici debba far sempre tesoro della ricerca scientifica degli esegeti, essa avrà anche bisogno di una ermeneutica che sviluppi lo stretto nesso tra Parola di Dio e la fede della Chiesa, professata nel Credo ed espressa attraverso i secoli nell'insegnamento dottrinale del Magistero.
Come terza osservazione vorrei accennare allo stretto rapporto che esiste tra Sacra Scrittura ed ecumenismo. Si è constatato che la Bibbia è veramente un terreno di unità. Nello stesso tempo non si potrà ignorare il fatto storico che alla radice delle divisioni tra i cristiani vi è proprio l'interpretazione controversa di alcuni importanti e fondamentali testi biblici. Basti pensare nell'antichità cristiana alla crisi ariana e all'inizio dell'evo moderno alla riforma protestante. Il Sinodo dovrà tenere presente questo aspetto ecumenico, poiché l'attenzione data alla Parola di Dio scritta è certamente un legame molto forte che avvicina la Chiesa cattolica alle altre confessioni in una ricerca comune.Infine, come quarta ed ultima osservazione, vorrei fare riferimento al rapporto tra Sacra Scrittura e Liturgia. È bene ricordare come nella Liturgia la narrazione biblica diventa attuale evento di salvezza.

- S.Em.R. Card. Zenon GROCHOLEWSKI, Prefetto della Congregazione per l'Educazione Cattolica (CITTÀ DEL VATICANO)

Mi soffermo sulle diverse forme dell'insegnamento superiore ecclesiastico, nelle quali la Parola di Dio deve costituire la base per la conoscenza di tutte le verità della fede e la fonte della vita.
1. Oggi si moltiplicano gli istituti di studio soprattutto per i laici e le persone consacrate, ma nello stesso tempo sembra aumentare anche la ignoranza religiosa. La recente ricerca, commissionata dalla Federazione Biblica Cattolica in 10 Paesi europei, ha dimostrato una ignoranza incredibile dei fedeli circa le nozioni elementari riguardanti la Bibbia, come: "I Vangeli sono parte della Bibbia?", "Gesù ha scritto libri della Bibbia?", "Chi tra Mosè Paolo era un personaggio dell' Antico Testamento?", ecc. Tale ignoranza è un terreno fertile per le sette. Di qui alcuni accorgimenti che devono però essere considerati insieme:
a. Fatichiamo tanto, ma forse non distribuiamo ragionevolmente le forze nelle diverse forme e gradi di insegnamento. L'aumento degli istituti va spesso a scapito di un insegnamento più diffuso nella pastorale ordinaria. Diminuisce il numero dei sacerdoti, ma aumenta il numero di quei presbiteri che si sentono chiamati ad essere professori, svalutando la cura pastorale ordinaria, ma proprio di questa tratta principalmente l'Instrumentum laboris. La Parola di Dio è rivolta a tutti, è destinata a fruttificare in tutti. Siamo responsabili pure per una giusta economia nell'uso delle forze di insegnamento, che abbiamo a disposizione, per far efficacemente crescere ed operare tutto il Corpo Mistico di Cristo.
In questa prospettiva, sarebbero da favorire e diffondere appropriati corsi di scienze sacre senza fornire i titoli accademici, in quanto più facilmente accessibili ad un pubblico più vasto.
b. I diversi Istituti di insegnamento superiore vengono incaricati di corsi monografici, a scapito però delle conoscenze fondamentali bibliche, dogmatiche, morali. Si suppongono, ingenuamente, tali conoscenze che però gli studenti non hanno, e quindi la formazione intellettuale, dal punto religioso, non è organica né coerente né fruttuosa; e quindi non prepara a realizzare quanto postulato nell' Instrumentum laboris riguardo alla pastorale biblica. Si deve attribuire importanza alle verità fondamentali di fede, ricollegate alla Parola di Dio, perché esse determinano la nostra vita cristiana, il nostro rapporto con il Signore, la nostra gioia cristiana.
2. Sono molto contento - in quanto connesso con ciò che ho detto poco fa - che nell'Instrumentum laboris sono stati messi in luce elementi che appartengono alla metodologia degli studi e dell'insegnamento in scienze ecclesiastiche, che ai nostri tempi esigono di essere accentuati in ordine alla giusta impostazione dell'insegnamento: a. Una chiara distinzione fra i detentori del "munus docendi" nella Chiesa e tutti gli altri che comunque devono essere annunciatori della Parola di Dio; b. L'importanza sostanziale del Magistero, messa perspicacemente in risalto dalla Dei Vebum 10, per comprendere, interpretare ed insegnare la Parola di Dio; c. La necessità della preghiera,· dell'ascolto, della fede, della docilità allo Spirito Santo, per conoscere il vero senso teologico-spirituale della Parola di Dio; d. Il primato della testimonianza nell'annuncio della Parola di Dio.

- S.E.R. Mons. Colin David CAMPBELL, Vescovo di Dunedin (NUOVA ZELANDA)

Titolo: “Il Vangelo: una lettera di amore al mondo”
Nella parte seconda del Documento di Lavoro, all’inizio del capitolo quarto (pagina 37) la Parola della Scrittura viene descritta come “una parola che Dio indirizza a ciascuno personalmente come una lettera nelle concrete circostanze”. Tanto più lo è il Vangelo comunicato direttamente da Gesù, Parola di Dio. Dal punto di vista pastorale, dobbiamo approfondire in che modo Gesù ha fatto questo e, come pastori del popolo di Dio, dobbiamo seguire il suo esempio. Dobbiamo creare delle condizioni di fede in cui le persone riescano a udire questa “lettera d’amore” indirizzata a loro. E, come Chiesa, dobbiamo promuovere maggiori opportunità affinché le persone ascoltino, vedano e sperimentino la Parola per poter sperimentare l’amore di Dio. I suggerimenti che ne conseguono sono che il Sinodo si pronunci a favore di un’omelia ad ogni Messa (con un’assemblea), che cerchiamo forme visive e recitative per illustrare il Vangelo nella liturgia e contempliamo modi per portare il Vangelo nel mondo. Come Chiesa dobbiamo armonizzare la verità dottrinale con le immagini scritturali, affinché le persone possano facilmente comprendere le verità del Regno in modo semplice, chiaro e lineare.

- S.E.R. Mons. Peter William INGHAM, Vescovo di Wollongong, Presidente della "Federation of Catholic Bishops'Conferences of Oceania" (F.C.B.C.O.) (AUSTRALIA)

Quando i lettori proclamano la Sacra Scrittura nella Liturgia, devono assicurarsi che la Parola di Dio sia ascoltata, compresa e, si spera, apprezzata. Il lettore esercita un ministero vitale.
È una cortesia nei confronti di coloro che ascoltano, trasmettere la Parola di Dio in modo tale che il messaggio di salvezza possa crescere forte nei loro cuori e nelle loro menti. La Parola deve essere forte già nella vita di colui che la proclama.
Molti lettori leggono in modo troppo veloce perché la Parola di Dio possa essere compresa dal cuore e dalla mente di chi ascolta.
A ogni parola, in ogni frase, dovrebbe essere dato il proprio valore grammaticale. Rispettando la punteggiatura, si può modulare la voce in modo da aggiungere interesse a quanto viene proclamato.
Alcuni lettori non danno risalto alla propria voce, non usano il microfono in modo efficace.
L’idea-chiave in una lettura biblica può sfuggire o andare perduta per la mancanza di enfasi da parte di un lettore che non comprende realmente il contesto del passaggio.
Una delle ragioni di una proclamazione povera può essere la mancanza di sicurezza del lettore di fronte a un’assemblea. Per questo motivo la pratica della lettura ad alta voce costituisce un esercizio essenziale.
Credo che si debba migliorare notevolmente la proclamazione della Parola di Dio nella Liturgia sia da parte degli ecclesiastici che dei laici; altrimenti l’impatto di “Dio che ci parla” non sarà quello che la Chiesa desidera né quello che i fedeli meritano.

- S.E.R. Mons. Oswald Georg HIRMER, Vescovo di Umtata (SUDAFRICA)

La condivisione del Vangelo in sette passi non è un altro metodo di studio della Bibbia, bensì la continuazione della liturgia della Parola dell’Eucaristia. Questo modo di utilizzare le Scritture si è dimostrato una chiave per incontrare Cristo stesso nella Parola della Bibbia. Nei gruppi di studio biblico di solito “parliamo di Gesù”, mentre attraverso la condivisione del Vangelo in sette passi cerchiamo di entrare “in contatto” con il Signore. Le piccole comunità cristiane e i gruppi di vicinato utilizzano i sette passi come base spirituale, collegando la vita con la Parola di Dio.
Il segreto dei sette passi risiede nel fatto che la Parola della Bibbia non viene intesa come mera informazione su Gesù, bensì come segno sacramentale della presenza di Cristo in mezzo a noi.
In breve:
Nel primo passo invitiamo il Signore come i due discepoli sulla via di Emmaus.
Il secondo e il terzo passo aiutano i fedeli a “sedersi” con Gesù e a rimanere con lui come ha fatto Maria di Betania.
Attraverso il quarto passo, nel silenzio, i fedeli permettono a Gesù di raggiungerli con una parola che è diventata importante per loro.
Il silenzio è seguito dalla condivisione personale, senza predicare agli altri o iniziare dibattiti su questioni che rovinerebbero il clima di preghiera. San Paolo è il nostro esempio di condivisione personale: “Per me infatti il vivere è Cristo”, dice per esempio in Filippesi (Fil 1, 21).
Nel sesto passo, il gruppo domanda: “Che cosa vuole che facciamo il Signore?”
Il settimo passo dà a tutti la possibilità di pregare spontaneamente.
La condivisione del Vangelo in sette passi, se svolta bene, può rinnovare la fede in parrocchia e ravvivare le comunità di base dal loro interno. Può diventare una scuola di ascolto profondo della Parola di Dio, una scuola per esprimere la fede e rafforzarsi reciprocamente nella fede, una scuola per imparare l’arte del silenzio e sperimentare il mistero della presenza di Cristo in mezzo a noi.
La condivisione del Vangelo in sette passi aiuterà inoltre i fedeli a pregare meglio in privato e a vivere l’Eucaristia in modo più profondo e significativo.

- S.E.R. Mons. Oscar Mario BROWN JIMÉNEZ, Vescovo di Santiago de Veraguas (PANAMÁ)

Nel numero 35 del Documento di Lavoro si afferma che questo Sinodo, su La Parola di Dio nella
vita e nella missione della Chiesa, è in rapporto di continuità con il precedente su L’Eucaristia: fonte e culmine della vita e della missione della Chiesa.
Nell’Esortazione Apostolica Sacramentum Caritatis, frutto di quel Sinodo, ci viene raccomandato vivamente di mettere in risalto l’unità intrinseca del rito della Santa Messa. Non si devono giustapporre le due parti del rito, la liturgia della Parola e la liturgia dell’Eucaristia, come se fossero interdipendenti l’una dall’altra, poiché entrambe sono unite intimamente fra loro e formano un unico atto di culto, al quale si aggiungono l’introduzione e la conclusione (cf Sacramentum Caritatis, 44-49).
Il Documento di Lavoro del presente Sinodo riconferma tale dottrina, quando sostiene che l’intima unione fra Parola ed Eucaristia è radicata nella testimonianza della Scrittura e adduce la testimonianza dei Padri della Chiesa, corroborata dal Concilio Vaticano II.
Ricordiamo che l’Eucaristia è il memoriale della Pasqua del Signore. In essa, si fa presente, in maniera incruenta, attraverso le specie sacramentali, il sacrificio unico di Cristo, compiuto, in maniera cruenta, una volta per tutte sul Calvario.
La liturgia dell’Eucaristia comincia con la preghiera eucaristica che si apre con una prefazio che presenta in modo succinto il mistero pasquale del Signore, mettendo in rilievo alcuni aspetti concreti di esso. Ha una importanza fondamentale l’epiclesi, quando chiediamo umilmente a Dio che invii il suo Spirito sui doni presentati, perché si convertano, per noi, nel corpo e nel sangue di Gesù Cristo, nostro Signore.
È l’azione dello Spirito nella liturgia dell’Eucaristia, così come nella liturgia della Parola, a rendere presente il Signore della pasqua, il Verbo di Dio che si incarnò, patì, morì e risuscitò per il perdono dei peccati e per renderci figli adottivi di Dio, attraverso lo Spirito.
Nella liturgia della Parola, come in quella eucaristica, nella Messa, il Signore della Pasqua è presente realmente, in un dialogo in cui Dio prende l’iniziativa di rivolgersi all’uomo con la sua Parola e questi gli risponde con fede, obbedienza e conversione. Questa presenza è latente nell’Antico Testamento ed è patente nel Nuovo.
Le alleanze dell’AT sono tipi e figure della Nuova Alleanza, stretta nello Spirito, che avrà compimento nel mistero pasquale di Gesù Cristo, unico mediatore fra Dio e gli uomini. Perciò concludiamo la preghiera eucaristica con la grande dossologia in cui glorifichiamo il Padre per il Figlio, nello Spirito.
L’opera di Luca, il suo Vangelo e il libro degli Atti degli Apostoli, è un eccellente luogo teologico per studiare la nostra tematica.
Concludiamo, osservando che il rapporto fra la liturgia della Parola e la liturgia dell’Eucaristia, nella Santa Messa, è mediato dall’azione dello Spirito che rende presente il Signore della Pasqua, nella liturgia della Parola per mezzo delle preghiere, della Sacra Scrittura, dell’omelia, del simbolo della fede e della preghiera dei fedeli.
Il Signore, però, è presente anche nella liturgia dell’Eucaristia, attraverso l’epiclesi, che trasforma il pane e il vino nel corpo e nel sangue del Signore. Forse si potrebbe parlare di una doppia epiclesi, come nelle Chiese orientali, una implicita, quella della liturgia della Parola, e l’altra esplicita, quella della liturgia eucaristica. Non si giustappongono. La loro unità intrinseca è data dalla presenza e dall’azione in entrambe dell’unico Spirito Santo, Signore e Datore di vita, che procede dal Padre e dal Figlio, e ci aggrega nel dinamismo della Santissima Trinità. Spetta all’officiante della celebrazione eucaristica, autentico mistagogo, maestro del mistero, aiutare l’assemblea a viverlo in tutta la sua ricchezza.

- S.E.R. Mons. Peter LIU CHENG-CHUNG, Vescovo di Kaohsiung (CINA)

La domanda è: come rendere il kerygma e la proclamazione della parola viva di Dio più accessibili ai fedeli? Come può questo kerygma - questo incontro con la Parola di Dio - essere un dialogo autentico tra Cristo stesso e i fedeli? La risposta sta nel riconoscere lo Spirito Santo in questa proclamazione della parola vivente di Dio. È lo Spirito Santo che conferisce a ogni cattolico battezzato doni e carismi, che a loro volta sono dei contributi alla Chiesa locale.
I vescovi e i parroci vengono invitati a cercare di essere aperti a queste realtà nella comunità locale dei fedeli. Ed è in queste piccole comunità a livello parrocchiale che la Parola proclamata può diventare un’entità vivente. A poco a poco, i fedeli di queste comunità possono pregare insieme la Liturgia delle Ore e tenere celebrazioni comunitarie del Sacramento della Penitenza (con confessioni individuali). In questo contesto le Scritture sono intimamente legate alla liturgia come segno di Dio che dialoga con il suo popolo specialmente nell’Eucaristia.
Affinché tutto questo possa essere realizzato, però, occorre impartire una catechesi pratica e concreta, guidata dalla diocesi locale e con la collaborazione del parroco, in una situazione in cui lo spirito delle Scritture possa essere interiorizzato, messo alla prova e preservato nelle difficoltà, nonché rafforzato tra i fedeli e coloro che si preparano all’iniziazione nella Chiesa.

  





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Messaggio Re: Il mondo visto da Roma - 09 ottobre 2008 
 
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Giovedì, 09 Ottobre : 2008

Notizie dal mondo

Appello dei cristiani di Mosul: “Stiamo morendo!”

MOSUL, giovedì, 9 ottobre 2008 (ZENIT.org).- “Stiamo morendo!” è l'accorato appello rivolto dai cristiani di Mosul (Iraq), che nelle ultime settimane sono tornati ad essere bersaglio di una drammatica ondata di violenze.

Padre Amer Youkhanna, sacerdote del clero di Mosul che vive a Roma, ha riferito a Baghdadhope che le persone della città irachena “hanno detto di non avere altre parole per definire ciò che sta succedendo se non che si tratta di uno sterminio”.

“Noi stiamo morendo, mi hanno detto, e bisogna che la nostra voce venga ascoltata”.

Le famiglie rimaste a Mosul, denuncia, “non hanno soldi per fuggire, non saprebbero dove andare, e così rimangono chiuse nelle case ad aspettare. E' una situazione terribile, forse mai, prima d'ora, la comunità cristiana di Mosul ha vissuto un tale periodo di terrore. Chi vuole instaurare lo stato islamico in Iraq con capitale Mosul vuole che la città non abbia più neanche un cristiano tra i suoi abitanti”.

Monsignor Philip Najim, Procuratore della Chiesa Caldea presso la Santa Sede, ha riferito che “gruppi armati penetrano nei quartieri dove vivono i cristiani ed uccidono a caso chi trovano sulla propria strada”.

“Sono omicidi a sangue freddo compiuti alla luce del giorno e davanti a decine di testimoni, come se questi gruppi volessero dimostrare il proprio poter operare impunemente, il proprio controllo della città”, ha osservato.

“Lo scopo è, chiaramente, seminare il terrore per completare l’opera di svuotamento della città della sua antichissima componente cristiana iniziata ormai da anni”.

A queste violenze si è aggiunta la cancellazione dell’articolo 50 dalla legge che fissa le regole per le prossime elezioni dei consigli provinciali, che nella sua prima stesura garantiva la rappresentatività in questi consigli delle minoranze del Paese.

“Perché, è questa la domanda che poniamo al mondo, gli iracheni cristiani devono subire tali attacchi? – ha chiesto il presule –. Perché ci uccidono e ci negano i nostri diritti?”.

Chiedere il rispetto di questi ultimi, sostiene monsignor Najim, “è doveroso”, perché i cristiani appartengono alla minoranza ma rappresentano “una parte importante della storia del Paese che sempre è stata caratterizzata dalla coesistenza delle diverse parti del suo tessuto sociale”.

“Non chiediamo nulla più di quanto ci spetta – ha dichiarato –: i diritti che ci devono essere garantiti naturalmente in quanto cittadini iracheni”, “perché non c’è pace senza il rispetto della vita umana”.

Monsignor Louis Sako, Arcivescovo caldeo di Kirkuk e presidente della Commissione per il dialogo interreligioso dei Vescovi iracheni, ha ricordato dal canto suo al SIR che Mosul è sempre stata “un esempio di civiltà e di coesistenza per questo i suoi nobili abitanti non dovrebbero consentire che tali atti violino i diritti dei suoi pacifici abitanti”.

“I cristiani iracheni – ha aggiunto – non vogliono altro che una vita decente e pacifica, vogliono cooperare con tutti per costruire la stabilità per il bene della loro Nazione così come hanno fatto sempre lungo la loro storia”.

“Il mondo ci sta lasciando soli”, ha ammesso con profonda delusione a Baghdadhope monsignor Shlemon Warduni, Vescovo ausiliare di Baghdad.

Anche il presule ha unito la propria voce contro la cancellazione dell'articolo 50, che riservava 15 seggi in sei province alle minoranze: 13 ai cristiani, uno agli Shabak e uno agli Yazidi.

In questa situazione, ha affermato, i cristiani iracheni intendono “continuare a far sentire la nostra voce sperando che il nostro appello venga raccolto, non solo in Iraq ma anche nel mondo”.

“Ci sono in gioco i nostri diritti di cittadini, appartenenti ad una minoranza, è vero, ma sempre cittadini iracheni – ha dichiarato –. Non interessa a nessuno?”.


Anno Paolino

Una vita per l’annuncio del Vangelo

ROMA, giovedì, 9 ottobre 2008 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito l'articolo a cura di monsignor Rino Fisichella, Presidente della Pontificia Accademia per la Vita, apparso sul numero di ottobre della rivista “Paulus”.


* * *

Cosa può dire l’apostolo Paolo può dire agli uomini e alle donne di oggi? Gli elementi sono certamente tanti, ma credo che il tutto possa essere sintetizzato in due termini: conversione e apostolato. Prima di tutto Paolo ci dice che incontrare Gesù Cristo è possibile, come è possibile poter parlare con Lui. Come conseguenza di questo, siamo chiamati a cambiare vita. In At 9,17-18 apprendiamo che all’Apostolo, che si trovava davanti ad Anania, uscirono dagli occhi come delle squame. Non sappiamo in cosa consistessero, sappiamo però che, simbolicamente, qualcosa della sua vita era realmente cambiata. La stessa cosa la troviamo descritta in 2Cor 5,16-17: «anche se abbiamo conosciuto Cristo secondo la carne, ora non lo conosciamo più così. Quindi se uno è in Cristo, è una creatura nuova; le cose vecchie sono passate, ecco ne sono nate di nuove». L’invito di Paolo a ciascun cristiano è di conoscere Cristo secondo lo spirito: anche per noi oggi vi è la possibilità di un cambiamento nella possibilità di incontrare Gesù di Nazareth il Signore.

Siamo chiamati, dunque, come primo passo a cambiare vita. Ora passiamo al secondo termine, alla seconda dimensione a cui abbiamo fatto riferimento, quella che rende Paolo tanto conosciuto fino ai nostri giorni, cioè l’apostolato. “Apostolo” è una parola greca che significa: “colui che è inviato”. Paolo è un missionario e questo non per un caso. Chi incontra Cristo è portato a diventare un evangelizzatore. Secondo la mia esperienza, sono convinto che per conoscere l’Apostolo dobbiamo leggere innanzitutto la lettera ai Galati. Qui Paolo parla della sua vita, dice in che cosa è consistita questa rivelazione, di cui molto sinteticamente ci ha dato una sua versione (cfr. Gal 1,13-18). In questi versetti scopriamo subito chi era l’Apostolo e vorremmo avere tutti i dettagli su ciò che è accaduto sulla via di Damasco. Nella nostra immaginazione, anche a motivo di tante rappresentazioni pittoriche, ci raffiguriamo Paolo che cade da cavallo... ma né nelle lettere né negli Atti degli Apostoli si menzionano cavalli nei racconti della conversione.

Forse Paolo adoperò un animale da trasporto, ma è molto più probabile che andasse anche a piedi: a quei tempi era comune percorrere circa trenta km al giorno. Paolo, dunque, non si preoccupa di dirci cos’è avvenuto, ma com’è avvenuto; a lui interessa dirci l’essenziale: Dio «si compiacque di rivelare a me suo Figlio». Come questo sia avvenuto appartiene alla dimensione del mistero che ci rimanda al giorno di Pasqua. Quando gli evangelisti lo raccontano, usano lo stesso linguaggio per dire che Gesù “si è fatto vedere”. Non siamo stati noi a vedere Lui, Lui si è fatto vedere a noi. Secondo il linguaggio biblico, questa condizione è diversa: non sono le nostre categorie, ma è Lui che si fa vedere e chiama a entrare nella sua dimensione. Chi è all’interno della visione e della rivelazione non riesce a esprimere nulla. Paolo sperimenta tutta l’incapacità del linguaggio di poter esprimere l’esperienza fatta, e questo può valere anche per ognuno di noi non alle prese con una visione, ma chiamati a cambiare la nostra vita dall’annuncio del vangelo.

Nella stessa lettera ai Galati ci viene descritto anche il carattere di Paolo, un uomo che non conosceva mezze misure e andava là dove era chiamato senza consultare nessuno e senza andare a Gerusalemme da chi aveva conosciuto direttamente il Signore, ma subito andò in Arabia per annunciare il vangelo e poi di nuovo a Damasco e poi così via per tutta la vita. Paolo è il missionario, l’evangelizzatore per eccellenza. Da un calcolo approssimativo delle date possiamo vedere che Paolo incontra Gesù sulla via di Damasco intorno all’anno 33, tre anni dopo la morte di Gesù e, dal 33 fino al 65-67, Paolo è sempre e soltanto in viaggio per annunciare il vangelo. Pensiamo solo ai viaggi di Paolo: 16.500 km! Duemila per il primo viaggio, cinquemila per il secondo, seimila per il terzo, tremilacinquecento da Gerusalemme a Roma.

In 2Cor 11,23-28 Paolo racconta della sua ansia missionaria ed elenca con passione cosa abbia significato annunciare il vangelo nelle molte fatiche, prigionie, percosse, naufragi... ciò che ha vissuto in questi trent’anni di evangelizzazione è tutto vero. Paolo ha dato gli anni più belli della sua vita per annunciare il vangelo di Gesù Cristo fino ad arrivare a Roma, dove l’accoglienza non fu tra le migliori.

Paolo aveva scritto la lettera ai Romani per preparare la sua visita. Ma i Romani erano autonomi: la loro era una bella comunità e non era stata fondata da Paolo, bensì da Pietro. Paolo veniva visto quasi come un intruso. Perché? Perché aveva detto che la legge era una preparazione, ma quello che Gesù aveva portato era l’amore. Avrebbe dovuto rallegrare il cuore di tutti, e invece non era così, perché nei primi tempi sottostare alla legge era ancora una tentazione molto forte.

Paolo, però, con forza, andando fino a Gerusalemme e discutendo con Pietro e con Giacomo, ha voluto far capire che Gesù era arrivato ed era veramente il Messia; per questo la legge di Mosè era completamente superata. Per questo l’Apostolo è stato tanto osteggiato. Alcuni pensavano che bisognava andare adagio senza urtare la mentalità di quelli che si erano convertiti dal giudaismo. Anche noi tante volte facciamo attenzione a come parliamo, nel dire tutta la verità perché qualcuno si può scandalizzare, perché si può essere intolleranti e allora è meglio smussare gli angoli, e magari rinunciare alla nostra identità. Se Paolo sentisse tanti ragionamenti simili che oggi vengono fatti...! La verità è Cristo, dice l’Apostolo, in lui siamo stati battezzati, in lui tutti siamo peccatori come nel primo Adamo, ma nel secondo Adamo, il Cristo, tutti siamo stati salvati, perché Dio ha rinchiuso tutti nel peccato per portare tutti alla salvezza nella morte e nella risurrezione di suo Figlio.

Per concludere possiamo dire che questo richiamo, questo appassionato annunzio dell’amore ha portato a vedere Paolo in alcuni ambienti anche con un certo sospetto. Fino al secondo secolo le lettere di Paolo venivano lette, ma non in tutte le comunità. Si deve arrivare a Ireneo e ad altri discepoli, che incominciano a mettere insieme gli scritti di Paolo e a scoprire la profonda ricchezza presente nel suo insegnamento a cui tutti noi possiamo oggi attingere.

Penso infine agli ultimi momenti della vita di Paolo, a quel 30 giugno di ormai duemila anni fa in cui i protomartiri di Roma morirono a causa di Cristo e della fede. E tra loro c’erano anche Pietro e Paolo. Paolo nell’avvicinarsi a questo momento supremo, scrive una delle pagine più dense e toccanti dei suoi scritti: «Quanto a me, il mio sangue sta per essere sparso in libagione ed è giunto il momento di sciogliere le vele. Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede» (2Tm 4,6-7). Da questo tutti possiamo comprendere chi è Paolo per noi, cosa ci dice ancora oggi; da questi versetti comprendiamo chi è l’apostolo di oggi: è colui che per tutta la vita annuncia il vangelo e conserva la fede fino alla fine.

Rino Fisichella

Presidente della Pontificia Accademia per la Vita


Italia

Comincia il conto alla rovescia per uccidere Eluana
I cattolici mobilitati per impedire l’eutanasia

ROMA, giovedì, 9 ottobre 2008 (ZENIT.org).- Ha destato preoccupazione e sconcerto la decisione della Consulta che, mercoledì 8 ottobre, ha dichiarato “inammissibili i ricorsi per conflitto di attribuzione sollevati da Senato e Camera”, in merito al caso di Emanuela Englaro.

Questo significa che la Corte di Cassazione, quando si riunirà l’11 novembre prossimo, potrà decidere se dare seguito all’interruzione dell’idratazione e alimentazione di Eluana.

In un comunicato diffuso in serata, l’associazione “Scienza & Vita” parla di “un mercoledì nero per chi ama la vita”, perchè la data dell’11 novembre “è troppo vicina affinché il Parlamento possa legiferare per difendere la vita di Eluana, di tutti colro che si trovano nelle stesse condizioni e di quanti vi si potrebbero trovare”.

Scienza & Vita teme che “dopo la condanna a morte di Eluana per mano di un giudice, e l’offesa portata alla coscienza di quella parte maggioritaria dell’opinione pubblica alla quale ripugna questo esito nefasto, sarà ancor più difficile, per il Parlamento, costruire una legge di autentica tutela della vita umana”.

Il comunicato di Scienza & Vita conclude denunciando quella parte della magistratura italiana “particolarmente aggressiva sui temi della vita e talvolta malata di onnipotenza”.

Nell’esprimere la propria “inquietudine” per quanto sta accadendo, il Movimento per la Vita (MpV) ha annunciato uno studio dal titolo “Eluana: una legge per tutti noi. Perché no al testamento biologico” che verrà diffuso ai giudici della Cassazione ed ai parlamentari.

Carlo Casini, presidente del MpV, ha affermato che “le dolorose nebbie dell’inquietudine devono ora essere risolte facendo irrompere senza riserve la luce della dignità umana, che per definizione non consente di distinguere tra vite umane degne o non degne di vivere, che determina l’assoluta indisponibilità della vita umana, propria o altrui”.

“Una luce – ha continuato – che deve illuminare i magistrati e la società nel suo insieme”.

Casini ha concluso sostenendo che “solo la prospettiva della dignità umana potrà salvare la vita di Eluana attraverso la nuova decisione della Corte di Cassazione. Ma sarà anche preciso compito del Parlamento chiudere gli eccessivi spazi di ambiguità e discrezionalità entro i quali hanno dovuto finora muoversi i giudici”.


Il Nobel, vietato ai cattolici?
Premiati due scienziati giapponesi per una scoperta del prof. Nicola Cabibbo

di Antonio Gaspari

ROMA, giovedì, 9 ottobre 2008 (ZENIT.org).- Grande scalpore ha suscitato in Italia l’assegnazione del Nobel per la Fisica ai giapponesi Makoto Kobayashi e Toshihide Maskawa.

Gli scienziati italiani sono in rivolta perché il premio è stato assegnato per la scoperta indicata genericamente, in ambito scientifico ed universitario, con il nome Matrice Cabibbo-Kobayachi-Maskawa (o matrice Ckm, dalle iniziali dei tre ricercatori).

Il vero padre della scoperta, che non è stato neanche menzionato, è il prof. Nicola Cabibbo, già professore di fisica delle particelle elementari all'Università di Roma, nonché Presidente dell'Istituto Nazionale di Fisica Nucleare dal 1983 al 1992 e dell'Enea, e dal 1993 Presidente della Pontificia Accademia delle Scienze.

In merito alla vicenda, Roberto Petronzio, Presidente dell'Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (Infn), ha dichiarato di “essere lieto che il premio Nobel sia stato attribuito a questo settore della fisica che sta avendo sempre più attenzione da tutto il mondo e dal quale ci aspettiamo fondamentali scoperte che aumenteranno la nostra comprensione sull'Universo”.

“Tuttavia – ha sottolineato – non posso nascondere che questa particolare attribuzione mi riempie di amarezza”, perché Kobayashi e Maskawa “hanno come unico merito la generalizzazione, peraltro semplice, di un'idea centrale la cui paternità è da attribuire al fisico italiano Nicola Cabibbo che, in modo autonomo e pionieristico, ha compreso il meccanismo del fenomeno del mescolamento dei quark, poi facilmente generalizzato dai due fisici premiati”.

Critico anche il Presidente del Consiglio Nazionale delle Ricerche (Cnr), il fisico Luciano Maiani, il quale ha ricordato che “il lavoro di Cabibbo ha rappresentato una svolta storica per l’Europa”, ed ha commentato che "non c’è confronto con il lavoro svolto da Kobayashi e Maskawa: il loro contributo è stato indubbiamente importante, ma la strada era stata aperta dal lavoro di Cabibbo".

Per Enzo Boschi, fisico e presidente dell'Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV), "il premio Nobel per la fisica andava assegnato solo ed esclusivamente a Nicola Cabibbo, che nel 1963 ha aperto il più grande filone della fisica moderna”.

Secondo il Presidente dell’INGV, l’esclusione di Cabibbo dal Nobel è “probabilmente la più grande ingiustizia che l'Accademia Svedese delle Scienze abbia mai fatto in tutta la sua storia".

Intervistato da ZENIT, Fabio Malaspina, docente di fisica al master di Scienze Ambientali della Università Europea di Roma, si è chiesto se l’esclusione di Cabibbo non sia dovuta al suo essere cattolico.

“Speriamo che nel futuro il Comitato renda note le motivazioni della sorprendente scelta – ha precisato Malaspina – altrimenti sarebbero confermate le voci che vedono, dopo la premiazione di Madre Teresa di Calcutta, i cattolici ‘estromessi’ a priori dalla competizione”.

Altri due, infatti, i casi eclatanti di esclusione di illustri cattolici dall'ambito premio svedese: il professor Jerome Lejeune, il medico che scoprì e cercò di curare la trisomia 21 (sindrome down), escluso dal Nobel perché si opponeva all’aborto; e Papa Giovanni Paolo II a cui fu negato il Premio Nobel per la Pace, perché a capo di uno stato, la Città del Vaticano, che, secondo la commissione giudicatrice dei Nobel, “discriminerebbe le donne”.

Alla domanda sul perché i cattolici sarebbero discriminati, Malaspina ha riposto: “La premiazione di Cabibbo forse avrebbe messo di nuovo in luce che tanti credenti sono stati grandi scienziati e che scienza e fede non sono in contrapposizione come alcuni matematici, che hanno ampi spazi sui mass-media, cercano di farci credere”.

“Forse e purtroppo – ha osservato –, sono gli stessi atteggiamenti mentali, le stesse incrostazioni culturali, ad aver tenuto il Papa fuori da 'La Sapienza' ed il fisico Cabibbo lontano dal premio Nobel”.


Sull’aborto, è falso parlare di “cattolici versus laici”
Il prof. Lucio Romano al Congresso Nazionale dei Ginecologi Italiani

di Antonio Gaspari

TORINO, giovedì, 9 ottobre 2008 (ZENIT.org).- “La contrapposizione tra laici e cattolici in maniera di aborto è inesatta e fuoviante”. Lo ha detto il prof. Lucio Romano, dell’Università degli Studi di Napoli “Federico II , intervenendo in una sessione del Congresso Nazionale dei Ginecologi Italiani (SIGO), che si svolta a Torino dal 5 all’8 ottobre.

Il prof. Romano, che insegna al Dipartimento di Scienze Ostetrico-Ginecologiche, Urologiche e Medicina della Riproduzione ed è anche Vicepresidente del Movimento per la Vita (MpV), ha detto che “da diversi anni l’aborto è motivo di una significativa contrapposizione, fortemente conflittuale e spesso ideologica, tra pro life e pro choice”.

“I due diversi punti di vista – ha aggiunto – sono stati caratterizzati con la semplificazione di 'cattolici versus laici'. I primi qualificati dalla posizione identitaria definita religiosa, i secondi da quella definita razionale”.

“Una contrapposizione così posta è destituita di ragionevole argomentazione, è inesatta e fuorviante”, ha precisato il prof. Romano, perché “la difesa della vita di ogni essere umano, già dal concepimento, si basa su diritti umani provati dalla ragione e non unicamente derivati da una posizione di fede”.

“Il diritto alla vita – ha precisato il professore napoletano – è il primo e fondamentale diritto umano, dal quale ne conseguono tutti gli altri: civili, politici, economici, sociali, culturali”.

Secondo il Vicepresidente del MpV, “l’infondatezza della contrapposizione fra cattolici e laici fu già rimarcata da Norberto Bobbio, che in particolare individuava nell’indifferentismo morale una delle cause principali della politicizzazione della vita”.

Per il prof. Bobbio, autorevole esponente del mondo laico, il “diffondersi dell’indifferentismo morale si rivela nella facilità con cui si accusa di moralismo chiunque compia un timido tentativo di porre i problemi del nostro tempo risalendo ai principi primi, come non uccidere, non mentire, ‘rispetta l’altro come persona, ecc'”.

“Le conseguenze di questo indifferentismo morale – sottolineava il prof. Bobbio, già docente di Filosofia del diritto all’Università di Torino – sono apparse chiare nella discussione intorno al tema dell’aborto da parte degli abortisti”, oppure della “liberalizzazione sessuale”.

L’autorevole docente torinese sottolineava che “si è considerato il divieto dell’aborto esclusivamente dal punto di vista giuridico [...] del diritto positivo, come se la depenalizzazione, cioè il fatto che lo Stato non intende intervenire per perseguire penalmente chi compie o aiuta a compiere l’aborto, lo avesse fatto diventare moralmente indifferente. Come se, in altre parole, la liberalizzazione giuridica si risolvesse di per sé nella liberalizzazione morale”.

E, sempre Norberto Bobbio, affermava: “Sono contrario all’aborto dal punto di vista etico perché l’aborto è contrario al diritto alla vita. Altro è depenalizzarlo come reato, altro è considerarlo moralmente indifferente.”

In merito alla contrapposizione tra laici e cattolici circa l’aborto, il professore di Filosofia del Diritto sosteneva: “Vorrei chiedere quale sorpresa ci può essere nel fatto che un laico consideri come valido in senso assoluto, come un imperativo categorico, il ‘non uccidere’. E mi stupisco a mia volta che i laici lascino ai credenti il privilegio e l’onore di affermare che non si deve uccidere”.

Dalle espressioni di Norberto Bobbio, ha concluso il prof. Romano, “si evince in maniera ineludibile che il tema aborto è da rideclinare nell’ambito dei diritti umani fondamentali, tra cui il primo è il diritto alla vita, e che la tutela e la promozione del diritto alla vita del concepito non possono essere di pertinenza solo dei cattolici, bensì di dialogo e unione fra laici e cattolici, non credenti e credenti”.


Interviste

La pillola del giorno dopo, dannosa e poco efficace
Il dr. Renzo Puccetti analizza uno studio presentato al congresso nazionale dei ginecologi

di Antonio Gaspari

ROMA, giovedì, 9 ottobre 2008 (ZENIT.org).- Le parole con cui Papa Benedetto XVI si è rivolto ai partecipanti del convegno internazionale dedicato ai quarant’anni dell’enciclica di Papa Paolo VI, Humanae Vitae, hanno suscitato numerose reazioni.

Il Santo Padre, ribadendo la posizione della Chiesa sul bene costituito dall’amore sponsale, un bene da promuovere anche proteggendolo da quella cultura contraccettiva così presente nel processo di riduzione di esso a puro soddisfacimento, aveva incoraggiato alla ricerca nel campo dei metodi naturali di controllo della fertilità, rispettosi delle autentiche dimensioni costitutive dell’unione sponsale, quella unitiva e quella procreativa.

I vertici della Società Italiana di Ginecologia e Ostetricia (SIGO) riuniti a Torino per il loro congresso nazionale, hanno risposto indirettamente al Papa, sostenendo che esiste la possibilità di ricorrere ai metodi naturali, ma che i metodi contraccettivi sono di maggiore efficacia.

Per approfondire il tema ZENIT ha intervistato il dr. Renzo Puccetti, membro del gruppo di lavoro della European Medical Association, autore del libro “L’uomo indesiderato. Dalla pillola di Pincus alla Ru 486”, che, assieme ad altri specialisti, ha presentato al congresso ginecologico di Torino uno studio sulla pillola del giorno dopo.

Quali sono i risultati principali del vostro studio?

Puccetti: Abbiamo realizzato un modello interpretativo in grado di spiegare quanto sappiamo da tempo, cioè che i risultati attesi dalla diffusione di quella che è più conosciuta come pillola del giorno dopo sono nel loro complesso fallimentari nel ridurre a livello di popolazione le gravidanze indesiderate e gli aborti. Abbiamo mostrato mediante analisi quantitative che volendo negare il possibile impedimento dell’impianto dell’embrione realizzato dal farmaco, si deve ammettere una sua efficacia reale significativamente inferiore rispetto a quanto comunemente creduto. Secondo i nostri calcoli inoltre la dilazione dell’assunzione del farmaco ha complessivamente un impatto scarsissimo, numerosi studi non hanno infatti evidenziato alcuna correlazione tra efficacia e tempi di assunzione. La supposta urgenza prescrittiva è quindi nella pratica un’istanza fondata su dati complessivamente di scarso rilievo. Nessun significativo incremento di efficacia è da aspettarsi dalla vendita del farmaco come prodotto da banco, così come nessun miglioramento è stato dimostrato dalla distribuzione alle donne di scorte da usare in caso di necessità.

L’associazione dei ginecologi italiani ha avviato da alcuni mesi una campagna di sensibilizzazione all’uso dei contraccettivi, rivolgendosi in particolare ai giovani, sostenendo che questo è il modo migliore per prevenire le gravidanze indesiderate e gli aborti. E' d’accordo?

Puccetti: Fortunatamente non tutti i ginecologi sono dello stesso avviso. È comunque vero che quello che lei riporta è il riflesso di un atteggiamento diffuso che si può riassumere nello slogan: più contraccezione, meno aborti. I fatti dimostrano però che si tratta di uno slogan falso. Ad oltre 40 anni dalla introduzione della pillola anticoncezionale il numero di aborti è andato crescendo in maniera paurosa, spesso in misura maggiore proprio nei paesi dove si è diffusa maggiormente la cultura contraccettiva. Sta per essere pubblicato un nostro studio in cui, numeri alla mano, si dimostra in maniera assai solida il fallimento della strategia contraccettiva. Si tratta di una realtà di cui, seppure timidamente, anche nel mondo scientifico si sta lentamente prendendo coscienza, come attesta il crescente apparire di studi a sostegno. L’affermazione che bisogna puntare sulla contraccezione per ridurre le gravidanze indesiderate e gli aborti riflette come minimo una scarsa conoscenza dei dati della letteratura medica, anche se è possibile che talora sia espressione di un certo oscurantismo ideologico.

Perché secondo lei si hanno queste resistenze?

Puccetti: Non voglio pensare ad interessi di tipo economico. Penso piuttosto che molti commettano un grave errore di impostazione.

Quale?

Puccetti: Quello di ridurre l’essere umano alla sua sola dimensione biologica, accettando così l’idea che la sessualità umana si identifichi con la sola dimensione genitale. Questa posizione ha attivato una fallimentare rincorsa tecnologica volta ad assicurare la possibilità di un sesso libero, dimenticando che la libertà è veramente tale quando si svolge nella sua dimensione di responsabilità.

Perché fallimentare?

Puccetti: Perché sono le persone, le donne in testa, a ribellarsi a questa prospettiva. È stato provato di tutto, la ricerca di prodotti teoricamente più tollerati, più facili da assumere e somministrare non ha sortito alcun effetto. Le donne sono restie a soggiacere per lungo tempo alla dittatura farmacologica tesa ad atrofizzare la loro potenziale fertilità. Lo confermano due vasti studi appena pubblicati. Dopo soli tre mesi quasi la metà delle donne non rinnova la prescrizione contraccettiva, ad un anno la percentuale scende fino al 15%. Nessun effetto da formulazioni ormonali teoricamente meglio tollerate. Una grande percentuale di aborti si verifica in donne che durante il mese del concepimento stavano facendo uso della contraccezione. Quando la contraccezione viene sospesa o viene cambiato il metodo anticoncezionale le persone non cambiano le abitudini sessuali, plasmate sul comportamento contraccettivo assunto in precedenza. Questi sono solo alcuni fattori che contribuiscono a rendere inappropriata l’opzione di regolare la natura. Viceversa credo vi siano grandi possibilità se ci si decide ad investire risorse finanziarie ed intellettuali nel campo del regolarsi sulla natura.

Per concludere, che cosa suggerisce?

Puccetti: Bisogna smettere di procedere in modo ideologico, ci si deve aprire alla realtà, comprenderla, non lasciarsi tentare da scorciatoie che portano solo guai, passare, come dice il professor Noia,“dalla informazione alla conoscenza”.

Il nobel per la medicina Alexis Carrel una volta affermò che “molto ragionamento e poca osservazione conducono all’errore, poco ragionamento e molta osservazione portano invece alla verità”. Lascio lei immaginare quale possa essere il risultato se si osserva poco e si ragiona male.


Documenti

Omelia del Papa nella Messa per i 50 anni dalla morte di Pio XII

CITTA' DEL VATICANO, giovedì, 9 ottobre 2008 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito l'omelia pronunciata da Benedetto XVI nel presiedere, questo giovedì mattina, nella Basilica di San Pietro, la Santa Messa nel 50° anniversario della morte di Pio XII.


* * *

Signori Cardinali,

venerati Fratelli nell’Episcopato e nel Sacerdozio,

cari fratelli e sorelle!

Il brano del libro del Siracide ed il prologo della Prima Lettera di san Pietro, proclamati come prima e seconda lettura, ci offrono significativi spunti di riflessione in questa celebrazione eucaristica, durante la quale facciamo memoria del mio venerato predecessore, il Servo di Dio Pio XII. Sono passati esattamente cinquant’anni dalla sua morte, avvenuta nelle prime ore del 9 ottobre 1958. Il Siracide, come abbiamo ascoltato, ha ricordato a quanti intendono seguire il Signore che devono prepararsi ad affrontare prove, difficoltà e sofferenze. Per non soccombere ad esse – egli ammonisce - occorre un cuore retto e costante, occorre fedeltà a Dio e pazienza unite a inflessibile determinazione nel proseguire nella via del bene. La sofferenza affina il cuore del discepolo del Signore, come l’oro viene purificato nella fornace. "Accetta quanto ti capita - scrive l’autore sacro – e sii paziente nelle vicende dolorose, perché l’oro si prova con il fuoco e gli uomini ben accetti nel crogiolo del dolore" (2,4-5).

San Pietro, per parte sua, nella pericope che ci è stata proposta, rivolgendosi ai cristiani delle comunità dell’Asia Minore che erano "afflitti da varie prove", va anche oltre: chiede loro di essere, ciò nonostante, "ricolmi di gioia" (1 Pt 1,6). La prova è infatti necessaria, egli osserva, "affinché il valore della vostra fede, assai più preziosa dell’oro - destinato a perire e tuttavia purificato col fuoco -, torni a vostra lode, gloria e onore quando Gesù Cristo si manifesterà" (1 Pt 1,7). E poi, per la seconda volta, li esorta ad essere lieti, anzi ad esultare "di gioia indicibile e gloriosa" (v. 8). La ragione profonda di questo gaudio spirituale sta nell’amore per Gesù e nella certezza della sua invisibile presenza. E’ Lui a rendere incrollabile la fede e la speranza dei credenti anche nelle fasi più complicate e dure dell’esistenza.

Alla luce di questi testi biblici possiamo leggere la vicenda terrena di Papa Pacelli e il suo lungo servizio alla Chiesa iniziato nel 1901 sotto Leone XIII, e proseguito con san Pio X, Benedetto XV e Pio XI. Questi testi biblici ci aiutano soprattutto a comprendere quale sia stata la sorgente da cui egli ha attinto coraggio e pazienza nel suo ministero pontificale, svoltosi negli anni travagliati del secondo conflitto mondiale e nel periodo susseguente, non meno complesso, della ricostruzione e dei difficili rapporti internazionali passati alla storia con la qualifica significativa di "guerra fredda".

"Miserere mei Deus, secundum magnam misericordiam tuam": con questa invocazione del Salmo 50/51 Pio XII iniziava il suo testamento. E continuava: "Queste parole, che, conscio di essere immeritevole e impari, pronunciai nel momento in cui diedi, tremando, la mia accettazione alla elezione a Sommo Pontefice, con tanto maggior fondamento le ripeto ora". Mancavano allora due anni alla sua morte. Abbandonarsi nelle mani misericordiose di Dio: fu questo l’atteggiamento che coltivò costantemente questo mio venerato Predecessore, ultimo dei Papi nati a Roma ed appartenente ad una famiglia legata da molti anni alla Santa Sede. In Germania, dove svolse il compito di Nunzio Apostolico, prima a Monaco di Baviera e poi a Berlino sino al 1929, lasciò dietro di sé una grata memoria, soprattutto per aver collaborato con Benedetto XV al tentativo di fermare "l’inutile strage" della Grande Guerra, e per aver colto fin dal suo sorgere il pericolo costituito dalla mostruosa ideologia nazionalsocialista con la sua perniciosa radice antisemita e anticattolica. Creato Cardinale nel dicembre 1929, e divenuto poco dopo Segretario di Stato, per nove anni fu fedele collaboratore di Pio XI, in un’epoca contrassegnata dai totalitarismi: quello fascista, quello nazista e quello comunista sovietico, condannati rispettivamente dalle Encicliche Non abbiamo bisogno, Mit Brennender Sorge e Divini Redemptoris.

"Chi ascolta la mia parola e crede… ha la vita eterna" (Gv 5,24). Questa assicurazione di Gesù, che abbiamo ascoltato nel Vangelo, ci fa pensare ai momenti più duri del pontificato di Pio XII quando, avvertendo il venir meno di ogni umana sicurezza, sentiva forte il bisogno, anche attraverso un costante sforzo ascetico, di aderire a Cristo, unica certezza che non tramonta. La Parola di Dio diventava così luce al suo cammino, un cammino nel quale Papa Pacelli ebbe a consolare sfollati e perseguitati, dovette asciugare lacrime di dolore e piangere le innumerevoli vittime della guerra. Soltanto Cristo è vera speranza dell’uomo; solo fidando in Lui il cuore umano può aprirsi all’amore che vince l’odio. Questa consapevolezza accompagnò Pio XII nel suo ministero di Successore di Pietro, ministero iniziato proprio quando si addensavano sull’Europa e sul resto del mondo le nubi minacciose di un nuovo conflitto mondiale, che egli cercò di evitare in tutti i modi: "Imminente è il pericolo, ma è ancora tempo. Nulla è perduto con la pace. Tutto può esserlo con la guerra", aveva gridato nel suo radiomessaggio del 24 agosto 1939 (AAS, XXXI, 1939, p. 334).

La guerra mise in evidenza l’amore che nutriva per la sua "diletta Roma", amore testimoniato dall’intensa opera di carità che promosse in difesa dei perseguitati, senza alcuna distinzione di religione, di etnia, di nazionalità, di appartenenza politica. Quando, occupata la città, gli fu ripetutamente consigliato di lasciare il Vaticano per mettersi in salvo, identica e decisa fu sempre la sua risposta: "Non lascerò Roma e il mio posto, anche se dovessi morire" (cfr Summarium, p.186). I familiari ed altri testimoni riferirono inoltre delle privazioni quanto a cibo, riscaldamento, abiti, comodità, a cui si sottopose volontariamente per condividere la condizione della gente duramente provata dai bombardamenti e dalle conseguenze della guerra (cfr A. Tornielli, Pio XII, Un uomo sul trono di Pietro). E come dimenticare il radiomessaggio natalizio del dicembre 1942? Con voce rotta dalla commozione deplorò la situazione delle "centinaia di migliaia di persone, le quali, senza veruna colpa propria, talora solo per ragione di nazionalità o di stirpe, sono destinate alla morte o ad un progressivo deperimento" (AAS, XXXV, 1943, p. 23), con un chiaro riferimento alla deportazione e allo sterminio perpetrato contro gli ebrei. Agì spesso in modo segreto e silenzioso proprio perché, alla luce delle concrete situazioni di quel complesso momento storico, egli intuiva che solo in questo modo si poteva evitare il peggio e salvare il più gran numero possibile di ebrei. Per questi suoi interventi, numerosi e unanimi attestati di gratitudine furono a lui rivolti alla fine della guerra, come pure al momento della morte, dalle più alte autorità del mondo ebraico, come ad esempio, dal Ministro degli Esteri d’Israele Golda Meir, che così scrisse: "Quando il martirio più spaventoso ha colpito il nostro popolo, durante i dieci anni del terrore nazista, la voce del Pontefice si è levata a favore delle vittime", concludendo con commozione: "Noi piangiamo la perdita di un grande servitore della pace".

Purtroppo il dibattito storico sulla figura del Servo di Dio Pio XII, non sempre sereno, ha tralasciato di porre in luce tutti gli aspetti del suo poliedrico pontificato. Tantissimi furono i discorsi, le allocuzioni e i messaggi che tenne a scienziati, medici, esponenti delle categorie lavorative più diverse, alcuni dei quali conservano ancora oggi una straordinaria attualità e continuano ad essere punto di riferimento sicuro. Paolo VI, che fu suo fedele collaboratore per molti anni, lo descrisse come un erudito, un attento studioso, aperto alle moderne vie della ricerca e della cultura, con sempre ferma e coerente fedeltà sia ai principi della razionalità umana, sia all’intangibile deposito delle verità della fede. Lo considerava come un precursore del Concilio Vaticano II (cfr Angelus del 10 marzo 1974). In questa prospettiva, molti suoi documenti meriterebbero di essere ricordati, ma mi limito a citarne alcuni. Con l’Enciclica Mystici Corporis, pubblicata il 29 giugno 1943 mentre ancora infuriava la guerra, egli descriveva i rapporti spirituali e visibili che uniscono gli uomini al Verbo incarnato e proponeva di integrare in questa prospettiva tutti i principali temi dell’ecclesiologia, offrendo per la prima volta una sintesi dogmatica e teologica che sarebbe stata la base per la Costituzione dogmatica conciliare Lumen gentium.

Pochi mesi dopo, il 20 settembre 1943, con l’Enciclica Divino afflante Spiritu stabiliva le norme dottrinali per lo studio della Sacra Scrittura, mettendone in rilievo l’importanza e il ruolo nella vita cristiana. Si tratta di un documento che testimonia una grande apertura alla ricerca scientifica sui testi biblici. Come non ricordare quest’Enciclica, mentre sono in svolgimento i lavori del Sinodo che ha come tema proprio "La Parola di Dio nella vita e nella missione della Chiesa"? Si deve all’intuizione profetica di Pio XII l’avvio di un serio studio delle caratteristiche della storiografia antica, per meglio comprendere la natura dei libri sacri, senza indebolirne o negarne il valore storico. L’approfondimento dei "generi letterari", che intendeva comprendere meglio quanto l’autore sacro aveva voluto dire, fino al 1943 era stato visto con qualche sospetto, anche per gli abusi che si erano verificati. L’Enciclica ne riconosceva la giusta applicazione, dichiarandone legittimo l’uso per lo studio non solo dell’Antico Testamento, ma anche del Nuovo. "Oggi poi quest’arte - spiegò il Papa - che suol chiamarsi critica testuale e nelle edizioni degli autori profani s’impiega con grande lode e pari frutto, con pieno diritto si applica ai Sacri Libri appunto per la riverenza dovuta alla parola di Dio". Ed aggiunse: "Scopo di essa infatti è restituire con tutta la possibile precisione il sacro testo al suo primitivo tenore, purgandolo dalle deformazioni introdottevi dalle manchevolezze dei copisti e liberandolo dalle glosse e lacune, dalle trasposizioni di parole, dalle ripetizioni e da simili difetti d’ogni genere, che negli scritti tramandati a mano pei molti secoli usano infiltrarsi" (AAS, XXXV, 1943, p. 336).

La terza Enciclica che vorrei menzionare è la Mediator Dei, dedicata alla liturgia, pubblicata il 20 novembre 1947. Con questo Documento il Servo di Dio dette impulso al movimento liturgico, insistendo sull’"elemento essenziale del culto", che "deve essere quello interno: è necessario, difatti, - egli scrisse - vivere sempre in Cristo, tutto a Lui dedicarsi, affinché in Lui, con Lui e per Lui si dia gloria al Padre. La sacra Liturgia richiede che questi due elementi siano intimamente congiunti… Diversamente, la religione diventa un formalismo senza fondamento e senza contenuto". Non possiamo poi non accennare all’ impulso notevole che questo Pontefice impresse all’attività missionaria della Chiesa con le Encicliche Evangelii praecones (1951) e Fidei donum (1957), ponendo in rilievo il dovere di ogni comunità di annunciare il Vangelo alle genti, come il Concilio Vaticano II farà con coraggioso vigore. L’amore per le missioni, peraltro, Papa Pacelli lo aveva dimostrato sin dall’inizio del pontificato quando nell’ottobre 1939 aveva voluto consacrare personalmente dodici Vescovi di Paesi di missione, tra i quali un indiano, un cinese, un giapponese, il primo Vescovo africano e il primo Vescovo del Madagascar. Una delle sue costanti preoccupazioni pastorali fu infine la promozione del ruolo dei laici, perché la comunità ecclesiale potesse avvalersi di tutte le energie e le risorse disponibili. Anche per questo la Chiesa e il mondo gli sono grati.

Cari fratelli e sorelle, mentre preghiamo perché prosegua felicemente la causa di beatificazione del Servo di Dio Pio XII, è bello ricordare che la santità fu il suo ideale, un ideale che non mancò di proporre a tutti. Per questo dette impulso alle cause di beatificazione e canonizzazione di persone appartenenti a popoli diversi, rappresentanti di tutti gli stati di vita, funzioni e professioni, riservando ampio spazio alle donne. Proprio Maria, la Donna della salvezza, egli additò all’umanità quale segno di sicura speranza proclamando il dogma dell’Assunzione durante l’Anno Santo del 1950. In questo nostro mondo che, come allora, è assillato da preoccupazioni e angosce per il suo avvenire; in questo mondo, dove, forse più di allora, l’allontanamento di molti dalla verità e dalla virtù lascia intravedere scenari privi di speranza, Pio XII ci invita a volgere lo sguardo verso Maria assunta nella gloria celeste. Ci invita ad invocarla fiduciosi, perchè ci faccia apprezzare sempre più il valore della vita sulla terra e ci aiuti a volgere lo sguardo verso la meta vera a cui siamo tutti destinati: quella vita eterna che, come assicura Gesù, possiede già chi ascolta e segue la sua parola. Amen!

[© Copyright 2008 - Libreria Editrice Vaticana]

  





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