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Giovedì, 10 Luglio : 2008
Il mondo visto da Roma
SANTA SEDE
L'obiettivo della prossima Enciclica sociale di Benedetto XVI
Il missionario tra i lebbrosi di Molokai sarà santo
La Caritas lamenta la mancanza di “leadership fresca” nel G8
Dopo la Betancourt, la Colombia deve recuperare i suoi valori
DOTTRINA SOCIALE E BENE COMUNE
Il G8 tiene conto delle indicazioni del Papa
ITALIA
Le Superiore di Comunità riunite in un Incontro internazionale
Al via a Roma l'itinerario speciale per l'Anno Paolino
INTERVISTE
Il caso Eluana, quando i giudici vanno contro la Costituzione
FORUM
Caso Englaro: medici di Milano contro la decisione dei giudici
DOCUMENTI
Quando la laicità si nutre di valori assoluti
Santa Sede
L'obiettivo della prossima Enciclica sociale di Benedetto XVI
Il documento potrebbe essere pubblicato in autunno
CITTA' DEL VATICANO, giovedì, 10 luglio 2008 (ZENIT.org).- Il dibattito sulla lotta alla povertà, contro l'analfabetismo o per la preservazione del pianeta suscitato dal recente vertice dei Paesi più industrializzati del mondo (G8) è servito per sottolineare l'importanza della prossima Enciclica che Benedetto XVI prepara sulle questioni sociali.
Il documento potrebbe vedere la luce nell'autunno prossimo, secondo quanto ha rivelato in un'intervista all'agenzia APCOM (27 maggio) il Cardinale Tarcisio Bertone, Segretario di Stato, per il quale il titolo potrebbe essere “Caritas in veritate”.
“Per ora è un'ipotesi – ha detto il porporato –. Non voglio dire che il titolo sarà sicuramente quello, probabilmente sì e al momento rimane questa idea, ma poi può arrivare un'ispirazione successiva”.
“L'Enciclica è in fase di elaborazione, va e viene dal Papa che non vuole ripetere luoghi comuni della dottrina sociale della Chiesa ma vuole portare qualche elemento originale, anche conforme alle sfide dei tempi; pensiamo al grande problema della globalizzazione e agli altri problemi che affliggono la comunità internazionale, come le emergenze alimentari, i cambiamenti climatici”, ha osservato.
Benedetto XVI ha già affrontato in varie occasioni i temi sociali che presenterà nella sua Enciclica. Il 3 maggio ha parlato di alcuni di questi argomenti rivolgendosi ai membri della Pontifica Accademia delle Scienze Sociali.
Presentando i quattro principi fondamentali della dottrina sociale cattolica – la dignità della persona umana, il bene comune, la sussidiarietà e la solidarietà (cfr. Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa, nn. 160-163), ha affrontato gli imperativi che l'umanità si trova davanti all'alba del XXI secolo, “come la riduzione delle ineguaglianze nella distribuzione dei beni, l'estensione delle opportunità di educazione, la promozione di una crescita e di uno sviluppo sostenibili e la tutela dell'ambiente”.
“La dignità umana è un valore intrinseco della persona creata a immagine e somiglianza di Dio e redenta in Cristo. L'insieme delle condizioni sociali che permettono alle persone di realizzarsi collettivamente e individualmente è il bene comune. La solidarietà è la virtù che permette alla famiglia umana di condividere in pienezza il tesoro dei beni materiali e spirituali e la sussidiarietà il coordinamento delle attività della società a sostegno della vita interna delle comunità locali”.
“La solidarietà che unisce la famiglia umana e i livelli di sussidiarietà che la rafforzano dal di dentro devono essere posti sempre entro l'orizzonte della vita misteriosa del Dio Uno e Trino, in cui percepiamo un amore ineffabile condiviso da persone uguali, sebbene distinte”, ha spiegato.
Per questo, “la responsabilità dei cristiani di operare per la pace e per la giustizia e il loro impegno irrevocabile per il bene comune sono inseparabili dalla loro missione di proclamare il dono della vita eterna, alla quale Dio ha chiamato ogni uomo e ogni donna”.
La pace non è solo l'assenza di armi, ha osservato il Papa, ma si riferisce sia alla “pace civile”, che è una “concordia fra i cittadini”, che alla “pace della città celeste”, che è “godimento armonioso e ordinato di Dio, e reciproco in Dio”, come diceva Sant'Agostino.
“Gli occhi della fede ci permettono di vedere che le città terrena e celeste si compenetrano e sono intrinsecamente ordinate l'una all'altra in quanto appartengono entrambe a Dio, il Padre, che 'al di sopra di tutti, agisce per mezzo di tutti ed è presente in tutti'. Al contempo, la fede evidenzia maggiormente la legittima autonomia delle realtà terrene che hanno ricevuto la propria stabilità, verità, bontà, le loro leggi proprie e il loro ordine”, ha aggiunto.
Solidarietà in tutte le dimensioni
Come ha spiegato il Vescovo di Roma, l'Enciclica sottolineerà il dovere dei credenti “di migliorare la solidarietà con i propri concittadini e fra di loro e di agire basandosi sul principio di solidarietà, promuovendo la vita familiare, le associazioni di volontariato, l'iniziativa privata e l'ordine pubblico che facilita il corretto funzionamento delle comunità basilari della società”.
“Gesù ci esorta a fare agli altri ciò che vorremmo fosse fatto a noi (cfr Lc 6, 31), ad amare il nostro prossimo come noi stessi (cfr Mt 22, 35). Questi comandamenti sono iscritti dal Creatore nella natura stessa umana (cfr Deus caritas est, n. 31). Gesù insegna che questo amore ci esorta a dedicare la nostra vita al bene degli altri (cfr Gv 15, 12-13)”.
“In questo senso la solidarietà autentica, sebbene cominci con il riconoscimento del pari valore dell'altro, si compie solo quando metto volontariamente la mia vita al servizio dell'altro (cfr Ef 6, 21)”, ha detto presentando la dimensione cristiana.
“Parimenti, la sussidiarietà, che incoraggia uomini e donne a instaurare liberamente rapporti donatori di vita con quanti sono loro più vicini e dai quali sono più direttamente dipendenti, e che esige dalle più alte autorità il rispetto di tali rapporti, manifesta una dimensione 'verticale' rivolta al Creatore dell'ordine sociale”.
“Una società che onora il principio di sussidiarietà libera le persone dal senso di sconforto e di disperazione, garantendo loro la libertà di impegnarsi reciprocamente nelle sfere del commercio, della politica e della cultura”, ha aggiunto.
“Quando i responsabili del bene comune rispettano il naturale desiderio umano di autogoverno basato sulla sussidiarietà lasciano spazio alla responsabilità e all'iniziativa individuali, ma, soprattutto, lasciano spazio all'amore (cfr Rm 13, 8; Deus caritas est, n. 28), che resta sempre la 'via migliore di tutte' (1Cor 12, 31)”.
In questo modo il Papa, come diceva in quel discorso, spera che i credenti possano “proporre modalità più efficaci per risolvere i molteplici problemi che affliggono l'umanità alla soglia del terzo millennio, testimoniando anche il primato dell'amore, che trascende e realizza la giustizia in quanto orienta l'umanità verso la vita autentica di Dio”.
Il missionario tra i lebbrosi di Molokai sarà santo
Riconosciuto un miracolo attribuito al beato Damien de Veuster
CITTA' DEL VATICANO, giovedì, 10 luglio 2008 (ZENIT.org).- Padre Damien, missionario tra i lebbrosi nell'isola di Molokai (Hawaii), sarà proclamato santo dopo che la Santa Sede ha riconosciuto un miracolo attribuito alla sua intercessione.
La pubblicazione del decreto ha avuto luogo nell'ultima udienza che Papa Benedetto XVI ha concesso il 3 luglio al Cardinale José Saraiva Martins come prefetto della Congregazione per le Cause dei Santi (il 9 luglio ha accettato la sua rinuncia per motivi di età).
Si realizzerà così una richiesta presentata da Madre Teresa di Calcutta poco più di 13 anni fa, dopo la beatificazione del sacerdote da parte di Giovanni Paolo II a Bruxelles (il 10 giugno 1995).
Ora bisogna solo attendere che il Papa, in un concistoro che non si sa quando avrà luogo, renda nota la data della canonizzazione.
Il decreto riconosce la guarigione della signora Audrey Toguchi di Honolulu, malata di cancro – liposarcoma pleomorfico metastatizzato.
Pochi giorni prima di morire per un attacco cardiaco il 18 giugno a Roma, padre Bruno Benati ss.cc., postulatore generale della causa di canonizzazione, aveva trasmesso la testimonianza di questa donna.
“Ho pregato il beato Damien – ha detto Audrey –. E' stato il centro delle mie preghiere, che per lungo tempo sono state rivolte a Dio esclusivamente per mezzo di lui. Sono convinta che questa miracolosa scomparsa del cancro sia dovuta all'intercessione del beato Damien”.
“I medici che hanno esaminato la guarigione sono tutti d'accordo sul fatto che non è spiegabile dal punto di vista scientifico. La signora Audrey gode oggi di una perfetta e completa salute”, indicava il postulatore scomparso repentinamente.
Il beato Damien (1840-1889) – il suo nome era Jozef de Veuster – era nato in Belgio. Il Primo Ministro del Paese, quando è stato reso noto il riconoscimento del miracolo, ha detto: “L'imminente canonizzazione di padre Damien è un grande onore per il nostro Paese”.
“Ritengo che si tratti del più alto riconoscimento pubblico del disinteresse illimitato. Un disinteresse riconosciuto da credenti e non credenti, dall'Occidente e dal Sud, dai malati e da quanti hanno la salute. Un riconoscimento che è fonte di ispirazione e consolazione per molti di noi”, ha aggiunto il premier in un comunicato.
“In particolare, faccio i miei auguri agli abitanti di Tremelo e Molokai, così come ai sacerdoti dei Sacri Cuori di Gesù e Maria”, ha concluso.
Era questa la congregazione alla quale apparteneva il religioso belga quando arrivò nel 1865 a Honolulu, dove venne ordinato sacerdote.
La lebbra colpiva gravemente i nativi delle isole delle Hawaii, che prima dell'arrivo dei commercianti non la conoscevano. Per paura che l'epidemia si diffondesse, il re Kamehameha IV segregò i lebbrosi del regno trasferendoli in una colonia stabilita per loro nel nord, nell'isola di Molokai.
La “Royal Board of Health” diede loro del cibo, ma non c'erano i mezzi appropriati per fornire assistenza medica.
Padre Damien chiese al suo Vescovo di insediarsi nell'isola per assistere spiritualmente i malati, che morivano in grandi quantità. Con la sua attività pastorale, istituì una parrocchia, fondò scuole e rigenerò la convivenza sociale nella “colonia della morte”, dove i malati lottavano per sopravvivere.
Alla fine padre Damien contrasse la lebbra e morì.
Notizie dal mondo
La Caritas lamenta la mancanza di “leadership fresca” nel G8
Definisce uno scandalo il fallimento sugli Obiettivi del Millennio
ROMA, giovedì, 10 luglio 2008 (ZENIT.org).- Il rappresentante della Caritas al G8 svoltosi in questi giorni in Giappone ha lamentato il fatto che i risultati del summit abbiano rappresentato una ripetizione delle solite deboli promesse.
Joseph Donnelly, alla guida della delegazione Caritas presso le Nazioni Unite a New York, ha valutato negativamente il G8 ospitato dal 7 al 9 luglio da Toyako-Hokkaido.
Partecipano al G8 i rappresentanti di Gran Bretagna, Canada, Francia, Germania, Italia, Giappone, Russia e Stati Uniti.
“I risultati del G8 del 2008 rappresentano uno stallo sulla questione dei cambiamenti climatici e un risultato negativo per quanto riguarda gli aiuti all'Africa”, ha affermato. “Il mondo sperava in una leadership fresca, ma ha ottenuto un Giorno della Marmotta”.
I leader hanno promesso di mantenere gli impegni assunti nel summit del G8 del 2005 relativi all'aumento degli aiuti, ma non hanno definito passi concreti per mettere in pratica questa decisione, rivela la Caritas. A tre anni dal piano quinquennale per aumentare gli aiuti esteri a 50 miliardi di dollari ogni anno, solo un quinto del denaro è stato effettivamente consegnato.
“Gli impegni 'riscaldati' sugli aiuti che stiamo ancora aspettando di veder realizzati dopo tre anni non danno cibo, educazione, acqua pulita e assistenza sanitaria ai più poveri”, ha denunciato Donnelly.
“La tragedia è che possiamo mostrare i sostanziali miglioramenti compiuti nei Paesi in via di sviluppo con i pochi aiuti che sono stati messi a disposizione. I Paesi del G8 possono permettersi di donare, per cui sarà uno scandalo se gli Obiettivi di Sviluppo del Millennio non potranno essere raggiunti per mancanza di finanziamenti”.
Cambiamenti climatici
La Caritas ha anche lamentato i risultati della discussione del summit relativamente ai cambiamenti climatici.
“I leader del G8 dovevano porre fine all'inerzia sulle emissioni di carbonio, e invece nel 2008 hanno ripetuto ciò che era stato detto 16 anni fa, al Summit della Terra di Rio del 1992”, ha osservato il rappresentante della Caritas.
“E' un piano per l'inerzia in cui i poveri pagano il costo a nome dei Paesi ricchi che sono i veri responsabili, ma alla fine il mondo intero pagherà il conto di un clima sempre più ostile”.
Nella dichiarazione congiunta emessa al termine del summit, ricorda “L'Osservatore Romano”,oltre a dichiararsi “fermamente impegnati” a lavorare per mantenere gli impegni sugli aiuti allo sviluppo presi a Gleneagles nel 2005, i leader del G8 hanno espresso l'intenzione di spendere – per un periodo di cinque anni del quale non è stata tuttavia precisata la data d'avvio – almeno 60 miliardi di dollari contro le epidemie, come l’Aids, la tubercolosi e la malaria.
I leader del G8 hanno anche emesso un comunicato sulla “Global food security” (Sicurezza alimentare mondiale) in cui vengono biasimate le restrizioni alle esportazioni alimentari, chiedendo ai Paesi con forti scorte di cibo di renderle disponibili in periodi d'emergenza. Allo stesso modo, hanno iniziato a valutare l’ipotesi di un approccio coordinato alla gestione degli stock alimentari.
Il G8 ha quindi esortato a trovare un migliore equilibrio fra la domanda e l’offerta di greggio, sottolineando anche la “necessità” di un incremento nelle capacità di produzione e raffinazione.
“In risposta al forte rialzo dei prezzi del petrolio – afferma il documento finale –, siamo d’accordo nel migliorare l’equilibrio fra l’offerta e la domanda attraverso maggiori sforzi ed un dialogo sia da parte dei Paesi produttori che dei Paesi consumatori allo scopo di migliorare la trasparenza”.
“Enfatizziamo, inoltre, il bisogno di un aumento nelle capacità di produzione e raffinazione così come una espansione degli investimenti sul lato sulla fornitura dell’offerta, e ribadiamo l’importanza di fare ulteriori sforzi allo scopo di migliorare l’efficienza energetica così come di perseguire la diversificazione energetica sul lato della domanda”.
A questo riguardo, il G8 ha proposto un Forum sull’efficienza energetica e le nuove tecnologie, che il Giappone si è offerto di ospitare entro la fine dell’anno.
Il prossimo vertice del G8 si svolgerà in Italia nel 2009.
Dopo la Betancourt, la Colombia deve recuperare i suoi valori
Afferma l'ambasciatore di questo Paese presso la Santa Sede
di Carmen Elena Villa Betancourt
CITTA' DEL VATICANO, giovedì, 10 luglio (ZENIT.org).- A pochi giorni dalla liberazione di 15 ostaggi delle FARC, tra cui Ingrid Betancourt, l'ambasciatore della Colombia presso la Santa Sede Juan Gómez Martínez ha parlato con ZENIT della situazione che sta vivendo il Paese.
Gómez Martínez ha partecipato alle conversazioni di pace tra il Governo e la guerriglia in Colombia durante il Governo di Andrés Pastrana (1999-2002), è stato sindaco di Medellín nel periodo più violento della città (1987-1989) e membro del Congresso dal 2002 al 2006.
Prima della liberazione, ha confessato, “si sperava in un accordo tra il Governo e la guerriglia. C'era l'intenzione da parte del Governo e dei Paesi amici. La proposta di entrambe le parti era giusta, ma la guerriglia l'ha rifiutata”.
L'Esercito, osserva, ha preparato con molta cura l'operazione del rilascio degli ostaggi, il 2 luglio scorso. “La sorpresa è stata tale da aver cambiato la mentalità dei colombiani”.
L'ambasciatore ha riconosciuto che nei colloqui di pace tra il Governo e la guerriglia c'è stata una mediazione della Chiesa, guidata dall'allora presidente della Conferenza Episcopale Colombiana monsignor Alberto Giraldo Jaramillo, Arcivescovo di Medellín. Il diplomatico faceva parte del comitato tematico.
“Eravamo convinti che avessero buone intenzioni, e da 13 incontri previsti siamo arrivati a 26. Purtroppo, non è rimasto niente di ciò che avevamo raggiunto. Trattavano i temi con apparente serietà, ma ci hanno ingannati. Nel 2006, poi, la Conferenza Episcopale Colombiana ha proposto di creare una zona di incontro per parlare con i gruppi armati. Era una proposta logica che il Governo ha accettato perché si trattava di una conversazione in condizioni di parità”.
Quanto alla sorte di coloro che continuano ad essere nelle mani delle FARC, secondo l'ambasciatore “è impossibile ripetere un'operazione come questa”.
“Il Governo sta cercando un altro sistema. L'Esercito non può abbassare la guardia, deve lavorare per liberarli, per arrivare a un accordo. La comunità deve continuare a insistere sul fatto che le Forze Armate Rivoluzionarie di Colombia (FARC) abbandonino le armi e il narcotraffico. Dobbiamo cercare un accordo tra tutti”.
Nonostante tutto ciò che ha subito il Paese, il diplomatico è ottimista sul futuro della Colombia, “un Paese così grande, ricco, con un popolo così buono che deve riconquistare la speranza. E' un popolo che ha dei valori che ha messo da parte, ma che deve recuperare”.
“La fede cattolica è uno di questi”, ha concluso. “Credo che continuerà a essere una forza per l'America Latina”.
[Traduzione dallo spagnolo e adattamento di Roberta Sciamplicotti]
Dottrina Sociale e Bene Comune
Il G8 tiene conto delle indicazioni del Papa
ROMA, giovedì, 10 luglio 2008 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito per la rubrica di Dottrina Sociale e Bene Comune l'intervento della prof.ssa Anna Bono, docente in Storia e Istituzioni dell’Africa presso l’Università di Torino e Direttore del Dipartimento Sviluppo Umano del Cespas.
* * *
Come le precedenti, anche l’edizione 2008 del G8, il summit annuale dei paesi più industrializzati del pianeta, si è svolta e conclusa tra polemiche e recriminazioni alle quali, come ogni anno, ha dato sintesi e voce la “Dichiarazione finale” del VII Forum dei popoli, il tradizionale appuntamento no global “alternativo” al G8 e chiamato anche “Vertice dei poveri”, che quest’anno si è tenuto a Katibougou, Mali.
In sostanza, l’accusa fondamentale è sempre la stessa: i ricchi – siano essi persone o nazioni – sono tali perché sfruttano e saccheggiano i beni altrui (“non siamo poveri, siamo impoveriti” ha detto al summit dei popoli l’ex ministro della cultura del Mali, Aminata Dramane Touré). Come se non bastasse, i ricchi rifiutano di ammettere le loro responsabilità e non sono disposti a farsi carico dei danni inflitti al resto dell’umanità.
Eppure mai come quest’anno i “grandi del mondo” hanno dato prova di buona volontà, recependo le esortazioni della Santa Sede alla generosità e alla lungimiranza. Lo hanno fatto in particolare il Presidente degli Stati Uniti, impegnato a concludere il proprio mandato con un ulteriore, colossale sforzo finanziario in favore dell’Africa, e il Presidente del Consiglio italiano, Silvio Berlusconi, il quale ha annunciato nuovi finanziamenti in aiuto delle popolazioni più deboli e povere, per un ammontare di un miliardo di dollari, rammaricandosi di non essere in grado di promettere di più a causa della pessima situazione finanziaria ereditata dal precedente governo.
“Sono in totale sintonia con la Chiesa Cattolica e con il Papa”, ha dichiarato il premier italiano il 7 luglio all’inizio dei lavori di Hokkaido e, a conferma della concretezza dei propositi del suo governo, quello stesso giorno iniziava in Mozambico la prima di una serie di missioni con le quali l’Italia intende avviare rapporti economici e di partnership con alcuni stati africani: oltre al Mozambico, Angola, Sud Africa, Sudan, Nigeria, Senegal, Mauritania, Tanzania e Capo Verde. Da sola l’Italia, inoltre, in qualità di membro della Banca africana per lo sviluppo di cui fa parte dal 1982, ha cancellato debiti esteri africani per un ammontare di 2,7 miliardi di dollari.
Piuttosto, a non essere in sintonia con Papa Benedetto XVI sono invece – ma non è certo una sorpresa – gran parte dei leader dei paesi poveri, i primi e maggiori responsabili delle difficili condizioni di vita che ancora minacciano la dignità umana di centinaia di milioni di persone. “Mi rivolgo ai partecipanti all’incontro di Hokkaido – si leggeva nell’appello del Pontefice alla vigilia del summit G8 – affinché al centro delle loro deliberazioni mettano i bisogni delle popolazioni più deboli e povere, la cui vulnerabilità è oggi accresciuta a causa delle speculazioni e delle turbolenze finanziarie e dei loro effetti perversi sui prezzi degli alimenti e dell’energia”.
A Hokkaido erano presenti anche i rappresentanti dell’Unione Africana e di sette stati africani: Algeria, Etiopia, Ghana, Nigeria, Senegal, Tanzania e Sud Africa. Anche a loro si rivolgeva dunque il Papa, facendo seguito alle parole dell’Osservatore permanente della Santa Sede alle Nazioni Unite, monsignor Celestino Migliore, che il 2 luglio, durante una riunione del Consiglio economico e sociale dell’ONU, ha esortato i governi dei paesi poveri a fare ogni sforzo possibile per soddisfare, beninteso con l’assistenza della comunità internazionale, le esigenze delle loro popolazioni in pericolo, programmando al tempo stesso senza indugi i necessari investimenti di lungo periodo in campo economico, in particolare nel settore agricolo, per scongiurare nuove crisi.
Ma da loro non si sono arrivati segnali altrettanto convincenti di buona volontà. Al contrario, hanno confermato, ad esempio, l’atteggiamento assunto in sede di Unione Africana in merito alla vicenda dello Zimbabwe: di riprovazione, ma al tempo stesso reticente ad approvare provvedimenti severi nei confronti del presidente Mugabe e della sua leadership che hanno violato ogni regola democratica pur di mantenere il potere.
Mentre all’Occidente si chiedono continue dichiarazioni di colpevolezza, scuse e risarcimenti per colpe presunte o reali – dal surriscaldamento globale di origine antropica, peraltro lontano dall’essere dimostrato, all’emergenza alimentare e al carovita – nessuno chiede ancora conto con sufficiente determinazione della corruzione e del malgoverno disinvoltamente praticati da troppi leader alla guida di paesi immensamente ricchi di risorse e tuttavia in prevalenza popolati da persone costrette a vivere con meno di un dollaro al giorno.
Italia
Le Superiore di Comunità riunite in un Incontro internazionale
Dal 14 al 22 luglio a Roma
ROMA, giovedì, 10 luglio 2008 (ZENIT.org).- Si riuniranno dal 14 al 22 luglio presso l'Ateneo Pontificio Regina Apostolorum di Roma 161 Superiore di Comunità, provenienti da Italia, Spagna, Francia, Repubblica Dominicana, Perù, Inghilterra e Stati Uniti.
L'obiettivo dell'incontro, organizzato dall'Istituto Superiore di Scienze Religiose del suddetto Ateneo, è quello di “offrire un aiuto teologico, pastorale e spirituale per la formazione di comunità religiose sane, equilibrate, amanti del proprio carisma istituzionale e al servizio delle necessità della Chiesa”, ricorda un comunicato ricevuto da ZENIT.
Tra gli argomenti che verranno affrontati nelle giornate di studio, figurano “la vita fraterna in comunità; la missione e il vero senso dell'apostolato; la formazione della persona consacrata; dialogo e comunicazione nella vita religiosa”.
Nel corso dell'Incontro verrà anche analizzato il documento “Il servizio dell'autorità e l'obbedienza”, emesso recentemente dalla Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica. Si incaricherà della sua presentazione padre Pier Giordano Cabra, F.N., uno dei massimi esponenti della teologia della vita consacrata.
Tra i numerosi relatori c'è anche il Cardinale Franc Rodé, C.M., Prefetto della Congregazione autrice del documento, che terrà una conferenza sul tema “Le sfide della superiora di comunità nel XXI secolo”.
L'Incontro internazionale di Superiore di Comunità ha il patrocinio morale della Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata e la Società di Vita Apostolica, delle Usmi (Unione Superiore Maggiori d'Italia) della Regione Umbria, della Diocesi di Napoli e di quella di Bologna, del DAR (Departamento de Atención a Religiosas del Messico), delle Superiore Generali della Polonia.
L'Istituto di Scienze Religiose dell'Ateneo Pontificio Regina Apostolorum, collegato alla Facoltà di Teologia, è nato nel 1999 con lo scopo di formare i diversi membri del popolo di Dio nelle aree accademiche di loro competenza, con un forte senso pastorale che permetta di svolgere efficacemente l'apostolato nella Chiesa, tramite la Chiesa e per la Chiesa.
Per ulteriori informazioni: tel. 06 66527918 o www.upra.org
Al via a Roma l'itinerario speciale per l'Anno Paolino
Iniziativa dell'Opera Romana Pellegrinaggi
ROMA, giovedì, 10 luglio 2008 (ZENIT.org).- In occasione dell'Anno Paolino, iniziato il 28 giugno scorso e che si concluderà il 29 giugno 2009, l'Opera Romana Pellegrinaggi ha avviato un itinerario realizzato appositamente per celebrare il bimillenario della nascita dell'Apostolo delle Genti.
Un comunicato ricevuto da ZENIT ricorda che la proposta dell'ORP prevede il biglietto Vatican & Rome, nato dalla collaborazione tra l'Opera Romana Pellegrinaggi e Atac Spa, che integra il servizio Open Bus di Roma Cristiana e le linee Atac e Metro.
A ciò si aggiunge il kit dell’Anno Paolino, con tanto di credenziale, chiamata “La Paolina”, la visita con audioguida alla Basilica di San Paolo (tutti i giorni alle 15.00), un portadocumenti e una brochure con la mappa dell’itinerario.
Le tappe fondamentali che danno diritto alla credenziale sono quattro: le Basiliche di San Pietro, San Giovanni in Laterano e San Paolo fuori le Mura e l'Abbazia delle Tre Fontane. In ognuno di questi luoghi, i pellegrini riceveranno il simbolo adesivo corrispondente da apporre alla Basilica visitata (a San Pietro e San Giovanni presso gli uffici ORP, a San Paolo fuori le Mura nell’apposita postazione presso la porta Paolina e alle Tre Fontane all’infopoint dell’Abbazia).
Per far conoscere San Paolo, è stato studiato e realizzato un itinerario legato non solo ai luoghi più famosi del suo passaggio a Roma, ma anche e soprattutto a quelli meno noti in cui si è manifestata nei secoli una grande devozione nei suoi confronti.
Tra questi ultimi, figurano San Paolo alla Regola e Santa Maria in Via Lata – considerati rispettivamente la prima e la seconda dimora di San Paolo –, la Basilica e le catacombe di San Sebastiano – dove nacque la Memoria Apostolorum, un centro di devozione, dedicato a Pietro e Paolo –, la Chiesa di Santa Prisca all’Aventino – dove si trovava la casa dei Santi Aquila e Priscilla, due discepoli e collaboratori di San Paolo – e il Carcere Mamertino, nel quale gli apostoli Pietro e Paolo vissero i loro ultimi giorni prima di subire il martirio.
Il pacchetto è valido 1 o 3 giorni (al costo rispettivamente di 19 e 25 euro a persona, gratis per i bambini fino a 12 anni) ed è acquistabile presso gli uffici ORP di San Pietro e San Giovanni, l’agenzia QuoVadis e a bordo degli Open Bus, mentre il solo biglietto Vatican & Rome è in vendita nei punti Atac.
Interviste
Il caso Eluana, quando i giudici vanno contro la Costituzione
Afferma il prof. Alberto Gambino, Ordinario di Diritto civile
ROMA, giovedì, 10 luglio 2008 (ZENIT.org).- La sentenza della Corte di Appello di Milano sulla vicenda della ragazza di Lecco che vive in stato vegetativo da circa 16 anni pone in Italia l’interrogativo inquietante se, dunque, si sia definitivamente aperto all’eutanasia e se ciò sia conforme alle leggi della Repubblica italiana.
Lo abbiamo chiesto al prof. Alberto Gambino, Ordinario di Diritto privato all’Università di Napoli “Parthenope” e di Diritto civile all’Università Europea di Roma.
Cosa dice esattamente la decisione dei giudici di Appello di Milano?
Prof. Alberto Gambino: La decisione fa seguito alla sentenza di Cassazione dello scorso ottobre ove si afferma che si può autorizzare la cessazione delle terapie di un paziente in stato vegetativo “irreversibile”, ove si ritenga, in base ad alcune presunzioni, che questa sia la sua volontà. Ora i giudici d’Appello applicano il principio al caso specifico ricorrendo alla figura del rappresentante legale.
Cosa significa questo?
Prof. Alberto Gambino: Significa che un soggetto diverso da Eluana può decidere se interrompere le terapie. Ma attenzione qui c’è già un gravissimo errore di fatto: Eluana non è sotto terapia, ma viene alimentata attraverso un tubicino. Si tratta, dunque, di non darle più da bere e da mangiare, esattamente come il caso di Terry Schiavo.
Ma Eluana, se fosse cosciente, potrebbe sottrarsi a tale alimentazione artificiale?
Prof. Alberto Gambino: Il punto è proprio questo: “se fosse cosciente”. Ma Eluana non lo è, e, dunque, si ricorre ad un terzo soggetto, che secondo i giudici fungerebbe da arbitro circa la presunta volontà di Eluana, ma che in realtà pone in essere un arbitrio giuridicamente e costituzionalmente inaccettabile.
Perché questo comportamento è secondo lei contrario al diritto?
Prof. Alberto Gambino: Intanto perché il nostro diritto conosce la figura della rappresentanza solo per l’esercizio di diritti disponibili e, invece, la vita è giuridicamente “indisponibile”. Poi, e soprattutto, perché il diritto serve a tutelare le persone, qui, invece, viene strumentalmente utilizzato per eliminarle. A ben vedere, da un punto di vista giuridico, non c’è molta differenza con il potere di vita e di morte degli imperatori romani, l’ideologia nazista o la schiavitù che rende gli uomini come cose.
Sono concetti forti...
Prof. Alberto Gambino: Sono concetti forti se si ha un approccio culturale – è chiaro che le situazioni storicamente e socialmente sono diverse – ma sono concetti esatti se si ha presente la funzione del diritto che è, ripeto, quella di tutelare sfere di interesse, in primis la vita, non di annientarle.
I giudici richiedono anche una valutazione dei principi etico-religiosi del malato.
Prof. Alberto Gambino: E questo non può che aggravare l’erroneità della decisione della Corte d’Appello e, ancora prima, della Cassazione. Risalire alle visioni del mondo del paziente, che nessuno può dire ancora attuali, significa definitivamente di non tenere conto della reale volontà del malato, che, per essere libera, deve essere attuale, circostanziata e contestualizzata. E’ umanamente drammatico e sbagliato retrodatarla perché si finisce, come detto, per farsi strumento di un arbitrio, in base ad una presunta volontà altrui.
Lei afferma che la decisione è inaccettabile anche con riferimento alla Costituzione italiana.
Prof. Alberto Gambino: Sì, intanto perche alcuni interpreti fanno erroneamente discendere il diritto del malato al rifiuto delle cure dall’art. 32 della Costituzione, dove si fa divieto di trattamenti sanitari obbligatori a meno che non ci sia una legge a consentirli. Nel caso di Eluana, intanto non siamo davanti ad un trattamento sanitario, che non consiste certo nel dare da mangiare ad un malato. Inoltre l’articolo 32 della Carta costituzionale si riferisce a trattamenti collettivi, come una terapia imposta dall’autorità pubblica ai cittadini, e non alla cura indicata dal medico per un singolo paziente. Se solo si avesse tempo di rileggere la nostra bellissima Costituzione, ci si accorgerebbe subito che nel dibattito alla Costituente su questo articolo l’obiettivo era quello di evitare, memori delle aberrazioni dei regimi totalitari, interventi terapeutici di massa.
In base a cosa allora il paziente può rifiutarsi?
Prof. Alberto Gambino: In base alla sua libertà, che preclude che altri possano intervenire sul proprio corpo senza il necessario consenso dell’interessato. Siamo nell’articolo 2 della Costituzione che riconosce i diritti inviolabili della persona e la sua libertà ne è il presupposto, fino alla drammatica estrema conseguenza di lasciarsi morire anziché farsi curare, come riportarono le cronache qualche anno fa per il caso di una donna che rifiutò l’amputazione di un arto in cancrena, e poi a causa di questo morì.
Sono decisioni legittime queste?
Prof. Alberto Gambino: Eticamente non le condivido, ma il diritto preserva lo spazio di libertà; sarà poi la coscienza morale degli uomini o, per chi crede, Dio, a giudicare.
Dunque il cerchio si chiude, la libertà può essere esercitata soltanto dall’interessato?
Prof. Alberto Gambino: Esatto. Nessuno può farsi rappresentante di decisioni drammatiche come l’esito della vita di una persona. E’ proprio per questo che parlo di “paradosso del testamento biologico”: si vuole tutelare la libertà dell’individuo di rifiutare le cure o addirittura il cibo, e poi quella libertà viene esercitata da vari soggetti tranne che dal suo effettivo titolare. Come ho già avuto modo di dire, siamo davanti ad un’analisi fondata sullo schema costi-benefici e non sulla reale salvaguardia della libertà della persona. Il malato in stato vegetativo finisce per essere considerato un “peso” sociale, che, per quanto umanamente drammatico, non potrà mai ridurre il valore della persona-soggetto di diritto ad un bene disponibile come se fosse una cosa.
Questa situazione rappresenta per l’Italia l’anticamera dell’eutanasia?
Prof. Alberto Gambino: No, è già eutanasia.
Forum
Caso Englaro: medici di Milano contro la decisione dei giudici
Unanime la denuncia delle associazioni cristiane
di Antonio Gaspari
ROMA, giovedì, 10 luglio 2008 (ZENIT.org).- In merito alla sentenza della Corte di Appello di Milano che ha deciso di far morire di fame e di sete Eluana Englaro, l’Ordine dei Medici Chirurghi e Odontoiatri di Milano (OMCeOMi) ha sottolineato che “le leggi servono per normare dei principi, non per trasformali in qualcosa d’altro, in una spirale che la storia ha già dimostrato essere estremamente pericolosa”.
In un commento recapitato alla redazione di ZENIT, l’OMCeOMi ha da subito espresso solidarietà nei confronti di quanto vissuto dalla famiglia Englaro in questi 16 anni di coma di Eluana, pur avvertendo sull’eventuale utilizzo del dramma umano “per mettere in discussione principi fondanti la nostra società”.
Secondo l’OMCeOMi, è fuorviante contrapporre il principio della sacralità della vita al concetto di qualità di vita.
Un utilizzo radicale dell’idea di qualità di vita, anche dal punto di vista giuridico, “trasforma il bene vita in un qualcosa di proprietà dell’individuo o del suo tutore”.
Una tale concezione rischia di travolgere “la stessa idea di società umana, il cui riferimento si sposterebbe dalla relazione tra le persone alle singole persone con le proprie egoistiche necessità”.
Inoltre l’OMCeOMi ritiene che “non si può continuare a delegare al pensiero giuridico aspetti che competono ad altre categorie di pensiero che sicuramente vengono prima”.
In conclusione l’OMCeOMi si è detta “molto preoccupata anche per il riflesso che questa sentenza avrà nel contesto del mondo medico, mettendo l’accento, da qualunque prospettiva lo si voglia vedere, su di una sempre maggiore divergenza tra norme giuridiche e norme deontologiche”.
Molto critico anche Carlo Casini, Presidente del Movimento per la Vita (MpV), il quale ha detto a ZENIT che “nonostante la forte carica emotiva del caso, non bisogna perdere la bussola, altrimenti si rischia di cadere in strumentalizzazioni pericolose”.
“Per non perderci nella terra di nessuno tra eutanasia ed accanimento terapeutico abbiamo bisogno di una bussola che ci orienti – ha spiegato –. Una bussola né fideistica né ideologica ma fatta di ragione e di comune sentire”.
Casini ha sottolineato che “questa bussola ci dice in primo luogo, utilizzando le parole della modernità laica, che la dignità umana non è una qualità che si aggiunge all’esistenza umana ma è ad essa inerente. Quindi non si perde la dignità umana per il solo fatto di essere malati o in coma”.
“La bussola ci dice anche – ha continuato l’ex magistrato – che il concetto di uguaglianza viene tradito se l’uguaglianza non è legata al semplice fatto di essere individui viventi appartenenti alla specie umana”.
Casini ha poi precisato che “anche la indisponibilità della vita è chiaramente indicata dalla nostra bussola: perché altrimenti l’atto di chi impedisce il suicidio di un giovane sano che ha deciso di terminare la propria vita deve essere considerato meritorio se poi un padre ed una madre possono essere liberi di lasciar morire di fame la figlia?”.
Il Presidente del MpV ha ribadito che “il cibo e le bevande sono gli elementi essenziali e non dei mezzi occasionali e sproporzionati per consentire la vita”, ed ha concluso sottolineando che “la moderna dottrina dei diritti umani riconosce nel diritto la forza per difendere i deboli non la forza per togliere loro la vita”.
Nel dibattito è intervenuto anche Franco Previte, Presidente dell’Associazione Cristiani per Servire, il quale ha detto a ZENIT che “da tempo in Italia si registrano tentativi di legalizzare l’eutanasia, trascurando i problemi di assistenza a malati gravi”.
“Purtroppo – ha aggiunto – c’è chi vorrebbe spingere la società ad essere selettiva sulla vita e sulla morte dei suoi membri, attraverso una, anche se impropria, ‘licenza di uccidere’, in contrasto con gli insegnamenti di Ippocrate, il padre della medicina che adottava il principio ‘non darò a nessuno alcun farmaco mortale neppure se richiestone, né mai proporrò un tale consiglio'”.
Per Previte, “la medicina e il dovere del medico sono di proteggere la salute, guarire le malattie, alleviare le sofferenze, confortare nel rispetto della libertà la dignità della persona: un impegno a favore della vita contro la morte”.
“Mentre – ha sottolineato – così come è stata presentata la ‘discussione’ sul caso Englaro si corre il rischio di considerare la cosiddetta pietà per le sofferenze insopportabili, come uno strumento che porta all’eliminazione della vita che non avrebbe più valore”.
Il Presidente di Cristiani per Servire ha concluso spiegando che “si tratta di considerazioni molto pericolose perché potrebbero coinvolgere malati di Alzheimer, malati psichici, handicappati con gravi patologie, bambini anormali o, come in Gran Bretagna che è stato chiesto alla Suprema Corte il suicidio assistito per i depressi”.
Dello stesso parere, il Movimento per la Vita Ambrosiano, secondo cui “la sospensione dell’alimentazione per Eluana è un atto di eutanasia”.
Paolo Sorbi, Presidente del Movimento per la Vita Ambrosiano, ha detto a ZENIT che “la notizia dell'autorizzazione alla sospensione dell'alimentazione di Eluana Englaro da parte dei giudici di Milano è gravissima”.
“Si viola un principio di uguaglianza (tutte le persone hanno eguale diritto ad essere curate) e si introduce un elemento gravemente discriminatorio basato su un concetto del tutto arbitrario di qualità della vita, un criterio di valutazione della persona in senso utilitaristico”, ha aggiunto.
“Quello che è stato concesso si prefigura come un vero e proprio atto di eutanasia – ha sottolineato Sorbi –. La morte per Eluana sarebbe procurata”.
“Questa sentenza – ha continuato il Presidente del MpV Ambrosiano – tende a svilire il significato della persona ed ad assoggettarlo all'arbitrio del volere di altri. Ci si appella ad una presunta volontà del malato che qui è solo riportata e quindi si conferisce potere di vita e di morte ad un tutore”.
Sorbi ha concluso affermando che in questo modo “si insinua il riconoscimento di volontà anticipate come elemento vincolante per il medico quando anche il Comitato Nazionale di Bioetica si è sempre espresso in modo negativo in merito a questo vincolo”.
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Quando la laicità si nutre di valori assoluti
Il Cardinale Segretario di Stato per i 60 anni della Costituzione italiana
CITTA' DEL VATICANO, giovedì, 10 luglio 2008 (ZENIT.org).- Per il sessantesimo della Costituzione italiana, il 10 luglio in Campidoglio si svolge un convegno al quale partecipano Mario Cutrufo, Vice Sindaco di Roma, Giulio Andreotti, Senatore a vita della Repubblica Italiana, Massimo D'Alema, già Presidente del Consiglio dei Ministri, e Gianni Alemanno, sindaco di Roma.
Pubblichiamo stralci dell'intervento del Cardinale Segretario di Stato, riportati da “L'Osservatore Romano”.
* * *
di Tarcisio Bertone
La nostra epoca, quella della comunicazione virtuale, è segnata da un contesto culturale che sembra confinarci tutti in un eterno presente. Si vive immersi nel presente, come se il passato non esistesse e non dovessimo preoccuparci del futuro. Si avverte questo rischio nelle nuove generazioni che i sociologi definiscono «prive di memoria storica», ma da esso non è esente nemmeno un certo modo di concepire oggi la politica indipendente dall'esperienza delle passate generazioni.
In verità, come ricordava già Benedetto Croce e come insegna la millenaria tradizione dei nostri popoli, non è possibile costruire il futuro se non mantenendo viva, nella coscienza comunitaria, la memoria del passato che, in un certo modo, ha dato origine all'attuale presente. Se pertanto, come giusto, ci si domanda se e quanto attuale sia ancora la Costituzione nelle mutate circostanze contemporanee, occorre riandare al clima internazionale creatosi dopo il secondo conflitto mondiale, nel 1945. Bisogna tener conto di quanto abbiano pesato quegli eventi sui rappresentanti dei partiti politici dell'epoca nello scrivere la Costituzione.
Chi oggi pone attenzione a questa Carta non può non tener conto delle condizioni che a essa hanno dato vita. Ogni opera va vista nel suo contesto per essere compresa nel suo più autentico valore e significato. La Costituzione italiana non è stata il frutto di un «compromesso precario fra culture politicamente datate». Uno degli autorevoli costituenti, Piero Calamandrei, scrive che i principi della Carta costituzionale sono incisi non sulla sabbia, ma «sulla roccia di un patto giurato fra uomini liberi che volontari si adunarono per dignità, non per odio, decisi a riscattare la vergogna ed il terrore del mondo» (cfr Piero Calamandrei, Il Monumento a Kesserling, in Uomini e Città della resistenza, Milano 1994, pag. 198). È questo spirito, questa idealità che mi piace far risaltare, augurando che le giovani generazioni possano trarre da questa pagina di storia insegnamenti utili per costruire per l'Italia un futuro di giustizia e di pace, in un clima di vera libertà e di dialogo costruttivo.
Prendendo idealmente in mano la Costituzione, mi accingo ora a sottolinearne alcuni articoli, tenendo presente quanto dice l'eminente costituzionalista, Costantino Mortati, che cioè sono cinque i principi fondamentali che permettono di identificare la forma di Stato e le caratteristiche della democrazia dell'Italia secondo la sua Carta costituzionale: il principio democratico (articolo 1), il principio personalista (articoli 2 e 3), il principio lavorista (articoli 1, 4), il principio pluralista (articolo 2), il principio internazionalista e supernazionale (articoli 1 e 11). Principi tra loro inseparabili e interagenti in modo armonioso. Chiave di volta dell'intero impianto è senz'altro il principio personalista che, mutuato dalla cultura cattolica e democratica, «riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità» (articolo 2). La persona umana, nella sua concreta individualità sociale, viene riconosciuta come un valore originario per cui i suoi diritti fondamentali permangono in ogni situazione «inviolabili». L'articolo 3 della Costituzione afferma: «Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge, senza distinzioni di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali». Uguaglianza dunque per tutti nei diritti e nei doveri.
Strettamente legato alla dignità della persona è il riconoscimento della dignità del lavoro, che, nelle sue varie forme, contribuisce «al progresso materiale e spirituale della società». Furono i costituenti democristiani Amintore Fanfani, Aldo Moro ed Egidio Tosato a proporre l'emendamento trasformato nella definizione approvata dall'Assemblea: «L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro» (articolo 1). Il lavoro è un'attività che dà all'uomo il meraviglioso potere di partecipare all'opera creatrice di Dio e di portarla a compimento; il lavoro riveste un autentico valore umano di cui l'uomo moderno va sempre più prendendo coscienza. Questo principio, che nella sua formulazione riflette una radice cristiana, meriterebbe oggi di essere approfondito e applicato. È in gioco infatti la concezione dell'economia, le problematiche connesse con la giustizia occupazionale, l'affermazione della congruità sociale e la valenza umana del profitto economico. A questi punti si potrebbe aggiungere, seguendo gli insegnamenti dei Pontefici di questo nostro tempo e in particolare i recenti richiami di Benedetto xvi, una ulteriore riflessione sul rapporto esistente fra economia e finanza, fra regole del mercato e speculazione, fra la ricchezza di alcuni popoli e la povertà del terzo e quarto mondo, argomenti questi sui quali la dottrina sociale della Chiesa ha espresso con chiarezza orientamenti dottrinali e indicazioni operative.
Passo invece a un'altra osservazione: il principio personalista (articoli 2, 3), che è come l'asse portante dell'intera Costituzione italiana e considera la persona umana a fondamento della società, ha probabilmente come sua articolazione più importante il principio della laicità. Quanto approfondimento merita questo principio! Sarebbe una pretesa volerne esporre qui, in modo esauriente, gli aspetti che ricorrono costantemente nei dibattiti e nei confronti culturali e politici. In Francia hanno suscitato stupore e indignazione i discorsi del Presidente della Repubblica, Nicolas Sarkozy, l'uno pronunciato a Roma, nel Palazzo Apostolico Lateranense il 20 dicembre 2007, l'altro a Riyad, in Arabia Saudita, il 14 gennaio 2008. Ci sono elementi che fanno sperare in un'evoluzione di quella rigida laïcité che rese la Francia della terza Repubblica modello di comportamenti antireligiosi. Accanto al modello francese di laicità c'è quello anglosassone che mostra un altro approccio verso il dato religioso.
E in Italia? Va notato subito che da parte di non pochi pensatori viene espresso un concetto di laicità aperta al dialogo e al confronto costruttivo fra posizioni diverse. Non si può al tempo stesso non condividere quel che si constata talora nel dibattito culturale veicolato da taluni media, dove una laicità culturale definita per differenza e opposizione dal dato religioso (cristiano) viene assunta come modello di una laicità politica connotata dal criterio di esclusione (del religioso). Alla base sta l'assunzione scontata della secolarizzazione come privatizzazione della religione, che nel momento storico del suo ritorno a un protagonismo sociale e culturale viene accusata di invadere illegittimamente la sfera pubblica. Al confronto la più ampia e accreditata discussione del problema della laicità in ambito internazionale, continentale e americano, evidenzia i limiti di questo laicismo nostrano. In Italia insomma, almeno per alcuni, laicità significa rifiuto di riconoscere il rilievo sociale del fatto religioso.
Alcuni anni or sono, in un dialogo tra l'allora cardinale Ratzinger e il filosofo Jürgen Habermas, emerse che un'autentica democrazia laica permette alle istituzioni religiose di dare pubblicità ai loro messaggi per poter offrire ai cittadini materia di riflessione in maniera equanime. Impedire alle Chiese di esprimere la loro posizione su qualsiasi argomento è atto non di laicità, ma di ostracismo verso un sistema di valori soltanto perché questo non si muove nel quadro della cultura dominante. Lo sforzo di laicità riguarda allora chiunque è portatore di un forte sistema di valori, sia esso cattolico o appartenente ad altre culture e religioni, se è vero che il dialogo suppone lo sforzo di tradurre i propri valori nel «linguaggio universale» del confronto democratico. Nel dibattito attuale sulla laicità viene da taluni affermato il seguente postulato: non devono esistere valori assoluti perché l'esistenza di valori assoluti presupporrebbe automaticamente la mancanza di laicità. Habermas afferma invece che per salvarsi dal rischio del relativismo radicale e del totalitarismo ideologico, sono necessari principi assoluti secondo, dice lui, il criterio del «minimo comune etico». Il dibattito, come si vede, è aperto e va proseguito nel reciproco ascolto, rispettoso sempre delle posizioni di tutti. La Costituzione italiana è laica, ma non laicista. È interessante notare come in Italia si sia dovuto coniare questo binomio — laicità e laicismo — per distinguere la sana laicità da quella radicale e anticlericale.
Al tema della laicità è così intimamente connesso quello della libertà religiosa e in particolare quello delle relazioni tra lo Stato e la Chiesa cattolica che la Costituzione sancisce nell'articolo 7 facendo riferimento ai Patti Lateranensi, mentre nell'articolo 8 si parla del rapporto con le altre confessioni religiose. L'11 febbraio scorso, nell'anniversario della firma dei Patti del 1929, «L'Osservatore Romano» poneva in rapporto questo evento con quello della Costituzione italiana: eventi diversi temporalmente, che hanno prodotto testi normativi differenti per qualificazione giuridica, per finalità, per contenuti, ma tra i quali esiste una relazione strettissima, valutabile sotto un duplice profilo. Dal punto di vista storico, la conciliazione tra lo Stato e la Chiesa in Italia pose le premesse per un fattivo contributo dei cattolici alla nascita dello stato democratico.
L'impegno dei cattolici produsse infatti un progetto politico-istituzionale in gran parte passato nella Costituzione italiana del 1948. È fuor di dubbio che questa Carta costituzionale deve molto sui punti qualificanti alla cultura cattolica: la centralità della persona umana, la sua originaria dignità e i suoi diritti inalienabili, il rilievo delle formazioni sociali, la solidarietà, l'uguaglianza non soltanto formale bensì anche sostanziale, l'apertura internazionale, l'ideale della pace, la centralità della famiglia fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna, la finalizzazione del diritto di proprietà, le autonomie locali. Le garanzie di libertà per la Chiesa, offerte dai Patti Lateranensi, favorirono quel fermento culturale e spirituale che, tra l'altro, contribuì alla formazione di valide personalità della classe politica che avrebbe guidato la giovane democrazia, confluendo in formazioni partitiche.
Va poi evidenziata la relazione esistente tra il Concordato e la Costituzione dal punto di vista propriamente giuridico, grazie all'esplicito richiamo che dei Patti Lateranensi viene fatto nell'articolo 7 della Costituzione, articolo allora approvato a stragrande maggioranza con un voto trasversale dagli schieramenti dei partiti. Il fatto che la Carta fondamentale dello Stato italiano richiami i Patti è già di per sé rilevante perché da una parte contribuì a mantenere la pace religiosa nel nostro Paese e ancor più perché, si legge nel citato articolo del quotidiano della Santa Sede, «fu in qualche modo propedeutico alla affermazione dei principi di indipendenza e di sovranità dello Stato e della Chiesa, ciascuno nel proprio ordine, che apre l'articolo 7 della Costituzione e che costituisce uno dei pilastri su cui poggia il principio di laicità dello Stato. Uno Stato autenticamente laico, infatti, riconosce che la propria sovranità non si estende anche sul terreno spirituale e religioso. E viceversa».
L'Italia e la Chiesa cattolica sono vincolati da un rapporto singolare per il fatto che Roma è la capitale dello Stato e la sede del Papa Pastore universale del Popolo di Dio. La peculiarità delle reciproche relazioni si riflette nei due atti che compongono i Patti: il Trattato e il Concordato. Il primo, soprattutto con la creazione dello Stato della Città del Vaticano, garantisce alla Santa Sede, al Papa, indipendenza piena e libertà nello svolgimento della sua missione rivolta a tutto il mondo. Il Concordato invece regola la vita della Chiesa in Italia. Questo il senso del primo comma dell'articolo 2 dell'Accordo di Villa Madama del 18 febbraio del 1984. La Repubblica Italiana riconosce alla Chiesa cattolica la piena libertà di svolgere la propria missione pastorale, educativa, caritativa e di evangelizzazione in ogni campo sociale. In particolare riconosce a essa «il diritto di organizzazione, di pubblico esercizio del culto, di esercizio del magistero e del ministero spirituale».
L'esperienza di questi sessant'anni mostra che, grazie proprio ai Patti Lateranensi inseriti nella Carta costituzionale, è stata possibile una proficua collaborazione fra la Chiesa e lo Stato, in un clima di vera laicità, operando tutti con il medesimo scopo: promuovere l'autentico bene dell'Italia. La Chiesa cattolica — lo hanno ribadito in più occasioni i Pontefici e la Conferenza episcopale italiana — non chiede privilegi, ma solo di poter svolgere liberamente la propria missione pastorale e sociale.
L'obiettivo della prossima Enciclica sociale di Benedetto XVI
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DOCUMENTI
Quando la laicità si nutre di valori assoluti
Santa Sede
L'obiettivo della prossima Enciclica sociale di Benedetto XVI
Il documento potrebbe essere pubblicato in autunno
CITTA' DEL VATICANO, giovedì, 10 luglio 2008 (ZENIT.org).- Il dibattito sulla lotta alla povertà, contro l'analfabetismo o per la preservazione del pianeta suscitato dal recente vertice dei Paesi più industrializzati del mondo (G8) è servito per sottolineare l'importanza della prossima Enciclica che Benedetto XVI prepara sulle questioni sociali.
Il documento potrebbe vedere la luce nell'autunno prossimo, secondo quanto ha rivelato in un'intervista all'agenzia APCOM (27 maggio) il Cardinale Tarcisio Bertone, Segretario di Stato, per il quale il titolo potrebbe essere “Caritas in veritate”.
“Per ora è un'ipotesi – ha detto il porporato –. Non voglio dire che il titolo sarà sicuramente quello, probabilmente sì e al momento rimane questa idea, ma poi può arrivare un'ispirazione successiva”.
“L'Enciclica è in fase di elaborazione, va e viene dal Papa che non vuole ripetere luoghi comuni della dottrina sociale della Chiesa ma vuole portare qualche elemento originale, anche conforme alle sfide dei tempi; pensiamo al grande problema della globalizzazione e agli altri problemi che affliggono la comunità internazionale, come le emergenze alimentari, i cambiamenti climatici”, ha osservato.
Benedetto XVI ha già affrontato in varie occasioni i temi sociali che presenterà nella sua Enciclica. Il 3 maggio ha parlato di alcuni di questi argomenti rivolgendosi ai membri della Pontifica Accademia delle Scienze Sociali.
Presentando i quattro principi fondamentali della dottrina sociale cattolica – la dignità della persona umana, il bene comune, la sussidiarietà e la solidarietà (cfr. Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa, nn. 160-163), ha affrontato gli imperativi che l'umanità si trova davanti all'alba del XXI secolo, “come la riduzione delle ineguaglianze nella distribuzione dei beni, l'estensione delle opportunità di educazione, la promozione di una crescita e di uno sviluppo sostenibili e la tutela dell'ambiente”.
“La dignità umana è un valore intrinseco della persona creata a immagine e somiglianza di Dio e redenta in Cristo. L'insieme delle condizioni sociali che permettono alle persone di realizzarsi collettivamente e individualmente è il bene comune. La solidarietà è la virtù che permette alla famiglia umana di condividere in pienezza il tesoro dei beni materiali e spirituali e la sussidiarietà il coordinamento delle attività della società a sostegno della vita interna delle comunità locali”.
“La solidarietà che unisce la famiglia umana e i livelli di sussidiarietà che la rafforzano dal di dentro devono essere posti sempre entro l'orizzonte della vita misteriosa del Dio Uno e Trino, in cui percepiamo un amore ineffabile condiviso da persone uguali, sebbene distinte”, ha spiegato.
Per questo, “la responsabilità dei cristiani di operare per la pace e per la giustizia e il loro impegno irrevocabile per il bene comune sono inseparabili dalla loro missione di proclamare il dono della vita eterna, alla quale Dio ha chiamato ogni uomo e ogni donna”.
La pace non è solo l'assenza di armi, ha osservato il Papa, ma si riferisce sia alla “pace civile”, che è una “concordia fra i cittadini”, che alla “pace della città celeste”, che è “godimento armonioso e ordinato di Dio, e reciproco in Dio”, come diceva Sant'Agostino.
“Gli occhi della fede ci permettono di vedere che le città terrena e celeste si compenetrano e sono intrinsecamente ordinate l'una all'altra in quanto appartengono entrambe a Dio, il Padre, che 'al di sopra di tutti, agisce per mezzo di tutti ed è presente in tutti'. Al contempo, la fede evidenzia maggiormente la legittima autonomia delle realtà terrene che hanno ricevuto la propria stabilità, verità, bontà, le loro leggi proprie e il loro ordine”, ha aggiunto.
Solidarietà in tutte le dimensioni
Come ha spiegato il Vescovo di Roma, l'Enciclica sottolineerà il dovere dei credenti “di migliorare la solidarietà con i propri concittadini e fra di loro e di agire basandosi sul principio di solidarietà, promuovendo la vita familiare, le associazioni di volontariato, l'iniziativa privata e l'ordine pubblico che facilita il corretto funzionamento delle comunità basilari della società”.
“Gesù ci esorta a fare agli altri ciò che vorremmo fosse fatto a noi (cfr Lc 6, 31), ad amare il nostro prossimo come noi stessi (cfr Mt 22, 35). Questi comandamenti sono iscritti dal Creatore nella natura stessa umana (cfr Deus caritas est, n. 31). Gesù insegna che questo amore ci esorta a dedicare la nostra vita al bene degli altri (cfr Gv 15, 12-13)”.
“In questo senso la solidarietà autentica, sebbene cominci con il riconoscimento del pari valore dell'altro, si compie solo quando metto volontariamente la mia vita al servizio dell'altro (cfr Ef 6, 21)”, ha detto presentando la dimensione cristiana.
“Parimenti, la sussidiarietà, che incoraggia uomini e donne a instaurare liberamente rapporti donatori di vita con quanti sono loro più vicini e dai quali sono più direttamente dipendenti, e che esige dalle più alte autorità il rispetto di tali rapporti, manifesta una dimensione 'verticale' rivolta al Creatore dell'ordine sociale”.
“Una società che onora il principio di sussidiarietà libera le persone dal senso di sconforto e di disperazione, garantendo loro la libertà di impegnarsi reciprocamente nelle sfere del commercio, della politica e della cultura”, ha aggiunto.
“Quando i responsabili del bene comune rispettano il naturale desiderio umano di autogoverno basato sulla sussidiarietà lasciano spazio alla responsabilità e all'iniziativa individuali, ma, soprattutto, lasciano spazio all'amore (cfr Rm 13, 8; Deus caritas est, n. 28), che resta sempre la 'via migliore di tutte' (1Cor 12, 31)”.
In questo modo il Papa, come diceva in quel discorso, spera che i credenti possano “proporre modalità più efficaci per risolvere i molteplici problemi che affliggono l'umanità alla soglia del terzo millennio, testimoniando anche il primato dell'amore, che trascende e realizza la giustizia in quanto orienta l'umanità verso la vita autentica di Dio”.
Il missionario tra i lebbrosi di Molokai sarà santo
Riconosciuto un miracolo attribuito al beato Damien de Veuster
CITTA' DEL VATICANO, giovedì, 10 luglio 2008 (ZENIT.org).- Padre Damien, missionario tra i lebbrosi nell'isola di Molokai (Hawaii), sarà proclamato santo dopo che la Santa Sede ha riconosciuto un miracolo attribuito alla sua intercessione.
La pubblicazione del decreto ha avuto luogo nell'ultima udienza che Papa Benedetto XVI ha concesso il 3 luglio al Cardinale José Saraiva Martins come prefetto della Congregazione per le Cause dei Santi (il 9 luglio ha accettato la sua rinuncia per motivi di età).
Si realizzerà così una richiesta presentata da Madre Teresa di Calcutta poco più di 13 anni fa, dopo la beatificazione del sacerdote da parte di Giovanni Paolo II a Bruxelles (il 10 giugno 1995).
Ora bisogna solo attendere che il Papa, in un concistoro che non si sa quando avrà luogo, renda nota la data della canonizzazione.
Il decreto riconosce la guarigione della signora Audrey Toguchi di Honolulu, malata di cancro – liposarcoma pleomorfico metastatizzato.
Pochi giorni prima di morire per un attacco cardiaco il 18 giugno a Roma, padre Bruno Benati ss.cc., postulatore generale della causa di canonizzazione, aveva trasmesso la testimonianza di questa donna.
“Ho pregato il beato Damien – ha detto Audrey –. E' stato il centro delle mie preghiere, che per lungo tempo sono state rivolte a Dio esclusivamente per mezzo di lui. Sono convinta che questa miracolosa scomparsa del cancro sia dovuta all'intercessione del beato Damien”.
“I medici che hanno esaminato la guarigione sono tutti d'accordo sul fatto che non è spiegabile dal punto di vista scientifico. La signora Audrey gode oggi di una perfetta e completa salute”, indicava il postulatore scomparso repentinamente.
Il beato Damien (1840-1889) – il suo nome era Jozef de Veuster – era nato in Belgio. Il Primo Ministro del Paese, quando è stato reso noto il riconoscimento del miracolo, ha detto: “L'imminente canonizzazione di padre Damien è un grande onore per il nostro Paese”.
“Ritengo che si tratti del più alto riconoscimento pubblico del disinteresse illimitato. Un disinteresse riconosciuto da credenti e non credenti, dall'Occidente e dal Sud, dai malati e da quanti hanno la salute. Un riconoscimento che è fonte di ispirazione e consolazione per molti di noi”, ha aggiunto il premier in un comunicato.
“In particolare, faccio i miei auguri agli abitanti di Tremelo e Molokai, così come ai sacerdoti dei Sacri Cuori di Gesù e Maria”, ha concluso.
Era questa la congregazione alla quale apparteneva il religioso belga quando arrivò nel 1865 a Honolulu, dove venne ordinato sacerdote.
La lebbra colpiva gravemente i nativi delle isole delle Hawaii, che prima dell'arrivo dei commercianti non la conoscevano. Per paura che l'epidemia si diffondesse, il re Kamehameha IV segregò i lebbrosi del regno trasferendoli in una colonia stabilita per loro nel nord, nell'isola di Molokai.
La “Royal Board of Health” diede loro del cibo, ma non c'erano i mezzi appropriati per fornire assistenza medica.
Padre Damien chiese al suo Vescovo di insediarsi nell'isola per assistere spiritualmente i malati, che morivano in grandi quantità. Con la sua attività pastorale, istituì una parrocchia, fondò scuole e rigenerò la convivenza sociale nella “colonia della morte”, dove i malati lottavano per sopravvivere.
Alla fine padre Damien contrasse la lebbra e morì.
Notizie dal mondo
La Caritas lamenta la mancanza di “leadership fresca” nel G8
Definisce uno scandalo il fallimento sugli Obiettivi del Millennio
ROMA, giovedì, 10 luglio 2008 (ZENIT.org).- Il rappresentante della Caritas al G8 svoltosi in questi giorni in Giappone ha lamentato il fatto che i risultati del summit abbiano rappresentato una ripetizione delle solite deboli promesse.
Joseph Donnelly, alla guida della delegazione Caritas presso le Nazioni Unite a New York, ha valutato negativamente il G8 ospitato dal 7 al 9 luglio da Toyako-Hokkaido.
Partecipano al G8 i rappresentanti di Gran Bretagna, Canada, Francia, Germania, Italia, Giappone, Russia e Stati Uniti.
“I risultati del G8 del 2008 rappresentano uno stallo sulla questione dei cambiamenti climatici e un risultato negativo per quanto riguarda gli aiuti all'Africa”, ha affermato. “Il mondo sperava in una leadership fresca, ma ha ottenuto un Giorno della Marmotta”.
I leader hanno promesso di mantenere gli impegni assunti nel summit del G8 del 2005 relativi all'aumento degli aiuti, ma non hanno definito passi concreti per mettere in pratica questa decisione, rivela la Caritas. A tre anni dal piano quinquennale per aumentare gli aiuti esteri a 50 miliardi di dollari ogni anno, solo un quinto del denaro è stato effettivamente consegnato.
“Gli impegni 'riscaldati' sugli aiuti che stiamo ancora aspettando di veder realizzati dopo tre anni non danno cibo, educazione, acqua pulita e assistenza sanitaria ai più poveri”, ha denunciato Donnelly.
“La tragedia è che possiamo mostrare i sostanziali miglioramenti compiuti nei Paesi in via di sviluppo con i pochi aiuti che sono stati messi a disposizione. I Paesi del G8 possono permettersi di donare, per cui sarà uno scandalo se gli Obiettivi di Sviluppo del Millennio non potranno essere raggiunti per mancanza di finanziamenti”.
Cambiamenti climatici
La Caritas ha anche lamentato i risultati della discussione del summit relativamente ai cambiamenti climatici.
“I leader del G8 dovevano porre fine all'inerzia sulle emissioni di carbonio, e invece nel 2008 hanno ripetuto ciò che era stato detto 16 anni fa, al Summit della Terra di Rio del 1992”, ha osservato il rappresentante della Caritas.
“E' un piano per l'inerzia in cui i poveri pagano il costo a nome dei Paesi ricchi che sono i veri responsabili, ma alla fine il mondo intero pagherà il conto di un clima sempre più ostile”.
Nella dichiarazione congiunta emessa al termine del summit, ricorda “L'Osservatore Romano”,oltre a dichiararsi “fermamente impegnati” a lavorare per mantenere gli impegni sugli aiuti allo sviluppo presi a Gleneagles nel 2005, i leader del G8 hanno espresso l'intenzione di spendere – per un periodo di cinque anni del quale non è stata tuttavia precisata la data d'avvio – almeno 60 miliardi di dollari contro le epidemie, come l’Aids, la tubercolosi e la malaria.
I leader del G8 hanno anche emesso un comunicato sulla “Global food security” (Sicurezza alimentare mondiale) in cui vengono biasimate le restrizioni alle esportazioni alimentari, chiedendo ai Paesi con forti scorte di cibo di renderle disponibili in periodi d'emergenza. Allo stesso modo, hanno iniziato a valutare l’ipotesi di un approccio coordinato alla gestione degli stock alimentari.
Il G8 ha quindi esortato a trovare un migliore equilibrio fra la domanda e l’offerta di greggio, sottolineando anche la “necessità” di un incremento nelle capacità di produzione e raffinazione.
“In risposta al forte rialzo dei prezzi del petrolio – afferma il documento finale –, siamo d’accordo nel migliorare l’equilibrio fra l’offerta e la domanda attraverso maggiori sforzi ed un dialogo sia da parte dei Paesi produttori che dei Paesi consumatori allo scopo di migliorare la trasparenza”.
“Enfatizziamo, inoltre, il bisogno di un aumento nelle capacità di produzione e raffinazione così come una espansione degli investimenti sul lato sulla fornitura dell’offerta, e ribadiamo l’importanza di fare ulteriori sforzi allo scopo di migliorare l’efficienza energetica così come di perseguire la diversificazione energetica sul lato della domanda”.
A questo riguardo, il G8 ha proposto un Forum sull’efficienza energetica e le nuove tecnologie, che il Giappone si è offerto di ospitare entro la fine dell’anno.
Il prossimo vertice del G8 si svolgerà in Italia nel 2009.
Dopo la Betancourt, la Colombia deve recuperare i suoi valori
Afferma l'ambasciatore di questo Paese presso la Santa Sede
di Carmen Elena Villa Betancourt
CITTA' DEL VATICANO, giovedì, 10 luglio (ZENIT.org).- A pochi giorni dalla liberazione di 15 ostaggi delle FARC, tra cui Ingrid Betancourt, l'ambasciatore della Colombia presso la Santa Sede Juan Gómez Martínez ha parlato con ZENIT della situazione che sta vivendo il Paese.
Gómez Martínez ha partecipato alle conversazioni di pace tra il Governo e la guerriglia in Colombia durante il Governo di Andrés Pastrana (1999-2002), è stato sindaco di Medellín nel periodo più violento della città (1987-1989) e membro del Congresso dal 2002 al 2006.
Prima della liberazione, ha confessato, “si sperava in un accordo tra il Governo e la guerriglia. C'era l'intenzione da parte del Governo e dei Paesi amici. La proposta di entrambe le parti era giusta, ma la guerriglia l'ha rifiutata”.
L'Esercito, osserva, ha preparato con molta cura l'operazione del rilascio degli ostaggi, il 2 luglio scorso. “La sorpresa è stata tale da aver cambiato la mentalità dei colombiani”.
L'ambasciatore ha riconosciuto che nei colloqui di pace tra il Governo e la guerriglia c'è stata una mediazione della Chiesa, guidata dall'allora presidente della Conferenza Episcopale Colombiana monsignor Alberto Giraldo Jaramillo, Arcivescovo di Medellín. Il diplomatico faceva parte del comitato tematico.
“Eravamo convinti che avessero buone intenzioni, e da 13 incontri previsti siamo arrivati a 26. Purtroppo, non è rimasto niente di ciò che avevamo raggiunto. Trattavano i temi con apparente serietà, ma ci hanno ingannati. Nel 2006, poi, la Conferenza Episcopale Colombiana ha proposto di creare una zona di incontro per parlare con i gruppi armati. Era una proposta logica che il Governo ha accettato perché si trattava di una conversazione in condizioni di parità”.
Quanto alla sorte di coloro che continuano ad essere nelle mani delle FARC, secondo l'ambasciatore “è impossibile ripetere un'operazione come questa”.
“Il Governo sta cercando un altro sistema. L'Esercito non può abbassare la guardia, deve lavorare per liberarli, per arrivare a un accordo. La comunità deve continuare a insistere sul fatto che le Forze Armate Rivoluzionarie di Colombia (FARC) abbandonino le armi e il narcotraffico. Dobbiamo cercare un accordo tra tutti”.
Nonostante tutto ciò che ha subito il Paese, il diplomatico è ottimista sul futuro della Colombia, “un Paese così grande, ricco, con un popolo così buono che deve riconquistare la speranza. E' un popolo che ha dei valori che ha messo da parte, ma che deve recuperare”.
“La fede cattolica è uno di questi”, ha concluso. “Credo che continuerà a essere una forza per l'America Latina”.
[Traduzione dallo spagnolo e adattamento di Roberta Sciamplicotti]
Dottrina Sociale e Bene Comune
Il G8 tiene conto delle indicazioni del Papa
ROMA, giovedì, 10 luglio 2008 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito per la rubrica di Dottrina Sociale e Bene Comune l'intervento della prof.ssa Anna Bono, docente in Storia e Istituzioni dell’Africa presso l’Università di Torino e Direttore del Dipartimento Sviluppo Umano del Cespas.
* * *
Come le precedenti, anche l’edizione 2008 del G8, il summit annuale dei paesi più industrializzati del pianeta, si è svolta e conclusa tra polemiche e recriminazioni alle quali, come ogni anno, ha dato sintesi e voce la “Dichiarazione finale” del VII Forum dei popoli, il tradizionale appuntamento no global “alternativo” al G8 e chiamato anche “Vertice dei poveri”, che quest’anno si è tenuto a Katibougou, Mali.
In sostanza, l’accusa fondamentale è sempre la stessa: i ricchi – siano essi persone o nazioni – sono tali perché sfruttano e saccheggiano i beni altrui (“non siamo poveri, siamo impoveriti” ha detto al summit dei popoli l’ex ministro della cultura del Mali, Aminata Dramane Touré). Come se non bastasse, i ricchi rifiutano di ammettere le loro responsabilità e non sono disposti a farsi carico dei danni inflitti al resto dell’umanità.
Eppure mai come quest’anno i “grandi del mondo” hanno dato prova di buona volontà, recependo le esortazioni della Santa Sede alla generosità e alla lungimiranza. Lo hanno fatto in particolare il Presidente degli Stati Uniti, impegnato a concludere il proprio mandato con un ulteriore, colossale sforzo finanziario in favore dell’Africa, e il Presidente del Consiglio italiano, Silvio Berlusconi, il quale ha annunciato nuovi finanziamenti in aiuto delle popolazioni più deboli e povere, per un ammontare di un miliardo di dollari, rammaricandosi di non essere in grado di promettere di più a causa della pessima situazione finanziaria ereditata dal precedente governo.
“Sono in totale sintonia con la Chiesa Cattolica e con il Papa”, ha dichiarato il premier italiano il 7 luglio all’inizio dei lavori di Hokkaido e, a conferma della concretezza dei propositi del suo governo, quello stesso giorno iniziava in Mozambico la prima di una serie di missioni con le quali l’Italia intende avviare rapporti economici e di partnership con alcuni stati africani: oltre al Mozambico, Angola, Sud Africa, Sudan, Nigeria, Senegal, Mauritania, Tanzania e Capo Verde. Da sola l’Italia, inoltre, in qualità di membro della Banca africana per lo sviluppo di cui fa parte dal 1982, ha cancellato debiti esteri africani per un ammontare di 2,7 miliardi di dollari.
Piuttosto, a non essere in sintonia con Papa Benedetto XVI sono invece – ma non è certo una sorpresa – gran parte dei leader dei paesi poveri, i primi e maggiori responsabili delle difficili condizioni di vita che ancora minacciano la dignità umana di centinaia di milioni di persone. “Mi rivolgo ai partecipanti all’incontro di Hokkaido – si leggeva nell’appello del Pontefice alla vigilia del summit G8 – affinché al centro delle loro deliberazioni mettano i bisogni delle popolazioni più deboli e povere, la cui vulnerabilità è oggi accresciuta a causa delle speculazioni e delle turbolenze finanziarie e dei loro effetti perversi sui prezzi degli alimenti e dell’energia”.
A Hokkaido erano presenti anche i rappresentanti dell’Unione Africana e di sette stati africani: Algeria, Etiopia, Ghana, Nigeria, Senegal, Tanzania e Sud Africa. Anche a loro si rivolgeva dunque il Papa, facendo seguito alle parole dell’Osservatore permanente della Santa Sede alle Nazioni Unite, monsignor Celestino Migliore, che il 2 luglio, durante una riunione del Consiglio economico e sociale dell’ONU, ha esortato i governi dei paesi poveri a fare ogni sforzo possibile per soddisfare, beninteso con l’assistenza della comunità internazionale, le esigenze delle loro popolazioni in pericolo, programmando al tempo stesso senza indugi i necessari investimenti di lungo periodo in campo economico, in particolare nel settore agricolo, per scongiurare nuove crisi.
Ma da loro non si sono arrivati segnali altrettanto convincenti di buona volontà. Al contrario, hanno confermato, ad esempio, l’atteggiamento assunto in sede di Unione Africana in merito alla vicenda dello Zimbabwe: di riprovazione, ma al tempo stesso reticente ad approvare provvedimenti severi nei confronti del presidente Mugabe e della sua leadership che hanno violato ogni regola democratica pur di mantenere il potere.
Mentre all’Occidente si chiedono continue dichiarazioni di colpevolezza, scuse e risarcimenti per colpe presunte o reali – dal surriscaldamento globale di origine antropica, peraltro lontano dall’essere dimostrato, all’emergenza alimentare e al carovita – nessuno chiede ancora conto con sufficiente determinazione della corruzione e del malgoverno disinvoltamente praticati da troppi leader alla guida di paesi immensamente ricchi di risorse e tuttavia in prevalenza popolati da persone costrette a vivere con meno di un dollaro al giorno.
Italia
Le Superiore di Comunità riunite in un Incontro internazionale
Dal 14 al 22 luglio a Roma
ROMA, giovedì, 10 luglio 2008 (ZENIT.org).- Si riuniranno dal 14 al 22 luglio presso l'Ateneo Pontificio Regina Apostolorum di Roma 161 Superiore di Comunità, provenienti da Italia, Spagna, Francia, Repubblica Dominicana, Perù, Inghilterra e Stati Uniti.
L'obiettivo dell'incontro, organizzato dall'Istituto Superiore di Scienze Religiose del suddetto Ateneo, è quello di “offrire un aiuto teologico, pastorale e spirituale per la formazione di comunità religiose sane, equilibrate, amanti del proprio carisma istituzionale e al servizio delle necessità della Chiesa”, ricorda un comunicato ricevuto da ZENIT.
Tra gli argomenti che verranno affrontati nelle giornate di studio, figurano “la vita fraterna in comunità; la missione e il vero senso dell'apostolato; la formazione della persona consacrata; dialogo e comunicazione nella vita religiosa”.
Nel corso dell'Incontro verrà anche analizzato il documento “Il servizio dell'autorità e l'obbedienza”, emesso recentemente dalla Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica. Si incaricherà della sua presentazione padre Pier Giordano Cabra, F.N., uno dei massimi esponenti della teologia della vita consacrata.
Tra i numerosi relatori c'è anche il Cardinale Franc Rodé, C.M., Prefetto della Congregazione autrice del documento, che terrà una conferenza sul tema “Le sfide della superiora di comunità nel XXI secolo”.
L'Incontro internazionale di Superiore di Comunità ha il patrocinio morale della Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata e la Società di Vita Apostolica, delle Usmi (Unione Superiore Maggiori d'Italia) della Regione Umbria, della Diocesi di Napoli e di quella di Bologna, del DAR (Departamento de Atención a Religiosas del Messico), delle Superiore Generali della Polonia.
L'Istituto di Scienze Religiose dell'Ateneo Pontificio Regina Apostolorum, collegato alla Facoltà di Teologia, è nato nel 1999 con lo scopo di formare i diversi membri del popolo di Dio nelle aree accademiche di loro competenza, con un forte senso pastorale che permetta di svolgere efficacemente l'apostolato nella Chiesa, tramite la Chiesa e per la Chiesa.
Per ulteriori informazioni: tel. 06 66527918 o www.upra.org
Al via a Roma l'itinerario speciale per l'Anno Paolino
Iniziativa dell'Opera Romana Pellegrinaggi
ROMA, giovedì, 10 luglio 2008 (ZENIT.org).- In occasione dell'Anno Paolino, iniziato il 28 giugno scorso e che si concluderà il 29 giugno 2009, l'Opera Romana Pellegrinaggi ha avviato un itinerario realizzato appositamente per celebrare il bimillenario della nascita dell'Apostolo delle Genti.
Un comunicato ricevuto da ZENIT ricorda che la proposta dell'ORP prevede il biglietto Vatican & Rome, nato dalla collaborazione tra l'Opera Romana Pellegrinaggi e Atac Spa, che integra il servizio Open Bus di Roma Cristiana e le linee Atac e Metro.
A ciò si aggiunge il kit dell’Anno Paolino, con tanto di credenziale, chiamata “La Paolina”, la visita con audioguida alla Basilica di San Paolo (tutti i giorni alle 15.00), un portadocumenti e una brochure con la mappa dell’itinerario.
Le tappe fondamentali che danno diritto alla credenziale sono quattro: le Basiliche di San Pietro, San Giovanni in Laterano e San Paolo fuori le Mura e l'Abbazia delle Tre Fontane. In ognuno di questi luoghi, i pellegrini riceveranno il simbolo adesivo corrispondente da apporre alla Basilica visitata (a San Pietro e San Giovanni presso gli uffici ORP, a San Paolo fuori le Mura nell’apposita postazione presso la porta Paolina e alle Tre Fontane all’infopoint dell’Abbazia).
Per far conoscere San Paolo, è stato studiato e realizzato un itinerario legato non solo ai luoghi più famosi del suo passaggio a Roma, ma anche e soprattutto a quelli meno noti in cui si è manifestata nei secoli una grande devozione nei suoi confronti.
Tra questi ultimi, figurano San Paolo alla Regola e Santa Maria in Via Lata – considerati rispettivamente la prima e la seconda dimora di San Paolo –, la Basilica e le catacombe di San Sebastiano – dove nacque la Memoria Apostolorum, un centro di devozione, dedicato a Pietro e Paolo –, la Chiesa di Santa Prisca all’Aventino – dove si trovava la casa dei Santi Aquila e Priscilla, due discepoli e collaboratori di San Paolo – e il Carcere Mamertino, nel quale gli apostoli Pietro e Paolo vissero i loro ultimi giorni prima di subire il martirio.
Il pacchetto è valido 1 o 3 giorni (al costo rispettivamente di 19 e 25 euro a persona, gratis per i bambini fino a 12 anni) ed è acquistabile presso gli uffici ORP di San Pietro e San Giovanni, l’agenzia QuoVadis e a bordo degli Open Bus, mentre il solo biglietto Vatican & Rome è in vendita nei punti Atac.
Interviste
Il caso Eluana, quando i giudici vanno contro la Costituzione
Afferma il prof. Alberto Gambino, Ordinario di Diritto civile
ROMA, giovedì, 10 luglio 2008 (ZENIT.org).- La sentenza della Corte di Appello di Milano sulla vicenda della ragazza di Lecco che vive in stato vegetativo da circa 16 anni pone in Italia l’interrogativo inquietante se, dunque, si sia definitivamente aperto all’eutanasia e se ciò sia conforme alle leggi della Repubblica italiana.
Lo abbiamo chiesto al prof. Alberto Gambino, Ordinario di Diritto privato all’Università di Napoli “Parthenope” e di Diritto civile all’Università Europea di Roma.
Cosa dice esattamente la decisione dei giudici di Appello di Milano?
Prof. Alberto Gambino: La decisione fa seguito alla sentenza di Cassazione dello scorso ottobre ove si afferma che si può autorizzare la cessazione delle terapie di un paziente in stato vegetativo “irreversibile”, ove si ritenga, in base ad alcune presunzioni, che questa sia la sua volontà. Ora i giudici d’Appello applicano il principio al caso specifico ricorrendo alla figura del rappresentante legale.
Cosa significa questo?
Prof. Alberto Gambino: Significa che un soggetto diverso da Eluana può decidere se interrompere le terapie. Ma attenzione qui c’è già un gravissimo errore di fatto: Eluana non è sotto terapia, ma viene alimentata attraverso un tubicino. Si tratta, dunque, di non darle più da bere e da mangiare, esattamente come il caso di Terry Schiavo.
Ma Eluana, se fosse cosciente, potrebbe sottrarsi a tale alimentazione artificiale?
Prof. Alberto Gambino: Il punto è proprio questo: “se fosse cosciente”. Ma Eluana non lo è, e, dunque, si ricorre ad un terzo soggetto, che secondo i giudici fungerebbe da arbitro circa la presunta volontà di Eluana, ma che in realtà pone in essere un arbitrio giuridicamente e costituzionalmente inaccettabile.
Perché questo comportamento è secondo lei contrario al diritto?
Prof. Alberto Gambino: Intanto perché il nostro diritto conosce la figura della rappresentanza solo per l’esercizio di diritti disponibili e, invece, la vita è giuridicamente “indisponibile”. Poi, e soprattutto, perché il diritto serve a tutelare le persone, qui, invece, viene strumentalmente utilizzato per eliminarle. A ben vedere, da un punto di vista giuridico, non c’è molta differenza con il potere di vita e di morte degli imperatori romani, l’ideologia nazista o la schiavitù che rende gli uomini come cose.
Sono concetti forti...
Prof. Alberto Gambino: Sono concetti forti se si ha un approccio culturale – è chiaro che le situazioni storicamente e socialmente sono diverse – ma sono concetti esatti se si ha presente la funzione del diritto che è, ripeto, quella di tutelare sfere di interesse, in primis la vita, non di annientarle.
I giudici richiedono anche una valutazione dei principi etico-religiosi del malato.
Prof. Alberto Gambino: E questo non può che aggravare l’erroneità della decisione della Corte d’Appello e, ancora prima, della Cassazione. Risalire alle visioni del mondo del paziente, che nessuno può dire ancora attuali, significa definitivamente di non tenere conto della reale volontà del malato, che, per essere libera, deve essere attuale, circostanziata e contestualizzata. E’ umanamente drammatico e sbagliato retrodatarla perché si finisce, come detto, per farsi strumento di un arbitrio, in base ad una presunta volontà altrui.
Lei afferma che la decisione è inaccettabile anche con riferimento alla Costituzione italiana.
Prof. Alberto Gambino: Sì, intanto perche alcuni interpreti fanno erroneamente discendere il diritto del malato al rifiuto delle cure dall’art. 32 della Costituzione, dove si fa divieto di trattamenti sanitari obbligatori a meno che non ci sia una legge a consentirli. Nel caso di Eluana, intanto non siamo davanti ad un trattamento sanitario, che non consiste certo nel dare da mangiare ad un malato. Inoltre l’articolo 32 della Carta costituzionale si riferisce a trattamenti collettivi, come una terapia imposta dall’autorità pubblica ai cittadini, e non alla cura indicata dal medico per un singolo paziente. Se solo si avesse tempo di rileggere la nostra bellissima Costituzione, ci si accorgerebbe subito che nel dibattito alla Costituente su questo articolo l’obiettivo era quello di evitare, memori delle aberrazioni dei regimi totalitari, interventi terapeutici di massa.
In base a cosa allora il paziente può rifiutarsi?
Prof. Alberto Gambino: In base alla sua libertà, che preclude che altri possano intervenire sul proprio corpo senza il necessario consenso dell’interessato. Siamo nell’articolo 2 della Costituzione che riconosce i diritti inviolabili della persona e la sua libertà ne è il presupposto, fino alla drammatica estrema conseguenza di lasciarsi morire anziché farsi curare, come riportarono le cronache qualche anno fa per il caso di una donna che rifiutò l’amputazione di un arto in cancrena, e poi a causa di questo morì.
Sono decisioni legittime queste?
Prof. Alberto Gambino: Eticamente non le condivido, ma il diritto preserva lo spazio di libertà; sarà poi la coscienza morale degli uomini o, per chi crede, Dio, a giudicare.
Dunque il cerchio si chiude, la libertà può essere esercitata soltanto dall’interessato?
Prof. Alberto Gambino: Esatto. Nessuno può farsi rappresentante di decisioni drammatiche come l’esito della vita di una persona. E’ proprio per questo che parlo di “paradosso del testamento biologico”: si vuole tutelare la libertà dell’individuo di rifiutare le cure o addirittura il cibo, e poi quella libertà viene esercitata da vari soggetti tranne che dal suo effettivo titolare. Come ho già avuto modo di dire, siamo davanti ad un’analisi fondata sullo schema costi-benefici e non sulla reale salvaguardia della libertà della persona. Il malato in stato vegetativo finisce per essere considerato un “peso” sociale, che, per quanto umanamente drammatico, non potrà mai ridurre il valore della persona-soggetto di diritto ad un bene disponibile come se fosse una cosa.
Questa situazione rappresenta per l’Italia l’anticamera dell’eutanasia?
Prof. Alberto Gambino: No, è già eutanasia.
Forum
Caso Englaro: medici di Milano contro la decisione dei giudici
Unanime la denuncia delle associazioni cristiane
di Antonio Gaspari
ROMA, giovedì, 10 luglio 2008 (ZENIT.org).- In merito alla sentenza della Corte di Appello di Milano che ha deciso di far morire di fame e di sete Eluana Englaro, l’Ordine dei Medici Chirurghi e Odontoiatri di Milano (OMCeOMi) ha sottolineato che “le leggi servono per normare dei principi, non per trasformali in qualcosa d’altro, in una spirale che la storia ha già dimostrato essere estremamente pericolosa”.
In un commento recapitato alla redazione di ZENIT, l’OMCeOMi ha da subito espresso solidarietà nei confronti di quanto vissuto dalla famiglia Englaro in questi 16 anni di coma di Eluana, pur avvertendo sull’eventuale utilizzo del dramma umano “per mettere in discussione principi fondanti la nostra società”.
Secondo l’OMCeOMi, è fuorviante contrapporre il principio della sacralità della vita al concetto di qualità di vita.
Un utilizzo radicale dell’idea di qualità di vita, anche dal punto di vista giuridico, “trasforma il bene vita in un qualcosa di proprietà dell’individuo o del suo tutore”.
Una tale concezione rischia di travolgere “la stessa idea di società umana, il cui riferimento si sposterebbe dalla relazione tra le persone alle singole persone con le proprie egoistiche necessità”.
Inoltre l’OMCeOMi ritiene che “non si può continuare a delegare al pensiero giuridico aspetti che competono ad altre categorie di pensiero che sicuramente vengono prima”.
In conclusione l’OMCeOMi si è detta “molto preoccupata anche per il riflesso che questa sentenza avrà nel contesto del mondo medico, mettendo l’accento, da qualunque prospettiva lo si voglia vedere, su di una sempre maggiore divergenza tra norme giuridiche e norme deontologiche”.
Molto critico anche Carlo Casini, Presidente del Movimento per la Vita (MpV), il quale ha detto a ZENIT che “nonostante la forte carica emotiva del caso, non bisogna perdere la bussola, altrimenti si rischia di cadere in strumentalizzazioni pericolose”.
“Per non perderci nella terra di nessuno tra eutanasia ed accanimento terapeutico abbiamo bisogno di una bussola che ci orienti – ha spiegato –. Una bussola né fideistica né ideologica ma fatta di ragione e di comune sentire”.
Casini ha sottolineato che “questa bussola ci dice in primo luogo, utilizzando le parole della modernità laica, che la dignità umana non è una qualità che si aggiunge all’esistenza umana ma è ad essa inerente. Quindi non si perde la dignità umana per il solo fatto di essere malati o in coma”.
“La bussola ci dice anche – ha continuato l’ex magistrato – che il concetto di uguaglianza viene tradito se l’uguaglianza non è legata al semplice fatto di essere individui viventi appartenenti alla specie umana”.
Casini ha poi precisato che “anche la indisponibilità della vita è chiaramente indicata dalla nostra bussola: perché altrimenti l’atto di chi impedisce il suicidio di un giovane sano che ha deciso di terminare la propria vita deve essere considerato meritorio se poi un padre ed una madre possono essere liberi di lasciar morire di fame la figlia?”.
Il Presidente del MpV ha ribadito che “il cibo e le bevande sono gli elementi essenziali e non dei mezzi occasionali e sproporzionati per consentire la vita”, ed ha concluso sottolineando che “la moderna dottrina dei diritti umani riconosce nel diritto la forza per difendere i deboli non la forza per togliere loro la vita”.
Nel dibattito è intervenuto anche Franco Previte, Presidente dell’Associazione Cristiani per Servire, il quale ha detto a ZENIT che “da tempo in Italia si registrano tentativi di legalizzare l’eutanasia, trascurando i problemi di assistenza a malati gravi”.
“Purtroppo – ha aggiunto – c’è chi vorrebbe spingere la società ad essere selettiva sulla vita e sulla morte dei suoi membri, attraverso una, anche se impropria, ‘licenza di uccidere’, in contrasto con gli insegnamenti di Ippocrate, il padre della medicina che adottava il principio ‘non darò a nessuno alcun farmaco mortale neppure se richiestone, né mai proporrò un tale consiglio'”.
Per Previte, “la medicina e il dovere del medico sono di proteggere la salute, guarire le malattie, alleviare le sofferenze, confortare nel rispetto della libertà la dignità della persona: un impegno a favore della vita contro la morte”.
“Mentre – ha sottolineato – così come è stata presentata la ‘discussione’ sul caso Englaro si corre il rischio di considerare la cosiddetta pietà per le sofferenze insopportabili, come uno strumento che porta all’eliminazione della vita che non avrebbe più valore”.
Il Presidente di Cristiani per Servire ha concluso spiegando che “si tratta di considerazioni molto pericolose perché potrebbero coinvolgere malati di Alzheimer, malati psichici, handicappati con gravi patologie, bambini anormali o, come in Gran Bretagna che è stato chiesto alla Suprema Corte il suicidio assistito per i depressi”.
Dello stesso parere, il Movimento per la Vita Ambrosiano, secondo cui “la sospensione dell’alimentazione per Eluana è un atto di eutanasia”.
Paolo Sorbi, Presidente del Movimento per la Vita Ambrosiano, ha detto a ZENIT che “la notizia dell'autorizzazione alla sospensione dell'alimentazione di Eluana Englaro da parte dei giudici di Milano è gravissima”.
“Si viola un principio di uguaglianza (tutte le persone hanno eguale diritto ad essere curate) e si introduce un elemento gravemente discriminatorio basato su un concetto del tutto arbitrario di qualità della vita, un criterio di valutazione della persona in senso utilitaristico”, ha aggiunto.
“Quello che è stato concesso si prefigura come un vero e proprio atto di eutanasia – ha sottolineato Sorbi –. La morte per Eluana sarebbe procurata”.
“Questa sentenza – ha continuato il Presidente del MpV Ambrosiano – tende a svilire il significato della persona ed ad assoggettarlo all'arbitrio del volere di altri. Ci si appella ad una presunta volontà del malato che qui è solo riportata e quindi si conferisce potere di vita e di morte ad un tutore”.
Sorbi ha concluso affermando che in questo modo “si insinua il riconoscimento di volontà anticipate come elemento vincolante per il medico quando anche il Comitato Nazionale di Bioetica si è sempre espresso in modo negativo in merito a questo vincolo”.
Documenti
Quando la laicità si nutre di valori assoluti
Il Cardinale Segretario di Stato per i 60 anni della Costituzione italiana
CITTA' DEL VATICANO, giovedì, 10 luglio 2008 (ZENIT.org).- Per il sessantesimo della Costituzione italiana, il 10 luglio in Campidoglio si svolge un convegno al quale partecipano Mario Cutrufo, Vice Sindaco di Roma, Giulio Andreotti, Senatore a vita della Repubblica Italiana, Massimo D'Alema, già Presidente del Consiglio dei Ministri, e Gianni Alemanno, sindaco di Roma.
Pubblichiamo stralci dell'intervento del Cardinale Segretario di Stato, riportati da “L'Osservatore Romano”.
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di Tarcisio Bertone
La nostra epoca, quella della comunicazione virtuale, è segnata da un contesto culturale che sembra confinarci tutti in un eterno presente. Si vive immersi nel presente, come se il passato non esistesse e non dovessimo preoccuparci del futuro. Si avverte questo rischio nelle nuove generazioni che i sociologi definiscono «prive di memoria storica», ma da esso non è esente nemmeno un certo modo di concepire oggi la politica indipendente dall'esperienza delle passate generazioni.
In verità, come ricordava già Benedetto Croce e come insegna la millenaria tradizione dei nostri popoli, non è possibile costruire il futuro se non mantenendo viva, nella coscienza comunitaria, la memoria del passato che, in un certo modo, ha dato origine all'attuale presente. Se pertanto, come giusto, ci si domanda se e quanto attuale sia ancora la Costituzione nelle mutate circostanze contemporanee, occorre riandare al clima internazionale creatosi dopo il secondo conflitto mondiale, nel 1945. Bisogna tener conto di quanto abbiano pesato quegli eventi sui rappresentanti dei partiti politici dell'epoca nello scrivere la Costituzione.
Chi oggi pone attenzione a questa Carta non può non tener conto delle condizioni che a essa hanno dato vita. Ogni opera va vista nel suo contesto per essere compresa nel suo più autentico valore e significato. La Costituzione italiana non è stata il frutto di un «compromesso precario fra culture politicamente datate». Uno degli autorevoli costituenti, Piero Calamandrei, scrive che i principi della Carta costituzionale sono incisi non sulla sabbia, ma «sulla roccia di un patto giurato fra uomini liberi che volontari si adunarono per dignità, non per odio, decisi a riscattare la vergogna ed il terrore del mondo» (cfr Piero Calamandrei, Il Monumento a Kesserling, in Uomini e Città della resistenza, Milano 1994, pag. 198). È questo spirito, questa idealità che mi piace far risaltare, augurando che le giovani generazioni possano trarre da questa pagina di storia insegnamenti utili per costruire per l'Italia un futuro di giustizia e di pace, in un clima di vera libertà e di dialogo costruttivo.
Prendendo idealmente in mano la Costituzione, mi accingo ora a sottolinearne alcuni articoli, tenendo presente quanto dice l'eminente costituzionalista, Costantino Mortati, che cioè sono cinque i principi fondamentali che permettono di identificare la forma di Stato e le caratteristiche della democrazia dell'Italia secondo la sua Carta costituzionale: il principio democratico (articolo 1), il principio personalista (articoli 2 e 3), il principio lavorista (articoli 1, 4), il principio pluralista (articolo 2), il principio internazionalista e supernazionale (articoli 1 e 11). Principi tra loro inseparabili e interagenti in modo armonioso. Chiave di volta dell'intero impianto è senz'altro il principio personalista che, mutuato dalla cultura cattolica e democratica, «riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità» (articolo 2). La persona umana, nella sua concreta individualità sociale, viene riconosciuta come un valore originario per cui i suoi diritti fondamentali permangono in ogni situazione «inviolabili». L'articolo 3 della Costituzione afferma: «Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge, senza distinzioni di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali». Uguaglianza dunque per tutti nei diritti e nei doveri.
Strettamente legato alla dignità della persona è il riconoscimento della dignità del lavoro, che, nelle sue varie forme, contribuisce «al progresso materiale e spirituale della società». Furono i costituenti democristiani Amintore Fanfani, Aldo Moro ed Egidio Tosato a proporre l'emendamento trasformato nella definizione approvata dall'Assemblea: «L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro» (articolo 1). Il lavoro è un'attività che dà all'uomo il meraviglioso potere di partecipare all'opera creatrice di Dio e di portarla a compimento; il lavoro riveste un autentico valore umano di cui l'uomo moderno va sempre più prendendo coscienza. Questo principio, che nella sua formulazione riflette una radice cristiana, meriterebbe oggi di essere approfondito e applicato. È in gioco infatti la concezione dell'economia, le problematiche connesse con la giustizia occupazionale, l'affermazione della congruità sociale e la valenza umana del profitto economico. A questi punti si potrebbe aggiungere, seguendo gli insegnamenti dei Pontefici di questo nostro tempo e in particolare i recenti richiami di Benedetto xvi, una ulteriore riflessione sul rapporto esistente fra economia e finanza, fra regole del mercato e speculazione, fra la ricchezza di alcuni popoli e la povertà del terzo e quarto mondo, argomenti questi sui quali la dottrina sociale della Chiesa ha espresso con chiarezza orientamenti dottrinali e indicazioni operative.
Passo invece a un'altra osservazione: il principio personalista (articoli 2, 3), che è come l'asse portante dell'intera Costituzione italiana e considera la persona umana a fondamento della società, ha probabilmente come sua articolazione più importante il principio della laicità. Quanto approfondimento merita questo principio! Sarebbe una pretesa volerne esporre qui, in modo esauriente, gli aspetti che ricorrono costantemente nei dibattiti e nei confronti culturali e politici. In Francia hanno suscitato stupore e indignazione i discorsi del Presidente della Repubblica, Nicolas Sarkozy, l'uno pronunciato a Roma, nel Palazzo Apostolico Lateranense il 20 dicembre 2007, l'altro a Riyad, in Arabia Saudita, il 14 gennaio 2008. Ci sono elementi che fanno sperare in un'evoluzione di quella rigida laïcité che rese la Francia della terza Repubblica modello di comportamenti antireligiosi. Accanto al modello francese di laicità c'è quello anglosassone che mostra un altro approccio verso il dato religioso.
E in Italia? Va notato subito che da parte di non pochi pensatori viene espresso un concetto di laicità aperta al dialogo e al confronto costruttivo fra posizioni diverse. Non si può al tempo stesso non condividere quel che si constata talora nel dibattito culturale veicolato da taluni media, dove una laicità culturale definita per differenza e opposizione dal dato religioso (cristiano) viene assunta come modello di una laicità politica connotata dal criterio di esclusione (del religioso). Alla base sta l'assunzione scontata della secolarizzazione come privatizzazione della religione, che nel momento storico del suo ritorno a un protagonismo sociale e culturale viene accusata di invadere illegittimamente la sfera pubblica. Al confronto la più ampia e accreditata discussione del problema della laicità in ambito internazionale, continentale e americano, evidenzia i limiti di questo laicismo nostrano. In Italia insomma, almeno per alcuni, laicità significa rifiuto di riconoscere il rilievo sociale del fatto religioso.
Alcuni anni or sono, in un dialogo tra l'allora cardinale Ratzinger e il filosofo Jürgen Habermas, emerse che un'autentica democrazia laica permette alle istituzioni religiose di dare pubblicità ai loro messaggi per poter offrire ai cittadini materia di riflessione in maniera equanime. Impedire alle Chiese di esprimere la loro posizione su qualsiasi argomento è atto non di laicità, ma di ostracismo verso un sistema di valori soltanto perché questo non si muove nel quadro della cultura dominante. Lo sforzo di laicità riguarda allora chiunque è portatore di un forte sistema di valori, sia esso cattolico o appartenente ad altre culture e religioni, se è vero che il dialogo suppone lo sforzo di tradurre i propri valori nel «linguaggio universale» del confronto democratico. Nel dibattito attuale sulla laicità viene da taluni affermato il seguente postulato: non devono esistere valori assoluti perché l'esistenza di valori assoluti presupporrebbe automaticamente la mancanza di laicità. Habermas afferma invece che per salvarsi dal rischio del relativismo radicale e del totalitarismo ideologico, sono necessari principi assoluti secondo, dice lui, il criterio del «minimo comune etico». Il dibattito, come si vede, è aperto e va proseguito nel reciproco ascolto, rispettoso sempre delle posizioni di tutti. La Costituzione italiana è laica, ma non laicista. È interessante notare come in Italia si sia dovuto coniare questo binomio — laicità e laicismo — per distinguere la sana laicità da quella radicale e anticlericale.
Al tema della laicità è così intimamente connesso quello della libertà religiosa e in particolare quello delle relazioni tra lo Stato e la Chiesa cattolica che la Costituzione sancisce nell'articolo 7 facendo riferimento ai Patti Lateranensi, mentre nell'articolo 8 si parla del rapporto con le altre confessioni religiose. L'11 febbraio scorso, nell'anniversario della firma dei Patti del 1929, «L'Osservatore Romano» poneva in rapporto questo evento con quello della Costituzione italiana: eventi diversi temporalmente, che hanno prodotto testi normativi differenti per qualificazione giuridica, per finalità, per contenuti, ma tra i quali esiste una relazione strettissima, valutabile sotto un duplice profilo. Dal punto di vista storico, la conciliazione tra lo Stato e la Chiesa in Italia pose le premesse per un fattivo contributo dei cattolici alla nascita dello stato democratico.
L'impegno dei cattolici produsse infatti un progetto politico-istituzionale in gran parte passato nella Costituzione italiana del 1948. È fuor di dubbio che questa Carta costituzionale deve molto sui punti qualificanti alla cultura cattolica: la centralità della persona umana, la sua originaria dignità e i suoi diritti inalienabili, il rilievo delle formazioni sociali, la solidarietà, l'uguaglianza non soltanto formale bensì anche sostanziale, l'apertura internazionale, l'ideale della pace, la centralità della famiglia fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna, la finalizzazione del diritto di proprietà, le autonomie locali. Le garanzie di libertà per la Chiesa, offerte dai Patti Lateranensi, favorirono quel fermento culturale e spirituale che, tra l'altro, contribuì alla formazione di valide personalità della classe politica che avrebbe guidato la giovane democrazia, confluendo in formazioni partitiche.
Va poi evidenziata la relazione esistente tra il Concordato e la Costituzione dal punto di vista propriamente giuridico, grazie all'esplicito richiamo che dei Patti Lateranensi viene fatto nell'articolo 7 della Costituzione, articolo allora approvato a stragrande maggioranza con un voto trasversale dagli schieramenti dei partiti. Il fatto che la Carta fondamentale dello Stato italiano richiami i Patti è già di per sé rilevante perché da una parte contribuì a mantenere la pace religiosa nel nostro Paese e ancor più perché, si legge nel citato articolo del quotidiano della Santa Sede, «fu in qualche modo propedeutico alla affermazione dei principi di indipendenza e di sovranità dello Stato e della Chiesa, ciascuno nel proprio ordine, che apre l'articolo 7 della Costituzione e che costituisce uno dei pilastri su cui poggia il principio di laicità dello Stato. Uno Stato autenticamente laico, infatti, riconosce che la propria sovranità non si estende anche sul terreno spirituale e religioso. E viceversa».
L'Italia e la Chiesa cattolica sono vincolati da un rapporto singolare per il fatto che Roma è la capitale dello Stato e la sede del Papa Pastore universale del Popolo di Dio. La peculiarità delle reciproche relazioni si riflette nei due atti che compongono i Patti: il Trattato e il Concordato. Il primo, soprattutto con la creazione dello Stato della Città del Vaticano, garantisce alla Santa Sede, al Papa, indipendenza piena e libertà nello svolgimento della sua missione rivolta a tutto il mondo. Il Concordato invece regola la vita della Chiesa in Italia. Questo il senso del primo comma dell'articolo 2 dell'Accordo di Villa Madama del 18 febbraio del 1984. La Repubblica Italiana riconosce alla Chiesa cattolica la piena libertà di svolgere la propria missione pastorale, educativa, caritativa e di evangelizzazione in ogni campo sociale. In particolare riconosce a essa «il diritto di organizzazione, di pubblico esercizio del culto, di esercizio del magistero e del ministero spirituale».
L'esperienza di questi sessant'anni mostra che, grazie proprio ai Patti Lateranensi inseriti nella Carta costituzionale, è stata possibile una proficua collaborazione fra la Chiesa e lo Stato, in un clima di vera laicità, operando tutti con il medesimo scopo: promuovere l'autentico bene dell'Italia. La Chiesa cattolica — lo hanno ribadito in più occasioni i Pontefici e la Conferenza episcopale italiana — non chiede privilegi, ma solo di poter svolgere liberamente la propria missione pastorale e sociale.
ViviCentro (art. 19 e 21)
La libertà di stampa è una benedizione quando siamo inclini a scrivere contro gli altri, e una calamità quando ci troviamo ad essere sopraffatti dalla moltitudine dei nostri assalitori. (Samuel Johnson).
















