Home    Forum    Cerca    FAQ    Iscriviti    Login
Nuova Discussione  Rispondi alla Discussione  Ringrazia Per la Discussione Pagina 1 di 1
 
Il mondo visto da Roma - 13 luglio 2008
Autore Messaggio
Rispondi Citando  
Messaggio Il mondo visto da Roma - 13 luglio 2008 
 

I nostri FORUM - Image - ARCHIVIO "Indici"  Image  Image News con Video


Domenica, 13 Luglio : 2008

Il mondo visto da Roma


GIORNATA MONDIALE DELLA GIOVENTÙ
Accoglienza calorosa del Papa a Sydney
Il Papa rinnova l'impegno della Chiesa contro gli abusi sessuali
Il Papa ai giovani australiani: siate "strumenti di rinnovamento"
La GMG, un atto di fede, secondo il portavoce vaticano

ANALISI
La vita sotto tiro

INTERVISTE
Il pane della Parola e dell'Eucaristia

BIOETICA
La 194, una legge frutto della paura (II)

DOCUMENTI
Messaggio del Papa per la Giornata Missionaria Mondiale 2008
Messaggio del Papa al popolo australiano e ai giovani della GMG


Giornata Mondiale della Gioventù

Accoglienza calorosa del Papa a Sydney
Al termine del viaggio più lungo del suo pontificato

SYDNEY, domenica, 13 luglio 2008 (ZENIT.org).- Papa Benedetto XVI è atterrato questa domenica in Australia per unirsi ai pellegrini giunti a Sydney da tutto il mondo in occasione della Giornata Mondiale della Gioventù (GMG), in programma dal 15 al 20 luglio.

Il Boeing 777 dell’Alitalia con a bordo il Pontefice, 27 membri della delegazione pontificia, 43 giornalisti accreditati presso la Sala Stampa vaticana e 2 assistenti ha toccato terra quest'oggi alle 15 locali (le 7 in Italia) nell’aeroporto militare di Richmond a nord di Sydney.

Durante lo scalo tecnico a Darwin, per il rifornimento di carburante, secondo quanto riferito dall'agenzia Misna, Benedetto XVI ha ricevuto in dono dal Vescovo della città, monsignor Eugene Hurley, una copia della "Aboriginal Madonna", dipinto della Madonna venerato dalle popolazioni aborigene.

Si tratta della nona visita apostolica fuori dall'Italia di Benedetto XVI e della sua seconda GMG, dopo quella di Colonia, in Germania, nel 2005.

Dopo aver percorso in totale più di 16.000 km in quasi 20 ore di volo, il Papa ha ricevuto un’accoglienza festante dai tanti fedeli e curiosi che hanno affollato le zone limitrofe dell'aeroporto rigidamente sorvegliato dai militari.

Ad accoglierlo sulla pista di atterraggio, esponenti politici come il Primo Ministro australiano Kevin Rudd,  il Presidente del New South Wales, Morris Iemma, ma anche autorità religiose come il Cardinale George Pell, Arcivescovo di Sydney, l’Arcivescovo Philip Wilson, Presidente della Conferenza Episcopale Australiana, il Cardinale Stanislaw Rylko, Presidente del Pontificio Consiglio per i Laici e il Vescovo Anthony Fisher, Coordinatore della GMG.

Successivamente, il Pontefice si è trasferito al Kenthurst Study Centre, il Centro di ritiri e formazione dell’Opus Dei, sulle pendici delle Montagne Blu, all’estrema periferia nord-ovest di Sydney, dove dedicherà tre giorni al riposo e alla preghiera.

Mercoledì, 16 luglio, in serata il Papa giungerà alla Cathedral House di Sydney e a partire da giovedì avrà inizio la sua partecipazione alla GMG.

Al mattino il Papa sarà accolto al Government House dal governatore generale Jeffery e dal Primo Ministro Rudd, e pronuncerà il suo primo discorso pubblico, quindi si recherà al Mary MacKillop Memorial, dedicato alla prima beata australiana, beatificata da Giovanni Paolo II nel 1995, poi incontrerà ancora le autorità politiche.

Quindi nel pomeriggio l’atteso primo incontro con i giovani della GMG, che avverrà nel suggestivo scenario della Rose Bay, dove il Papa arriverà con un corteo di imbarcazioni a bordo della nave “Sydney 2000” per unirsi alla grande festa, accolto da un gruppo di giovani aborigeni.

La GMG culminerà con una Messa presieduta da Benedetto XVI nell’ippodromo di Randwick, domenica mattina 20 luglio, alle ore 10 locali (le 2 di notte in Italia), alla quale, secondo gli organizzatori, sono attese circa 500.000 persone.


Il Papa rinnova l'impegno della Chiesa contro gli abusi sessuali
Durante il volo che lo ha condotto in Australia

SYDNEY, domenica, 13 luglio 2008 (ZENIT.org).- Benedetto XVI ha rinnovato l'impegno della Chiesa nella prevenzione e nella condanna degli abusi sessuali da parte del clero nella conversazione avuta con i 43 giornalisti che lo accompagnavano sul volo verso l'Australia in occasione della Giornata Mondiale della Gioventù (GMG).

Il Papa ha anche annunciato che sensibilizzerà i giovani su una maggior responsabilità nei confronti della Creazione.

Si è trattato di un incontro di circa 20 minuti, durante il quale il Papa ha risposto a cinque domande. Nella prima risposta ha confidato le sue speranze sulla Giornata Mondiale della Gioventù, che avrà luogo dal 15 al 20 luglio, ricordando il tema dell'evento: “Avrete la forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi e mi sarete testimoni”.

Lo Spirito Santo, ha detto, rende i fedeli testimoni del Signore, e pertanto, ha auspicato che questo incontro possa convertirsi in uno stimolo per i giovani a vivere la fede in maniera adulta e responsabile verso la Creazione, la società e la vita in tutti i suoi aspetti.

Per questo moltivo, e in risposta alla domanda posta da un giornalista, il Papa ha detto che la formula della GMG, nata per iniziativa di Giovanni Paolo II, continua ad essere valida ancora oggi.

Secolarizzazione

La seconda domanda, posta in inglese da un giornalista del quotidiano "The Australian", riguardava il futuro della Chiesa in Australia, una delle società più secolarizzate al mondo.

“Sono decisamente ottimista”, ha confessato. “Ora, in questo momento storico, cominciamo a capire di aver bisogno di Dio”.

“L'Australia, nella sua configurazione storica, è parte del mondo occidentale”, ha ricordato il Papa. “L'Occidente, nei suoi ultimi 50 anni, ha vissuto grandi successi, e risultati economici e tecnologici. Però la religione è stata relegata”.

Questa crisi si riflette spesso nel pensiero della gente secondo cui “non abbiamo bisogno di Dio, non abbiamo bisogno di Dio per essere felici, non abbiamo bisogno di Dio per edificare un mondo migliore. Dio non è necessario”.

Tuttavia, ha assicurato, questa è una visione passeggera poiché “Dio è nei cuori degli esseri umani e non può mai scomparire”.

La gente si rende quindi conto di non poter incontrare la giustizia e la felicità abbandonando Dio, ha detto il Papa secondo la trascrizione delle sue parole offerta da "The Australian”.

Perciò, ha sottolineato, si tratta di trovare il modo di suscitare la fede, di farla comprende agli uomini di oggi, anche in una società secolarizzata come quella australiana.

Abusi sessuali

La terza domanda, posta da un altro giornalista australiano, riguardava la questione degli abui sessuali da parte dei membri del clero cattolico.

Nel rispondere il Papa ha ribadito che la Chiesa condanna in maniera assoluta questi abusi, ed ha sottolineato al riguardo l'impegno nella formazione dei sacerdoti così come il magistero della Chiesa al fine di evitare il ripetersi di questi atti criminali.

“Dobbiamo aiutare i sacerdoti a rimanere realmente vicini a Cristo, ad apprendere da Cristo”, ha detto. “Faremo tutto il possibile per rendere chiaro l'insegnamento della Chiesa”.

In particolare, ha assicurato, la Chiesa sarà più scrupolosa nella preparazione al sacerdozio dei seminaristi e nella “formazione permanente” dei sacerdoti.

“Faremo tutto il possibile per curare e cercare la riconciliazione con le vittime”. “Credo che questo sia il contesto essenziale” della richiesta di perdono da parte della Chiesa.

“E' essenziale per la Chiesa riconciliare, prevenire, aiutare”. “Dirò essenzialmente quanto ho già detto negli Stati Uniti”.

Cambiamenti climatici

Nel rispondere alla quarta domanda incentrata sulla questione dei cambiamenti climatici, il Papa ha assicurato che nel parlerà ai giovani, nella convinzione che sia necessario “risvegliare le coscienze” sull'importanza della salvaguardia del Creato.

“C'è una nostra responsabilità nei confronti del Creato – ha detto il Pontefice –: non ho la pretesa di intervenire su questioni tecniche e politiche, ma la Chiesa deve dare gli impulsi essenziali perché la politica sia capace di rispondere a questa grande sfida”.

“Dobbiamo riscoprire la nostra responsabilità – ha aggiunto –, trovare la capacità etica per uno stile di vita, necessario se vogliamo cambiare e risolvere e trovare soluzioni positive”.

“Dobbiamo risvegliare le coscienze, vedere il grande contesto – ha osservato – ma le risposte le devono trovare la politica e gli specialisti”.
Comunione Anglicana

La quinta e ultima domanda riguardava invece la Comunione Anglicana e la prossima Conferenza di Lambeth, che si svolge ogni dieci anni ed è in programma dal 16 luglio al 4 agosto prossimi.

In particolare, è intervenuto sulla questione dell'ordinazione episcopale femminile, dopo che il Sinodo generale della Chiesa d'Inghilterra, celebrato a York dal 4 all'8 luglio, si era espresso favorevolmente al riguardo.

A questo proposito, il Santo Padre ha detto di essere “vicino” ai Vescovi anglicani con la preghiera e di auspicare che possano essere evitate “nuove fratture” e scismi, dopo il rifiuto di questa decisione da parte di alcune comunità più tradizionali.

“Il mio essenziale contributo – ha detto il Papa – può essere solo la preghiera, e la mia preghiera sarà molto vicina ai Vescovi anglicani che si riuniscono”.

“Noi non possiamo e non dobbiamo – ha aggiunto – intervenire immediatamente nelle loro discussioni, rispettiamo la loro responsabilità”.

“Il desiderio è che possano evitare nuove fratture e si trovi la soluzione nella responsabilità davanti al nostro tempo e al Vangelo. Le due cose devono andare assieme”.

“Il cristianesimo contemporaneo deve rendere presente tutto il messaggio di Cristo e dare il proprio contributo essendo fedele a questo messaggio”.

“Speriamo – ha detto ancora il Papa – che trovino insieme la strada per rendere presente il vangelo nel nostro tempo, questo è il mio augurio per la comunione anglicana”.

[Con il contributo di Karna Swanson]


Il Papa ai giovani australiani: siate "strumenti di rinnovamento"
In un video-messaggio in occasione della GMG di Sydney

SYDNEY, domenica, 13 luglio 2008 (ZENIT.org).- In un video-messaggio al popolo australiano e ai partecipanti alla Giornata Mondiale della Gioventù (GMG), il Papa ha espresso l'auspicio che i giovani possano trarre dall'incontro nuova linfa per essere nuovi evangelizzatori.

E' questo in sintesi il messaggio che anima il viaggio di Benedetto XVI in terra australiana, giunto questa domenica per prendere parte alla festa di fede con i giovani che ha come tema: "Avrete forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi e mi sarete testimoni" (At 1,8).

Di fronte a un mondo che non ha ancora conosciuto o riconosciuto “la verità salvatrice che sola può soddisfare le attese più profonde dei loro cuori”, ha detto all'inizio il Papa, “i giovani sono chiamati ad essere strumenti di questo rinnovamento”.

I giovani, ha continuato il Papa, sono infatti chiamati a contagiare i loro coetanei con “la gioia che hanno sperimentato nel conoscere e nel seguire Cristo, [...] in modo che anch’essi siano colmi di speranza e di gratitudine per tutto il bene che hanno ricevuto da Dio, nostro Padre celeste”.

Infatti, ha riconosciuto, “molti giovani oggi mancano di speranza. Rimangono perplessi di fronte alle domande che si presentano loro in modo sempre più incalzante in un mondo che li confonde, e sono spesso incerti verso dove rivolgersi per trovare risposte”.

“Sono sfidati dagli argomenti di coloro che negano l’esistenza di Dio e si domandano come rispondervi. Vedono i grandi danni recati all’ambiente naturale dall’avidità umana e lottano per trovare modi per vivere in maggiore armonia con la natura e con gli altri”.

“Lo Spirito ci orienta verso la via che conduce alla vita, all’amore e alla verità. Lo Spirito ci orienta verso Gesù Cristo”, ha quindi assicurato.

“In lui troviamo le risposte che cerchiamo, troviamo le mete per le quali vale veramente la pena di vivere, troviamo la forza per continuare il cammino con cui far nascere un mondo migliore”, ha poi continuato.

“La mia preghiera – ha poi concluso – è che i cuori dei giovani che si riuniscono a Sydney per la celebrazione della Giornata Mondiale della Gioventù trovino veramente riposo nel Signore e possano essere colmati di gioia e di fervore per diffondere la Buona Novella fra i loro amici, le loro famiglie e tutti coloro che incontrano”.

In Asutralia, i cattolici (la rappresentanza cristiana più numerosa) costituiscono il 27,6% della popolazione composta da 20.700.000 abitanti.


La GMG, un atto di fede, secondo il portavoce vaticano
Dichiarazioni di padre Federico Lombardi, S.I.

CITTA' DEL VATICANO, domenica, 13 luglio 2008 (ZENIT.org).- La Giornata Mondiale della Gioventù, che si celebra dal 15 al 20 luglio in Australia, è un atto di fede del Papa, dell'arcidiocesi di Sydney e delle diocesi di tutto il mondo, afferma il portavoce vaticano.

Pade Federico Lombardi S.I., Direttore della Sala Stampa della Santa Sede, che accompagna Benedetto XVI in questo viaggio apostolico, afferma che con l'arrivo del Papa e dei pellegrini "il volto della metropoli australiana si trasforma per diventare per una settimana la capitale mondiale della gioventù, cattolica, ma non solo".

La GMG 2008 sarà il più grande evento che l'Asutralia abbia mai ospitato. Accoglierà più di 125.000 persone provenienti da tutto il mondo, un numero di visitatori maggiore rispetto alle Olimpiadi del 2000.

"E' stato un atto di fede e di coraggio del card. Pell e della Chiesa australiana invitare a Sydney i giovani del mondo – ha detto il sacerdote –. E' stato un atto di fede e di coraggio del Papa accettare".

"E' un atto di fede e di coraggio delle Chiese locali mandare i loro giovani, nella misura delle loro possibilità, nonostante i costi e le fatiche di un lungo viaggio".

"Ma nessun luogo nella Chiesa è distante. Lo Spirito conduce i discepoli ad annunciare il Vangelo fino ai confini della terra. E ogni luogo della terra è il centro quando vi si celebra l'Eucarestia", ha affermato il portavoce vaticano nell'editoriale di "Octava Dies", il settimale del Centro Televisivo Vaticano, di cui è anche Direttore.

"Moltissimi giovani, se non saranno presenti fisicamente a Sydney lo saranno 'virtualmente', in collegamento telematico, moltissimi soprattutto – ciò che più conta –, lo saranno spiritualmente, uniti nella preghiera".

"I giovani delle passate GMG oggi sono adulti e sanno quanto è stata preziosa nella loro vita l'esperienza fatta – ha concluso il gesuita –. I giovani di oggi, adulti domani, sapranno che anche Sydney è vicina, e che la speranza e l'amore nel futuro della Chiesa e dell'umanità intera dipende anche da loro".


Analisi

La vita sotto tiro
Continuano le pressioni per il suicidio assistito

di Padre John Flynn, LC

ROMA, domenica, 13 luglio 2008 (ZENIT.org).- I fautori del suicidio assistito continuano a fare pressioni in molti Paesi per perorare la loro causa. In Germania, un ex senatore di Amburgo, Roger Kusch, ha pubblicato un video in cui aiuta una donna a commettere suicidio, secondo la Reuters del 1° luglio.

Nel video si vedrebbe Kusch dare istruzioni a Bettina Schardt su come preparare un cocktail letale di farmaci, in grado di ucciderla. Schardt, 79 anni, non soffriva di alcuna malattia grave. Prima di aiutarla a morire, Kusch ha filmato 9 ore di conversazione con la Schardt che affermava di temere l’idea di essere portata in un ospizio.

L’iniziativa di Kusch ha riscosso condanne generalizzate, secondo un articolo pubblicato il 1° luglio sul sito di Spiegel Online. Jörg-Dietrich Hoppe, presidente dell’Associazione dei medici tedeschi, ha definito la vicenda “orrenda e profondamente sconcertante”. Il Ministro della salute tedesco, Ulla Schmidt, ha detto: “rifiuto categoricamente questo modo di procedere”.

Kusch ha detto che Schardt si era messa in contatto con lui dopo aver visto sul giornale la sua presentazione di una “macchina per il suicidio” che i pazienti avrebbero potuto utilizzare per autoiniettarsi una soluzione letale.

Il mese prima, in Inghilterra, il tema del suicidio assistito era tornato sotto i riflettori grazie alla vicenda di una donna affetta da sclerosi multipla che ha portato il suo caso davanti all’alta Corte, secondo la BBC dell’11 giugno.

La donna, Debbie Purdy, ha in programma di recarsi in Svizzera, dove il suicidio assistito è legale. Il suo ricorso riguarda invece il futuro del marito Omar, che teoricamente, al suo rientro dalla Svizzera, potrebbe essere incriminato per averla aiutata a commettere suicidio.

Purdy si è quindi appellata all’alta Corte per chiedere al Procuratore generale di chiarire l’interpretazione della legge.

Cresce la pressione

Commentando il caso nell’edizione dell’8 luglio del Sunday Telegraph, Alasdair Palmer ha detto di simpatizzare con Debbie Purdy, in quanto anche lui affetto da sclerosi multipla.

L’azione legale, se dovesse essere accolta, costituirebbe il primo passo verso il riconoscimento giuridico del suicidio assistito, ha avvertito Palmer.

Un esplicito “diritto a morire” cambierebbe notevolmente il contesto delle questioni di vita e di morte, aumentando di molto il rischio di sentirsi indotti a porre fine alla propria vita.

Melanie McDonagh, scrivendo sul Telegraph del 13 giugno, ha detto che ciò di cui persone come Purdy in realtà hanno bisogno è una maggiore attenzione medica e di maggiore assistenza per aiutare il marito a gestire la situazione. La dignità in questi casi consiste nell’aiutare le persone a vivere al meglio e non a commettere suicidio, secondo McDonagh.

Alcuni dei rischi connessi con il suicidio assistito sono stati evidenziati in un recente caso a Sydney, in Australia. Un giudice ha condannato Shirley Justins e Caren Jenning per l’uccisione del partner riconosciuto della Justins, Graeme Wylie, secondo il quotidiano The Australian del 20 giugno.

La condanna è stata un duro colpo per il movimento pro-eutanasia, secondo l’articolo. Justins e Jenning sono membri dell’organizzazione Exit International, diretta dal dr. Phillip Nitschke, che svolge campagne in favore dell’eutanasia.

Durante un processo, la Justins ha ammesso di aver aiutato Wylie a commettere suicidio fornendogli il Nembutal, che Jenning ha confessato di aver portato in Australia. Il procuratore, Mark Tedeschi, ha detto che Justins era preoccupata soprattutto di tutelare il suo futuro economico.

Una settimana prima della sua morte, Wylie aveva infatti modificato il suo testamento, lasciando quasi tutto il suo patrimonio immobiliare di 2,4 milioni di dollari australiani (1,4 milioni di euro) a Justins.

Un rapporto del Senato

Il dibattito sul suicidio assistito è destinato a proseguire in Australia, dove è stata presentata al Senato federale una proposta presentata per abolire le restrizioni vigenti. Nel 1996, il Northern Territory ha approvato una legge con cui è stato legalizzato il suicidio assistito.

Ma, sia il Northern Territory che l’Australian Capital Territory, dove è sita la capitale Canberra, non godono di un’autonomia legislativa piena. Pertanto, poco dopo la legalizzazione, le autorità federali hanno abrogato la legge.

Qualche mese fa, Bob Brown, senatore del partito dei verdi, ha presentato un disegno di legge diretto ad abrogare la legge che attualmente vieta ai due territori di legalizzare il suicidio assistito.

Nell’ambito di un’indagine del Senato sul tema proposto dal disegno di legge si è verificata una forte contrapposizione fra i senatori, secondo il quotidiano Age del 27 giugno.

Il primo ministro Kevin Rudd aveva reso nota la sua opposizione alla legalizzazione del suicidio assistito. Tuttavia, questa posizione potrebbe risultare minoritaria, avendo, il partito laburista di governo, bisogno del sostegno del partito dei verdi per poter approvare le sue leggi in Senato.

Falsa compassione

Una carta che spesso viene giocata dai fautori del suicidio assistito è quello della compassione per i malati terminali. Così è stato anche per il caso di Chantel Sébire, una donna di 52 anni, che ha fatto ricorso in Francia per ottenere l’aiuto dei medici a morire, secondo la BBC del 17 marzo.

Soffriva di un tumore incurabile che le aveva pesantemente sfigurato il volto, ma le era stato negato il “diritto a morire”. Secondo la BBC, il suo caso ha innescato un ampio dibattito e molta simpatia.

Bruce Crumley, commentando questo caso in un articolo pubblicato il 1° aprile sul sito Internet di Time magazine, ha osservato che la situazione di Sébire ha indotto a riesaminare la normativa francese che vieta l’eutanasia attiva.

Tuttavia, secondo Crumley, il dibattito non ha tenuto conto di un aspetto fondamentale: per quasi mezzo decennio, Sébire ha costantemente rifiutato le cure per la sua malattia, prima che questa arrivasse alla sua fase terminale che l’ha poi indotta a voler morire.

I medici hanno spiegato a Crumley che il suo tumore poteva essere asportato chirurgicamente, con buone probabilità di successo. Tuttavia, Sébire ha rifiutato sia le proposte di intervento chirurgico, sia le cure palliative.

Axel Kahn, medico e membro del Comitato consultivo nazionale di bioetica francese, ha riferito al Time che le reazioni dell’opinione pubblica al caso di Sébire sono state “compassionevoli e sentite”. Kahn ha lamentato che troppo spesso su queste questioni la reazione emotiva ha la meglio su un’analisi razionale.

Margaret Somerville, direttrice del Center for Medicine, Ethics and Law presso la McGill University, ha sottolineato, in un articolo apparso il 27 giugno sull’Ottawa Citizen, la difficoltà di contrastare l’opinione generale in favore del suicidio assistito.

Somerville ha raccontato di aver introdotto il tema dell’eutanasia ai suoi studenti di legge della McGill University, lo scorso semestre. Alla fine del corso, tuttavia, le è sembrato che gli studenti non avessero colto i problemi insiti nella questione dell’eutanasia.

Individualismo

Dopo aver ascoltato gli studenti e riflettuto sull’argomento, Somerville è arrivata alla conclusione che uno dei principali problemi nel difendere le tesi contrarie all’eutanasia e al suicidio assistito è dato dal profondo individualismo su cui poggia una cultura fortemente secolarizzata.

Secondo uno degli studenti di Somerville, i diritti individuali sono considerati prioritari nella società contemporanea e pertanto va conferita ad essi la stessa priorità anche nelle questioni relative alla morte.

Somerville ha precisato che per trattare questi argomenti è necessario evitare impostazioni fondate sulla religione e usare solo argomenti laici. Tuttavia, sebbene il ragionamento non religioso sia del tutto solido e fondato, esso risulta perdente rispetto all’impatto emotivo che scaturisce dalla drammaticità che emana dai malati terminali.

Benedetto XVI, nel suo discorso rivolto ai partecipanti al congresso “Accanto al malato inguaribile e al morente: orientamenti etici ed operativi”, organizzato dalla Pontificia Accademia per la vita, ha parlato delle problematiche etiche che sorgono in questo contesto.

Non solo i credenti, ma l’intera società sono tenuti al rispetto della vita e della dignità di coloro che si trovano in fase terminale o sono gravemente malati, ha affermato.

Il Papa ha anche esortato ad assistere le famiglie che sono messe alla prova dalla malattia di un parente, soprattutto se grave e prolungata.

“Un più grande rispetto della vita umana individuale passa inevitabilmente attraverso la solidarietà concreta di tutti e di ciascuno, costituendo una delle sfide più urgenti del nostro tempo”, ha aggiunto il Pontefice. Una solidarietà che certamente non consiste nel dare la morte a persone che invece hanno bisogno del nostro aiuto.


Interviste

Il pane della Parola e dell'Eucaristia
Intervista a monsignor Nicola Bux

di Miriam Díez i Bosch

 
BARI, domenica, 13 luglio 2008 (ZENIT.org).- Il Sinodo sulla Parola potrà servire tra le altre cose, a chiarire cosa si intende per “unità del pane della Parola e dell’Eucaristia”, una espressione facilmente comprensibile da un teologo ma che può confondere i fedeli.

È uno dei commenti del teologo Nicola Bux, consultore della Congregazione per la Dottrina della Fede e per la Causa dei Santi e professore di Ecumenismo presso l’Istituto di Teologia di Bari.

Il teologo, che scrive abitualmente su questioni dottrinali per l’agenzia Fides, ricorda a ZENIT che quando parliamo delle Scritture è importante ricordare che il testo ha bisogno delle immagini e che le immagini devono essere insegnate maggiormente anche nelle catechesi.

Cosa si aspetta come teologo da questo Sinodo dei Vescovi incentrato sulla Parola di Dio?

Mons. Bux: Faccio un esempio. Nei Lineamenta del prossimo Sinodo pubblicati lo scorso anno si parla dell'unità del pane della Parola e dell'Eucaristia. Questa espressione che un teologo e un fedele ben preparato capisce, in realtà risulta incomprensibile ai più e tende a confondere.

Sappiamo che l'Antico Testamento dice che l'uomo deve nutrirsi della parola che esce dalla bocca del Signore, ma da quando questa parola è diventata carne nella persona divino-umana di Gesù tutto è cambiato: non esistono due parole e due nutrimenti, ma uno soltanto: la carne e il sangue di Gesù Cristo.

I padri dicevano che egli è verbum brevissimum. Altrettanto dicasi per l'espressione “due mense della parola e dell'eucaristia”, che poi in altri testi diventa “un'unica mensa”.

Nel nostro tempo i messaggi devono essere più che mai semplici, non ambigui e incomprensibili. Il cattolico deve sapere che la parola di Dio udita quando si legge la Scrittura è come il pregustare i preparativi di un pranzo, se poi non seguisse il pasto tutto resterebbe sospeso. Per questo ci nutriamo della Parola fatta carne che è il Signore. Senza il sacramento, la Parola non diventa solida ma resta aeriforme o liquida. Si può applicare a tale impostazione l'espressione di pensiero debole o liquido.

Dunque, personalmente auspico che il Sinodo dissipi tali ambiguità per il bene della verità cattolica.

I fedeli conoscono molto di più la Bibbia rispetto a 40 anni fa ma i testi sono ancora sconosciuti. Cosa si può fare, a livello di formazione teologica, per avvicinare ancora di più il testo sacro?

Mons. Bux: Si fa già molto, ma spesso vivisezionando i testi e ingenerando nelle persone l'idea che in fin dei conti siano uguali a qualsiasi altro testo storico o letterario. Provi a domandare chi ne sia l'autore: difficilmente sentirà rispondere: Dio. O, cosa sia l'ispirazione.

Poi, nella civiltà delle immagini e dei dvd si legge sempre di meno: bisognerebbe tornare a raccordare il testo con l'immagine sia nella catechesi che nella liturgia.

Le immagini infatti raccontano e sintetizzano le persone sacre e sante della storia della salvezza. Ma oggi in Occidente i fedeli, sull'esempio del prete, non degnano di uno sguardo le immagini in chiesa a partire dalla croce, anche perchè spesso sono brutte e collocate male.

Bisogna educare all'immagine onde far nascere il desiderio di accostarsi alla Scrittura. Il Compendio del Catechismo della Chiesa cattolica è esemplare in tal senso.

Quale è la sfida più grande di questo Sinodo, che ha anche un risvolto ecumenico?

Mons. Bux: Un mio amico sacerdote, che è teologo, matematico ed esperto in ermeneutica, mi fece notare che dinanzi alla secolarizzazione esterna e al relativismo teologico interno, in sostanza all'"ateismo dilagante" un po' dappertutto, nella Chiesa postconciliare sia mancato l'impegno per elaborare una metodologia integrale per lo studio della Sacra Scrittura.

Si è cominciato con il rifiuto assoluto dei metodi "moderni" ai tempi di S. Pio X (in base ad analisi, che oggi si dovrebbero riconoscere essenzialmente profetiche di ciò che avrebbe comportato lo studio della Scrittura "etsi Deus non daretur").

Poi, sotto Pio XII, l'apertura ("Divino afflante Spiritu") continua e si rafforza molto, successivamente. Ma non c'è stata alcuna integrazione tra l'insistenza sulle verità di fede, che si ritengono basate sulla Scrittura (nella Tradizione) e le metodologie "atee" (che escludono in partenza il soprannaturale).

Solo che, ogni volta che lo studio, diciamo storico-critico, rischia di oltrepassare i limiti fissati dalla fede, c'è il richiamo alla fedeltà. Ma si tratta di imporre limiti estrinseci, sottraendoci all'elaborazione di una metodologia integrale giusta e adatta all'oggetto.

Esempio: si potrebbe anche leggere un libro di testo di fisica nucleare con il metodo fatto per lo studio delle belle lettres, e qualche cosa se ne ricaverebbe, ma non è assolutamente il metodo adatto all'oggetto, nel caso. Così, si arriva, per es., pure al ripristino della "doppia verità", ad uno Schillebeeckx, che dice che crede nella concezione verginale di Gesù perchè lo insegna la Chiesa, ma che non la può ricavare dalla Scrittura (dove sarebbe solo dovuto ad un genere letterario o ad un intento teologico-pedagogico, e così via).

Schillebeeckx è stato pubblicamente richiamato, ma più o meno è proprio così che si insegna, effettivamente, nei seminari e nelle Facoltà di teologia circa tutto quanto di soprannaturale ci viene riferito nella Scrittura.

Ecco, ammettiamo e facciamo il massimo uso dei metodi di per sè "atei", ma sappiamo inquadrarlo in una metodologia integrale propria!

Se i cristiani d'Oriente e d'Occidente convergessero su questo...

Non potrebbe ad alcuni sembrare contraddittorio ribadire l'importanza delle Scritture e allo stesso tempo mettere in atto il "Summorum Pontificum" dove la Sacra Scrittura non ha il posto che il Concilio Vaticano II le ha assegnato?

Mons. Bux: Si sostiene che il rito postconciliare sia più ricco di letture, di preghiere eucaristiche, mentre il messale di Pio V è povero, poco accurato. E' una tesi anacronistica perché non tiene conto della distanza di quattro secoli; sarebbe come accusare analogamente i sacramentari anteriori di alcuni secoli a quello di Pio V.

Inoltre si dimentica che le pericopi di questo messale si sono formate sulla base degli antichi capitolari con epistole, come il Liber comitis di san Girolamo datato al 471 o con pericopi evangeliche; una tradizione comune all'Oriente, come attesta ancora oggi la liturgia bizantina.

E poi, l'attenzione dei fedeli dura più a lungo e trattiene di più se la lettura è breve. Un po' come nella liturgia delle Ore. Dunque non v'è nessuna contraddizione.


Bioetica

La 194, una legge frutto della paura (II)
ROMA, domenica, 13 luglio 2008 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito per la rubrica di Bioetica la seconda parte dell'intervento di Carlo Casini, già magistrato di Cassazione e membro del Comitato Nazionale per la Bioetica. Casini è inoltre Presidente del Movimento per la Vita italiano, membro della Pontificia Accademia per la Vita e docente presso l'Ateneo Pontificio "Regina Apostolorum" di Roma.

* * *

Il referendum radicale promosso nel 1975

Quando si parla di referendum sull’aborto, tutti pensano alla consultazione popolare del 1981, che vide contrapposte la posizione radicale e quella del Movimento per la vita. Ma l’aborto è stato oggetto di altre due richieste di referendum, entrambe proposte dal partito radicale. Per la prima la raccolta di firme fu avviata subito dopo la scoperta della clinica clandestina di Firenze ed ha avuto un' enorme importanza in ordine alla approvazione della legge 194. La terza, di contenuto identico a quella in precedenza promossa contro la legge 194 nel 1980 che dette luogo al referendum effettuato nel 1981, è stato dichiarata inammissibile dalla Corte Costituzionale con sentenza n. 35 del 10 febbraio 1997. La prima richiesta di referendum è invece, quella che attaccava le norme del codice penale con cui veniva punito l’aborto.

Per comprendere l’influenza, sostanzialmente ricattatoria, esercitata sul legislatore, bisogna ricordare che nel 1974, l’anno che precedette quello dei fatti di Firenze, si era svolto il referendum sul divorzio, anch’esso ispirato dai radicali, che aveva registrato la sconfitta delle forze cattoliche, particolarmente della Democrazia Cristiana, la quale ne aveva subito negativi rimbalzi politici, tanto che nelle elezioni politiche del 1975, per la prima volta nella storia, era stata scavalcata dal Partito Comunista. Perciò nell’area più sensibile alla difesa del diritto alla vita, la maggioranza temeva grandemente l’esecuzione di un nuovo referendum. La parola d’ordine era che bisognava evitare in tutti i modi quella consultazione popolare. L’unica possibilità era quella di approvare una legge che andasse nella direzione delle proposte referendarie, anche a costo di travolgere i limiti definiti dalla Corte Costituzionale. Si aggiunga che anche il Partito Comunista non voleva quel referendum. Era l’epoca della solidarietà nazionale, dell’alleanza, prima prospettata, poi realizzata, tra Democrazia Cristiana e Partito Comunista (luglio 1976 – luglio 1979). Era logico immaginare che il referendum avrebbe scavato un solco contrario al progetto e all’alleanza in corso. La scelta politica, dunque, fu di evitarlo ad ogni costo. Anche a costo di approvare una legge squilibrata.

Il tutto va collocato nel clima terroristico dell’epoca. Non sarebbe stata la consultazione popolare, con la sua accensione degli animi e le sue contraddizioni aspre, il brodo di cultura adatto al prosperare del terrorismo? Per rivivere un po’ il clima dell’epoca basti ricordare qualche episodio. Nel febbraio 1972 fu ucciso il Commissario Calabresi, nel 1976 fu la volta del giudice Occorsio, nel 1977 di Casalegno, nel 1978 dei giudici Palma e Tartaglione e del sindacalista Rossa. I nomi di queste vittime sono scelti tra innumerevoli altre. L’acme della violenza fu raggiunto con il sequestro di Aldo Moro, l’assassinio della sua scorta, la sua uccisione. Di nuovo la soluzione più opportuna pareva a molti quella di evitare il referendum. Ad ogni costo. In effetti, anche per evitarlo, rinviandolo intanto, nel 1776 furono sciolte anticipatamente le Camere. Non potendosi effettuare un referendum nell’anno delle elezioni politiche generali, né in quello immediatamente successivo, la consultazione venne indetta per il 15 giugno 1978. Se questa data viene accostata a quella del 22 maggio 1978, giorno in cui fu pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale la legge n. 194, si capisce bene che tale legge fu approvata proprio in extremis, forzando la chiusura di estenuanti decisioni e piegando, - con la forza dell’argomento referendario - le resistenze di chi la riteneva ingiusta. Nel suo intervento alla Camera del 5 maggio 1978, per esempio, l’on. Bettiza del Partito liberale affermò che lo svolgimento del referendum radicale avrebbe favorito i disegni eversivi del terrorismo a causa delle contrapposizioni e agitazioni che si sarebbero determinate nel Paese.

Non mancò la promessa di una futura più serena revisione della legge, una volta superata la spada di Damocle del referendum. Tra tutte le citazioni possibili riportiamo quella di Giovanni Berlinguer, particolarmente autorevole, perché era relatore di maggioranza. Nel suo intervento conclusivo, immediatamente prima del voto finale, egli disse: “sarebbe assai utile e opportuno un impegno di tutti i gruppi promotori a riesaminare, dopo un congruo periodo di applicazione, le esperienze positive e negative di questa legge […] Dovremmo riesaminare le esperienze pratiche, le acquisizioni scientifiche e giuridiche e assicurare da parte di tutti i gruppi parlamentari l’impegno di introdurre nella legge le necessarie modifiche […] Ciò può garantire che vi sia, successivamente all’approvazione della legge, un lavoro comune sia nell’applicazione che nella revisione del testo. Dobbiamo ripartire continuamente dall’idea che il problema, per la sua complessità e delicatezza, richiede da parte di ciascuno di noi un alto senso di responsabilità, ed anche una profonda capacità di rivedere ciascuno, alla luce delle esperienze, idee e concetti che sembrano ora acquisiti e quasi cristallizzati”.

Tra l’altro, il neonato Movimento per la Vita aveva tentato di offrire una via legislativa capace di evitare il referendum con indicazioni ben più equilibrate e giuste di quelle contenute nella legge 194. Tra l’8 dicembre 1977 e il 20 gennaio 1978 furono raccolte ben 1.089.000 sottoscrizioni, tutte legalizzate, a sostegno di una proposta di legge di iniziativa popolare. Negli atti dei lavori preparatori della legge 194 vi è traccia ripetuta di questa iniziativa. Dicono i senatori: è una proposta che contiene buoni suggerimenti, ma è troppo tardi, stralciamola, la esamineremo dopo. La promessa non è stata mantenuta.

Il voto del Senato del 7 giugno 1977

Quando il referendum radicale non era ancora incombente, il Parlamento ebbe un brusco scossone, che sembrò arrestare la corsa verso la legge. Il 7 giugno 1977 su una mozione pregiudiziale di incostituzionalità, il Senato, sia pure con un solo voto di maggioranza, disse che “sì”, la proposta di legge di legalizzazione dell’aborto contrastava con la Costituzione. Secondo il regolamento, l’iter legislativo avrebbe dovuto chiudersi e non avrebbe potuto riprendere daccapo il suo cammino se non dopo una sospensione di sei mesi. Ma fu trovato un escamotage e, invece, i lavori ripresero subito. Quel che merita ricordo, peraltro, non è tanto questa probabile forzatura regolamentare, ma il modo in cui si tentò di superare altre possibili eccezioni di costituzionalità. Fu presentato il vecchio testo già giunto al voto del Senato, con tre sole modifiche. Nel titolo fu aggiunta la “tutela sociale della maternità” (ma il titolo – è noto – non conta nulla); l’art. 15 relativo alla funzione dei Consultori fu spostato nell’art. 2 (per dare l’impressione – si disse – che la prima preoccupazione era quella della prevenzione); all’art. 4 l’espressione “l’aborto è consentito …” fu sostituita con “La donna che accusi circostante per la quali la prosecuzione della gravidanza …” I proponenti dissero che stonavano le parole “è consentito”, perché lo Stato non può esprimere consenso all’aborto, ma la volontà normativa rimase esattamente la stessa.

In sostanza il contenuto permissivo del testo rimase intatto, ma fu coperto con un’operazione verbale di pura immagine, che, purtroppo, svolse, ha svolto e svolge ancora oggi, una funzione sostanzialmente ingannatoria nei confronti del lettore superficiale, il quale, leggendo nel titolo “Tutela della maternità” è portato a credere – contrariamente alla verità – che l’intento della legge sia quello di proteggere in qualche modo la vita e non quello di riconoscere alle donne la facoltà di abortire senza troppe restrizioni, se non di carattere formale.

L’assassinio di Aldo Moro (9 maggio 1978)

E’ chiaro che l’uccisione spietata del Presidente della DC a conclusione di un lungo sequestro carico di tensione, emozioni e ricatti, tanto da determinare le dimissioni del Ministro dell’Interno, Francesco Cossiga, il giorno in cui il cadavere fu trovato in via Caetani, cancellò ogni capacità di impedire o modificare la legge 194, che di fatto fu approvata dal Senato appena 9 giorni dopo (18 maggio) e pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale il 22 maggio. E’ il segno, in certo senso misterioso, di una stagione di turbolenza e di violenza. Di certo, si può dire che, almeno in parte, la legge 194 fu frutto anche di paure, ricatti e inganni. L’urgenza di evitare il referendum risultò ancora più forte e comunque la preoccupazione di difendere la vita nascente fu rimossa dall’angoscia del momento perché si temevano nuove più gravi violenze rivoluzionarie. A chi ancora tentava di ricordare la gravità della legalizzazione dell’aborto si rispondeva: “maiora premunt”.

Una propaganda violenta e bugiarda

Per arrivare alla legge, si era già cominciato, qualche anno prima, a gridare sulle piazze: «l'utero è mio e ne faccio quello che voglio io». In realtà non tanto l'utero, strillava il veterofemminismo, ma il suo contenuto - il figlio da poco concepito che i radicali chiamavano «un grumo di sangue» come si diceva nell'antichità - era dichiarato proprietà privata di colei che lo portava in grembo.

Per rafforzare le loro affermazioni, gli abortisti dissero che il Codice penale del 1931 (il Codice Rocco dal nome del ministro che lo aveva curato), pubblicato in epoca fascista, era un codice razzista, perché aveva collocato l'aborto fra i reati «contro l'integrità e la sanità della stirpe» e non contro la persona. Era effettivamente una collocazione giuridica poco felice, ma la critica abortista era menzognera e per diversi motivi. Innanzitutto, perché «stirpe» non vuol dire razza, ma serie di generazioni (che veniva interrotta con l'aborto) e poi perché la «Carta della razza» venne promulgata in Italia nel 1938 a imitazione della legislazione nazista e perché il Codice del '31 aveva preso di peso, tali e quali, quegli articoli, dal precedente Codice Zanardelli del 1889, senza nemmeno cambiarne una virgola. I tempi sono cambiati, la cultura, la sensibilità, il pensiero giuridico sono cambiati. Non si tratta di difendere il vecchio codice penale. Si tratta soltanto di registrare l' efficacia di una campagna fondata su affermazioni false. Tanto poco le norme in vigore erano fasciste che anche tutte le altre nazioni dell' Europa occidentale avevano legislazioni del tutto simili a quella italiana.

La legge 194 nacque, però, anche sull'onda di una falsificazione e manipolazione di dati statistici. Si diceva che in Italia ogni anno morivano, per le conseguenze degli aborti, da 20 a 25mila donne: un autentico ginocidio, strage di donne. In realtà le donne in età fertile che morivano ogni anno per qualsiasi causa (incidenti, malattie, delitti, suicidi…) non superavano le 13mila… Basta consultare il compendio statistico italiano del 1974, l' anno in cui cominciò a diventare accesa la campagna pro-aborto. Nell' intero anno morirono 9914 donne tra i 14 e i 44 anni e solo 409 per cause legate alla maternità, alla gravidanza e al parto, non tutte, ovviamente, causate dall' aborto clandestino.

Si sosteneva anche che il numero degli aborti era di 800mila (pari a quello delle nascite di allora), numero attribuito al ministero della Sanità; anzi di 1.250.000 (attribuito all'Università di Pavia); anzi di due o tre milioni (congresso di Bologna del 1968 della Società italiana di ostetricia e ginecologia); anzi di quattro milioni (attribuito all'Oms). Nessuno di questi enti, in realtà, aveva mai formulato né fornito questi dati, che erano del tutto immaginari.

Questi numeri, tuttavia, furono acriticamente accettati dai giornali, dalle relazioni ai disegni di legge, dai partiti ("Corriere della Sera" del 19/09/76: da 1,5 a 3 milioni di aborti clandestini l' anno; "Il Giorno" del 7/09/72: Da 3 a 4 milioni). Nessuno provò a fare qualche calcolo elementare. Se fossero stati quattro milioni, ciò avrebbe significato che tutte, ma proprio tutte le donne in età fertile avrebbero dovuto praticare nel corso della loro vita fertile (circa 30-35 anni) ben undici aborti volontari. Più quelli eventuali spontanei e i parti. Per 1,2 milioni di aborti annui gli aborti sarebbero stati 3,2 per donna; per 800mila, 2,1 aborti. Sennonché, mentre prima delle legge 194 gli aborti (sempre clandestini) erano, secondo le stime più serie, centomila l'anno o poco più, ma più probabilmente di meno, come risulta da uno studio del Professor Bernardo Colombo, ordinario di statistica all' Università di Padova ("La diffusione degli aborti in Italia" edizioni “Vita e pensiero”, 1977), in regime di legalità le “interruzioni volontarie di gravidanza” legali sono arrivate al massimo annuo, nel 1982, di circa 230mila e meno male che sembrano diminuite. Nonostante il clima descritto, il giorno dell'approvazione definitiva della legge in Senato, l' allora ministro della Giustizia (di un governo che si era dichiarato «neutrale» in materia), sintetizzò tutta la vicenda con parole non sincere. Disse un' altra cosa non vera, che, cioé, «gli stessi promotori della legge avevano seccamente smentito la tesi, aberrante sul piano costituzionale, civile e morale, secondo la quale l'aborto costituirebbe contenuto e oggetto di un diritto di libertà». Erano anni che Radicali e veterofemministe reclamavano su tutte le piazze il diritto di aborto e, dal 1978, sono trent'anni che si continua a parlare del «sacrosanto diritto delle donne di abortire».

Per chiunque volesse approfondire il tema si consiglia la lettura del libro di Carlo Casini: "A trent'anni dalla Legge 194 sull'interruzione volontaria di gravidanza" (edizione Cantagalli, 158 pagine, 7,50 Euro).

[La prima parte di questo intervento è stata pubblicata il 6 luglio]

  





ViviCentro (art. 19 e 21)

La libertà di stampa è una benedizione quando siamo inclini a scrivere contro gli altri, e una calamità quando ci troviamo ad essere sopraffatti dalla moltitudine dei nostri assalitori. (Samuel Johnson).
Offline Profilo Invia Messaggio Privato HomePage
Download Messaggio Torna in cima Vai a fondo pagina
Rispondi Citando  
Messaggio Re: Il mondo visto da Roma - 13 luglio 2008 
 

I nostri FORUM - Image - ARCHIVIO "Indici"  Image  Image News con Video


Domenica, 13 Luglio : 2008

Documenti

Messaggio del Papa per la Giornata Missionaria Mondiale 2008
"Servi e apostoli di Cristo Gesù"

CITTA' DEL VATICANO, domenica, 13 luglio 2008 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito il testo del messaggio di Benedetto XVI per la 82a Giornata Missionaria Mondiale, che quest’anno si celebra domenica 19 ottobre sul tema: "Servi e apostoli di Cristo Gesù".


* * *

Cari fratelli e sorelle,

in occasione della Giornata Missionaria Mondiale, vorrei invitarvi a riflettere sull’urgenza che permane di annunciare il Vangelo anche in questo nostro tempo. Il mandato missionario continua ad essere una priorità assoluta per tutti i battezzati, chiamati ad essere "servi e apostoli di Cristo Gesù" in questo inizio di millennio. Il mio venerato Predecessore, il Servo di Dio Paolo VI, affermava già nell’Esortazione apostolica Evangelii nuntiandi che "evangelizzare è la grazia, la vocazione propria della Chiesa, la sua identità più profonda" (n. 14). Come modello di questo impegno apostolico, mi piace indicare particolarmente san Paolo, l’Apostolo delle genti, poiché quest’anno celebriamo uno speciale giubileo a lui dedicato. È l’Anno Paolino, che ci offre l’opportunità di familiarizzare con questo insigne Apostolo, che ebbe la vocazione di proclamare il Vangelo ai Gentili, secondo quanto il Signore gli aveva preannunciato: "Va’, perché io ti manderò lontano, tra i pagani" (At 22,21). Come non cogliere l’opportunità offerta da questo speciale giubileo alle Chiese locali, alle comunità cristiane e ai singoli fedeli, per propagare fino agli estremi confini del mondo l’annuncio del Vangelo, potenza di Dio per la salvezza di chiunque crede (Rm 1,16)?

1. L’umanità ha bisogno di liberazione

L’umanità ha bisogno di essere liberata e redenta. La creazione stessa - dice san Paolo – soffre e nutre la speranza di entrare nella libertà dei figli di Dio (cfr Rm 8,19-22). Queste parole sono vere anche nel mondo di oggi. La creazione soffre. L’umanità soffre ed attende la vera libertà, attende un mondo diverso, migliore; attende la "redenzione". E in fondo sa che questo mondo nuovo aspettato suppone un uomo nuovo, suppone dei "figli di Dio". Vediamo più da vicino la situazione del mondo di oggi. Il panorama internazionale, se da una parte presenta prospettive di promettente sviluppo economico e sociale, dall’altra offre alla nostra attenzione alcune forti preoccupazioni per quanto concerne il futuro stesso dell’uomo. La violenza, in non pochi casi, segna le relazioni tra gli individui e i popoli; la povertà opprime milioni di abitanti; le discriminazioni e talora persino le persecuzioni per motivi razziali, culturali e religiosi, spingono tante persone a fuggire dai loro Paesi per cercare altrove rifugio e protezione; il progresso tecnologico, quando non è finalizzato alla dignità e al bene dell’uomo né ordinato ad uno sviluppo solidale, perde la sua potenzialità di fattore di speranza e rischia anzi di acuire squilibri e ingiustizie già esistenti. Esiste inoltre una costante minaccia per quanto riguarda il rapporto uomo-ambiente dovuto all’uso indiscriminato delle risorse, con ripercussioni sulla stessa salute fisica e mentale dell’essere umano. Il futuro dell’uomo è poi posto a rischio dagli attentati alla sua vita, attentati che assumono varie forme e modalità.

Dinanzi a questo scenario "sentiamo il peso dell’inquietudine, tormentati tra la speranza e l'angoscia" (Cost. Gaudium et spes, 4) e preoccupati ci chiediamo : che ne sarà dell’umanità e del creato? C’è speranza per il futuro, o meglio, c’è un futuro per l’umanità? E come sarà questo futuro? La risposta a questi interrogativi viene a noi credenti dal Vangelo. È Cristo il nostro futuro e, come ho scritto nella Lettera enciclica Spe salvi, il suo Vangelo è comunicazione che "cambia la vita", dona la speranza, spalanca la porta oscura del tempo e illumina il futuro dell’umanità e dell’universo (cfr n. 2).

San Paolo aveva ben compreso che solo in Cristo l’umanità può trovare redenzione e speranza. Perciò avvertiva impellente e urgente la missione di "annunciare la promessa della vita in Cristo Gesù" (2 Tm 1,1), "nostra speranza" (1 Tm 1,1), perché tutte le genti potessero partecipare alla stessa eredità ed essere partecipi della promessa per mezzo del Vangelo (cfr Ef 3,6). Era cosciente che priva di Cristo, l’umanità è "senza speranza e senza Dio nel mondo (Ef 2,12) – senza speranza perché senza Dio" (Spe salvi, 3). In effetti, "chi non conosce Dio, pur potendo avere molteplici speranze, in fondo è senza speranza, senza la grande speranza che sorregge tutta la vita (Ef 2,12)" (ivi, 27).

2. La Missione è questione di amore

È dunque un dovere impellente per tutti annunciare Cristo e il suo messaggio salvifico. "Guai a me – affermava san Paolo – se non predicassi il Vangelo!" (1 Cor 9,16). Sulla via di Damasco egli aveva sperimentato e compreso che la redenzione e la missione sono opera di Dio e del suo amore. L’amore di Cristo lo portò a percorrere le strade dell’Impero Romano come araldo, apostolo, banditore, maestro del Vangelo, del quale si proclamava "ambasciatore in catene" (Ef 6,20). La carità divina lo rese "tutto a tutti, per salvare ad ogni costo qualcuno" (1 Cor 9,22). Guardando all’esperienza di san Paolo, comprendiamo che l’attività missionaria è risposta all’amore con cui Dio ci ama. Il suo amore ci redime e ci sprona verso la missio ad gentes; è l’energia spirituale capace di far crescere nella famiglia umana l’armonia, la giustizia, la comunione tra le persone, le razze e i popoli, a cui tutti aspirano (cfr Enc. Deus caritas est, 12). È pertanto Dio, che è Amore, a condurre la Chiesa verso le frontiere dell’umanità e a chiamare gli evangelizzatori ad abbeverarsi "a quella prima originaria sorgente che è Gesù Cristo, dal cui cuore trafitto scaturisce l'amore di Dio" (Deus caritas est, 7). Solo da questa fonte si possono attingere l’attenzione, la tenerezza, la compassione, l’accoglienza, la disponibilità, l’interessamento ai problemi della gente, e quelle altre virtù necessarie ai messaggeri del Vangelo per lasciare tutto e dedicarsi completamente e incondizionatamente a spargere nel mondo il profumo della carità di Cristo.

3. Evangelizzare sempre

Mentre resta necessaria e urgente la prima evangelizzazione in non poche regioni del mondo, scarsità di clero e mancanza di vocazioni affliggono oggi varie Diocesi ed Istituti di vita consacrata. È importante ribadire che, pur in presenza di crescenti difficoltà, il mandato di Cristo di evangelizzare tutte le genti resta una priorità. Nessuna ragione può giustificarne un rallentamento o una stasi, poiché "il mandato di evangelizzare tutti gli uomini costituisce la vita e la missione essenziale della Chiesa" (Paolo VI, Esort. ap. Evangelii nuntiandi, 14). Missione che "è ancora agli inizi e noi dobbiamo impegnarci con tutte le forze al suo servizio" (Giovanni Paolo II, Enc. Redemptoris missio, 1). Come non pensare qui al Macedone che, apparso in sogno a Paolo, gridava: "Passa in Macedonia e aiutaci"? Oggi sono innumerevoli coloro che attendono l’annuncio del Vangelo, coloro che sono assetati di speranza e di amore. Quanti si lasciano interpellare a fondo da questa richiesta di aiuto che si leva dall’umanità, lasciano tutto per Cristo e trasmettono agli uomini la fede e l’amore per Lui! (cfr Spe salvi, 8).

4. Guai a me se non evangelizzo (1 Cor 9,16)

Cari fratelli e sorelle, "duc in altum"! Prendiamo il largo nel vasto mare del mondo e, seguendo l’invito di Gesù, gettiamo senza paura le reti, fiduciosi nel suo costante aiuto. Ci ricorda san Paolo che non è un vanto predicare il Vangelo (cfr 1 Cor 9,16), ma un compito e una gioia. Cari fratelli Vescovi, seguendo l’esempio di Paolo ognuno si senta "prigioniero di Cristo per i gentili" (Ef 3,1), sapendo di poter contare nelle difficoltà e nelle prove sulla forza che ci viene da Lui. Il Vescovo è consacrato non soltanto per la sua diocesi, ma per la salvezza di tutto il mondo (cfr Enc. Redemptoris missio, 63). Come l’apostolo Paolo, è chiamato a protendersi verso i lontani che non conoscono ancora Cristo, o non ne hanno ancora sperimentato l’amore liberante; suo impegno è rendere missionaria tutta la comunità diocesana, contribuendo volentieri, secondo le possibilità, ad inviare presbiteri e laici ad altre Chiese per il servizio di evangelizzazione. La missio ad gentes diventa così il principio unificante e convergente dell’intera sua attività pastorale e caritativa.

Voi, cari presbiteri, primi collaboratori dei Vescovi, siate generosi pastori ed entusiasti evangelizzatori! Non pochi di voi, in questi decenni, si sono recati nei territori di missione a seguito dell’Enciclica Fidei donum, di cui abbiamo da poco commemorato il 50° anniversario, e con la quale il mio venerato Predecessore, il Servo di Dio Pio XII, dette impulso alla cooperazione tra le Chiese. Confido che non venga meno questa tensione missionaria nelle Chiese locali, nonostante la scarsità di clero che affligge non poche di esse.

E voi, cari religiosi e religiose, segnati per vocazione da una forte connotazione missionaria, portate l’annuncio del Vangelo a tutti, specialmente ai lontani, mediante una testimonianza coerente di Cristo e una radicale sequela del suo Vangelo.

Alla diffusione del Vangelo siete chiamati a prendere parte, in maniera sempre più rilevante tutti voi, cari fedeli laici, che operate nei diversi ambiti della società. Si apre così davanti a voi un areopago complesso e multiforme da evangelizzare: il mondo. Testimoniate con la vostra vita che i cristiani "appartengono ad una società nuova, verso la quale si trovano in cammino e che, nel loro pellegrinaggio, viene anticipata" (Spe salvi, 4).

5. Conclusione

Cari fratelli e sorelle, la celebrazione della Giornata Missionaria Mondiale vi incoraggi tutti a prendere rinnovata consapevolezza dell’urgente necessità di annunciare il Vangelo. Non posso non rilevare con vivo apprezzamento il contributo delle Pontificie Opere Missionarie all’azione evangelizzatrice della Chiesa. Le ringrazio per il sostegno che offrono a tutte le Comunità, specialmente a quelle giovani. Esse sono strumento valido per animare e formare missionariamente il Popolo di Dio e alimentano la comunione di persone e di beni tra le varie parti del Corpo mistico di Cristo. La colletta, che nella Giornata Missionaria Mondiale viene fatta in tutte le parrocchie, sia segno di comunione e di sollecitudine vicendevole tra le Chiese. Si intensifichi, infine, sempre più nel popolo cristiano la preghiera, indispensabile mezzo spirituale per diffondere fra tutti popoli la luce di Cristo, "luce per antonomasia" che illumina "le tenebre della storia" (Spe salvi, 49). Mentre affido al Signore il lavoro apostolico dei missionari, delle Chiese sparse nel mondo e dei fedeli impegnati in varie attività missionarie, invocando l’intercessione dell’apostolo Paolo e di Maria Santissima, "la vivente Arca dell’Alleanza", Stella dell’evangelizzazione e della speranza, imparto a tutti l’Apostolica Benedizione.

Dal Vaticano, 11 maggio 2008

BENEDICTUS PP.XVI

[© Copyright 2008 - Libreria Editrice Vaticana]


Messaggio del Papa al popolo australiano e ai giovani della GMG
CITTA' DEL VATICANO, domenica, 13 luglio 2008 (ZENIT.org).- Nell’imminenza del viaggio apostolico a Sydney in occasione della 23ª Giornata Mondiale della Gioventù (GMG), Benedetto XVI ha inviato al popolo australiano ed ai giovani che parteciperanno alla GMG il seguente messaggio.


* * *

Per l’amato popolo dell’Australia
e per i giovani pellegrini che prendono parte
alla Giornata Mondiale della Gioventù 2008

"Avrete forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi e mi sarete testimoni" (At 1,8)

La grazia e la pace di Dio nostro Padre e del Signore Gesù Cristo sia con tutti voi! Fra pochi giorni inizierò la mia visita apostolica al vostro Paese, per celebrare la 23a Giornata Mondiale della Gioventù a Sydney. Guardo con grande attesa ai giorni che passerò con voi, specialmente alle occasioni di pregare e riflettere con giovani di tutte le parti del mondo.

Anzitutto, desidero esprimere il mio apprezzamento per tutti coloro che hanno offerto tanto del loro tempo, delle loro risorse e delle loro preghiere per rendere possibile questa celebrazione. Il Governo australiano e il Governo provinciale del New South Wales, gli organizzatori di tutti gli eventi, i membri della comunità degli operatori economici che si sono offerti come sponsor – tutti voi avete sostenuto generosamente questo evento, e a nome di tutti i giovani che prenderanno parte alla Giornata Mondiale della Gioventù io ve ne ringrazio sinceramente. Molti dei giovani hanno fatto grandi sacrifici per poter intraprendere il viaggio verso l’Australia, ed io prego che vengano largamente ricompensati. Le parrocchie, le scuole e le famiglie ospitanti sono state molto generose nell’accogliere questi giovani visitatori, anch’esse meritano la nostra gratitudine e il nostro apprezzamento.

"Avrete forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi e mi sarete testimoni" (At 1,8). Questo è il tema della 23a Giornata Mondiale della Gioventù. Quanto ha bisogno il nostro mondo di una nuova effusione dello Spirito Santo! Molti non hanno ancora ascoltato la Buona Novella di Gesù Cristo; molti altri, per diverse ragioni, non hanno riconosciuto in questa Buona Novella la verità salvatrice che sola può soddisfare le attese più profonde dei loro cuori. Il Salmista prega: "Quando mandi il tuo Spirito, sono creati, e rinnovi la faccia della terra" (Sal 104, 30). E’ mia ferma convinzione che i giovani sono chiamati ad essere strumenti di questo rinnovamento, comunicando ai loro coetanei la gioia che hanno sperimentato nel conoscere e nel seguire Cristo, e condividendo con gli altri l’amore che lo Spirito riversa nei loro cuori, in modo che anch’essi siano colmi di speranza e di gratitudine per tutto il bene che hanno ricevuto da Dio, nostro Padre celeste.

Molti giovani oggi mancano di speranza. Rimangono perplessi di fronte alle domande che si presentano loro in modo sempre più incalzante in un mondo che li confonde, e sono spesso incerti verso dove rivolgersi per trovare risposte. Vedono la povertà e l’ingiustizia e desiderano trovare soluzioni. Sono sfidati dagli argomenti di coloro che negano l’esistenza di Dio e si domandano come rispondervi. Vedono i grandi danni recati all’ambiente naturale dall’avidità umana e lottano per trovare modi per vivere in maggiore armonia con la natura e con gli altri.

Dove possiamo cercare risposte? Lo Spirito ci orienta verso la via che conduce alla vita, all’amore e alla verità. Lo Spirito ci orienta verso Gesù Cristo. Vi è un detto attribuito a Sant’Agostino: "Se vuoi rimanere giovane, cerca Cristo". In lui troviamo le risposte che cerchiamo, troviamo le mete per le quali vale veramente la pena di vivere, troviamo la forza per continuare il cammino con cui far nascere un mondo migliore. I nostri cuori non trovano riposo finché non riposino nel Signore, come dice Sant’Agostino all’inizio delle "Confessioni", il famoso racconto della sua gioventù. La mia preghiera è che i cuori dei giovani che si riuniscono a Sydney per la celebrazione della Giornata Mondiale della Gioventù trovino veramente riposo nel Signore e possano essere colmati di gioia e di fervore per diffondere la Buona Novella fra i loro amici, le loro famiglie e tutti coloro che incontrano.

Cari amici australiani, benché io potrò passare solo pochi giorni nel vostro Paese, e non potrò viaggiare al di fuori di Sydney, il mio cuore vi raggiunge tutti, compresi coloro che sono malati o in difficoltà di qualsiasi genere. A nome di tutti i giovani, vi ringrazio di nuovo per il vostro sostegno alla mia missione e vi chiedo di continuare a pregare soprattutto per loro. Concludo rinnovando il mio invito ai giovani di tutto il mondo di raggiungermi in Australia, la grande "terra meridionale dello Spirito Santo". Mi auguro di vedervi là! Dio vi benedica tutti.

Dal Vaticano, 4 luglio 2008

BENEDICTUS PP. XVI

[TRADUZIONE DI LAVORO DAL TESTO ORIGINALE IN INGLESE]

  





ViviCentro (art. 19 e 21)

La libertà di stampa è una benedizione quando siamo inclini a scrivere contro gli altri, e una calamità quando ci troviamo ad essere sopraffatti dalla moltitudine dei nostri assalitori. (Samuel Johnson).
Offline Profilo Invia Messaggio Privato HomePage
Download Messaggio Torna in cima Vai a fondo pagina
Mostra prima i messaggi di:
Nuova Discussione  Rispondi alla Discussione  Ringrazia Per la Discussione  Pagina 1 di 1
 

Online in questo argomento: 0 Registrati, 0 Nascosti e 0 Ospiti
Utenti Registrati: Nessuno


 
Lista Permessi
Non puoi inserire nuovi Argomenti
Non puoi rispondere ai Messaggi
Non puoi modificare i tuoi Messaggi
Non puoi cancellare i tuoi Messaggi
Non puoi votare nei Sondaggi
Non puoi allegare files in questo forum
Non puoi scaricare gli allegati in questo forum
Puoi inserire eventi calendario in questo forum