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Martedì, 14 Ottobre : 2008
Il mondo visto da Roma
SANTA SEDE
L'integrazione dei migranti passa attraverso i giovani
La causa di beatificazione di Wojtyla procede senza accelerazioni
“Un fuoco che infiamma dell’amore per Cristo e la Chiesa”
SINODO SULLA PAROLA DI DIO
Benedetto XVI chiede di superare il dualismo tra esegesi e teologia
In Iraq vivere la Parola costa la vita, denuncia il Patriarca
Gli statunitensi sono i più grandi lettori della Bibbia
Il Cardinal Bertone cerca di far scoprire la Bibbia ai giovani
Sei temi centrali del Sinodo sulla Parola
NOTIZIE DAL MONDO
Un milione di bambini di tutto il mondo prega per la pace
ITALIA
Fondazione Azione cattolica scuola di santità - Pio XI
Convegno internazionale a 30 anni dall'elezione di Giovanni Paolo II
Santa Sede
L'integrazione dei migranti passa attraverso i giovani
Afferma mons. Marchetto alla Fondazione Konrad Adenauer a Bruxelles
di Roberta Sciamplicotti
BRUXELLES, martedì, 14 ottobre 2008 (ZENIT.org).- I giovani migranti “dovrebbero prender parte nella progettazione delle politiche sull’emigrazione” perché sono proprio loro che “stanno orientando diversamente la coscienza comune, da una percezione negativa dell’emigrazione a una positiva”.
L'Arcivescovo Agostino Marchetto, Segretario del Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti, lo ha affermato questo martedì a Bruxelles in una Conferenza organizzata dalla Fondazione Konrad Adenauer (Konrad-Adenauer-Stiftung).
Intervenendo sul tema “L’integrazione dei giovani da situazioni d’emigrazione: motivazioni cristiane e contributo delle Chiese”, il presule ha osservato che i giovani migranti devono giocare un ruolo più significativo nelle politiche sociali perché “sono proprio essi che stanno creando un mondo più sicuro, accogliente e multiculturale, nonostante tutto”.
Secondo le stime ufficiali, ha ricordato, un terzo dei migranti su scala mondiale ha un’età media compresa tra i 15 e i 25 anni. Ad essi si aggiungono i figli di emigrati di prima generazione, ricongiunti alla famiglia d’origine o nati nel Paese di immigrazione, o che comunque vi hanno compiuto il ciclo della scolarizzazione.
Le seconde generazioni e i giovani appartenenti a minoranze etniche, sostiene l'Arcivescovo, costituiscono un “gruppo soggetto a un forte rischio di doppia marginalizzazione, sia in quanto giovani che si trovano a sperimentare, al pari dei loro coetanei autoctoni, i problemi e le difficoltà legate allo studio e al primo accesso al mondo del lavoro, sia in quanto membri di minoranze più o meno escluse e stigmatizzate”.
In un contesto migratorio, le domande esistenziali sembrano acuirsi, “facendo sorgere in termini nuovi il problema dell’auto-identificazione, espresso pure negli interrogativi sul senso della vita, sulla giustizia sociale, sulla salvaguardia del creato e sul rapporto con Dio”.
In questa chiave, secondo l'Arcivescovo la migrazione “può essere definita altresì come un’esperienza 'spirituale', nel senso che induce più facilmente a porsi questioni fondamentali e a cercare di scandagliare il mistero della vita”.
“Proprio in questi frangenti, allora, la religione svolge un ruolo cruciale per la costruzione dell’identità, nella ricerca di significati e nella formazione ai valori, soprattutto nei giovani con esperienze migratorie”.
Il ruolo delle Chiese, sottolinea monsignor Marchetto, è rilevante “su un duplice versante: quello della salvaguardia dell’identità culturale e quello dell’integrazione nel nuovo contesto”. I due aspetti, ha constatato, si intrecciano, perché “molti giovani immigrati di fatto diventano cittadini di una nuova patria, in cui hanno scelto di riporre le speranze di una vita migliore, proprio grazie alle risorse che anche l’adesione religiosa ha fornito loro”.
A suo avviso, il miglior contributo che la Chiesa può dare al giorno d'oggi sulla questione è lo sforzo di creare “una solida e feconda cultura del dialogo, a livello ecumenico, inter-religioso e inter-culturale”.
Allo stesso modo, deve promuovere un'attenzione costante per la centralità della persona e la difesa dei diritti dell'uomo, perché l’integrazione “è innanzitutto una questione di relazioni tra persone di diverse appartenenze e identità, che condividono però lo stesso spazio fisico, sociale, amministrativo e politico”.
“Non sono dunque alla fine le diverse culture che si incontrano o si scontrano, ma le persone che ne sono portatrici”.
Il presule ha anche auspicato una maggiore attenzione da parte dei mezzi di comunicazione sociale nei confronti dei giovani con esperienze migratorie, nati in un Paese straniero da genitori immigrati o che vi sono giunti quando erano molto piccoli.
Se in genere “riescono a vivere in armonia, o quasi, con due culture senza contrasti drammatici, senza sentirsi intimamente divisi”, questa “non è conquista facile”, ha ammesso, e non di rado i giovani di seconda generazione “non si sentono del tutto integrati come i loro coetanei nativi”.
Secondo il presule, “sono almeno tre le ragioni principali che suscitano sentimenti di preoccupazione e persino di allarme” nei confronti dei migranti: “la paura di ricevere flussi caotici di migranti, una percezione negativa della presenza di ghetti nelle città e la rivalità sul mercato del lavoro”.
“Tutto questo conferma che l’unica via all’integrazione è il coinvolgimento sia degli immigrati che della società civile in tale processo”, obiettivo che si è posto il Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti, in sinergia con le Commissioni per la pastorale migratoria delle Conferenze Episcopali di tutto il mondo.
“Ci si può chiedere se sia possibile elaborare una nuova via all’integrazione, non come soluzione studiata a tavolino, ma come sperimentazione di un processo di coesione e partecipazione, partendo anche da una grande risorsa come quella rappresentata dai giovani migranti di seconda generazione”, ha proposto.
Ciò, tuttavia, sarà possibile solo nella misura in cui si saprà diffondere “la consapevolezza che la presenza dei migranti non è passeggera, ma strutturale e che essa è una grande risorsa per il cammino dell’umanità”.
La causa di beatificazione di Wojtyla procede senza accelerazioni
Ha detto il Postulatore, monsignor Slawomir Oder
di Mirko Testa
ROMA, martedì, 14 ottobre 2008 (ZENIT.org).- La causa di beatificazione e canonizzazione di Giovanni Paolo II procede in modo rigoroso secondo il tradizionale iter del processo canonico, ha affermato questo lunedì il suo Postulatore, monsignor Slawomir Oder.
La dichiarazione è stata fatta a margine della presentazione del volume “Giovanni Paolo II, parroco di Roma” di Angelo Zema pubblicato dalla Lateran University Press e presentato presso la Pontificia Università Lateranense.
“Come è noto – ha detto il sacerdote polacco –, dal 2 aprile 2007 è iniziato il cammino del processo presso la Congregazione delle Cause dei Santi. In questo momento siamo nella fase della complessiva elaborazione della Positio super virtutibus. Questa fase processuale lascia spazio ad eventuali ulteriori approfondimenti”.
Le tappe che scandiscono una causa di beatificazione sono due: quella diocesana e quella romana. La prima riguarda l'inchiesta che il Vescovo competente istruisce per raccogliere tutti gli scritti del Servo di Dio e tutte le testimonianze e i documenti relativi alla sua vita, alle sue attività e virtù (teologali e cardinali) o al martirio.
Mentre la seconda si svolge presso la Congregazione delle Cause dei Santi, dove gli atti di inchiesta vengono vagliati in via conclusiva ed esaminati con un meticoloso lavoro di profilo scientifico per accertare l'eroicità delle virtù, il martirio e i presunti miracoli.
Una volta giunti a Roma gli atti del processo realizzato dalla diocesi, il Postulatore e i suoi collaboratori – sotto la direzione di un Relatore, che in questo caso è il padre domenicano Daniel Ols – si incaricano di redigere e di stampare la Positio, che comprende i volumi con le prove testimoniali e documentali e tutti gli atti giuridici, gli studi e i sommari.
La Positio verrà poi sottoposta all'esame di otto consultori teologici, insieme con il Promotore generale della Fede, incarico questo ricoperto da monsignor Sandro Corradini. Il risultato del lavoro dei consultori passerà poi al vaglio, insieme con la Positio, dei Cardinali e dei Vescovi scelti dalla Congregazione delle Cause dei Santi.
Soltanto una volta superate con voto favorevole tutte queste fasi, il Papa potrà esprimere il proprio giudizio sulla Positio, e ordinare la promulgazione del decreto sulle virtù in grado eroico di Giovanni Paolo II, proclamandolo “Venerabile”.
Sebbene il riconoscimento di un miracolo (avvenuto solo post mortem, mai in vita) possa spianare la strada alla beatificazione – la prassi in uso dal 1975 deroga rispetto ai due miracoli previsti dal Codice di Diritto canonico del 1917 – non può tuttavia supplire a un eventuale difetto di prove sull'eroicità delle virtù.
Riguardo l'approvazione di un miracolo dovuto all'intercessione di Giovanni Paolo II, in passato monsignor Oder ha indicato il caso di suor Marie Simon-Pierre, della Congregazione delle Piccole Suore delle maternità cattoliche, che il 2 giugno 2005, vicino a Aix-en-Provence, è guarita improvvisamente dal morbo di Parkinson.
Nel marzo scorso monsignor Oder ha consegnato una stesura semi-definitiva della Positio di circa 2 mila pagine.
“Nel mio lavoro – ha detto questo lunedì monsignor Oder – ho tenuto sempre ben presenti le parole che ho sentito personalmente da Papa Benedetto XVI, che tante volte ha dimostrato pubblicamente il suo vivo interesse per la causa: 'Fate presto, ma bene, in modo ineccepibile!'”.
“Le parole del Pontefice rimangono in vigore anche in questo momento processuale e riguardano tutte le persone coinvolte”, ha aggiunto il Postulatore che non si è sbilanciato in previsioni sulla possibile data della beatificazione.
“Questo fatto – ha proseguito –, da una parte mi lascia molto sereno perché consapevole che il lavoro svolto fino ad oggi è stato condotto in aderenza alle parole del Papa, dall’altra parte mi impone fiduciosa, paziente attesa perché anche l’attuale fase si svolga con la serietà e rigorosità proprie di questo tipo di procedimenti canonici”.
La causa di beatificazione e canonizzazione di Giovanni Paolo II ha avuto la dispensa da parte di Benedetto XVI del tempo di cinque anni di attesa dopo la morte prescritti dal Diritto canonico.
“Un fuoco che infiamma dell’amore per Cristo e la Chiesa”
Inaugurato il nuovo anno accademico della Gregoriana
di Marco Cardinali
ROMA, martedì, 14 ottobre 2008 (ZENIT.org).- Nel pomeriggio di lunedì 13 ottobre si è solennemente inaugurato il nuovo anno accademico della Pontificia Università Gregoriana. La cerimonia si è svolta, secondo una consolidata tradizione, nella suggestiva cornice barocca della Chiesa di Sant’Ignazio a Roma, con una Messa votiva allo Spirito Santo.
A presiedere la celebrazione è stato il Magnifico Rettore della Gregoriana, il gesuita padre Gianfranco Ghirlanda, che nella chiesa gremita di professori, e studenti provenienti da ogni parte del mondo, ha dichiarato formalmente aperto il 458° anno accademico dalla fondazione del Collegio Romano, diventato poi Università Gregoriana, avvenuta ad opera di Sant’Ignazio di Loyola, Fondatore della Compagnia di Gesù.
Era presente un folto numero di membri del Corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede e il Quirinale, e le autorità religiose, fra le quali: monsignor Luis Francisco Ladaria Ferrer, S.J., nuovo Segretario della Congregazione per la Dottrina della fede ed ex professore di Teologia dogmatica alla Gregoriana; monsignor Antonio Maria Vegliò, Segretario della Congregazione per le Chiese Orientali, e il padre Joseph Daoust, S.J., Delegato per le Case Romane del Preposito Generale della Compagnia di Gesù. Tra le molte autorità civili, il Presidente della Corte Costituzionale, Franco Bile; il Presidente Emilio Colombo e il Prefetto di Roma, Carlo Mosca.
Dopo il canto del Veni Creator il Magnifico Rettore ha tenuto la sua prolusione, indicando i punti salienti del percorso dell'Università fino a questo momento e le strade da percorrere per il futuro.
Ha ricordato tre avvenimenti fondamentali che hanno segnato la vita universitaria nello scorso anno accademico: la celebrazione della 35a Congregazione Generale della Compagnia di Gesù; l’elezione, il 19 gennaio, di padre Adolfo Nicolás, S.J., a 39° Preposito Generale della Compagnia di Gesù, che ipso iure è divenuto Vice Gran Cancelliere dell’Università; la visita dello stesso P. Nicolás nella sua veste di Vice Gran Cancelliere all’Università il 10 aprile scorso, che è stata un’occasione per sottolineare ulteriormente il compito e la missione specifica della Gregoriana nella Compagnia di Gesù e nella Chiesa.
A tal proposito padre Gianfranco Ghirlanda ha ricordato che: “La missione della Gregoriana, a cui tutti coloro che sono in essa impegnati partecipano, è da comprendersi all’interno della missione che la Compagnia di Gesù ha ricevuto da Cristo, cioè la difesa e la propagazione della fede, che oggi, come ricordava Benedetto XVI nell’Allocuzione ai Congregati, significa spingersi a quelle 'frontiere che, a seguito di una errata o superficiale visione di Dio e dell’uomo, vengono a frapporsi fra la fede e il sapere umano, la fede e la scienza moderna, la fede e l’impegno per la giustizia'”.
Il Rettore ha citato il discorso tenuto dal Vice Gran Cancelliere, il 10 aprile scorso, nel quale ricordava che “forse noi stiamo vivendo oggi la più grande crisi finora conosciuta delle relazioni umane. I vecchi e tradizionali legami (villaggio, famiglia, gruppo, cultura, religione) si stanno disintegrando mentre cerchiamo disperatamente connessioni globali, reti universali, comunità dell’universo”. Da qui l’invito a “conoscere in profondità che cosa sta effettivamente accadendo”.
Il Rettore ha sottolineato come questo invito debba essere accolto da tutti coloro che vivono e lavorano alla Gregoriana perché, ha aggiunto: “Conoscere in profondità non è soltanto avere notizia di certi fenomeni ecclesiali, politici, sociali, culturali, o magari anche studiarli; significa lasciarsi spingere ad un discernimento spirituale per trovare i mezzi per inserirsi in tale crisi in modo propositivo e contribuire al superamento di essa”.
Nei canti, nelle preghiere in più lingue e in tutta la liturgia eucaristica si è respirata la vocazione della Gregoriana focalizzata alla formazione culturale, umana e spirituale dei giovani, che provengono da tutte le parti del mondo e che ritornando nei loro paesi di origine porteranno i valori di solidarietà, giustizia, pace, rispetto e valorizzazione dell'altro, che hanno assimilato.
Il Rettore citando ancora il Vice Gran Cancelliere ha quindi posto in luce altri temi di frontiera e di sfida per la Gregoriana: il rapporto con le altre religioni; con la cultura secolare e “l’integrazione nella ricerca teologica delle peculiarità, delle gioie umane e delle tragedie sociali di tanti studenti che vengono alla Gregoriana per prepararsi a un ministero, una volta tornati al loro paese, di cambiamento e di riconciliazione o nei campi creativi del ministero pastorale e/o dell’azione sociale; le frontiere o 'nazioni' dei poveri e dei diseredati, di coloro che ignorano Dio o che usano di Dio come strumento per fini politici”.
Proprio per affrontare queste sfide l’Università Gregoriana, su invito del Vice Gran Cancelliere, si prepara ad un lavoro di pianificazione strategica a più livelli e sulla base di una profonda riflessione sulla propria natura e sulla propria missione e quindi sui mezzi formativi concreti da offrire e sul metodo pedagogico-formativo da adottare per formare, secondo la specificità della materia trattata, sacerdoti, religiosi e religiose, laici e laiche.
Questi sapranno così portare il Vangelo della salvezza di Gesù Cristo, il Vangelo dell’amore e della giustizia, della riconciliazione e della pace, su quelle frontiere dove l’uomo, invece, viene diviso e la società frantumata.
Sarà un lavoro impegnativo e faticoso quello che attende l’Università Gregoriana, ma la ricompensa per la fatica verrà proprio dalla gioia di vederne i frutti. Un lavoro che non può essere solo intellettuale e non può avere come fine la sola conoscenza.
Nella sua omelia padre Ghirlanda lo ha sottolineato, riferendosi all'Apostolo delle Genti, in questo anno giubilare a lui dedicato: “Paolo dice di non essersi presentato ad annunciare la testimonianza di Dio con sublimità di parola e di sapienza, senza discorsi persuasivi. Eppure San Paolo nelle sue lettere elabora una teologia, che, come è attestato nella Seconda Lettera di Pietro, è talvolta difficile da comprendere (2Pt 3,16)”.
“Nonostante questo – ha continuato –, il discorso di Paolo sempre ha come riferimento Gesù Cristo, vuole sempre condurre a Gesù Cristo e Gesù Cristo crocifisso. Non si tratta di un discorso dotto, che sia sfoggio di erudizione o di conoscenze umane, ma di un discorso che rivela in profondità il mistero della salvezza in Gesù Cristo.
La sapienza divina di cui Paolo è reso partecipe conduce, dunque, ad amare Gesù Cristo e ad essere, in lui, a gloria di Dio Padre.
Il Rettore ha poi citato anche Sant’Ignazio di Loyola: “Il punto fondamentale della regola che dà Sant’Ignazio è che lo studio della teologia deve illuminare l’intelletto, ma per infiammare il cuore di amore per Cristo e la Chiesa e così dare lode a Dio e servirlo nei fratelli”.
“Allora – sosteneva il fondatore della Compagnia di Gesù – lo studio della teologia, e di ogni altra materia connessa, sia da parte di professori che di studenti, non è volto ad acquisire semplicemente delle conoscenze o a soddisfare il prurito di novità, ma a formare delle persone che, infiammate da amore per Cristo e la Chiesa, sappiano essere una sfida alla mentalità dominante nella società in cui viviamo”.
Ed ha concluso la sua omelia con un invito: “Quando Sant’Ignazio inviò San Francesco Saverio in oriente, gli disse: 'Vai, infiamma tutte le cose', infiammarle dell’amore per Cristo e la sua Sposa la Chiesa; di San Alberto Hurtado, gesuita cileno morto nel 1952, si diceva: 'è un fuoco che accende altri fuochi'”.
“Che per intercessione di Sant’Ignazio, San Francesco Saverio e San Alberto Hurtado possiamo essere, lì dove il Signore ci chiama – ha auspicato –, un fuoco che infiamma dell’amore per Cristo e la Chiesa e quindi essere un fuoco che accende altri fuochi. Allora, lo studio alla Gregoriana avrà portato veramente il suo frutto”.
Sinodo sulla Parola di Dio
Benedetto XVI chiede di superare il dualismo tra esegesi e teologia
In un intervento al Sinodo dei Vescovi
CITTA' DEL VATICANO, martedì, 14 ottobre 2008 (ZENIT.org).- Benedetto XVI ha preso la parola questo martedì al Sinodo dei Vescovi per proporre di superare il dualismo tra esegesi e teologia, che a volte porta a una lettura senza fede della Bibbia.
Il Papa ha espresso la sua opinione traendo spunto dal suo quaderno di appunti personali, seduto al suo solito posto al centro dell'aula sinodale e parlando in italiano con la precisione dei suoi lunghi anni da docente universitario.
Le sue parole hanno risuonato dopo la pausa della 14ma congregazione generale e, come ha spiegato egli stesso, si ispirano al lavoro che sta compiendo per redigere il suo libro “Gesù di Nazaret”, di cui sta preparando il secondo volume.
In particolare, ha presentato i criteri offerti dal Concilio Vaticano II nella Costituzione Dogmatica Dei Verbum, per l'interpretazione delle Sacre Scritture.
“Dovendo la sacra Scrittura esser letta e interpretata alla luce dello stesso Spirito mediante il quale è stata scritta – diceva il Concilio –, per ricavare con esattezza il senso dei sacri testi, si deve badare con non minore diligenza al contenuto e all'unità di tutta la Scrittura, tenuto debito conto della viva tradizione di tutta la Chiesa e dell'analogia della fede”.
Il Papa ha osservato che in generale gli esegeti tengono conto del primo criterio, l'unità di tutta la Scrittura, ma tralasciano il secondo, la Tradizione viva della Chiesa.
Questa trascuratezza, secondo il Pontefice, ha delle conseguenze, ad esempio il fatto che la Bibbia diventi un libro del passato: “l'esegesi diventa storiografia”.
In base a questa visione, in Germania alcune correnti esegetiche negano l'istituzione dell'Eucaristia, e il corpo di Gesù sarebbe rimasto nella tomba. In questo modo, ha constatato, scompare la presenza del divino nello storico.
Questa interpretazione, ha proseguito, crea una distanza tra esegesi e lectio divina, e suscita perplessità al momento di preparare le omelia.
Con questa visione, la Scrittura non può essere “l'anima della teologia”, e quest'ultima smette di essere interpretazione della Scrittura nella Chiesa.
Per la vita e la missione della Chiesa è del tutto necessario superare il dualismo tra esegesi e teologia, perché sono dimensioni di una stessa realtà.
Per questo, il Vescovo di Roma ha suggerito di introdurre due proposizioni per questo Sinodo: sviluppare l'esegesi non solo storica ma anche teologica e ampliare la preparazione degli esegeti in questo senso per ampliare anche la visione dell'esegesi stessa.
L'intervento del Papa ha avuto lo stesso formato di quelli preparati dai Vescovi nel dibattito ed è stato ricevuto con un applauso.
In Iraq vivere la Parola costa la vita, denuncia il Patriarca
Testimonianza di Sua Beatitudine Emmanuel III Delly
CITTA' DEL VATICANO, martedì, 14 ottobre 2008 (ZENIT.org).- La situazione per i cristiani dell'Iraq è sempre più difficile, ha confessato questo martedì al Sinodo dei Vescovi riunito in Vaticano il Cardinale Emmanuel III Delly, Patriarca di Babilonia dei Caldei.
Il Capo del Sinodo della Chiesa caldea si è presentato all'assemblea sinodale sulla Parola di Dio come “un figlio della terra d'Abramo, l'Iraq”.
Il Patriarca ha fornito in primo luogo informazioni sulla situazione dell'Iraq, “Paese torturato e insanguinato”, in risposta alle richieste che in questi giorni gli hanno presentato i Padri sinodali.
“La mia parola non sarà una lettura politica, ma il breve flashback di un padre che da mezzo secolo vive con i suoi figli spirituali e che vede i suoi cittadini soffrire e morire”, ha affermato.
Parlando in italiano, ha aggiunto: “Diciamo la verità: non abbiamo lasciato niente di intentato per ottenere la pace e la tranquillità per il Paese”.
“La situazione in alcune parti dell'Iraq è disastrosa e tragica. La vita è un calvario: mancano la pace e la sicurezza, così come mancano nella vita di ogni giorno gli elementi basilari”, ha denunciato.
“Continuano a mancare l'elettricità, l'acqua, la benzina, la comunicazione telefonica è sempre più difficile, intere strade sono bloccate, le scuole chiuse o sempre in pericolo, gli ospedali sono a organico ridotto, la gente teme per la propria incolumità”.
Il porporato ha rivelato che “tutti temono il rapimento, i sequestri e le intimidazioni. Che dire poi di tutti quei rapimenti ingiustificabili che quotidianamente si susseguono, danneggiando intere famiglie e privandole spesso dei loro cari, pur avendo sborsato decine di migliaia di dollari per una liberazione mai avvenuta?”.
“Per non parlare del numero sempre più crescente di morti causati dalle autobombe e dai kamikaze che indossano cinture esplosive”.
“Vivere la parola di Dio significa per noi testimoniarla anche a costo della propria vita, com'è accaduto e accade finora con il sacrificio di Vescovi, sacerdoti e fedeli. Essi continuarono a essere in Iraq forti nella fede ed amore di Cristo grazie al fuoco della parola di Dio”, ha spiegato.
“Per questo, vi supplico di pregare per noi e con noi il Signore Gesù, Verbo di Dio, e condividere la nostra preoccupazione, le nostre speranze e il dolore delle nostre ferite, affinché la Parola di Dio fatta carne rimanga nella sua Chiesa e insieme a noi come buon annunzio e come sostegno. 16 dei nostri sacerdoti e due Vescovi sono stati rapiti e rilasciati dopo un riscatto molto elevato”.
“Alcuni di loro – ha concluso – appartengono alla schiera dei nuovi martiri che oggi pregano per noi dal cielo: l'Arcivescovo di Mosul, Faraj Rahho, padre Raghid Ganni, altri due sacerdoti e altri sei giovani”.
Gli statunitensi sono i più grandi lettori della Bibbia
Conclusioni di una ricerca mondiale sulla Sacra Scrittura
di Carmen Villa
CITTA' DEL VATICANO, martedì, 14 ottobre 2008 (ZENIT.org).- La maggior parte delle persone si è avvicinata almeno una volta nella vita alla Parola di Dio. Lo conferma una ricerca sulla lettura della Bibbia in prospettiva ecumenica, presentata questo martedì nel corso di una conferenza stampa nella Santa Sede.
La presentazione è stata a carico del Cardinale Walter Kasper, presidente del Pontificio Consiglio per la Promozione dell'Unità dei Cristiani, di monsignor Vincenzo Paglia, presidente della Federazione Biblica Cattolica, di Miller Milloy, segretario generale della United Bible Societies in Inghilterra, e del professor Luca Diotallevi, docente di Sociologia presso l'Università “Roma Tre”.
La ricerca è stata svolta tra il novembre dell'anno scorso e il luglio 2008 per valutare il rapporto della popolazione adulta con le Scritture ed è stata realizzata in dodici Paesi: Stati Uniti, Inghilterra, Olanda, Germania, Francia, Spagna, Italia, Polonia, Russia, Hong Kong, Filippine e Argentina.
All'inizio, la Società Biblica Cattolica e la United Bible Societies hanno firmato un accordo di traduzione e diffusione della Bibbia, che è stata tradotta in 2.454 lingue. Secondo quanto ha spiegato monsignor Paglia, è stata tradotta interamente in 438 lingue, solo il Nuovo Testamento in 1.168 e solo alcuni libri in altre 848. Attualmente sono 4.500 le lingue in cui la Bibbia non è ancora stata tradotta.
I vantaggi di leggere la Bibbia
Il Cardinale Kasper si è riferito all'eredità ecumenica delle Sacre Scritture e alla necessità di riconciliare la varie tradizioni e di cercare un linguaggio comune comprensibile. Allo stesso modo, ha parlato della sfida di evitare la lettura fondamentalista e ha incentivato la pratica della lectio divina e la lettura e la meditazione personale della Bibbia, sottolineando inoltre l'importanza dell'interpretazione storica, nel senso che la fede cristiana non è una questione di mitologia.
Da parte sua, monsignor Paglia si è riferito alle Sacre Scritture come punto di unione per il dialogo all'interno delle varie confessioni cristiane: “La ricchezza di questo ascolto comune non solo beneficia la crescita spirituale di tutti, ma fa maturare la comunione già esistente, allontana dalle tensioni di vivere la propria identità in modo autosufficiente e motiva a che i credenti non si chiudano in se stessi”, ha affermato.
Numeri che parlano
Secondo la ricerca, gli abitanti degli Stati Uniti sono quelli che leggono di più la Bibbia personalmente (75%), mentre in Spagna e in Francia la percentuale è solo del 20%. Negli altri Paesi europei la media è del 30%.
Lo studio mostra che la maggior parte delle persone ha a casa una copia della Bibbia, tranne in Francia (dove solo il 48% ce l'ha) e a Hong Kong (appena il 17%).
Quanto al tema dell'interpretazione della Parola di Dio, gli Stati Uniti e le Filippine sono i Paesi che mostrano maggiore interesse per le omelie durante le celebrazioni liturgiche (47% e 66% rispettivamente), mentre Hong Kong e Francia dimostrano minore interesse (2% e 8 %).
Nella maggior parte dei Paesi si è constatato un avvicinamento critico alle Sacre Scritture. Le Filippine mostrano una lettura più fondamentalista e Hong Kong una più riduzionista. Ad eccezione di Francia e Hong Kong, negli altri Paesi si è approvato il fatto che la Bibbia si studi a scuola.
Credenze e riti
Circa il tema dell'esistenza di Dio, in tutti i Paesi tranne in Francia (dove solo il 47% ha risposto in modo affermativo) la maggior parte del campione afferma di credere o di aver creduto in qualche momento che un essere superiore vigili sulla sua vita.
Quanto alla preghiera, negli Stati Uniti l'87 % degli abitanti intende il senso della preghiera e prega spesso. L'indice più basso in questo senso si è avuto a Hong Kong, con il 28%.
Il più alto indice di partecipazione alle cerimonie religiose si riscontra nelle Filippine, con il 90%, mentre il più basso è nel Regno Unito, con il 45%.
In Paesi come Stati Uniti, Germania, Italia, Polonia, Filippine e Argentina, la maggior parte degli intervistati crede che il contenuto della Bibbia sia reale, e in tutti i Paesi tranne a Hong Kong, con il 43%, la maggior parte lo ritiene interessante.
[Traduzione dallo spagnolo di Roberta Sciamplicotti]
Il Cardinal Bertone cerca di far scoprire la Bibbia ai giovani
Intervenendo al Sinodo dei Vescovi
CITTA' DEL VATICANO, martedì, 14 ottobre 2008 (ZENIT.org).- Il Cardinale Tarcisio Bertone, S.D.B., ha preso la parola questo martedì davanti al Sinodo per riflettere su come i giovani possano scoprire la Bibbia.
Il Segretario di Stato si è fatto portavoce di Benedetto XVI per esprimere una profonda convinzione del Papa: “Nel Libro Sacro debitamente incontrato, la fede giovanile trova un orientamento indispensabile (bussola), avendo per altro attenta cura che l'incontro con la Bibbia diventi un incontro con Cristo”.
“Presa a sé stante, la Bibbia non riesce a suscitare agli occhi di un giovane, tanto più se nella prima adolescenza, una particolare attrazione ed affezione”, ha constatato.
“Si registra cioè una sostanziale indifferenza per una fede comunicata tramite la Sacra Scrittura, rispetto invece alla testimonianza di una persona credente, indifferenza che si accompagna ad un notevole tasso di ignoranza e soprattutto alla difficoltà di avvertirne il valore vitale”.
Citando lo studio “La religiosità in Italia” (Mondadori, Milano 1995), il porporato ha spiegato che tra quanti non hanno praticamente mai un contatto personale con la Bibbia (l'80% delle persone) il numero più elevato si riscontra nella fascia degli adolescenti, tra i 14 e i 19 anni.
Solo il 13% ritiene che se “uno crede in Dio deve leggere e meditare la Bibbia o altri testi sacri”, mettendo tale lettura all'undicesimo posto su sedici item; il 7% poi realizza “il pregare leggendo, meditando la Bibbia o altri testi religiosi”, ha affermato citando lo studio.
“Tuttavia, si nota in tanti di questi ragazzi una sorprendente disponibilità verso la Bibbia quando la sintonia si raggiunge non tanto, almeno all'inizio, per l'autorevolezza di una pagina biblica detta Parola di Dio, ma per degli adulti che li accostano come educatori pazienti e testimoni credibili del personaggio più grande che è la figura di Gesù, di persone insomma che quando dicono Parola di Dio, la mostrano nella loro vita”.
“Se l'adulto, da educatore-amico, riesce a farsi aprire la porta del cuore del giovane, allora la Scrittura si propone come un dono che porta con sé tutte le qualità della Parola di Dio secondo la codificazione biblica, con una peculiare caratterizzazione a riguardo dell'anima giovanile”.
“Così il giovane crescerà ed apprezzerà il protagonismo dei giovani nella Bibbia e in specie nei Vangeli; metterà Gesù nel suo 'diario dell'anima' (abbiamo tanti esempi nei diari dei giovani); apprezzerà anche tutte le immagini sportive presenti nella Bibbia con originali applicazioni alla vita virtuosa"”, come quella che presenta in un libro Michel Quoist.
Il porporato ha quindi ricordato un incontro del Papa con i giovani il 6 aprile 2006, che “stupì un po' tutti per la chiarezza ed insieme per la carica di convinzione sicura del Papa” nel presentare ai giovani la Parola.
“Cari giovani, vi esorto ad acquistare dimestichezza con la Bibbia, a tenerla a portata di mano, perché sia per voi come una bussola che indica la strada da seguire”, ha detto il Vescovo di Roma in quell'occasione.
Da quel discorso del Papa, secondo il Cardinal Bertone, “dobbiamo imparare questi tre elementi: leggere in colloquio personale con il Signore; leggere accompagnati da maestri che hanno l'esperienza della fede, che sono entrati nella Sacra Scrittura; leggere nella grande compagnia della Chiesa, nella cui Liturgia questi avvenimenti diventano sempre di nuovo presenti, nella quale il Signore parla adesso con noi, così che man mano entriamo sempre più nella Sacra Scrittura, nella quale Dio parla realmente con noi, oggi”.
Sei temi centrali del Sinodo sulla Parola
Bilancio dopo la prima settimana
di Jesús Colina
CITTA' DEL VATICANO, martedì, 14 ottobre 2008 (ZENIT.org).- Dopo i 191 interventi preparati e letti e 99 interventi liberi, risuonati tra il 6 e il 13 ottobre nell'aula del Sinodo dei Vescovi sulla Parola, ci sono temi che hanno ricevuto un'attenzione particolare.
Non sono ovviamente gli unici, ma sono alcuni dei più menzionati. Nei prossimi giorni ne esporremo altri, accompagnati dagli stessi Padri sinodali.
1. La Parola non è la Bibbia
Il Sinodo è iniziato spiegando un malinteso comune tra molti credenti: come ha osservato nella sua relazione prima del dibattito il Cardinale Marc Ouellet, P.S.S., Arcivescovo di Québec, la Parola non è un semplice testo scritto, è lo stesso amore di Dio fatto uomo in Cristo.
Per questo, la Parola è molto più della Bibbia, e di fatto il Nuovo Testamento nasce nel seno della Chiesa nascente e implica quindi la Tradizione e l'interpretazione del Magistero.
Tra il 7 e l'8 ottobre, numerosi interventi dei Padri sinodali hanno insistito su questa spiegazione.
I Padri hanno sottolineato che il Sinodo non cerca di riscrivere la Costituzione Dogmatica Dei Verbum del Concilio Vaticano II, che già spiega tali questioni dottrinali. Non si tratta dunque di un Sinodo dottrinale (anche se ricorda le verità del Magistero), ma soprattutto pastorale.
Altre questioni come l'ispirazione degli autori biblici non vengono quindi affrontate direttamente. Piuttosto, vari Padri sinodali hanno chiesto un documento della Santa Sede sull'interpretazione delle Sacre Scritture, ed è stato anche proposto che abbia il rango di testo papale in forma di Enciclica (Cardinale Ouellet).
2. Predicare con l'esempio: il problema delle omelie
La preoccupazione per il livello delle omelie in generale si è ripetuta costantemente nella prima settimana del Sinodo.
Da una parte si stanno offrendo soluzioni concrete a questo problema, al quale si è arrivati ad attribuire l'abbandono della Chiesa da parte dei fedeli.
Vari Vescovi hanno chiesto un Direttorio Omiletico, come già esiste un Direttorio per la Catechesi, con indicazioni pratiche sulla predicazione.
In questo senso, il Cardinale Angelo Scola, patriarca di Venezia, relatore del Sinodo del 2005 sull'Eucaristia, ha confermato che la Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti sta preparando un sussidio con materiale per le omelie tematiche che aiuti i sacerdoti a preparare la predicazione, pur non essendo un manuale di predicazione.
Numerosi Vescovi, come questo lunedì il Cardinale Agostino Vallini, vicario del Papa per la Diocesi di Roma, hanno anche insistito sulla necessità che i seminaristi e i sacerdoti non solo studino la Bibbia, ma imparino ad assaporarla meditandola.
Molti presuli, soprattutto negli interventi liberi, hanno spiegato che l'omelia non è solo una questione di formazione retorica o accademica.
Sono state citate varie volte le famose parole di Paolo VI, che diceva che il mondo ascolta i maestri ma segue i testimoni. Se la parola del predicatore non viene seguita nella vita, perde tutta la sua credibilità, è stato constatato.
In questo senso, si è ricordata anche l'espressione di Benedetto XVI quando spiega che la Parola non è solo “informativa”, ma “performativa”, vale a dire deve conformare la vita di una persona.
3. La “lectio divina”
Una delle definizioni forse più ripetute in questa settimana è stata “lectio divina”. La meditazione orante della Parola di Dio, soprattutto in comunità (esistono diverse metodologie), sembra diventare la proposta che i partecipanti a questo Sinodo vogliono fare a ogni parrocchia.
Si può dire, quindi, che l'efficacia pratica del Sinodo di potrà misurare nell'arco di dieci anni in base alla diffusione di questa pratica, promossa da Benedetto XVI fin dall'inizio del suo pontificato.
4. Antico Testamento
Vari Padri sinodali hanno constatato la difficoltà dei cattolici di leggere e meditare l'Antico Testamento. In questo modo non possono godere pienamente della rivelazione divina. Questo fenomeno si aggrava in alcuni ambienti a causa di altri due elementi.
Nel caso delle Chiese orientali, come ha spiegato monsignor Kidane Yebio, Vescovo di Keren (Eritrea), nella sacra liturgia non si leggono praticamente mai brani dell'Antico Testamento.
Nel caso dei cristiani del Medio Oriente, a causa del conflitto tra israeliani e palestinesi e di interpretazioni sioniste della Bibbia, si rifiuta la lettura o la meditazione dell'Antico Testamento.
Questo grave fenomeno è stato constatato in particolare da due patriarchi: Sua Beatitudine Fouad Twal, patriarca di Gerusalemme dei Latini, e Sua Beatitudine Grégoire III Laham, B.S., patriarca di
Antiochia dei Greco-Melchiti (Siria). Ques'ultimo ha spiegato, come esempio, che in una celebrazione liturgica un fedele arabo aveva cambiato l'espressione biblica “Popolo di Israele” in “Popolo della Palestina”.
5. Esegesi
Nei primi giorni del Sinodo sono stati numerosi gli interventi in cui si constatava come un'esegesi accademica della Bibbia porti a volte a dubitare della storicità stessa di Cristo o del fatto che la Scrittura sia un testo rivelato.
Questa lettura senza fede del testo rivelato avrebbe portato i cattolici a cercare un'interpretazione di fede in gruppi protestanti. Anche se questo fenomeno preoccupa profondamente il Sinodo, l'Assemblea ha anche sottolineato l'importanza dell'apporto dell'esegesi alla comprensione della Parola.
Nella relazione d'apertura, il Cardinale Ouellet ha proposto agli esegeti e ai biblisti una visione di fede e di ascolto dello Spirito, superando così dall'inizio un dibattito non necessario. Fede e scienza biblica non sono in contrasto, hanno insistito i Vescovi.
6. Traduzione e distribuzione della Bibbia
L'argomento è stato presentato davanti all'assemblea da monsignor Louis Pelâtre, vicario apostolico di Istanbul (Turchia), che ha constatato che la Bibbia non è stata ancora tradotta in molte lingue locali.
Quando queste popolazioni minoritarie sono povere, non esistono nemmeno risorse per stampare e distribuire Bibbie a prezzi accessibili.
Sono stati dunque numerosi gli interventi dei Vescovi africani, latinoamericani e asiatici per chiedere la creazione di un organismo nella Chiesa cattolica che aiuti a risolvere questo grave problema, anche dal punto di vista economico.
Atmosfera
Da quando è stata ristabilita la pratica di convocare il Sinodo dei Vescovi dopo il Concilio Vaticano II, questa assemblea è forse la più serena, segno di una nuova unità nella Chiesa dopo le divisioni dei decenni scorsi. Lo ha constatato ad esempio questo lunedì a ZENIT il Cardinale Óscar Rodríguez Maradiaga, Arcivescovo di Tegucigalpa (Honduras).
A questa atmosfera di unità ha contribuito il tema scelto da Benedetto XVI, “La Parola di Dio nella vita e nella missione della Chiesa”, argomento che tocca il cuore di ciascuno dei presenti.
[Traduzione dallo spagnolo di Roberta Sciamplicotti]
Notizie dal mondo
Un milione di bambini di tutto il mondo prega per la pace
Campagna mondiale del Rosario infantile
CARACAS, martedì, 14 ottobre 2008 (ZENIT.org).- L'abituale campagna di un milione di bambini che prega per la pace si svolgerà quest'anno il 18 ottobre prossimo. L'iniziativa, che ha avuto origine in Venezuela, si è ormai diffusa in tutto il mondo.
Il Consiglio Nazionale dei Laici del Venezuela, in una nota inviata a ZENIT, convoca a partecipare all'iniziativa, nata a Caracas nel 2005 e che consiste nell'invitare un milione di bambini di tutto il mondo a unirsi nella recita del Santo Rosario.
L'obiettivo è “infondere nel cuore dei bambini l'idea di pregare per la pace interiore di ogni essere umano, così come per la pace e l'unità nella famiglia, nel Paese e nel mondo intero”, spiega la nota.
Per partecipare non sono necessarie mobilitazioni né spese, visto che si deve semplicemente recitare il Rosario “il prossimo 18 ottobre alle 9.00 del mattino – dice la convocazione della campagna per il Venezuela – nelle aule, nei cortili, in piazze, cappelle, ospedali pediatrici, parrocchie, orfanotrofi, case di cura, asili”, ovunque si trovi ogni volontario.
Per diventare volontari è necessario soltanto aiutare “a far conoscere e motivare” nella propria comunità questa Giornata di Preghiera, o anche rendersi disponibili il 18 ottobre alle 9.00 per accompagnare i bambini. Gli organizzatori considerano il sostegno dei volontari “prezioso e molto importante”.
Alcune delle innumerevoli testimonianze ricevute nel corso delle campagne precedenti possono essere lette sulla pagina web della campagna: http://www.unmillondeninos.com/ o http://www.millon-de-ninos-rezando.net/
Italia
Fondazione Azione cattolica scuola di santità - Pio XI
di Chiara Santomiero
ROMA, martedì, 14 ottobre 2008 (ZENIT.org).- Cosa hanno in comune Alberto Hurtado, Gianna Beretta Molla e David Rodán Lara, cioè un gesuita cileno, un medico e mamma di famiglia italiana e un giovane impiegato messicano? E cosa accomuna Vicente Vilar David, proprietario di una ditta di ceramiche nella provincia di Valencia con Antonietta Meo, conosciuta come Nennolina, una bimba romana di sei anni?
Fanno tutti parte di quel lungo elenco di uomini e donne, laici, religiosi e sacerdoti, che hanno vissuto la propria formazione umana e spirituale in Azione cattolica (Ac) o, come assistenti, ne hanno incoraggiato il cammino e promosso la diffusione, testimoniando una pienezza di vita e una fede in Cristo degna dei santi e spintasi, in alcuni casi, fino al martirio.
Nell'accogliere lo scorso 4 maggio i partecipanti all’incontro nazionale dell’associazione che festeggiava i 140 anni della sua storia Benedetto XVI ha detto: “Siete venuti a Roma in spirituale compagnia dei vostri numerosi, santi, beati, venerabili e servi di Dio: uomini e donne, educatori e sacerdoti assistenti, ricchi di virtù cristiane, cresciuti nelle file dell’Azione cattolica. Questi testimoni rappresentano la vostra più autentica carta d’identità”.
In risposta alle sollecitazioni dei Pontefici - Giovanni Paolo II nell’incontro con l’associazione avvenuto a Loreto nel 2004 affermò “il dono più grande che potete fare alla Chiesa e al mondo è la santità” -, è nata la “Fondazione Azione cattolica scuola di santità - Pio XI”, presentata l'11 ottobre a Roma.
Obiettivo statutario del nuovo organismo è quello di “far conoscere santi, beati, venerabili, testimoni che incoraggino a vivere oggi un’Ac scuola di santità”, soprattutto per i fedeli laici ma senza dimenticare “che l’Ac è stata e continua ad essere fonte di molteplici vocazioni presbiterali e religiose”.
La Fondazione, costituitasi nel 2007 con sede nella Città del Vaticano, è promossa dal Forum internazionale di Azione cattolica, dall’Azione cattolica italiana e da alcune diocesi e congregazioni che hanno iniziato processi di beatificazione di testimoni di Azione cattolica. Presidente del consiglio direttivo dell’organismo è il Cardinale Salvatore De Giorgi.
“La Fondazione – ha spiegato il Cardinale – è dedicata al Papa Pio XI per ricordare il Pontefice che fu Pastore premuroso e attento in tempi difficili per l’Ac in Italia (basti pensare al vigoroso intervento contro il fascismo nell’enciclica 'Non abbiamo bisogno' del 1931) e favorì la promozione dell’ associazione nella Chiesa cattolica richiamandone l’essenziale identità religiosa, poi confermata dal Concilio Vaticano II e dal magistero successivo”.
“La conoscenza di questi fratelli e sorelle che ci hanno preceduto esemplarmente nella sequela di Cristo – ha affermato De Giorgi – non solo mette in evidenza come l’Azione cattolica ovunque e sempre abbia ritenuto come suo scopo principale la vocazione di ogni cristiano alla santità, ma anche come tanti suoi iscritti l’abbiano di fatto raggiunta nella ordinarietà della loro condizione e professione di vita, per cui sono un invito per tutti, laici e sacerdoti, a tendere senza indugio alla santità”.
Convegno internazionale a 30 anni dall'elezione di Giovanni Paolo II
Presso la Facoltà teologica “San Bonaventura-Seraphicum” di Roma
ROMA, martedì, 14 ottobre 2008 (ZENIT.org).- A trent’anni dall’elezione al soglio pontificio di Giovanni Paolo II (16 ottobre 1978), la Pontificia Facoltà teologica “San Bonaventura-Seraphicum” di Roma ha organizzato un Convegno internazionale dedicato al Papa polacco sul tema “Il Vaticano II nel pontificato di Giovanni Paolo II”.
Il Convegno si svolgerà dal 28 al 30 ottobre e vedrà la partecipazione di numerosi relatori provenienti dal mondo ecclesiastico e laico, molti dei quali diretti testimoni dell’operato e del messaggio del Pontefice defunto.
Tra questi, ricorda un comunicato ricevuto da ZENIT, figurano l'ex segretario e oggi Arcivescovo di Cracovia Stanislao Dziwisz, il Segretario di Stato Cardinale Tarcisio Bertone, il biografo di Papa Wojtyła George Weigel e monsignor Slawomir Oder, postulatore della causa di beatificazione.
Le tre giornate di Convegno saranno “ricche di interventi e confronti per leggere la figura di Giovanni Paolo II da un’ottica diversa, quella del Concilio Vaticano II cui l’allora Vescovo Karol Wojtyla partecipò attivamente, dando un sostanziale contributo all’elaborazione dei documenti conciliari”, spiega il testo.
Allo stesso tempo, l'incontro mira a riesaminare il grande patrimonio teologico scaturito proprio dal ventunesimo Concilio ecumenico.
“Queste due chiavi di lettura – ha osservato il professor Zdzislaw Kijas, preside della Pontificia Facoltà teologica “San Bonaventura-Seraphicum” – finiscono per fondersi nella figura di Karol Wojtyła che prima contribuì alla stesura di importanti documenti e poi, da Pontefice, alla loro attuazione con quello spirito di profondo rinnovamento della Chiesa emerso appunto dal Concilio”.
Il Convegno è la seconda iniziativa che la Pontificia Facoltà “San Bonaventura”, una delle più antiche di Roma, riserva a Giovanni Paolo II in pochi mesi. Nel maggio scorso ha infatti ospitato un simposio dal titolo “I media e il nuovo umanesimo. Giovanni Paolo II e i mezzi di comunicazione di massa”.
“Nell’anno in cui ricorre il trentennale della sua elezione a pontefice – ha sottolineato il professor Kijas – abbiamo voluto dedicare due appuntamenti al ruolo ricoperto da Giovanni Paolo II nella Chiesa e nella società. Il primo dedicato alla comunicazione e questo, a pochi giorni dall’anniversario dell’elezione, al complesso percorso intrapreso dal mondo cattolico con il Concilio Vaticano II e, ancor più, durante il lungo pontificato di papa Wojtyla”.
L'obiettivo, ha concluso, è “comprendere meglio il passato e, soprattutto, le sfide che attendono ogni giorno la Chiesa e l’intera società”.
L'integrazione dei migranti passa attraverso i giovani
La causa di beatificazione di Wojtyla procede senza accelerazioni
“Un fuoco che infiamma dell’amore per Cristo e la Chiesa”
SINODO SULLA PAROLA DI DIO
Benedetto XVI chiede di superare il dualismo tra esegesi e teologia
In Iraq vivere la Parola costa la vita, denuncia il Patriarca
Gli statunitensi sono i più grandi lettori della Bibbia
Il Cardinal Bertone cerca di far scoprire la Bibbia ai giovani
Sei temi centrali del Sinodo sulla Parola
NOTIZIE DAL MONDO
Un milione di bambini di tutto il mondo prega per la pace
ITALIA
Fondazione Azione cattolica scuola di santità - Pio XI
Convegno internazionale a 30 anni dall'elezione di Giovanni Paolo II
Santa Sede
L'integrazione dei migranti passa attraverso i giovani
Afferma mons. Marchetto alla Fondazione Konrad Adenauer a Bruxelles
di Roberta Sciamplicotti
BRUXELLES, martedì, 14 ottobre 2008 (ZENIT.org).- I giovani migranti “dovrebbero prender parte nella progettazione delle politiche sull’emigrazione” perché sono proprio loro che “stanno orientando diversamente la coscienza comune, da una percezione negativa dell’emigrazione a una positiva”.
L'Arcivescovo Agostino Marchetto, Segretario del Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti, lo ha affermato questo martedì a Bruxelles in una Conferenza organizzata dalla Fondazione Konrad Adenauer (Konrad-Adenauer-Stiftung).
Intervenendo sul tema “L’integrazione dei giovani da situazioni d’emigrazione: motivazioni cristiane e contributo delle Chiese”, il presule ha osservato che i giovani migranti devono giocare un ruolo più significativo nelle politiche sociali perché “sono proprio essi che stanno creando un mondo più sicuro, accogliente e multiculturale, nonostante tutto”.
Secondo le stime ufficiali, ha ricordato, un terzo dei migranti su scala mondiale ha un’età media compresa tra i 15 e i 25 anni. Ad essi si aggiungono i figli di emigrati di prima generazione, ricongiunti alla famiglia d’origine o nati nel Paese di immigrazione, o che comunque vi hanno compiuto il ciclo della scolarizzazione.
Le seconde generazioni e i giovani appartenenti a minoranze etniche, sostiene l'Arcivescovo, costituiscono un “gruppo soggetto a un forte rischio di doppia marginalizzazione, sia in quanto giovani che si trovano a sperimentare, al pari dei loro coetanei autoctoni, i problemi e le difficoltà legate allo studio e al primo accesso al mondo del lavoro, sia in quanto membri di minoranze più o meno escluse e stigmatizzate”.
In un contesto migratorio, le domande esistenziali sembrano acuirsi, “facendo sorgere in termini nuovi il problema dell’auto-identificazione, espresso pure negli interrogativi sul senso della vita, sulla giustizia sociale, sulla salvaguardia del creato e sul rapporto con Dio”.
In questa chiave, secondo l'Arcivescovo la migrazione “può essere definita altresì come un’esperienza 'spirituale', nel senso che induce più facilmente a porsi questioni fondamentali e a cercare di scandagliare il mistero della vita”.
“Proprio in questi frangenti, allora, la religione svolge un ruolo cruciale per la costruzione dell’identità, nella ricerca di significati e nella formazione ai valori, soprattutto nei giovani con esperienze migratorie”.
Il ruolo delle Chiese, sottolinea monsignor Marchetto, è rilevante “su un duplice versante: quello della salvaguardia dell’identità culturale e quello dell’integrazione nel nuovo contesto”. I due aspetti, ha constatato, si intrecciano, perché “molti giovani immigrati di fatto diventano cittadini di una nuova patria, in cui hanno scelto di riporre le speranze di una vita migliore, proprio grazie alle risorse che anche l’adesione religiosa ha fornito loro”.
A suo avviso, il miglior contributo che la Chiesa può dare al giorno d'oggi sulla questione è lo sforzo di creare “una solida e feconda cultura del dialogo, a livello ecumenico, inter-religioso e inter-culturale”.
Allo stesso modo, deve promuovere un'attenzione costante per la centralità della persona e la difesa dei diritti dell'uomo, perché l’integrazione “è innanzitutto una questione di relazioni tra persone di diverse appartenenze e identità, che condividono però lo stesso spazio fisico, sociale, amministrativo e politico”.
“Non sono dunque alla fine le diverse culture che si incontrano o si scontrano, ma le persone che ne sono portatrici”.
Il presule ha anche auspicato una maggiore attenzione da parte dei mezzi di comunicazione sociale nei confronti dei giovani con esperienze migratorie, nati in un Paese straniero da genitori immigrati o che vi sono giunti quando erano molto piccoli.
Se in genere “riescono a vivere in armonia, o quasi, con due culture senza contrasti drammatici, senza sentirsi intimamente divisi”, questa “non è conquista facile”, ha ammesso, e non di rado i giovani di seconda generazione “non si sentono del tutto integrati come i loro coetanei nativi”.
Secondo il presule, “sono almeno tre le ragioni principali che suscitano sentimenti di preoccupazione e persino di allarme” nei confronti dei migranti: “la paura di ricevere flussi caotici di migranti, una percezione negativa della presenza di ghetti nelle città e la rivalità sul mercato del lavoro”.
“Tutto questo conferma che l’unica via all’integrazione è il coinvolgimento sia degli immigrati che della società civile in tale processo”, obiettivo che si è posto il Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti, in sinergia con le Commissioni per la pastorale migratoria delle Conferenze Episcopali di tutto il mondo.
“Ci si può chiedere se sia possibile elaborare una nuova via all’integrazione, non come soluzione studiata a tavolino, ma come sperimentazione di un processo di coesione e partecipazione, partendo anche da una grande risorsa come quella rappresentata dai giovani migranti di seconda generazione”, ha proposto.
Ciò, tuttavia, sarà possibile solo nella misura in cui si saprà diffondere “la consapevolezza che la presenza dei migranti non è passeggera, ma strutturale e che essa è una grande risorsa per il cammino dell’umanità”.
La causa di beatificazione di Wojtyla procede senza accelerazioni
Ha detto il Postulatore, monsignor Slawomir Oder
di Mirko Testa
ROMA, martedì, 14 ottobre 2008 (ZENIT.org).- La causa di beatificazione e canonizzazione di Giovanni Paolo II procede in modo rigoroso secondo il tradizionale iter del processo canonico, ha affermato questo lunedì il suo Postulatore, monsignor Slawomir Oder.
La dichiarazione è stata fatta a margine della presentazione del volume “Giovanni Paolo II, parroco di Roma” di Angelo Zema pubblicato dalla Lateran University Press e presentato presso la Pontificia Università Lateranense.
“Come è noto – ha detto il sacerdote polacco –, dal 2 aprile 2007 è iniziato il cammino del processo presso la Congregazione delle Cause dei Santi. In questo momento siamo nella fase della complessiva elaborazione della Positio super virtutibus. Questa fase processuale lascia spazio ad eventuali ulteriori approfondimenti”.
Le tappe che scandiscono una causa di beatificazione sono due: quella diocesana e quella romana. La prima riguarda l'inchiesta che il Vescovo competente istruisce per raccogliere tutti gli scritti del Servo di Dio e tutte le testimonianze e i documenti relativi alla sua vita, alle sue attività e virtù (teologali e cardinali) o al martirio.
Mentre la seconda si svolge presso la Congregazione delle Cause dei Santi, dove gli atti di inchiesta vengono vagliati in via conclusiva ed esaminati con un meticoloso lavoro di profilo scientifico per accertare l'eroicità delle virtù, il martirio e i presunti miracoli.
Una volta giunti a Roma gli atti del processo realizzato dalla diocesi, il Postulatore e i suoi collaboratori – sotto la direzione di un Relatore, che in questo caso è il padre domenicano Daniel Ols – si incaricano di redigere e di stampare la Positio, che comprende i volumi con le prove testimoniali e documentali e tutti gli atti giuridici, gli studi e i sommari.
La Positio verrà poi sottoposta all'esame di otto consultori teologici, insieme con il Promotore generale della Fede, incarico questo ricoperto da monsignor Sandro Corradini. Il risultato del lavoro dei consultori passerà poi al vaglio, insieme con la Positio, dei Cardinali e dei Vescovi scelti dalla Congregazione delle Cause dei Santi.
Soltanto una volta superate con voto favorevole tutte queste fasi, il Papa potrà esprimere il proprio giudizio sulla Positio, e ordinare la promulgazione del decreto sulle virtù in grado eroico di Giovanni Paolo II, proclamandolo “Venerabile”.
Sebbene il riconoscimento di un miracolo (avvenuto solo post mortem, mai in vita) possa spianare la strada alla beatificazione – la prassi in uso dal 1975 deroga rispetto ai due miracoli previsti dal Codice di Diritto canonico del 1917 – non può tuttavia supplire a un eventuale difetto di prove sull'eroicità delle virtù.
Riguardo l'approvazione di un miracolo dovuto all'intercessione di Giovanni Paolo II, in passato monsignor Oder ha indicato il caso di suor Marie Simon-Pierre, della Congregazione delle Piccole Suore delle maternità cattoliche, che il 2 giugno 2005, vicino a Aix-en-Provence, è guarita improvvisamente dal morbo di Parkinson.
Nel marzo scorso monsignor Oder ha consegnato una stesura semi-definitiva della Positio di circa 2 mila pagine.
“Nel mio lavoro – ha detto questo lunedì monsignor Oder – ho tenuto sempre ben presenti le parole che ho sentito personalmente da Papa Benedetto XVI, che tante volte ha dimostrato pubblicamente il suo vivo interesse per la causa: 'Fate presto, ma bene, in modo ineccepibile!'”.
“Le parole del Pontefice rimangono in vigore anche in questo momento processuale e riguardano tutte le persone coinvolte”, ha aggiunto il Postulatore che non si è sbilanciato in previsioni sulla possibile data della beatificazione.
“Questo fatto – ha proseguito –, da una parte mi lascia molto sereno perché consapevole che il lavoro svolto fino ad oggi è stato condotto in aderenza alle parole del Papa, dall’altra parte mi impone fiduciosa, paziente attesa perché anche l’attuale fase si svolga con la serietà e rigorosità proprie di questo tipo di procedimenti canonici”.
La causa di beatificazione e canonizzazione di Giovanni Paolo II ha avuto la dispensa da parte di Benedetto XVI del tempo di cinque anni di attesa dopo la morte prescritti dal Diritto canonico.
“Un fuoco che infiamma dell’amore per Cristo e la Chiesa”
Inaugurato il nuovo anno accademico della Gregoriana
di Marco Cardinali
ROMA, martedì, 14 ottobre 2008 (ZENIT.org).- Nel pomeriggio di lunedì 13 ottobre si è solennemente inaugurato il nuovo anno accademico della Pontificia Università Gregoriana. La cerimonia si è svolta, secondo una consolidata tradizione, nella suggestiva cornice barocca della Chiesa di Sant’Ignazio a Roma, con una Messa votiva allo Spirito Santo.
A presiedere la celebrazione è stato il Magnifico Rettore della Gregoriana, il gesuita padre Gianfranco Ghirlanda, che nella chiesa gremita di professori, e studenti provenienti da ogni parte del mondo, ha dichiarato formalmente aperto il 458° anno accademico dalla fondazione del Collegio Romano, diventato poi Università Gregoriana, avvenuta ad opera di Sant’Ignazio di Loyola, Fondatore della Compagnia di Gesù.
Era presente un folto numero di membri del Corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede e il Quirinale, e le autorità religiose, fra le quali: monsignor Luis Francisco Ladaria Ferrer, S.J., nuovo Segretario della Congregazione per la Dottrina della fede ed ex professore di Teologia dogmatica alla Gregoriana; monsignor Antonio Maria Vegliò, Segretario della Congregazione per le Chiese Orientali, e il padre Joseph Daoust, S.J., Delegato per le Case Romane del Preposito Generale della Compagnia di Gesù. Tra le molte autorità civili, il Presidente della Corte Costituzionale, Franco Bile; il Presidente Emilio Colombo e il Prefetto di Roma, Carlo Mosca.
Dopo il canto del Veni Creator il Magnifico Rettore ha tenuto la sua prolusione, indicando i punti salienti del percorso dell'Università fino a questo momento e le strade da percorrere per il futuro.
Ha ricordato tre avvenimenti fondamentali che hanno segnato la vita universitaria nello scorso anno accademico: la celebrazione della 35a Congregazione Generale della Compagnia di Gesù; l’elezione, il 19 gennaio, di padre Adolfo Nicolás, S.J., a 39° Preposito Generale della Compagnia di Gesù, che ipso iure è divenuto Vice Gran Cancelliere dell’Università; la visita dello stesso P. Nicolás nella sua veste di Vice Gran Cancelliere all’Università il 10 aprile scorso, che è stata un’occasione per sottolineare ulteriormente il compito e la missione specifica della Gregoriana nella Compagnia di Gesù e nella Chiesa.
A tal proposito padre Gianfranco Ghirlanda ha ricordato che: “La missione della Gregoriana, a cui tutti coloro che sono in essa impegnati partecipano, è da comprendersi all’interno della missione che la Compagnia di Gesù ha ricevuto da Cristo, cioè la difesa e la propagazione della fede, che oggi, come ricordava Benedetto XVI nell’Allocuzione ai Congregati, significa spingersi a quelle 'frontiere che, a seguito di una errata o superficiale visione di Dio e dell’uomo, vengono a frapporsi fra la fede e il sapere umano, la fede e la scienza moderna, la fede e l’impegno per la giustizia'”.
Il Rettore ha citato il discorso tenuto dal Vice Gran Cancelliere, il 10 aprile scorso, nel quale ricordava che “forse noi stiamo vivendo oggi la più grande crisi finora conosciuta delle relazioni umane. I vecchi e tradizionali legami (villaggio, famiglia, gruppo, cultura, religione) si stanno disintegrando mentre cerchiamo disperatamente connessioni globali, reti universali, comunità dell’universo”. Da qui l’invito a “conoscere in profondità che cosa sta effettivamente accadendo”.
Il Rettore ha sottolineato come questo invito debba essere accolto da tutti coloro che vivono e lavorano alla Gregoriana perché, ha aggiunto: “Conoscere in profondità non è soltanto avere notizia di certi fenomeni ecclesiali, politici, sociali, culturali, o magari anche studiarli; significa lasciarsi spingere ad un discernimento spirituale per trovare i mezzi per inserirsi in tale crisi in modo propositivo e contribuire al superamento di essa”.
Nei canti, nelle preghiere in più lingue e in tutta la liturgia eucaristica si è respirata la vocazione della Gregoriana focalizzata alla formazione culturale, umana e spirituale dei giovani, che provengono da tutte le parti del mondo e che ritornando nei loro paesi di origine porteranno i valori di solidarietà, giustizia, pace, rispetto e valorizzazione dell'altro, che hanno assimilato.
Il Rettore citando ancora il Vice Gran Cancelliere ha quindi posto in luce altri temi di frontiera e di sfida per la Gregoriana: il rapporto con le altre religioni; con la cultura secolare e “l’integrazione nella ricerca teologica delle peculiarità, delle gioie umane e delle tragedie sociali di tanti studenti che vengono alla Gregoriana per prepararsi a un ministero, una volta tornati al loro paese, di cambiamento e di riconciliazione o nei campi creativi del ministero pastorale e/o dell’azione sociale; le frontiere o 'nazioni' dei poveri e dei diseredati, di coloro che ignorano Dio o che usano di Dio come strumento per fini politici”.
Proprio per affrontare queste sfide l’Università Gregoriana, su invito del Vice Gran Cancelliere, si prepara ad un lavoro di pianificazione strategica a più livelli e sulla base di una profonda riflessione sulla propria natura e sulla propria missione e quindi sui mezzi formativi concreti da offrire e sul metodo pedagogico-formativo da adottare per formare, secondo la specificità della materia trattata, sacerdoti, religiosi e religiose, laici e laiche.
Questi sapranno così portare il Vangelo della salvezza di Gesù Cristo, il Vangelo dell’amore e della giustizia, della riconciliazione e della pace, su quelle frontiere dove l’uomo, invece, viene diviso e la società frantumata.
Sarà un lavoro impegnativo e faticoso quello che attende l’Università Gregoriana, ma la ricompensa per la fatica verrà proprio dalla gioia di vederne i frutti. Un lavoro che non può essere solo intellettuale e non può avere come fine la sola conoscenza.
Nella sua omelia padre Ghirlanda lo ha sottolineato, riferendosi all'Apostolo delle Genti, in questo anno giubilare a lui dedicato: “Paolo dice di non essersi presentato ad annunciare la testimonianza di Dio con sublimità di parola e di sapienza, senza discorsi persuasivi. Eppure San Paolo nelle sue lettere elabora una teologia, che, come è attestato nella Seconda Lettera di Pietro, è talvolta difficile da comprendere (2Pt 3,16)”.
“Nonostante questo – ha continuato –, il discorso di Paolo sempre ha come riferimento Gesù Cristo, vuole sempre condurre a Gesù Cristo e Gesù Cristo crocifisso. Non si tratta di un discorso dotto, che sia sfoggio di erudizione o di conoscenze umane, ma di un discorso che rivela in profondità il mistero della salvezza in Gesù Cristo.
La sapienza divina di cui Paolo è reso partecipe conduce, dunque, ad amare Gesù Cristo e ad essere, in lui, a gloria di Dio Padre.
Il Rettore ha poi citato anche Sant’Ignazio di Loyola: “Il punto fondamentale della regola che dà Sant’Ignazio è che lo studio della teologia deve illuminare l’intelletto, ma per infiammare il cuore di amore per Cristo e la Chiesa e così dare lode a Dio e servirlo nei fratelli”.
“Allora – sosteneva il fondatore della Compagnia di Gesù – lo studio della teologia, e di ogni altra materia connessa, sia da parte di professori che di studenti, non è volto ad acquisire semplicemente delle conoscenze o a soddisfare il prurito di novità, ma a formare delle persone che, infiammate da amore per Cristo e la Chiesa, sappiano essere una sfida alla mentalità dominante nella società in cui viviamo”.
Ed ha concluso la sua omelia con un invito: “Quando Sant’Ignazio inviò San Francesco Saverio in oriente, gli disse: 'Vai, infiamma tutte le cose', infiammarle dell’amore per Cristo e la sua Sposa la Chiesa; di San Alberto Hurtado, gesuita cileno morto nel 1952, si diceva: 'è un fuoco che accende altri fuochi'”.
“Che per intercessione di Sant’Ignazio, San Francesco Saverio e San Alberto Hurtado possiamo essere, lì dove il Signore ci chiama – ha auspicato –, un fuoco che infiamma dell’amore per Cristo e la Chiesa e quindi essere un fuoco che accende altri fuochi. Allora, lo studio alla Gregoriana avrà portato veramente il suo frutto”.
Sinodo sulla Parola di Dio
Benedetto XVI chiede di superare il dualismo tra esegesi e teologia
In un intervento al Sinodo dei Vescovi
CITTA' DEL VATICANO, martedì, 14 ottobre 2008 (ZENIT.org).- Benedetto XVI ha preso la parola questo martedì al Sinodo dei Vescovi per proporre di superare il dualismo tra esegesi e teologia, che a volte porta a una lettura senza fede della Bibbia.
Il Papa ha espresso la sua opinione traendo spunto dal suo quaderno di appunti personali, seduto al suo solito posto al centro dell'aula sinodale e parlando in italiano con la precisione dei suoi lunghi anni da docente universitario.
Le sue parole hanno risuonato dopo la pausa della 14ma congregazione generale e, come ha spiegato egli stesso, si ispirano al lavoro che sta compiendo per redigere il suo libro “Gesù di Nazaret”, di cui sta preparando il secondo volume.
In particolare, ha presentato i criteri offerti dal Concilio Vaticano II nella Costituzione Dogmatica Dei Verbum, per l'interpretazione delle Sacre Scritture.
“Dovendo la sacra Scrittura esser letta e interpretata alla luce dello stesso Spirito mediante il quale è stata scritta – diceva il Concilio –, per ricavare con esattezza il senso dei sacri testi, si deve badare con non minore diligenza al contenuto e all'unità di tutta la Scrittura, tenuto debito conto della viva tradizione di tutta la Chiesa e dell'analogia della fede”.
Il Papa ha osservato che in generale gli esegeti tengono conto del primo criterio, l'unità di tutta la Scrittura, ma tralasciano il secondo, la Tradizione viva della Chiesa.
Questa trascuratezza, secondo il Pontefice, ha delle conseguenze, ad esempio il fatto che la Bibbia diventi un libro del passato: “l'esegesi diventa storiografia”.
In base a questa visione, in Germania alcune correnti esegetiche negano l'istituzione dell'Eucaristia, e il corpo di Gesù sarebbe rimasto nella tomba. In questo modo, ha constatato, scompare la presenza del divino nello storico.
Questa interpretazione, ha proseguito, crea una distanza tra esegesi e lectio divina, e suscita perplessità al momento di preparare le omelia.
Con questa visione, la Scrittura non può essere “l'anima della teologia”, e quest'ultima smette di essere interpretazione della Scrittura nella Chiesa.
Per la vita e la missione della Chiesa è del tutto necessario superare il dualismo tra esegesi e teologia, perché sono dimensioni di una stessa realtà.
Per questo, il Vescovo di Roma ha suggerito di introdurre due proposizioni per questo Sinodo: sviluppare l'esegesi non solo storica ma anche teologica e ampliare la preparazione degli esegeti in questo senso per ampliare anche la visione dell'esegesi stessa.
L'intervento del Papa ha avuto lo stesso formato di quelli preparati dai Vescovi nel dibattito ed è stato ricevuto con un applauso.
In Iraq vivere la Parola costa la vita, denuncia il Patriarca
Testimonianza di Sua Beatitudine Emmanuel III Delly
CITTA' DEL VATICANO, martedì, 14 ottobre 2008 (ZENIT.org).- La situazione per i cristiani dell'Iraq è sempre più difficile, ha confessato questo martedì al Sinodo dei Vescovi riunito in Vaticano il Cardinale Emmanuel III Delly, Patriarca di Babilonia dei Caldei.
Il Capo del Sinodo della Chiesa caldea si è presentato all'assemblea sinodale sulla Parola di Dio come “un figlio della terra d'Abramo, l'Iraq”.
Il Patriarca ha fornito in primo luogo informazioni sulla situazione dell'Iraq, “Paese torturato e insanguinato”, in risposta alle richieste che in questi giorni gli hanno presentato i Padri sinodali.
“La mia parola non sarà una lettura politica, ma il breve flashback di un padre che da mezzo secolo vive con i suoi figli spirituali e che vede i suoi cittadini soffrire e morire”, ha affermato.
Parlando in italiano, ha aggiunto: “Diciamo la verità: non abbiamo lasciato niente di intentato per ottenere la pace e la tranquillità per il Paese”.
“La situazione in alcune parti dell'Iraq è disastrosa e tragica. La vita è un calvario: mancano la pace e la sicurezza, così come mancano nella vita di ogni giorno gli elementi basilari”, ha denunciato.
“Continuano a mancare l'elettricità, l'acqua, la benzina, la comunicazione telefonica è sempre più difficile, intere strade sono bloccate, le scuole chiuse o sempre in pericolo, gli ospedali sono a organico ridotto, la gente teme per la propria incolumità”.
Il porporato ha rivelato che “tutti temono il rapimento, i sequestri e le intimidazioni. Che dire poi di tutti quei rapimenti ingiustificabili che quotidianamente si susseguono, danneggiando intere famiglie e privandole spesso dei loro cari, pur avendo sborsato decine di migliaia di dollari per una liberazione mai avvenuta?”.
“Per non parlare del numero sempre più crescente di morti causati dalle autobombe e dai kamikaze che indossano cinture esplosive”.
“Vivere la parola di Dio significa per noi testimoniarla anche a costo della propria vita, com'è accaduto e accade finora con il sacrificio di Vescovi, sacerdoti e fedeli. Essi continuarono a essere in Iraq forti nella fede ed amore di Cristo grazie al fuoco della parola di Dio”, ha spiegato.
“Per questo, vi supplico di pregare per noi e con noi il Signore Gesù, Verbo di Dio, e condividere la nostra preoccupazione, le nostre speranze e il dolore delle nostre ferite, affinché la Parola di Dio fatta carne rimanga nella sua Chiesa e insieme a noi come buon annunzio e come sostegno. 16 dei nostri sacerdoti e due Vescovi sono stati rapiti e rilasciati dopo un riscatto molto elevato”.
“Alcuni di loro – ha concluso – appartengono alla schiera dei nuovi martiri che oggi pregano per noi dal cielo: l'Arcivescovo di Mosul, Faraj Rahho, padre Raghid Ganni, altri due sacerdoti e altri sei giovani”.
Gli statunitensi sono i più grandi lettori della Bibbia
Conclusioni di una ricerca mondiale sulla Sacra Scrittura
di Carmen Villa
CITTA' DEL VATICANO, martedì, 14 ottobre 2008 (ZENIT.org).- La maggior parte delle persone si è avvicinata almeno una volta nella vita alla Parola di Dio. Lo conferma una ricerca sulla lettura della Bibbia in prospettiva ecumenica, presentata questo martedì nel corso di una conferenza stampa nella Santa Sede.
La presentazione è stata a carico del Cardinale Walter Kasper, presidente del Pontificio Consiglio per la Promozione dell'Unità dei Cristiani, di monsignor Vincenzo Paglia, presidente della Federazione Biblica Cattolica, di Miller Milloy, segretario generale della United Bible Societies in Inghilterra, e del professor Luca Diotallevi, docente di Sociologia presso l'Università “Roma Tre”.
La ricerca è stata svolta tra il novembre dell'anno scorso e il luglio 2008 per valutare il rapporto della popolazione adulta con le Scritture ed è stata realizzata in dodici Paesi: Stati Uniti, Inghilterra, Olanda, Germania, Francia, Spagna, Italia, Polonia, Russia, Hong Kong, Filippine e Argentina.
All'inizio, la Società Biblica Cattolica e la United Bible Societies hanno firmato un accordo di traduzione e diffusione della Bibbia, che è stata tradotta in 2.454 lingue. Secondo quanto ha spiegato monsignor Paglia, è stata tradotta interamente in 438 lingue, solo il Nuovo Testamento in 1.168 e solo alcuni libri in altre 848. Attualmente sono 4.500 le lingue in cui la Bibbia non è ancora stata tradotta.
I vantaggi di leggere la Bibbia
Il Cardinale Kasper si è riferito all'eredità ecumenica delle Sacre Scritture e alla necessità di riconciliare la varie tradizioni e di cercare un linguaggio comune comprensibile. Allo stesso modo, ha parlato della sfida di evitare la lettura fondamentalista e ha incentivato la pratica della lectio divina e la lettura e la meditazione personale della Bibbia, sottolineando inoltre l'importanza dell'interpretazione storica, nel senso che la fede cristiana non è una questione di mitologia.
Da parte sua, monsignor Paglia si è riferito alle Sacre Scritture come punto di unione per il dialogo all'interno delle varie confessioni cristiane: “La ricchezza di questo ascolto comune non solo beneficia la crescita spirituale di tutti, ma fa maturare la comunione già esistente, allontana dalle tensioni di vivere la propria identità in modo autosufficiente e motiva a che i credenti non si chiudano in se stessi”, ha affermato.
Numeri che parlano
Secondo la ricerca, gli abitanti degli Stati Uniti sono quelli che leggono di più la Bibbia personalmente (75%), mentre in Spagna e in Francia la percentuale è solo del 20%. Negli altri Paesi europei la media è del 30%.
Lo studio mostra che la maggior parte delle persone ha a casa una copia della Bibbia, tranne in Francia (dove solo il 48% ce l'ha) e a Hong Kong (appena il 17%).
Quanto al tema dell'interpretazione della Parola di Dio, gli Stati Uniti e le Filippine sono i Paesi che mostrano maggiore interesse per le omelie durante le celebrazioni liturgiche (47% e 66% rispettivamente), mentre Hong Kong e Francia dimostrano minore interesse (2% e 8 %).
Nella maggior parte dei Paesi si è constatato un avvicinamento critico alle Sacre Scritture. Le Filippine mostrano una lettura più fondamentalista e Hong Kong una più riduzionista. Ad eccezione di Francia e Hong Kong, negli altri Paesi si è approvato il fatto che la Bibbia si studi a scuola.
Credenze e riti
Circa il tema dell'esistenza di Dio, in tutti i Paesi tranne in Francia (dove solo il 47% ha risposto in modo affermativo) la maggior parte del campione afferma di credere o di aver creduto in qualche momento che un essere superiore vigili sulla sua vita.
Quanto alla preghiera, negli Stati Uniti l'87 % degli abitanti intende il senso della preghiera e prega spesso. L'indice più basso in questo senso si è avuto a Hong Kong, con il 28%.
Il più alto indice di partecipazione alle cerimonie religiose si riscontra nelle Filippine, con il 90%, mentre il più basso è nel Regno Unito, con il 45%.
In Paesi come Stati Uniti, Germania, Italia, Polonia, Filippine e Argentina, la maggior parte degli intervistati crede che il contenuto della Bibbia sia reale, e in tutti i Paesi tranne a Hong Kong, con il 43%, la maggior parte lo ritiene interessante.
[Traduzione dallo spagnolo di Roberta Sciamplicotti]
Il Cardinal Bertone cerca di far scoprire la Bibbia ai giovani
Intervenendo al Sinodo dei Vescovi
CITTA' DEL VATICANO, martedì, 14 ottobre 2008 (ZENIT.org).- Il Cardinale Tarcisio Bertone, S.D.B., ha preso la parola questo martedì davanti al Sinodo per riflettere su come i giovani possano scoprire la Bibbia.
Il Segretario di Stato si è fatto portavoce di Benedetto XVI per esprimere una profonda convinzione del Papa: “Nel Libro Sacro debitamente incontrato, la fede giovanile trova un orientamento indispensabile (bussola), avendo per altro attenta cura che l'incontro con la Bibbia diventi un incontro con Cristo”.
“Presa a sé stante, la Bibbia non riesce a suscitare agli occhi di un giovane, tanto più se nella prima adolescenza, una particolare attrazione ed affezione”, ha constatato.
“Si registra cioè una sostanziale indifferenza per una fede comunicata tramite la Sacra Scrittura, rispetto invece alla testimonianza di una persona credente, indifferenza che si accompagna ad un notevole tasso di ignoranza e soprattutto alla difficoltà di avvertirne il valore vitale”.
Citando lo studio “La religiosità in Italia” (Mondadori, Milano 1995), il porporato ha spiegato che tra quanti non hanno praticamente mai un contatto personale con la Bibbia (l'80% delle persone) il numero più elevato si riscontra nella fascia degli adolescenti, tra i 14 e i 19 anni.
Solo il 13% ritiene che se “uno crede in Dio deve leggere e meditare la Bibbia o altri testi sacri”, mettendo tale lettura all'undicesimo posto su sedici item; il 7% poi realizza “il pregare leggendo, meditando la Bibbia o altri testi religiosi”, ha affermato citando lo studio.
“Tuttavia, si nota in tanti di questi ragazzi una sorprendente disponibilità verso la Bibbia quando la sintonia si raggiunge non tanto, almeno all'inizio, per l'autorevolezza di una pagina biblica detta Parola di Dio, ma per degli adulti che li accostano come educatori pazienti e testimoni credibili del personaggio più grande che è la figura di Gesù, di persone insomma che quando dicono Parola di Dio, la mostrano nella loro vita”.
“Se l'adulto, da educatore-amico, riesce a farsi aprire la porta del cuore del giovane, allora la Scrittura si propone come un dono che porta con sé tutte le qualità della Parola di Dio secondo la codificazione biblica, con una peculiare caratterizzazione a riguardo dell'anima giovanile”.
“Così il giovane crescerà ed apprezzerà il protagonismo dei giovani nella Bibbia e in specie nei Vangeli; metterà Gesù nel suo 'diario dell'anima' (abbiamo tanti esempi nei diari dei giovani); apprezzerà anche tutte le immagini sportive presenti nella Bibbia con originali applicazioni alla vita virtuosa"”, come quella che presenta in un libro Michel Quoist.
Il porporato ha quindi ricordato un incontro del Papa con i giovani il 6 aprile 2006, che “stupì un po' tutti per la chiarezza ed insieme per la carica di convinzione sicura del Papa” nel presentare ai giovani la Parola.
“Cari giovani, vi esorto ad acquistare dimestichezza con la Bibbia, a tenerla a portata di mano, perché sia per voi come una bussola che indica la strada da seguire”, ha detto il Vescovo di Roma in quell'occasione.
Da quel discorso del Papa, secondo il Cardinal Bertone, “dobbiamo imparare questi tre elementi: leggere in colloquio personale con il Signore; leggere accompagnati da maestri che hanno l'esperienza della fede, che sono entrati nella Sacra Scrittura; leggere nella grande compagnia della Chiesa, nella cui Liturgia questi avvenimenti diventano sempre di nuovo presenti, nella quale il Signore parla adesso con noi, così che man mano entriamo sempre più nella Sacra Scrittura, nella quale Dio parla realmente con noi, oggi”.
Sei temi centrali del Sinodo sulla Parola
Bilancio dopo la prima settimana
di Jesús Colina
CITTA' DEL VATICANO, martedì, 14 ottobre 2008 (ZENIT.org).- Dopo i 191 interventi preparati e letti e 99 interventi liberi, risuonati tra il 6 e il 13 ottobre nell'aula del Sinodo dei Vescovi sulla Parola, ci sono temi che hanno ricevuto un'attenzione particolare.
Non sono ovviamente gli unici, ma sono alcuni dei più menzionati. Nei prossimi giorni ne esporremo altri, accompagnati dagli stessi Padri sinodali.
1. La Parola non è la Bibbia
Il Sinodo è iniziato spiegando un malinteso comune tra molti credenti: come ha osservato nella sua relazione prima del dibattito il Cardinale Marc Ouellet, P.S.S., Arcivescovo di Québec, la Parola non è un semplice testo scritto, è lo stesso amore di Dio fatto uomo in Cristo.
Per questo, la Parola è molto più della Bibbia, e di fatto il Nuovo Testamento nasce nel seno della Chiesa nascente e implica quindi la Tradizione e l'interpretazione del Magistero.
Tra il 7 e l'8 ottobre, numerosi interventi dei Padri sinodali hanno insistito su questa spiegazione.
I Padri hanno sottolineato che il Sinodo non cerca di riscrivere la Costituzione Dogmatica Dei Verbum del Concilio Vaticano II, che già spiega tali questioni dottrinali. Non si tratta dunque di un Sinodo dottrinale (anche se ricorda le verità del Magistero), ma soprattutto pastorale.
Altre questioni come l'ispirazione degli autori biblici non vengono quindi affrontate direttamente. Piuttosto, vari Padri sinodali hanno chiesto un documento della Santa Sede sull'interpretazione delle Sacre Scritture, ed è stato anche proposto che abbia il rango di testo papale in forma di Enciclica (Cardinale Ouellet).
2. Predicare con l'esempio: il problema delle omelie
La preoccupazione per il livello delle omelie in generale si è ripetuta costantemente nella prima settimana del Sinodo.
Da una parte si stanno offrendo soluzioni concrete a questo problema, al quale si è arrivati ad attribuire l'abbandono della Chiesa da parte dei fedeli.
Vari Vescovi hanno chiesto un Direttorio Omiletico, come già esiste un Direttorio per la Catechesi, con indicazioni pratiche sulla predicazione.
In questo senso, il Cardinale Angelo Scola, patriarca di Venezia, relatore del Sinodo del 2005 sull'Eucaristia, ha confermato che la Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti sta preparando un sussidio con materiale per le omelie tematiche che aiuti i sacerdoti a preparare la predicazione, pur non essendo un manuale di predicazione.
Numerosi Vescovi, come questo lunedì il Cardinale Agostino Vallini, vicario del Papa per la Diocesi di Roma, hanno anche insistito sulla necessità che i seminaristi e i sacerdoti non solo studino la Bibbia, ma imparino ad assaporarla meditandola.
Molti presuli, soprattutto negli interventi liberi, hanno spiegato che l'omelia non è solo una questione di formazione retorica o accademica.
Sono state citate varie volte le famose parole di Paolo VI, che diceva che il mondo ascolta i maestri ma segue i testimoni. Se la parola del predicatore non viene seguita nella vita, perde tutta la sua credibilità, è stato constatato.
In questo senso, si è ricordata anche l'espressione di Benedetto XVI quando spiega che la Parola non è solo “informativa”, ma “performativa”, vale a dire deve conformare la vita di una persona.
3. La “lectio divina”
Una delle definizioni forse più ripetute in questa settimana è stata “lectio divina”. La meditazione orante della Parola di Dio, soprattutto in comunità (esistono diverse metodologie), sembra diventare la proposta che i partecipanti a questo Sinodo vogliono fare a ogni parrocchia.
Si può dire, quindi, che l'efficacia pratica del Sinodo di potrà misurare nell'arco di dieci anni in base alla diffusione di questa pratica, promossa da Benedetto XVI fin dall'inizio del suo pontificato.
4. Antico Testamento
Vari Padri sinodali hanno constatato la difficoltà dei cattolici di leggere e meditare l'Antico Testamento. In questo modo non possono godere pienamente della rivelazione divina. Questo fenomeno si aggrava in alcuni ambienti a causa di altri due elementi.
Nel caso delle Chiese orientali, come ha spiegato monsignor Kidane Yebio, Vescovo di Keren (Eritrea), nella sacra liturgia non si leggono praticamente mai brani dell'Antico Testamento.
Nel caso dei cristiani del Medio Oriente, a causa del conflitto tra israeliani e palestinesi e di interpretazioni sioniste della Bibbia, si rifiuta la lettura o la meditazione dell'Antico Testamento.
Questo grave fenomeno è stato constatato in particolare da due patriarchi: Sua Beatitudine Fouad Twal, patriarca di Gerusalemme dei Latini, e Sua Beatitudine Grégoire III Laham, B.S., patriarca di
Antiochia dei Greco-Melchiti (Siria). Ques'ultimo ha spiegato, come esempio, che in una celebrazione liturgica un fedele arabo aveva cambiato l'espressione biblica “Popolo di Israele” in “Popolo della Palestina”.
5. Esegesi
Nei primi giorni del Sinodo sono stati numerosi gli interventi in cui si constatava come un'esegesi accademica della Bibbia porti a volte a dubitare della storicità stessa di Cristo o del fatto che la Scrittura sia un testo rivelato.
Questa lettura senza fede del testo rivelato avrebbe portato i cattolici a cercare un'interpretazione di fede in gruppi protestanti. Anche se questo fenomeno preoccupa profondamente il Sinodo, l'Assemblea ha anche sottolineato l'importanza dell'apporto dell'esegesi alla comprensione della Parola.
Nella relazione d'apertura, il Cardinale Ouellet ha proposto agli esegeti e ai biblisti una visione di fede e di ascolto dello Spirito, superando così dall'inizio un dibattito non necessario. Fede e scienza biblica non sono in contrasto, hanno insistito i Vescovi.
6. Traduzione e distribuzione della Bibbia
L'argomento è stato presentato davanti all'assemblea da monsignor Louis Pelâtre, vicario apostolico di Istanbul (Turchia), che ha constatato che la Bibbia non è stata ancora tradotta in molte lingue locali.
Quando queste popolazioni minoritarie sono povere, non esistono nemmeno risorse per stampare e distribuire Bibbie a prezzi accessibili.
Sono stati dunque numerosi gli interventi dei Vescovi africani, latinoamericani e asiatici per chiedere la creazione di un organismo nella Chiesa cattolica che aiuti a risolvere questo grave problema, anche dal punto di vista economico.
Atmosfera
Da quando è stata ristabilita la pratica di convocare il Sinodo dei Vescovi dopo il Concilio Vaticano II, questa assemblea è forse la più serena, segno di una nuova unità nella Chiesa dopo le divisioni dei decenni scorsi. Lo ha constatato ad esempio questo lunedì a ZENIT il Cardinale Óscar Rodríguez Maradiaga, Arcivescovo di Tegucigalpa (Honduras).
A questa atmosfera di unità ha contribuito il tema scelto da Benedetto XVI, “La Parola di Dio nella vita e nella missione della Chiesa”, argomento che tocca il cuore di ciascuno dei presenti.
[Traduzione dallo spagnolo di Roberta Sciamplicotti]
Notizie dal mondo
Un milione di bambini di tutto il mondo prega per la pace
Campagna mondiale del Rosario infantile
CARACAS, martedì, 14 ottobre 2008 (ZENIT.org).- L'abituale campagna di un milione di bambini che prega per la pace si svolgerà quest'anno il 18 ottobre prossimo. L'iniziativa, che ha avuto origine in Venezuela, si è ormai diffusa in tutto il mondo.
Il Consiglio Nazionale dei Laici del Venezuela, in una nota inviata a ZENIT, convoca a partecipare all'iniziativa, nata a Caracas nel 2005 e che consiste nell'invitare un milione di bambini di tutto il mondo a unirsi nella recita del Santo Rosario.
L'obiettivo è “infondere nel cuore dei bambini l'idea di pregare per la pace interiore di ogni essere umano, così come per la pace e l'unità nella famiglia, nel Paese e nel mondo intero”, spiega la nota.
Per partecipare non sono necessarie mobilitazioni né spese, visto che si deve semplicemente recitare il Rosario “il prossimo 18 ottobre alle 9.00 del mattino – dice la convocazione della campagna per il Venezuela – nelle aule, nei cortili, in piazze, cappelle, ospedali pediatrici, parrocchie, orfanotrofi, case di cura, asili”, ovunque si trovi ogni volontario.
Per diventare volontari è necessario soltanto aiutare “a far conoscere e motivare” nella propria comunità questa Giornata di Preghiera, o anche rendersi disponibili il 18 ottobre alle 9.00 per accompagnare i bambini. Gli organizzatori considerano il sostegno dei volontari “prezioso e molto importante”.
Alcune delle innumerevoli testimonianze ricevute nel corso delle campagne precedenti possono essere lette sulla pagina web della campagna: http://www.unmillondeninos.com/ o http://www.millon-de-ninos-rezando.net/
Italia
Fondazione Azione cattolica scuola di santità - Pio XI
di Chiara Santomiero
ROMA, martedì, 14 ottobre 2008 (ZENIT.org).- Cosa hanno in comune Alberto Hurtado, Gianna Beretta Molla e David Rodán Lara, cioè un gesuita cileno, un medico e mamma di famiglia italiana e un giovane impiegato messicano? E cosa accomuna Vicente Vilar David, proprietario di una ditta di ceramiche nella provincia di Valencia con Antonietta Meo, conosciuta come Nennolina, una bimba romana di sei anni?
Fanno tutti parte di quel lungo elenco di uomini e donne, laici, religiosi e sacerdoti, che hanno vissuto la propria formazione umana e spirituale in Azione cattolica (Ac) o, come assistenti, ne hanno incoraggiato il cammino e promosso la diffusione, testimoniando una pienezza di vita e una fede in Cristo degna dei santi e spintasi, in alcuni casi, fino al martirio.
Nell'accogliere lo scorso 4 maggio i partecipanti all’incontro nazionale dell’associazione che festeggiava i 140 anni della sua storia Benedetto XVI ha detto: “Siete venuti a Roma in spirituale compagnia dei vostri numerosi, santi, beati, venerabili e servi di Dio: uomini e donne, educatori e sacerdoti assistenti, ricchi di virtù cristiane, cresciuti nelle file dell’Azione cattolica. Questi testimoni rappresentano la vostra più autentica carta d’identità”.
In risposta alle sollecitazioni dei Pontefici - Giovanni Paolo II nell’incontro con l’associazione avvenuto a Loreto nel 2004 affermò “il dono più grande che potete fare alla Chiesa e al mondo è la santità” -, è nata la “Fondazione Azione cattolica scuola di santità - Pio XI”, presentata l'11 ottobre a Roma.
Obiettivo statutario del nuovo organismo è quello di “far conoscere santi, beati, venerabili, testimoni che incoraggino a vivere oggi un’Ac scuola di santità”, soprattutto per i fedeli laici ma senza dimenticare “che l’Ac è stata e continua ad essere fonte di molteplici vocazioni presbiterali e religiose”.
La Fondazione, costituitasi nel 2007 con sede nella Città del Vaticano, è promossa dal Forum internazionale di Azione cattolica, dall’Azione cattolica italiana e da alcune diocesi e congregazioni che hanno iniziato processi di beatificazione di testimoni di Azione cattolica. Presidente del consiglio direttivo dell’organismo è il Cardinale Salvatore De Giorgi.
“La Fondazione – ha spiegato il Cardinale – è dedicata al Papa Pio XI per ricordare il Pontefice che fu Pastore premuroso e attento in tempi difficili per l’Ac in Italia (basti pensare al vigoroso intervento contro il fascismo nell’enciclica 'Non abbiamo bisogno' del 1931) e favorì la promozione dell’ associazione nella Chiesa cattolica richiamandone l’essenziale identità religiosa, poi confermata dal Concilio Vaticano II e dal magistero successivo”.
“La conoscenza di questi fratelli e sorelle che ci hanno preceduto esemplarmente nella sequela di Cristo – ha affermato De Giorgi – non solo mette in evidenza come l’Azione cattolica ovunque e sempre abbia ritenuto come suo scopo principale la vocazione di ogni cristiano alla santità, ma anche come tanti suoi iscritti l’abbiano di fatto raggiunta nella ordinarietà della loro condizione e professione di vita, per cui sono un invito per tutti, laici e sacerdoti, a tendere senza indugio alla santità”.
Convegno internazionale a 30 anni dall'elezione di Giovanni Paolo II
Presso la Facoltà teologica “San Bonaventura-Seraphicum” di Roma
ROMA, martedì, 14 ottobre 2008 (ZENIT.org).- A trent’anni dall’elezione al soglio pontificio di Giovanni Paolo II (16 ottobre 1978), la Pontificia Facoltà teologica “San Bonaventura-Seraphicum” di Roma ha organizzato un Convegno internazionale dedicato al Papa polacco sul tema “Il Vaticano II nel pontificato di Giovanni Paolo II”.
Il Convegno si svolgerà dal 28 al 30 ottobre e vedrà la partecipazione di numerosi relatori provenienti dal mondo ecclesiastico e laico, molti dei quali diretti testimoni dell’operato e del messaggio del Pontefice defunto.
Tra questi, ricorda un comunicato ricevuto da ZENIT, figurano l'ex segretario e oggi Arcivescovo di Cracovia Stanislao Dziwisz, il Segretario di Stato Cardinale Tarcisio Bertone, il biografo di Papa Wojtyła George Weigel e monsignor Slawomir Oder, postulatore della causa di beatificazione.
Le tre giornate di Convegno saranno “ricche di interventi e confronti per leggere la figura di Giovanni Paolo II da un’ottica diversa, quella del Concilio Vaticano II cui l’allora Vescovo Karol Wojtyla partecipò attivamente, dando un sostanziale contributo all’elaborazione dei documenti conciliari”, spiega il testo.
Allo stesso tempo, l'incontro mira a riesaminare il grande patrimonio teologico scaturito proprio dal ventunesimo Concilio ecumenico.
“Queste due chiavi di lettura – ha osservato il professor Zdzislaw Kijas, preside della Pontificia Facoltà teologica “San Bonaventura-Seraphicum” – finiscono per fondersi nella figura di Karol Wojtyła che prima contribuì alla stesura di importanti documenti e poi, da Pontefice, alla loro attuazione con quello spirito di profondo rinnovamento della Chiesa emerso appunto dal Concilio”.
Il Convegno è la seconda iniziativa che la Pontificia Facoltà “San Bonaventura”, una delle più antiche di Roma, riserva a Giovanni Paolo II in pochi mesi. Nel maggio scorso ha infatti ospitato un simposio dal titolo “I media e il nuovo umanesimo. Giovanni Paolo II e i mezzi di comunicazione di massa”.
“Nell’anno in cui ricorre il trentennale della sua elezione a pontefice – ha sottolineato il professor Kijas – abbiamo voluto dedicare due appuntamenti al ruolo ricoperto da Giovanni Paolo II nella Chiesa e nella società. Il primo dedicato alla comunicazione e questo, a pochi giorni dall’anniversario dell’elezione, al complesso percorso intrapreso dal mondo cattolico con il Concilio Vaticano II e, ancor più, durante il lungo pontificato di papa Wojtyla”.
L'obiettivo, ha concluso, è “comprendere meglio il passato e, soprattutto, le sfide che attendono ogni giorno la Chiesa e l’intera società”.
ViviCentro (art. 19 e 21)
La libertà di stampa è una benedizione quando siamo inclini a scrivere contro gli altri, e una calamità quando ci troviamo ad essere sopraffatti dalla moltitudine dei nostri assalitori. (Samuel Johnson).
















