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Il mondo visto da Roma - 15 ottobre 2008
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Mercoledì, 15 Ottobre : 2008

Il mondo visto da Roma


SANTA SEDE
Il Papa: la Chiesa non è una categoria sociologica
Presentato il film "Testimonianza" su Giovanni Paolo II
I Incontro Continentale Latinoamericano di Pastorale della Strada
Il Papa nomina due nuovi Vescovi per il Vietnam

SINODO SULLA PAROLA DI DIO
19 domande del Sinodo sulla Parola
Una donna cinese chiede al Papa di aprire un blog
La Santa Sede approva tre alternative all'“Andate in pace”
La Lectio Divina, un modo per conoscere il cuore di Dio
I laici siano annunciatori della Parola di Dio

NOTIZIE DAL MONDO
Un incontro panortodosso promuove l'unità dei cristiani
Il 90% degli americani, favorevole a restrizioni all'aborto
Chiesa australiana: la nuova legge sull'aborto disprezza la vita

ITALIA
“Nessuna sofferenza può prevalere sulla forza della vita”

INTERVISTE
Il Cardinale Ruini ricorda Giovanni Paolo II

UDIENZA DEL MERCOLEDÌ
Benedetto XVI e la dimensione ecclesiologica del pensiero di Paolo

DOCUMENTI SULLA WEB DI ZENIT
Interventi al Sinodo del 14 e della mattina del 15 ottobre


Santa Sede

Il Papa: la Chiesa non è una categoria sociologica
Catechesi all'Udienza generale del mercoledì

CITTA' DEL VATICANO, mercoledì, 15 ottobre 2008 (ZENIT.org).- La Chiesa non è un'“associazione umana” interpretabile alla luce della sociologia, ma il Corpo mistico di Cristo, il segno della presenza amorevole di Dio, ha detto questo mercoledì Benedetto XVI.

E' quanto ha detto questo mercoledì Benedetto XVI durante l'Udienza generale in Piazza San Pietro, alla presena di circa 30 mila pellegrini, dedicata al concetto di Chiesa nel pensiero di San Paolo.

Continuando il ciclo di catechesi dedicato alla figura dell'Apostolo delle Genti, il Papa ha spiegato all'inizio che il vocabolo greco ekklēsía fa la sua apparizione nella prima Lettera ai Tessalonicesi di Paolo, il primo scritto in assoluto di un cristiano, databile attorno al 50/51 (a circa 20 anni dalla morte di Cristo).

Benedetto XVI ha poi ricordato che la stessa etimologia del vocabolo implica l'idea di una chiamata e non di un semplice riunirsi insieme.

“I credenti - ha spiegato - sono chiamati da Dio, il quale li raccoglie in una comunità”

La Chiesa è “la nuova comunità di credenti in Cristo che si sentono assemblea di Dio”; un'unica Chiesa di Dio che "non è solo una somma di diverse Chiese locali".
 “Non è una associazione umana, nata da idee o interessi comuni, ma da una convocazione di Dio – ha continuato –. Egli l’ha convocata e perciò è una in tutte le sue realizzazioni. L’unità di Dio crea l’unità della Chiesa in tutti i luoghi dove si trova”.

San Paolo, ha proseguito il Papa, dopo la conversione ebbe subito chiaro “il valore fondamentale e fondante di Cristo e della 'parola' che Lo annunciava”.

“Paolo sapeva che non solo non si diventa cristiani per coercizione, ma che nella configurazione interna della nuova comunità la componente istituzionale era inevitabilmente legata alla 'parola' viva, all'annuncio del Cristo vivo nel quale Dio si apre a tutti i popoli e li unisce in un unico Popolo di Dio".

 “Un popolo – ha proseguito – è come un corpo con diverse membra, ognuna delle quali ha la sua funzione, ma tutte, anche le più piccole e apparentemente insignificanti, sono necessarie perché il corpo possa vivere e realizzare le proprie funzioni”.

“Opportunamente l'Apostolo osserva che nella Chiesa ci sono tante vocazioni: profeti, apostoli, maestri, persone semplici, tutti chiamati a vivere ogni giorno la carità, tutti necessari per costruire l’unità vivente di questo organismo spirituale”.

 La Chiesa, ha quindi aggiunto il Papa, “non è solo un organismo, ma diventa realmente Corpo di Cristo nel sacramento dell'Eucaristia”.

“Così la realtà va molto oltre l’immagine sociologica, esprimendo la sua vera essenza profonda, cioè l'unità di tutti i battezzati in Cristo, considerati dall'Apostolo 'uno' in Cristo, conformati al sacramento del Corpo”.

In Paolo il concetto di Chiesa si carica di una dimensione nuova: “Se prima i templi erano considerati luoghi della presenza di Dio – ha infatti aggiunto il Pontefice – , adesso si sa e si vede che Dio non abita in edifici fatti di pietre, ma il luogo della presenza di Dio nel mondo è la comunità viva dei credenti”.

 "Come famiglia e casa di Dio - ha detto il Papa - dobbiamo realizzare nel mondo la carità di Dio e così essere, con la forza che viene dalla fede, luogo e segno della sua presenza”.

“Preghiamo il Signore affinché ci conceda di essere sempre più la sua Chiesa, il suo Corpo, il luogo della presenza della sua carità in questo nostro mondo e nella nostra storia”, ha poi concluso.

Al termine della catechesi, il Papa ha quindi rivolto dei saluti ai diversi gruppi di pellegrini presenti esortandoli a dedicare il mese di ottobre alla preghiera del Rosario.

In particolare, rivolgendosi ai fedeli polacchi alla vigilia del 30° anniversario dell’elezione di Giovanni Paolo II, ha detto di essere unito a loro nella preghiera.

Un incoraggiamento “a proseguire nell'impegno di cristiana solidarietà verso il prossimo” è quindi andato alle infermiere volontarie della Croce Rossa Italiana, che ricordano il primo centenario di fondazione della loro Associazione,

Infine, nel giorno in cui la Chiesa celebra la memoria di Santa Teresa d’Avila, il pensiero del Papa è andato ai giovani e ai malati e agli sposi novelli: “questa grande Santa – ha affermato – testimonia [...] che l’amore autentico non può essere scisso dalla verità; mostra [...] che la croce di Cristo è mistero di amore redentore [...] ed è modello di fedeltà a Dio”.


Presentato il film "Testimonianza" su Giovanni Paolo II
Giovedì pomeriggio sarà proiettato nell'Aula Paolo VI alla presenza di Benedetto XVI

ROMA, mercoledì, 15 ottobre 2008 (ZENIT.org).- Questo mercoledì è stato presentato in Sala Stampa vaticana un film intitolato “Testimonianza”, tratto dal libro “Una vita con Karol” del Cardinale Stanislaw Dziwisz, Arcivescovo di Cracovia e per 36 anni al fianco del Papa polacco, e del giornalista Gian Franco Svidercoschi.

Presenti all'evento, per ricordare e celebrare il 30° anniversario dell'elezione al pontificato di Giovanni Paolo II, gli autori del volume - già tradotto in una quindicina di lingue - , l’attore-narratore del film Michael York, e il produttore Przemyslaw Hauser.

Domani pomeriggio Benedetto XVI assisterà alla proiezione del film nell’Aula Paolo VI.

Le riprese del film sono durate quasi un anno e sono state effettuate in Vaticano, a Cracovia e a Wadowice, la città natale di Karol Wojtyla.


I Incontro Continentale Latinoamericano di Pastorale della Strada
A Bogotà (Colombia) dal 19 al 24 ottobre2008

CITTA' DEL VATICANO, mercoledì, 15 ottobre 2008 (ZENIT.org).- Si svolgerà dal 19 al 24 ottobre 2008 nella sede della Conferenza Episcopale Colombiana a Bogotá il Primo Incontro Continentale Latinoamericano di Pastorale della Strada, promosso dal Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti in collaborazione con il Settore della Mobilità Umana del Consiglio Episcopale Latinoamericano (CELAM).

All'incontro, sul tema “'Gesù in persona si accostò e camminava con loro' (Lc 24,15). Pastorale della Strada: un cammino insieme”, prenderanno parte circa cinquanta persone, provenienti da 13 Paesi.

L'evento, spiega un comunicato stampa del dicastero vaticano ricevuto da ZENIT, è il primo congresso continentale sul tema e comprende quattro distinte categorie di pastorale in ambiente stradale: “gli utenti della strada (automobilisti, camionisti, ecc.) e della ferrovia e chi lavora nei vari servizi collegati; le donne e i ragazzi di strada, e i senza fissa dimora”.

Circa la prima categoria, il dicastero spiega che “come conseguenza della trasgressione e della negligenza in disciplina stradale, ogni anno, sulle strade nel mondo, muoiono 1.200.000 persone, mentre i feriti sono 50 milioni. Si stima che nel Continente Latinoamericano le vittime siano 122.000 con circa 30-50 feriti gravi per ogni morte considerata”.

Le conseguenze a causa delle lesioni provocate dagli incidenti “aggravano la povertà di molte famiglie e influiscono negativamente sul futuro delle Nazioni”, soprattutto quando gli incidenti coinvolgono i giovani.

Riguardo alle donne di strada, il cui numero è “drammaticamente cresciuto nel mondo”, “è importante riconoscere che lo sfruttamento sessuale, la prostituzione e il traffico di esseri umani sono atti di violenza e, come tali, costituiscono un’offesa alla dignità femminile e una grave violazione di diritti umani fondamentali”.

Dal canto loro, i ragazzi di strada costituiscono “indubbiamente una delle sfide più impegnative e inquietanti del nostro tempo, anche per la Chiesa, oltre che per la società civile e politica”.

Secondo le stime di Amnesty International si tratta di 100 milioni di giovani, per l'Organizzazione Internazionale del Lavoro di 150. 50 milioni di loro “vivono o lavorano nelle strade del Continente Latinoamericano e dei Caraibi” e il fenomeno è “quasi ovunque in crescita”, rappresentando “una vera e propria emergenza sociale, oltre che pastorale”.

Quanto ai senza fissa dimora, costituiscono “una realtà complessa, non uniforme, composta da persone di età, itinerari e situazioni molto diversi”.

Si ritiene che siano più di un miliardo le persone senza tetto, compresi coloro che sono propriamente senza fissa dimora, e ogni giorno circa 50.000 persone, per la maggior parte donne e bambini, muoiono a causa della miseria del loro rifugio, per acqua inquinata e inadeguate condizioni sanitarie.

In America Latina e Caraibi le persone che non hanno casa o vivono nelle baraccopoli sono circa 127 milioni.

Di fronte a questo drammatico panorama, la Chiesa “non può non intervenire”, e infatti esistono già “molte specifiche iniziative ecclesiali e intese di collaborazione con organismi civili e statali in risposta alle differenti e mutevoli necessità delle persone senza fissa dimora, dei ragazzi e donne di strada, degli automobilisti e utenti della strada”.

In sintonia con gli “Orientamenti per la Pastorale della Strada”, pubblicati dal Pontificio Consiglio nel 2007, l'Incontro di Bogotà “mira non soltanto a studiare la risposta ecclesiale alle necessità primarie delle persone in questione, ma anche a individuare nuove strategie per la promozione della dignità e del valore di ogni persona, della loro evangelizzazione”.

L'evento ha quindi vari obiettivi: “offrire ai diversi operatori pastorali l’opportunità di condividere le loro esperienze, metodologie, successi e difficoltà”, “studiare le varie realtà globali e locali delle persone che vivono nella e della strada”, “individuare nuove vie per la promozione della dignità di ogni persona umana, anche di chi vive sulla strada”, “trovare nuove strategie di collaborazione con gli organismi statali e civili e del volontariato”.

Allo steso modo, punta a “consolidare la presa di coscienza ecclesiale circa la presenza in mezzo a noi di persone che vivono nella e della strada ed incoraggiare le comunità locali e parrocchiali ad essere accoglienti verso di loro” e a dilatare la prospettiva del Pontificio Consiglio “nella comprensione della pastorale della strada, per l’aiuto e l’incoraggiamento che si dovrà offrire a coloro che sono impegnati in questo apostolato, specialmente mediante l’opera delle Conferenze Episcopali e delle loro Commissioni Nazionali per la pastorale della mobilità umana”.


Il Papa nomina due nuovi Vescovi per il Vietnam

CITTA' DEL VATICANO, mercoledì, 15 ottobre 2008 (ZENIT.org).- La Santa Sede ha reso pubblica questo mercoledì la nomina da parte del Papa di due nuovi Vescovi ausiliari per il Vietnam, uno per l'Arcidiocesi di Hanoi e l'altro per quella di Ho Chi Minh Ville.

Il nuovo Vescovo ausiliare di Hanoi è l'attuale rettore del seminario maggiore dell'Arcidiocesi, il sacerdote Laurent Chu Van Minh. Ha 65 anni ed è stato ordinato presbitero a 51 pur avendo compiuto gli studi di Teologia da giovane, visto che il Governo non autorizzava la sua ordinazione. Per molto tempo, in attesa dell'autorizzazione, ha lavorato come barbiere e catechista parrocchiale.

In seguito ha conseguito il dottorato in Teologia Dogmatica presso l'Università Urbaniana di Roma. E' professore nel seminario maggiore di Hanoi dal 2001 e rettore dal 2005.

Il nuovo Vescovo ausiliare di Ho Chi Minh Ville è il sacerdote Pierre Nguyen Van Kham, di 56 anni, attualmente segretario della Conferenza Episcopale del Vietnam. E' stato ordinato sacerdote nel 1980 e tra gli altri incarichi ha ricoperto quello di docente del Seminario Maggiore e vicario della Cattedrale di Ho Chi Minh Ville. Ha conseguito il dottorato in Teologia presso la Catholic University of America.

La Santa Sede ha reso pubblica anche la nomina del nuovo Vescovo di Bayonne, il sacerdote Marc Aillet, finora Vicario generale della Diocesi di Fréjus-Toulon. Aillet ha 51 anni ed è nato nell'attuale Benin. E' stato ordinato sacerdote nel 1982 nell'Arcidiocesi di Genova.

E' stato nominato anche il nuovo Vescovo coadiutore di Winona (Stati Uniti), l'attuale Vescovo ausiliare della Diocesi di Detroit. Si tratta di monsignor John M. Quinn, 63 anni, sacerdote dal 1972 e Vescovo dal 2003. Nella Conferenza Episcopale degli Stati Uniti è membro del Comitato per i cattolici afroamericani.


Sinodo sulla Parola di Dio

19 domande del Sinodo sulla Parola
Presentate dal Relatore generale, il Cardinale Marc Ouellet

CITTA' DEL VATICANO, mercoledì, 15 ottobre 2008 (ZENIT.org).- In 19 domande, presentate nella serata di mercoledì, sono state riassunte le proposte emerse durante il Sinodo dei Vescovi del mondo sulla Parola di Dio.

I quesiti vanno dalle questioni fondamentali - “come far comprendere meglio ai nostri fedeli che la Parola Dio è Cristo?” -, a suggerimenti molto concreti: “Come formare nella 'Lectio Divina'?”.

Le domande, inoltre, ruotano attorno alle problematiche su come comprendere meglio l'unità tra Parola ed Eucaristia, cosa fare per diffondere in maniera più capillare la Bibbia, e come conciliare il dialogo interreligioso con l'affermazione di Cristo come unico mediatore.

Si tratta delle conclusioni della Relatio post disceptationem (relazione dopo il dibattito), redatte e lette in latino dal Cardinale Marc Ouellet, P.S.S., Arcivescovo di Québec e Relatore generale del Sinodo.

Dopo aver ascoltato tutti i circa 230 Padri sinodali che hanno chiesto la parola in occasione delle diverse Congregazioni generali, tenutesi tra il 6 e il 15 ottobre, questa Relazione aveva come fine quello di fare emergere le idee cardine al centro degli interventi, sintentizzandoli in maniera completa.

Il testo originale, di circa 20 pagine, è stato presentato dal porporato canadese a Benedetto XVI come base per la discussione nei Circoli minori che si riuniranno nei prossimi giorni. Esso offre i punti principali che necessitano di ulteriore approfondimento e sui quali dovrebbe far leva il lavoro dei Circoli.

I Circoli minori avranno il compito di preparare le "propositiones" che sintetizzano il pensiero dei Padri sinodali e che saranno consegnate al Papa come frutto del Sinodo. Successivamente serviranno al Santo Padre come base per la redazione della Esortazione apostolica post-sinodale.

Pubblichiamo di seguito le “Domande per i gruppi linguistici”. Il Cardinale Ouellet ha spiegato in una nota che “la lista non è esaustiva e lascia ogni libertà per l'esame di altre questioni”.

* * *

1. Come far comprendere meglio ai nostri fedeli che la Parola Dio è Cristo, Verbo di Dio incarnato? Come approfondire la dimensione dialogale della Rivelazione nella teologia e pratica della Chiesa?

2. Che implicazioni derivano dal fatto che la celebrazione liturgica è la fonte e il culmine della Parola di Dio?

3. Come educare a un ascolto vivo della Parola di Dio, nella Chiesa, per tutte le persone e per tutti i livelli culturali?

4. Come formare nella Lectio divina?

5. Occorre elaborare un Compendio per aiutare gli omileti a servire meglio la Parola di Dio? (L'arte di predicare, ars predicandi).

6. E' possibile rivedere il Lezionario e modificare la selezione delle letture dell'Antico e del Nuovo Testamento?

7. Che luogo ha e che importanza deve essere attribuito al carattere ministeriale della Parola di Dio?

8. Come far comprendere meglio il legame intrinseco tra la Parola e l'Eucaristia?

9. Che mezzi si devono adottare per tradurre e diffondere la Bibbia fra il maggior numero possibile di culture, in particolare tra i poveri?

10. Come risanare le relazioni e stimolare la collaborazione tra esegeti, teologi e pastori?

11. Come approfondire il senso della Scrittura e la sua interpretazione nel rispetto e nell'equilibrio tra la lettera, lo Spirito, la tradizione vivente e il magistero della Chiesa?

12. Cosa pensare dell'idea di un Congresso mondiale della Parola di Dio promosso dal magistero della Chiesa?

13. Come sviluppare maggiormente la ricerca dell'unità dei cristiani e il dialogo con gli ebrei attorno alla Parola di Dio?

14. Cosa si intende per animazione biblica di tutta la pastorale?

15. Quali questioni meriterebbero una trattazione più dettagliata da parte del magistero della Chiesa? (inerranza, pneumatología, relazione ispirazione-Scrittura-Tradizione-Magistero).

16. Come conciliare la pratica del dialogo interreligioso e l'affermazione dogmatica su Cristo, unico mediatore?

17. Come coltivare la conoscenza della Parola di Dio attraverso altri mezzi rispetto al testo biblico? (arte, poesia, Internet, etc.).

18. Qual è la formazione filosofica necessaria per comprendere meglio e interpretare la Parola di Dio e le Sacre Scritture?

19. Quali criteri interpretativi della Parola di Dio assicurano una autentica inculturazione del messaggio evangelico?


Una donna cinese chiede al Papa di aprire un blog
Agnes Lam, presidente dell'Associazione Biblica Cattolica di Hong Kong

CITTA' DEL VATICANO, mercoledì, 15 ottobre 2008 (ZENIT.org).- Una delle uditrici del Sinodo, proveniente dalla Cina, ha suggerito a Benedetto XVI di aprire un blog per spiegare la Parola di Dio in modo attraente.

La proposta è stata presentata questo martedì al Sinodo dei Vescovi dalla signora Agnes Lam, presidente dell'Associazione Biblica Cattolica di Hong Kong.

Tra i suggerimenti per promuovere la Parola di Dio per far sì che la gente conosca Cristo, la rappresentante cinese ha esposto la sua proposta, suscitando sorrisi tra i Vescovi.

L'uditrice ha invitato il Santo Padre “ad aprire un blog in varie lingue per evangelizzare il mondo di oggi”. Come contenuti per questa pagina, ha proposto “un versetto della Scrittura con una riflessione semplice e un breve testo con belle immagini”.

Agnes Lam ha anche proposto altri strumenti di incontro con la Parola. In particolare, il fatto di offrire un metodo semplice di meditazione sulla Bibbia in un mondo complesso. Come esempi, ha proposto di recitare a voce alta la Bibbia, come in Cina si fa con i classici, e la “lectio divina”.

“Leggere la Bibbia è come il cibo – ha detto –. Una buona zuppa preparata con amore e tempo è deliziosa, se si fa in fretta non ha sapore”.


La Santa Sede approva tre alternative all'“Andate in pace”
Rivelazioni del Cardinale Arinze

CITTA' DEL VATICANO, mercoledì, 15 ottobre 2008 (ZENIT.org).- La Santa Sede ha approvato tre proposte alternative all'“Ite, missa est” (“Andate in pace”), il saluto finale della Messa.

I cambiamenti sono stati notificati ai partecipanti al Sinodo dei Vescovi dal Cardinale Francis Arinze, prefetto della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti.

Le alternative sono state approvate da Papa Benedetto XVI in risposta a una richiesta presentata dal Sinodo del 2005 sull'Eucaristia, in cui erano state chieste formule che esprimessero il carattere missionario che deve seguire alla celebrazione eucaristica.

Secondo quanto ha reso noto il Cardinale nigeriano, il Papa ha chiesto che gli venissero presentati dei suggerimenti. La Congregazione vaticana ne ha ricevuti 72, con i quali ne ha redatti nove. Il Pontefice ne ha scelti tre.

Le tre formule alternative compaiono nella terza edizione “typica” (di riferimento) emendata del Messale Romano stampata la settimana scorsa, ha spiegato il porporato.

Queste tre formule sono.

- "Ite ad Evangelium Domini nuntiandum" (“Andate ad annunciare il Vangelo del Signore).

- "Ite in pace, glorificando vita vestra Dominum" (“Andate in pace, glorificando con la vostra vita il Signore”).

- "Ite in pace" (“Andate in pace”). Nel tempo pasquale si aggiunge "alleluia, alleluia".

La formula latina "Ite missa est" non viene eliminata.

Lo stesso Cardinal Arinze ha spiegato che il Compendio Eucaristico, che era stato chiesto dal Sinodo sull'Eucaristia, è quasi terminato.

E' un libro che definisce la dottrina sull'Eucaristia, la benedizione, l'ora santa eucaristica, l'adorazione, le preghiere prima e dopo la Messa...

Il porporato ha detto che la Santa Sede, su indicazione del Papa e su richiesta del Sinodo precedente, sta anche studiando il momento più adeguato per collocare nella celebrazione eucaristica il gesto della pace.

Il Santo Padre ha detto che bisogna scegliere: o prima dell'“Agnus Dei” (“Agnello di Dio) o dopo la preghiera dei fedeli. Ogni Conferenza Episcopale deve rispondere prima della fine del mese di ottobre. La Congregazione concederà tre settimane a chi presenterà proposte in ritardo. Le proposte verranno poi esposte al Pontefice, che in seguito deciderà.

Il Cardinale ha concluso rivelando che la sua Congregazione sta preparando un volume con materiale per omelie tematiche per facilitare la predicazione dei sacerdoti nel mondo.


La Lectio Divina, un modo per conoscere il cuore di Dio
Presentata al Sinodo una forma di lettura orante della Parola applicata in Cile

CITTA' DEL VATICANO, mercoledì, 15 ottobre 2008 (ZENIT.org).- Il Sinodo dei Vescovi ha chiesto che si illustri davanti all'assemblea uno dei vari metodi applicati oggi con efficacia di Lectio Divina, la lettura orante della Sacra Scrittura.

In risposta, questo martedì, monsignor Santiago Jaime Silva Retamales, Vescovo ausiliare di Valparaíso (Cile), ha compiuto una presentazione molto concreta durata poco meno di venti minuti.

Il presule ha spiegato come nella sua Diocesi si siano creati da cinque anni dei gruppi di preghiera e meditazione della Sacra Scrittura, rinnovando in modo significativo la vita delle comunità cristiane, in particolare la loro comunione.

La promozione della Lectio Divina è la proposta concreta più ripetuta dai Padri sinodali e dagli uditori in questo Sinodo sulla Parola di Dio nella vita e nella missione della Chiesa.

Monsignor Silva, nominato da Benedetto XVI vicepresidente della Commissione per il messaggio che verrà diffuso dal Sinodo, ha affermato citando San Gregorio Magno che l'obiettivo di questa pratica è “conoscere il cuore di Dio attraverso le parole di Dio stesso”.

Il presule ha illustrato i passaggi che vengono seguiti a Valparaíso per realizzare la Lectio divina nelle comunità:

1.L'incontro inizia preparando l'ambiente in cui avrà luogo. In particolare, si colloca su un ambone una Bibbia aperta e si preparano anche i partecipanti, non solo a livello di atteggiamento, ma anche puntando a “un cuore pulito”. E' inoltre necessario che ognuno porti la sua Bibbia o il testo stampato.

2.Ha quindi luogo l'invocazione allo Spirito Santo perché, “come ha fatto sì che la Parola diventasse libro”, nell'esperienza della prima comunità cristiana, “il libro diventi Parola”.

3. Si cerca poi il brano biblico e si prepara con domande che partendo dalla vita quotidiana aiutino a comprendere il testo.

4. Il passo successivo è la lettura, o meglio la proclamazione, del testo biblico. E' molto importante che a questa segua un momento di silenzio perché ciascuno possa rileggere il brano personalmente.

Il passo successivo suggerisce ai partecipanti di segnare con un punto interrogativo i passaggi che non comprendono e di sottolineare la parte che considerano centrale.

Nel gruppo si scopre quindi questo passaggio fondamentale o si offrono, soprattutto da parte della guida, elementi per la comprensione del testo.

I partecipanti rileggono quindi il brano, e in questa occasione devono segnare con un punto esclamativo il passaggio o i passaggi che interpellano le loro intenzioni o azioni.

Con la matita segnano inoltre con un asterisco il passaggio o i passaggi che li aiutano a pregare.

5. Si passa quindi alla meditazione, seguendo il punto esclamativo. Come aiuto, si suggerisce di porre domande che interpellino la vita partendo dal brano in esame.

6. Ha quindi luogo la preghiera, seguendo gli asterischi, per pregare dalla e con la Parola di Dio e ciò che è stato vissuto nell'incontro con la Parola, cioè Cristo.

7. Si lascia infine spazio alla contemplazione, aiutandosi con il silenzio o con la musica. La cosa importante, ha affermato il Vescovo, è “che Gesù mi prenda, mi guardi e che io lo guardi, uno scambio di sguardi”.

Si passa quindi all'ultima fase, “l'agire”, scrivendo una parola (ad esempio, “dialogo” o “aiuto”) che indica al partecipante il cammino da fare e da condividere.

Queste pratiche in comunità costituiscono un piano di tre anni, ha affermato monsignor Silva. Non vogliono essere un corso di Bibbia, ha spiegato, ma un incontro con Gesù nella Sacra Scrittura.

A Valparaíso, ha osservato, la pratica sta producendo “momenti di grande comunione”.

Alla Lectio Divina ha dedicato questo mercoledì il suo intervento anche monsignor Joseph Rayappu, Vescovo di Mannar (Sri Lanka), per mostrare gli straordinari frutti che sta suscitando nel suo Paese questa pratica, introdotta con decisione dalla Conferenza Episcopale 14 anni fa.

Il Vescovo srilankese è giunto a questa conclusione: “La Chiesa nel mondo di oggi sta affrontando serie minacce da parte di vari 'ismi', e la Lectio Divina è un modo che si è rivelato efficace nell'affrontare questa sfida. Con le parole del nostro Santo Padre, 'la prassi della Lectio Divina, se efficacemente promossa, recherà alla Chiesa, ne sono convinto, una nuova primavera spirituale'”.

Ricardo Grzona, presidente della Fondazione Ramón Pané dell'Honduras, ha presentato per questo motivo al Sinodo la proposta di organizzare un Congresso Internazionale sulla Lectio Divina.

Grzona, uditore all'assemblea, ha lanciato il progetto “Leccionautas”, Lectio Divina su Internet, che conta già sulla partecipazione di più di 300.000 giovani.


I laici siano annunciatori della Parola di Dio
Chiede un Arcivescovo brasiliano

CITTA' DEL VATICANO, mercoledì, 14 ottobre 2008 (ZENIT.org).- L'Arcivescovo di Belo Horizonte (Brasile) ha difeso davanti al Sinodo dei Vescovi la possibilità che la Santa Sede promuova la missione dei laici come annunciatori della Parola di Dio.

Di fronte a “tante persone che hanno fame e sete di Dio e della sua Parola, mancano apostoli della Buona Novella di Cristo che possano andare incontro alle loro necessità”, ha affermato monsignor Walmor Oliveira de Azevedo nel suo intervento di questo martedì.

In un commento successivo alla “Radio Vaticana”, l'Arcivescovo – che è il responsabile per la dottrina della fede della Conferenza Nazionale dei Vescovi del Brasile (CNBB) – ha affermato che gli organi competenti della Santa Sede possono studiare il modo di dare ai laici questa nuova attribuzione.

Sarebbero “missioni, ministeri – come il Ministero della Parola, in funzione della catechesi, dei gruppi biblici e, soprattutto, della celebrazione della Parola – con una ufficialità, a livello normativo e rituale, così che possiamo coprire con una grande rete di ministri tutti gli spazi in cui si trovano le persone”, ha spiegato all'emittente pontificia.

Il presule ha affermato che questa è una possibilità da considerare specialmente nel contesto dell'avanzata delle sette in America Latina, fenomeno che rappresenta “un'enorme sfida”.

Nel suo intervento al Sinodo, ha citato il Documento di Aparecida (n. 225), in cui si osserva che molte persone abbandonano la Chiesa cattolica “non per ragioni dottrinali, ma di vita; non per motivi strettamente dogmatici, ma pastorali; non per problemi teologici, ma metodologici della nostra Chiesa”.

I contributi dell'assemblea del Sinodo devono sottolineare “la necessità di uno stretto legame tra il mistero celebrato e quello testimoniato, tra la Parola proclamata e ascoltata e la Parola ascoltata e fatta fruttificare”.

“Si noti che le persone che affollano le varie sette nei diversi contesti sono quasi sempre originarie del cattolicesimo”, ha esortato.

L'Arcivescovo ha notato che, passando alle sette, queste persone cambiano spesso il loro modo di comportarsi, assumendo “i degni comportamenti morali, abbandonando ciò che considerano indegno della loro nuova vita di credenti”.

“In questo modo, la Parola diventa performativa nella loro vita, alimenta la loro spiritualità e il loro ascolto per una testimonianza dei valori religiosi che ora interiorizzano”.

“Perché la performatività non li toccava quando erano cattolici?”, ha chiesto. “Cos'hanno scoperto in queste sette che non hanno trovato nella nostra comunità?”.

Ricordando che la Costituzione Dogmatica Dei Verbum (n. 22) afferma che i fedeli devono avere ampio accesso alla Sacra Scrittura, l'Arcivescovo ha auspicato che questo sia un obiettivo da raggiungere.

“I laici non devono essere semplicemente ricettori della Parola, ma suoi ascoltatori fedeli e anche preparati annunciatori”.

Con la lettura orante della Bibbia, ha aggiunto, “daremo una grande risposta missionaria nel nostro contesto e realizzeremo un cambiamento e una presenza significativa”.

Ciò, ha concluso, “non solo per affrontare o rispondere alle sfide di quanti lasciano la Chiesa, ma per dare una risposta al relativismo e ai problemi morali e, soprattutto, coscienza sociale e politica alla luce del Vangelo che troviamo nella Parola di Dio”.



Ultima modifica di Redazione il 16 Ott 2008 00:12, modificato 2 volte in totale 






ViviCentro (art. 19 e 21)

La libertà di stampa è una benedizione quando siamo inclini a scrivere contro gli altri, e una calamità quando ci troviamo ad essere sopraffatti dalla moltitudine dei nostri assalitori. (Samuel Johnson).
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Mercoledì, 15 Ottobre : 2008

Notizie dal mondo

Un incontro panortodosso promuove l'unità dei cristiani
Bartolomeo I: San Paolo, il primo “teologo dell'unità”

di Miriam Díez i Bosch

ISTANBUL (Turchia), mercoledì, 15 ottobre 2008 (ZENIT.org).- San Paolo, l'unità della Chiesa, la bioetica, la creazione, la laicità e l'annuncio cristiano al mondo. Sono i temi che emergono dalla dichiarazione finale di un incontro tra leader ortodossi svoltosi a Istanbul (Turchia) con la presidenza del Patriarca Ecumenico Bartolomeo I.

Nel suo intervento iniziale, il 10 ottobre, il Patriarca ha presentato l'apostolo Paolo come forse il “primo teologo dell'unità” e ha ricordato che “non si può onorare San Paolo in modo adeguato se allo stesso tempo non si lavora per l'unità della Chiesa”.

L'incontro, chiamato “Sinaxis”, ha riunito i maggiori rappresentanti delle Chiese ortodosse legate al Patriarcato di Costantinopoli per tre giorni a El Fanar, la sede del Patriarcado Ecumenico.

“Per San Paolo l'unità della Chiesa non è meramente una questione interna alla Chiesa stessa. Insiste tanto nel mantenere l'unità perché questa è inestricabilmente legata all'unità di tutta l'umanità”, ha affermato Bartolomeo I.

La proposta dell'ortodossia oggi, ha aggiunto, “non dovrebbe essere aggressiva, come purtroppo accade a volte, ma dialogica, dialettica e riconciliatrice”.

In un comunicato finale emesso al termine dell'incontro, i leader ortodossi presenti hanno ricordato che, nonostante i conflitti interni alla Chiesa ortodossa per motivi “nazionalisti ed etnici o per estremismi ideologici del passato”, è importante trovare un modo per far sì che l'ortodossia abbia un “impatto” sul mondo contemporaneo.

Ricordando anche l'apostolo Paolo, affermano che “il dovere supremo della Chiesa è l'evangelizzazione del Popolo di Dio, ma anche di coloro che non credono a Cristo”, e questo dovere deve essere realizzato “non in modo aggressivo o con varie forme di proselitismo”, ma “con amore, umiltà e rispetto per l'identità di ogni individuo e per la particolarità culturale di ogni persona”.

I leader hanno ammesso che tutti i cristiani ortodossi “condividono la responsabilità della crisi contemporanea di questo pianeta con altra gente, credente o no”, e hanno ricordato l'attenzione che merita la natura e la sensibilità di fronte alla bioetica, chiedendo la creazione di un comitato ortodosso che dia il suo punto di vista su vari temi bioetici.

Riconoscendo inoltre che gli sforzi per separare la religione dalla vita sociale costituiscono “la tendenza comune di molti Stati moderni”, sottolineano che anche se il principio dello Stato secolare deve essere preservato è “inaccettabile che tale principio venga interpretato come una radicale emarginazione della religione dalla sfera della vita pubblica”.

La distanza tra ricchi e poveri “cresce drammaticamente a causa della crisi finanziaria”, hanno proseguito i leader ortodossi, chiedendo “un'economia che combini l'efficacia con la giustizia e la solidarietà sociale”.

Il documento è stato firmato dai Primati delle Chiese ortodosse di Costantinopoli, russa, greca, albanese, di Alessandria, Antiochia, Gerusalemme, Cipro, dal Primate della Chiesa ortodossa della Cechia e della Slovacchia e dai rappresentanti delle Chiese georgiana, serba, rumena, bulgara e polacca.

[La dichiarazione finale si può leggere in inglese e greco su http://www.ec-patr.org]


Il 90% degli americani, favorevole a restrizioni all'aborto
Sondaggio dell'Istituto del Collegio Marista per l'Opinione Pubblica

NEW HAVEN (Connecticut, Stati Uniti), mercoledì, 15 ottobre 2008 (ZENIT.org).- Un sondaggio condotto negli Stati Uniti dimostra che quasi tutti gli americani pensano che dovrebbero essere imposte delle restrizioni all'aborto.

Il sondaggio è stato condotto per i Cavalieri di Colombo dall'Istituto del Collegio Marista per l'Opinione Pubblica tra il 24 settembre e il 3 ottobre e mirava a paragonare il punto di vista degli elettori cattolici con quello dell'elettorato in generale.

La ricerca ha chiesto agli intervistati di dichiarare quale di sei dichiarazioni si avvicinava di più alla loro opinione sull'aborto.

Solo l'8% degli statunitensi ha scelto la dichiarazione che afferma che l'aborto dovrebbe essere disponibile per le donne in qualunque momento della gravidanza.

La stessa percentuale ha affermato che l'aborto dovrebbe essere permesso solo nei primi sei mesi di gravidanza. Il 24% optava per limitarlo ai primi tre mesi.

Il 32% degli intervistati ha scelto la dichiarazione per cui l'aborto dovrebbe essere permesso solo in caso di violenza, incesto o per salvare la vita della madre.

Il 15% ha infine scelto la quinta opzione, che l'aborto dovrebbe essere permesso solo per salvare la vita della madre, mentre il 13% ha affermato che non dovrebbe essere mai permesso.

Il sondaggio ha indicato che anche tra coloro che si dichiarano a favore dell'aborto il 71% auspica una sua restrizione. Il 43% di questi lo limiterebbe al primo trimestre, il 23% ai soli casi di violenza, incesto o per salvare la vita della madre.

Il Cavaliere Supremo Carl Anderson ha affermato che i risultati della ricerca sono “indicativi del fatto che il termine 'pro-choice' – quando applicato in modo ampio – polarizza inutilmente la discussione sull'aborto e maschera il fatto che c'è un ampio consenso tra gli americani sul fatto che l'aborto dovrebbe essere limitato in modo significativo”.


Chiesa australiana: la nuova legge sull'aborto disprezza la vita
L'Arcivescovo di Melbourne: un “tradimento dell’umanità, della donna, degli innocenti"

di Inma Álvarez

MELBOURNE, mercoledì, 15 ottobre 2008 (ZENIT.org).- I cristiani australiani hanno accolto con grande delusione la nuova legge sull'aborto dello Stato di Victoria, approvata l'8 ottobre scorso, che prevede la legalizzazione dell'aborto fino alla 24ma settimana di gestazione, e a certe condizioni fino al momento della nascita.

Secondo quanto rende noto l'agenzia Fides, i cattolici e i cristiani di tutte le confessioni cercavano da settimane di sensibilizzare l'opinione pubblica, con marce e veglie di preghiera in tutto il Paese, contro una legge polemica che fino all'ultimo momento aveva diviso al loro interno i partiti rappresentati in Parlamento.

L'Arcivescovo di Melbourne, monsignor Denis Hart, ha definito la nuova legge un “tradimento dell’umanità, della donna, degli innocenti bambini non-nati”.

Il presule ha ratificato la decisione di non praticare aborti in ospedali o strutture sanitarie cattoliche e ha chiesto che ai medici cattolici che lavorano nelle strutture pubbliche sia concessa la possibilità di ricorrere alla propria obiezione di coscienza.

Da parte sua, il Cardinale George Pell, Arcivescovo di Sydney, a Roma per il Sinodo dei Vescovi, aveva fatto giungere nei giorni precedenti la votazione della legge un messaggio di sostegno alle manifestazioni pro-vita.

Secondo il porporato, la legge approvata rappresenta un “pericoloso precedente” per altre leggi simili nel territorio australiano.

“Ogni essere umano ha il diritto alla vita. Non esiste il diritto di eliminare persone innocenti, e le nostre comunità dovrebbero offrire alle donne incinte in condizioni di vulnerabilità qualcosa di più di un numero sempre più alto di modi per uccidere i loro figli innocenti”.

Un altro degli aspetti preoccupanti della legge, afferma il porporato, è il mancato riconoscimento dell'obiezione di coscienza dei medici e del personale sanitario.

“La capacità di esercitare l'obiezione di coscienza è una pietra angolare della democrazia. E' la differenza tra una società libera e un'altra soggetta alla tirannia”, ha osservato.

“Dobbiamo avere tutti il diritto di avere un credo e di non essere costretti dallo Stato ad agire contro le nostre convinzioni”.


Italia

“Nessuna sofferenza può prevalere sulla forza della vita”
Il messaggio dei Vescovi italiani per la Giornata per la Vita

ROMA, mercoledì, 15 ottobre 2008 (ZENIT.org).- La vita umana è sempre e comunque un “bene inviolabile e indisponibile”. E' quanto ribadiscono i Vescovi italiani nel loro messaggio per la Giornata Nazionale per la Vita dal titolo “La forza della vita nella sofferenza”, che verrà celebrata il primo febbraio del 2009.

“Con serenità, ma anche con chiarezza” il Consiglio pastorale permanente sottolinea che “non può mai essere legittimato e favorito l’abbandono delle cure, come pure ovviamente l’accanimento terapeutico, quando vengono meno ragionevoli prospettive di guarigione”.

Al contrario, per la Chiesa italiana, “la strada da percorrere è quella della ricerca, che ci spinge a moltiplicare gli sforzi per combattere e vincere le patologie – anche le più difficili – e a non abbandonare mai la speranza”.

La vita, affermano i presuli, è fatta per la serenità e la gioia, anche se “si può soffrire per una malattia che colpisce il corpo o l’anima; per il distacco dalle persone che si amano; per la difficoltà a vivere in pace e con gioia in relazione con gli altri e con se stessi”.

In ogni caso, “la sofferenza appartiene al mistero dell’uomo e resta in parte imperscrutabile”.

Di qui l’appello della Chiesa italiana “ai parenti e agli amici dei sofferenti, a quanti si dedicano al volontariato, a chi in passato è stato egli stesso sofferente e sa che cosa significhi avere accanto qualcuno che fa compagnia, incoraggia e dà fiducia”.

I Vescovi italiani affrontano poi il tema dell’aborto: “Talune donne, spesso provate da un’esistenza infelice, vedono in una gravidanza inattesa esiti di insopportabile sofferenza”.

“Quando la risposta è l’aborto – proseguono – , viene generata ulteriore sofferenza, che non solo distrugge la creatura che custodiscono in seno, ma provoca anche in loro un trauma, destinato a lasciare una ferita perenne”.

Ma, spiegano, “al dolore non si risponde con altro dolore”, e propongono come alternativa all’aborto “soluzioni positive e aperte alla vita, come dimostra la lunga, generosa e lodevole esperienza promossa dall’associazionismo cattolico”.

“La via della sofferenza – si legge ancora nel messaggio – si fa meno impervia se diventiamo consapevoli che è Cristo, il solo giusto, a portare la sofferenza con noi”.


Interviste

Il Cardinale Ruini ricorda Giovanni Paolo II
A trent'anni dalla sua elezione a Pontefice

di Włodzimierz Redzioch

ROMA, mercoledì, 15 ottobre 2008 (ZENIT.org).- Nel trentesimo anniversario dell’elezione di Giovanni Paolo II, il Cardinale Camillo Ruini, già Vicario di Sua Santità per la diocesi di Roma, ha concesso una intervista al settimanale cattolico polacco “Niedziela” che riportiamo di seguito per i lettori di ZENIT.
 
* * *
Il 1978 è chiamato l’anno dei “tre Papi”; in pochi mesi si sono susseguiti eventi importanti e dolorosi: la morte di Paolo VI, l’elezione e la morte di Giovanni Paolo I e il conclave che scelse il nuovo Papa. Con quali sentimenti accolse la notizia dell’elezione del Cardinale Wojtyła al Soglio Pontificio?

Card. Camillo Ruini: Nel 1978 ero sacerdote nella diocesi di Reggio Emilia. La sera del 16 ottobre stavo rientrando nella mia casa. In portineria c’era il televisore acceso e ho appreso la notizia dell’elezione dalla televisione. L’ho appresa con stupore. All’inizio non riuscivo ad individuare chi fosse il card. Wojtyła, poi ho sentito che era l’arcivescovo di Cracovia. Ma lo stupore era accompagnato subito da soddisfazione. Per due motivi: uno, che veniva scelto un vescovo polacco e questo mi sembrava molto positivo e significativo; l’altro, perché si apriva una breccia in quella tradizione plurisecolare che voleva il papa italiano. Quando poi ho sentito il nuovo Papa esprimersi nel suo italiano, un po’ incerto ma molto incisivo, mi si è allargato il cuore. Ho avuto subito l’impressione che avevamo a che fare con un uomo di grande fascino e capacità di testimonianza.

Quando ha avuto l’occasione d’incontrare per la prima volta Giovanni Paolo II e quali impressioni ha riportato da quell’incontro?

Card. Camillo Ruini: Per la prima volta ho incontrato il Santo Padre nell’autunno del 1984. Ero uno dei vicepresidenti del comitato che preparava il convegno della Chiesa italiana a Loreto, a cui Giovanni Paolo II attribuiva molta importanza: per questo motivo il Santo Padre volle vedermi una sera e mi invitò a cena. Mi ha impressionato l’attenzione con la quale il Papa mi ascoltava insieme con la precisione con cui mi poneva le domande. Mi ha colpito anche la semplicità della persona, l’immediatezza del rapporto che ho stabilito con lui. Ho visto che il Papa conosceva profondamente la situazione italiana e soprattutto ho condiviso le sue convinzioni riguardo a ciò di cui l’Italia e la Chiesa italiana avevano allora bisogno.

Lei, Eminenza, ha seguito i primi anni del pontificato di Giovanni Paolo II dalla prospettiva – direi – diocesana. All’inizio, come veniva “percepito” dalla gente questo “Papa straniero”?

Card. Camillo Ruini: Sinceramente penso che il tema del “Papa straniero” per la gente non abbia mai costituito un problema: gli italiani non sono nazionalisti, tanto meno sciovinisti. E’ vero che c’era chi cercava di lavorare non tanto sul fatto che era straniero ma sul fatto che veniva da un mondo diverso e perciò non avrebbe potuto cogliere le nostre problematiche. Si pensava anche che, dal punto di vista ecclesiale, nell’Est europeo, dietro la Cortina di ferro, il Concilio avesse inciso meno: ma queste erano idee che circolavano soprattutto sui giornali, oltre che in alcuni determinati ambienti ecclesiali. Questo Papa dava un’impressione di fiducia, di ottimismo, oltre che di una fede molto radicata e profonda, e questo alla gente sostanzialmente piaceva.

Nel 1991 il Pontefice La chiamò per affiancarlo nel suo ministero come vicario per la sua diocesi, compito che Lei ha svolto fino alla metà di quest’anno. Qual era il rapporto di Papa Wojtyła con la Città Eterna?

Card. Camillo Ruini: Il Papa aveva una grande consapevolezza dell’importanza di Roma e della sua apertura universale, che corrisponde all’apertura universale del pontificato del Vescovo di Roma. Non posso dimenticare quante volte, parlando anche privatamente, sottolineava di essere il Pastore universale, il Papa, in quanto Vescovo di Roma: il titolo di “Vescovo di Roma” motivava cioè il suo ruolo universale. Per lui dunque il rapporto con Roma non era qualche cosa di accessorio, era la radice stessa del pontificato. Il Papa amava profondamente Roma: il Cardinale Dziwisz nel suo libro Un vita con Karol ricorda che Giovanni Paolo II ogni sera prima di addormentarsi benediceva la città. Il Papa curava molto il suo rapporto con Roma: basta ricordare le visite nelle parrocchie e i rapporti che manteneva con i sacerdoti, il seminario, gli intellettuali, gli universitari, gli ammalati e i poveri della città.

Lei per tantissimi anni è stato uno dei massimi responsabili della Chiesa in Italia essendo a capo della CEI, prima come segretario, poi come presidente. Da questa prospettiva ha potuto seguire la missione del Papa nel suo Paese. Come caratterizzerebbe le relazioni tra Giovanni Paolo II e l’Italia?

Card. Camillo Ruini: Anche con l’Italia il Papa ha avuto un rapporto profondo. Sapeva bene che il Vescovo di Roma è il Primate d’Italia ed intendeva esercitare questo ruolo, nella chiave che prediligeva di “Servo dei servi di Dio”. In particolare il Papa riteneva che la Chiesa italiana non fosse abbastanza consapevole delle sue grandi ricchezze, possibilità ed anche della sua responsabilità. Rimane emblematica la lettera scritta ai vescovi italiani nel 1994 sulle responsabilità dei cattolici italiani nell’ora presente. Il Papa conclude questa lettera scrivendo che all’Italia è affidato il grande compito di conservare e alimentare per l’Europa quel tesoro di fede e cultura che è stato innestato a Roma dagli apostoli Pietro e Paolo. Egli sosteneva – citando spesso il presidente Pertini, con il quale ha avuto un rapporto di vera amicizia – che la Chiesa in Italia era molto più importante di quanto gli ecclesiastici percepissero. Proprio in forza di questo suo radicamento, la Chiesa italiana ha una particolare responsabilità in Europa e nel mondo.

I detrattori di Giovanni Paolo II per colpirlo spesso lo definivano “Papa polacco”, sottolineando il suo presunto provincialismo e nazionalismo. Lei, invece, come valutava l’amore del Papa Wojtyła per la sua terra?

Card. Camillo Ruini: Quante volte a tavola il Papa mi ha parlato della storia della Polonia, che egli conosceva molto bene! Per intendere correttamente i suoi sentimenti verso la sua patria bisogna far riferimento a tutto quello che egli ha detto, per esempio alle Nazioni Unite, del concetto di nazione e di società internazionale, intesa come famiglia di nazioni. Per il Papa, la nazione non era qualche cosa di chiuso in se stesso o tendenzialmente antagonistico in confronto alle altre nazioni. Era invece un dato primordiale e fondamentale, anzitutto sul piano culturale, una comunità di cultura dentro la quale crescono gli uomini, le famiglie e la civiltà. Perciò per Giovanni Paolo II il concetto di nazione era altamente positivo, anche se egli era ben consapevole dei rischi e delle degenerazioni del nazionalismo. Ma il Papa non ha mai confuso il nazionalismo con il concetto di nazione e mai ha pensato che il concetto di nazione fosse superato e andasse abolito. Noi sappiamo quanto Giovanni Paolo II si è battuto per l’Europa, ma per lui l’Europa non poteva prescindere dalle nazioni. Ogni nazione ha il suo ruolo, le sue caratteristiche, la sua fisionomia.

Purtroppo, tanta gente, anche certi ambienti ecclesiastici, vedono nelle nazioni l’ostacolo alla costruzione dell’Unione Europea. Non Le pare che bisognerebbe ricordare le idee di Giovanni Paolo II riguardanti l’Europa?

Card. Camillo Ruini: L’Unione Europea tende spesso a togliere certe competenze alle nazioni e questo è un grave rischio. Se si vuole costruire seriamente l’Europa, bisogna costruirla sulla base della sussidiarietà, il cui significato è che l’Europa deve fare soltanto ciò che le singole nazioni non possono fare bene da sole. E’ sbagliato voler imporre dall’alto degli standard “europei” di vita sociale e familiare. E’ ovvio che i modi di vivere e di sentire dei polacchi, degli spagnoli, degli scandinavi o degli inglesi sono molto diversi. Ignorare queste differenze porta soltanto a inutili tensioni. L’Unione Europea dovrebbe invece occuparsi soprattutto dei grandi temi dell’economia, della difesa e della politica estera, dove soltanto essa può agire con efficacia adeguata.

Tornando a Giovanni Paolo II, si può dire che il suo amore per la Polonia non gli impediva di amare l’umanità. Se c’è un uomo che ha fatto veramente tanto per il mondo intero e particolarmente per i Paesi poveri, quest’uomo è Karol Wojtyła.

Parliamo adesso di Karol Wojtyła come persona. Come era Giovanni Paolo II nei rapporti umani con i suoi più stretti collaboratori?

Card. Camillo Ruini: Il Papa sapeva ascoltare ed amava ascoltare. Interveniva soprattutto per fare sintesi e per fare le scelte decisive: era molto fermo quando prendeva le decisioni che riteneva giuste per la Chiesa e per mantenere la fede. Ma, ripeto, nei rapporti con le persone era molto rispettoso, fiducioso e amabile. Non ho mai visto il Papa trattare qualcuno in modo negativo ed ho spesso invidiato la sua capacità di ascoltare le persone con tanta pazienza e calma. Giovanni Paolo II non era mai condizionato dall’orologio. Anche in questo era un uomo libero.

Lei, Eminenza, ha definito Giovanni Paolo II “uomo di Dio”. Cosa vuol significare questa definizione del Pontefice defunto?

Card. Camillo Ruini: Direi che ci sono due significati. Qualcuno è “uomo di Dio” perché Dio è padrone di quell’uomo, si è impossessato in qualche modo di lui, l’ha fatto suo. In secondo luogo, Karol Wojtyła era “uomo di Dio” perché Dio era al centro della sua vita. E’ significativo quello che il Papa ha detto circa la Messa come il centro assoluto di ogni sua giornata. Questo indica il suo rapporto con Dio. Sul piano dei grandi scenari internazionali, colpiva il modo in cui egli leggeva la storia nella prospettiva di Dio (pensiamo all’Enciclica Centesimus annus). Ma anche nelle vicende più immediate e quotidiane egli si poneva sempre da questo punto di vista. Perciò in lui la preghiera e l’azione erano intimamente connesse: era un uomo che viveva al cospetto di Dio e che agiva cercando sempre di interpretare la volontà di Dio.

Mi rendo conto che parlare dell’eredità di un grande Pontefice che guidò la Chiesa per ben 27 anni è una cosa ardua, ma potrebbe tentarlo? Che cosa ha significato il pontificato di Giovanni Paolo II per la Chiesa e per il mondo?

Card. Camillo Ruini: Ha significato tante cose. Tutti ricordano il contributo che egli ha dato alla caduta della Cortina di ferro. Ma è fondamentale anche quello che egli ha fatto per ridare fiducia alla Chiesa e alla sua missione, o per rivendicare la dignità e i diritti dei popoli poveri, Pensiamo a tutto quello che Egli ha fatto per i popoli poveri, e ugualmente dei bambini non ancora nati. Ma se vogliamo trovare la chiave più profonda del suo pontificato, dobbiamo tornare al suo rapporto con Dio e tradurlo in termini di azione pastorale e di impatto sulle vicende storiche. In lui c’era una convinzione di fondo: la secolarizzazione non è un dato fatale ed irreversibile, non necessariamente il mondo e la storia si allontaneranno sempre più da Dio. Già quando lo conobbi nel 1984, egli era convinto che il mondo in qualche modo stava voltando pagina, che l’ondata più alta della secolarizzazione era già alle nostre spalle. Nel suo grido “Non abbiate paura” c’era già questa convinzione di fondo.

Le persone che muoiono lasciano sempre un certo vuoto. Che cosa Le manca di Giovanni Paolo II?

Card. Camillo Ruini: Mi manca tanto. Ho prestato per lui il mio modesto servizio per più di 20 anni. C’era l’affetto per lui, c’era anche una familiarità con il suo segretario don Stanislao: non potevo sempre disturbare il Santo Padre, perciò parlavo spesso con il suo segretario. Non ci si rassegna mai alla mancanza della persona che si è amata e stimata. Sotto un altro aspetto però, in un senso più profondo, non sento la sua mancanza: prego ogni giorno Giovanni Paolo II e mi sento unito con lui nella certezza che egli continua, in modo ancora più intenso, quello che ha fatto negli anni in cui è stato a Roma con noi.


Udienza del mercoledì

Benedetto XVI e la dimensione ecclesiologica del pensiero di Paolo
Catechesi per l'Udienza generale del mercoledì

CITTA' DEL VATICANO, mercoledì, 15 ottobre 2008 (ZENIT.org).- Pubblichiamo il testo della catechesi tenuta da Benedetto XVI in occasione dell’Udienza generale del mercoledì svoltasi in piazza San Pietro, dove il Santo Padre ha incontrato gruppi di pellegrini e fedeli giunti dall’Italia e da ogni parte del mondo.

Nel discorso in lingua italiana, continuando il ciclo di catechesi sulla figura di San Paolo, il Papa si è soffermato sul tema: "La dimensione ecclesiologica del pensiero di Paolo".

* * *

Cari fratelli e sorelle,

nella catechesi di mercoledì scorso ho parlato della relazione di Paolo con il Gesù pre-pasquale nella sua vita terrena. La questione era: "Che cosa ha saputo Paolo della vita di Gesù, delle sue parole, della sua passione?". Oggi vorrei parlare dell’insegnamento di san Paolo sulla Chiesa. Dobbiamo cominciare dalla costatazione che questa parola "Chiesa" nell’italiano - come nel francese "Église" e nello spagnolo "Iglesia" - essa è presa dal greco "ekklēsía"! Essa viene dall’Antico Testamento e significa l’assemblea del popolo di Israele, convocata da Dio, particolarmente l’assemblea esemplare ai piedi del Sinai. Con questa parola è ora significata la nuova comunità dei credenti in Cristo che si sentono assemblea di Dio, la nuova convocazione di tutti i popoli da parte di Dio e davanti a Lui. Il vocabolo ekklēsía fa la sua apparizione solo sotto la penna di Paolo, che è il primo autore di uno scritto cristiano. Ciò avviene nell’incipit della prima Lettera ai Tessalonicesi, dove Paolo si rivolge testualmente "alla Chiesa dei Tessalonicesi" (cfr poi anche "la Chiesa dei Laodicesi" in Col 4,16). In altre Lettere egli parla della Chiesa di Dio che è in Corinto (1 Cor 1,2; 2 Cor 1,1), che è in Galazia (Gal 1,2 ecc.) – Chiese particolari, dunque – ma dice anche di avere perseguitato "la Chiesa di Dio": non una determinata comunità locale, ma "la Chiesa di Dio". Così vediamo che questa parola "Chiesa" ha un significato pluridimensionale: indica da una parte le assemblee di Dio in determinati luoghi (una città, un paese, una casa), ma significa anche tutta la Chiesa nel suo insieme. E così vediamo che "la Chiesa di Dio" non è solo una somma di diverse Chiese locali, ma che le diverse Chiese locali sono a loro volta realizzazione dell’unica Chiesa di Dio. Tutte insieme sono "la Chiesa di Dio", che precede le singole Chiese locali e si esprime, si realizza in esse.

È importante osservare che quasi sempre la parola "Chiesa" appare con l’aggiunta della qualificazione "di Dio": non è una associazione umana, nata da idee o interessi comuni, ma da una convocazione di Dio. Egli l’ha convocata e perciò è una in tutte le sue realizzazioni. L’unità di Dio crea l’unità della Chiesa in tutti i luoghi dove essa si trova. Più tardi, nella Lettera agli Efesini, Paolo elaborerà abbondantemente il concetto di unità della Chiesa, in continuità col concetto di Popolo di Dio, Israele, considerato dai profeti come "sposa di Dio", chiamata a vivere una relazione sponsale con Lui. Paolo presenta l’unica Chiesa di Dio come "sposa di Cristo" nell’amore, un solo corpo e un solo spirito con Cristo stesso. È noto che il giovane Paolo era stato accanito avversario del nuovo movimento costituito dalla Chiesa di Cristo. Ne era stato avversario, perché aveva visto minacciata in questo nuovo movimento la fedeltà alla tradizione del popolo di Dio, animato dalla fede nel Dio unico. Tale fedeltà si esprimeva soprattutto nella circoncisione, nell’osservanza delle regole della purezza cultuale, dell’astensione da certi cibi, del rispetto del sabato. Questa fedeltà gli Israeliti avevano pagato col sangue dei martiri, nel periodo dei Maccabei, quando il regime ellenista voleva obbligare tutti i popoli a conformarsi all’unica cultura ellenistica. Molti israeliti avevano difeso col sangue la vocazione propria di Israele. I martiri avevano pagato con la vita l’identità del loro popolo, che si esprimeva mediante questi elementi. Dopo l’incontro con il Cristo risorto, Paolo capì che i cristiani non erano traditori; al contrario, nella nuova situazione, il Dio di Israele, mediante Cristo, aveva allargato la sua chiamata a tutte le genti, divenendo il Dio di tutti i popoli. In questo modo si realizzava la fedeltà all’unico Dio; non erano più necessari segni distintivi costituiti da norme e osservanze particolari, perché tutti erano chiamati, nella loro varietà, a far parte dell’unico popolo di Dio della "Chiesa di Dio" in Cristo.

Una cosa fu per Paolo subito chiara nella nuova situazione: il valore fondamentale e fondante di Cristo e della "parola" che Lo annunciava. Paolo sapeva che non solo non si diventa cristiani per coercizione, ma che nella configurazione interna della nuova comunità la componente istituzionale era inevitabilmente legata alla "parola" viva, all’annuncio del Cristo vivo nel quale Dio si apre a tutti i popoli e li unisce in un unico popolo di Dio. È sintomatico che Luca negli Atti degli Apostoli impieghi più volte, anche a proposito di Paolo, il sintagma "annunciare la parola" (At 4,29.31; 8,25; 11,19; 13,46; 14,25; 16,6.32), con l’evidente intenzione di evidenziare al massimo la portata decisiva della "parola" dell’annuncio. In concreto, tale parola è costituita dalla croce e dalla risurrezione di Cristo, in cui hanno trovato realizzazione le Scritture. Il Mistero pasquale, che ha provocato la svolta della sua vita sulla strada di Damasco, sta ovviamente al centro della predicazione dell’Apostolo (cfr 1 Cor 2,2;15,14). Questo Mistero, annunciato nella parola, si realizza nei sacramenti del Battesimo e dell’Eucaristia e diventa poi realtà nella carità cristiana. L’opera evangelizzatrice di Paolo non è finalizzata ad altro che ad impiantare la comunità dei credenti in Cristo. Questa idea è insita nella etimologia stessa del vocabolo ekklēsía, che Paolo, e con lui l'intero cristianesimo, ha preferito all’altro termine di "sinagoga": non solo perché originariamente il primo è più ‘laico’ (derivando dalla prassi greca dell'assemblea politica e non propriamente religiosa), ma anche perché esso implica direttamente l'idea più teologica di una chiamata ab extra, non quindi di un semplice riunirsi insieme; i credenti sono chiamati da Dio, il quale li raccoglie in una comunità, la sua Chiesa.

In questa linea possiamo intendere anche l'originale concetto, esclusivamente paolino, della Chiesa come "Corpo di Cristo". Al riguardo, occorre avere presente le due dimensioni di questo concetto. Una è di carattere sociologico, secondo cui il corpo è costituito dai suoi componenti e non esisterebbe senza di essi. Questa interpretazione appare nella Lettera ai Romani e nella Prima Lettera ai Corinti, dove Paolo assume un’immagine che esisteva già nella sociologia romana: egli dice che un popolo è come un corpo con diverse membra, ognuna delle quali ha la sua funzione, ma tutte, anche le più piccole e apparentemente insignificanti, sono necessarie perché il corpo possa vivere e realizzare le proprie funzioni. Opportunamente l’Apostolo osserva che nella Chiesa ci sono tante vocazioni: profeti, apostoli, maestri, persone semplici, tutti chiamati a vivere ogni giorno la carità, tutti necessari per costruire l’unità vivente di questo organismo spirituale. L’altra interpretazione fa riferimento al Corpo stesso di Cristo. Paolo sostiene che la Chiesa non è solo un organismo, ma diventa realmente corpo di Cristo nel sacramento dell’Eucaristia, dove tutti riceviamo il suo Corpo e diventiamo realmente suo Corpo. Si realizza così il mistero sponsale che tutti diventano un solo corpo e un solo spirito in Cristo. Così la realtà va molto oltre l’immagine sociologica, esprimendo la sua vera essenza profonda, cioè l’unità di tutti i battezzati in Cristo, considerati dall’Apostolo "uno" in Cristo, conformati al sacramento del suo Corpo.

Dicendo questo, Paolo mostra di saper bene e fa capire a noi tutti che la Chiesa non è sua e non è nostra: la Chiesa è corpo di Cristo, è "Chiesa di Dio", "campo di Dio, edificazione di Dio, ... tempio di Dio" (1Cor 3,9.16). Quest'ultima designazione è particolarmente interessante, perché attribuisce a un tessuto di relazioni interpersonali un termine che comunemente serviva per indicare un luogo fisico, considerato sacro. Il rapporto tra Chiesa e tempio viene perciò ad assumere due dimensioni complementari: da una parte, viene applicata alla comunità ecclesiale la caratteristica di separatezza e purità che spettava all’edificio sacro, ma, dall'altra, viene pure superato il concetto di uno spazio materiale, per trasferire tale valenza alla realtà di una viva comunità di fede. Se prima i templi erano considerati luoghi della presenza di Dio, adesso si sa e si vede che Dio non abita in edifici fatti di pietre, ma il luogo della presenza di Dio nel mondo è la comunità viva dei credenti.

Un discorso a parte meriterebbe la qualifica di "popolo di Dio", che in Paolo è applicata sostanzialmente al popolo dell’Antico Testamento e poi ai pagani che erano "il non popolo" e sono diventati anch’essi popolo di Dio grazie al loro inserimento in Cristo mediante la parola e il sacramento. E finalmente un’ultima sfumatura. Nella Lettera a Timoteo Paolo qualifica la Chiesa come «casa di Dio» (1 Tm 3,15); e questa è una definizione davvero originale, poiché si riferisce alla Chiesa come struttura comunitaria in cui si vivono calde relazioni interpersonali di carattere familiare. L’Apostolo ci aiuta a comprendere sempre più a fondo il mistero della Chiesa nelle sue diverse dimensioni di assemblea di Dio nel mondo. Questa è la grandezza della Chiesa e la grandezza della nostra chiamata: siamo tempio di Dio nel mondo, luogo dove Dio abita realmente, e siamo, al tempo stesso, comunità, famiglia di Dio, il Quale è carità. Come famiglia e casa di Dio dobbiamo realizzare nel mondo la carità di Dio e così essere, con la forza che viene dalla fede, luogo e segno della sua presenza. Preghiamo il Signore affinchè ci conceda di essere sempre più la sua Chiesa, il suo Corpo, il luogo della presenza della sua carità in questo nostro mondo e nella nostra storia.

[Il Papa ha poi salutato i pellegrini in diverse lingue. In Italiano ha detto:]

Rivolgo un cordiale saluto ai pellegrini di lingua italiana, in particolare ai fedeli della diocesi di Ischia, venuti con il loro Pastore Mons. Filippo Strofaldi, in occasione della conclusione del sinodo diocesano, evento prezioso di rilancio dell’attività pastorale. Saluto le partecipanti ai Capitoli Generali delle Francescane Missionarie di Maria e delle Serve di Maria Ministre degli Infermi. Care Sorelle, mantenete vivi i vostri rispettivi carismi e continuate con rinnovato slancio di carità sulla via tracciata dai vostri Fondatori. Saluto le Infermiere volontarie della Croce Rossa Italiana, che ricordano il primo centenario di fondazione della loro Associazione e le incoraggio a proseguire nell’impegno di cristiana solidarietà verso il prossimo. Saluto l’Associazione regionale dei Cori pugliesi ed esorto ciascuno a fare del canto uno strumento di lode a Dio e un dono di gioia ai fratelli.

Il mio pensiero va infine ai giovani, ai malati ed agli sposi novelli. Cari amici, celebriamo oggi la festa di santa Teresa d’Avila. Questa grande Santa testimonia a voi cari giovani che l’amore autentico non può essere scisso dalla verità; mostra a voi, cari malati, che la croce di Cristo è mistero di amore redentore; per voi, cari sposi novelli, è modello di fedeltà a Dio, il quale affida ad ognuno una speciale missione.

[© Copyright 2008 - Libreria Editrice Vaticana]


Documenti sulla web di ZENIT

Interventi al Sinodo del 14 e della mattina del 15 ottobre

CITTA' DEL VATICANO, mercoledì, 15 ottobre 2008 (ZENIT.org).- Nella Sezione Documenti della pagina web di ZENIT è possibile leggere i riassunti degli interventi al Sinodo del 14 e della mattina del 15 ottobre.



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ViviCentro (art. 19 e 21)

La libertà di stampa è una benedizione quando siamo inclini a scrivere contro gli altri, e una calamità quando ci troviamo ad essere sopraffatti dalla moltitudine dei nostri assalitori. (Samuel Johnson).
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