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Il mondo visto da Roma - 19 agosto 2008
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Messaggio Il mondo visto da Roma - 19 agosto 2008 
 

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Martedì, 19 Agosto : 2008

Il mondo visto da Roma


SANTA SEDE
Sei nuovi beati tra settembre e ottobre
Il Papa incoraggia il primo Festival Mariano Internazionale
Daniel Rudolf Anrig, nuovo Comandante della Guardia Svizzera

NOTIZIE DAL MONDO
Nasce "Radio Maria Kenya"

ANNO PAOLINO
Papa Montini alla scuola di Paolo

ITALIA
Cresce il fenomeno delle sette sataniche in Italia
Chiusa la fase istruttoria della causa di mons. Álvaro del Portillo

INTERVISTE
Sinodo della Parola “viva, tagliente ed efficace”

DOCUMENTI SULLA WEB DI ZENIT
Colloquio di Benedetto XVI con il clero di Bolzano-Bressanone


Santa Sede

Sei nuovi beati tra settembre e ottobre
I genitori di Santa Teresina, il confessore di San Faustina e una vittima delle foibe

CITTA' DEL VATICANO, martedì, 19 agosto 2008 (ZENIT.org).- La Chiesa cattolica eleverà agli onori degli altari sei beati in distinte cerimonie che avranno luogo nei mesi di settembre e ottobre, secondo quanto annunciato questo martedì dalla Sala Stampa vaticana.

Si tratta dei genitori di Santa Teresina di Lisieux, francese; di un sacerdote polaco, fondatore di una congregazione religiosa; di una fondatrice italiana; e di due sacerdoti italiani, uno dei quali è stato martirizzato in Yugoslavia al tempo del generale Tito.

I genitori di Santa Teresina

Una nota dell'Ufficio delle Celebrazioni Liturgiche del Sommo Pontefice conferma che Louis (1823-1894) e Zélie (1831-1877) Martin verranno beatificati domenica, 19 ottobre, a Lisieux (Francia), nella Basilica dedicada a loro figlia, Santa Teresa del Bambino Gesù, alle ore 10 (Cf. I genitori di Santa Teresina saranno beatificati il 19 ottobre).

La data scelta per l'occasione è la Giornata Mondiale delle Missioni, di cui Santa Teresina è copatrona insieme a San Francisco Javier.

Si tratta della seconda coppia di coniugi ad essere beatificata, dopo quella formata da Luigi Beltrame Quattrocchi e Maria Corsini, beatificati da Giovanni Paolo II il 21 ottobre 2001.

Francesco Bonifacio

Anche il sacerdote Francesco Bonifacio, vittima delle foibe e martire, sarà beatificato sabato 4 ottobre 2008, nella Cattedrale di Trieste, alle ore 16 (Cf. Don Francesco Bonifacio, vittima delle foibe, presto beato).

Nato a Pirano (Istria) nel 1912, dopo la seconda guerra mondiale assunse la responsabilità della curazia di Villa Gardossi, che raccoglieva diverse frazioni sparse nella zona di Buie.

Il suo impegno lo rese un prete troppo scomodo per la propaganda antireligiosa della Jugoslavia di allora. La sera dell'11 settembre 1946 venne fermato da due uomini della guardia popolare. Chi li vide raccontò che sparirono insieme nel bosco.

Il fratello, che lo cercò immediatamente, venne incarcerato con l'accusa di raccontare delle falsità. Per anni la vicenda è rimasta sconosciuta, finché un regista teatrale è riuscito a contattare una delle guardie popolari che avevano preso don Bonifacio.

Quest'ultimo raccontò che il sacerdote era stato caricato su un'auto, picchiato, spogliato, colpito con un sasso sul viso e finito con due coltellate prima di essere gettato in una foiba. Da allora i suoi resti non sono stati mai più ritrovati.

Il confessore di Santa Faustina

Sarà iscritto nell'albo dei beati anche il sacerdote polacco Michal Sopocko, confessore e direttore spirituale di Santa Faustina Kowalska, nonché principale promotore delle rivelazioni sulla Divina Misericordia, avute da questa religiosa.

Padre Sopocko, che è stato anche fondatore della Congregazione delle Suore di Gesù Misericordioso, sarà beatificado domenica, 28 settembre 2008, a Bialystok (Polonia), nella piazza antistante la Chiesa della Divina Misericordia, alle ore 15.

Nato a Juszewszczyna nella regione di Vilnius (allora Polonia, attualmente Lituania) il 1° novembre 1888 è morto il 15 febbraio 1975 nella stessa città nella quale sarà beatificato.

Due fondatori

Tra i prossimi beati figura anche Vincenza Maria Poloni (al secolo: Lugia), nata a Verona il 26 gennaio 1802 ed ivi morta l'11 novembre 1855. Fonda l'Istituto delle Suore della Misericordia di Verona che si prende cura dei poveri e dei bisognosi. Oggi, le Sorelle della Misericordia sono presenti in tre continenti: dall'Italia al Brasile, dalla Germania all'Angola.

Sarà beatificada domenica, 21 settembre, a Verona, nel Palazzetto dello Sport, alle ore 15.30.

Oltre a lei sarà beatificato anche Francesco Pianzola, “il prete santo delle mondine”, nato a Sartirana Lomellina il 5 ottobre 1881 e morto a Mortara il 4 giugno 1943. Sacerdote diocesano e fondatore della Congregazione delle Suore Missionarie dell'Immacolata Regina della Pace, dedica la sua vita ai più bisognosi, ai lavoratori dei campi della sua terra, annunciando il Vangelo nelle campagne, ma anche nelle fabbriche.

La celebrazione avrà luogo sabato 4 ottobre 2008, nella Cattedrale di Vigevano, alle ore 15.30.


Il Papa incoraggia il primo Festival Mariano Internazionale
Tenutosi dal 14 al 18 agosto a Paray-le-Monial (Francia)

di Jesús Colina


ROMA, martedì, 19 agosto 2008 (ZENIT.org).- Benedetto XVI ha inviato un messaggio di incoraggiamento al primo Festival Mariano Internazionale, tenutosi dal 14 al 18 agosto nella piccola città francese di Paray-le-Monial.

Si tratta di una iniziativa destinata a giovani dai 20 ai 35 anni, che hanno spiegato a ZENIT di “aver sperimentato un incontro commovente con la Madre di Dio che ha cambiato profondamente le nostre vite. Alcuni già erano credenti altri no”.

In un messaggio recapitato attraverso il Cardinale Tarcisio Bertone, Segretario di Stato vaticano, Benedetto XVI ha voluto “assicurare a tutti i partecipanti la sua vicinanza spirituale, rallegrato nel vederli radunati attorno al Cuore di Gesù, sotto la guida della Madonna”.

“La Vergine Maria – sottolinea Benedetto XVI – attraverso il Suo pellegrinaggio di fede e carità sulla terra, rivela nella Sua persona il vero volto della Chiesa, sposa e serva del Signore”.

“Nella via verso la Santità del popolo di Dio – continua –, Maria è stata 'la prima sul cammino'; la prima a ricevere la corona della gloria eterna e ad essere elevata in cielo, corpo e anima, per la potenza di Dio”.

Il Vescovo di Roma ha quindi invitato i giovani ad avere “il coraggio di seguire le orme della Vergine senza altro desiderio che quello di donare se stessi a Dio e al prossimo perché non si rimarrà delusi”.

“La vita di Colei che non ha avuto altro desiderio che compiere la volontà del Signore, l’ha condotta nella vita vera al fianco del Figlio. La donna vestita di sole – si legge ancora – è il segno della vittoria di Dio”.

Uno degli organizzatori del festival, Olivier, ha fondato nel 2000, a Saint Etienne du Mont, "Abba", un gruppo di adorazione eucaristica con María, che si riunisce una volta alla settimana.

Un altro organizzatore, Christophe, dopo “l'ingresso nella vita” di Giovanni Paolo II, nel 2005, ha fondato il gruppo del Rosario Cuore di Gesù e di Maria, che si riunisce nella Cappella della Medaglia Miracolosa di Parigi e in altre parrocchie della capitale francese.

Il festival, che ha visto la partecipazione di diverse migliaia di giovani, è stato realizzato grazie alla collaborazione e all'impegno della Comunità dell'Emmanuel, che anima spiritualmente i pellegrinaggi a Paray-le-Monial, la città nella quale è vissuta santa Margarita María Alacoque (1647-1690), che ricevette le rivelazioni mistiche sul Cuore di Gesù.

All'evento hanno preso parte diversi Vescovi, tra cui monsignor Henri Tessier, Arcivescovo emergito di Algeri, oltre a padre Giovanni d'Ercole, della Segretaría di Stato della Santa Sede.

L'obiettivo di questa quattro giorni di fede e devozione era, tra le altre cose, quello di far conoscere le nuove comunità mariane sorte in tutto il mondo.

Dal Brasile hanno partecipato le comunità Shalom, Cançao Nova; dal Canada, Marie-Jeunesse; dalla Germania, Totus Tuus; dall'Italia, la comunità Cenacolo; e dalla Francia, Maria Regina Immacolata, Jeunesse-Lumière, Apostoli della Pace, la Comunità delle Beatitudini, la Comunità dell'Agnello e la Comunità dell'Emanuel.

[Per maggiori informazioni: http://www.festivalmarial.com]


Daniel Rudolf Anrig, nuovo Comandante della Guardia Svizzera
CITTA' DEL VATICANO, martedì, 19 agosto 2008 (ZENIT.org).- Da questo martedì, la Guardia Svizzera ha un nuovo Comandante. Benedetto XVI ha infatti nominato a capo dell'esercito più piccolo e antico del mondo, con il grado di Colonnello, il 36enne Daniel Rudolf Anrig.

 Originario di Walenstadt, nel Cantone svizzero di San Gallo, il neo comandante, sposato e con quattro figli, si insedierà ufficialmente nel nuovo incarico il 1° dicembre prossimo.

Anrig ha già prestato servizio come alabardiere della Guardia dal 1992 al 1994.

 Tornato in Patria, nel 1999 si è laureato in Diritto civile ed ecclesiastico presso l’Università di Friburgo ed ha poi ricoperto la carica di assistente di cattedra di Diritto civile presso la medesima Università dal 1999 al 2001.

Dal 2002 al 2006, il Colonnello Anrig è stato Capo della Polizia criminale del Cantone di Glarona, quindi - dopo la nomina a capitano dell’Esercito svizzero - ha ricoperto la carica di Comandante generale del Corpo di Polizia del Cantone di Glarona.

La nomina di Comandante è pontificia, e per la scelta viene consultata anche la Conferenza Episcopale Svizzera. Secondo il regolamento questo incarico dura 5 anni.

 Il Colonnello Anrig ha sostituito in questo incarico Elmar Theodor Maeder, nato nel 1963 a Zuzwil nel cantone di San Gallo, padre di quattro figli, che è stato Comandante della Guardia Svizzera dal 2002.

 In una intervista alla rivista “Der Schweizergardist”, Maeder ha tracciato un bilancio della esperienza vissuta nella Guardia Svizzera, dichiarando che “all'età di 45 anni, si sente ancora in forma per accettare una nuova sfida” e che “sarebbe auspicabile una migliore definizione delle attuali sfere di competenza tra gli organi di sicurezza italiani e quelli vaticani”.

A garantire la sicurezza e l'ordine pubblico in Vaticano, infatti, oltre a svolgere i compiti istituzionali di polizia, inclusi quelli di frontiera, così come quelli della polizia giudiziaria c'è anche il Corpo della Gendarmeria, nato nel 1816 per volontà di Pio VII e composto attualmente da 160 effettivi, tutti di nazionalità italiana

La Guardia Svizzera invece è composta da soli centodieci soldati e un cappellano. La sua fondazione si deve a Papa Giulio II (1503-1513) che il 22 gennaio del 1506 ha accolto e benedetto in Piazza San Pietro il primo contingente di Guardie Svizzere, composto da 150 reclute e guidato dal capitano Kaspar von Silenen, giunto a Roma per assicurare la difesa della sua persona e del Palazzo Apostolico.

Le nuove reclute della Guardia Svizzera prestano il giurmento il 6 maggio, in ricordo del sacco di Roma del 1527, quando la Città Eterna venne invasa e saccheggiata dalle truppe dei Lanzichenecchi al soldo di Carlo V d'Asburgo e 147 Guardie Svizzere caddero uccise per difendere Papa Clemente VII, che venne tratto in salvo a Castel Sant’Angelo.


Notizie dal mondo

Nasce "Radio Maria Kenya"
Si tratta della seconda emittente cattolica del Paese

ROMA, martedì, 19 agosto 2008 (ZENIT.org).- Questo martedì sono arrivate anche in Kenya le onde di Radio Maria. Nell'inaugurazone dell'emitente nella diocesi di Muranga ha partecipato, tra gli altri, l'Arcivescovo di Nairobi e Oresidente della Conferenza episcopale del Paese, il Cardinale John Njue.

Il progetto, secondo quanto fatto sapere da Radio Vaticana, è stato seguito dalla stessa diocesi di Muranga e il Direttore sarà padre Peter Muiruri.

Nella città che la ospita, le trasmissioni saranno in Kikuyu, la lingua locale, mentre nel resto del Paese verranno adottate le due lingue nazionali: inglese e kiswahili.

Per l'emittente si tratta di "un passo decisivo", si legge sul sito Internet, che segue le orme di Radio Waumini, la prima emittente cattolica in onda nel Paese dal 2003.

 
Anno Paolino

Papa Montini alla scuola di Paolo
ROMA, martedì, 19 agosto 2008 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito l'articolo a cura del teologo Angelo Maffeis, apparso sul secondo numero della rivista “Paulus” .

* * *

Sono passati quaranticinque anni dal momento in cui, dopo la sua elezione alla cattedra di Pietro, il 21 giugno 1963, Giovanni Battista Montini ha scelto per sé il nome di Paolo, e tren'anni dal 6 agosto 1978, quando il Signore l'ha chiamato a sé. Non è facile individuare con certezza le ragioni di questa scelta. In ogni caso, non era certamente il legame con l'ultimo pontefice che aveva portato questo nome – Paolo V Borghese, papa dal 1605 al 1621 – che Paolo VI intendeva rinnovare. Egli intendeva piuttosto porre il suo ministero sotto il segno della proclamazione del messaggio evangelico a tutte le genti, di cui l'apostolo Paolo era stato modello insuperabile agli inizi della storia cristiana. La familiarità con Paolo e con i suoi scritti è un tratto ben presente in Giovanni Battista Montini fin dagli anni giovanili e i riferimenti agli insegnamenti dell'Apostolo affiorano spesso negli scritti appartenenti al periodo della sua attività di assistente ecclesiastico della FUCI. Lo documentano in modo evidente i quaderni nei quali, tra il 1929 e il 1933, ha annotato le sue riflessioni sulle lettere di Paolo, pubblicati nel 2003 dall'Istituto Paolo VI di Brescia.

Nell'apostolo Paolo Montini ritrova anzitutto la centralità del mistero di Cristo. Quando nella lettera ai Filippesi l'Apostolo esclama: «Per me vivere è Cristo», egli esprime «l'assorbimento e la concentrazione di tutti i pensieri, i sentimenti, gli affetti, le speranze, le aspirazioni, i principii morali e religiosi in Cristo». Oltre a rivelare l'intensità della sua personale esperienza del Signore, l'affermazione di Paolo ha validità universale e, oggi in particolare, deve indurre a vincere «una insinuante e generale tentazione, che la vita cioè tragga d'altronde che da Cristo la sua suprema ragion d'essere e la sua salute». In quanto centro della storia della salvezza, il mistero di Cristo rappresenta anche il termine della ricerca umana della verità. Per conoscere il mistero di Cristo sono dunque necessarie tutte le risorse dell'intelligenza, poiché esso «è l'oggetto conoscibile primo ed estremo» e, d'altra parte, «una conoscenza di Cristo che non esaurisse e soddisfacesse le più alte aspirazioni del pensiero non sarebbe penetrante nella realtà di Lui».

Alla ricerca di un'apologetica adeguata alla temperie culturale contemporanea, Montini vede nella parola della croce proclamata da Paolo nella prima lettera ai Corinzi l'indicazione della foma in cui si compie la rivelazione e, insieme, del cammino che l'intelligenza è chiamata a compiere per accoglierla. La verità che viene da Dio supera infatti le anguste attese dell'uomo, fino a provocare lo scandalo di una ragione umana che è sì dono di Dio, ma porta in sé il rishio e la tendenza a pensarsi come autosufficiente. E' per questo che la rivelazione di Dio si è compiuta per un'altra via. «Dio volle difendere il suo messaggio dai pericoli del razionalismo autosufficiente proprio rivestendolo di una forma che non può essere da esso accettata e compresa. Dio fu più geloso del carattere divino del messaggio evangelico che della sua adattabilità alla mente umana. Cioè: prima la gloria di Dio, poi la salute umana; né poteva fare altrimenti se davvero voleva salvare divinamente l'uomo: la salute umana non è un prodotto umano, Dio doveva mostrarsi celandosi». Il tema della Chiesa costituisce il secondo punto focale della meditazione delle lettere di Paolo condotta da Montini. L'istituzione ecclesiastica e l'autorità che ad essa compete deve essere a servizio dell'unità e della circolazione della carità tra i fedeli. L'autorità apostolica esercitata da Palo è fondata su una vocazione divina ed egli la esercita con decisione di fronte a comunità turbolente e divise: «Egli insegna, giudica, comanda, punisce». Ma è consapevole al tempo stesso che non è l'esercizio dell'autorità e l'ordine da essa assicurato nelle comunità il fine dell'azione apostolica. L'apostolo Paolo diviene così il modello di un ministero ecclesiale che scompare dietro al messaggio da proclamare e in tutto ciò che compie lascia trasparire l'azione di Dio. Al tempo stesso, Paolo diviene così il modello di un ministero ecclesiale che scompare dietro al messaggio da proclamare e in tutto ciò che compie lascia trasparire l'azione di Dio. Al tempo stesso, Paolo stabilisce con i cristiani «una relazione d'amicizia, di paternità», profondamente differente dal modo burocratico di esercitare il ministero che spesso si deve constatare nella Chiesa e ricco di tutte le sfumature del sentimento e dell'affetto. Non si deve dunque scambiare l'esercizio dell'autorità pastorale con l'atteggiamento autoritario della gente che «va avanti alla cieca, parla senz'essere ascoltata: si fa ubbidire senza farsi amare», mentre l'autorità del pastore «deve pur compire un'opera che le anime o prima o poi debbono sentire salutare, e vivificante; altrimenti non verrà meno in se stessa, mai, ma mancherà al suo fine, farà il vuoto d'intorno, si priverà della fiducia delle anime, faticherà per nulla. La fiducia delle anime: ecco ciò che sottintende o intende l'Apostolo. Bisogna pensarvi, bisogna meritarla».


Italia

Cresce il fenomeno delle sette sataniche in Italia
CITTA' DEL VATICANO, martedì, 19 agosto 2008 (ZENIT.org).- In Italia il fenomeno delle sette sataniche è in costante aumento. Secondo le più recenti statistiche almeno mezzo milione di persone ha contatti più o meno frequenti con queste organizzazioni conosciute molto spesso tramite musica, film e siti internet.

I più colpiti sono i giovanissimi, spesso con situazioni familiari difficili e che, in alcuni casi, fanno uso di sostanze stupefacenti.

Don Aldo Bonaiuto, alla guida della Comunità Papa Giovanni XXIII e responsabile del servizio antisette dell'associazione, in una intervista a “Radio Vaticana” ha invitato a “non banalizzare il fenomeno e quindi ad avere sempre quell'atteggiamento di grande attenzione e prudenza”.

“L'altro estremo è quello di attribuire ad ogni segno, ad ogni scritta, ad ogni simbolo che possiamo incontrare in giro la presenza di gruppi satanici occulti”, ha però tenuto a precisare.

Per satanismo si intende l'adorazione dell'angelo che nella Bibbia è chiamato Satana con culti liturgici blasfemi parodianti la Messa cattolica. Spesso in queste pratiche occulte le persone vengono indotte a manifestare apertamente avversione a Dio e a Cristo.

Con Satana, talvolta, si può anche intendere uno stato di coscienza superiore dell'uomo, ovvero un personaggio preternaturale.

Il satanismo si manifesta per la prima volta nel gruppo sorto ai margini della corte del re di Francia Luigi XIV (1638-1715) attorno alla figura di Catherine La Voisin, che, con l'aiuto di un sacerdote cattolico rinnegato, l'abate Guibourg (1603-1683), organizza per dame di corte le prime “Messe nere” nelle quali il Diavolo è adorato per ottenere favori e vantaggi materiali.

“Non dimentichiamo che dentro queste sette c'è quasi sempre l'uso delle droghe – ha aggiunto don Bonaiuto –, di riti molto particolari in cui c'è sempre anche la presenza della sessualità, quindi i ragazzi si lasciano adescare, influenzare”.

“In questo momento c'è una fortissima attenzione a questi argomenti legati alle tenebre, al macabro...D'altronde, non si fa altro che diffondere messaggi del genere, anche attraverso film, musiche, scene che si vedono continuamente sui nostri schermi”.

“C'è bisogno di una grande opera di sensibilizzazione e di formazione – ha avvertito – che deve partire dalle scuole dove è così importante, comunque, la presenza di un'opera continua di formazione e di informazione: questo lo dico agli insegnanti tutti, in particolare a quelli di religione”.

“Come nelle parrocchie, dove per i sacerdoti dev'essere un lavoro continuo di un'informazione corretta perché quando si parla di sette spesso pensiamo all'esorcista, alle possessioni diaboliche e così deviamo il tema, l'argomento, l'approfondimento”.

“Invece, tocca un fenomeno sociale costituito da gruppi, da personaggi che a volte nulla hanno a che fare poi, di fatto, con il demonio ma realizzano queste organizzazioni per fini di lucro, per assoggettare, per manipolare le persone per poi poterne ricevere soltanto del profitto”, ha poi concluso.


Chiusa la fase istruttoria della causa di mons. Álvaro del Portillo
Il Prelato dell'Opus Dei: don Álvaro un uomo di fede, un uomo fedele

ROMA, martedì, 19 agosto 2008 (ZENIT.org).- Il 7 agosto scorso, il tribunale della Prelatura dell'Opus Dei ha chiuso la fase istruttoria della causa di beatificazione di monsignor Álvaro del Portillo (1914-1994), per quasi quarant'anni vicino al fondatore di questa Prelatura personale della Chiesa cattolica.

L'atto, che ha avuto luogo nell'aula magna “Giovanni Paolo II” dell'Università della Santa Croce di Roma, è stato presieduto dal Prelato dell'Opus Dei, monsignor Javier Echevarría.

Negli ultimi quattro anni, la vita e le virtù di monsignor Álvaro del Portillo sono state oggetto di studio da parte di un tribunale della Prelatura e, parallelamente, da parte di un tribunale del Vicariato di Roma.

I due tribunali hanno interrogato numerosi testimoni che hanno avuto occasione di frequentare il precedente Prelato dell'Opus Dei.

"Egli fu anzitutto un uomo fedele", ha detto monsignor Echevarría nel suo intervento riferendosi al suo predecessore alla guida dell'Opus Dei.

Nel caso di don Alvaro, ha aggiunto, "fede in Dio, fede nella Chiesa, fede nell'origine soprannaturale dell'Opus Dei e, quindi, nel carattere divino dell'impresa a cui era stato chiamato dal Signore stesso a collaborare".

Questa fede è stata la radice profonda della sua fedeltà al fondatore, di cui fu per quarant'anni il più stretto collaboratore e, in seguito, il suo primo successore alla guida dell'Opus Dei.

"Che don Álvaro – ha aggiunto il Prelato –, con il suo indimenticabile sorriso e la sua inalterabile pace interiore, con la sua fermezza nel compiere il bene e con la sua umiltà, ci aiuti a irradiare nel mondo la luce di Cristo, in un apostolato incessante che comunichi alle anime la gioia dell'incontro con Cristo”.

“Ricordate il suo insegnamento ed il suo esempio: rendere amabile la verità, egli ci raccomandava”, ha concluso.

Il processo del tribunale del Vicariato si è chiuso lo scorso 26 giugno nel palazzo del Laterano, nell'ultimo atto pubblico del Cardinale Camillo Ruini come Vicario del Papa per la Diocesi di Roma.

La causa di monsignor del Portillo è la prima istruita in un tribunale della Prelatura. Il postulatore della causa, monsignor Flavio Capucci – sottolinea una nota dell'Opus Dei –, ha spiegato che è prassi della Chiesa che, quando si ha coscienza della santità di un Vescovo, sia la sua circoscrizione ecclesiastica a istruire il corrispettivo processo.

La Congregazione per le Cause dei Santi, infatti, ha riconosciuto il Prelato dell'Opus Dei come Ordinario competente per l'avvio di questa causa.

Conclusa la fase diocesana del processo, il prossimo passaggio sarà quello di elaborare la positio, una biografia del candidato agli altari che deve dimostrare che ha vissuto in grado eroico le virtù cristiane.

La positio dovrà quindi essere presentata dal postulatore alla Congregazione per le Cause dei Santi, dove verrà studiata da una Commissione di teologi, e in seguito da un'altra di Cardinali e Vescovi membri del Dicastero.

Monsignor Alvaro del Portillo nasce a Madrid l’11 marzo 1914, terzo di otto fratelli, in una famiglia dalle profonde radici cristiane. Nel 1935 entra a far parte dell’Opus Dei. Grazie alle sue non comuni doti di intelligenza e disponibilità, molto presto diviene il sostegno più valido di san Josemaría.

Era ingegnere civile, dottore in Filosofia e in Diritto Canonico. Il 25 giugno 1944 viene ordinato sacerdote. Da allora si prodiga in pienezza nell’adempimento del ministero pastorale, al servizio dei membri dell’Opus Dei e di tutte le anime.

Nel 1946 stabilisce la propria residenza a Roma, accanto a san Josemaría, cominciando a lavorare come Consultore per diversi Dicasteri della Curia Romana e partecipando attivamente ai lavori del Concilio Vaticano II.

Dal 1975 guida l’Opus Dei. Il 28 novembre 1982, il Santo Padre Giovanni Paolo II erige l’Opera in Prelatura personale e lo nomina Prelato; il 6 gennaio 1991 gli conferisce l’ordinazione episcopale.

Nel 1985 – realizzando un desiderio di san Josemaría – fonda a Roma il Centro Accademico Romano della Santa Croce, divenuto successivamente Università Pontificia della Santa Croce.

Durante i suoi diciannove anni di guida dell’Opus Dei, l’attività apostolica della Prelatura si estende a venti nuovi paesi. Tutta l’attività dispiegata da monsignor Alvaro del Portillo nel governo dell’Opus Dei è caratterizzata dalla fedeltà al fondatore e al suo messaggio, e dallo zelo nel servire la Chiesa.

Promuove e incoraggia personalmente numerose iniziative apostoliche tra persone di tutti gli ambienti, soprattutto a favore dei più bisognosi, al servizio della società, tanto nel terreno educativo e assistenziale, come in quello familiare.

Muore all’alba del 23 marzo 1994, poche ore dopo aver fatto ritorno da un pellegrinaggio in Terra Santa. Lo stesso giorno, Giovanni Paolo II si reca a pregare dinnanzi alle sue spoglie mortali, che ora riposano nella cripta della chiesa prelatizia di Santa Maria della Pace a Roma.


Interviste

Sinodo della Parola “viva, tagliente ed efficace”
Parla il Superiore del Centro Interprovinciale dei Carmelitani Scalzi di Roma

di Miriam Díez i Bosch
ROMA, martedì, 19 agosto 2008 (ZENIT.org).- La Parola di Dio non è ridotta alla Bibbia ed è una Parola “viva” perché non è un testo.

A spiegarlo è padre Roberto Fornara, ocd, Superiore del Centro Interprovinciale dei Carmelitani Scalzi di Roma (www.ocd.it), docente di Sacra Scrittura presso la Pontificia Facoltà Teologica “Teresianum” e la Pontificia Università Gregoriana nonché Direttore della “Rivista di Vita Spirituale”.

Il Sinodo vorrebbe favorire la riscoperta piena di stupore della Parola di Dio che è viva, tagliente ed efficace. Cosa si intende?

P. Fornara: La triplice annotazione prende spunto da Eb 4,12. La Parola è «viva», anzi «vivente» (zôn), perché non è un testo (il cristianesimo non è “religione del Libro”!), ma la persona viva del Verbo, per cui l’ascolto della Parola non si concepisce al di fuori di un’esperienza orante di relazione con Cristo.

Si parla poi della Parola «efficace» (energès, piena di «energia», di «forza viva»). Noi occidentali, tendenti a considerare la parola come flatus vocis, dobbiamo ricuperare il concetto ebraico di dabar, parola e atto, che presiede alla logica della creazione del mondo: «Dio disse…» e tutte le cose furono fatte.

La stessa efficacia creatrice, la Parola la esercita penetrando nel cuore dell’uomo, «più tagliente» (tomóteros) di ogni spada a doppio taglio. Supera le barriere dell’esteriorità e dell’apparenza, fa la verità in noi, penetra nell’intimo, è «lama di luce» (come si esprimevano i medievali), perché illumina il cammino e perché ci illumina, mettendo a nudo ciò che in noi appartiene allo Spirito e ciò che, appartenendo alla carne, ha bisogno di conversione.

In questo «taglio», la spada della Parola ci “fa male”: il Signore ferisce e risana. Maria stessa - nella profezia di Simeone - comprese che la sua vita sarebbe stata attraversata dalla spada della Parola: ferita e gioia, ferita orientata alla gioia piena.

Qual è il legame tra Bibbia e spiritualità?

P. Fornara: La Parola di Dio (non la Bibbia) è sorgente della vita spirituale, vita secondo lo Spirito e vita dello Spirito in noi.

Dei Verbum 12 cita un’espressione di san Girolamo secondo cui la Scrittura dev’essere letta e interpretata con lo stesso Spirito con cui fu scritta: lo Spirito all’origine dell’ispirazione biblica è lo stesso Spirito che ne opera l’interpretazione e la “vivificazione”.

Nella Bibbia sono spesso accomunati il «soffio» e la «parola» divini; lo Spirito continua a soffiare perché la Parola diventi carne nel credente: è questa la vita spirituale. È l’itinerario della lectio divina, dalla lectio (studio, lettura attenta della Bibbia, da cui attingere la Parola) alla contemplatio (divento io stesso quel templum, quel tabernacolo che contiene la Parola e la comunica, talmente ne sono impregnato: non sono più io che vivo, ma Cristo - Parola del Padre - vive in me nella forza dello Spirito; cf Gal 2,20).

Il legame tra Parola e spiritualità, di cui siamo oggi più coscienti e convinti, è indispensabile per evitare derive razionalistiche nell’interpretazione biblica o sentimentalistiche e devozionistiche nel modo di concepire e vivere la vita spirituale.

Quali frutti ha portato il documento conciliare Dei Verbum nelle comunità cattoliche?

P. Fornara: È evidente la maggiore importanza della Parola di Dio nella vita delle comunità; penso al diverso respiro biblico della riflessione teologica, della predicazione e della catechesi, come pure alla maggiore formazione biblica del clero, dei religiosi e dei laici, o alla crescente importanza della lectio divina, sia personale che comunitaria.

Rispetto al 1965, possiamo usufruire di un numero molto più grande di traduzioni e di strumenti per la lettura della Bibbia. L’eredità della Dei Verbum ci ha permesso di ricuperare molto terreno nei confronti delle comunità riformate, da sempre molto più centrate sulla Parola.

Tuttavia, molto resta ancora da fare, sia nel lavoro formativo, sia nella dimensione orante e spirituale, sia sotto l’aspetto più missionario di evangelizzazione. Alla presentazione dell’Instrumentum laboris, mons. Eterovic, segretario generale del Sinodo, ricordava i dati di una recente indagine: solo il 38 % degli italiani praticanti (27 % se si considerano gli italiani adulti) avrebbe letto un brano biblico negli ultimi 12 mesi. Oltre il 50 % considera la Scrittura difficile da comprendere. La gente ha bisogno di essere introdotta e guidata ad un’intelligenza ecclesiale della Bibbia.

Concretamente, qual è stato il contributo dei santi carmelitani alle Sacre Scritture?

P. Fornara: I santi del Carmelo riformato (soprattutto i tre dottori della Chiesa) vivono nel periodo che va dal Concilio di Trento al Vaticano II, definito «esilio della Parola» dalla vita del popolo di Dio. Eppure tutti provano una sete grandissima di abbeverarsi alle sorgenti della Parola. Vivono, in modi diversi, un cammino di lectio, fedeli alla Regola del Carmelo.

Teresa d’Avila si nutre di una sola parola delle Scritture più che di mille letture spirituali, e capisce che questo la preserva da «devozioni alla balorda». Giovanni della Croce dà importanza sia allo studio esegetico, sia all’accoglienza del linguaggio simbolico della Scrittura. Teresa di Gesù Bambino è maestra di un’ermeneutica spirituale della Bibbia, alla ricerca del volto di Cristo. Elisabetta della Trinità è forse la più contemplativa, non ascoltando la Parola per “fare” quello che le viene chiesto, ma per gustare, contemplare e adorare la Bellezza divina.

Tutti vivono il contatto con la Parola in una dimensione orante e con una tonalità affettiva. Si respira in tutti una certa “passività” verso una Parola da non usare o comprendere, ma da ascoltare, accogliere, servire e lasciar operare. Io spero che dal Sinodo emerga una nuova coscienza “passiva”, una consegna, un abbandono totale alla Parola di Dio, una fede grande nella potenza della Parola che opera ciò che significa. “Stupore”, insieme alla docilità dell’ascolto obbediente, è forse l’atteggiamento di cui abbiamo maggiore necessità.


Documenti sulla web di ZENIT

Colloquio di Benedetto XVI con il clero di Bolzano-Bressanone

BRESSANONE, martedì, 19 agosto 2008 (ZENIT.org).- E' ora possibile leggere il testo integrale del colloquio di Benedetto XVI con il clero della diocesi di Bolzano-Bressanone, svoltosi il 6 agosto scorso nel Duomo di Bressanone.

  





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