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Il mondo visto da Roma - 20 agosto 2008
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Messaggio Il mondo visto da Roma - 20 agosto 2008 
 

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Mercoledì, 20 Agosto : 2008

Il mondo visto da Roma


SANTA SEDE
Benedetto XVI: la santità “non è un lusso” per pochi
Vicinanza del Papa alle vittime dei temporali in Polonia
Quotidiano vaticano: servono nuove vie per la crisi in Georgia

NOTIZIE DAL MONDO
Madrid: assistenza spirituale ai familiari della vittime dell'incidente
Giornata di solidarietà per i profughi della Georgia
Il dialogo tra religioni, fonte di pace in Sri Lanka

ANNO PAOLINO
“Nato da Donna”: Maria in Paolo

INTERVISTE
La lectio divina, docile obbedienza a Dio che parla (I)

UDIENZA DEL MERCOLEDÌ
Il Papa ricorda San Bernardo di Chiaravalle e San Pio X


Santa Sede

Benedetto XVI: la santità “non è un lusso” per pochi
Catechesi all'Udienza generale del mercoledì

CASTEL GANDOLFO, mercoledì, 20 agosto 2008 (ZENIT.org).- La santità “non è un lusso”, e i veri santi sono coloro i cui nomi sono noti solo a Dio, ha detto questo mercoledì Benedetto XVI da Castel Gandolfo.

Affacciandosi dal balcone del cortile interno del Palazzo Apostolico il Papa ha riproposto la testimonianza di alcuni santi e beati di fronte ai circa 4 mila fedeli presenti, parlando della santità come del “destino comune” di ogni cristiano.

I santi presi brevemente in considerazione da Benedetto XVI sono stati quelli ricordati dalla liturgia della Chiesa in questi giorni: San Giovanni Eudes - che nel XVII sec. di fronte al rigorismo dei giansenisti promosse una “tenera devozione” per i sacri Cuori di Gesù e di Maria -, San Bernardo di Chiaravalle – il "dottore mellifluo", che viaggiò per tutta l’Europa per servire la Chiesa – o Santa Rosa da Lima, la prima canonizzata del Sudamerica.

O ancora San Pio X, per ricordare il quale il Papa ha citato le parole pronunciate da Giovanni Paolo II nel 1985: “Ha lottato e sofferto per la libertà della Chiesa, e per questa libertà si è rivelato pronto a sacrificare privilegi ed onori, ad affrontare incomprensione e derisione, in quanto valutava questa libertà come garanzia ultima per l’integrità e la coerenza della fede”.

 “Quanto importante e proficuo è, pertanto, l’impegno di coltivare la conoscenza e la devozione dei santi, accanto alla quotidiana meditazione della Parola di Dio e a un amore filiale verso la Madonna!”, ha esclamanto il Pontefice.

“La loro esperienza umana e spirituale mostra che la santità non è un lusso, non è un privilegio per pochi, ma il destino comune di tutti gli uomini chiamati ad essere figli di Dio, la vocazione universale di tutti i battezzati”, ha poi sottolineato.

“La santità è offerta a tutti, anche se non tutti i santi sono uguali. E non necessariamente è grande santo colui che possiede carismi straordinari”.

“Ce ne sono infatti moltissimi i cui nomi sono noti soltanto a Dio, perché sulla terra hanno condotto un’esistenza apparentemente normalissima – ha quindi aggiunto –. E proprio questi santi 'normali' sono i santi abitualmente voluti da Dio”.

“Il loro esempio – ha proseguito – testimonia che, soltanto quando si è a contatto con il Signore, ci si riempie della sua pace e della sua gioia e si è in grado di diffondere dappertutto serenità, speranza e ottimismo”.

Per questo ha infine concluso, il periodo delle ferie può costituire un “tempo utile” per approfondire la conoscenza dei santi e lasciarsi “attrarre dal soprannaturale fascino della santità”.


Vicinanza del Papa alle vittime dei temporali in Polonia
CASTEL GANDOLFO, mercoledì, 20 agosto 2008 (ZENIT.org).- Benedetto XVI ha concluso l’Udienza generale di questo mercoledì esprimendo la sua vicinanza alle vittime delle tempeste e degli uragani che si sono abbattuti negli ultimi giorni sulla Polonia.

“Vi sono stati morti e feriti – ha detto il Papa rivolgendosi ai pellegrini provenienti dal Paese dell'Est Europa –. Tanti hanno perso il patrimonio di una intera vita”.

Intensi temporali hanno flagellato vaste zone della Polonia lo scorso week-end, tanto che il Governatore della regione orientale di Podlasie ha chiesto di dichiarare lo stato di disastro naturale in questa provincia.

Secondo alcuni stime sono state colpite 220 fattorie in 38 cittadine, mentre 2.000 edifici e circa 4.600 veicoli sono stati danneggiati.

“A quanti in qualsiasi modo hanno subito danno a causa di questa sciagura – ha continuato il Santo Padre –, voglio assicurare la mia vicinanza spirituale e il ricordo nella preghiera”.


Quotidiano vaticano: servono nuove vie per la crisi in Georgia
CITTA' DEL VATICANO, mercoledì, 20 agosto 2008 (ZENIT.org).- La crisi in Georgia dimostra che la comunità internazionale ha bisogno di munirsi di nuovi strumenti per intervenire nei conflitti internazionali, afferma "L'Osservatore Romano".

Nell'edizione del 21 agosto il quotidiano vaticano dedica un'analisi in prima pagina, a firma di Pierluigi Natalia, sulla drammatica situazione vissuta nel Caucaso.

"Questa crisi  mostra la necessità di trovare strumenti nuovi per regolare i contrasti internazionali", si legge nell'articolo.

"Strumenti,  cioè, capaci di privilegiare  'il dialogo e la buona volontà comune', come ha indicato Benedetto XVI all'Angelus Domini di domenica 17 agosto".

"Strumenti senza i quali riesce  difficile,  in questo come in altri conflitti – come ha detto ancora il Papa – garantire alle minoranze etniche coinvolte  'l'incolumità e il rispetto di quei diritti fondamentali che non possono mai essere concultati'".

Secondo Pierluigi Natalia, "alla base della crisi esplosa in queste settimane nel Caucaso ci sono contrasti militari ed economici, etnici e nazionalistici, geopolitici in senso lato che sembra difficile dirimere in tempi brevi, per non parlare delle implicazioni sul piano del diritto internazionale".

"Sebbene, le armi abbiano taciuto abbastanza presto, la tensione sembra destinata a protrarsi a lungo non solo tra Russia e Georgia, ma nei rapporti internazionali complessivi", prosegue.

La proposta giunge in un frangente in cui "tra Stati Uniti e Russia i toni sono i più aspri usati dalla fine della guerra fredda".


Notizie dal mondo

Madrid: assistenza spirituale ai familiari della vittime dell'incidente
MADRID, mercoledì, 20 agosto 2008 (ZENIT.org).- L'arcidiocesi di Madrid si è mobilitata per offrire assistenza spirituale ai feriti e ai familiari delle persone rimaste vittime dell'incidente aereo verificatosi questo mercoledì all'aeroporto madrileno di Barajas.

Da parte sua la Conferenza Episcopale Spagnola, il cui Presidente è il Cardinale Antonio Maria Rouco Varela, Arcivescovo di Madrid, ha espresso sentimenti di cordoglio e vicinanza per le vittime di questa tragedia nella quale hanno trovato la morte più di 140 persone. Al momento i feriti sono 26, 7 dei quali in condizioni critiche.

Il cappellano dell'aeroporto di Barajas, padre Alberto García Ruíz, ha allestito una sala per offrire assistenza religiosa ai familiari e ai feriti dell'incidente aereo, verificatosi subito dopo il decollo, hanno fatto sapere fonti dell'arcivescovado di Madrid.

In una nota l'Arcivescovo di Madrid e i suoi Vescovi ausiliari, insieme a tutta la comunità diocesana, “esprimono profondo dolore per l'incidente avvenuto nella serata di oggi nell'areoporto di Barajas, e invocano il Signore della Vita per l'eterno riposo delle numerose vittime mortali, così come per la guarigione dei feriti”.

I Vescovi chiedono a tutte le parrocchie e alle comunità cristiane che “si uniscano intensamente con la loro preghiera personale e liturgica affinché il Dio della misericordia infinita accolga coloro che sono morti nel luogo della luce e della pace, doni la salute ai feriti e consoli con la speranza della vita eterna tutti i familiari”.

La stessa Conferenza Episcopale Spagnola ha diramato una nota per esprimere il proprio cordoglio per l'accaduto che ha coinvolto un velivolo della compagnia Spanair. Intanto, sono stati dichiarati tre giorni di lutto ufficiale.


Giornata di solidarietà per i profughi della Georgia
Coninua la mobilitazione della Caritas

di Chiara Santomiero

ROMA, mercoledì, 20 agosto 2008 (ZENIT.org).- Continua lo sforzo della rete internazionale della Caritas per soccorrere e alleviare le sofferenze delle migliaia di profughi provocati dal conflitto nell’Ossezia del sud.

“Ieri – riferisce Laura Stopponi, responsabile dell’Ufficio progetti di cooperazione in Europa di Caritas italiana – padre Witold Szulczynski, direttore di Caritas Georgia, è riuscito non senza difficoltà ad arrivare a Gori, dove occorre uno speciale permesso per entrare che non viene rilasciato nemmeno ai giornalisti”.

Tra palazzi distrutti ed edifici senza vetri, il sacerdote ha potuto constatare che in città c’è elettricità ed acqua, ma manca il gas, il che costituisce un problema per le cucine da campo e la distribuzione di pasti caldi.

“A Gori – prosegue Laura Stopponi – erano rimaste circa 5 mila persone durante gli scontri dei giorni scorsi, ma adesso molti sono tornati e la popolazione si aggira intorno alle 15 mila persone. Le autorità municipali cercano di dare da mangiare a tutti, ma non ci sono viveri sufficienti perché la Russia non lascia aprire un corridoio umanitario”.

Riescono a passare solo i camion di viveri che arrivano dal Patriarcato perché sono portati dai monaci ortodossi; questi ultimi, ha raccontato padre Szulczynski, sono rimasti tutti in città nonostante il conflitto e adesso organizzano gli aiuti.

“C’è grande collaborazione – afferma la responsabile dell’Ufficio cooperazione in Europa – tra Chiesa ortodossa e Caritas, che risale alle vicende drammatiche di Beslan”.

Intanto a Tblisi e Kutaisi, le due città in cui è confluito il maggior numero di profughi: “Si cerca di offrire pasti caldi e tutto ciò che può servire – considerando che i profughi sono fuggiti senza portare nulla con sé – in tutte le strutture che possono accogliere persone. Scuole, università, asili accolgono ognuna dalle 200 alle 500 persone”.

“In queste città – spiega Laura Stopponi – erano già in funzione due mense della Caritas, per venire incontro ai bisogni delle fasce più deboli di popolazione di un paese già gravemente provato dalla crisi economica: anziani e ragazzi di strada, in particolare”.

“Alle mense – aggiunge – sono collegati due panifici che sfornavano il pane sia per i pasti che per essere venduto e raccogliere fondi. Adesso tutte le strutture funzionano a un ritmo potenziato”.

In più, ci si giova degli aiuti della Croce rossa italiana e del Programma alimentare mondiale.

Ad Alaguir e Tamisk, città alla frontiera con l’Ossezia del sud, sono stati allestiti dei veri campi profughi dove le forze militari russe provvedono alla distribuzione di viveri e materiale sanitario.

“La Caritas Russia – riferisce Laura Stopponi – contribuisce con la distribuzione di materiale scolastico affinché i bambini possano ricominciare la scuola. Il problema principale è il trauma per il conflitto e per la perdita delle case: si cerca di offrire ai profughi assistenza psicologica e di accudirli mentre la politica decide del loro destino”.

“La situazione è particolarmente grave – afferma la responsabile dell’Ufficio cooperazione in Europa - perché in Georgia erano già presenti 100 mila profughi dell’ultimo conflitto con l’Abkhazia”.

“Come sarà possibile farli rientrare nelle proprie case? In che modo altrimenti assicurare loro un alloggio mentre si sta approssimando l’inverno? Sarà necessario impostare un programma di ricostruzione e riabilitazione”, sostiene.

La rete Caritas ha scelto di tamponare l’emergenza in Caucaso con soli aiuti finanziari perché i generi di necessità vengano acquistati sul posto sostenendo l’economia locale.

A questo proposito, Caritas italiana, su mandato della Conferenza episcopale italiana, ha indetto una colletta nazionale per le popolazioni vittime del conflitto nei territori dell'Ossezia (Nord e Sud) e della Georgia, invitando le diocesi a promuovere, domenica 24 agosto o domenica 31 agosto 2008, una giornata di preghiera e di solidarietà in tutta Italia.

La colletta segue all’appello del Papa nell’Angelus di domenica 17 agosto affinché siano “alleviati con generosità i gravi disagi dei profughi, soprattutto delle donne e dei bambini, che mancano perfino del necessario per sopravvivere”.


Il dialogo tra religioni, fonte di pace in Sri Lanka
Parla il Nunzio Apostolico del Paese, monsignor Mario Zenari

ROMA, mercoledì, 20 agosto 2008 (ZENIT.org).- Il dialogo tra fedi in Sri Lanka non si arresta nonostante le difficoltà: ne è testimonianza l'esistenza di due organismi permanenti, il Congress of religions e l'Interreligious Council for peace, che riuniscono assieme cristiani, buddisti, induisti e musulmani.

L'Arcivescovo e Nunzio Apostolico nel Paese asiatico, monsignor Mario Zenari ha osservato in una intervista a “L'Osservatore Romano” come “nell'attuale difficile situazione in cui versa la nazione, a causa anche del conflitto tra i ribelli Tamil e le forze governative, i due organismi siano il frutto di una grazia divina, che ha voluto portare la luce tra le tenebre”.

Il conflitto che da 25 anni insanguina il nord e l’est dell’isola, nonostate la tregua firmata il 23 febbraio del 2002, ha prodotto finora circa 70 mila morti.

Tuttavia, ha precisato, “il dialogo tra comunità religiose, soprattutto cristiani e buddisti, non ha mai subito una battuta d'arresto, in quanto basato su un reciproco rispetto che dura da secoli”.

Il Nunzio ha spiegato poi che “gli organismi, nei quali i presuli rappresentano la parte cattolica, si riuniscono periodicamente per affrontare le varie questioni a livello nazionale; ma anche a livello più locale, non mancano iniziative concrete”.

A questo proposito, l'Arcivescovo ha citato come esempio la diocesi di Trincomalee-Batticaloa, dove opera un piccolo consiglio interreligioso, tuttavia molto attivo, che “offre una parola fondamentale non solo in campo religioso ma anche per tentare di placare il conflitto nel nord della nazione”.

In Sri Lanka il 70% della popolazione è di fede buddista, i cristiani sono solo il 7%. Gli induisti sono il 15% mentre i restanti sono tutti musulmani.

Il Nunzio ha ribadito che da parte dei buddisti “vige rispetto nei confronti dei cristiani, tenuti in considerazione per il loro lavoro di assistenza e per l'approccio fraterno nei confronti della popolazione”.

La comunità cattolica, in particolare, ha favorito l'apertura di numerose scuole professionali per aiutare i giovani a inserirsi in ambito lavorativo.

La Chiesa locale, inoltre, tramite la Caritas e altri organismi, ha svolto un ruolo fondamentale per garantire alla popolazione sofferente, soprattutto nel periodo della ricostruzione, il necessario sostentamento oltre a continuare a prestare soccorso e aiuto.

Il problema alla base – ha evidenziato il Nunzio – è quello della prolificazione delle sette, che soprattutto nei villaggi più poveri si stanno infiltrando in maniera massiccia.

Monsignor Zenari ha spiegato che “le sette dispongono di molto denaro e fanno leva proprio sulla povertà e i bisogni delle gente, per moltiplicare gli adepti”. Nel Paese si sta tentando di far approvare una legge antiproselitismo che, però “danneggerebbe anche la comunità cristiana”.

Infatti, ha specificato che spesso, soprattutto nelle zone più remote del Paese, in terra contadina e quindi al di fuori del contesto delle grandi città, “i cristiani sono accusati di fare proselitismo, messi alla pari di una setta e questo crea delle difficoltà con i buddisti”.

“Basta anche la semplice costruzione di una scuola in un villaggio – ha raccontato – per fare sorgere sospetti al monaco buddista che guida la comunità e favorire un clima di intolleranza”.

Nelle grandi città, invece, dove il livello culturale è elevato e di conseguenza vi è maggiore apertura mentale, la problematica è meno sentita e il dialogo è più favorito.


Anno Paolino

“Nato da Donna”: Maria in Paolo
ROMA, mercoledì, 20 agosto 2008 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito l'articolo a cura del mariologo Stefano de Fiores, SMM, apparso sul secondo numero della rivista “Paulus” .


* * *

E' raro trovare l'accostamento di Paolo di Tarso e Maria di Nazaret, due figure bibliche senza evidente legame o necessario richiamo. Basti consultare il Dizionario di Paolo e delle sue lettere per accorgersi che il nome di Maria è completamente ignorato, anche come donna che ha generato il Figlio di Dio (Gal 4,4), passo saltato perfino nella voce «Lettera ai Galati». A prima vista sembra che in realtà non ci sia niente di comune tra i due personaggi di rilievo nella Chiesa delle origini. Paolo è il missionario teologo, l'apostolo delle genti e il rappresentante di un cristianesimo libero dalla legge di Mosè e aperto all'ellenismo, Maria è una donna tenuta in grande considerazione come Madre di Cristo, ma professante come Pietro Giacomo un giudeo-cristianesimo fedele alle prescrizioni legali in seno alla comunità di Gerusalemme. Eppure il legame tra Paolo e Maria esiste, dal momento che dobbiamo all'Apostolo il primo testo del Nuovo Testamento dove si parla di Cristo come «nato da donna» (Gal 4,4). Riflettendo sul piano della salvezza e in particolare sull'incarnazione, Paolo non può fare a meno di riferirsi a quella donna d'Israele che ha generato il Messia. Come è risaputo, i discorsi kerigmatici di Pietro (At 2,14-39; 3,12-26; 4,9-12; 5,29-32; 10,34-46) e di Paolo (At 13,16-30; 17,22-31) mirano a comunicare il contenuto essenziale della storia della salvezza: Cristo morto e risorto. Solo una volta si fa riferimento all'attività sanatrice ed esorcista di Gesù dopo il battesimo di Giovanni (At 10,38) e solo una volta si menziona la discendenza davidica di Cristo: «Dalla discendenza di lui [Davide], secondo la promessa, Dio trasse per Israele un salvatore» (At 13,23). In questa prima fase non si nomina mai Maria. La ragione di questo silenzio sulla madre di Gesù è comprensibile: essa rientra nel più vasto silenzio circa l'intero arco della vicenda storica di Cristo (che sarà oggetto di considerazione accurata da parte degli evangelisti), perché il centro di interesse degli apostoli è l'annuncio del mistero pasquale.

Paolo rompe il silenzio su Maria offrendo in Gal 4,4 la più antica testimonianza mariana del NT, che risale al 49 o al massimo al 57 d.C., cioè una ventina d'anni dopo l'ascensione. Occasione della lettera ai Galati è l'infiltrazione nella comunità della Galazia in Asia minore (attuale Turchia) di alcuni cristiani giudaizzanti, che insegnavano la validità della legge giudaica per nulla abolita da Cristo. A questi Paolo oppone il suo Vangelo, ossia la salvezza mediante la fede in Cristo. Da autentico teologo, Paolo pone il dilemma: chi ci salva Cristo o la legge? Se la salvezza viene dalla legge, allora «Cristo è morto invano» (Gal 2,21). Ma se Cristo è il salvatore, allora la legge perde la sua funzione e necessità, sicché le genti possono credere ed essere battezzate senza passare dall'obbedienza alle prescrizioni mosaiche. Con questa soluzione, che raccoglie l'accordo degli apostoli e comunità, il cristianesimo cessa di essere un semplice gruppo ebraico (pur mantenendone la fede monoteistica e la profonda spiritualità), e diviene una comunità universale.

In tale contesto polemico contro i giudaizzanti, Paolo introduce il testo di alto interesse cristologico in cui si fa menzione «tangenzialmente e in forma anonima» (A. SERRA, «Gal 4,4: una mariologia in germe», in Theotokos 1 (1993)2,8) di Maria, la «donna» dalla quale nacque Gesù: «Quando venne la pienezza del tempo, Dio e mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la legge, per riscattare coloro che erano sotto la legge, perché ricevessimo l'adozione a figli» (Gal 4,4). Nonostante la sua laconicità, tale testo è considerato di altissimo interesse mariano, quasi una «mariologia in germe», in quanto «nucleo germinale» aperto «alle successive acquisizioni del Nuovo Testamento». Lo storico dei dogmi mariani Georg Söll giunge ad affermare: «Dal punto di vista dogmatico l'enunciato di Gal 4,4 è il testo mariologicamente più significativo del NT, anche se la sua importanza non fu pienamente avvertita da certi teologi di ieri e di oggi. Con Paolo ha inizio l'aggancio della mariologia con la cristologia, proprio mediante l'attestazione della divina maternità di Maria e le prima intuizione di una considerazione storico-salvifica del suo significato» (G. SÖLL, Storia dei dogmi mariani, Roma 1981, 31). L'importanza del testo paolino è dato dal fatto che esso ha una struttura trinitaria e insieme storico-salvifica. Paolo ricorre chiaramente allo schema di invio. Il soggetto della frase è il Padre, che determina la pienezza del tempo. Il tempo è considerato dall'AT come un recipiente che si riempie, ma per Paolo la pienezza è determinata da Dio, che fissa la data della fine della tutela dei pedagoghi per entrare nell'età adulta e libera.

In questo senso si comprende la posizione degli esegeti, al seguito di Lutero: «La missione del Figlio di Dio non è conseguenza della pienezza del tempo, ma è proprio il suo ingresso nella storia che realizza tale pienezza, trasformando il chrónos [tempo cronologico] in kairós [tempo salvifico]» (A. VALENTINI, Editoriale, in Theotokos 1 [1993]2,3). Per Paolo è il tempo propizio alla salvezza dopo il periodo di sudditanza e di maturazione (Gal 4,1-2), e decide l'invio di suo Figlio. Questi, che preesiste per poter essere inviato, viene nel tempo secondo due modalità e finalità intimamente connesse e contrapposte: nasce in condizioni di fragilità (nato da donna) e di schiavitù (nato sotto la legge) in vista della liberazione dalla schiavitù (per riscattare coloro che erano sotto la legge) e del dono della figliolanza divina reso possibile dallo Spirito (Gal 4,6) (perché ricevessimo l'adozione a figli).

Maria è la donna che inserisce il Figlio di Dio nella storia in una condizione di abbassamento, ma ella è situata nella pienezza del tempo e si trova coinvolta nel disegno storico-salvifico della trasformazione degli uomini in figli di Dio. Nei due versetti (Gal 4,4-6) sono presenti le persone della Trinità in un orizzonte storico-salvifico, sicché si può giustamente osservare che la donna da cui nasce Cristo è incomprensibile al di fuori della sua relazione con le tre persone divine e con la storia della salvezza: «Il “mistero” della donna in Gal 4,4ss è totalmente inserito in un disegno cristologico-trinitario-ecclesiale e posto a garanzia dell'effettiva libertà dei figli di Dio. La donna, di cui non si menziona neppure il nome, è interamente al servizio dell'evento salvifico che impegna la Trinità intera ed è a vantaggio di tutti gli uomini» (A. VALENTINI, Maria seondo le Scritture. Figlia di Sion e Madre del Signore, Ed. Dehoniane, Bologna 2007, 31). Potremmo dire - con il linguaggio del teologo riformato Jean -Jacques von Allmen - che Maria è coinvolta nel «complotto» di Dio, meglio nel suo misterioso e sorprendente «disegno», per la salvezza degli esseri umani: «[Maria] è colei che porta in sé Gesù Cristo; ma non vuole conservarlo per sé, perché infine è colei che lo porta al mondo: in questo senso partecipa - come la Chiesa - a quello che si potrebbe chiamare il «complotto» di Dio per salvare il mondo, e si può celebrarla come quella che ha introdotto segretamente tra gli uomini il Cristo, nel quale il regno di Dio è presente» (J.-J. VON ALLMEN, «Nomi propri/2. Maria, la madre del Signore», in J.-J. VON ALLMEN (ed.), Vocabolario biblico, AVE, Roma 1969, 324).


Interviste

La lectio divina, docile obbedienza a Dio che parla (I)
Intervista a padre Bruno Secondin

di Mirko Testa

ROMA, mercoledì, 20 agosto 2008 (ZENIT.org).- La Parola di Dio deve essere sì scavata e filtrata attraverso una corretta preparazione, ma non ha bisogno delle nostre riflessioni o attualizzazioni per avere nuova efficacia perché ha già in sé una forza dinamica di rivelazione e liberazione.

A sostenerlo è padre Bruno Secondin, O. Carm., che in questa intervista concessa a ZENIT ripercorre la storia di questa antica prassi che risale alla spiritualità premonastica e di cui era andato perduto persino il nome dal 1500 in poi, dopo aver costituito il nucleo tipico della vita spirituale e il metodo che ha originato innumerevoli sermones e commentari biblici.

Ordinario di Teologia spirituale e Spiritualità moderna alla Pontificia Università Gregoriana, il sacerdote carmelitano ha studiato a Roma, in Germania e a Gerusalemme.

Riguardo all'atteggiamento diffidente di alcuni esegeti di fronte al dilagare di esperienze popolari di lectio divina, padre Secondin spiega che “è vero che ci vuole una risonanza vitale, ma è ugualmente vero che non si può lasciare l'emozione a briglia sciolta. Ci vuole anche una base di serietà”.

Nella cornice della Chiesa di Santa Maria in Traspontina, in via della Conciliazione (nei pressi del Vaticano), padre Bruno Secondin guida dal 1996 degli incontri di lectio divina che si tengono due volte al mese (2° e 4° venerdì: ore 19-20,15).

Alla lectio divina ha inoltre dedicato già una decina di pubblicazioni fra cui “Ascoltate e voi vivrete”, “Lettura orante della Parola” e “La Parola di Dio non è incatenata” (http://www.lectiodivina.it/Vetrina%20Libri.htm).

Il tracciato storico della lectio divina assomiglia a qualcosa come ad un percorso carsico che dalle origini, e dopo aver attraversato molti devozionalismi ed essere stata rimpiazzata in alcuni periodi dalla meditazione o dall'orazione mentale, riemerge con il Concilio Vaticano II, quando venne gettata una fondazione teologica per la centralità della Parola nella vita della Chiesa.

Padre Secondin: Il devozionalismo è qualcosa che viene prima e anzi la Bibbia era ridotta a cava di pietra di fantasie personali anche dal punto di vista della riflessione teologica, perché era andato perduto il senso dominante della Parola di Dio. Se ne faceva soltanto una specie di supporto alla spiegazione filosofica e teorico-cognitiva. La riscoperta della lectio avviene in coda a tutta una serie di movimenti che ne hanno tirato la volata. Sono stati i protestanti a riprendere in mano la Sacra Scrittura e a farne una passione con le Società Bibliche. In seguito, questo tipo di sensibilità ha contagiato anche il mondo cattolico, sia magari per difendersi da alcune ricostruzioni bibliche, sia per esigenza di riprendere seriamente in mano questa fonte d'identità.

Gli inizi del '900 conoscono quindi questo incoraggiamento, sostenuto anche da parte dei Papi che spinse a rimettere al centro la Scrittura; ma anche la fatica, la resistenza, la paura di protestantizzare affermazioni che a volte, seppure fondate, erano sconcertanti rispetto a una coscienza collettiva, pacificamente data, secondo cui, per fare un esempio, il libro di Isaia è un'opera unica e non tre. Prima di questo movimento e poi in concomitanza vi è il movimento liturgico che, nel prendere coscienza delle banalizzazioni della Scrittura e dell'uso delle fonti bibliche, ha voluto spingere verso un utilizzo più ricco, più ampio, più significativo, più di valore della Parola di Dio, portando come conseguenza al fatto materiale della presenza di una Scrittura maggiormente filtrata, ma anche all'apporto esperienziale tipico della liturgia.

Nel movimento ecclesiologico e nel recupero della Chiesa come Popolo, come coscienza collettiva che risponde a un rapporto vitale con il Signore e non semplicemente a una struttura organizzativa che controlla i doveri, c'è tutta una teologia che porta avanti i concetti di “communio”, “fraternitas”, “mysterium”.

C'è poi il movimento cristocentrico che recupera in Cristo una varietà di aspetti, di ricchezze, di ripensamenti, meno tipici della teologica neoscolastica e meno “sbavati” in forme popolari, per dare allora attraverso la ricerca storica su Gesù una collocazione testuale più autentica.

Il movimento patristico, imperniato sul recupero della sapienza dei Padri, ha portato anche al recupero della metodologia, della struttura del ragionamento teologico, che era il commento biblico, in fondo anche una lectio sapientiae. Tutto questo ha fatto da humus molto ricco per tutta la Chiesa da cui il Concilio ha tratto delle grandi direttrici. E la lectio ne è emersa come una grande tradizione antica poi andata perduta oppure è stata trasformata in una lectio spiritualis, che voleva dire: letture bibliche di sentimenti, pie elucubrazioni, introspezione psicologica e meno l'esposizione alla verità della Parola, che è fatta dalla presenza di Dio, che parla ed elabora con te una vita e non si limita a proporti delle storielle.

La lectio emerge da questo contesto, dopo che si era perduta e aveva cominciato a diventare un fiume carsico nel 1200, nel suo punto più glorioso. Cioè quando il certosino Guigo II (+1188) ha composto quel gioiello che è la lettera all'amico monaco Gervasio, dal titolo Scala claustralium, che rappresenta un po' la “Magna Charta”, perché i quattro gradi o tappe di questa esperienza (lectio, meditatio, oratio, contemplatio) in essa illustrati continuano ad essere ben accolti ancora oggi. Tuttavia, già allora la lectio divina aveva cominciato a cedere il posto alla lectio spiritualis, cioè a qualsiasi cosa buona.

Perciò la vita dei santi, privilegiando l'individualismo e l'approccio meditativo, di conseguenza dava un forte apporto; importante per la formazione individualistica della pietà dava un impulso ancora maggiore a tutta quella filosofia aristotelica che ha scalzato i ragionamenti dei monaci, dei Padri, in favore dei principi logico-cognitivi.

Quindi ha inferto un colpo mortale ed ha spinto il povero popolo a nutrirsi come poteva tanto che la stessa liturgia si è trasformata in grandi funzioni, in grandi fenomeni celebrativi oppure in spazi usufruiti dal popolo semplicemente per categorie emotive, per salvarsi l'anima o per precetti.

Quella che si fa avanti è la spiritualità individualistica delle devozioni, delle emozioni, in cui la Parola anche è continuata ad esserci, in cui di tanto in tanto emergono degli autori che attestano l'importanza del riflettere, del meditare la Parola. Ma dietro tutto questo c'è la meditatio psicologica.

Invece, la ripresa si è avuta soltanto attorno al 1950. Prima c'è stato qualche pioniere come San Girolamo o Benedetto ma anche dei Papi. Infatti, nel centenario di San Girolamo Papa Pio XI ha ricordato la lectio e l'importanza di dedicarsi ad essa, ma poi anche Pio XII nella Divinu afflante Spiritu (1943) ha invitato ugualmente a riprendere questa ricchezza sapienzale. Non c'è stato però un colpo di fiamma che ha incendiato tutto.

Certamente il recupero dei Padri e la teologia monastica hanno scoperchiato una ricchezza sepolta. Successivamente, la Bibbia è divenuta familiare a tutti e ad un certo punto il Concilio Vaticano II si è trovato a confermare il grande bisogno di nutrirsi della Parola, come afferma il cap. VI della Dei Verbum, dove al numero 25 chiede a tutti i credenti, specie ai preti e ai catechisti, la “pia lectio”, la “assidua sacra lectio”, accompagnandola con la “oratio” e la”praedicatio”. Dopo il Concilio comincia a comparire frequentemente grazie ad alcuni pionieri come monsignor Andrea M. Magrassi, Vescovo di Bari, ed Enzo Bianchi, Priore della Comunità di Bose, e poi ad alcuni maestri come monsignor Carlo M. Martini, ancora prima di diventare Cardinale. In pratica è negli anni '80 che la Parola si impone a livello democratico, a livello pandemico.

Gli ordini religiosi e le congregazioni alla fine del Concilio avevano già cominciato a introdurre queste parole quasi in sostituzione della meditazione mentale, per amore della Scrittura ma non con la coscienza che abbiamo noi oggi. Mancava il principio teologico della lectio divina che è una pratica in cui tu non metti del tuo ma è Dio che ti offre la possibilità di ricevere la luce, di farti trasformare. L'attore principale non sei tu come nella meditatio e nell'orazione mentale, dove metti la testa, il cuore, la volontà, i propositi.

[Giovedì, la seconda parte dell'intervista]


Udienza del mercoledì

Il Papa ricorda San Bernardo di Chiaravalle e San Pio X
Catechesi per l'Udienza generale del mercoledì

CITTA' DEL VATICANO, mercoledì, 20 agosto 2008 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito il testo del discorso pronunciato questo mercoledì da Benedetto XVI affacciandosi dal balcone del cortile interno del Palazzo Apostolico di Castel Gandolfo per incontrare i fedeli ed i pellegrini convenuti per l’Udienza generale.

Nel sua riflessione, il Papa ha ricordato come la Chiesa ogni giorno ci propone dei santi e dei beati da invocare e da imitare, e si è soffermato in particolare a considerare i santi di cui ricorre la memoria in questa settimana di agosto.


* * *

Cari fratelli e sorelle!

Ogni giorno la Chiesa offre alla nostra considerazione, uno o più santi e beati da invocare e da imitare. In questa settimana, ad esempio, ne ricordiamo alcuni molto cari alla devozione popolare. Ieri, san Giovanni Eudes, che di fronte al rigorismo dei giansenisti – siamo nel secolo XVII – promosse una tenera devozione, le cui fonti inesauribili egli indicò nei sacri Cuori di Gesù e di Maria. Quest’oggi ricordiamo san Bernardo di Chiaravalle che, dal Papa Pio VIII fu chiamato "dottore mellifluo", perché eccelleva "nel far distillare dai testi biblici il senso che vi si trova nascosto". Questo mistico, desideroso di vivere immerso nella "valle luminosa" della contemplazione, fu condotto dagli eventi a viaggiare per l’Europa per servire la Chiesa, nelle necessità del tempo e per difendere la fede cristiana. È stato definito anche "dottore mariano" non perché abbia scritto moltissimo sulla Madonna, ma perché ne seppe cogliere l’essenziale ruolo nella Chiesa, presentandola come il modello perfetto della vita monastica e di ogni altra forma di vita cristiana.

Domani ricorderemo san Pio X, che visse in un periodo storico travagliato. Di lui Giovanni Paolo II ebbe a dire, visitandone il paese natale nel 1985: "Ha lottato e sofferto per la libertà della Chiesa, e per questa libertà si è rivelato pronto a sacrificare privilegi ed onori, ad affrontare incomprensione e derisione, in quanto valutava questa libertà come garanzia ultima per l’integrità e la coerenza della fede". (Insegnamenti di Giovanni Paolo II, VIII, 1, 1985, pg. 1818)

Venerdì prossimo sarà dedicato alla Beata Maria Vergine Regina, memoria istituita dal Servo di Dio Pio XII nel 1955, e che il rinnovamento liturgico voluto dal Concilio Vaticano II ha posto a complemento della solennità dell’Assunta, poiché i due privilegi formano un unico mistero. Sabato, infine, pregheremo Santa Rosa da Lima, prima santa canonizzata del continente latinoamericano, del quale è patrona principale. Santa Rosa amava ripetere: "Se gli uomini sapessero che cos’è vivere in grazia, non si spaventerebbero di nessuna sofferenza e patirebbero volentieri qualunque pena, perché la grazia è frutto della pazienza" . Morì a 31 anni nel 1617, dopo una breve esistenza intrisa di privazioni e di sofferenza, nella festa di san Bartolomeo apostolo, del quale era molto devota, perché aveva patito un martirio particolarmente doloroso.

Cari fratelli e sorelle, giorno dopo giorno la Chiesa ci offre dunque la possibilità di camminare in compagnia dei santi. Scriveva Hans Urs von Balthasar che i santi costituiscono il commento più importante del Vangelo, una sua attualizzazione nel quotidiano e quindi rappresentano per noi una reale via di accesso a Gesù. Lo scrittore francese Jean Guitton li descriveva "come i colori dello spettro in rapporto alla luce", perché con tonalità e accentuazioni proprie ognuno di loro riflette la luce della santità di Dio. Quanto importante e proficuo è, pertanto, l’impegno di coltivare la conoscenza e la devozione dei santi, accanto alla quotidiana meditazione della Parola di Dio e a un amore filiale verso la Madonna!

Il periodo delle ferie costituisce certamente un tempo utile per prendere in mano la biografia e gli scritti di qualche santo o santa in particolare, ma ogni giorno dell’anno ci offre l’opportunità di familiarizzare con i nostri celesti patroni. La loro esperienza umana e spirituale mostra che la santità non è un lusso, non è un privilegio per pochi, un traguardo impossibile per un uomo normale; essa, in realtà, è il destino comune di tutti gli uomini chiamati ad essere figli di Dio, la vocazione universale di tutti i battezzati. La santità è offerta a tutti; naturalmente non tutti i santi sono uguali: sono infatti, come ho detto, lo spettro della luce divina. E non necessariamente è grande santo colui che possiede carismi straordinari. Ce ne sono infatti moltissimi i cui nomi sono noti soltanto a Dio, perché sulla terra hanno condotto un’esistenza apparentemente normalissima. E proprio questi santi "normali" sono i santi abitualmente voluti da Dio. Il loro esempio testimonia che, soltanto quando si è a contatto con il Signore, ci si riempie della sua pace e della sua gioia e si è in grado di diffondere dappertutto serenità, speranza e ottimismo. Considerando proprio la varietà dei loro carismi, Bernanos, grande scrittore francese che fu sempre affascinato dall’idea dei santi - ne cita molti nei suoi romanzi - nota che "ogni vita di santo è come una nuova fioritura di primavera". Che ciò avvenga anche per noi! Lasciamoci per questo attrarre dal soprannaturale fascino della santità! Ci ottenga questa grazia Maria, la Regina di tutti i Santi, Madre e Rifugio dei peccatori!

[Il Papa ha poi salutato i pellegrini in diverse lingue. In Italiano ha detto:]

Saluto con affetto i pellegrini di lingua italiana, in particolare le rappresentanti della Congregazione Suore dello Spirito Santo, riunite a Roma per il loro Capitolo Generale. Saluto poi i partecipanti al convegno promosso dall’Opera per la Gioventù Giorgio La Pira. Mi rivolgo, infine, ai giovani, ai malati e agli sposi novelli. Tutti invito a dedicare sempre più tempo alla formazione cristiana, per essere fedeli discepoli di Cristo, via, verità e vita.


[Saluto ai fedeli presenti sulla piazza di Castel Gandolfo:]

Buongiorno a tutti voi. In questa settimana celebriamo le feste di molti santi. Oggi san Bernardo di Chiaravalle, grande dottore della Chiesa, grande dottore soprattutto della venerazione della Madonna. È un uomo che ha creato pace e così ci mostra come vivere il Vangelo. Celebriamo poi domani san Pio X che in un periodo difficile ha guidato la Chiesa, ha rinnovato la liturgia e così ha rinnovato la Chiesa dall'interno.

E così via tutti i santi ci mostrano come vivere il Vangelo. Sono una libera interpretazione del Vangelo e ci guidano nelle nostre strade. A tutti voi auguro ancora buone vacanze e una buona settimana. Grazie per la vostra presenza. La mia benedizione per voi tutti. Auguri e arrivederci!

  





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