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Domenica, 22 Giugno : 2008
Il mondo visto da Roma
SANTA SEDE
Il Papa: nuova attenzione nella preparazione all'Eucaristia
Dublino, sede del Congresso Eucaristico Internazionale 2012
Nell'amore per Dio non c'è paura, spiega il Papa
Dolore del Papa per il naufragio nell’arcipelago delle Filippine
Quebec: la Chiesa riparte dall'Eucaristia, spiega il portavoce vaticano
Nuovo Sottosegretario del Dicastero per il Dialogo Interreligioso
NOTIZIE DAL MONDO
Il nuovo Patriarca latino di Gerusalemme riceve il pastorale
Beatificato a Beirut il padre cappuccino libanese Abuna Yaaqub
ANALISI
Il Governo britannico ha perso la bussola
GIORNATA MONDIALE DELLA GIOVENTÙ
Il Cardinale Pell sull'aspetto ecumenico e interreligioso della GMG
BIOETICA
Humanae vitae: un’enciclica profetica, per conoscere la fertilità e non solo
ANGELUS
Benedetto XVI: chi ama Dio non ha paura
DOCUMENTI
Omelia del nuovo Patriarca Latino di Gerusalemme
Lettera del Papa al Cardinale Ruini per i 25 anni di episcopato
Santa Sede
Il Papa: nuova attenzione nella preparazione all'Eucaristia
Nel chiudere il Congresso Eucaristico Internazionale di Quebec
QUEBEC, domenica, 22 giugno 2008 (ZENIT.org).- Collegandosi in diretta via satellite per la chiusura del Congresso Eucaristico Internazionale di Quebec, Benedetto XVI ha invitato tutta la Chiesa a “una attenzione rinnovata alla preparazione e alla ricezione della Eucaristia”.
Le migliaia di fedeli riunitesi nella mattinata di domenica (ora del Canada) sulla spianata di Abraham, a Quebec, hanno potuto seguire attraverso i mahischermi l'omelia del Papa per la Messa conclusiva.
Commentando il tema del Congresso, “L'Eucaristia, dono di Dio per la vita del mondo”, il Santo Padre ha riconosciuto che “L'Eucaristia è il nostro tesoro più bello”.
“E' il sacramento per eccellenza; ci introduce anticipatamente alla vita eterna; contiene tutto il mistero della nostra salvezza; è la fonte e il culmine dell'azione e della vita della Chiesa”.
“Pertanto, risulta particolarmente importante che i pastori e i fedeli approfondiscano permanentemente questo grande sacramento”, ha aggiunto.
In questo modo, ha proseguito, “ciascuno potrà fortificare la propria fede e compiere in maniera sempre migliore la sua missione nella Chiesa e nel mondo, ricordando la fecondità dell'Eucaristia per la vita personale, per la vita della Chiesa e del mondo”.
Per questo motivo, il Papa ha voluto “invitare i pastori e i fedeli a una attenzione rinnovata per la preparazione e la ricezione dell'Eucaristia”.
“Nonostante la nostra debolezza e il nostro peccato, Cristo vuole porre in noi la sua dimora”. Perciò, ha detto, “dobbiamo fare tutto il possibile per riceverlo con un cuore puro, ritrovando senza sosta, attraverso il sacramento del perdono, la purezza che il peccato ha macchiato”.
Infatti, ha spiegato, “il peccato, soprattutto il peccato grave, si oppone all'azione della grazia eucaristica in noi. D'altra parte, chi non può fare la comunione a causa della sua situazione, incontrerà nella comunione di desiderio e nella partecipazione all'Eucaristia una forza e una efficacia salvifica”.
“L'Eucaristia non è un pranzo tra amici”, ha avvertito. “Siamo chiamati a entrare in questo mistero di alleanza, conformando ogni giorno di più la nostra vita con il dono ricevuto nell'Eucaristia”.
Il Pontefice ha quindi invitato a pregare affinché Dio invii sacerdoti alla Chiesa e a incoraggiare i giovani “affinché accettino con allegria e senza timore di rispondere a Cristo. Non rimarranno delusi. Che le famiglie siano il luogo primordiale di questa culla delle vocazioni”.
Il Papa ha poi affermato che “la partecipazione all'Eucaristia non ci allontana dai nostri contemporanei, al contrario, poiché è l'espressione per eccellenza dell'amore di Dio, ci chiama ad impegnarci con tutti i nostri fratelli nell'affrontare le sfide presenti per far sì che il pianeta sia un luogo piacevole”.
“Per questo – ha concluso –, dobbiamo lottare senza sosta affinché ogni persona sia rispettata dal suo concepimento fino alla morte naturale, affinché le nostre società ricche accolgano i più poveri e tornino a donare loro tutta la dignità, affinché tutte le persone possano alimentarsi e mantenere le loro famiglie, affinché la pace e la giustizia brillino in tutti i continenti”.
La celebrazione eucaristica, caratterizzata da una costante pioggia che non ha però scoraggiato i tanti pellegrini presenti, è stata presieduta dal Legato papale, il Cardinale Jozef Tomko. Il prossimo Congresso Eucaristico Internazionale, secondo quanto annunciato dal Papa, si celebrerà a Dublino (Irlanda) nell'anno 2012.
Dublino, sede del Congresso Eucaristico Internazionale 2012
QUEBEC, domenica, 22 giugno 2008 (ZENIT.org).- La capitale irlandese, Dublino, sarà la sede del prossimo Congresso Eucaristico Internazionale che si celebrerà nell'anno 2012, secondo quanto ha annunciato domenica Benedetto XVI.
Nell'omelia con cui si è unito via satellite alla celebrazione eucaristica di chiusura del Congresso svoltosi a Quebec, il Papa ha voluto condividere questo annuncio con i fedeli che lo seguivano attraverso i maxischermi collocati nella città canadese.
“Mentre questo evento significativo nella vita della Chiesa volge al termine – ha detto il Pontefice – invito tutti voi a unirvi in preghiera per la buona riuscita del prossimo Congresso Eucaristico Internazionale, che avrà luogo nel 2012 nella città di Dublino”.
Il Papa ha approfittatto dell'occasione per “salutare calorosamente i cittadini dell'Irlanda, che si prepara a ospitare questo incontro ecclesiale. Sono certo che, insieme a tutti coloro che parteciperanno al prossimo Congresso, troveranno una fonte di duraturo rinnovamento spirituale”.
Presenti al Congresso a Quebec, il Cardinale Seán Brady, Arcivescovo di Armagh e monsignor Diarmuid Martin, Arcivescovo di Dublino, hanno accolto con gioia la notizia.
“Anche se deve essere ancora definito il tema del prossimo Congresso, siamo profondamente coscienti del fatto che il 2012 segnerà il 50° anniversario dell'apertura del Concilio Vaticano II”, hanno rivelato i rappresentanti della Chiesa in Irlanda.
“Il Congresso di Dublino sarà un evento internazionale – ha proseguito –. La celebrazione attirerà migliaia di pellegrini e permetterà ai cattolici in patria e all'estero di incontrarsi, pregare insieme e di discutere sulle questioni di fede”.
E' la seconda volta che Dublino e l'Irlanda ospitano il Congresso Eucaristico Internazionale. Il precedente evento tenutosi nel 1932 venne considerato da tutti un successo dal punto di vista organizzativo oltre che una grande manifestazione di fede.
“Oggi – hanno dichiarato i due prelati – viviamo tempi diversi e la nostra speranza è che il Congresso del 2012 possa essere una opportunità per la Chiesa cattolica in Irlanda sia di riflettere sulla centralità dell'Eucaristia nella nostra comunità sempre più diversificata che di dare un rinnovato impulso alla pratica della fede”.
Nell'amore per Dio non c'è paura, spiega il Papa
In occasione della preghiera domenicale dell'Angelus
CITTA' DEL VATICANO, domenica, 22 giugno 2008 (ZENIT.org).- Chi ama Dio non ha paura, poiché sa che il male e l'irrazionale non hanno l'ultima parola, afferma Benedetto XVI.
Questa domenica il Papa ha dedicato il discorso introduttivo alla preghiera dell'Angelus a riflettere sulle paure del mondo moderno, causate dall'indifferenza e dal rifiuto di Dio.
In particolare, ha commentato un brano evangelico risuonato nella liturgia domenicale in cui Gesù esorta a non aver paura degli uomini ma a “temere” Dio.
Oggi, ha osservato, esiste “una forma di paura più profonda, di tipo esistenziale, che sconfina a volte nell’angoscia: essa nasce da un senso di vuoto, legato a una certa cultura permeata da diffuso nichilismo teorico e pratico”.
“Di fronte all’ampio e diversificato panorama delle paure umane, la Parola di Dio è chiara: chi 'teme' Dio 'non ha paura'”.
Secondo il successore di Pietro, “il timore di Dio, che le Scritture definiscono come 'il principio della vera sapienza', coincide con la fede in Lui, con il sacro rispetto per la sua autorità sulla vita e sul mondo”.
“Essere 'senza timor di Dio' equivale a mettersi al suo posto, a sentirsi padroni del bene e del male, della vita e della morte – ha aggiunto –. Invece chi teme Dio avverte in sé la sicurezza che ha il bambino in braccio a sua madre”.
“Chi teme Dio è tranquillo anche in mezzo alle tempeste, perché Dio, come Gesù ci ha rivelato, è Padre pieno di misericordia e di bontà. Chi lo ama non ha paura”, ha sottolineato.
“Il credente dunque non si spaventa dinanzi a nulla, perché sa di essere nelle mani di Dio, sa che il male e l’irrazionale non hanno l’ultima parola, ma unico Signore del mondo e della vita è Cristo, il Verbo di Dio incarnato, che ci ha amati sino a sacrificare se stesso, morendo sulla croce per la nostra salvezza”.
Per questo, ha continuato, “più cresciamo in questa intimità con Dio, impregnata di amore, più facilmente vinciamo ogni forma di paura”.
Il Papa ha quindi presentato San Paolo come l'esempio di colui che si è spogliato di ogni paura dopo aver scoperto l'amore di Dio.
A questo proposito, ha ricordato che sarà lui stesso a inaugurare sabato prossimo l'anno giubilare dedicato al bimillenario della nascita dell'Apostolo delle Genti.
“Possa questo grande evento spirituale e pastorale suscitare anche in noi una rinnovata fiducia in Gesù Cristo che ci chiama ad annunciare e testimoniare il suo Vangelo, senza nulla temere”, ha infine concluso.
Dolore del Papa per il naufragio nell’arcipelago delle Filippine
CITTA' DEL VATICANO, domenica, 22 giugno 2008 (ZENIT.org).- Questa domenica, dopo la preghiera mariana, Benedetto XVI ha rivolto il proprio pensiero alle vittime del naufragio del traghetto “Princess of Stars” travolto dal passaggio del tifone 'Fengshen' nell’arcipelago delle Filippine.
“Mentre assicuro la mia vicinanza spirituale alle popolazioni delle isole colpite dal tifone – ha detto il Papa –, elevo una speciale preghiera al Signore per le vittime di questa nuova tragedia del mare, in cui pare siano coinvolti anche numerosi bambini.”
Finora mancano quasi tutti all'appello gli oltre 700 passeggeri del traghetto affondato, a un paio di miglia nautiche al largo dell'isola di Sibuyana, a causa delle onde provocate dal tifone Fengshen – che ha già provocato oltre 200 morti nella zona –, dopo essere andato alla deriva a causa di una avaria al motore.
Le unità della Guardia Costiera, intervenute in ritardo a causa del maltempo, sono riuscite a trovare solo pochi superstiti.
Quebec: la Chiesa riparte dall'Eucaristia, spiega il portavoce vaticano
Padre Lombardi riflette sul Congresso Eucaristico Internazionale in Canada
CITTA' DEL VATICANO, domenica, 22 giugno 2008 (ZENIT.org).- La Chiesa rilancia la sua missione agli inizi del secolo XXI a partire dall'amore che irradia dall'Eucaristia, spiega il portavoce vaticano, sintetizzando i frutti del Convengo Eucsaristico Internazionale di Quebec.
Padre Federico Lombardi, S.I., Direttore della Sala Stampa della Santa Sede, ha analizzato gli obiettivi di questo convegno che ha radunato nella città canadese, dal 15 al 22 di giugno, rappresentanti della Chiesa di tutto il mondo, nell'editoriale dell'ultimo numero di "Octava Dies", il settimanale del Centro Televisivo Vaticano.
Riccordando che l'argomento di Quebec è stato "L'Eucarestia, dono di Dio per la vita del mondo", il sacerdote ha spiegato che questi congressi "sono sempre sorgente di rinnovamento spirituale, occasione per far meglio conoscere la Santissima Eucaristia, che è il tesoro più prezioso lasciatoci da Gesù".
"Sono pure un incoraggiamento per la Chiesa a diffondere in ogni ambito della società e a testimoniare, senza esitazione, l'amore di Cristo", ha aggiunto citando Bendetto XVI.
Il Papa ha partecipato via satellite all'eucaristia domenicale di chiusura nella città francofona, che cellebra i 400 anni della fondazione, quattro secoli di evangelizzazione.
"L'Eucarestia è veramente il centro della vita della Chiesa", ha detto padre Lombardi, spiegando che la fine del pontificato di Giovanni Paolo II aveva messo in rilievo con insistenza questa realtà: con la sua ultima enciclica, Ecclesia de Eucharistia, con l'Anno dell'Eucarestia e con un Sinodo dei Vescovi.
Il Convegno di Quebec, infatti, era stato convocato dallo stesso Papa Karol Wojtyla.
"Dobbiamo essere consapevoli che la vita cristiana dipende vitalmente dalla sorgente dell'Eucarestia: ogni giorno, in particolare ogni domenica. Come dicevano gli antichi martiri a cui la si voleva impedire: 'Senza la celebrazione domenicale non possiamo vivere!'", conclude padre Lombardi.
Nuovo Sottosegretario del Dicastero per il Dialogo Interreligioso
CITTA' DEL VATICANO, domenica, 22 giugno 2008 (ZENIT.org).- Benedetto VI ha nominato Sottosegretario del Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso il reverendo monsignor Andrew Thanya-anan Vissanu, finora Consigliere della Nunziatura Apostolica in Indonesia, ha fatto sapere sabato la Sala Stampa vaticana.
Monsignor Andrew Thanya-anan Vissanu è nato a Bangkok (Thailandia) il 20 gennaio 1959. È stato ordinato sacerdote il 18 maggio 1986. Si è incardinato a Bangkok. È laureato in Diritto Canonico.
Entrato nel Servizio diplomatico della Santa Sede il 1° luglio 1991, ha prestato successivamente servizio nelle Rappresentanze Pontificie in Sudan, Marocco, Grecia, India, Giappone, Irlanda e Indonesia.
Conosce l'inglese, l'italiano e il giapponese.
Notizie dal mondo
Il nuovo Patriarca latino di Gerusalemme riceve il pastorale
Sua Beatitudine Fouad Twal succede a Sua Beatitudine Michel Sabbah
GERUSALEMME/ROMA, domenica, 22 giugno 2008 (ZENIT.org).- Nel giorno in cui la Santa Sede annunciava ufficialmente la nomina del nuovo Patriarca latino di Gerusalemme, Sua Beatitudine Fouad Twal riceveva a Gerusalemme il pastorale dalle mani del suo predecessore.
Con questo simbolico gesto, Sua Beatitudine Michel Sabbah, che ha presentato al Papa la rinuncia al governo pastorale per motivi di età (ha computo 75 anni), è stato così sostituito dal suo Arcivescovo coadiutore.
La ceremonia di consegna del pastorale ha avuto luogo sabato nella Basilica delle Nazioni del Gethsemani, che a malapena è riuscita ad accogliere tutte le autorità religiose e i fedeli giunti per prendere parte all'Eucaristia.
All'inizio della celebrazione, secondo quanto fatto sapere dalla Custodia della Terra Santa, il Delegato apostolico a Gerusalemme, l'Arcivescovo Antonio Franco, ha letto il messaggio del Papa di ringraziamiento indirizzato a Sua Beatitudine Sabbah, che era stato nominato Patriarca a dicembre del 1987.
In particolare, il Santo Padre ha sottolineato la sua dedizione, in questi anni difficili, alla Terra Santa espressa "senza distinzione di appartenenza religiosa o sociale".
Il momento più emozionante della celebrazione è stato il passaggio del pastorale tra i due Patriarchi e il lungo abbraccio che ne è seguito.
Sua Beatitudine Twal, quindi, si è calorosamente indirizzato alla folla, prima in arabo e poi in francese. E, allontanandosi dal testo del suo discorso, ha esclamato: "Siete formidabili!".
Nel salutare, poi, il suo predecessore e nel ringraziarlo per il lavoro svolto, ha annunciato il suo ingresso domenica nella Basilica del Santo Sepolcro, "presso la Tomba vuota, che ci ricorda il motivo della nostra gioia: Cristo è risorto. È veramente risorto!".
Sua Beatitudine Twal è nato a Madaba, in Giordania, il 23 ottobre 1940. Nell'ottobre 1959 è entrato nel Seminario Patriarcale Maggiore di Beit-Jala ed è stato ordinato sacerdote il 29 giugno 1966. Nell'agosto dello stesso anno è stato nominato vice parroco a Ramallah; nel gennaio 1967 ad Irbed; nel giugno 1968 a Mahatta.
Nel settembre 1972, ha intrapreso gli studi di Diritto Canonico presso la Pontificia Università Lateranense e nell'ottobre del 1974 è entrato nell'Accademia Pontificia ecclesiastica. Nel 1975 si è laureato in diritto canonico.
Dal 1977 al 1992 ha prestato servizio diplomatico successivamente presso la Nunziatura Apostolica dell'Honduras, il Consiglio per gli Affari Pubblici della Segreteria di Stato, la Nunziatura Apostolica in Germania e la Nunziatura Apostolica in Perù.
Il 30 maggio 1992 è stato nominato Vescovo Prelato di Tunisi, ricevendo l'ordinazione il 22 luglio dello stesso anno. Il 31 maggio 1995 è stato promosso Arcivescovo. È stato anche Presidente della Conferenza Episcopale Regionale del Nord dell'Africa (C.E.R.N.A).
E' stato coadiutore del Patriarcato di Gerusalemme dei Latini, per scelta del Papa Benedetto XVI, dall'8 settembre 2005.
Beatificato a Beirut il padre cappuccino libanese Abuna Yaaqub
Testimone dell’amore e dell'accoglienza cristiani nel mondo arabo
CITTA' DEL VATICANO, domenica, 22 giugno 2008 (ZENIT.org).- Questa domenica mattina, è stato proclamato Beato a Beirut il padre cappuccino libanese Abuna Yaaqub Jacques Ghazir Haddad (al secolo Khalil), fondatore della Congregazione delle Suore Francescane della Croce del Libano, morto nel 1954 all’età di 79 anni.
A nome del Papa, ha presieduto la celebrazione, nella Piazza dei Martiri della capitale libanese, il Cardinale José Saraiva Martins, Prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi.
Al termine della preghiera domenicale dell'Angelus, Benedetto XVI ha rivolto un pensiero al nuovo Beato, auspicando “con tutto il cuore che l’intercessione del beato Abuna Yaaqub, unita a quella dei Santi libanesi, ottenga a quell’amato e martoriato Paese, che troppo ha sofferto, di progredire finalmente verso una stabile pace”
Abuna Yaaqub El-Haddad, terzo di cinque fratelli, è nato in Libano il 1 febbraio 1875. Nel 1892, mentre era in Egitto dove lavorava come insegnante, sentì la vocazione sacerdotale. Decise quindi di entrare nel convento cappuccino di Khashbau l'anno seguente. Yaaqub prese i voti perpetui nel 1898 e divenne prete nel 1901.
Venne assegnato al monastero di Bab Idriss a Beirut. Da lì, lavorò con dedizione per costruire scuole elementary per I bambini delle campagne. Inolte, dette vita al terz'ordine per uomini e donne.
Sulle orme di San Francesco d'Assisi, il beato libanese è stato un instancabile apostolo della carità, plasmata nella sua sollecitudine per le necessità fisiche e morali del prossimo.
Subito dopo la prima guerra mondiale, padre Yaaqub acquistò la collina di Jall-Eddib dove voleva costruire una chiesa ed erigere una croce, e che divenne presto un luogo di raccolta di sacerdoti malati, e di altri poveri che chiedevano assistenza.
Per dare continuità al suo lavoro, in questo luogo, fondò nel 1930 la congregazione religiosa delle Suore Francescane della Croce del Libano, che da allora si dedicano alla cura dei disabili, degli handicappati mentali, delle persone anziane e incurabili abbandonate dai loro familiari e dagli ospedali, e all'educazione degli orfani.
Il postulatore della Causa di beatificazione, padre Florio Tessari, in una intervista alla Radio Vaticana ha parlato della sua instancabile opera di predicazione in Libano, Palestina, Iran e Siria.
“I suoi 24 volumi manoscritti di discorsi in arabo – ha aggiunto – testimoniano l’impegno della sua vita nell’evangelizzazione. Poi la sua attività sociale. Fondò scuole, ospedali, orfanotrofi”.
“É stato definito 'un altro san Vincenzo de’ Paoli', nonché 'il Don Bosco' e 'il San Giuseppe Cottolengo del Libano' per le sue opere di beneficenza che scaturivano dal suo cristocentrismo francescano”.
“La sua immensa carità, espressa in molteplici iniziative, nasceva dalla vitale incorporazione al Cristo sofferente in sé e nelle sue membra, la cui Croce tanto amata fu la teologia e la prassi della sua lunga vita sacerdotale”, ha sottolineato.
“Niente cielo senza croce – scriveva padre Yaaqub –. Chi vuole il cielo senza sofferenza, è come chi vuole comprare merci senza pagare”.
Morì il 26 giugno del 1954, stringendo a sé una croce.
Analisi
Il Governo britannico ha perso la bussola
Un rapporto critica le politiche sulla religione e sul welfare
di padre John Flynn, LC
ROMA, domenica, 22 giugno 2008 (ZENIT.org).- Il Governo britannico sta negando i diritti di una parte della società civile a causa del suo scarso interesse per la dimensione religiosa. Questa è l’accusa contenuta in un rapporto elaborato dal Von Hügel Institute, un centro di ricerca della Cambridge University, per conto della Chiesa d’Inghilterra.
Un comunicato stampa della Comunione anglicana, del 9 giugno scorso, illustra questo rapporto dal titolo “Moral, But No Compass -- Government, Church, and the Future of Welfare” (Etica, ma senza bussola - Governo, Chiesa e futuro del welfare).
Il documento riporta una serie di interviste ad esponenti della politica, delle Chiese, di altre fedi, della società civile e del volontariato. “Abbiamo riscontrato - afferma il rapporto - una forte carenza di comprensione o di interesse, da parte del Governo, verso l’attuale o potenziale contributo della Chiesa d’Inghilterra nella sfera pubblica”.
Il rapporto accusa anche la Charity Commission per la carenza nei dati e nei sistemi di classificazione, che, combinata con una precisa volontà di dare evidenza alle comunità di minoranza, ha prodotto una relativa emarginazione della Comunione anglicana e di centinaia di altre organizzazioni caritative. I ricercatori hanno concluso che il Governo sta drammaticamente sottovalutando il numero delle charities cristiane, stimate in migliaia, e di conseguenza il loro impatto potenziale sulla sfera sociale, economica e civile.
Secondo un articolo pubblicato il 7 giugno sul quotidiano Times, questa ricerca rivela che più di 50.000 fedeli anglicani svolgono regolarmente attività sociale nell’ambito della Chiesa.
La Chiesa anglicana chiede che questo sia riconosciuto e, in determinati casi, che sia sostenuto economicamente dallo Stato. L’articolo del Times ha osservato tuttavia che questo è diventato un problema, a causa delle nuove linee guida emanate dalla Charity Commission.
Il declino della Chiesa
Il rapporto si colloca in un contesto in cui anche i dati più recenti confermano le preoccupazioni sulla situazione delle Chiese tradizionali in Gran Bretagna. Secondo un articolo pubblicato l’8 maggio dal Times, il numero dei cristiani che va in chiesa sta diminuendo rapidamente.
Da un’analisi pubblicata sul Christian Research e contestata da Lynda Barley, capo del settore ricerca della Chiesa d’Inghilterra, si stima che nel 2050 il numero dei musulmani praticanti sarà superiore a quello di tutte le Chiese cristiane. Per quella data vi saranno 2.660.000 musulmani attivi in Gran Bretagna: quasi tre volte il numero dei cristiani praticanti, secondo le stime.
Poco tempo dopo, l’11 maggio, il quotidiano Telegraph ha affermato che la Gran Bretagna potrebbe perdere fino a un quinto dei suoi praticanti nell’arco di una generazione. Il numero delle chiese è previsto in diminuzione dalle attuali 48.500 a sole 39.200 nel 2030, secondo l’articolo.
L’emarginazione della religione
Le fosche previsioni sul futuro del Cristianesimo in Gran Bretagna sono solo gli ultimi di una serie di avvertimenti sui pericoli a cui il Paese va in contro a causa della crescente secolarizzazione ed emarginazione della religione. Il 6 giugno scorso, il quotidiano Catholic Herald ha riferito che l’agenzia per le adozioni della diocesi di Salford sta per chiudere a causa di una legge che gli impone di dare bambini in adozione anche a coppie dello stesso sesso.
La Catholic Children’s Rescue Society ha svolto la sua attività in favore dell’adozione sin dalla sua fondazione nel 1886.
“Il Governo rimpiangerà il giorno in cui ha deciso di intraprendere questa direzione; quella di un attacco laicista alla Chiesa cattolica”, ha affermato Jim Dobbin, deputato eletto in Heywood e Middleton.
Le agenzie religiose per l’adozione saranno tra breve costrette a dare in adozione bambini alle coppie omosessuali, grazie alle Sexual Orientation Regulations che sono state introdotte sulla base dell’Equality Act 2006 per eliminare le discriminazioni contro gli omosessuali.
In un articolo pubblicato il 21 marzo sul quotidiano Telgraph, Peter Mullen, il rettore anglicano di St. Michael, a Cornhill, Londra, ha avvertito che non si sta facendo abbastanza in Gran Bretagna per preservare la cultura e le tradizioni.
“Si pensa di poter abbandonare il Cristianesimo senza perdere le cose buone che da esso abbiamo ereditato per la nostra vita quotidiana”, ha osservato. “Ma non è così. Il Cristianesimo ha plasmato la civiltà occidentale ed è così consustanziale ad essa che se venisse meno, crollerebbe l’intera civiltà”, secondo Mullen.
Migliorare il dialogo
Anche l’arcivescovo di Westminster, il cardinale Cormac Murphy-O’Connor, ha parlato recentemente del rapporto fra i valori religiosi e la società secolarizzata in una conferenza presso la Cattedrale di Westminster, auspicando un miglioramento nel dialogo fra i credenti e i non credenti.
Il cardinale ha osservato che in Gran Bretagna oggi vi è un diffuso senso nostalgico, in cui la gente si sente come in esilio rispetto ad una situazione di fede vissuta e praticata.
“Per certi versi questo è l’effetto della privatizzazione della religione. La religione viene considerata come un bisogno personale piuttosto che come una verità ineludibile che ci chiama a rispondere”, ha affermato.
Il cardinale Murphy-O’Connor ha ribadito che solo una persona moderna può pensare che la religione sia una questione puramente privata, perché secondo la tradizione del Cattolicesimo la nostra fede cristiana è un qualcosa di profondamente sociale.
Il primo comandamento, quello di amare Dio, è strettamente legato al secondo, quello di amare il nostro prossimo, ha aggiunto il porporato. Pertanto, il Cristianesimo è chiaramente orientato ad una sua espressione pubblica e ad una presenza viva nella società.
“La nostra vita comune in Gran Bretagna - ha sostenuto l’arcivescovo di Westminster - non può essere una sorta di zona franca da Dio; non possiamo permettere all’Inghilterra di diventare un mondo privo di fede e inconsapevole del suo forte contributo al bene comune”.
Il tentativo di emarginare il Cristianesimo deriva in parte dall’incapacità di talune persone di accettare l’idea che il Cristianesimo possa essere in armonia con l’intelligenza e la ragione critica. Infatti la tradizione cattolica, ha spiegato il cardinale Murphy-O’Connor, è caratterizzata da uno stretto rapporto tra la comprensione razionale e la fede religiosa.
Il prelato ha sostenuto che sebbene la fede cristiana non sia frutto della ragione, essa è nondimeno del tutto compatibile con il pensiero razionale.
Il cardinale ha poi ricordato le parole di Papa Paolo VI: “La rottura fra il vangelo e la cultura è senza dubbio il dramma della nostra epoca”.
Di fronte a questa situazione il cardinale Murphy-O’Connor ha tuttavia rimarcato che “persino in una cultura che sembra lontana da Dio, nessuno è escluso dalla presenza e dall’azione divina”. Pertanto, ha proseguito, i credenti e i non credenti devono cercare di conoscersi e comprendersi meglio, e di apprezzarsi reciprocamente.
Non è solo un fatto privato
Benedetto XVI, nel suo intervento del 29 maggio scorso, rivolto all’Assemblea generale della Conferenza episcopale italiana, ha ribadito l’importanza di promuovere la fede in un mondo secolarizzato. È necessario - ha esortato il Pontefice - resistere alle pressioni di chi vuole considerare la religione, e in particolare il Cristianesimo, come un fatto soltanto privato.
“Le prospettive che nascono dalla nostra fede possono offrire invece un contributo fondamentale al chiarimento e alla soluzione dei maggiori problemi sociali e morali dell’Italia e dell’Europa di oggi”, ha sottolineato il Papa.
Di fronte ad una società segnata da un relativismo aggressivo, che indebolisce le speranze alimentate dai valori e dalle certezze della fede, il Pontefice ha ribadito l’importanza del lavoro della Chiesa negli ambiti dell’educazione e della famiglia.
Benedetto XVI ha raccomandato che la Chiesa in Italia continui nel suo impegno contro “una cultura che mette Dio tra parentesi e che scoraggia ogni scelta davvero impegnativa e in particolare le scelte definitive, per privilegiare invece, nei diversi ambiti della vita, l’affermazione di se stessi e le soddisfazioni immediate”.
Il Papa ha poi concluso sottolineando che la Chiesa si trova davanti ad una straordinaria opportunità di essere presente nel dibattito pubblico sulle preoccupazioni relative alla società moderna, in un sincero spirito di condivisione. Una condivisione che può solo arricchire la società nel suo insieme, se solo le classi dirigenti fossero disposte a dare spazio al Cristianesimo nella sfera pubblica.
Giornata Mondiale della Gioventù
Il Cardinale Pell sull'aspetto ecumenico e interreligioso della GMG
di Catherine Smibert
SYDNEY (Australia), domenica, 22 giugno 2008 (ZENIT.org).- La Giornata Mondiale della Gioventù 2008 è un evento cattolico, ma i suoi organizzatori stanno approfittando di questa opportunità per promuovere il dialogo con altre denominazioni cristiane e altre fedi.
Una recente conferenza stampa ha rivelato che i team degli organizzatori progettano di gettare ponti tra questi gruppi durante il Festival della Gioventù della GMG attraverso atti di solidarietà, esibizioni artistiche e presentazioni teologiche e musicali.
La conferenza stampa ha apparentemente placato i media secolari australiani, che avevano parlato di “minaccia di tentata conversione” e di potenziali “eventi antisemiti” come la Via Crucis.
Il Cardinale George Pell e la sua squadra non sono intimoriti da queste insinuazioni, e si stanno attenendo alla linea per cui l'evento è cattolico ma inclusivo.
Come ha sottolineato il porporato ai partecipanti alla conferenza stampa, i cattolici rappresentano la più alta percentuale di fedeli nella Nazione che ospita la GMG08, seguiti da anglicani, altri protestanti, ebrei e musulmani.
Il Cardinale ha quindi passato il testimone ai rappresentanti di ciascuno di questi gruppi che, a turno, hanno espresso con vigore il proprio sostegno all'evento.
Il rabbino capo della Grande Sinagoga di Sydney, Jeremy Lawrence, ha detto a ZENIT che la comunità ebraica apprezza il calore e il rispetto dimostrati dagli organizzatori cattolici della GMG.
Riferendosi alla dichiarazione del Concilio Vaticano II sui rapporti della Chiesa con le religioni non cristiane, ha parlato di “una continuazione tangibile dello spirito della 'Nostra Aetate' e dell'eredità e delle previsioni di Giovanni Paolo II”.
Il rabbino ha aggiunto che “la visita di Benedetto XVI, che ha stretto forti legami con il rabbino capo di Roma e ha contribuito in modo sostanzioso e diretto ad affrontare questioni di dottrina e liturgia con esperti nel rabbinato, dà preminenza e sottolinea la fede, che è importante per la società australiana”.
Il reverendo Tara Curlewis, presidente del Consiglio Ecumenico del Nuovo Galles del Sud e ministro della Uniting Church, ha concordato sostenendo che “indipendentemente da come adoriamo Dio, la GMG è un'opportunità per accendere la fiamma di Dio in tutti noi”.
La Curlewis ha ricordato che “la religione può essere una grande forza per unire il nostro mondo piuttosto che per dividere la gente”.
Il Vescovo ausiliare Anthony Fisher di Sydney, coordinatore della Giornata Mondiale della Gioventù, ha sottolineato come queste parole vengano tradotte in pratica visto che “i membri di altre chiese, comunità ecclesiali e tradizioni religiose cristiane aprono la propria casa per il programma HomeStay o si uniscono al nostro gruppo di volontari [...]; perfino la scuola islamica di Greenacre, Malek Fahed, ha offerto alloggio a più di 300 pellegrini”.
Ikebal Patel, presidente della Federazione Australiana dei Consigli Islamici, ha sostenuto l'idea, affermando: “Come musulmani in Australia vogliamo dimostrare in modo positivo che siamo parte della comunità”.
Il Vescovo Fisher ha annunciato che alcuni dei centri di preghiera avranno una dimensione ecumenica, soprattutto quelli guidati dalla Comunità di Taizé.
C'è poi il forum dal titolo “Australians All: Face to Face and Faith to Faith”, che coinvolgerà leader cattolici ma anche leader e comunità ebraici, islamici, buddisti e induisti.
“Senza menzionare tutti i 300 eventi previsti – ha aggiunto il Vescovo Fisher –, posso ricordare i laboratori di danza delle donne ebree, l'evento 'Music Talks Peace' nella sinagoga, in cui artisti musulmani, ebrei e cristiani si esibiranno insieme, e ovviamente la nostra altamente rispettosa ed ecumenica Via Crucis... ecumenica nel senso che è una versione interamente neotestamentaria-scritturale di raccontare l'ultimo giorno di Cristo”.
“La GMG dimostrerà che tutta la vera fede è gemellata con speranza e amore, e così la vera religione deve essere fonte di pace”, ha concluso il Cardinale.
[Traduzione dall'inglese di Roberta Sciamplicotti]
Bioetica
Humanae vitae: un’enciclica profetica, per conoscere la fertilità e non solo
ROMA, domenica, 22 giugno 2008 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito per la rubrica di Bioetica la risposta a un lettore da parte di Angela Maria Cosentino, bioeticista, docente di Tutela della vita e della salute riproduttiva presso l'Università Cattolica Sacro Cuore di Roma, nonché docente di Morale speciale al Mater Ecclesiae della Pontificia Università San Tommaso, e delegata della Confederazione Italiana Centri per la Regolazione Naturale della Fertilità al Forum Nazionale delle Associazioni Familiari.
* * *
Appena tornato da una lunga assenza di lavoro all'estero, mi sono letto anche gli ZENIT che nel frattempo arrivavano sul mio computer. E trovo quell'articolo su L'enciclica "Humanae vitae", una profezia per oggi.
Che cosa abbia profetizzato, non riesco proprio a capirlo. Trovo belle frasi fiorite per stigmatizzare l'edonismo, per esaltare l'AMORE con tutte le lettere maiuscole, e tutte quelle cose che tutte le persone per bene sapevano già e non avevano certo bisogno di quell'enciclica che a suo tempo aveva sorpreso persino la commissione che il Papa aveva nominato e i singoli parroci, compreso il nostro. E non riparliamo delle disquisizioni del "secondo natura" o "contro natura", della pillola, del termometro, di Ogino e altre deprimenti trovate di cui fin da allora si sentiva discutere.
Ma una risposta al vero problema delle singole famiglie, delle persone per bene, non degli habitué delle discoteche (che l'enciclica non sanno nemmeno che ci sia) ... una risposta seria all'esplosione demografica del mondo, degli studi seri su una problematica così ampia e terribile, queste non si sono mai né viste né sentite.
E non stupisce, perché sono risposte difficilissime. Ma allora sarebbe meglio evitare di riparlarne. Vorrei aggiungere anche un piccolo commento, che sembra irriverente, ma è invece desolato, se non è esagerato il termine. Come si fa a definire "una decisione sofferta" quella che è stata invece una decisione improvvisa, e "...ribadire la continuità della dottrina e della tradizione della Chiesa"? Ma se solo una o due generazioni prima questo problema non era nemmeno avvisato!!! Sempre il solito trionfalismo di rito, ad maiorem Dei gloriam e, di conseguenza, a chi lo professa, dimenticandosi in che stato la Chiesa era, anche dopo la Controriforma.
So già che non mi risponderete, e se anche lo faceste, non certo per riconoscermi un minimo di ragione (dovreste toccare argomenti sempre accuratamente taciuti), non me la prendo e vi saluto con la cordialità di un buon cristiano verso altri buoni cristiani.
Enrico de Carli
A quarant’anni dall’enciclica Humanae vitae di Paolo VI (25 luglio) e alla luce dei nuovi e gravi attentati incrociati contro la famiglia e la vita, che caratterizzano l’onda lunga del ’68, un bilancio e una verifica sembrano opportuni.
Il documento, purtroppo conosciuto, prevalentemente, come segno del “No alla contraccezione” ha fornito indicazioni forti, per un Sì all’amore e alla vita, in un momento storico turbolento, in cui l’iniziale questione demografica richiamava l’attenzione su un presunto allarmante boom di nascite (considerato pericoloso per lo sviluppo) da arrestare con contraccezione, aborto e sterilizzazione.
Eppure, nonostante alcuni forti dissensi, la ricchezza dottrinale e pastorale dell’enciclica si rivela anche oggi. L’Humanae vitae resta un segno di contraddizione, un’enciclica incompresa e inascoltata eppure profetica, considerando che ha intuito ciò che, solo successivamente, si sarebbe verificato: aumento di difficoltà coniugali, separazioni, divorzi, aborti e oggi possiamo dire anche di infertilità.
Tra gli effetti della contraccezione, dei quali l’attuale denatalità è uno degli esiti più evidenti, è la questione antropologica il problema principale posto in discussione.
La pillola contraccettiva, infatti, non separa solo l’amore dalla vita, ma molto di più. Lo ha intuito Paolo VI che, come Chiesa – Madre che accoglie e Maestra che guida – ha sentito il dovere di intervenire. Non per dichiarare un’opinione personale, ma per annunciare la legge divina che tutela l’umano.
L’enciclica affronta temi fondamentali per l’uomo, tra i quali, l’amore, la vita, la procreazione responsabile, l’inscindibilità dei due significati dell’atto coniugale (unitivo e procreativo); indica, inoltre, la contraccezione, la sterilizzazione e l’aborto come vie illecite per la regolazione della natalità per le gravi conseguenze che ne possono derivare, come la facile apertura all’infedeltà coniugale e all’abbassamento generale della moralità – e dichiara lecito il ricorso ai periodi infecondi.
La contraccezione, separando la dimensione unitiva da quella procreativa, non solo introduce una mentalità che considera la procreazione come una situazione da evitare, ma impoverisce anche la relazione di coppia.
Per assurdo, proprio nel periodo in cui la contraccezione sembra aver contribuito a far cadere i “tabù del sesso” sono aumentate le difficoltà sessuali e relazionali, confermando come le ricadute dell’enciclica di Paolo VI superino l’aspetto morale.
Le motivazioni proposte, anche nella cultura cattolica, a sostegno della separazione tra amore e vita hanno generato una corrente di pensiero che tende a rendere compatibile la contraccezione (considerata “male minore”) con l’identità del matrimonio. Anche a queste motivazioni si indirizza la ferma proposta dell’enciclica.
Nonostante i pregiudizi che presentano la Chiesa come retrograda e sessuofoba (a volte perchè il messaggio non è compreso, a volte perché pur compreso è scomodo seguirlo) si può affermare che il documento è ancora oggi di urgente attualità.
Dalla separazione della dimensione unitiva da quella procreativa, avviata con la contraccezione, alla separazione della dimensione procreativa da quella unitiva, continuata con le tecniche di fecondazione artificiale, si è arrivati alla scissione dell’amore dalla vita, dalla relazione e dalla famiglia.
La mentalità antivita che, pur nella differente gravità etica, accomuna la contraccezione e l’aborto, ha introdotto una mentalità eugenetica che considera un’esistenza con qualche patologia o fuori dai canoni dei desideri, non degna di essere vissuta. Questa neoeugenetica ha portato a manipolare non solo la vita ma anche l’umano.
Per conciliare tutti i valori in gioco, nel rispetto della legge naturale, l’Humanae vitae propone la procreazione responsabile - che non significa “non avere figli”, come in genere si intende, in un un’ottica di “mentalità contraccettiva”- ma rappresenta la risposta ad essere collaboratori e non arbitri della vita.
L’inganno sottile nel presentare la procreazione responsabile come diritto della donna di decidere sulla propria fertilità, nasconde l’idea che la sessualità non abbia in sé alcun significato, se non quello che gli viene attribuito da ciascuno, nella propria visione del tutto soggettiva e, quindi, relativa.
La contraccezione esprime e realizza una volontà antiprocreativa (sempre oggettivamente illecita) diversa, dal punto di vista etico, dalla volontà non procreativa la quale, quando ci sono ragioni sufficienti, può essere realizzata lecitamente mediante i Metodi Naturali.
Tali Metodi, liberati dal rischio di essere applicati nel contesto di una mentalità egoistica, non sono da considerare contraccettivi, ma metodi diagnostici che, in base ad alcuni indicatori direttamente correlati con l’andamento degli ormoni ovarici, consentono di individuare le fasi fertili e non fertili del ciclo mestruale. Le informazioni, adeguatamente apprese da personale qualificato, possono essere applicate, per motivazioni sanitarie, ecologiche o etico - religiose, con la finalità conoscenza di sé, distanziare, evitare o ricercare la gravidanza.
Gli oltre 1000 insegnanti dei tre Metodi Naturali più moderni ed efficaci (Metodo dell’Ovulazione Billings, Sintotermico Camen e Sintotermico Roetzer, riuniti in una Confederazione, membro del Forum delle Associazioni Familiari) sono presenti in tutt’Italia (www.confederazionemetodinaturali.it).
Purtroppo, nel dibattito scientifico, culturale e pastorale, in riferimento sia alla fertilità che all’infertilità, è stata offerta scarsa attenzione alle differenze antropologiche ed etiche tra mezzi contraccettivi, tecniche di fecondazione artificiale e metodi naturali, ignorando i moderni metodi per il rinvio o la ricerca “naturale” della gravidanza, con il rischio di svuotare di significato una pietra miliare del Magistero.
La valenza diagnostica e preventiva dei Metodi Naturali è stata segnalata dalla Dichiarazione finale del Convegno internazionale su “Regolazione naturale della fertilità e cultura della vita” (UCSC, 30-31 gennaio 2004), pubblicata su Medicina e Morale 2004/2 pp. 417-419, firmata da docenti delle cinque facoltà di Medicina e Chirurgia delle quattro Università romane.
La Dichiarazione, riconoscendo la dignità scientifica dei Metodi Naturali, considera “dovere deontologico” da parte dell’operatore sanitario segnalarli alle coppie che ricercano la gravidanza, prima di ogni intervento invasivo, e ne auspica un maggiore inserimento nei percorsi formativi delle università.
Gli interessi economici legati alla contraccezione e alle tecniche di fecondazione artificiale, un’ideologia che rifiuta lo stile di vita che ispira i Metodi Naturali hanno frenato la diffusione di una proposta che, oggi, potrebbe essere particolarmente preziosa anche per ottenere la gravidanza.
La laurea H.C. riconosciuta nel 2005 dall’Università romana di Tor Vergata ai professori John ed Evelyn Billings, ideatori dell’omonimo metodo, pietra miliare della moderna regolazione naturale della fertilità, dovrebbe contribuire a testimoniare la praticabilità di una proposta valida in ogni contesto socioculturale e religioso, espressione di una fede amica dell’intelligenza, che educa, con gradualità, alla verità sulla persona, l’amore e la vita.
I Metodi Naturali, infatti, rappresentano non solo una tecnica, ma anche una moderna opportunità per conoscere la fertilità non come malattia da eliminare o diritto da pretendere, ma come dono e responsabilità: valore umano e sociale da conoscere e tutelare, fin da giovani.
[I lettori sono invitati a porre domande sui differenti temi di bioetica scrivendo all’indirizzo: . I diversi esperti che collaborano con ZENIT provvederanno a rispondere ai temi che verranno sollevati. Si prega di indicare il nome, le iniziali del cognome e la città di provenienza]
Angelus
Benedetto XVI: chi ama Dio non ha paura
Parole introduttive alla preghiera dell'Angelus
CITTA' DEL VATICANO, domenica, 8 giugno 2008 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito l'intervento pronunciato questa domenica da Benedetto XVI in occasione della recita della preghiera mariana dell'Angelus insieme ai fedeli e ai pellegrini convenuti in Piazza San Pietro.
* * *
Cari fratelli e sorelle,
nel Vangelo di questa domenica troviamo due inviti di Gesù: da una parte "non temete gli uomini" e dall’altra "temete" Dio (cfr Mt 10,26.28). Siamo così stimolati a riflettere sulla differenza che esiste tra le paure umane e il timore di Dio. La paura è una dimensione naturale della vita. Fin da piccoli si sperimentano forme di paura che si rivelano poi immaginarie e scompaiono; altre successivamente ne emergono, che hanno fondamenti precisi nella realtà: queste devono essere affrontate e superate con l’impegno umano e con la fiducia in Dio. Ma vi è poi, oggi soprattutto, una forma di paura più profonda, di tipo esistenziale, che sconfina a volte nell’angoscia: essa nasce da un senso di vuoto, legato a una certa cultura permeata da diffuso nichilismo teorico e pratico.
Di fronte all’ampio e diversificato panorama delle paure umane, la Parola di Dio è chiara: chi "teme" Dio "non ha paura". Il timore di Dio, che le Scritture definiscono come "il principio della vera sapienza", coincide con la fede in Lui, con il sacro rispetto per la sua autorità sulla vita e sul mondo. Essere "senza timor di Dio" equivale a mettersi al suo posto, a sentirsi padroni del bene e del male, della vita e della morte. Invece chi teme Dio avverte in sé la sicurezza che ha il bambino in braccio a sua madre (cfr Sal 130,2): chi teme Dio è tranquillo anche in mezzo alle tempeste, perché Dio, come Gesù ci ha rivelato, è Padre pieno di misericordia e di bontà. Chi lo ama non ha paura: "Nell’amore non c’è timore – scrive l’apostolo Giovanni – al contrario, l’amore perfetto scaccia il timore, perché il timore suppone un castigo e chi teme non è perfetto nell’amore" (1 Gv 4,18). Il credente dunque non si spaventa dinanzi a nulla, perché sa di essere nelle mani di Dio, sa che il male e l’irrazionale non hanno l’ultima parola, ma unico Signore del mondo e della vita è Cristo, il Verbo di Dio incarnato, che ci ha amati sino a sacrificare se stesso, morendo sulla croce per la nostra salvezza.
Più cresciamo in questa intimità con Dio, impregnata di amore, più facilmente vinciamo ogni forma di paura. Nel brano evangelico odierno Gesù ripete più volte l’esortazione a non avere paura. Ci rassicura come fece con gli Apostoli, come fece con san Paolo apparendogli in visione una notte, in un momento particolarmente difficile della sua predicazione: "Non aver paura – gli disse - perchè io sono con te" (At 18,9). Forte della presenza di Cristo e confortato dal suo amore, non temette nemmeno il martirio l’Apostolo delle genti, del quale ci apprestiamo a celebrare il bimillenario della nascita, con uno speciale anno giubilare. Possa questo grande evento spirituale e pastorale suscitare anche in noi una rinnovata fiducia in Gesù Cristo che ci chiama ad annunciare e testimoniare il suo Vangelo, senza nulla temere. Vi invito pertanto, cari fratelli e sorelle, a prepararvi a celebrare con fede l’Anno Paolino che, a Dio piacendo, aprirò solennemente sabato prossimo, alle ore 18, nella Basilica di San Paolo fuori le Mura, con la liturgia dei Primi Vespri della Solennità dei Santi Pietro e Paolo. Affidiamo sin d’ora questa grande iniziativa ecclesiale all’intercessione di San Paolo e di Maria Santissima, Regina degli Apostoli e Madre di Cristo, sorgente della nostra gioia e della nostra pace.
[Il Papa ha poi salutato i pellegrini in diverse lingue. In Italiano ha detto:]
Con viva emozione ho appreso stamane del naufragio, nell’arcipelago delle Filippine, di un traghetto travolto dal tifone Fengshen, che ha imperversato in quella zona. Mentre assicuro la mia vicinanza spirituale alle popolazioni delle isole colpite dal tifone, elevo una speciale preghiera al Signore per le vittime di questa nuova tragedia del mare, in cui pare siano coinvolti anche numerosi bambini.
Oggi a Beirut, capitale del Libano, viene proclamato beato Yaaqub da Ghazir Haddad, al secolo Khalil, sacerdote dell’Ordine dei Frati Minori Cappuccini e fondatore della Congregazione delle Suore Francescane della Croce del Libano. Nell’esprimere le mie felicitazioni alle sue figlie spirituali, auspico con tutto il cuore che l’intercessione del beato Abuna Yaaqub, unita a quella dei Santi libanesi, ottenga a quell’amato e martoriato Paese, che troppo ha sofferto, di progredire finalmente verso una stabile pace.
Saluto i pellegrini di lingua italiana, in particolare i fedeli che sono venuti in bicicletta da Offanengo, diocesi di Crema. A tutti auguro una buona domenica.
[© Copyright 2008 - Libreria Editrice Vaticana]
Il Papa: nuova attenzione nella preparazione all'Eucaristia
Dublino, sede del Congresso Eucaristico Internazionale 2012
Nell'amore per Dio non c'è paura, spiega il Papa
Dolore del Papa per il naufragio nell’arcipelago delle Filippine
Quebec: la Chiesa riparte dall'Eucaristia, spiega il portavoce vaticano
Nuovo Sottosegretario del Dicastero per il Dialogo Interreligioso
NOTIZIE DAL MONDO
Il nuovo Patriarca latino di Gerusalemme riceve il pastorale
Beatificato a Beirut il padre cappuccino libanese Abuna Yaaqub
ANALISI
Il Governo britannico ha perso la bussola
GIORNATA MONDIALE DELLA GIOVENTÙ
Il Cardinale Pell sull'aspetto ecumenico e interreligioso della GMG
BIOETICA
Humanae vitae: un’enciclica profetica, per conoscere la fertilità e non solo
ANGELUS
Benedetto XVI: chi ama Dio non ha paura
DOCUMENTI
Omelia del nuovo Patriarca Latino di Gerusalemme
Lettera del Papa al Cardinale Ruini per i 25 anni di episcopato
Santa Sede
Il Papa: nuova attenzione nella preparazione all'Eucaristia
Nel chiudere il Congresso Eucaristico Internazionale di Quebec
QUEBEC, domenica, 22 giugno 2008 (ZENIT.org).- Collegandosi in diretta via satellite per la chiusura del Congresso Eucaristico Internazionale di Quebec, Benedetto XVI ha invitato tutta la Chiesa a “una attenzione rinnovata alla preparazione e alla ricezione della Eucaristia”.
Le migliaia di fedeli riunitesi nella mattinata di domenica (ora del Canada) sulla spianata di Abraham, a Quebec, hanno potuto seguire attraverso i mahischermi l'omelia del Papa per la Messa conclusiva.
Commentando il tema del Congresso, “L'Eucaristia, dono di Dio per la vita del mondo”, il Santo Padre ha riconosciuto che “L'Eucaristia è il nostro tesoro più bello”.
“E' il sacramento per eccellenza; ci introduce anticipatamente alla vita eterna; contiene tutto il mistero della nostra salvezza; è la fonte e il culmine dell'azione e della vita della Chiesa”.
“Pertanto, risulta particolarmente importante che i pastori e i fedeli approfondiscano permanentemente questo grande sacramento”, ha aggiunto.
In questo modo, ha proseguito, “ciascuno potrà fortificare la propria fede e compiere in maniera sempre migliore la sua missione nella Chiesa e nel mondo, ricordando la fecondità dell'Eucaristia per la vita personale, per la vita della Chiesa e del mondo”.
Per questo motivo, il Papa ha voluto “invitare i pastori e i fedeli a una attenzione rinnovata per la preparazione e la ricezione dell'Eucaristia”.
“Nonostante la nostra debolezza e il nostro peccato, Cristo vuole porre in noi la sua dimora”. Perciò, ha detto, “dobbiamo fare tutto il possibile per riceverlo con un cuore puro, ritrovando senza sosta, attraverso il sacramento del perdono, la purezza che il peccato ha macchiato”.
Infatti, ha spiegato, “il peccato, soprattutto il peccato grave, si oppone all'azione della grazia eucaristica in noi. D'altra parte, chi non può fare la comunione a causa della sua situazione, incontrerà nella comunione di desiderio e nella partecipazione all'Eucaristia una forza e una efficacia salvifica”.
“L'Eucaristia non è un pranzo tra amici”, ha avvertito. “Siamo chiamati a entrare in questo mistero di alleanza, conformando ogni giorno di più la nostra vita con il dono ricevuto nell'Eucaristia”.
Il Pontefice ha quindi invitato a pregare affinché Dio invii sacerdoti alla Chiesa e a incoraggiare i giovani “affinché accettino con allegria e senza timore di rispondere a Cristo. Non rimarranno delusi. Che le famiglie siano il luogo primordiale di questa culla delle vocazioni”.
Il Papa ha poi affermato che “la partecipazione all'Eucaristia non ci allontana dai nostri contemporanei, al contrario, poiché è l'espressione per eccellenza dell'amore di Dio, ci chiama ad impegnarci con tutti i nostri fratelli nell'affrontare le sfide presenti per far sì che il pianeta sia un luogo piacevole”.
“Per questo – ha concluso –, dobbiamo lottare senza sosta affinché ogni persona sia rispettata dal suo concepimento fino alla morte naturale, affinché le nostre società ricche accolgano i più poveri e tornino a donare loro tutta la dignità, affinché tutte le persone possano alimentarsi e mantenere le loro famiglie, affinché la pace e la giustizia brillino in tutti i continenti”.
La celebrazione eucaristica, caratterizzata da una costante pioggia che non ha però scoraggiato i tanti pellegrini presenti, è stata presieduta dal Legato papale, il Cardinale Jozef Tomko. Il prossimo Congresso Eucaristico Internazionale, secondo quanto annunciato dal Papa, si celebrerà a Dublino (Irlanda) nell'anno 2012.
Dublino, sede del Congresso Eucaristico Internazionale 2012
QUEBEC, domenica, 22 giugno 2008 (ZENIT.org).- La capitale irlandese, Dublino, sarà la sede del prossimo Congresso Eucaristico Internazionale che si celebrerà nell'anno 2012, secondo quanto ha annunciato domenica Benedetto XVI.
Nell'omelia con cui si è unito via satellite alla celebrazione eucaristica di chiusura del Congresso svoltosi a Quebec, il Papa ha voluto condividere questo annuncio con i fedeli che lo seguivano attraverso i maxischermi collocati nella città canadese.
“Mentre questo evento significativo nella vita della Chiesa volge al termine – ha detto il Pontefice – invito tutti voi a unirvi in preghiera per la buona riuscita del prossimo Congresso Eucaristico Internazionale, che avrà luogo nel 2012 nella città di Dublino”.
Il Papa ha approfittatto dell'occasione per “salutare calorosamente i cittadini dell'Irlanda, che si prepara a ospitare questo incontro ecclesiale. Sono certo che, insieme a tutti coloro che parteciperanno al prossimo Congresso, troveranno una fonte di duraturo rinnovamento spirituale”.
Presenti al Congresso a Quebec, il Cardinale Seán Brady, Arcivescovo di Armagh e monsignor Diarmuid Martin, Arcivescovo di Dublino, hanno accolto con gioia la notizia.
“Anche se deve essere ancora definito il tema del prossimo Congresso, siamo profondamente coscienti del fatto che il 2012 segnerà il 50° anniversario dell'apertura del Concilio Vaticano II”, hanno rivelato i rappresentanti della Chiesa in Irlanda.
“Il Congresso di Dublino sarà un evento internazionale – ha proseguito –. La celebrazione attirerà migliaia di pellegrini e permetterà ai cattolici in patria e all'estero di incontrarsi, pregare insieme e di discutere sulle questioni di fede”.
E' la seconda volta che Dublino e l'Irlanda ospitano il Congresso Eucaristico Internazionale. Il precedente evento tenutosi nel 1932 venne considerato da tutti un successo dal punto di vista organizzativo oltre che una grande manifestazione di fede.
“Oggi – hanno dichiarato i due prelati – viviamo tempi diversi e la nostra speranza è che il Congresso del 2012 possa essere una opportunità per la Chiesa cattolica in Irlanda sia di riflettere sulla centralità dell'Eucaristia nella nostra comunità sempre più diversificata che di dare un rinnovato impulso alla pratica della fede”.
Nell'amore per Dio non c'è paura, spiega il Papa
In occasione della preghiera domenicale dell'Angelus
CITTA' DEL VATICANO, domenica, 22 giugno 2008 (ZENIT.org).- Chi ama Dio non ha paura, poiché sa che il male e l'irrazionale non hanno l'ultima parola, afferma Benedetto XVI.
Questa domenica il Papa ha dedicato il discorso introduttivo alla preghiera dell'Angelus a riflettere sulle paure del mondo moderno, causate dall'indifferenza e dal rifiuto di Dio.
In particolare, ha commentato un brano evangelico risuonato nella liturgia domenicale in cui Gesù esorta a non aver paura degli uomini ma a “temere” Dio.
Oggi, ha osservato, esiste “una forma di paura più profonda, di tipo esistenziale, che sconfina a volte nell’angoscia: essa nasce da un senso di vuoto, legato a una certa cultura permeata da diffuso nichilismo teorico e pratico”.
“Di fronte all’ampio e diversificato panorama delle paure umane, la Parola di Dio è chiara: chi 'teme' Dio 'non ha paura'”.
Secondo il successore di Pietro, “il timore di Dio, che le Scritture definiscono come 'il principio della vera sapienza', coincide con la fede in Lui, con il sacro rispetto per la sua autorità sulla vita e sul mondo”.
“Essere 'senza timor di Dio' equivale a mettersi al suo posto, a sentirsi padroni del bene e del male, della vita e della morte – ha aggiunto –. Invece chi teme Dio avverte in sé la sicurezza che ha il bambino in braccio a sua madre”.
“Chi teme Dio è tranquillo anche in mezzo alle tempeste, perché Dio, come Gesù ci ha rivelato, è Padre pieno di misericordia e di bontà. Chi lo ama non ha paura”, ha sottolineato.
“Il credente dunque non si spaventa dinanzi a nulla, perché sa di essere nelle mani di Dio, sa che il male e l’irrazionale non hanno l’ultima parola, ma unico Signore del mondo e della vita è Cristo, il Verbo di Dio incarnato, che ci ha amati sino a sacrificare se stesso, morendo sulla croce per la nostra salvezza”.
Per questo, ha continuato, “più cresciamo in questa intimità con Dio, impregnata di amore, più facilmente vinciamo ogni forma di paura”.
Il Papa ha quindi presentato San Paolo come l'esempio di colui che si è spogliato di ogni paura dopo aver scoperto l'amore di Dio.
A questo proposito, ha ricordato che sarà lui stesso a inaugurare sabato prossimo l'anno giubilare dedicato al bimillenario della nascita dell'Apostolo delle Genti.
“Possa questo grande evento spirituale e pastorale suscitare anche in noi una rinnovata fiducia in Gesù Cristo che ci chiama ad annunciare e testimoniare il suo Vangelo, senza nulla temere”, ha infine concluso.
Dolore del Papa per il naufragio nell’arcipelago delle Filippine
CITTA' DEL VATICANO, domenica, 22 giugno 2008 (ZENIT.org).- Questa domenica, dopo la preghiera mariana, Benedetto XVI ha rivolto il proprio pensiero alle vittime del naufragio del traghetto “Princess of Stars” travolto dal passaggio del tifone 'Fengshen' nell’arcipelago delle Filippine.
“Mentre assicuro la mia vicinanza spirituale alle popolazioni delle isole colpite dal tifone – ha detto il Papa –, elevo una speciale preghiera al Signore per le vittime di questa nuova tragedia del mare, in cui pare siano coinvolti anche numerosi bambini.”
Finora mancano quasi tutti all'appello gli oltre 700 passeggeri del traghetto affondato, a un paio di miglia nautiche al largo dell'isola di Sibuyana, a causa delle onde provocate dal tifone Fengshen – che ha già provocato oltre 200 morti nella zona –, dopo essere andato alla deriva a causa di una avaria al motore.
Le unità della Guardia Costiera, intervenute in ritardo a causa del maltempo, sono riuscite a trovare solo pochi superstiti.
Quebec: la Chiesa riparte dall'Eucaristia, spiega il portavoce vaticano
Padre Lombardi riflette sul Congresso Eucaristico Internazionale in Canada
CITTA' DEL VATICANO, domenica, 22 giugno 2008 (ZENIT.org).- La Chiesa rilancia la sua missione agli inizi del secolo XXI a partire dall'amore che irradia dall'Eucaristia, spiega il portavoce vaticano, sintetizzando i frutti del Convengo Eucsaristico Internazionale di Quebec.
Padre Federico Lombardi, S.I., Direttore della Sala Stampa della Santa Sede, ha analizzato gli obiettivi di questo convegno che ha radunato nella città canadese, dal 15 al 22 di giugno, rappresentanti della Chiesa di tutto il mondo, nell'editoriale dell'ultimo numero di "Octava Dies", il settimanale del Centro Televisivo Vaticano.
Riccordando che l'argomento di Quebec è stato "L'Eucarestia, dono di Dio per la vita del mondo", il sacerdote ha spiegato che questi congressi "sono sempre sorgente di rinnovamento spirituale, occasione per far meglio conoscere la Santissima Eucaristia, che è il tesoro più prezioso lasciatoci da Gesù".
"Sono pure un incoraggiamento per la Chiesa a diffondere in ogni ambito della società e a testimoniare, senza esitazione, l'amore di Cristo", ha aggiunto citando Bendetto XVI.
Il Papa ha partecipato via satellite all'eucaristia domenicale di chiusura nella città francofona, che cellebra i 400 anni della fondazione, quattro secoli di evangelizzazione.
"L'Eucarestia è veramente il centro della vita della Chiesa", ha detto padre Lombardi, spiegando che la fine del pontificato di Giovanni Paolo II aveva messo in rilievo con insistenza questa realtà: con la sua ultima enciclica, Ecclesia de Eucharistia, con l'Anno dell'Eucarestia e con un Sinodo dei Vescovi.
Il Convegno di Quebec, infatti, era stato convocato dallo stesso Papa Karol Wojtyla.
"Dobbiamo essere consapevoli che la vita cristiana dipende vitalmente dalla sorgente dell'Eucarestia: ogni giorno, in particolare ogni domenica. Come dicevano gli antichi martiri a cui la si voleva impedire: 'Senza la celebrazione domenicale non possiamo vivere!'", conclude padre Lombardi.
Nuovo Sottosegretario del Dicastero per il Dialogo Interreligioso
CITTA' DEL VATICANO, domenica, 22 giugno 2008 (ZENIT.org).- Benedetto VI ha nominato Sottosegretario del Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso il reverendo monsignor Andrew Thanya-anan Vissanu, finora Consigliere della Nunziatura Apostolica in Indonesia, ha fatto sapere sabato la Sala Stampa vaticana.
Monsignor Andrew Thanya-anan Vissanu è nato a Bangkok (Thailandia) il 20 gennaio 1959. È stato ordinato sacerdote il 18 maggio 1986. Si è incardinato a Bangkok. È laureato in Diritto Canonico.
Entrato nel Servizio diplomatico della Santa Sede il 1° luglio 1991, ha prestato successivamente servizio nelle Rappresentanze Pontificie in Sudan, Marocco, Grecia, India, Giappone, Irlanda e Indonesia.
Conosce l'inglese, l'italiano e il giapponese.
Notizie dal mondo
Il nuovo Patriarca latino di Gerusalemme riceve il pastorale
Sua Beatitudine Fouad Twal succede a Sua Beatitudine Michel Sabbah
GERUSALEMME/ROMA, domenica, 22 giugno 2008 (ZENIT.org).- Nel giorno in cui la Santa Sede annunciava ufficialmente la nomina del nuovo Patriarca latino di Gerusalemme, Sua Beatitudine Fouad Twal riceveva a Gerusalemme il pastorale dalle mani del suo predecessore.
Con questo simbolico gesto, Sua Beatitudine Michel Sabbah, che ha presentato al Papa la rinuncia al governo pastorale per motivi di età (ha computo 75 anni), è stato così sostituito dal suo Arcivescovo coadiutore.
La ceremonia di consegna del pastorale ha avuto luogo sabato nella Basilica delle Nazioni del Gethsemani, che a malapena è riuscita ad accogliere tutte le autorità religiose e i fedeli giunti per prendere parte all'Eucaristia.
All'inizio della celebrazione, secondo quanto fatto sapere dalla Custodia della Terra Santa, il Delegato apostolico a Gerusalemme, l'Arcivescovo Antonio Franco, ha letto il messaggio del Papa di ringraziamiento indirizzato a Sua Beatitudine Sabbah, che era stato nominato Patriarca a dicembre del 1987.
In particolare, il Santo Padre ha sottolineato la sua dedizione, in questi anni difficili, alla Terra Santa espressa "senza distinzione di appartenenza religiosa o sociale".
Il momento più emozionante della celebrazione è stato il passaggio del pastorale tra i due Patriarchi e il lungo abbraccio che ne è seguito.
Sua Beatitudine Twal, quindi, si è calorosamente indirizzato alla folla, prima in arabo e poi in francese. E, allontanandosi dal testo del suo discorso, ha esclamato: "Siete formidabili!".
Nel salutare, poi, il suo predecessore e nel ringraziarlo per il lavoro svolto, ha annunciato il suo ingresso domenica nella Basilica del Santo Sepolcro, "presso la Tomba vuota, che ci ricorda il motivo della nostra gioia: Cristo è risorto. È veramente risorto!".
Sua Beatitudine Twal è nato a Madaba, in Giordania, il 23 ottobre 1940. Nell'ottobre 1959 è entrato nel Seminario Patriarcale Maggiore di Beit-Jala ed è stato ordinato sacerdote il 29 giugno 1966. Nell'agosto dello stesso anno è stato nominato vice parroco a Ramallah; nel gennaio 1967 ad Irbed; nel giugno 1968 a Mahatta.
Nel settembre 1972, ha intrapreso gli studi di Diritto Canonico presso la Pontificia Università Lateranense e nell'ottobre del 1974 è entrato nell'Accademia Pontificia ecclesiastica. Nel 1975 si è laureato in diritto canonico.
Dal 1977 al 1992 ha prestato servizio diplomatico successivamente presso la Nunziatura Apostolica dell'Honduras, il Consiglio per gli Affari Pubblici della Segreteria di Stato, la Nunziatura Apostolica in Germania e la Nunziatura Apostolica in Perù.
Il 30 maggio 1992 è stato nominato Vescovo Prelato di Tunisi, ricevendo l'ordinazione il 22 luglio dello stesso anno. Il 31 maggio 1995 è stato promosso Arcivescovo. È stato anche Presidente della Conferenza Episcopale Regionale del Nord dell'Africa (C.E.R.N.A).
E' stato coadiutore del Patriarcato di Gerusalemme dei Latini, per scelta del Papa Benedetto XVI, dall'8 settembre 2005.
Beatificato a Beirut il padre cappuccino libanese Abuna Yaaqub
Testimone dell’amore e dell'accoglienza cristiani nel mondo arabo
CITTA' DEL VATICANO, domenica, 22 giugno 2008 (ZENIT.org).- Questa domenica mattina, è stato proclamato Beato a Beirut il padre cappuccino libanese Abuna Yaaqub Jacques Ghazir Haddad (al secolo Khalil), fondatore della Congregazione delle Suore Francescane della Croce del Libano, morto nel 1954 all’età di 79 anni.
A nome del Papa, ha presieduto la celebrazione, nella Piazza dei Martiri della capitale libanese, il Cardinale José Saraiva Martins, Prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi.
Al termine della preghiera domenicale dell'Angelus, Benedetto XVI ha rivolto un pensiero al nuovo Beato, auspicando “con tutto il cuore che l’intercessione del beato Abuna Yaaqub, unita a quella dei Santi libanesi, ottenga a quell’amato e martoriato Paese, che troppo ha sofferto, di progredire finalmente verso una stabile pace”
Abuna Yaaqub El-Haddad, terzo di cinque fratelli, è nato in Libano il 1 febbraio 1875. Nel 1892, mentre era in Egitto dove lavorava come insegnante, sentì la vocazione sacerdotale. Decise quindi di entrare nel convento cappuccino di Khashbau l'anno seguente. Yaaqub prese i voti perpetui nel 1898 e divenne prete nel 1901.
Venne assegnato al monastero di Bab Idriss a Beirut. Da lì, lavorò con dedizione per costruire scuole elementary per I bambini delle campagne. Inolte, dette vita al terz'ordine per uomini e donne.
Sulle orme di San Francesco d'Assisi, il beato libanese è stato un instancabile apostolo della carità, plasmata nella sua sollecitudine per le necessità fisiche e morali del prossimo.
Subito dopo la prima guerra mondiale, padre Yaaqub acquistò la collina di Jall-Eddib dove voleva costruire una chiesa ed erigere una croce, e che divenne presto un luogo di raccolta di sacerdoti malati, e di altri poveri che chiedevano assistenza.
Per dare continuità al suo lavoro, in questo luogo, fondò nel 1930 la congregazione religiosa delle Suore Francescane della Croce del Libano, che da allora si dedicano alla cura dei disabili, degli handicappati mentali, delle persone anziane e incurabili abbandonate dai loro familiari e dagli ospedali, e all'educazione degli orfani.
Il postulatore della Causa di beatificazione, padre Florio Tessari, in una intervista alla Radio Vaticana ha parlato della sua instancabile opera di predicazione in Libano, Palestina, Iran e Siria.
“I suoi 24 volumi manoscritti di discorsi in arabo – ha aggiunto – testimoniano l’impegno della sua vita nell’evangelizzazione. Poi la sua attività sociale. Fondò scuole, ospedali, orfanotrofi”.
“É stato definito 'un altro san Vincenzo de’ Paoli', nonché 'il Don Bosco' e 'il San Giuseppe Cottolengo del Libano' per le sue opere di beneficenza che scaturivano dal suo cristocentrismo francescano”.
“La sua immensa carità, espressa in molteplici iniziative, nasceva dalla vitale incorporazione al Cristo sofferente in sé e nelle sue membra, la cui Croce tanto amata fu la teologia e la prassi della sua lunga vita sacerdotale”, ha sottolineato.
“Niente cielo senza croce – scriveva padre Yaaqub –. Chi vuole il cielo senza sofferenza, è come chi vuole comprare merci senza pagare”.
Morì il 26 giugno del 1954, stringendo a sé una croce.
Analisi
Il Governo britannico ha perso la bussola
Un rapporto critica le politiche sulla religione e sul welfare
di padre John Flynn, LC
ROMA, domenica, 22 giugno 2008 (ZENIT.org).- Il Governo britannico sta negando i diritti di una parte della società civile a causa del suo scarso interesse per la dimensione religiosa. Questa è l’accusa contenuta in un rapporto elaborato dal Von Hügel Institute, un centro di ricerca della Cambridge University, per conto della Chiesa d’Inghilterra.
Un comunicato stampa della Comunione anglicana, del 9 giugno scorso, illustra questo rapporto dal titolo “Moral, But No Compass -- Government, Church, and the Future of Welfare” (Etica, ma senza bussola - Governo, Chiesa e futuro del welfare).
Il documento riporta una serie di interviste ad esponenti della politica, delle Chiese, di altre fedi, della società civile e del volontariato. “Abbiamo riscontrato - afferma il rapporto - una forte carenza di comprensione o di interesse, da parte del Governo, verso l’attuale o potenziale contributo della Chiesa d’Inghilterra nella sfera pubblica”.
Il rapporto accusa anche la Charity Commission per la carenza nei dati e nei sistemi di classificazione, che, combinata con una precisa volontà di dare evidenza alle comunità di minoranza, ha prodotto una relativa emarginazione della Comunione anglicana e di centinaia di altre organizzazioni caritative. I ricercatori hanno concluso che il Governo sta drammaticamente sottovalutando il numero delle charities cristiane, stimate in migliaia, e di conseguenza il loro impatto potenziale sulla sfera sociale, economica e civile.
Secondo un articolo pubblicato il 7 giugno sul quotidiano Times, questa ricerca rivela che più di 50.000 fedeli anglicani svolgono regolarmente attività sociale nell’ambito della Chiesa.
La Chiesa anglicana chiede che questo sia riconosciuto e, in determinati casi, che sia sostenuto economicamente dallo Stato. L’articolo del Times ha osservato tuttavia che questo è diventato un problema, a causa delle nuove linee guida emanate dalla Charity Commission.
Il declino della Chiesa
Il rapporto si colloca in un contesto in cui anche i dati più recenti confermano le preoccupazioni sulla situazione delle Chiese tradizionali in Gran Bretagna. Secondo un articolo pubblicato l’8 maggio dal Times, il numero dei cristiani che va in chiesa sta diminuendo rapidamente.
Da un’analisi pubblicata sul Christian Research e contestata da Lynda Barley, capo del settore ricerca della Chiesa d’Inghilterra, si stima che nel 2050 il numero dei musulmani praticanti sarà superiore a quello di tutte le Chiese cristiane. Per quella data vi saranno 2.660.000 musulmani attivi in Gran Bretagna: quasi tre volte il numero dei cristiani praticanti, secondo le stime.
Poco tempo dopo, l’11 maggio, il quotidiano Telegraph ha affermato che la Gran Bretagna potrebbe perdere fino a un quinto dei suoi praticanti nell’arco di una generazione. Il numero delle chiese è previsto in diminuzione dalle attuali 48.500 a sole 39.200 nel 2030, secondo l’articolo.
L’emarginazione della religione
Le fosche previsioni sul futuro del Cristianesimo in Gran Bretagna sono solo gli ultimi di una serie di avvertimenti sui pericoli a cui il Paese va in contro a causa della crescente secolarizzazione ed emarginazione della religione. Il 6 giugno scorso, il quotidiano Catholic Herald ha riferito che l’agenzia per le adozioni della diocesi di Salford sta per chiudere a causa di una legge che gli impone di dare bambini in adozione anche a coppie dello stesso sesso.
La Catholic Children’s Rescue Society ha svolto la sua attività in favore dell’adozione sin dalla sua fondazione nel 1886.
“Il Governo rimpiangerà il giorno in cui ha deciso di intraprendere questa direzione; quella di un attacco laicista alla Chiesa cattolica”, ha affermato Jim Dobbin, deputato eletto in Heywood e Middleton.
Le agenzie religiose per l’adozione saranno tra breve costrette a dare in adozione bambini alle coppie omosessuali, grazie alle Sexual Orientation Regulations che sono state introdotte sulla base dell’Equality Act 2006 per eliminare le discriminazioni contro gli omosessuali.
In un articolo pubblicato il 21 marzo sul quotidiano Telgraph, Peter Mullen, il rettore anglicano di St. Michael, a Cornhill, Londra, ha avvertito che non si sta facendo abbastanza in Gran Bretagna per preservare la cultura e le tradizioni.
“Si pensa di poter abbandonare il Cristianesimo senza perdere le cose buone che da esso abbiamo ereditato per la nostra vita quotidiana”, ha osservato. “Ma non è così. Il Cristianesimo ha plasmato la civiltà occidentale ed è così consustanziale ad essa che se venisse meno, crollerebbe l’intera civiltà”, secondo Mullen.
Migliorare il dialogo
Anche l’arcivescovo di Westminster, il cardinale Cormac Murphy-O’Connor, ha parlato recentemente del rapporto fra i valori religiosi e la società secolarizzata in una conferenza presso la Cattedrale di Westminster, auspicando un miglioramento nel dialogo fra i credenti e i non credenti.
Il cardinale ha osservato che in Gran Bretagna oggi vi è un diffuso senso nostalgico, in cui la gente si sente come in esilio rispetto ad una situazione di fede vissuta e praticata.
“Per certi versi questo è l’effetto della privatizzazione della religione. La religione viene considerata come un bisogno personale piuttosto che come una verità ineludibile che ci chiama a rispondere”, ha affermato.
Il cardinale Murphy-O’Connor ha ribadito che solo una persona moderna può pensare che la religione sia una questione puramente privata, perché secondo la tradizione del Cattolicesimo la nostra fede cristiana è un qualcosa di profondamente sociale.
Il primo comandamento, quello di amare Dio, è strettamente legato al secondo, quello di amare il nostro prossimo, ha aggiunto il porporato. Pertanto, il Cristianesimo è chiaramente orientato ad una sua espressione pubblica e ad una presenza viva nella società.
“La nostra vita comune in Gran Bretagna - ha sostenuto l’arcivescovo di Westminster - non può essere una sorta di zona franca da Dio; non possiamo permettere all’Inghilterra di diventare un mondo privo di fede e inconsapevole del suo forte contributo al bene comune”.
Il tentativo di emarginare il Cristianesimo deriva in parte dall’incapacità di talune persone di accettare l’idea che il Cristianesimo possa essere in armonia con l’intelligenza e la ragione critica. Infatti la tradizione cattolica, ha spiegato il cardinale Murphy-O’Connor, è caratterizzata da uno stretto rapporto tra la comprensione razionale e la fede religiosa.
Il prelato ha sostenuto che sebbene la fede cristiana non sia frutto della ragione, essa è nondimeno del tutto compatibile con il pensiero razionale.
Il cardinale ha poi ricordato le parole di Papa Paolo VI: “La rottura fra il vangelo e la cultura è senza dubbio il dramma della nostra epoca”.
Di fronte a questa situazione il cardinale Murphy-O’Connor ha tuttavia rimarcato che “persino in una cultura che sembra lontana da Dio, nessuno è escluso dalla presenza e dall’azione divina”. Pertanto, ha proseguito, i credenti e i non credenti devono cercare di conoscersi e comprendersi meglio, e di apprezzarsi reciprocamente.
Non è solo un fatto privato
Benedetto XVI, nel suo intervento del 29 maggio scorso, rivolto all’Assemblea generale della Conferenza episcopale italiana, ha ribadito l’importanza di promuovere la fede in un mondo secolarizzato. È necessario - ha esortato il Pontefice - resistere alle pressioni di chi vuole considerare la religione, e in particolare il Cristianesimo, come un fatto soltanto privato.
“Le prospettive che nascono dalla nostra fede possono offrire invece un contributo fondamentale al chiarimento e alla soluzione dei maggiori problemi sociali e morali dell’Italia e dell’Europa di oggi”, ha sottolineato il Papa.
Di fronte ad una società segnata da un relativismo aggressivo, che indebolisce le speranze alimentate dai valori e dalle certezze della fede, il Pontefice ha ribadito l’importanza del lavoro della Chiesa negli ambiti dell’educazione e della famiglia.
Benedetto XVI ha raccomandato che la Chiesa in Italia continui nel suo impegno contro “una cultura che mette Dio tra parentesi e che scoraggia ogni scelta davvero impegnativa e in particolare le scelte definitive, per privilegiare invece, nei diversi ambiti della vita, l’affermazione di se stessi e le soddisfazioni immediate”.
Il Papa ha poi concluso sottolineando che la Chiesa si trova davanti ad una straordinaria opportunità di essere presente nel dibattito pubblico sulle preoccupazioni relative alla società moderna, in un sincero spirito di condivisione. Una condivisione che può solo arricchire la società nel suo insieme, se solo le classi dirigenti fossero disposte a dare spazio al Cristianesimo nella sfera pubblica.
Giornata Mondiale della Gioventù
Il Cardinale Pell sull'aspetto ecumenico e interreligioso della GMG
di Catherine Smibert
SYDNEY (Australia), domenica, 22 giugno 2008 (ZENIT.org).- La Giornata Mondiale della Gioventù 2008 è un evento cattolico, ma i suoi organizzatori stanno approfittando di questa opportunità per promuovere il dialogo con altre denominazioni cristiane e altre fedi.
Una recente conferenza stampa ha rivelato che i team degli organizzatori progettano di gettare ponti tra questi gruppi durante il Festival della Gioventù della GMG attraverso atti di solidarietà, esibizioni artistiche e presentazioni teologiche e musicali.
La conferenza stampa ha apparentemente placato i media secolari australiani, che avevano parlato di “minaccia di tentata conversione” e di potenziali “eventi antisemiti” come la Via Crucis.
Il Cardinale George Pell e la sua squadra non sono intimoriti da queste insinuazioni, e si stanno attenendo alla linea per cui l'evento è cattolico ma inclusivo.
Come ha sottolineato il porporato ai partecipanti alla conferenza stampa, i cattolici rappresentano la più alta percentuale di fedeli nella Nazione che ospita la GMG08, seguiti da anglicani, altri protestanti, ebrei e musulmani.
Il Cardinale ha quindi passato il testimone ai rappresentanti di ciascuno di questi gruppi che, a turno, hanno espresso con vigore il proprio sostegno all'evento.
Il rabbino capo della Grande Sinagoga di Sydney, Jeremy Lawrence, ha detto a ZENIT che la comunità ebraica apprezza il calore e il rispetto dimostrati dagli organizzatori cattolici della GMG.
Riferendosi alla dichiarazione del Concilio Vaticano II sui rapporti della Chiesa con le religioni non cristiane, ha parlato di “una continuazione tangibile dello spirito della 'Nostra Aetate' e dell'eredità e delle previsioni di Giovanni Paolo II”.
Il rabbino ha aggiunto che “la visita di Benedetto XVI, che ha stretto forti legami con il rabbino capo di Roma e ha contribuito in modo sostanzioso e diretto ad affrontare questioni di dottrina e liturgia con esperti nel rabbinato, dà preminenza e sottolinea la fede, che è importante per la società australiana”.
Il reverendo Tara Curlewis, presidente del Consiglio Ecumenico del Nuovo Galles del Sud e ministro della Uniting Church, ha concordato sostenendo che “indipendentemente da come adoriamo Dio, la GMG è un'opportunità per accendere la fiamma di Dio in tutti noi”.
La Curlewis ha ricordato che “la religione può essere una grande forza per unire il nostro mondo piuttosto che per dividere la gente”.
Il Vescovo ausiliare Anthony Fisher di Sydney, coordinatore della Giornata Mondiale della Gioventù, ha sottolineato come queste parole vengano tradotte in pratica visto che “i membri di altre chiese, comunità ecclesiali e tradizioni religiose cristiane aprono la propria casa per il programma HomeStay o si uniscono al nostro gruppo di volontari [...]; perfino la scuola islamica di Greenacre, Malek Fahed, ha offerto alloggio a più di 300 pellegrini”.
Ikebal Patel, presidente della Federazione Australiana dei Consigli Islamici, ha sostenuto l'idea, affermando: “Come musulmani in Australia vogliamo dimostrare in modo positivo che siamo parte della comunità”.
Il Vescovo Fisher ha annunciato che alcuni dei centri di preghiera avranno una dimensione ecumenica, soprattutto quelli guidati dalla Comunità di Taizé.
C'è poi il forum dal titolo “Australians All: Face to Face and Faith to Faith”, che coinvolgerà leader cattolici ma anche leader e comunità ebraici, islamici, buddisti e induisti.
“Senza menzionare tutti i 300 eventi previsti – ha aggiunto il Vescovo Fisher –, posso ricordare i laboratori di danza delle donne ebree, l'evento 'Music Talks Peace' nella sinagoga, in cui artisti musulmani, ebrei e cristiani si esibiranno insieme, e ovviamente la nostra altamente rispettosa ed ecumenica Via Crucis... ecumenica nel senso che è una versione interamente neotestamentaria-scritturale di raccontare l'ultimo giorno di Cristo”.
“La GMG dimostrerà che tutta la vera fede è gemellata con speranza e amore, e così la vera religione deve essere fonte di pace”, ha concluso il Cardinale.
[Traduzione dall'inglese di Roberta Sciamplicotti]
Bioetica
Humanae vitae: un’enciclica profetica, per conoscere la fertilità e non solo
ROMA, domenica, 22 giugno 2008 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito per la rubrica di Bioetica la risposta a un lettore da parte di Angela Maria Cosentino, bioeticista, docente di Tutela della vita e della salute riproduttiva presso l'Università Cattolica Sacro Cuore di Roma, nonché docente di Morale speciale al Mater Ecclesiae della Pontificia Università San Tommaso, e delegata della Confederazione Italiana Centri per la Regolazione Naturale della Fertilità al Forum Nazionale delle Associazioni Familiari.
* * *
Appena tornato da una lunga assenza di lavoro all'estero, mi sono letto anche gli ZENIT che nel frattempo arrivavano sul mio computer. E trovo quell'articolo su L'enciclica "Humanae vitae", una profezia per oggi.
Che cosa abbia profetizzato, non riesco proprio a capirlo. Trovo belle frasi fiorite per stigmatizzare l'edonismo, per esaltare l'AMORE con tutte le lettere maiuscole, e tutte quelle cose che tutte le persone per bene sapevano già e non avevano certo bisogno di quell'enciclica che a suo tempo aveva sorpreso persino la commissione che il Papa aveva nominato e i singoli parroci, compreso il nostro. E non riparliamo delle disquisizioni del "secondo natura" o "contro natura", della pillola, del termometro, di Ogino e altre deprimenti trovate di cui fin da allora si sentiva discutere.
Ma una risposta al vero problema delle singole famiglie, delle persone per bene, non degli habitué delle discoteche (che l'enciclica non sanno nemmeno che ci sia) ... una risposta seria all'esplosione demografica del mondo, degli studi seri su una problematica così ampia e terribile, queste non si sono mai né viste né sentite.
E non stupisce, perché sono risposte difficilissime. Ma allora sarebbe meglio evitare di riparlarne. Vorrei aggiungere anche un piccolo commento, che sembra irriverente, ma è invece desolato, se non è esagerato il termine. Come si fa a definire "una decisione sofferta" quella che è stata invece una decisione improvvisa, e "...ribadire la continuità della dottrina e della tradizione della Chiesa"? Ma se solo una o due generazioni prima questo problema non era nemmeno avvisato!!! Sempre il solito trionfalismo di rito, ad maiorem Dei gloriam e, di conseguenza, a chi lo professa, dimenticandosi in che stato la Chiesa era, anche dopo la Controriforma.
So già che non mi risponderete, e se anche lo faceste, non certo per riconoscermi un minimo di ragione (dovreste toccare argomenti sempre accuratamente taciuti), non me la prendo e vi saluto con la cordialità di un buon cristiano verso altri buoni cristiani.
Enrico de Carli
A quarant’anni dall’enciclica Humanae vitae di Paolo VI (25 luglio) e alla luce dei nuovi e gravi attentati incrociati contro la famiglia e la vita, che caratterizzano l’onda lunga del ’68, un bilancio e una verifica sembrano opportuni.
Il documento, purtroppo conosciuto, prevalentemente, come segno del “No alla contraccezione” ha fornito indicazioni forti, per un Sì all’amore e alla vita, in un momento storico turbolento, in cui l’iniziale questione demografica richiamava l’attenzione su un presunto allarmante boom di nascite (considerato pericoloso per lo sviluppo) da arrestare con contraccezione, aborto e sterilizzazione.
Eppure, nonostante alcuni forti dissensi, la ricchezza dottrinale e pastorale dell’enciclica si rivela anche oggi. L’Humanae vitae resta un segno di contraddizione, un’enciclica incompresa e inascoltata eppure profetica, considerando che ha intuito ciò che, solo successivamente, si sarebbe verificato: aumento di difficoltà coniugali, separazioni, divorzi, aborti e oggi possiamo dire anche di infertilità.
Tra gli effetti della contraccezione, dei quali l’attuale denatalità è uno degli esiti più evidenti, è la questione antropologica il problema principale posto in discussione.
La pillola contraccettiva, infatti, non separa solo l’amore dalla vita, ma molto di più. Lo ha intuito Paolo VI che, come Chiesa – Madre che accoglie e Maestra che guida – ha sentito il dovere di intervenire. Non per dichiarare un’opinione personale, ma per annunciare la legge divina che tutela l’umano.
L’enciclica affronta temi fondamentali per l’uomo, tra i quali, l’amore, la vita, la procreazione responsabile, l’inscindibilità dei due significati dell’atto coniugale (unitivo e procreativo); indica, inoltre, la contraccezione, la sterilizzazione e l’aborto come vie illecite per la regolazione della natalità per le gravi conseguenze che ne possono derivare, come la facile apertura all’infedeltà coniugale e all’abbassamento generale della moralità – e dichiara lecito il ricorso ai periodi infecondi.
La contraccezione, separando la dimensione unitiva da quella procreativa, non solo introduce una mentalità che considera la procreazione come una situazione da evitare, ma impoverisce anche la relazione di coppia.
Per assurdo, proprio nel periodo in cui la contraccezione sembra aver contribuito a far cadere i “tabù del sesso” sono aumentate le difficoltà sessuali e relazionali, confermando come le ricadute dell’enciclica di Paolo VI superino l’aspetto morale.
Le motivazioni proposte, anche nella cultura cattolica, a sostegno della separazione tra amore e vita hanno generato una corrente di pensiero che tende a rendere compatibile la contraccezione (considerata “male minore”) con l’identità del matrimonio. Anche a queste motivazioni si indirizza la ferma proposta dell’enciclica.
Nonostante i pregiudizi che presentano la Chiesa come retrograda e sessuofoba (a volte perchè il messaggio non è compreso, a volte perché pur compreso è scomodo seguirlo) si può affermare che il documento è ancora oggi di urgente attualità.
Dalla separazione della dimensione unitiva da quella procreativa, avviata con la contraccezione, alla separazione della dimensione procreativa da quella unitiva, continuata con le tecniche di fecondazione artificiale, si è arrivati alla scissione dell’amore dalla vita, dalla relazione e dalla famiglia.
La mentalità antivita che, pur nella differente gravità etica, accomuna la contraccezione e l’aborto, ha introdotto una mentalità eugenetica che considera un’esistenza con qualche patologia o fuori dai canoni dei desideri, non degna di essere vissuta. Questa neoeugenetica ha portato a manipolare non solo la vita ma anche l’umano.
Per conciliare tutti i valori in gioco, nel rispetto della legge naturale, l’Humanae vitae propone la procreazione responsabile - che non significa “non avere figli”, come in genere si intende, in un un’ottica di “mentalità contraccettiva”- ma rappresenta la risposta ad essere collaboratori e non arbitri della vita.
L’inganno sottile nel presentare la procreazione responsabile come diritto della donna di decidere sulla propria fertilità, nasconde l’idea che la sessualità non abbia in sé alcun significato, se non quello che gli viene attribuito da ciascuno, nella propria visione del tutto soggettiva e, quindi, relativa.
La contraccezione esprime e realizza una volontà antiprocreativa (sempre oggettivamente illecita) diversa, dal punto di vista etico, dalla volontà non procreativa la quale, quando ci sono ragioni sufficienti, può essere realizzata lecitamente mediante i Metodi Naturali.
Tali Metodi, liberati dal rischio di essere applicati nel contesto di una mentalità egoistica, non sono da considerare contraccettivi, ma metodi diagnostici che, in base ad alcuni indicatori direttamente correlati con l’andamento degli ormoni ovarici, consentono di individuare le fasi fertili e non fertili del ciclo mestruale. Le informazioni, adeguatamente apprese da personale qualificato, possono essere applicate, per motivazioni sanitarie, ecologiche o etico - religiose, con la finalità conoscenza di sé, distanziare, evitare o ricercare la gravidanza.
Gli oltre 1000 insegnanti dei tre Metodi Naturali più moderni ed efficaci (Metodo dell’Ovulazione Billings, Sintotermico Camen e Sintotermico Roetzer, riuniti in una Confederazione, membro del Forum delle Associazioni Familiari) sono presenti in tutt’Italia (www.confederazionemetodinaturali.it).
Purtroppo, nel dibattito scientifico, culturale e pastorale, in riferimento sia alla fertilità che all’infertilità, è stata offerta scarsa attenzione alle differenze antropologiche ed etiche tra mezzi contraccettivi, tecniche di fecondazione artificiale e metodi naturali, ignorando i moderni metodi per il rinvio o la ricerca “naturale” della gravidanza, con il rischio di svuotare di significato una pietra miliare del Magistero.
La valenza diagnostica e preventiva dei Metodi Naturali è stata segnalata dalla Dichiarazione finale del Convegno internazionale su “Regolazione naturale della fertilità e cultura della vita” (UCSC, 30-31 gennaio 2004), pubblicata su Medicina e Morale 2004/2 pp. 417-419, firmata da docenti delle cinque facoltà di Medicina e Chirurgia delle quattro Università romane.
La Dichiarazione, riconoscendo la dignità scientifica dei Metodi Naturali, considera “dovere deontologico” da parte dell’operatore sanitario segnalarli alle coppie che ricercano la gravidanza, prima di ogni intervento invasivo, e ne auspica un maggiore inserimento nei percorsi formativi delle università.
Gli interessi economici legati alla contraccezione e alle tecniche di fecondazione artificiale, un’ideologia che rifiuta lo stile di vita che ispira i Metodi Naturali hanno frenato la diffusione di una proposta che, oggi, potrebbe essere particolarmente preziosa anche per ottenere la gravidanza.
La laurea H.C. riconosciuta nel 2005 dall’Università romana di Tor Vergata ai professori John ed Evelyn Billings, ideatori dell’omonimo metodo, pietra miliare della moderna regolazione naturale della fertilità, dovrebbe contribuire a testimoniare la praticabilità di una proposta valida in ogni contesto socioculturale e religioso, espressione di una fede amica dell’intelligenza, che educa, con gradualità, alla verità sulla persona, l’amore e la vita.
I Metodi Naturali, infatti, rappresentano non solo una tecnica, ma anche una moderna opportunità per conoscere la fertilità non come malattia da eliminare o diritto da pretendere, ma come dono e responsabilità: valore umano e sociale da conoscere e tutelare, fin da giovani.
[I lettori sono invitati a porre domande sui differenti temi di bioetica scrivendo all’indirizzo: . I diversi esperti che collaborano con ZENIT provvederanno a rispondere ai temi che verranno sollevati. Si prega di indicare il nome, le iniziali del cognome e la città di provenienza]
Angelus
Benedetto XVI: chi ama Dio non ha paura
Parole introduttive alla preghiera dell'Angelus
CITTA' DEL VATICANO, domenica, 8 giugno 2008 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito l'intervento pronunciato questa domenica da Benedetto XVI in occasione della recita della preghiera mariana dell'Angelus insieme ai fedeli e ai pellegrini convenuti in Piazza San Pietro.
* * *
Cari fratelli e sorelle,
nel Vangelo di questa domenica troviamo due inviti di Gesù: da una parte "non temete gli uomini" e dall’altra "temete" Dio (cfr Mt 10,26.28). Siamo così stimolati a riflettere sulla differenza che esiste tra le paure umane e il timore di Dio. La paura è una dimensione naturale della vita. Fin da piccoli si sperimentano forme di paura che si rivelano poi immaginarie e scompaiono; altre successivamente ne emergono, che hanno fondamenti precisi nella realtà: queste devono essere affrontate e superate con l’impegno umano e con la fiducia in Dio. Ma vi è poi, oggi soprattutto, una forma di paura più profonda, di tipo esistenziale, che sconfina a volte nell’angoscia: essa nasce da un senso di vuoto, legato a una certa cultura permeata da diffuso nichilismo teorico e pratico.
Di fronte all’ampio e diversificato panorama delle paure umane, la Parola di Dio è chiara: chi "teme" Dio "non ha paura". Il timore di Dio, che le Scritture definiscono come "il principio della vera sapienza", coincide con la fede in Lui, con il sacro rispetto per la sua autorità sulla vita e sul mondo. Essere "senza timor di Dio" equivale a mettersi al suo posto, a sentirsi padroni del bene e del male, della vita e della morte. Invece chi teme Dio avverte in sé la sicurezza che ha il bambino in braccio a sua madre (cfr Sal 130,2): chi teme Dio è tranquillo anche in mezzo alle tempeste, perché Dio, come Gesù ci ha rivelato, è Padre pieno di misericordia e di bontà. Chi lo ama non ha paura: "Nell’amore non c’è timore – scrive l’apostolo Giovanni – al contrario, l’amore perfetto scaccia il timore, perché il timore suppone un castigo e chi teme non è perfetto nell’amore" (1 Gv 4,18). Il credente dunque non si spaventa dinanzi a nulla, perché sa di essere nelle mani di Dio, sa che il male e l’irrazionale non hanno l’ultima parola, ma unico Signore del mondo e della vita è Cristo, il Verbo di Dio incarnato, che ci ha amati sino a sacrificare se stesso, morendo sulla croce per la nostra salvezza.
Più cresciamo in questa intimità con Dio, impregnata di amore, più facilmente vinciamo ogni forma di paura. Nel brano evangelico odierno Gesù ripete più volte l’esortazione a non avere paura. Ci rassicura come fece con gli Apostoli, come fece con san Paolo apparendogli in visione una notte, in un momento particolarmente difficile della sua predicazione: "Non aver paura – gli disse - perchè io sono con te" (At 18,9). Forte della presenza di Cristo e confortato dal suo amore, non temette nemmeno il martirio l’Apostolo delle genti, del quale ci apprestiamo a celebrare il bimillenario della nascita, con uno speciale anno giubilare. Possa questo grande evento spirituale e pastorale suscitare anche in noi una rinnovata fiducia in Gesù Cristo che ci chiama ad annunciare e testimoniare il suo Vangelo, senza nulla temere. Vi invito pertanto, cari fratelli e sorelle, a prepararvi a celebrare con fede l’Anno Paolino che, a Dio piacendo, aprirò solennemente sabato prossimo, alle ore 18, nella Basilica di San Paolo fuori le Mura, con la liturgia dei Primi Vespri della Solennità dei Santi Pietro e Paolo. Affidiamo sin d’ora questa grande iniziativa ecclesiale all’intercessione di San Paolo e di Maria Santissima, Regina degli Apostoli e Madre di Cristo, sorgente della nostra gioia e della nostra pace.
[Il Papa ha poi salutato i pellegrini in diverse lingue. In Italiano ha detto:]
Con viva emozione ho appreso stamane del naufragio, nell’arcipelago delle Filippine, di un traghetto travolto dal tifone Fengshen, che ha imperversato in quella zona. Mentre assicuro la mia vicinanza spirituale alle popolazioni delle isole colpite dal tifone, elevo una speciale preghiera al Signore per le vittime di questa nuova tragedia del mare, in cui pare siano coinvolti anche numerosi bambini.
Oggi a Beirut, capitale del Libano, viene proclamato beato Yaaqub da Ghazir Haddad, al secolo Khalil, sacerdote dell’Ordine dei Frati Minori Cappuccini e fondatore della Congregazione delle Suore Francescane della Croce del Libano. Nell’esprimere le mie felicitazioni alle sue figlie spirituali, auspico con tutto il cuore che l’intercessione del beato Abuna Yaaqub, unita a quella dei Santi libanesi, ottenga a quell’amato e martoriato Paese, che troppo ha sofferto, di progredire finalmente verso una stabile pace.
Saluto i pellegrini di lingua italiana, in particolare i fedeli che sono venuti in bicicletta da Offanengo, diocesi di Crema. A tutti auguro una buona domenica.
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ViviCentro (art. 19 e 21)
La libertà di stampa è una benedizione quando siamo inclini a scrivere contro gli altri, e una calamità quando ci troviamo ad essere sopraffatti dalla moltitudine dei nostri assalitori. (Samuel Johnson).


















