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Lunedì, 25 Agosto : 2008
Il mondo visto da Roma
SANTA SEDE
Ingrid Betancourt sarà ricevuta in udienza dal Papa
Il Papa benedirà il mosaico raffigurante Giovanni Paolo II
NOTIZIE DAL MONDO
Si chiudono le Olimpiadi, arrestato un nuovo Vescovo in Cina
MEETING DI RIMINI
La Chiesa, una identità che fa la storia
ITALIA
A Roma il primo Festival internazionale sui “viaggi dello spirito”
INTERVISTE
Arcivescovo Ravasi: Lourdes disseta la sete di bellezza
DOCUMENTI
Intervento inaugurale del Cardinale Bagnasco al Meeting di Rimini
Santa Sede
Ingrid Betancourt sarà ricevuta in udienza dal Papa
Il 1° settembre prossimo, nella residenza di Castel Gandolfo
CITTA' DEL VATICANO, lunedì, 25 agosto, 2008 (ZENIT.org).- Ingrid Betancourt, la donna franco-colombiana tenuta in ostaggio oltre 6 anni e rilasciata il 2 luglio scorso, sarà in Italia dal 1° al 3 settembre.
In quell'occasione verrà ricevuta insieme ai suoi familiari in udienza da Benedetto XVI, nella tarda mattinata del 1° settembre, nella sua residenza estiva a Castel Gandolfo, ha fatto sapere l'agenzia AFP.
Il Papa ha più volte chiesto la sua liberazione e quella degli altri ostaggi nelle mani delle Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia (FARC) come nel ricevere le lettere credenziali dell'ambasciatore di Colombia presso la Santa Sede, Juan Gómez Martínez, il 9 febbraio 2007, o nel suo messaggio al Corpo diplomatico, l'8 gennaio dello stesso anno.
Il 3 settembre la ex candidata alle presidenziali della Colombia sarà invece a Firenze, ospite del sindaco Leonardo Domenici, per ricevere la cittadinanza onoraria e il “Giglio d'Oro”. Durante la sua permanenza in Italia incontrerà anche il Presidente della Camera Gianfranco Fini, il Ministro degli Esteri, Franco Frattini, e il leader del Partito democratico Walter Veltroni.
Il Papa benedirà il mosaico raffigurante Giovanni Paolo II
CITTA' DEL VATICANO, lunedì, 25 agosto, 2008 (ZENIT.org).- Mercoledì 27 agosto, in occasione della tradizionale Udienza generale, il Santo Padre benedirà il mosaico raffigurante Giovanni Paolo II, realizzato nello Studio del Mosaico Vaticano.
Si tratta del primo – dopo il tondo a mosaico con l'effige del Pontefice posto nella Basilica di San Paolo fuori le Mura – ritratto in mosaico del Servo di Dio realizzato nel prestigioso laboratorio vaticano, nato nel XVI secolo, che si occupa della conservazione e del restauro dei mosaici che ricoprono la Basilica di San Pietro e la realizzazione di opere musive per la vendita al pubblico.
Il mosaico dalle dimensioni 130x145 cm, composto da circa 25.000 elementi rappresenta il Santo Padre nella preghiera e sarà collocato sulla parete esterna della cappella di San Carlo Borromeo nella Chiesa parrocchiale di Niepolomicele, nell'arcidiocesi di Cracovia.
La città di Niepolomice con la chiesa e il castello reale è stata eretta nel XIV sec. dal re Casimiro il Grande. Quest’anno festeggia il 650° anniversario della fondazione della Chiesa.
La città di Niepolomice ha sempre avuto un legame speciale con Giovanni Paolo II, perché durante tutto il suo ministero episcopale il Papa polacco si è recato parecchie volte alla chiesa per pregare il suo santo patrono.
In occasione della morte del Pontefice gli abitanti hanno affisso sulla parete della chiesa la foto del loro amato Papa, dove ininterrottamente continuano a posare fiori e lumini.
Nel maggio dell’anno scorso è stata inoltrata da parte del parroco di Niepolomice, don Stanislaw Mika e del sindaco della città, il sig. Stanislaw Kracik, una richiesta al Cardinale Angelo Comastri, Presidente della Fabbrica di San Pietro, per realizzare un mosaico di Giovanni Paolo II nello Studio del Mosaico Vaticano.
La richiesta è stata subito accettata e il Cardinale Comastri, che è anche Arciprete della Basilica Vaticana, ha supervisionato di persona l’esecuzione dei lavori nelle sue varie fasi.
Durante uno degli incontri con i rappresentati di Niepolomice, il porporato ha sottolineato che questo mosaico costituisce un dono prezioso non solo per la città di Niepolomice ma per tutta la Polonia.
La solenne inaugurazione del mosaico avrà luogo il 2 ottobre, a Niepolomice, e sarà presieduta dal Cardinale Stanislaw Dziwisz, attuale Arcivescovo di Cracovia, che fu al fianco del Papa polacco come segretario particolare per 39 anni.
Notizie dal mondo
Si chiudono le Olimpiadi, arrestato un nuovo Vescovo in Cina
Monsignor Julius Jia Zhiguo della diocesi di Zhengding (Hebei)
PECHINO, lunedì, 25 agosto, 2008 (ZENIT.org).- Nel giorno della chiusura delle Olimpiadi, monsignor Julius Jia Zhiguo, Vescovo di Zhengding (Hebei), è stato portato via dalla polizia in un luogo sconosciuto, secondo quanto hanno fatto sapere diversi organi di stampa.
Il Vescovo si trovava da mesi agli arresti domiciliari, informano l'agenzia AsiaNews, organo informatio del Pontificio Istituto per le Missioni Estere, e la Cardinal Kung Foundation.
AsiaNews riferisce inoltre che "il Vescovo ha celebrato la messa domenicale, alla presenza di alcuni fedeli nella cattedrale di Wuqiu. Alle 10 di mattina, 4 poliziotti sono entrati nella chiesa e lo hanno trascinato via senza dire nulla. I fedeli non sanno nulla del luogo in cui si trova né dei motivi di questo arresto".
Secondo quest'agenzia, "durante il periodo delle Olimpiadi il governo aveva costretto agli arresti domiciliari molti Vescovi e sacerdoti della Chiesa sotterranea”, alla quale aderiscono tutti i fedeli che, non accettando il controllo da parte dell'Associazione patriottica, organo del Partito comunista, praticano la fede in strutture non registrate e quindi non ufficiali, rischiando di essere puniti per azioni “illegali” e “di disturbo dell’ordine pubblico”.
“Lo stesso monsignor Jia era vigilato 24 ore su 24 – ricorda AsiaNews –. La polizia aveva perfino costruito una baracca davanti alla casa del Vescovo per facilitare la guardia giorno e notte, con turni di veglia e di sonno".
"La pubblica sicurezza aveva proibito ogni raduno dei cristiani durante il periodo delle Olimpiadi, per evitare tensioni e problemi di immagine alla Cina – si legge poi –. Ma un migliaio di fedeli della diocesi di Zhengding, sfidando il divieto, si sono radunati il giorno dell'Assunta nella cattedrale”.
“La polizia, per evitare conflitti, ha ordinato al Vescovo di celebrare la messa, rimanendo nel cortile della chiesa”.
Monsignor Jia, 73 anni, ha passato 15 anni in prigione (dal 1963 al 1978). Dal 1989 in poi si trova sotto stretto controllo della polizia. In tutti questi anni è stato arrestato e poi liberato almeno 11 volte. Quella di ieri è la dodicesima.
In passato il Vaticano ha spesso perorato la causa della sua libertà. La sua diocesi conta 110 mila cattolici, almeno 80 sacerdoti e più di 90 suore.
Zhengding is è un piccolo villaggio situato a più di 100 km a sud di Pechino.
“Il Vescovo Jia si prende cura approssimativamente di 100 orfani portatori di handicap che sono stati abbandonati. Questo orfanotrofio ha assolutamente bisogno di sostegno finanziario e medico”, fa sapere il Cardinal Kung Foundation.
Meeting di Rimini
La Chiesa, una identità che fa la storia
Il Cardinale Bagnasco inaugura il Meeting di Rimini
di Mirko Testa
RIMINI, lunedì, 25 agosto 2008 (ZENIT.org).- Per i cristiani, esseri protagonisti significa scoprirsi popolo in cammino, con un volto, una identità da custodire e un destino unico e irripetibile da condividere.
E' quanto ha detto in sintesi il Cardinale Angelo Bagnasco, Presidente della Conferenza Episcopale Italiana (CEI), nell'inaugurare domenica nella sala grande della Fiera di Rimini, la 29° edizione del Meeting che quest'anno ha per tema: “O protagonisti o nessuno”.
“Essere protagonista non è voglia di protagonismo, ma amore di identità”, ha spiegato il Cardinale che in un intervento di ampio respiro ha tracciato il solco per le riflessioni che si alterneranno in questi giorni, nel fitto calendario di centoventisei tra incontri e dibattiti, volte a stimolare un confronto sul concetto di persona.
“La Chiesa, un popolo che fa storia” è stato il titolo che il Cardinale Angelo Bagnasco ha scelto per il suo discorso programmatico più volte interrotto dai lunghi applausi delle circa seimila persone presenti in sala.
E proprio a partire dalla ricerca del soggetto della storia umana che il porporato ha parlato innanzitutto dell'individuo come centro di relazioni e “primo affluente della storia universale”, perché “nessuno è invisibile” e “ciascuno [...] è protagonista”; passando poi al popolo come anima di una cultura, la cui identità si fonda sui valori; fino ad arrivare allo Stato, che “dev'essere l'espressione di un popolo, l'anima della nazione”.
Perché, ha sottolineato, “qualora uno Stato dovesse tradire quest'anima, tradirebbe la gente in ciò che ha di più intimo e più suo”.
A questo punto, Bagnasco ha individuato nei falsi miti dell'apparenza e del facile successo, fondati sull'individualismo sfrenato, le insidie maggiori alla “base valoriale di un popolo”, capaci di disgregare “l’anima popolare e il senso di appartenenza ad una identità che crea comunione tra gli uomini e permette la comunità di vita”.
Ecco che “la storia che manifesta l’eclisse dello spirito va contro l’uomo, diventa “anti-storia”, e allo stesso tempo “intaccare direttamente i valori spirituali e morali di una comunità e di un Paese, è attaccare la sua integrità e fare cattiva storia”.
Successivamente, il Cardinale si è interrogato sull'identità del cristiano, che deve essere dentro al mondo ma senza omologarsi ad esso, perché “il Vangelo non è per pochi iniziati, ma per tutti; così la Chiesa non è per delle elites ma Chiesa di popolo”.
A questo proposito, Bagnasco ha utilizzato l'immagine del “sale”, come “via della 'discesa', del nascondimento, della condivisone quotidiana, paziente e fiduciosa, della vita della gente”, che trova la sintesi più alta in Cristo che solo “restituisce all’universo il sapore delle origini”.
Tuttavia, ha precisato, l’immagine del sale deve essere completata da quella della luce, che suggerisce “la visibilità della presenza cristiana”, in un momento in cui “si vuole che la Chiesa rimanga in chiesa”.
La Chiesa svolge infatti un ruolo decisivo nella costruzione della storia, perché, “come sale e lievito, partecipa alla costruzione della storia universale”, mentre ne custodisce la memoria: “la memoria della sua creazione, della sua dignità e della sua caduta. La memoria della sua redenzione in Cristo”.
“E’ da questa memoria che essa guarda la storia vedendola sempre come storia di salvezza”, ha poi aggiunto. “Una visione di speranza e di fiducia” che è propria della Chiesa, ma che è anche a disposizione non solo dei credenti.
“A partire da questa memoria custodita e amata – ha quindi proseguito –, lo storia ruota attorno alla concezione dell’uomo, che nel Cristianesimo giunge alla sua pienezza e che sta alla base dell’umanesimo europeo”.
“La Chiesa dice al mondo – in particolare oggi all’Europa – che il passato non può essere impunemente negato in nome dell’economia, della tecnologia o dello scientismo”.
Per questo, al giorno d''oggi, “il popolo di Dio è chiamato a partecipare alla storia umana anche con la difesa della ragione”, intesa come “la facoltà del vero”.
Infatti, “affermare l’efficacia della ragione non è 'totalmente altro' dall’annuncio evangelico; non significa diminuire il Vangelo per impicciarsi di argomenti di competenza altrui”, ha spiegato.
La Chiesa, dunque, “ricorda che il ruolo del passato ha rilievo ed ha un valore imprescindibile per l’oggi, pena lo sfaldamento dell’identità di una Nazione o di un Continente. Pena lo smarrimento personale e collettivo di un popolo che non sa più chi sia e dove vada”.
Perciò, ha concluso il Cardinale Bagnasco, “la sfida decisiva per noi cristiani oggi è la radicalità della nostra fede”.
Italia
A Roma il primo Festival internazionale sui “viaggi dello spirito”
Promosso dall'Opera Romana Pellegrinaggi dal 15 al 18 gennaio 2009
di Mirko Testa
ROMA, lunedì, 25 agosto 2008 (ZENIT.org).- Si terrà dal 15 al 18 gennaio 2009, presso la nuova Fiera di Roma, il primo Festival internazionale dedicato ai “viaggi” dello spirito, promosso dall'Opera romana pellegrinaggi (Orp).
Il “Journeys of the spirit festival” è una manifestazione che mira a celebrare i pellegrini e a coinvolgere tutti coloro che desiderano mettersi in cammino verso santuari e altri luoghi sacri, con lo scopo di stimolarli e contribuire alla loro crescita spirituale.
“Canta e cammina”, il tema scelto per la prima edizione di questo evento, che fonde insieme storia, spiritualità e tecnologia, riecheggia le parole di Sant'Agostino e descrive concretamente l'esperienza del pellegrinaggio.
Convegni, spettacoli e altre iniziative saranno al centro dell'evento che non ha carattere meramente turistico ma spirituale. Il festival offrirà anche ampi programmi destinati a giovani e a meno giovani, con lo scopo di informare, stimolare, riflettere ed evangelizzazre con gioia.
“Il tema del viaggio interiore – spiega padre Cesare Atuire, amministratore delegato dell'ORP – è importante per far sì che gli itinerari di fede siano diversi dalle molteplici offerte di turismo, che spesso non danno la possibilità di fare un'esperienza interiore, esperienza che permette di cercare la verità su noi stessi, su Dio e sul nostro mondo”.
Per padre Atuire il festival risponde a una domanda, oggi molto diffusa e sentita, di mettersi in viaggio motivati da uno slancio sia religioso sia spirituale. Allo stesso tempo, però, intende riqualificare il pellegrinaggio all'interno dell'industria del turismo.
L'inziativa rientra, inoltre, nei piani dell'ORP di fare di Roma un “hub” del turismo religioso, per chi è interessato a mete come Lourdes, Santiago di Compostela, Fatima, Czestochowa e Gerusalemme.
A questo proposito, oltre alla manifestazione, l'Opera Romana Pellegrinaggi ha istituito in sito Internet, www.jospfest.com. Il sito si va ad affiancare a quello già esistente (www.orpnet.org), ma con un diverso obiettivo: quello di creare una “finestra” sull'Opera Romana Pellegrinaggi e su tutti gli itinerari che essa propone, a partire da “Roma Cristiana”, con la visita alle basiliche papali e ad altri significativi luoghi sacri della città.
Un catalogo sfogliabile, nel quale si può accedere scegliendo da casa l'itinerario che si vuole percorrere, a seconda delle esigenze individuali, con la possibilità di prenotare i biglietti e effettuare i pagamenti on-line.
L'ORP, tramite il sito, vuole esaltare ai massimi livelli la vocazione di Roma, cuore del cristianesimo, creando una rete in grado di supportare la richiesta sempre più crescente di coloro che vengono a visitare la città, offrendo poi la possibilità, per chi lo desidera, di proseguire verso altri cammini spirituali.
Il pubblico e gli espositori di Josp Fest potranno aggirarsi tranquillamente all'interno dei 30 mila metri quadri del nuovo polo fieristico di Roma.
Lo spazio espositivo si articola in quattro padiglioni - “La Piazza delle Regioni italiane”, “I grandi itinerari della fede”, “Destinazioni e operatori”, ed “Eventi, comunicazione e nuove tecnologie” -, nei quali sono comprese cinque aree festival: “Meetings + Performances”, “Projections”, “Lounge + Readings”, “icafé” ed “Experience”.
Qui sarà possibile percorrere ed esplorare l'Italia, regione per regione utilizzando degli schermi interattivi, oppure vivere l'esperienza di camminare nel cuore della cristianità sopra dei tapis roulant; ma anche visitare i paesi, le mete religiose mondiali ed entrare in contatto con le aziende che li sostengono e li promuovono.
Finora, hanno confermato la loro partecipazione 60 Enti internazionali di turismo, gli Enti locali e le Regioni italiane, oltre a numerosi operatori del settore.
Le stime parlano di 30 mila visitatori: un numero destinato sicuramente a crescere. Si tratta in effetti della Fiera che apre l’anno, prima del Fitur di Madrid (28 gennaio-1 febbraio), della Bit di Milano (19-22 febbraio), dell’Itb di Berlino (11-15 marzo) e del Globe di Roma (19-21 marzo).
Interviste
Arcivescovo Ravasi: Lourdes disseta la sete di bellezza
Intervista con il Presidente del Pontificio Consiglio della Cultura
di Paolo Centofanti
CITTÀ DEL VATICANO, lunedì, 25 agosto, 2008 (ZENIT.org).- Quest'anno si celebra il 150° anniversario delle apparizioni della Vergine alla piccola Bernadette Soubirou. Papa Benedetto XVI si recherà in Francia visitando, dopo Parigi (dal 12 al 13 settembre), Lourdes e la grotta di Massabielle
In concomitanza con le celebrazioni, cresce il numero di pellegrini che si recano al Santuario, al punto che l'Unitalsi ha dovuto organizzare un maggior numero di "treni bianchi".
Si moltiplicano poi gli eventi destinati a commemorare l'evento, come il Congresso internazionale “I pellegrinaggi: percorsi storici, percorsi di fede e percorsi geografici”, che si svolgerà a Roma dal 17 al 19 settembre.
Per saperne di più sulle iniziative in corso, e per una analisi del "fenomeno" Lourdes e del suo valore per i credenti e le Chiesa, ZENIT ha intervistato monsignor Gianfranco Ravasi, Presidente del Pontificio Consiglio della Cultura e della Pontificia Commissione dei Beni Culturali.
Un colloquio amichevole, in cui monsignor Ravasi ha colto l'opportunità per parlare dell'importanza del sacro e della figura mariana nell'arte, e anticipare alcune iniziative promosse dai Dicasteri da lui presieduti.
Quest'anno si festeggiano i 150 anni dalle apparizioni di Lourdes. Quali sono le iniziative più importanti e quali le vostre eventuali attività o collaborazioni?
Mons. Ravasi: Dobbiamo dire che noi, strettamente parlando, non possiamo coprire ciò che viene fatto da parte di altri Dicasteri vaticani, che su un evento di questo genere investono molto di più, perché un po' fa parte della loro missione.
Vorrei segnalare soltanto due elementi che sono caratteristici del nostro Dicastero e che mi permettono forse di parlare anche di un'altra delle attività che il Pontificio Consiglio della Cultura realizza. Da un lato, e questo è un dato soltanto direi di cronaca, ma significativo, il Legato Pontificio per queste celebrazioni è il mio predecessore, il Cardinale Paul Poupard; quindi abbiamo in un certo senso simbolicamente la nostra presenza, attraverso colui che è stato una persona fondamentale nella costituzione di questo Dicastero e nella sua vita.
Vi è una seconda considerazione che vorrei fare, anche se non è direttamente collegata a questo evento di Lourdes. Noi, attraverso un nostro dipartimento, e attraverso poi un altro Dicastero che presiedo, che è la Pontificia Commissione dei Beni Culturali, ci interessiamo molto dell'arte. E l'arte naturalmente ha un orizzonte molto vasto, pensiamo per esempio che cos'è l'iconografia.
Ecco, io penso che si potrà, nell'interno di questo ambito, favorire sempre di più un'arte sacra, che abbia in sé una componente importante che, lo sappiamo, è la componente mariana; pensiamo che cos'è nella storia dell'arte la figura di Maria.
Finalità per le quali lei, con i suoi Dicasteri, sta portando avanti progetti specifici...
Mons. Ravasi: Sì. Vorrei innanzitutto ricordare un'idea che ho in un certo senso lanciato, anche se non come Pontificio Consiglio della Cultura, ma come Pontificia Commissione dei Beni Culturali: la probabile presenza, non diretta ma parallela, alla Biennale di Venezia del prossimo anno.
Questa presenza della Santa Sede, che vorrei realizzare, ha proprio lo scopo di favorire una nuova arte che tenga conto anche dei grandi soggetti religiosi, ivi compreso il soggetto mariano, e non solo.
Perché il dialogo con l'architettura c'è: le chiese moderne vengono costruite effettivamente da grandi architetti a livello internazionale, quali Renzo Piano, Mario Botta, Kenzo Tange, Tadao Ando, Alvaro Siza e altri.
Però queste chiese nell'interno o sono spoglie, perché hanno soltanto l'architettura della luce, o hanno immagini di cattivo gusto, oppure hanno la presenza dell'artigianato soltanto, e non invece, come accadeva in passato, grandi opere d'arte.
Pensiamo alle grandi chiese del Cinquecento, dell'arte barocca, che avevano in sé la meraviglia dell'architettura, ma anche la presenza di artisti come Bernini, per esempio, oppure Tiziano, Veronese. Pensiamo alle grandi chiese veneziane, quali presenze altissime hanno, dal punto di vista della storia dell'arte.
Ecco, io vorrei, attraverso questo esperimento che vogliamo realizzare con la Biennale di Venezia, sollecitare i grandi artisti contemporanei. Faccio solo qualche nome, per esempio negli Stati Uniti Bill Viola, Anish Kapoor per l'India, per l'Europa Jannis Kounellis.
Grandi artisti, che ritornino ancora a rappresentare le grandi immagini religiose, creando anche un interesse da parte della committenza stessa, cioè delle autorità ecclesiali, affinchè ripropongano ancora le grandi opere nell'interno delle loro chiese.
Un altro capitolo importante potrebbe essere poi anche il capitolo della cinematografia, in modo che ritorni ancora ad essere viva; una cinematografia che proponga non documentari di bassa qualità, ma che proponga per esempio il grande cinema, con le grandi domande. Pensiamo a nomi come Bergman, Bresson, Dreyer, o anche più vicino a noi Olmi, lo stesso Rossellini, che si era interessato di questi temi.
Come Pontificio Consiglio della Cultura abbiamo stimolato, costituito e favorito una scuola che porta il titolo di "Filmare l'invisibile", e che è attualmente a Guadalajara in Messico, e che ha sollecitato subito l'interesse della New York Film Academy e degli Universal Studios di Los Angeles; con entrambi ora siamo in collaborazione. Il che vuol dire che alla fine proporre una filmografia vuol dire sollecitare interessi molto maggiori di quanto si immagini.
Ecco forse l'arte potrebbe essere il modo per riproporre ancora la figura di Maria, ma anche la figura delle grandi immagini e dei grandi personaggi, a partire da Cristo naturalmente, della tradizione cristiana.
Qual è la specificità di Lourdes, e perché ancora oggi continua a essere così importante per i credenti?
Mons. Ravasi: Penso alla devozione mariana, che sappiamo essere una delle componenti caratteristiche della tradizione, non soltanto cattolica; pensiamo al mondo ortodosso, oppure anche a Lutero che aveva scritto un Magnificat di grande intensità, e parlava spessissimo con rispetto della "dolce madre di Cristo".
Al di là di questo, dell'elemento cioè strettamente religioso, immediato, legato alla figura della Madonna, e al di là, dobbiamo dire, della speranza che alla fine il pellegrino ha (anche a volte una speranza di guarigione), penso che una componente importante sia il tema della spiritualità e della religiosità.
E' per questo che Lourdes, più che non certi altri luoghi di apparizioni più clamorose, basati più su idee quasi di tipo sensazionale, sia invece il ritorno alla coscienza, alla spiritualità, alla liturgia, alla conversione. Difatti, penso che le grandi celebrazioni liturgiche di Lourdes siano celebrazioni esemplari, sia per la musica, sia per i canti, sia per la partecipazione.
Ecco, forse i santuari devono diventare come un grande luogo di esemplarità della vita di fede, un grande luogo in cui si annuncia la fede. E forse la presenza così numerosa e variegata di pellegrini, può diventare l'elemento che fa tornare questi pellegrini nelle loro terre con una carica interiore più viva.
Documenti
Intervento inaugurale del Cardinale Bagnasco al Meeting di Rimini
“La Chiesa, un popolo che fa storia”
RIMINI, lunedì, 25 agosto 2008 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito il testo dell'intervento pronunciato questa domenica dal Cardinale Angelo Bagnasco, Presidente della Conferenza Episcopale Italiano, per l'inaugurazione del Meeting di Rimini.
* * *
1. “Nella Chiesa mi trovo a casa”
Così diceva Georges Bernanos! E’ difficile vivere senza una casa intesa come spazio dove le dimensioni sono a misura d’uomo, sono riconosciute perché familiari, dove si coltivano gli affetti, dove esistono luoghi per raccogliersi, per sentirsi al riparo dalla “strada” pur necessaria e desiderata. Come scriveva Josef Pieper, l’uomo non può vivere sempre “sotto le stelle” (cfr Che cosa significa filosofare): ha bisogno della casa, del finito e del piccolo per ritrovarsi, riposare, ricuperare energie e riprendere il cammino sotto il cielo. Allo stesso modo, l’uomo ha bisogno della volta stellata, degli orizzonti sconfinati, della strada dove tutto si può incontrare e può accadere. Possiamo dire che l’uomo, come ha bisogno del suo “ambiente”, così ha bisogno del “mondo”: il primo per superare la dispersione e fare sintesi, il secondo per superare il ripiegamento e pensare in grande. In entrambi i casi l’uomo costruisce se stesso: egli infatti è un paradosso, creato finito ma programmato per l’infinito. E’ una linea di confine tra il tempo e l’eternità, è un desiderio incompiuto, un intrigo di ombre dove la luce è la stoffa di fondo.
La Chiesa è la nostra “casa”, l’ ambiente familiare dove rigeneriamo le forze e la speranza si alimenta. Ma – possiamo dire – che è anche il nostro “mondo” dove il cuore impara a pulsare oltre se stesso, e l’intelligenza è chiamata ad aprire gli orizzonti superando meandri e ottusità, particolarismi e divisioni. Nella Chiesa, infatti, incontriamo Cristo, il Verbo Eterno fatto carne, l’unico Salvatore. Egli ci dona la paternità di Dio, svela il segreto della gioia, il senso del vivere e del morire. Nella Chiesa incontriamo un popolo, corpo di Gesù: facciamo l’esperienza della universalità che ci porta fino ai confini della terra: “Si trovavano allora in Gerusalemme Giudei osservanti di ogni nazione che è sotto il cielo” (Atti 2,5). La duplice dimensione – piccolo e grande, finito e sconfinato, terra e cielo, tempo ed eternità – fa parte dell’essere della Chiesa che, come ricorda il Concilio Vaticano II, è “mistero”: mistero non perché realtà oscura e incomprensibile, ma perché è “sacramento”, realtà umana e divina insieme, lo spazio nel quale ogni uomo incontra veramente l’amore di Dio che si è offerto in Cristo: “La Chiesa è in Cristo come un sacramento, cioè segno e strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità del genere umano” (Lumen Gentium, 1).
La Chiesa, dunque, offre ad ogni credente l’esperienza della casa – la parrocchia, il gruppo, la comunità…- dove, a partire da Gesù, i volti noti, la conoscenza personale, l’amicizia concreta, l’ appartenenza cordiale, il confronto, la bellezza e la fatica delle relazioni umane, l’esercizio della pazienza e del perdono, la virtù della fiducia…sono pane quotidiano. Ma offre anche – dicevamo – il respiro dell’universalità perché diffusa sino ai confini della terra secondo il mandato del Signore.
Il respiro dell’umanità palpita con un duplice movimento, di ampiezza e di profondità. Il mondo intero – nei diversi popoli, nazioni, culture – approda nel sentire della Chiesa e diventa eco e ricchezza della sua voce. Di questa voce ricca e sinfonica - che il Vangelo illumina, purifica e valorizza attraverso il Magistero autentico - i credenti beneficiano, ne sono protagonisti e portatori.
Ma il mondo è presente nel cuore della Chiesa anche oltre la sua dilatazione geografica e temporale: se – per ipotesi – la presenza della Chiesa dovesse contrarsi e ridursi ad un punto ristretto della terra, ugualmente il suo respiro porterebbe l’eco dell’umanità intera, l’universalità del mondo. Infatti, il mandato di Gesù – “andate in tutto il mondo e predicate il Vangelo ad ogni
creatura”- non tocca solamente la geografia della terra, ma tocca innanzitutto la geografia dell’anima: i problemi spirituali e materiali, le questioni dell’agire morale, le idee, i grandi interrogativi, le incertezze, i mutamenti culturali, le svolte epocali…non sono solamente fuori dell’uomo, nell’ambiente della cultura e della società; ma sono dentro l’uomo, nel suo mondo interiore. Gli estremi confini della terra sono innanzitutto qui, negli orizzonti sconfinati dello spirito umano. Per questo il Concilio Vaticano II afferma con passione che “la gioia e la speranza, la tristezza e l’angoscia degli uomini d’oggi, soprattutto dei poveri e dei sofferenti, sono anche la gioia e la speranza, la tristezza e l’angoscia dei discepoli di Cristo, e non c’è nulla di veramente umano che non trovi eco nel loro cuore” (Gaudium et spes, 2). Questo orizzonte, che si dilata fino ai confini dell’uomo e dell’umanità, trova la sua radice nel mistero dell’Incarnazione del Figlio di Dio, che con l’incarnazione ha assunto l’umanità dell’uomo: “Si tratta dell’uomo in tutta la sua verità, nella sua piena dimensione – scrive Giovanni Paolo II -. Non si tratta dell’uomo , ma reale, dell’uomo e (…) Tale sollecitudine riguarda l’uomo intero (…), l’uomo nella sua unica e irripetibile realtà umana” (Giovanni Paolo II, Redemptor hominis, 13). Nulla dunque è estraneo a Dio, al suo interesse d’amore per ciò che è umano, sia nella sua dimensione individuale che pubblica. La Chiesa, che è il prolungamento di Cristo nel tempo, continua l’amore di Dio per il mondo sapendo che “l’uomo è la via della Chiesa” (ib.14); consapevole che “ in ragione del suo ufficio e della sua competenza, in nessuna maniera si confonde con la comunità politica e non è legata ad alcun sistema politico, (ma) è insieme il segno e la salvaguardia del carattere trascendente della persona umana” (Gaudium et spes, 76).
2. Fare storia
Cos’è la storia? Certamente non è la semplice cronaca quotidiana; questo è un aspetto soltanto, di superficie. Neppure , mi sembra, si può ridurre ai grandi eventi del mondo della politica, degli Stati: i trattati, gli incontri ad alto livello, le alleanze di tipo politico o economico, le solenni dichiarazioni, i conflitti e le guerre, gli accordi di pace. La storia è questo certamente, ma non “solo” questo, e neppure “soprattutto” questo. Mi sembra che gli accadimenti fanno storia in quanto sono espressione di ciò che potremmo chiamare un’altra storia, invisibile come sono le idee, ma concreta come i fatti che la cultura ispira. Possiamo dire che la storia è traduzione nei fatti di una visione spirituale e morale della realtà.
La storia è compito di ogni uomo. Tenendo conto di una dimensione che mi sembra costitutiva della storia, quella ideale e quella comunitaria, potremmo parlare di differenti livelli: delle singole persone, dei popoli, degli Stati.
- Innanzitutto delle persone; è questo il primo affluente della storia universale. La loro vita quotidiana fatta di gioie, speranze e dolori; di lavoro e famiglia; di affetti e rapporti.…non è mai storia solamente individuale. E’ sempre anche storia di tutti perché nessuno vive solo. Anche il più desolante isolamento esiste comunque dentro ad un contesto di relazioni dalle quali uno si esclude o è escluso, ma dove resta. La vita quotidiana fa storia proprio perché la persona in sé è “relazione”: negare questo è chiudere gli occhi all’evidenza in nome di una esasperazione tale dell’individuo e della sua autodeterminazione, da portare all’individualismo che azzera la persona stessa. Tornando al punto, l’esistenza di ciascuno tocca gli altri in qualche misura, crea legami e situazioni che coinvolgono poco o tanto; alimenta o contrasta la mentalità dominante, il sentire comune; interroga chi ne è testimone diretto o indiretto; testimonia valori, ispira comportamenti generali, crea istituzioni e opere, genera uno stile di vita frutto di un ethos di fondo. In sintesi, rende trasparente una certa visione dell’uomo e del mondo, della vita, della sofferenza e della morte: una visione universale, una weltanshaung. Senza sintesi non c’è storia, ma solo episodi. Nessuno dunque è invisibile: ciascuno partecipa al fluire del grande fiume umano, è protagonista: ed essere protagonista non è voglia di protagonismo, ma amore di identità..
- I popoli. I popoli, nella loro unità profonda, fanno storia avendo un raggio di azione e di efficacia più evidente dei singoli. Ma ci chiediamo, che tipo di efficacia ha un popolo nel contesto del mondo? Che cosa porta alla costruzione della storia umana? Aiuta a rispondere a queste domande l’esempio di grandi popolazioni come i Greci e i Romani. Guardando a questi popoli, ai quali siamo profondamente legati, viene da pensare alla loro cultura prima che alle loro imprese politiche, economiche e militari. E’ su questo piano, fatto di valori e di idee, che queste “genti” hanno inciso sulla storia. Basta pensare ai rapporti tra Roma, la Grecia e i popoli nordici e slavi. Prima che al genio dei capi, la storia è determinata dalle idee e dai valori, come accade per le singole persone. I valori sono l’anima della cultura, la carta d’identità di un popolo, Non sono una sua componente, ma il suo fattore principale. Il senso di appartenenza ad un popolo, ad una Nazione, dipende dal riconoscersi in un quadro di valori che riguardano la vita e la morte, il loro significato, non tanto i fini ma il fine. Se questo non esiste o è giudicato inconoscibile, quindi consegnato all’individualismo di ciascuno, che cosa potrà attrarre gli uomini perché si sentano appartenenti ad una realtà di popolo? Che cosa li potrà sollecitare a sacrificarsi fino al dono della vita per la comunità?
- Gli Stati. L’apparato politico e legislativo, le diverse espressioni dell’autorità statale, fanno storia e – a prima vista – appaiono come i primi e più importanti protagonisti della storia umana. Se questo è vero per un certo aspetto, non dobbiamo dimenticare quanto abbiamo ricordato sopra, gli altri livelli o protagonisti. I livelli sono differenti, ma reale è la loro incisività nel corso delle cose. Tra l’altro, non sempre nella storia i popoli hanno mostrato accondiscendenza verso le decisioni degli Stati, indirizzando gli eventi in modo diverso. Ciò sta a testimoniare quanto ogni Stato debba sapersi e volersi come espressione del popolo, sapendo che questo è specificato da un insieme di idee e valori di tipo spirituale ed etico che costituiscono “l’anima della Nazione”, la sua identità profonda. Qualora uno Stato dovesse tradire quest’anima, tradirebbe la gente in ciò che ha di più intimo e più suo. Colpirebbe ciò che consente ad una moltitudine di sentirsi “popolo” e ad un territorio di essere sentito come “casa”, “patria”. Tradire l’anima di un popolo – magari con processi corrosivi e subdoli – vuol dire sgretolare, in nome di qualche ideologia o disegno politico- economico, ciò che consente ad ognuno di sentirsi parte di un tutto; significa derubarlo di ciò in cui crede, che gli appartiene, che gli è stato tramandato come patrimonio, che è la sua forza unificante. Un patrimonio ideale che, nella pluralità delle forme ma nell’unità fondamentale del pensare e del sentire, permette di percepirsi “famiglia”. Per questo motivo, intaccare direttamente i valori spirituali e morali di una comunità e di un Paese, è attaccare la sua integrità e fare cattiva storia. Ma anche la diffusione di falsi miti, l’esaltazione dell’avere, la propaganda dell’ apparenza e del facile successo – in una parola, della menzogna – aggredisce la base valoriale di un popolo, lo svilisce nel suo sentire, e lo indebolisce nella sua capacità di futuro. Tutto viene confinato nell’angusto perimetro del presente: l’antico motto –“panem et circenses” – è noto come strategia per svuotare la mente e l’anima. Oggi, nello scenario occidentale, al posto di questo criterio – che ha un evidente costo economico - si potrebbe sostituire un altro motto, “fa tutto quello che vuoi”. Inteso in senso assoluto e individualistico, esso disgrega l’anima popolare e il senso di appartenenza ad una identità che crea comunione tra gli uomini e permette la comunità di vita. La storia che manifesta l’eclisse dello spirito va contro l’uomo, diventa “anti-storia”. Le luci e le ombre sono sempre intrecciate nel fluire del tempo, ma è necessario giudicare la storia. E’ necessario un criterio di giudizio per poter discernere i filoni luminosi da quelli oscuri, le linee evolutive e quelle che, invece, segnano retrocessioni anche gravi in ambiti vitali.
La convinzione che la direttrice di fondo della storia sia il progresso, e che perciò il bene venga sempre e solo dal futuro, è un pregiudizio diffuso e coltivato. Ma per smascherare il pregiudizio è necessario il giudizio con la sua libertà e il suo coraggio; soprattutto con la sua verità. Il criterio di giudizio non può essere che la verità dell’uomo, il bene autentico suo e della società: questo – il bene - è alla sua radice di natura spirituale ed etica, cioè “culturale”.
3. Una Chiesa di popolo
Il Signore Gesù ha istituito la Chiesa sui Dodici: la nostra fede si fonda, in ultimo, sulla loro esperienza di Cristo. Con Lui hanno condiviso fatica e riposo, fame e sete, successi e rifiuti; hanno ascoltato la sua parola all’aperto delle strade e dei monti, come nell’intimità del cenacolo; sul suo volto hanno fissato gli sguardi a volte fieri e a volte spauriti, alla ricerca dei suoi sentimenti, nel desiderio di scoprire il suo mistero interiore. A loro Egli ha lasciato il suo testamento, e dall’alto della croce ha svelato il vero volto di Dio – amore misericordioso – e il vero volto dell’uomo creato per amore e per amare. Al Padre ha elevato la sua accorata preghiera nella sera infinita e dolente del Cenacolo: “Come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi una cosa sola, perché il mondo creda che tu mi hai mandato” (Gv 17,21). E’ questa la natura della Chiesa e la prima, necessaria strada dell’evangelizzazione: l’unità dei fratelli che nasce dalla comunione con Cristo. Con il mistero dell’Incarnazione, il Figlio di Dio compie la redenzione e immette nella vita umana la vita divina, svelando che Dio – l’unico che veramente rispetta la libertà dell’uomo – copre l’intero orizzonte dell’esistenza con la verità esigente dell’ amore, e con l’amore caldo della verità. Ricorda che tutta la creazione porta l’impronta del Logos: “E Dio vide che era cosa buona” (Gen 1,10). La realtà lascia trasparire la luce del bene come il suo ordito più vero, il suo destino, e - quando la realtà è tenebrosa - come nostalgia o angosciata invocazione. Il Signore Gesù è la pienezza di questa luce divina che illumina il mondo, lo riscatta dalle ombre, lo apre alla speranza: grazie a Cristo crocifisso, anche il dolore innocente trova un senso.
Alla Chiesa – Corpo mistico – Gesù affida il suo Vangelo, parola di vita eterna, e le vie della grazia, i sacramenti. Al Magistero dei Successori dei Dodici, stretti attorno al Successore di Pietro, affida l’autenticità della fede che sale dalle origini, gli Apostoli. Chi incontra Cristo, il Crocifisso glorioso, scopre il cuore di Dio: “Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito” (Gv 3,16). In questa sovrabbondanza d’amore, si racchiude il senso della redenzione e il significato della storia umana. E’ una “aletheia”, una verità che si disvela nel Vangelo, ma non è una sorta di gnosi, di conoscenza misterica per pochi iniziati. E’ bensì la conseguenza di un incontro decisivo che cambia la vita del credente. E’ il frutto di un’amicizia personale con Cristo, un’amicizia che si rinnova ogni giorno; credere non significa aderire ad una dottrina, ma vivere riferiti a Lui che ci dona il suo amore e il suo pensiero: “Ora noi abbiamo il pensiero di Cristo” (1 Cor 2,16). Quando l’Apostolo Pietro – a Gesù che chiede “Volete andarvene anche voi?” – risponde a nome di tutti – “Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna” (Gv 6,67-68) – non indica solo una nuova dottrina insegnata con autorità (cfr Mc 1,27), ma dice che quella verità che illumina e salva è Lui stesso, il Signore, è la sua persona concreta. Con Lui essi vivono, di Lui sperimentano la compagnia, per Lui lasciano padre, madre, figli e campi (cfr Mt 19,29). Dentro a questa esperienza essi trovano se stessi, il loro presente e il futuro, il tempo e l’eternità. Con Lui, nella luce della sua parola e della sua presenza, scoprono il senso vero dello stare insieme come Chiesa e come società. Scoprono un modo nuovo di vedere le cose, la vita, gli altri, il mondo, i valori. Per questo fanno storia sia come singoli che come gruppo, come popolo di credenti.
Gli Atti degli Apostoli testimoniano questo modo diverso di essere nel mondo, di fare storia, una storia più umana perché fatta con Cristo. Un modo che, ad esempio, è rispettoso dell’autorità dell’Imperatore, ma nella verità: solo a Dio va il culto e l’adorazione. Un modo che ha al centro la persona nella sua corporeità e nella sua trascendenza spirituale, che mai può essere ridotta a strumento poiché immagine e somiglianza di Dio, redenta dal sangue di Cristo. Il Vangelo non è per pochi iniziati, ma per tutti; così la Chiesa non è per delle elites ma Chiesa di popolo: “Andate in tutto il mondo e predicate il Vangelo ad ogni creatura” (Mc 16,15). La sua cattolicità è la sua universalità.
4. Sale e luce della storia
“Voi siete il sale della terra (…) voi siete la luce della mondo” (Mt 5, 13-14). Le parole di Gesù sono chiare e non ammettono sofismi: per annunciare il Vangelo, è necessario che i cristiani siano dentro al mondo pur senza assimilarsi al mondo (cfr Gv 17-14).
Il vero, unico sale della storia è Cristo: egli solo preserva dalla corruzione della morte e restituisce all’universo il sapore delle origini, il gusto del pane appena uscito dalle mani del Creatore. Gesù non esorta i discepoli perché “siano” sale e luce, ma dichiara che essi “sono” sale e luce. E’ dunque un dato di fatto che egli indica: dice non ciò che ha fatto per loro, ma ciò che ha fatto di loro.
4.1. L’immagine del sale indica la via della “discesa”, del nascondimento, della condivisone quotidiana, paziente e fiduciosa, della vita della gente. In una parola suggerisce l’incarnazione nel mondo. Le innumerevoli Parrocchie in Italia, i sacerdoti, i religiosi e le religiose, i diaconi permanenti, i gruppi, le associazioni e i movimenti, i moltissimi laici che – singolarmente o organizzati – sono presenti con la testimonianza e la fantasia della carità, dell’evangelizzazione e della catechesi, le scuole cattoliche, gli ospedali, le molteplici iniziative di incontro, di annuncio, di preghiera, di educazione e di assistenza ai bisognosi…non esprimono forse la realtà del sale di cui parla Gesù? Non sono forse segni permanenti di una prossimità capillare e quotidiana al popolo, che quindi si sente un popolo che è Chiesa? Non sono forse espressione di una storia che nasce e si alimenta del pensiero di Cristo?
Non è la voglia di mondano protagonismo che muove la Chiesa fin dalle sue origini, ma il bisogno del cuore: l’amore a Cristo, all’uomo, al mondo nel quale la Chiesa è fatta carne. Cercare di vivere secondo il Vangelo, secondo la visione della vita e del mondo che ha ricevuto, crea una storia che – come il sale – vive nella storia umana, s’ intreccia con essa e la contagia elevandola ad una pienezza altrimenti irraggiungibile: “Se Dio non esiste, tutto è permesso”, scrive F. Dostoevskij nei “Fratelli Karamazov”.
4.2. Ma l’immagine del sale deve essere completata da quella della luce: la luce dona alle cose il loro volto. Nel buio tutto è indistinto, regna la confusione, si perde la strada. La luce suggerisce dunque la visibilità della presenza cristiana: se non c’è visibilità senza conoscere e condividere la vita concreta degli uomini, non c’è neppure condivisione senza una qualche visibilità personale e comunitaria che sia risposta e profezia. Le opere della Chiesa, che ho sopra ricordato, sono il segno dell’essere sale per un verso e luce per un altro.
Oggi, come in altri periodi della storia, si vuole che la Chiesa rimanga in chiesa. Il culto e la carità sono apprezzati anche dalla mentalità laicista: in fondo – si pensa - la preghiera non fa male a nessuno e la carità fa bene a tutti. In altri termini, si vorrebbe negare la dimensione pubblica della fede concedendone la possibilità nel privato. A tutti si riconosce come sacra la libertà di coscienza, ma dai cattolici a volte si pretende che essi prescindano dalla fede che forma la loro coscienza.
I credenti sono luce tenendo alta la verità del Vangelo, l’annuncio di Gesù, la grande speranza come ricorda il Santo Padre Benedetto XVI (cfr Spe salvi, n. 27). Se i mali di oggi derivano dal rifiuto di Cristo, la missione della Chiesa è quella di essere ancor più missionaria ricordando da un lato l’Apostolo Paolo - “Guai a me se non predicassi il Vangelo” (1 Cor 9,16) – e dall’altro l’assicurazione di Gesù: “Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt 28,20).
Il Santo Padre, in una intervista alla televisione tedesca, diceva che è necessario “rendere visibile il Dio col volto umano di Gesù Cristo – poiché quando vediamo Gesù vediamo Dio – offrendo così agli uomini l’accesso a quelle fonti senza le quali la morale si isterilisce e perde i suoi riferimenti” (Intervista 14.8.2006). E urgente che attraverso la testimonianza e l’annuncio emerga “quel grande che in Gesù Cristo Dio ha detto all’uomo e alla sua vita, all’amore umano, alla
nostra libertà e alla nostra intelligenza; come, pertanto, la fede nel Dio dal volto umano porti la gioia al mondo. Il cristianesimo è infatti aperto a tutto ciò che di giusto, vero e puro vi è nelle culture e nelle civiltà, a ciò che allieta, consola e fortifica la nostra esistenza” (Benedetto XVI, Discorso al Convegno Ecclesiale di Verona, 19.10.2006).
4.3. Oggi, però, il popolo di Dio è chiamato a partecipare alla storia umana anche con la difesa della ragione. Può sembrare singolare che la fede difenda la ragione, ma – come già ho detto – Cristo salva l’uomo nella sua interezza. Il relativismo, che il Papa richiama come un tarlo della società e della storia occidentale, richiede la luce della ragione intesa come la facoltà del vero. Affermare l’efficacia della ragione non è “totalmente altro” dall’annuncio evangelico; non significa diminuire il Vangelo per impicciarsi di argomenti di competenza altrui. E’ intrinsecamente connesso: fede e ragione si richiamano a vicenda, sono implicati reciprocamente nell’unità della persona, “ragione e fede hanno bisogno l’una dell’altra per realizzare la loro vera natura e la loro missione” (Benedetto XVI, Spe salvi, 23).
Si potrebbe pensare che nell’epoca del pluralismo culturale sia arrogante giudicare gli eventi della storia con la verità del Vangelo, che sia un atteggiamento di intellettuale fondamentalismo. Ci si chiede se la verità morale, legata ad una scelta religiosa, possa ispirare l’ordinamento civile
valido per tutti. E’ una questione giusta e delicata. Se è gravemente ingiusto tradurre in termini di ordinamento pubblico certe scelte etico-religiose, è scorretto ridurre ogni posizione assunta dai credenti a scelta “confessionale”, e quindi totalmente individuale e privata. Certi valori - come nel campo della vita umana e della famiglia, della concezione della persona, della libertà e dello Stato - anche se sono illuminati dalla fede, sono anzitutto bagaglio della buona ragione. Cicerone scrive: “Certamente esiste una vera legge: è la retta ragione. Essa è conforme alla natura, la si trova in tutti gli uomini; è immutabile ed eterna; i suoi precetti chiamano ai doveri; i suoi divieti trattengono dall’errore” (La Repubblica, 2, 22, 33).
Nel Messaggio per la 40° Giornata Mondiale della Pace (1 gennaio 2008), il Santo Padre ha ricordato anche i sessant’anni della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani dell’ONU, e ha scritto: “I diritti enunciati nella Carta sono espressione ed esplicitazione della legge naturale, iscritta nel cuore dell’essere umano e a lui manifestata dalla ragione (…) La norma giuridica (…) ha come criterio la norma morale basata sulla natura delle cose. La ragione umana, peraltro, è capace di discernerla, almeno nelle sue esigenze fondamentali, risalendo così alla Ragione creatrice di Dio (…) Pur con perplessità e incertezze, (l’uomo) può giungere a scoprire, almeno nelle sue linee essenziali, questa legge morale comune che, al di là delle differenze culturali, permette agli essere umani di capirsi tra loro circa gli aspetti più importanti del bene e del male, del giusto e dell’ ingiusto” (1.1.2008). Anche l’enciclica Veritatis Splendor afferma che “l’uomo può riconoscere il bene e il male grazie a quel discernimento del bene e del male che egli stesso opera mediante la sua ragione” (n. 44).
5. Custodia e memoria
La Chiesa fa storia e, come sale e lievito, partecipa alla costruzione della storia universale. La Chiesa custodisce, infatti, la memoria della storia dell’uomo fin dalle origini: la memoria della sua creazione, della sua dignità e della sua caduta. La memoria della sua redenzione in Cristo. E’ da questa memoria che essa guarda la storia vedendola sempre come storia di salvezza. Per questo la visione che ne ha il cristianesimo non è solo “orizzontale”, ma anche “verticale”: a scrivere la storia non sono solo gli uomini. Con loro scrive anche Dio: con l’incarnazione, Dio è entrato nel tempo e da nessun luogo è ormai “assente”. Anche là dove vince il male, Cristo è presente e porta la croce con gli uomini; la porta e le dona un senso di eternità e di vita. La storia da allora è attraversata da una promessa che è anche una presenza: Dio salva gli uomini rispettandone la libertà ma non cessando di amarli. Il tempo non è un eterno ritorno del medesimo, ma una linea aperta che, pur tra errori e incertezze, cammina verso il suo compimento di felicità e di vita. Questa visione di speranza e di fiducia è propria della Chiesa, ma è a disposizione non solo dei credenti, lo è anche del mondo.
Sull’esempio di Maria, la Chiesa come madre custodisce nel cuore la storia dei suoi figli e dell’umanità. E’ una memoria viva che cresce con la testimonianza degli apostoli consacrata dai martiri: la Tradizione non è altro, infatti, che l’impegno della Chiesa di tramandare intatto il mistero di Cristo e del suo pensiero: “E lui (lo Spirito Santo) vi insegnerà ogni cosa, e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto” (Gv 14,26).
Nella luce di questa memoria - dove fede e ragione si incontrano in modo virtuoso - il popolo di Dio affronta la vita e il mondo; crea opere, pone giudizi, plasma rapporti e gruppi; ispira mentalità e motiva valori, guarda al futuro con fiducia, convinto che tutto si compirà nell’evidenza della luce. Appunto, crea storia. Nessuno è escluso, né persone, né cose, né culture: lo dice il cammino dell’Europa se guardato con occhi sereni. A partire da questa memoria custodita e amata, lo storia ruota attorno alla concezione dell’uomo, che nel Cristianesimo giunge alla sua pienezza e che sta alla base dell’umanesimo europeo. Si può giustamente rilevare che ciò non ha impedito errori e orrori in Europa; ma, a ben pensare, se ciò è accaduto non è stato perché sia stata troppo cristiana, ma perché lo è stata troppo poco.
La Chiesa dice al mondo – in particolare oggi all’Europa – che il passato non può essere impunemente negato in nome dell’economia, della tecnologia o dello scientismo. Ricorda che il ruolo del passato ha rilievo ed ha un valore imprescindibile per l’oggi, pena lo sfaldamento dell’identità di una Nazione o di un Continente. Pena lo smarrimento personale e collettivo di un popolo che non sa più chi sia e dove vada. Invita tutti a riprendere il bandolo del proprio passato con i suoi grandi tratti distintivi per potersi pensare di nuovo come un intero, e così progettare il futuro affrontando senza paure o complessi, a viso alto, le sfide della modernità; senza rincorrere i “vicini di casa” considerati sempre e comunque migliori, più avanzati, più moderni di noi. La Chiesa ricorda al secolarismo e al laicismo che pretendere di costruire la storia senza Dio è costruirla contro l’uomo. Ricorda al nostro vecchio e amato continente che il resto del mondo guarda con sospetto questa pretesa, la sente come una presunzione innaturale e pericolosa, intuisce che racchiude in sé il germe del disfacimento spirituale e morale, dell’oscuramento dell’anima, che non riguarda solo gli individui, ma i popoli, la loro stessa possibilità di esistere.
Porto, a conclusione di queste considerazioni, due testimonianze: di un convertito al cattolicesimo ( Tomas Eliot), e di un ebreo neo hegeliano, Karl Lovith.
“La forza dominante nella creazione di una cultura comune tra i popoli, ciascuno dei quali abbia una cultura distinta, è la religione. Vi prego, a questo punto, di non compiere un errore anticipando quel che intendo dire. Questa non è una conversazione religiosa, né mi dispongo a convertire alcuno. Mi limito a constatare un fatto. Non mi interesso molto della comunione dei cristiani credenti ai giorni nostri; parlo della comune tradizione cristiana che ha fatto l’Europa quella che è, e dei comuni elementi culturali che questa cristianità ha portato con sé (…) Un singolo europeo può non credere che la fede cristiana sia vera, e tuttavia tutto ciò che egli dice e fa, scaturirà dalla parte della cultura cristiana di cui è erede, e da quella trarrà significato. Solamente una cultura cristiana avrebbe potuto produrre un Voltaire e un Nietzsche. Non credo che la cultura dell’Europa potrebbe sopravvivere alla sparizione completa della fede cristiana (…) Se il cristianesimo se ne va, se ne va tutta la nostra cultura” (T.Eliot, Appunti per una definizione della cultura in Opere, Classici Bompiani 2003, pagg. 638-639).
“Il mondo storico – scrive Karl Lovith - in cui si è potuto formare il pregiudizio che chiunque abbia un volto umano possieda come tale la dignità e il destino di essere uomo, non è originariamente il mondo (…) del Rinascimento, ma il mondo del Cristianesimo, in cui l’uomo ha ritrovato attraverso l’Uomo-Dio, Cristo, la sua posizione di fronte a sé e al prossimo. L’immagine che sola fa dell’homo del mondo europeo un uomo, è sostanzialmente determinata dall’idea che il cristiano ha di sé, quale immagine di Dio (…) Questo riferimento storico (…) risulta indirettamente chiaro, per il fatto che soltanto con l’affievolirsi del cristianesimo è divenuta problematica anche l’umanità” (Karl Lovith, Da Hegel a Nietzsche, Biblioteca Einaudi 1994, pag. 482).
Tornando all’Europa, sta qui la radice dell’ umanesimo del quale è in debito con tutti. Un umanesimo non nominalistico ma integrale, concreto e fondato in modo trascendente. “Non tutti gli
umanesimi, infatti, sono equivalenti sotto il profilo morale – diceva Benedetto XVI ai Vescovi sloveni in visita ad limina – Non mi riferisco qui agli aspetti religiosi, mi limito a quelli etico-sociali. A seconda della visione di uomo che si adotta, infatti, si hanno conseguenze diverse per la convivenza civile. Se, per esempio, si concepisce l’uomo, secondo una tendenza oggi diffusa, in modo individualistico, come giustificare lo sforzo per la costruzione di una comunità giusta e solidale?” (24.1.2008).
Concludiamo con le parole di Gesù; non “si mette vino nuovo in otri vecchi, altrimenti si rompono gli otri e il vino si versa, e gli otri van perduti. Ma si mette vino nuovo in otri nuovi, e così l’uno e gli altri si conservano” (Mt 9,17). Il Vangelo è entrato nella storia com
ViviCentro (art. 19 e 21)
La libertà di stampa è una benedizione quando siamo inclini a scrivere contro gli altri, e una calamità quando ci troviamo ad essere sopraffatti dalla moltitudine dei nostri assalitori. (Samuel Johnson).
Ingrid Betancourt sarà ricevuta in udienza dal Papa
Il Papa benedirà il mosaico raffigurante Giovanni Paolo II
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DOCUMENTI
Intervento inaugurale del Cardinale Bagnasco al Meeting di Rimini
Santa Sede
Ingrid Betancourt sarà ricevuta in udienza dal Papa
Il 1° settembre prossimo, nella residenza di Castel Gandolfo
CITTA' DEL VATICANO, lunedì, 25 agosto, 2008 (ZENIT.org).- Ingrid Betancourt, la donna franco-colombiana tenuta in ostaggio oltre 6 anni e rilasciata il 2 luglio scorso, sarà in Italia dal 1° al 3 settembre.
In quell'occasione verrà ricevuta insieme ai suoi familiari in udienza da Benedetto XVI, nella tarda mattinata del 1° settembre, nella sua residenza estiva a Castel Gandolfo, ha fatto sapere l'agenzia AFP.
Il Papa ha più volte chiesto la sua liberazione e quella degli altri ostaggi nelle mani delle Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia (FARC) come nel ricevere le lettere credenziali dell'ambasciatore di Colombia presso la Santa Sede, Juan Gómez Martínez, il 9 febbraio 2007, o nel suo messaggio al Corpo diplomatico, l'8 gennaio dello stesso anno.
Il 3 settembre la ex candidata alle presidenziali della Colombia sarà invece a Firenze, ospite del sindaco Leonardo Domenici, per ricevere la cittadinanza onoraria e il “Giglio d'Oro”. Durante la sua permanenza in Italia incontrerà anche il Presidente della Camera Gianfranco Fini, il Ministro degli Esteri, Franco Frattini, e il leader del Partito democratico Walter Veltroni.
Il Papa benedirà il mosaico raffigurante Giovanni Paolo II
CITTA' DEL VATICANO, lunedì, 25 agosto, 2008 (ZENIT.org).- Mercoledì 27 agosto, in occasione della tradizionale Udienza generale, il Santo Padre benedirà il mosaico raffigurante Giovanni Paolo II, realizzato nello Studio del Mosaico Vaticano.
Si tratta del primo – dopo il tondo a mosaico con l'effige del Pontefice posto nella Basilica di San Paolo fuori le Mura – ritratto in mosaico del Servo di Dio realizzato nel prestigioso laboratorio vaticano, nato nel XVI secolo, che si occupa della conservazione e del restauro dei mosaici che ricoprono la Basilica di San Pietro e la realizzazione di opere musive per la vendita al pubblico.
Il mosaico dalle dimensioni 130x145 cm, composto da circa 25.000 elementi rappresenta il Santo Padre nella preghiera e sarà collocato sulla parete esterna della cappella di San Carlo Borromeo nella Chiesa parrocchiale di Niepolomicele, nell'arcidiocesi di Cracovia.
La città di Niepolomice con la chiesa e il castello reale è stata eretta nel XIV sec. dal re Casimiro il Grande. Quest’anno festeggia il 650° anniversario della fondazione della Chiesa.
La città di Niepolomice ha sempre avuto un legame speciale con Giovanni Paolo II, perché durante tutto il suo ministero episcopale il Papa polacco si è recato parecchie volte alla chiesa per pregare il suo santo patrono.
In occasione della morte del Pontefice gli abitanti hanno affisso sulla parete della chiesa la foto del loro amato Papa, dove ininterrottamente continuano a posare fiori e lumini.
Nel maggio dell’anno scorso è stata inoltrata da parte del parroco di Niepolomice, don Stanislaw Mika e del sindaco della città, il sig. Stanislaw Kracik, una richiesta al Cardinale Angelo Comastri, Presidente della Fabbrica di San Pietro, per realizzare un mosaico di Giovanni Paolo II nello Studio del Mosaico Vaticano.
La richiesta è stata subito accettata e il Cardinale Comastri, che è anche Arciprete della Basilica Vaticana, ha supervisionato di persona l’esecuzione dei lavori nelle sue varie fasi.
Durante uno degli incontri con i rappresentati di Niepolomice, il porporato ha sottolineato che questo mosaico costituisce un dono prezioso non solo per la città di Niepolomice ma per tutta la Polonia.
La solenne inaugurazione del mosaico avrà luogo il 2 ottobre, a Niepolomice, e sarà presieduta dal Cardinale Stanislaw Dziwisz, attuale Arcivescovo di Cracovia, che fu al fianco del Papa polacco come segretario particolare per 39 anni.
Notizie dal mondo
Si chiudono le Olimpiadi, arrestato un nuovo Vescovo in Cina
Monsignor Julius Jia Zhiguo della diocesi di Zhengding (Hebei)
PECHINO, lunedì, 25 agosto, 2008 (ZENIT.org).- Nel giorno della chiusura delle Olimpiadi, monsignor Julius Jia Zhiguo, Vescovo di Zhengding (Hebei), è stato portato via dalla polizia in un luogo sconosciuto, secondo quanto hanno fatto sapere diversi organi di stampa.
Il Vescovo si trovava da mesi agli arresti domiciliari, informano l'agenzia AsiaNews, organo informatio del Pontificio Istituto per le Missioni Estere, e la Cardinal Kung Foundation.
AsiaNews riferisce inoltre che "il Vescovo ha celebrato la messa domenicale, alla presenza di alcuni fedeli nella cattedrale di Wuqiu. Alle 10 di mattina, 4 poliziotti sono entrati nella chiesa e lo hanno trascinato via senza dire nulla. I fedeli non sanno nulla del luogo in cui si trova né dei motivi di questo arresto".
Secondo quest'agenzia, "durante il periodo delle Olimpiadi il governo aveva costretto agli arresti domiciliari molti Vescovi e sacerdoti della Chiesa sotterranea”, alla quale aderiscono tutti i fedeli che, non accettando il controllo da parte dell'Associazione patriottica, organo del Partito comunista, praticano la fede in strutture non registrate e quindi non ufficiali, rischiando di essere puniti per azioni “illegali” e “di disturbo dell’ordine pubblico”.
“Lo stesso monsignor Jia era vigilato 24 ore su 24 – ricorda AsiaNews –. La polizia aveva perfino costruito una baracca davanti alla casa del Vescovo per facilitare la guardia giorno e notte, con turni di veglia e di sonno".
"La pubblica sicurezza aveva proibito ogni raduno dei cristiani durante il periodo delle Olimpiadi, per evitare tensioni e problemi di immagine alla Cina – si legge poi –. Ma un migliaio di fedeli della diocesi di Zhengding, sfidando il divieto, si sono radunati il giorno dell'Assunta nella cattedrale”.
“La polizia, per evitare conflitti, ha ordinato al Vescovo di celebrare la messa, rimanendo nel cortile della chiesa”.
Monsignor Jia, 73 anni, ha passato 15 anni in prigione (dal 1963 al 1978). Dal 1989 in poi si trova sotto stretto controllo della polizia. In tutti questi anni è stato arrestato e poi liberato almeno 11 volte. Quella di ieri è la dodicesima.
In passato il Vaticano ha spesso perorato la causa della sua libertà. La sua diocesi conta 110 mila cattolici, almeno 80 sacerdoti e più di 90 suore.
Zhengding is è un piccolo villaggio situato a più di 100 km a sud di Pechino.
“Il Vescovo Jia si prende cura approssimativamente di 100 orfani portatori di handicap che sono stati abbandonati. Questo orfanotrofio ha assolutamente bisogno di sostegno finanziario e medico”, fa sapere il Cardinal Kung Foundation.
Meeting di Rimini
La Chiesa, una identità che fa la storia
Il Cardinale Bagnasco inaugura il Meeting di Rimini
di Mirko Testa
RIMINI, lunedì, 25 agosto 2008 (ZENIT.org).- Per i cristiani, esseri protagonisti significa scoprirsi popolo in cammino, con un volto, una identità da custodire e un destino unico e irripetibile da condividere.
E' quanto ha detto in sintesi il Cardinale Angelo Bagnasco, Presidente della Conferenza Episcopale Italiana (CEI), nell'inaugurare domenica nella sala grande della Fiera di Rimini, la 29° edizione del Meeting che quest'anno ha per tema: “O protagonisti o nessuno”.
“Essere protagonista non è voglia di protagonismo, ma amore di identità”, ha spiegato il Cardinale che in un intervento di ampio respiro ha tracciato il solco per le riflessioni che si alterneranno in questi giorni, nel fitto calendario di centoventisei tra incontri e dibattiti, volte a stimolare un confronto sul concetto di persona.
“La Chiesa, un popolo che fa storia” è stato il titolo che il Cardinale Angelo Bagnasco ha scelto per il suo discorso programmatico più volte interrotto dai lunghi applausi delle circa seimila persone presenti in sala.
E proprio a partire dalla ricerca del soggetto della storia umana che il porporato ha parlato innanzitutto dell'individuo come centro di relazioni e “primo affluente della storia universale”, perché “nessuno è invisibile” e “ciascuno [...] è protagonista”; passando poi al popolo come anima di una cultura, la cui identità si fonda sui valori; fino ad arrivare allo Stato, che “dev'essere l'espressione di un popolo, l'anima della nazione”.
Perché, ha sottolineato, “qualora uno Stato dovesse tradire quest'anima, tradirebbe la gente in ciò che ha di più intimo e più suo”.
A questo punto, Bagnasco ha individuato nei falsi miti dell'apparenza e del facile successo, fondati sull'individualismo sfrenato, le insidie maggiori alla “base valoriale di un popolo”, capaci di disgregare “l’anima popolare e il senso di appartenenza ad una identità che crea comunione tra gli uomini e permette la comunità di vita”.
Ecco che “la storia che manifesta l’eclisse dello spirito va contro l’uomo, diventa “anti-storia”, e allo stesso tempo “intaccare direttamente i valori spirituali e morali di una comunità e di un Paese, è attaccare la sua integrità e fare cattiva storia”.
Successivamente, il Cardinale si è interrogato sull'identità del cristiano, che deve essere dentro al mondo ma senza omologarsi ad esso, perché “il Vangelo non è per pochi iniziati, ma per tutti; così la Chiesa non è per delle elites ma Chiesa di popolo”.
A questo proposito, Bagnasco ha utilizzato l'immagine del “sale”, come “via della 'discesa', del nascondimento, della condivisone quotidiana, paziente e fiduciosa, della vita della gente”, che trova la sintesi più alta in Cristo che solo “restituisce all’universo il sapore delle origini”.
Tuttavia, ha precisato, l’immagine del sale deve essere completata da quella della luce, che suggerisce “la visibilità della presenza cristiana”, in un momento in cui “si vuole che la Chiesa rimanga in chiesa”.
La Chiesa svolge infatti un ruolo decisivo nella costruzione della storia, perché, “come sale e lievito, partecipa alla costruzione della storia universale”, mentre ne custodisce la memoria: “la memoria della sua creazione, della sua dignità e della sua caduta. La memoria della sua redenzione in Cristo”.
“E’ da questa memoria che essa guarda la storia vedendola sempre come storia di salvezza”, ha poi aggiunto. “Una visione di speranza e di fiducia” che è propria della Chiesa, ma che è anche a disposizione non solo dei credenti.
“A partire da questa memoria custodita e amata – ha quindi proseguito –, lo storia ruota attorno alla concezione dell’uomo, che nel Cristianesimo giunge alla sua pienezza e che sta alla base dell’umanesimo europeo”.
“La Chiesa dice al mondo – in particolare oggi all’Europa – che il passato non può essere impunemente negato in nome dell’economia, della tecnologia o dello scientismo”.
Per questo, al giorno d''oggi, “il popolo di Dio è chiamato a partecipare alla storia umana anche con la difesa della ragione”, intesa come “la facoltà del vero”.
Infatti, “affermare l’efficacia della ragione non è 'totalmente altro' dall’annuncio evangelico; non significa diminuire il Vangelo per impicciarsi di argomenti di competenza altrui”, ha spiegato.
La Chiesa, dunque, “ricorda che il ruolo del passato ha rilievo ed ha un valore imprescindibile per l’oggi, pena lo sfaldamento dell’identità di una Nazione o di un Continente. Pena lo smarrimento personale e collettivo di un popolo che non sa più chi sia e dove vada”.
Perciò, ha concluso il Cardinale Bagnasco, “la sfida decisiva per noi cristiani oggi è la radicalità della nostra fede”.
Italia
A Roma il primo Festival internazionale sui “viaggi dello spirito”
Promosso dall'Opera Romana Pellegrinaggi dal 15 al 18 gennaio 2009
di Mirko Testa
ROMA, lunedì, 25 agosto 2008 (ZENIT.org).- Si terrà dal 15 al 18 gennaio 2009, presso la nuova Fiera di Roma, il primo Festival internazionale dedicato ai “viaggi” dello spirito, promosso dall'Opera romana pellegrinaggi (Orp).
Il “Journeys of the spirit festival” è una manifestazione che mira a celebrare i pellegrini e a coinvolgere tutti coloro che desiderano mettersi in cammino verso santuari e altri luoghi sacri, con lo scopo di stimolarli e contribuire alla loro crescita spirituale.
“Canta e cammina”, il tema scelto per la prima edizione di questo evento, che fonde insieme storia, spiritualità e tecnologia, riecheggia le parole di Sant'Agostino e descrive concretamente l'esperienza del pellegrinaggio.
Convegni, spettacoli e altre iniziative saranno al centro dell'evento che non ha carattere meramente turistico ma spirituale. Il festival offrirà anche ampi programmi destinati a giovani e a meno giovani, con lo scopo di informare, stimolare, riflettere ed evangelizzazre con gioia.
“Il tema del viaggio interiore – spiega padre Cesare Atuire, amministratore delegato dell'ORP – è importante per far sì che gli itinerari di fede siano diversi dalle molteplici offerte di turismo, che spesso non danno la possibilità di fare un'esperienza interiore, esperienza che permette di cercare la verità su noi stessi, su Dio e sul nostro mondo”.
Per padre Atuire il festival risponde a una domanda, oggi molto diffusa e sentita, di mettersi in viaggio motivati da uno slancio sia religioso sia spirituale. Allo stesso tempo, però, intende riqualificare il pellegrinaggio all'interno dell'industria del turismo.
L'inziativa rientra, inoltre, nei piani dell'ORP di fare di Roma un “hub” del turismo religioso, per chi è interessato a mete come Lourdes, Santiago di Compostela, Fatima, Czestochowa e Gerusalemme.
A questo proposito, oltre alla manifestazione, l'Opera Romana Pellegrinaggi ha istituito in sito Internet, www.jospfest.com. Il sito si va ad affiancare a quello già esistente (www.orpnet.org), ma con un diverso obiettivo: quello di creare una “finestra” sull'Opera Romana Pellegrinaggi e su tutti gli itinerari che essa propone, a partire da “Roma Cristiana”, con la visita alle basiliche papali e ad altri significativi luoghi sacri della città.
Un catalogo sfogliabile, nel quale si può accedere scegliendo da casa l'itinerario che si vuole percorrere, a seconda delle esigenze individuali, con la possibilità di prenotare i biglietti e effettuare i pagamenti on-line.
L'ORP, tramite il sito, vuole esaltare ai massimi livelli la vocazione di Roma, cuore del cristianesimo, creando una rete in grado di supportare la richiesta sempre più crescente di coloro che vengono a visitare la città, offrendo poi la possibilità, per chi lo desidera, di proseguire verso altri cammini spirituali.
Il pubblico e gli espositori di Josp Fest potranno aggirarsi tranquillamente all'interno dei 30 mila metri quadri del nuovo polo fieristico di Roma.
Lo spazio espositivo si articola in quattro padiglioni - “La Piazza delle Regioni italiane”, “I grandi itinerari della fede”, “Destinazioni e operatori”, ed “Eventi, comunicazione e nuove tecnologie” -, nei quali sono comprese cinque aree festival: “Meetings + Performances”, “Projections”, “Lounge + Readings”, “icafé” ed “Experience”.
Qui sarà possibile percorrere ed esplorare l'Italia, regione per regione utilizzando degli schermi interattivi, oppure vivere l'esperienza di camminare nel cuore della cristianità sopra dei tapis roulant; ma anche visitare i paesi, le mete religiose mondiali ed entrare in contatto con le aziende che li sostengono e li promuovono.
Finora, hanno confermato la loro partecipazione 60 Enti internazionali di turismo, gli Enti locali e le Regioni italiane, oltre a numerosi operatori del settore.
Le stime parlano di 30 mila visitatori: un numero destinato sicuramente a crescere. Si tratta in effetti della Fiera che apre l’anno, prima del Fitur di Madrid (28 gennaio-1 febbraio), della Bit di Milano (19-22 febbraio), dell’Itb di Berlino (11-15 marzo) e del Globe di Roma (19-21 marzo).
Interviste
Arcivescovo Ravasi: Lourdes disseta la sete di bellezza
Intervista con il Presidente del Pontificio Consiglio della Cultura
di Paolo Centofanti
CITTÀ DEL VATICANO, lunedì, 25 agosto, 2008 (ZENIT.org).- Quest'anno si celebra il 150° anniversario delle apparizioni della Vergine alla piccola Bernadette Soubirou. Papa Benedetto XVI si recherà in Francia visitando, dopo Parigi (dal 12 al 13 settembre), Lourdes e la grotta di Massabielle
In concomitanza con le celebrazioni, cresce il numero di pellegrini che si recano al Santuario, al punto che l'Unitalsi ha dovuto organizzare un maggior numero di "treni bianchi".
Si moltiplicano poi gli eventi destinati a commemorare l'evento, come il Congresso internazionale “I pellegrinaggi: percorsi storici, percorsi di fede e percorsi geografici”, che si svolgerà a Roma dal 17 al 19 settembre.
Per saperne di più sulle iniziative in corso, e per una analisi del "fenomeno" Lourdes e del suo valore per i credenti e le Chiesa, ZENIT ha intervistato monsignor Gianfranco Ravasi, Presidente del Pontificio Consiglio della Cultura e della Pontificia Commissione dei Beni Culturali.
Un colloquio amichevole, in cui monsignor Ravasi ha colto l'opportunità per parlare dell'importanza del sacro e della figura mariana nell'arte, e anticipare alcune iniziative promosse dai Dicasteri da lui presieduti.
Quest'anno si festeggiano i 150 anni dalle apparizioni di Lourdes. Quali sono le iniziative più importanti e quali le vostre eventuali attività o collaborazioni?
Mons. Ravasi: Dobbiamo dire che noi, strettamente parlando, non possiamo coprire ciò che viene fatto da parte di altri Dicasteri vaticani, che su un evento di questo genere investono molto di più, perché un po' fa parte della loro missione.
Vorrei segnalare soltanto due elementi che sono caratteristici del nostro Dicastero e che mi permettono forse di parlare anche di un'altra delle attività che il Pontificio Consiglio della Cultura realizza. Da un lato, e questo è un dato soltanto direi di cronaca, ma significativo, il Legato Pontificio per queste celebrazioni è il mio predecessore, il Cardinale Paul Poupard; quindi abbiamo in un certo senso simbolicamente la nostra presenza, attraverso colui che è stato una persona fondamentale nella costituzione di questo Dicastero e nella sua vita.
Vi è una seconda considerazione che vorrei fare, anche se non è direttamente collegata a questo evento di Lourdes. Noi, attraverso un nostro dipartimento, e attraverso poi un altro Dicastero che presiedo, che è la Pontificia Commissione dei Beni Culturali, ci interessiamo molto dell'arte. E l'arte naturalmente ha un orizzonte molto vasto, pensiamo per esempio che cos'è l'iconografia.
Ecco, io penso che si potrà, nell'interno di questo ambito, favorire sempre di più un'arte sacra, che abbia in sé una componente importante che, lo sappiamo, è la componente mariana; pensiamo che cos'è nella storia dell'arte la figura di Maria.
Finalità per le quali lei, con i suoi Dicasteri, sta portando avanti progetti specifici...
Mons. Ravasi: Sì. Vorrei innanzitutto ricordare un'idea che ho in un certo senso lanciato, anche se non come Pontificio Consiglio della Cultura, ma come Pontificia Commissione dei Beni Culturali: la probabile presenza, non diretta ma parallela, alla Biennale di Venezia del prossimo anno.
Questa presenza della Santa Sede, che vorrei realizzare, ha proprio lo scopo di favorire una nuova arte che tenga conto anche dei grandi soggetti religiosi, ivi compreso il soggetto mariano, e non solo.
Perché il dialogo con l'architettura c'è: le chiese moderne vengono costruite effettivamente da grandi architetti a livello internazionale, quali Renzo Piano, Mario Botta, Kenzo Tange, Tadao Ando, Alvaro Siza e altri.
Però queste chiese nell'interno o sono spoglie, perché hanno soltanto l'architettura della luce, o hanno immagini di cattivo gusto, oppure hanno la presenza dell'artigianato soltanto, e non invece, come accadeva in passato, grandi opere d'arte.
Pensiamo alle grandi chiese del Cinquecento, dell'arte barocca, che avevano in sé la meraviglia dell'architettura, ma anche la presenza di artisti come Bernini, per esempio, oppure Tiziano, Veronese. Pensiamo alle grandi chiese veneziane, quali presenze altissime hanno, dal punto di vista della storia dell'arte.
Ecco, io vorrei, attraverso questo esperimento che vogliamo realizzare con la Biennale di Venezia, sollecitare i grandi artisti contemporanei. Faccio solo qualche nome, per esempio negli Stati Uniti Bill Viola, Anish Kapoor per l'India, per l'Europa Jannis Kounellis.
Grandi artisti, che ritornino ancora a rappresentare le grandi immagini religiose, creando anche un interesse da parte della committenza stessa, cioè delle autorità ecclesiali, affinchè ripropongano ancora le grandi opere nell'interno delle loro chiese.
Un altro capitolo importante potrebbe essere poi anche il capitolo della cinematografia, in modo che ritorni ancora ad essere viva; una cinematografia che proponga non documentari di bassa qualità, ma che proponga per esempio il grande cinema, con le grandi domande. Pensiamo a nomi come Bergman, Bresson, Dreyer, o anche più vicino a noi Olmi, lo stesso Rossellini, che si era interessato di questi temi.
Come Pontificio Consiglio della Cultura abbiamo stimolato, costituito e favorito una scuola che porta il titolo di "Filmare l'invisibile", e che è attualmente a Guadalajara in Messico, e che ha sollecitato subito l'interesse della New York Film Academy e degli Universal Studios di Los Angeles; con entrambi ora siamo in collaborazione. Il che vuol dire che alla fine proporre una filmografia vuol dire sollecitare interessi molto maggiori di quanto si immagini.
Ecco forse l'arte potrebbe essere il modo per riproporre ancora la figura di Maria, ma anche la figura delle grandi immagini e dei grandi personaggi, a partire da Cristo naturalmente, della tradizione cristiana.
Qual è la specificità di Lourdes, e perché ancora oggi continua a essere così importante per i credenti?
Mons. Ravasi: Penso alla devozione mariana, che sappiamo essere una delle componenti caratteristiche della tradizione, non soltanto cattolica; pensiamo al mondo ortodosso, oppure anche a Lutero che aveva scritto un Magnificat di grande intensità, e parlava spessissimo con rispetto della "dolce madre di Cristo".
Al di là di questo, dell'elemento cioè strettamente religioso, immediato, legato alla figura della Madonna, e al di là, dobbiamo dire, della speranza che alla fine il pellegrino ha (anche a volte una speranza di guarigione), penso che una componente importante sia il tema della spiritualità e della religiosità.
E' per questo che Lourdes, più che non certi altri luoghi di apparizioni più clamorose, basati più su idee quasi di tipo sensazionale, sia invece il ritorno alla coscienza, alla spiritualità, alla liturgia, alla conversione. Difatti, penso che le grandi celebrazioni liturgiche di Lourdes siano celebrazioni esemplari, sia per la musica, sia per i canti, sia per la partecipazione.
Ecco, forse i santuari devono diventare come un grande luogo di esemplarità della vita di fede, un grande luogo in cui si annuncia la fede. E forse la presenza così numerosa e variegata di pellegrini, può diventare l'elemento che fa tornare questi pellegrini nelle loro terre con una carica interiore più viva.
Documenti
Intervento inaugurale del Cardinale Bagnasco al Meeting di Rimini
“La Chiesa, un popolo che fa storia”
RIMINI, lunedì, 25 agosto 2008 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito il testo dell'intervento pronunciato questa domenica dal Cardinale Angelo Bagnasco, Presidente della Conferenza Episcopale Italiano, per l'inaugurazione del Meeting di Rimini.
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1. “Nella Chiesa mi trovo a casa”
Così diceva Georges Bernanos! E’ difficile vivere senza una casa intesa come spazio dove le dimensioni sono a misura d’uomo, sono riconosciute perché familiari, dove si coltivano gli affetti, dove esistono luoghi per raccogliersi, per sentirsi al riparo dalla “strada” pur necessaria e desiderata. Come scriveva Josef Pieper, l’uomo non può vivere sempre “sotto le stelle” (cfr Che cosa significa filosofare): ha bisogno della casa, del finito e del piccolo per ritrovarsi, riposare, ricuperare energie e riprendere il cammino sotto il cielo. Allo stesso modo, l’uomo ha bisogno della volta stellata, degli orizzonti sconfinati, della strada dove tutto si può incontrare e può accadere. Possiamo dire che l’uomo, come ha bisogno del suo “ambiente”, così ha bisogno del “mondo”: il primo per superare la dispersione e fare sintesi, il secondo per superare il ripiegamento e pensare in grande. In entrambi i casi l’uomo costruisce se stesso: egli infatti è un paradosso, creato finito ma programmato per l’infinito. E’ una linea di confine tra il tempo e l’eternità, è un desiderio incompiuto, un intrigo di ombre dove la luce è la stoffa di fondo.
La Chiesa è la nostra “casa”, l’ ambiente familiare dove rigeneriamo le forze e la speranza si alimenta. Ma – possiamo dire – che è anche il nostro “mondo” dove il cuore impara a pulsare oltre se stesso, e l’intelligenza è chiamata ad aprire gli orizzonti superando meandri e ottusità, particolarismi e divisioni. Nella Chiesa, infatti, incontriamo Cristo, il Verbo Eterno fatto carne, l’unico Salvatore. Egli ci dona la paternità di Dio, svela il segreto della gioia, il senso del vivere e del morire. Nella Chiesa incontriamo un popolo, corpo di Gesù: facciamo l’esperienza della universalità che ci porta fino ai confini della terra: “Si trovavano allora in Gerusalemme Giudei osservanti di ogni nazione che è sotto il cielo” (Atti 2,5). La duplice dimensione – piccolo e grande, finito e sconfinato, terra e cielo, tempo ed eternità – fa parte dell’essere della Chiesa che, come ricorda il Concilio Vaticano II, è “mistero”: mistero non perché realtà oscura e incomprensibile, ma perché è “sacramento”, realtà umana e divina insieme, lo spazio nel quale ogni uomo incontra veramente l’amore di Dio che si è offerto in Cristo: “La Chiesa è in Cristo come un sacramento, cioè segno e strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità del genere umano” (Lumen Gentium, 1).
La Chiesa, dunque, offre ad ogni credente l’esperienza della casa – la parrocchia, il gruppo, la comunità…- dove, a partire da Gesù, i volti noti, la conoscenza personale, l’amicizia concreta, l’ appartenenza cordiale, il confronto, la bellezza e la fatica delle relazioni umane, l’esercizio della pazienza e del perdono, la virtù della fiducia…sono pane quotidiano. Ma offre anche – dicevamo – il respiro dell’universalità perché diffusa sino ai confini della terra secondo il mandato del Signore.
Il respiro dell’umanità palpita con un duplice movimento, di ampiezza e di profondità. Il mondo intero – nei diversi popoli, nazioni, culture – approda nel sentire della Chiesa e diventa eco e ricchezza della sua voce. Di questa voce ricca e sinfonica - che il Vangelo illumina, purifica e valorizza attraverso il Magistero autentico - i credenti beneficiano, ne sono protagonisti e portatori.
Ma il mondo è presente nel cuore della Chiesa anche oltre la sua dilatazione geografica e temporale: se – per ipotesi – la presenza della Chiesa dovesse contrarsi e ridursi ad un punto ristretto della terra, ugualmente il suo respiro porterebbe l’eco dell’umanità intera, l’universalità del mondo. Infatti, il mandato di Gesù – “andate in tutto il mondo e predicate il Vangelo ad ogni
creatura”- non tocca solamente la geografia della terra, ma tocca innanzitutto la geografia dell’anima: i problemi spirituali e materiali, le questioni dell’agire morale, le idee, i grandi interrogativi, le incertezze, i mutamenti culturali, le svolte epocali…non sono solamente fuori dell’uomo, nell’ambiente della cultura e della società; ma sono dentro l’uomo, nel suo mondo interiore. Gli estremi confini della terra sono innanzitutto qui, negli orizzonti sconfinati dello spirito umano. Per questo il Concilio Vaticano II afferma con passione che “la gioia e la speranza, la tristezza e l’angoscia degli uomini d’oggi, soprattutto dei poveri e dei sofferenti, sono anche la gioia e la speranza, la tristezza e l’angoscia dei discepoli di Cristo, e non c’è nulla di veramente umano che non trovi eco nel loro cuore” (Gaudium et spes, 2). Questo orizzonte, che si dilata fino ai confini dell’uomo e dell’umanità, trova la sua radice nel mistero dell’Incarnazione del Figlio di Dio, che con l’incarnazione ha assunto l’umanità dell’uomo: “Si tratta dell’uomo in tutta la sua verità, nella sua piena dimensione – scrive Giovanni Paolo II -. Non si tratta dell’uomo , ma reale, dell’uomo e (…) Tale sollecitudine riguarda l’uomo intero (…), l’uomo nella sua unica e irripetibile realtà umana” (Giovanni Paolo II, Redemptor hominis, 13). Nulla dunque è estraneo a Dio, al suo interesse d’amore per ciò che è umano, sia nella sua dimensione individuale che pubblica. La Chiesa, che è il prolungamento di Cristo nel tempo, continua l’amore di Dio per il mondo sapendo che “l’uomo è la via della Chiesa” (ib.14); consapevole che “ in ragione del suo ufficio e della sua competenza, in nessuna maniera si confonde con la comunità politica e non è legata ad alcun sistema politico, (ma) è insieme il segno e la salvaguardia del carattere trascendente della persona umana” (Gaudium et spes, 76).
2. Fare storia
Cos’è la storia? Certamente non è la semplice cronaca quotidiana; questo è un aspetto soltanto, di superficie. Neppure , mi sembra, si può ridurre ai grandi eventi del mondo della politica, degli Stati: i trattati, gli incontri ad alto livello, le alleanze di tipo politico o economico, le solenni dichiarazioni, i conflitti e le guerre, gli accordi di pace. La storia è questo certamente, ma non “solo” questo, e neppure “soprattutto” questo. Mi sembra che gli accadimenti fanno storia in quanto sono espressione di ciò che potremmo chiamare un’altra storia, invisibile come sono le idee, ma concreta come i fatti che la cultura ispira. Possiamo dire che la storia è traduzione nei fatti di una visione spirituale e morale della realtà.
La storia è compito di ogni uomo. Tenendo conto di una dimensione che mi sembra costitutiva della storia, quella ideale e quella comunitaria, potremmo parlare di differenti livelli: delle singole persone, dei popoli, degli Stati.
- Innanzitutto delle persone; è questo il primo affluente della storia universale. La loro vita quotidiana fatta di gioie, speranze e dolori; di lavoro e famiglia; di affetti e rapporti.…non è mai storia solamente individuale. E’ sempre anche storia di tutti perché nessuno vive solo. Anche il più desolante isolamento esiste comunque dentro ad un contesto di relazioni dalle quali uno si esclude o è escluso, ma dove resta. La vita quotidiana fa storia proprio perché la persona in sé è “relazione”: negare questo è chiudere gli occhi all’evidenza in nome di una esasperazione tale dell’individuo e della sua autodeterminazione, da portare all’individualismo che azzera la persona stessa. Tornando al punto, l’esistenza di ciascuno tocca gli altri in qualche misura, crea legami e situazioni che coinvolgono poco o tanto; alimenta o contrasta la mentalità dominante, il sentire comune; interroga chi ne è testimone diretto o indiretto; testimonia valori, ispira comportamenti generali, crea istituzioni e opere, genera uno stile di vita frutto di un ethos di fondo. In sintesi, rende trasparente una certa visione dell’uomo e del mondo, della vita, della sofferenza e della morte: una visione universale, una weltanshaung. Senza sintesi non c’è storia, ma solo episodi. Nessuno dunque è invisibile: ciascuno partecipa al fluire del grande fiume umano, è protagonista: ed essere protagonista non è voglia di protagonismo, ma amore di identità..
- I popoli. I popoli, nella loro unità profonda, fanno storia avendo un raggio di azione e di efficacia più evidente dei singoli. Ma ci chiediamo, che tipo di efficacia ha un popolo nel contesto del mondo? Che cosa porta alla costruzione della storia umana? Aiuta a rispondere a queste domande l’esempio di grandi popolazioni come i Greci e i Romani. Guardando a questi popoli, ai quali siamo profondamente legati, viene da pensare alla loro cultura prima che alle loro imprese politiche, economiche e militari. E’ su questo piano, fatto di valori e di idee, che queste “genti” hanno inciso sulla storia. Basta pensare ai rapporti tra Roma, la Grecia e i popoli nordici e slavi. Prima che al genio dei capi, la storia è determinata dalle idee e dai valori, come accade per le singole persone. I valori sono l’anima della cultura, la carta d’identità di un popolo, Non sono una sua componente, ma il suo fattore principale. Il senso di appartenenza ad un popolo, ad una Nazione, dipende dal riconoscersi in un quadro di valori che riguardano la vita e la morte, il loro significato, non tanto i fini ma il fine. Se questo non esiste o è giudicato inconoscibile, quindi consegnato all’individualismo di ciascuno, che cosa potrà attrarre gli uomini perché si sentano appartenenti ad una realtà di popolo? Che cosa li potrà sollecitare a sacrificarsi fino al dono della vita per la comunità?
- Gli Stati. L’apparato politico e legislativo, le diverse espressioni dell’autorità statale, fanno storia e – a prima vista – appaiono come i primi e più importanti protagonisti della storia umana. Se questo è vero per un certo aspetto, non dobbiamo dimenticare quanto abbiamo ricordato sopra, gli altri livelli o protagonisti. I livelli sono differenti, ma reale è la loro incisività nel corso delle cose. Tra l’altro, non sempre nella storia i popoli hanno mostrato accondiscendenza verso le decisioni degli Stati, indirizzando gli eventi in modo diverso. Ciò sta a testimoniare quanto ogni Stato debba sapersi e volersi come espressione del popolo, sapendo che questo è specificato da un insieme di idee e valori di tipo spirituale ed etico che costituiscono “l’anima della Nazione”, la sua identità profonda. Qualora uno Stato dovesse tradire quest’anima, tradirebbe la gente in ciò che ha di più intimo e più suo. Colpirebbe ciò che consente ad una moltitudine di sentirsi “popolo” e ad un territorio di essere sentito come “casa”, “patria”. Tradire l’anima di un popolo – magari con processi corrosivi e subdoli – vuol dire sgretolare, in nome di qualche ideologia o disegno politico- economico, ciò che consente ad ognuno di sentirsi parte di un tutto; significa derubarlo di ciò in cui crede, che gli appartiene, che gli è stato tramandato come patrimonio, che è la sua forza unificante. Un patrimonio ideale che, nella pluralità delle forme ma nell’unità fondamentale del pensare e del sentire, permette di percepirsi “famiglia”. Per questo motivo, intaccare direttamente i valori spirituali e morali di una comunità e di un Paese, è attaccare la sua integrità e fare cattiva storia. Ma anche la diffusione di falsi miti, l’esaltazione dell’avere, la propaganda dell’ apparenza e del facile successo – in una parola, della menzogna – aggredisce la base valoriale di un popolo, lo svilisce nel suo sentire, e lo indebolisce nella sua capacità di futuro. Tutto viene confinato nell’angusto perimetro del presente: l’antico motto –“panem et circenses” – è noto come strategia per svuotare la mente e l’anima. Oggi, nello scenario occidentale, al posto di questo criterio – che ha un evidente costo economico - si potrebbe sostituire un altro motto, “fa tutto quello che vuoi”. Inteso in senso assoluto e individualistico, esso disgrega l’anima popolare e il senso di appartenenza ad una identità che crea comunione tra gli uomini e permette la comunità di vita. La storia che manifesta l’eclisse dello spirito va contro l’uomo, diventa “anti-storia”. Le luci e le ombre sono sempre intrecciate nel fluire del tempo, ma è necessario giudicare la storia. E’ necessario un criterio di giudizio per poter discernere i filoni luminosi da quelli oscuri, le linee evolutive e quelle che, invece, segnano retrocessioni anche gravi in ambiti vitali.
La convinzione che la direttrice di fondo della storia sia il progresso, e che perciò il bene venga sempre e solo dal futuro, è un pregiudizio diffuso e coltivato. Ma per smascherare il pregiudizio è necessario il giudizio con la sua libertà e il suo coraggio; soprattutto con la sua verità. Il criterio di giudizio non può essere che la verità dell’uomo, il bene autentico suo e della società: questo – il bene - è alla sua radice di natura spirituale ed etica, cioè “culturale”.
3. Una Chiesa di popolo
Il Signore Gesù ha istituito la Chiesa sui Dodici: la nostra fede si fonda, in ultimo, sulla loro esperienza di Cristo. Con Lui hanno condiviso fatica e riposo, fame e sete, successi e rifiuti; hanno ascoltato la sua parola all’aperto delle strade e dei monti, come nell’intimità del cenacolo; sul suo volto hanno fissato gli sguardi a volte fieri e a volte spauriti, alla ricerca dei suoi sentimenti, nel desiderio di scoprire il suo mistero interiore. A loro Egli ha lasciato il suo testamento, e dall’alto della croce ha svelato il vero volto di Dio – amore misericordioso – e il vero volto dell’uomo creato per amore e per amare. Al Padre ha elevato la sua accorata preghiera nella sera infinita e dolente del Cenacolo: “Come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi una cosa sola, perché il mondo creda che tu mi hai mandato” (Gv 17,21). E’ questa la natura della Chiesa e la prima, necessaria strada dell’evangelizzazione: l’unità dei fratelli che nasce dalla comunione con Cristo. Con il mistero dell’Incarnazione, il Figlio di Dio compie la redenzione e immette nella vita umana la vita divina, svelando che Dio – l’unico che veramente rispetta la libertà dell’uomo – copre l’intero orizzonte dell’esistenza con la verità esigente dell’ amore, e con l’amore caldo della verità. Ricorda che tutta la creazione porta l’impronta del Logos: “E Dio vide che era cosa buona” (Gen 1,10). La realtà lascia trasparire la luce del bene come il suo ordito più vero, il suo destino, e - quando la realtà è tenebrosa - come nostalgia o angosciata invocazione. Il Signore Gesù è la pienezza di questa luce divina che illumina il mondo, lo riscatta dalle ombre, lo apre alla speranza: grazie a Cristo crocifisso, anche il dolore innocente trova un senso.
Alla Chiesa – Corpo mistico – Gesù affida il suo Vangelo, parola di vita eterna, e le vie della grazia, i sacramenti. Al Magistero dei Successori dei Dodici, stretti attorno al Successore di Pietro, affida l’autenticità della fede che sale dalle origini, gli Apostoli. Chi incontra Cristo, il Crocifisso glorioso, scopre il cuore di Dio: “Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito” (Gv 3,16). In questa sovrabbondanza d’amore, si racchiude il senso della redenzione e il significato della storia umana. E’ una “aletheia”, una verità che si disvela nel Vangelo, ma non è una sorta di gnosi, di conoscenza misterica per pochi iniziati. E’ bensì la conseguenza di un incontro decisivo che cambia la vita del credente. E’ il frutto di un’amicizia personale con Cristo, un’amicizia che si rinnova ogni giorno; credere non significa aderire ad una dottrina, ma vivere riferiti a Lui che ci dona il suo amore e il suo pensiero: “Ora noi abbiamo il pensiero di Cristo” (1 Cor 2,16). Quando l’Apostolo Pietro – a Gesù che chiede “Volete andarvene anche voi?” – risponde a nome di tutti – “Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna” (Gv 6,67-68) – non indica solo una nuova dottrina insegnata con autorità (cfr Mc 1,27), ma dice che quella verità che illumina e salva è Lui stesso, il Signore, è la sua persona concreta. Con Lui essi vivono, di Lui sperimentano la compagnia, per Lui lasciano padre, madre, figli e campi (cfr Mt 19,29). Dentro a questa esperienza essi trovano se stessi, il loro presente e il futuro, il tempo e l’eternità. Con Lui, nella luce della sua parola e della sua presenza, scoprono il senso vero dello stare insieme come Chiesa e come società. Scoprono un modo nuovo di vedere le cose, la vita, gli altri, il mondo, i valori. Per questo fanno storia sia come singoli che come gruppo, come popolo di credenti.
Gli Atti degli Apostoli testimoniano questo modo diverso di essere nel mondo, di fare storia, una storia più umana perché fatta con Cristo. Un modo che, ad esempio, è rispettoso dell’autorità dell’Imperatore, ma nella verità: solo a Dio va il culto e l’adorazione. Un modo che ha al centro la persona nella sua corporeità e nella sua trascendenza spirituale, che mai può essere ridotta a strumento poiché immagine e somiglianza di Dio, redenta dal sangue di Cristo. Il Vangelo non è per pochi iniziati, ma per tutti; così la Chiesa non è per delle elites ma Chiesa di popolo: “Andate in tutto il mondo e predicate il Vangelo ad ogni creatura” (Mc 16,15). La sua cattolicità è la sua universalità.
4. Sale e luce della storia
“Voi siete il sale della terra (…) voi siete la luce della mondo” (Mt 5, 13-14). Le parole di Gesù sono chiare e non ammettono sofismi: per annunciare il Vangelo, è necessario che i cristiani siano dentro al mondo pur senza assimilarsi al mondo (cfr Gv 17-14).
Il vero, unico sale della storia è Cristo: egli solo preserva dalla corruzione della morte e restituisce all’universo il sapore delle origini, il gusto del pane appena uscito dalle mani del Creatore. Gesù non esorta i discepoli perché “siano” sale e luce, ma dichiara che essi “sono” sale e luce. E’ dunque un dato di fatto che egli indica: dice non ciò che ha fatto per loro, ma ciò che ha fatto di loro.
4.1. L’immagine del sale indica la via della “discesa”, del nascondimento, della condivisone quotidiana, paziente e fiduciosa, della vita della gente. In una parola suggerisce l’incarnazione nel mondo. Le innumerevoli Parrocchie in Italia, i sacerdoti, i religiosi e le religiose, i diaconi permanenti, i gruppi, le associazioni e i movimenti, i moltissimi laici che – singolarmente o organizzati – sono presenti con la testimonianza e la fantasia della carità, dell’evangelizzazione e della catechesi, le scuole cattoliche, gli ospedali, le molteplici iniziative di incontro, di annuncio, di preghiera, di educazione e di assistenza ai bisognosi…non esprimono forse la realtà del sale di cui parla Gesù? Non sono forse segni permanenti di una prossimità capillare e quotidiana al popolo, che quindi si sente un popolo che è Chiesa? Non sono forse espressione di una storia che nasce e si alimenta del pensiero di Cristo?
Non è la voglia di mondano protagonismo che muove la Chiesa fin dalle sue origini, ma il bisogno del cuore: l’amore a Cristo, all’uomo, al mondo nel quale la Chiesa è fatta carne. Cercare di vivere secondo il Vangelo, secondo la visione della vita e del mondo che ha ricevuto, crea una storia che – come il sale – vive nella storia umana, s’ intreccia con essa e la contagia elevandola ad una pienezza altrimenti irraggiungibile: “Se Dio non esiste, tutto è permesso”, scrive F. Dostoevskij nei “Fratelli Karamazov”.
4.2. Ma l’immagine del sale deve essere completata da quella della luce: la luce dona alle cose il loro volto. Nel buio tutto è indistinto, regna la confusione, si perde la strada. La luce suggerisce dunque la visibilità della presenza cristiana: se non c’è visibilità senza conoscere e condividere la vita concreta degli uomini, non c’è neppure condivisione senza una qualche visibilità personale e comunitaria che sia risposta e profezia. Le opere della Chiesa, che ho sopra ricordato, sono il segno dell’essere sale per un verso e luce per un altro.
Oggi, come in altri periodi della storia, si vuole che la Chiesa rimanga in chiesa. Il culto e la carità sono apprezzati anche dalla mentalità laicista: in fondo – si pensa - la preghiera non fa male a nessuno e la carità fa bene a tutti. In altri termini, si vorrebbe negare la dimensione pubblica della fede concedendone la possibilità nel privato. A tutti si riconosce come sacra la libertà di coscienza, ma dai cattolici a volte si pretende che essi prescindano dalla fede che forma la loro coscienza.
I credenti sono luce tenendo alta la verità del Vangelo, l’annuncio di Gesù, la grande speranza come ricorda il Santo Padre Benedetto XVI (cfr Spe salvi, n. 27). Se i mali di oggi derivano dal rifiuto di Cristo, la missione della Chiesa è quella di essere ancor più missionaria ricordando da un lato l’Apostolo Paolo - “Guai a me se non predicassi il Vangelo” (1 Cor 9,16) – e dall’altro l’assicurazione di Gesù: “Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt 28,20).
Il Santo Padre, in una intervista alla televisione tedesca, diceva che è necessario “rendere visibile il Dio col volto umano di Gesù Cristo – poiché quando vediamo Gesù vediamo Dio – offrendo così agli uomini l’accesso a quelle fonti senza le quali la morale si isterilisce e perde i suoi riferimenti” (Intervista 14.8.2006). E urgente che attraverso la testimonianza e l’annuncio emerga “quel grande che in Gesù Cristo Dio ha detto all’uomo e alla sua vita, all’amore umano, alla
nostra libertà e alla nostra intelligenza; come, pertanto, la fede nel Dio dal volto umano porti la gioia al mondo. Il cristianesimo è infatti aperto a tutto ciò che di giusto, vero e puro vi è nelle culture e nelle civiltà, a ciò che allieta, consola e fortifica la nostra esistenza” (Benedetto XVI, Discorso al Convegno Ecclesiale di Verona, 19.10.2006).
4.3. Oggi, però, il popolo di Dio è chiamato a partecipare alla storia umana anche con la difesa della ragione. Può sembrare singolare che la fede difenda la ragione, ma – come già ho detto – Cristo salva l’uomo nella sua interezza. Il relativismo, che il Papa richiama come un tarlo della società e della storia occidentale, richiede la luce della ragione intesa come la facoltà del vero. Affermare l’efficacia della ragione non è “totalmente altro” dall’annuncio evangelico; non significa diminuire il Vangelo per impicciarsi di argomenti di competenza altrui. E’ intrinsecamente connesso: fede e ragione si richiamano a vicenda, sono implicati reciprocamente nell’unità della persona, “ragione e fede hanno bisogno l’una dell’altra per realizzare la loro vera natura e la loro missione” (Benedetto XVI, Spe salvi, 23).
Si potrebbe pensare che nell’epoca del pluralismo culturale sia arrogante giudicare gli eventi della storia con la verità del Vangelo, che sia un atteggiamento di intellettuale fondamentalismo. Ci si chiede se la verità morale, legata ad una scelta religiosa, possa ispirare l’ordinamento civile
valido per tutti. E’ una questione giusta e delicata. Se è gravemente ingiusto tradurre in termini di ordinamento pubblico certe scelte etico-religiose, è scorretto ridurre ogni posizione assunta dai credenti a scelta “confessionale”, e quindi totalmente individuale e privata. Certi valori - come nel campo della vita umana e della famiglia, della concezione della persona, della libertà e dello Stato - anche se sono illuminati dalla fede, sono anzitutto bagaglio della buona ragione. Cicerone scrive: “Certamente esiste una vera legge: è la retta ragione. Essa è conforme alla natura, la si trova in tutti gli uomini; è immutabile ed eterna; i suoi precetti chiamano ai doveri; i suoi divieti trattengono dall’errore” (La Repubblica, 2, 22, 33).
Nel Messaggio per la 40° Giornata Mondiale della Pace (1 gennaio 2008), il Santo Padre ha ricordato anche i sessant’anni della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani dell’ONU, e ha scritto: “I diritti enunciati nella Carta sono espressione ed esplicitazione della legge naturale, iscritta nel cuore dell’essere umano e a lui manifestata dalla ragione (…) La norma giuridica (…) ha come criterio la norma morale basata sulla natura delle cose. La ragione umana, peraltro, è capace di discernerla, almeno nelle sue esigenze fondamentali, risalendo così alla Ragione creatrice di Dio (…) Pur con perplessità e incertezze, (l’uomo) può giungere a scoprire, almeno nelle sue linee essenziali, questa legge morale comune che, al di là delle differenze culturali, permette agli essere umani di capirsi tra loro circa gli aspetti più importanti del bene e del male, del giusto e dell’ ingiusto” (1.1.2008). Anche l’enciclica Veritatis Splendor afferma che “l’uomo può riconoscere il bene e il male grazie a quel discernimento del bene e del male che egli stesso opera mediante la sua ragione” (n. 44).
5. Custodia e memoria
La Chiesa fa storia e, come sale e lievito, partecipa alla costruzione della storia universale. La Chiesa custodisce, infatti, la memoria della storia dell’uomo fin dalle origini: la memoria della sua creazione, della sua dignità e della sua caduta. La memoria della sua redenzione in Cristo. E’ da questa memoria che essa guarda la storia vedendola sempre come storia di salvezza. Per questo la visione che ne ha il cristianesimo non è solo “orizzontale”, ma anche “verticale”: a scrivere la storia non sono solo gli uomini. Con loro scrive anche Dio: con l’incarnazione, Dio è entrato nel tempo e da nessun luogo è ormai “assente”. Anche là dove vince il male, Cristo è presente e porta la croce con gli uomini; la porta e le dona un senso di eternità e di vita. La storia da allora è attraversata da una promessa che è anche una presenza: Dio salva gli uomini rispettandone la libertà ma non cessando di amarli. Il tempo non è un eterno ritorno del medesimo, ma una linea aperta che, pur tra errori e incertezze, cammina verso il suo compimento di felicità e di vita. Questa visione di speranza e di fiducia è propria della Chiesa, ma è a disposizione non solo dei credenti, lo è anche del mondo.
Sull’esempio di Maria, la Chiesa come madre custodisce nel cuore la storia dei suoi figli e dell’umanità. E’ una memoria viva che cresce con la testimonianza degli apostoli consacrata dai martiri: la Tradizione non è altro, infatti, che l’impegno della Chiesa di tramandare intatto il mistero di Cristo e del suo pensiero: “E lui (lo Spirito Santo) vi insegnerà ogni cosa, e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto” (Gv 14,26).
Nella luce di questa memoria - dove fede e ragione si incontrano in modo virtuoso - il popolo di Dio affronta la vita e il mondo; crea opere, pone giudizi, plasma rapporti e gruppi; ispira mentalità e motiva valori, guarda al futuro con fiducia, convinto che tutto si compirà nell’evidenza della luce. Appunto, crea storia. Nessuno è escluso, né persone, né cose, né culture: lo dice il cammino dell’Europa se guardato con occhi sereni. A partire da questa memoria custodita e amata, lo storia ruota attorno alla concezione dell’uomo, che nel Cristianesimo giunge alla sua pienezza e che sta alla base dell’umanesimo europeo. Si può giustamente rilevare che ciò non ha impedito errori e orrori in Europa; ma, a ben pensare, se ciò è accaduto non è stato perché sia stata troppo cristiana, ma perché lo è stata troppo poco.
La Chiesa dice al mondo – in particolare oggi all’Europa – che il passato non può essere impunemente negato in nome dell’economia, della tecnologia o dello scientismo. Ricorda che il ruolo del passato ha rilievo ed ha un valore imprescindibile per l’oggi, pena lo sfaldamento dell’identità di una Nazione o di un Continente. Pena lo smarrimento personale e collettivo di un popolo che non sa più chi sia e dove vada. Invita tutti a riprendere il bandolo del proprio passato con i suoi grandi tratti distintivi per potersi pensare di nuovo come un intero, e così progettare il futuro affrontando senza paure o complessi, a viso alto, le sfide della modernità; senza rincorrere i “vicini di casa” considerati sempre e comunque migliori, più avanzati, più moderni di noi. La Chiesa ricorda al secolarismo e al laicismo che pretendere di costruire la storia senza Dio è costruirla contro l’uomo. Ricorda al nostro vecchio e amato continente che il resto del mondo guarda con sospetto questa pretesa, la sente come una presunzione innaturale e pericolosa, intuisce che racchiude in sé il germe del disfacimento spirituale e morale, dell’oscuramento dell’anima, che non riguarda solo gli individui, ma i popoli, la loro stessa possibilità di esistere.
Porto, a conclusione di queste considerazioni, due testimonianze: di un convertito al cattolicesimo ( Tomas Eliot), e di un ebreo neo hegeliano, Karl Lovith.
“La forza dominante nella creazione di una cultura comune tra i popoli, ciascuno dei quali abbia una cultura distinta, è la religione. Vi prego, a questo punto, di non compiere un errore anticipando quel che intendo dire. Questa non è una conversazione religiosa, né mi dispongo a convertire alcuno. Mi limito a constatare un fatto. Non mi interesso molto della comunione dei cristiani credenti ai giorni nostri; parlo della comune tradizione cristiana che ha fatto l’Europa quella che è, e dei comuni elementi culturali che questa cristianità ha portato con sé (…) Un singolo europeo può non credere che la fede cristiana sia vera, e tuttavia tutto ciò che egli dice e fa, scaturirà dalla parte della cultura cristiana di cui è erede, e da quella trarrà significato. Solamente una cultura cristiana avrebbe potuto produrre un Voltaire e un Nietzsche. Non credo che la cultura dell’Europa potrebbe sopravvivere alla sparizione completa della fede cristiana (…) Se il cristianesimo se ne va, se ne va tutta la nostra cultura” (T.Eliot, Appunti per una definizione della cultura in Opere, Classici Bompiani 2003, pagg. 638-639).
“Il mondo storico – scrive Karl Lovith - in cui si è potuto formare il pregiudizio che chiunque abbia un volto umano possieda come tale la dignità e il destino di essere uomo, non è originariamente il mondo (…) del Rinascimento, ma il mondo del Cristianesimo, in cui l’uomo ha ritrovato attraverso l’Uomo-Dio, Cristo, la sua posizione di fronte a sé e al prossimo. L’immagine che sola fa dell’homo del mondo europeo un uomo, è sostanzialmente determinata dall’idea che il cristiano ha di sé, quale immagine di Dio (…) Questo riferimento storico (…) risulta indirettamente chiaro, per il fatto che soltanto con l’affievolirsi del cristianesimo è divenuta problematica anche l’umanità” (Karl Lovith, Da Hegel a Nietzsche, Biblioteca Einaudi 1994, pag. 482).
Tornando all’Europa, sta qui la radice dell’ umanesimo del quale è in debito con tutti. Un umanesimo non nominalistico ma integrale, concreto e fondato in modo trascendente. “Non tutti gli
umanesimi, infatti, sono equivalenti sotto il profilo morale – diceva Benedetto XVI ai Vescovi sloveni in visita ad limina – Non mi riferisco qui agli aspetti religiosi, mi limito a quelli etico-sociali. A seconda della visione di uomo che si adotta, infatti, si hanno conseguenze diverse per la convivenza civile. Se, per esempio, si concepisce l’uomo, secondo una tendenza oggi diffusa, in modo individualistico, come giustificare lo sforzo per la costruzione di una comunità giusta e solidale?” (24.1.2008).
Concludiamo con le parole di Gesù; non “si mette vino nuovo in otri vecchi, altrimenti si rompono gli otri e il vino si versa, e gli otri van perduti. Ma si mette vino nuovo in otri nuovi, e così l’uno e gli altri si conservano” (Mt 9,17). Il Vangelo è entrato nella storia com
ViviCentro (art. 19 e 21)
La libertà di stampa è una benedizione quando siamo inclini a scrivere contro gli altri, e una calamità quando ci troviamo ad essere sopraffatti dalla moltitudine dei nostri assalitori. (Samuel Johnson).
















