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Il mondo visto da Roma - 25 giugno 2008
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Messaggio Il mondo visto da Roma - 25 giugno 2008 
 

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Mercoledì, 25 Giugno : 2008

Il mondo visto da Roma


SANTA SEDE
La vera libertà è dire "sì" a Dio, afferma il Papa
Sordi di tutto il mondo con il Papa
San Pietro e San Paolo, colonne per giovani e malati
Il Papa benedice la statua di don Orione
Santa Sede: il G8 agisca con decisione per ridurre la povertà
Il quotidiano del Papa in malayalam, lingua dello Stato indiano del Kerala
Successo del Padiglione della Santa Sede all'Expo Saragozza

ANNO PAOLINO
A Damasco nei luoghi di Paolo

INTERVISTE
Il segreto delle istituzioni caritative cattoliche

UDIENZA DEL MERCOLEDÌ
Benedetto XVI presenta la figura di San Massimo il Confessore


Santa Sede

La vera libertà è dire "sì" a Dio, afferma il Papa
Presentando la figura di San Massimo il Confessore

CITTA' DEL VATICANO, mercoledì, 25 giugno 2008 (ZENIT.org).- La vera libertà è dire "sì" a Dio, anche se molte volte si pensa il contrario, ha spiegato Benedetto XVI.

E' questa la consegna che ha lasciato ai 15.000 fedeli che hanno partecipato questo mercoledì mattina all'udienza generale, dedicata a presentare la figura di San Massimo, monaco del VI secolo, eroico "confessore" della fede nella volontà umana e divina di Gesù.

La sua opposizione all'eresia del monotelismo - che riconosce in Cristo solo una volontà, quella divina, negando quella umana - scatenò le ire dell'imperatore Costante II, che cercò con ogni mezzo di fargli cambiare idea.

Massimo fu sottoposto a un estenuante processo anche se aveva superato gli ottant'anni; venne condannato, insieme a due compagni, alla mutilazione della lingua e della mano destra per impedire loro di parlare e di scrivere. Il monaco morì due anni dopo, il 13 agosto 662.

La dura vita che sopportò fa sì che il suo pensiero si identifichi soprattutto con il dramma di Gesù al Getsemani, ha spiegato il Papa ai pellegrini.

"In questo dramma dell'agonia di Gesù, dell'angoscia della morte, della opposizione tra la volontà umana di non morire e la volontà divina che si offre alla morte, in questo dramma del Getsemani si realizza tutto il dramma umano, il dramma della nostra redenzione".

Il Papa ha riassunto con queste parole la lezione di San Massimo: "Adamo (e Adamo siamo noi stessi) pensava che il 'no' fosse l'apice della libertà. Solo chi può dire 'no' sarebbe realmente libero; per realizzare realmente la sua libertà, l'uomo deve dire 'no' a Dio".

"Questa tendenza la portava in se stessa anche la natura umana di Cristo, ma l'ha superata, perché Gesù ha visto che non il 'no' è il massimo della libertà".

"Il massimo della libertà è il 'sì', la conformità con la volontà di Dio. Solo nel 'sì' l'uomo diventa realmente se stesso; solo nella grande apertura del 'sì', nella unificazione della sua volontà con quella divina, l'uomo diventa immensamente aperto, diventa 'divino'".

Il desiderio di Adamo, ha osservato, era "essere come Dio", "cioè essere completamente libero. Ma non è divino, non è completamente libero l'uomo che si chiude in sé stesso; lo è uscendo da sé, è nel 'sì' che diventa libero".

"Questo è il dramma del Getsemani: non la mia volontà, ma la tua. Trasferendo la volontà umana nella volontà divina, è così che nasce il vero uomo, così siamo redenti".

In questa lezione di Massimo, ha concluso il Pontefice, vediamo che "è veramente in questione tutto l'essere umano; sta qui l'intera questione della nostra vita".

L'intervento del Papa fa parte del ciclo di catechesi che sta offrendo il mercoledì sulle grandi figure della storia della Chiesa.


Sordi di tutto il mondo con il Papa
Primo pellegrinaggio internazionale a Roma

CITTA' DEL VATICANO, mercoledì, 25 giugno 2008 (ZENIT.org).- Più di 1.000 persone sorde di almeno 30 Paesi hanno partecipato questo mercoledì all'udienza generale concessa da Benedetto XVI in Piazza San Pietro in Vaticano.

Salutando in italiano i sordomuti, il Papa li ha ringraziati per la loro visita e ha invocato su ciascuno di loro "la continua assistenza divina per un fecondo itinerario di fedeltà al Vangelo".

Si tratta del primo pellegrinaggio internazionale di persone sorde a Roma, convocato dalla Fondazione Cattolica Internazionale per il Servizio delle Persone Sorde (ICF).

All'incontro ha partecipato l'Arcivescovo di Liverpool, monsignor Patrick Kelly.

Il pellegrinaggio, che ha per tema "Molte lingue, una sola fede", sta affrontando la problematica delle persone con handicap uditivi nell'opera di evangelizzazione e l'assistenza pastorale alle persone sorde perché possano essere assistite nei loro bisogni specifici.

Tutte le celebrazioni e le attività sono interpretate in varie lingue dei segni.

Per ulteriori informazioni, http://www.icfdeafservice.org/


San Pietro e San Paolo, colonne per giovani e malati
CITTA' DEL VATICANO, mercoledì, 25 giugno 2008 (ZENIT.org).- Benedetto XVI ha presentato San Pietro e San Paolo, la cui solennità sarà celebrata dalla Chiesa domenica prossima, come colonne per la vita di giovani e malati.

Al termine dell'udienza generale di questo mercoledì, nel suo tradizionale saluto ai giovani, ai malati e agli sposi novelli, il Pontefice ha voluto ricordare i patroni della Diocesi di Roma.

"L'esempio e la costante protezione di queste colonne della Chiesa sostengano voi, cari giovani, nello sforzo di seguire Cristo", ha detto rivolgendosi ai ragazzi e alle ragazze presenti in Piazza San Pietro in Vaticano.

In seguito, ha auspicato che i due santi "aiutino voi, cari malati, nel vivere con pazienza e serenità la vostra situazione".

Il Papa si è infine rivolto agli sposi novelli, augurando che Pietro e Paolo li portino "a testimoniare nella vostra famiglia e nella società l'adesione coraggiosa agli insegnamenti evangelici".

Parlando in polacco, Benedetto XVI ha ricordato che sabato, durante i vespri nella Basilica di San Paolo fuori le Mura, "inizieremo l'anno giubilare di S. Paolo Apostolo".

"Il suo lavoro apostolico, la biblica saggezza e la morte di martire sono diventati la semente della fede per molti popoli - ha aggiunto -. La visita alla sua tomba sia per voi tempo di grazia e stimolo alla conoscenza della sua vita e dell'insegnamento".


Il Papa benedice la statua di don Orione
Collocata in una nicchia esterna della Basilica vaticana

CITTA' DEL VATICANO, mercoledì, 25 giugno 2008 (ZENIT.org).- "Solo la carità salverà il mondo" è la frase scolpita nel libro aperto del Vangelo sorretto dalla mano della statua di San Luigi Orione, fondatore della Piccola Opera della Divina Provvidenza, collocata in una delle nicchie esterne della Basilica Vaticana.

Il Papa ha benedetto l'immagine questo mercoledì mattina, prima dell'udienza generale. Alle 10.15, in via delle Fondamenta, è stato accolto dal Cardinale Angelo Comastri, arciprete della Basilica, vicario generale di Sua Santità per la Città del Vaticano e presidente della Fabbrica di San Pietro; dal Vescovo Vittorio Lanzani, delegato della Fabbrica di San Pietro, e da don Flavio Peloso, direttore generale della Piccola Opera della Divina Provvidenza, informa "L'Osservatore Romano".

Lo hanno accompagnato l'Arcivescovo James Michael Harvey, prefetto della Casa Pontificia, il Vescovo Paolo De Nicol, reggente, e monsignor Georg Gänswein, segretario particolare.

Assistito da monsignor Guido Marini, maestro delle celebrazioni liturgiche pontificie, il Papa ha pronunciato l'orazione e ha asperso la statua, impartendo quindi la benedizione apostolica.

Erano presenti i rappresentanti della famiglia orionina, il sindaco di Roma Gianni Alemanno, l'assessore alle politiche sociali della Provincia di Roma Claudio Cecchini e diverse autorità civili giunte dalle zone del Piemonte legate a don Orione.

Il Papa ha salutato con gratitudine il Papa lo scultore Alessandro Romano che ha realizzato l'opera, alta cinque metri e mezzo e pesante venticinque tonnellate, in marmo di Carrara.

Al termine dell'udienza generale, il Santo Padre ha salutato "con grande affetto" la Famiglia Orionina e ha auspicato che l'inaugurazione della statua del loro fondatore "costituisca, per tutti i suoi figli spirituali, un rinnovato stimolo a proseguire sul cammino tracciato da San Luigi Orione specialmente per portare al Successore di Pietro - come diceva lui stesso - 'i piccoli, le classi umili, i poveri operai e i reietti della vita che sono i più cari a Cristo e i veri tesori della Chiesa di Gesù Cristo'".

San Luigi Orione nacque a Pontecurone, nella Diocesi di Tortona, il 23 giugno 1872. Quando era seminarista a Tortona impartiva lezioni di catechismo ai ragazzi. Il 3 luglio 1892 inaugurò il primo oratorio intitolato a San Luigi; nel 1895 venne ordinato sacerdote.

Ha fondato la Congregazione dei Figli della Divina Provvidenza e le Piccole Missionarie della Carità, gli Eremiti della Divina Provvidenza e le Suore Sacramentine, inviando fin dal 1914 i suoi sacerdoti e le suore in America Latina e in Palestina. E' morto a Sanremo nel 1940.

Don Orione è stato proclamato Beato da Giovanni Paolo II il 26 ottobre 1980 e canonizzato il 16 maggio 2004. La sua memoria liturgica si celebra il 12 marzo.


Santa Sede: il G8 agisca con decisione per ridurre la povertà
Chiede il presidente di Caritas Internationalis

CITTA' DEL VATICANO, mercoledì, 25 giugno 2008 (ZENIT.org).- Secondo il Cardinale Óscar Rodríguez Maradiaga, presidente di Caritas Internationalis, il G8, la riunione dei Paesi più sviluppati del mondo più la Russia, deve adottare misure urgenti perché si possa ridurre drasticamente la povertà come indicava uno degli Obiettivi di Sviluppo del Millennio.

I leader del G8 - che comprende Stati Uniti, Canada, Francia, Italia, Germania, Giappone e Russia - si riuniranno dal 7 al 9 luglio in Giappone per discutere varie questioni, tra le quali lo sviluppo.

La Caritas, ricorda un comunicato inviato a ZENIT, "li esorta a mantenere le promesse fatte in passato circa la quantità e la qualità degli aiuti".

Nel 2007 gli aiuti totali della comunità internazionale sono diminuiti dell'8,4% rispetto all'anno precedente, dopo una riduzione del 5,1% tra il 2005 e il 2006.

In una dichiarazione congiunta della Caritas e della CIDSE (Cooperazione Internazionale per lo Sviluppo e la Solidarietà), firmata dal Cardinale Rodríguez Maradiaga, Arcivescovo di Tegucigalpa (Honduras), si mette in guardia sul "pericolo reale che gli Obiettivi di Sviluppo del Millennio siano ricordati solo come parole vuote", il che "alimenterà il cinismo con cui tanta gente dei Paesi in via di sviluppo ascolta le espressioni di preoccupazione dei Paesi più ricchi rispetto alle necessità dei più bisognosi".

Secondo il porporato, per molti Paesi non sarà possibile raggiungere gli Obiettivi del Millennio per il 2015, come da programma. "In alcuni casi, in base ai progressi attuali, potrebbero volerci più di cent'anni per raggiungere le mete".

"Per gli Stati membri del G8 la sfida di recuperare velocità per raggiungere gli obiettivi del 2015 è enorme", ha affermato.

Tra gli argomenti che affronteranno i leader del G8 figurano anche i cambiamenti climatici. A questo proposito, il Cardinale ha sottolineato il pericolo che, "per rispondere a queste nuove minacce, la comunità dei donatori, anziché trovare nuove risorse per aiutare i Paesi in via di sviluppo a rispondere alle emergenze e ad adattarsi ai cambiamenti climatici, decida di deviare le già scarse risorse stabilite per lo sviluppo".

Per questo, si esortano i Governi "ad assicurare che le risorse messe a disposizione per aiutare i Paesi in via di sviluppo ad adattarsi ai cambiamenti climatici siano addizionali alle risorse per lo sviluppo e la riduzione della povertà".

I membri delle Caritas di tutto il mondo esortano quindi i loro simpatizzanti a chiedere ai leader del G8 di mantenere le loro promesse relativamente agli aiuti. Caritas Giappone ha già fornito 80.000 cartoline di protesta da inviare al Governo giapponese.

La Caritas parteciperà al G8 con Caritas Giappone e Joseph Donnelly, responsabile della delegazione di Caritas Internationalis presso l'ONU, a New York.

Caritas Internationalis (www.caritas.org) è una confederazione di 162 organizzazioni cattoliche di aiuto, sviluppo e servizio sociale presente in più di 200 Paesi e territori.

La CISDE (www.cisde.org) è un'alleanza di 16 organizzazioni cattoliche per lo sviluppo in Europa e in America del Nord.


Il quotidiano del Papa in malayalam, lingua dello Stato indiano del Kerala
Benedetto XVI spera che sia uno strumento di comunione con la Sede di Pietro

CITTA' DEL VATICANO, mercoledì, 25 giugno 2008 (ZENIT.org).- Benedetto XVI ha espresso la propria gioia per la pubblicazione del quotidiano della Santa Sede, "L'Osservatore Romano", in malayalam o malabar, lingua dello Stato del Kerala, nel sud dell'India, parlata da circa 30 milioni di persone.

In una lettera scritta per l'occasione, il Papa ritiene che sia "un evento altamente significativo nella vita della Chiesa in India perché terrà informati gli oltre sei milioni di cattolici del Kerala sul ministero del Papa e sull'opera della Santa Sede".

Secondo il messaggio, la pubblicazione "rafforzerà i vincoli di fede e di comunione ecclesiale che uniscono la comunità cattolica alla Sede di Pietro".

Nella sua lettera, il Papa ringrazia i direttori della Carmel International Publishing House, incaricata della stampa del settimanale che raccoglie i discorsi, le omelie e i documenti del Papa.

Giovanni Maria Vian, direttore de "L'Osservatore Romano", ha scritto un articolo in cui ricorda che i cristiani del Kerala hanno avuto come primo missionario San Tommaso Apostolo, motivo per il quale la prima copia sarà in circolazione il 3 luglio, giorno in cui viene ricordato dalla liturgia.

Attualmente, circa sei milioni di cattolici parlano malayalam nel Kerala.

Oltre all'edizione quotidiana e settimanale in italiano, "L'Osservatore Romano" si può leggere una volta a settimana in spagnolo, inglese, francese, tedesco, portoghese e polacco.


Successo del Padiglione della Santa Sede all'Expo Saragozza

SARAGOZZA (Spagna), mercoledì, 25 giugno 2008 (ZENIT.org).- Il Padiglione della Santa Sede è diventato una delle attrazioni di maggior successo dell'Expo Saragozza, con un'affluenza media di quasi 5.500 visitatori al giorno.

Secondo quanto ha reso noto il servizio stampa, il Padiglione ha ricevuto più di 50.000 visite nei primi dieci giorni e ha battuto il record di visitatori domenica 22 giugno, quando gli ingressi sono stati 7.202.

I visitatori possono trovare due opuscoli di contenuti catechetici - uno per bambini e l'altro per adulti - che aiutano a comprendere il messaggio che la Chiesa vuole trasmettere circa la dimensione umana e divina dell'acqua.

Nell'opuscolo infantile, un barcaiolo chiamato Jons guida i bambini attraverso le tre fasi del Padiglione con l'aiuto di giochi, cruciverba e disegni.

La guida per adulti presenta l'acqua alla luce della fede cristiana. Viene infatti descritta la presenza dell'acqua nella Storia della Salvezza e si conclude con un concetto che Benedetto XVI ha ripetuto in varie occasioni: "L'acqua è un diritto inalienabile di tutti i popoli, le razze e le culture".


Anno Paolino

A Damasco nei luoghi di Paolo
ROMA, mercoledì, 25 giugno 2008 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito alcuni estratti del colloquio con Sua Beatitudine Gregorio III Laham, patriarca della Chiesa cattolica Greco-Melkita, apparso sulla primo numero della rivista “Paulus” .

* * *

Cè qualcuno che san Paolo ce l’ha nel DNA. Una vocazione scritta nel sangue e nello spirito, viene da dire. Questo qualcuno è Sua Beatitudine Gregorio III Laham, patriarca della Chiesa cattolica Greco-Melkita, che ci racconta come la sua vita sia stata segnata dall’Apostolo fin dal suo inizio. Anzi, prima ancora... «La mia appartenenza paolina – ci dice il Patriarca – è “viscerale” nel senso letterale del termine, perché comincia addirittura con la mia gestazione. Mia madre proveniva infatti da una località nota come “il monte degli arabi”, a 50 km da Damasco, in direzione di Amman. È il luogo dove Paolo fuggì dopo la persecuzione dei Giudei e che cita nella lettera ai Galati, quando afferma di essere andato in Arabia (Gal 1,17) prima ancora che a Gerusalemme: non si tratta dell’Arabia Saudita, ma di una zona desertica tra Damasco e la Giordania. Sono nato a Daraya, dove Paolo è stato convertito dall’incontro con il Signore, ma vivo a Damasco, l’unica città al di fuori della Terra Santa dove è apparso il Risorto. Il mio legame con l’Apostolo delle genti si è rafforzato ancora di più quando, alla mia ordinazione vescovile, il precedente patriarca Massimo V mi ha assegnato il titolo di vescovo di Tarso, per cui mi sento a tutti gli effetti il successore di Paolo. Tuttora continuo ad appartenergli perché la mia residenza si trova in quello che io amo chiamare il “quartiere paolino”, cioè quella zona dove sorge da un lato la casa di Anania e dall’altro la cappella dove Paolo ricevette il battesimo. Vivere in quel luogo è per me fondamentale, proprio perché vi ha operato Anania. E Anania è forse uno dei primi vescovi del mondo in senso moderno, prima ancora dello stesso Pietro, perché mentre Pietro era anche missionario e si spostava di frequente, Anania era fisso presso una sede precisa, proprio come un vescovo locale. Mi piace anche ricordare il 15 febbraio 1959, prima della mia ordinazione sacerdotale, quando mi sono raccolto in ritiro spirituale presso le Tre Fontane e poi alla prigione di san Paolo a Roma. Proprio ieri ho celebrato la divina liturgia nella Basilica di San Paolo fuori le Mura e ho pregato sulla tomba di san Paolo come patriarca e come suo successore. E mi sono commosso perché, 49 anni fa, vi avevo celebrato la mia prima divina liturgia».

[...] sul versante dell’ecumenismo il Patriarca coltiva il carisma dell’unità proprio del suo protettore, e ci racconta come si possa essere “costruttori di chiese” in senso spirituale e in senso materiale allo stesso tempo. «Un altro cantiere di lavori ancora aperto è la costruzione di una chiesa a Damasco. Nel frattempo, nel nostro piccolo villaggio abbiamo già costruito un’altra chiesa dedicata a san Paolo ed è stata inaugurata nel 2004. Si tratta di una vera rarità mondiale, una chiesa comune come solo lo spirito paolino poteva ispirarci: è una co-proprietà dei greco-ortodossi e dei greco-cattolici. Credo sia l’unico esemplare di co-proprietà tra cattolici e ortodossi. [...]».

Sul fronte delle iniziative per il bimillenario fervono i preparativi. È un’occasione unica per la Chiesa intera, ma in particolare per quanto resta – come un seme seminato a fondo – delle antichissime comunità cristiane fondate dall’Apostolo. «Per l’Anno Paolino sto pensando a diverse iniziative che si dovrebbero svolgere in tutto il Libano. Tra le tante cose, desideriamo produrre un film sulla vita di Paolo che ripercorra gli Atti degli Apostoli e le Lettere. Abbiamo già pronta la sceneggiatura – un testo di grande bellezza spirituale – e ora occorrono solo i fondi per girarlo. Stiamo anche cercando di rivitalizzare alcune località significative per le celebrazioni, anche se sono poco note. Ad esempio è degno di menzione Msimiè, posto a 50 minuti a sud di Damasco, dove Paolo trovò rifugio trattandosi di una regione romana: se fosse rimasto a Damasco, lo avrebbero ucciso. Ma restando nella geografia spirituale paolina del Medioriente, i due luoghi più importanti restano Damasco e Roma. Un altro luogo importante potrebbe essere Atene, ma essendo la Grecia di religione ortodossa non sappiamo quale potrebbe essere la risposta a un’iniziativa voluta dal Papa. Lo stesso discorso vale per la Turchia, che è musulmana. Damasco ha una maggioranza Ortodossa e in un primo momento non sembrava interessata all’iniziativa, ma ora che si è lasciata trascinare dal fervore dei cattolici ne è entusiasta. Oltre tutto Damasco, che è interamente musulmana, ora passa agli occhi dell’attenzione mondiale grazie alla sua sparuta minoranza cristiana. Questo offrirà l’occasione per far conoscere a tutti che anche nel mondo arabo, dove siamo una minoranza, si celebra un evento cristiano che testimonia la fede in Gesù Cristo e che incoraggia tutti i cristiani orientali. Così il nostro Presidente si è mostrato molto interessato e ha dato ordine ai ministri di rendersi disponibili nei confronti dei Patriarchi della Chiesa cattolica e ortodossa per l’Anno Paolino! Così sono a nostra disposizione anche il Ministro del Turismo, dell’Economia e delle Comunicazioni».

[...] la Chiesa senza Paolo sarebbe una Chiesa che non avrebbe voce. Questa voce ci dice che dev’esserci un papa nel mondo, e che la presenza dei cristiani nel mondo non può essere che forte. Ma la voce di Paolo ci ricorderà anche che il più grande ministero del Papa non è il primato, ma quello di confermare e fortificare i suoi fratelli. Abbiamo bisogno perciò di una voce cristiana unica nel mondo, che predichi l’annuncio fondamentale del vangelo senza scendere in quei particolarismi che finiscono per creare solo divisione. Ricordiamo sempre quello che disse Giovanni XXIII: “Quello che ci unisce è molto di più di quello che ci divide”».

Gregorio III Laham

Patriarca della

Chiesa cattolica Greco-Melkita

di Antiochia, di Gerusalemme

e di tutto l’Oriente


Interviste

Il segreto delle istituzioni caritative cattoliche
Il Cardinale Cordes sui primi Esercizi Spirituali per i responsabili di questi enti

di Jesús Colina


CITTA' DEL VATICANO, mercoledì, 25 giugno 2008 (ZENIT.org).- Il segreto delle istituzioni caritative cattoliche non sta nelle loro risorse umane, ma nella fonte del loro amore, spiega il Cardinale Paul Josef Cordes.

Il Presidente del Pontificio Consiglio Cor Unum è arrivato a questa conclusione nel tracciare a ZENIT un bilancio del primo ciclo di Esercizi Spirituali che l'organismo vaticano ha convocato dal 1° al 6 giugno 2008 per i responsabili delle Caritas diocesane e nazionali del continente americano.

Al ritiro, condotto da padre Raniero Cantalamessa, OFM Cap., Predicatore della Casa Pontificia, hanno partecipato anche alcune organizzazioni caritative cattoliche operanti sul medesimo territorio, come la Società di San Vincenzo de' Paoli.

Secondo quanto ha fatto sapere Cor Unum, "questa iniziativa è diretta applicazione della prima Enciclica del Papa Benedetto XVI, Deus Caritas est, e vuole essere uno stimolo ad approfondire la formazione spirituale di tutti coloro che operano in favore degli organismi cattolici di aiuto e di assistenza".

Per la prima volta, i responsabili di alcune istituzioni caritative della Chiesa si sono riuniti in un ritiro continentale per meditare e pregare. In quei giorni si sono verificate delle emergenze mondiali, come la crisi dei prezzi degli alimenti che affama le popolazioni dei paesi in via di sviluppo. Non è stata una perdita di tempo?

Cardinale Cordes: Effettivamente, potrebbe sembrare così, almeno a livello pratico. Credo tuttavia che un servizio migliore a favore dei poveri si possa fare solo quando le persone che si dedicano alle attività caritative hanno un profondo e solido radicamento in Cristo e nella vita ecclesiale.

Questo incontro è stato un forte investimento: l'efficacia dell'azione caritativa della Chiesa non dipende, come afferma Benedetto XVI nella sua Enciclica Deus Caritas est, soltanto dalla professionalità o quantità degli interventi. Ciò che caratterizza l'intervento caritativo è il suo inserimento nella vita stessa della Chiesa, il fatto che porta agli uomini un messaggio di speranza e di amore, l'amore di Dio proprio per i più sofferenti. Questo rende l'aiuto un atto di Carità come inteso dalla Sacra Scrittura.

Il Santo Padre afferma che una attività di aiuto cristiano deve essere in primo luogo professionale ed efficiente, ma che questo da solo non basta. E' proprio intorno a questo punto, il "non basta", che abbiamo voluto organizzare questi Esercizi Spirituali a Guadalajara. Abbiamo potuto costatare che, nonostante le Diocesi in qualche modo tengano già conto anche dell'aspetto spirituale, le persone hanno una grande sete di incontri di questo genere. Uno dei partecipanti, al termine degli Esercizi, mi ha detto: "Eminenza, ritorno alla mia diocesi, al mio lavoro, come ricaricato, e con un grande e rinnovato desiderio di continuare a servire, ad aiutare il prossimo, così come ci chiede la Chiesa".

La Chiesa Cattolica è definita da molti “l'ONG più grande del mondo”. E' d'accordo con questa definizione? Qual è la differenza tra la Chiesa e un'altra ONG?

Cardinale Cordes: Padre Cantalamessa, OFM Cap., Predicatore della Casa Pontificia, che ha guidato il ritiro con le sue conferenze, ha affrontato spesso questo argomento. La carità più grande consiste nell'aiutare il nostro prossimo offrendogli, insieme all'aiuto concreto, anche il bene più grande, più ineffabile: Cristo stesso. La Chiesa è chiamata quindi ad assistere i poveri, i bisognosi, le persone colpite da calamità nei loro bisogni materiali; ma insieme a questo, chi opera come cristiano – cioè partendo dalla sua fede – è chiamato a portare l'amore che Dio come Padre ha per ciascun uomo, specialmente per coloro che si trovano nella sofferenza.

Le ONG sono abituate a riflettere sui problemi del mondo, come le catastrofi, la fame, la siccità, le migrazioni, la guerra, per poter affrontare soprattutto politicamente e tecnicamente queste sfide. Prediligendo gli aspetti pratici e organizzativi degli interventi, si perde facilmente quello spirituale profondo. Dal punto di vista quantitativo e con categorie puramente sociologiche, possiamo certamente confermare che la Chiesa Cattolica è la più grande ONG del mondo, ma questo "primato" ci interessa poco. La Chiesa vuole essere un segno, rendere visibile il fatto che nessuna persona è mai uscita dallo sguardo paterno di Dio anche se colpita da una miseria distruttiva, terribile e disumanizzante. E, non meno importante, annunciare che esiste una vita eterna.

A parte questo, c'è un secondo argomento; la grande forza della Chiesa si trova nel fatto che spesso coloro che operano in essa vivono "incarnati", radicati, nelle realtà concrete, nel loro territorio: sono presenti, provengono da quelle stesse situazioni di sofferenza, le conoscono "di persona"; e soprattutto, una grande forza è che la maggior parte dei volontari offrono il loro aiuto gratuitamente. Si impegnano già prima dell'arrivo di fondi o strumenti da parte di altri.  

Il Papa ha mandato un messaggio ai partecipanti per invitarli ad intensificare la loro amicizia  con Cristo. Rivolgendosi ai responsabili di grandi istituzioni di aiuto, sembrerebbe che il suo messaggio non affronti la loro specificità, l'aiuto, lo sviluppo... Condivide questo giudizio?

Cardinale Cordes: Una spinta pastorale non deve tanto sottolineare le qualità già praticate dagli ascoltatori; piuttosto, alcuni aspetti a volte dati per scontati e che devono invece essere rinvigoriti, rinforzati. Il Papa pensa che, per meglio affrontare i problemi reali, serva come fondamento e punto di partenza l'amicizia con Cristo. E' questa amicizia che rende l'operatore della carità un Buon Samaritano, a modello e sull'esempio di Cristo.

Padre Raniero Cantalamessa ha detto che la Chiesa non solo deve lavorare con i poveri, ma deve essere povera. Cosa significa e come vede lei questo invito?

Cardinale Cordes: Padre Cantalamessa, che è andato veramente al cuore del problema, ha sottolineato come sia importante il modo in cui la Chiesa si pone nell'aiutare i poveri. A questo proposito, ha posto come esempio la Beata Madre Teresa di Calcutta. La Chiesa si rende credibile nel modo in cui si pone di fronte alle varie povertà. E' significativo l'aneddoto tante volte citato di quel giornalista che, visitando la Casa dei Moribondi a Kalighat, dopo aver visto il lavoro delle suore che accudivano i sofferenti, esclamò: "Io non farei questo nemmeno per un milione di dollari!", al che la Madre rispose: "Neppure io!". Madre Teresa aveva capito, nel suo carisma di aiuto ai più disgraziati, che in ciascun povero incontrato noi stiamo servendo Cristo. Di fronte al povero, a Cristo stesso, se non mi presento povero, non si tratterà di vera Carità.

Ci sono state delle reazioni da parte dei partecipanti di questa nuova esperienza?

Cardinale Cordes: Sì, tante testimonianze di contentezza e di gratitudine. Stiamo preparando ora una pubblicazione nelle diverse lingue con alcune esperienze, come ricordo per i partecipanti. Inoltre, alcuni partecipanti hanno già messo in agenda di riportare questi esercizi nelle loro Diocesi, d'accordo con il Vescovo locale.

E' la prima volta che un organismo della Santa Sede organizza un incontro di  queste caratteristiche. Ce ne saranno altri?

Cardinale Cordes: Ce lo auguriamo, vista l'allegria e l'entusiasmo sperimentato, vissuto e riferito dai partecipanti. Di cuore, sinceramente, spero che questa esperienza possa ripetersi anche negli altri continenti.


Udienza del mercoledì

Benedetto XVI presenta la figura di San Massimo il Confessore
Intervento in occasione dell'udienza generale

CITTA' DEL VATICANO, mercoledì, 25 giugno 2008 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito il testo dell'intervento pronunciato questo mercoledì mattina da Benedetto XVI in occasione dell'udienza generale, dedicata a presentare la figura di San Massimo il Confessore.


* * *

Cari fratelli e sorelle,

vorrei presentare oggi la figura di uno dei grandi Padri della Chiesa di Oriente del tempo tardivo. Si tratta di un monaco, san Massimo, che meritò dalla Tradizione cristiana il titolo di Confessore per l'intrepido coraggio con cui seppe testimoniare - "confessare" - anche con la sofferenza l'integrità della sua fede in Gesù Cristo, vero Dio e vero uomo, Salvatore del mondo. Massimo Nacque in Palestina, la terra del Signore, intorno al 580. Fin da ragazzo fu avviato alla vita monastica e allo studio delle Scritture, anche attraverso le opere di Origene, il grande maestro che già nel terzo secolo era giunto a "fissare" la tradizione esegetica alessandrina.

Da Gerusalemme, Massimo si trasferì a Costantinopoli, e da lì, a causa delle invasioni barbariche, si rifugiò in Africa. Qui si distinse con estremo coraggio nella difesa dell'ortodossia. Massimo non accettava alcuna riduzione dell'umanità di Cristo. Era nata la teoria secondo cui in Cristo vi sarebbe solo una volontà, quella divina. Per difendere l'unicità della sua persona, negavano in Lui una vera e propria volontà umana. E, a prima vista, potrebbe apparire anche una cosa buona che in Cristo ci sia una sola volontà. Ma san Massimo capì subito che ciò avrebbe distrutto il mistero della salvezza, perché una umanità senza volontà, un uomo senza volontà non è un vero uomo, è un uomo amputato. Quindi l'uomo Gesù Cristo non sarebbe stato un vero uomo, non avrebbe vissuto il dramma dell'essere umano, che consiste proprio nella difficoltà di conformare la volontà nostra con la verità dell'essere. E così san Massimo afferma con grande decisione: la Sacra Scrittura non ci mostra un uomo amputato, senza volontà, ma un vero uomo completo: Dio, in Gesù Cristo, ha realmente assunto la totalità dell'essere umano - ovviamente eccetto il peccato - quindi anche una volontà umana. E la cosa, detta così, appare chiara: Cristo o è o non è uomo. Se è uomo, ha anche una volontà. Ma nasce il problema: non si finisce così in una sorta di dualismo? Non si arriva ad affermare due personalità complete: ragione, volontà, sentimento? Come superare il dualismo, conservare la completezza dell'essere umano e tuttavia tutelare l'unità della persona di Cristo, che non era schizofrenico. E san Massimo dimostra che l'uomo trova la sua unità, l'integrazione di se stesso, la sua totalità non in se stesso, ma superando se stesso, uscendo da se stesso. Così, anche in Cristo, uscendo da se stesso, l'uomo trova in Dio, nel Figlio di Dio, se stesso. Non si deve amputare l'uomo per spiegare l'Incarnazione; occorre solo capire il dinamismo dell'essere umano che si realizza solo uscendo da se stesso; solo in Dio troviamo noi stessi, la nostra totalità e completezza. Così si vede che non l'uomo che si chiude in sé è uomo completo, ma l'uomo che si apre, che esce da se stesso, diventa completo e trova se stesso proprio nel Figlio di Dio, trova la sua vera umanità. Per san Massimo questa visione non rimane una speculazione filosofica; egli la vede realizzata nella vita concreta di Gesù, soprattutto nel dramma del Getsemani. In questo dramma dell'agonia di Gesù, dell'angoscia della morte, della opposizione tra la volontà umana di non morire e la volontà divina che si offre alla morte, in questo dramma del Getsemani si realizza tutto il dramma umano, il dramma della nostra redenzione. San Massimo ci dice, e noi sappiamo che questo è vero: Adamo (e Adamo siamo noi stessi) pensava che il "no" fosse l'apice della libertà. Solo chi può dire "no" sarebbe realmente libero; per realizzare realmente la sua libertà, l'uomo deve dire "no" a Dio; solo così pensa di essere finalmente se stesso, di essere arrivato al culmine della libertà. Questa tendenza la portava in se stessa anche la natura umana di Cristo, ma l'ha superata, perché Gesù ha visto che non il "no" è il massimo della libertà. Il massimo della libertà è il "sì", la conformità con la volontà di Dio. Solo nel "sì" l'uomo diventa realmente se stesso; solo nella grande apertura del "sì", nella unificazione della sua volontà con quella divina, l'uomo diventa immensamente aperto, diventa "divino". Essere come Dio era il desiderio di Adamo, cioè essere completamente libero. Ma non è divino, non è completamente libero l'uomo che si chiude in sé stesso; lo è uscendo da sé, è nel "sì" che diventa libero; e questo è il dramma del Getsemani: non la mia volontà, ma la tua. Trasferendo la volontà umana nella volontà divina, è così che nasce il vero uomo, così siamo redenti. Questo, in brevi parole, è il punto fondamentale di quanto voleva dire san Massimo, e vediamo che qui è veramente in questione tutto l'essere umano; sta qui l'intera questione della nostra vita. San Massimo aveva già problemi in Africa difendendo questa visione dell'uomo e di Dio; poi fu chiamato a Roma. Nel 649 prese parte attiva al Concilio Lateranense, indetto dal Papa Martino I a difesa delle due volontà di Cristo, contro l'editto dell'imperatore, che - pro bono pacis - proibiva di discutere tale questione. Il Papa Martino dovette pagare caro il suo coraggio: benché malandato in salute, venne arrestato e tradotto a Costantinopoli. Processato e condannato a morte, ottenne la commutazione della pena nel definitivo esilio in Crimea, dove morì il 16 settembre 655, dopo due lunghi anni di umiliazioni e di tormenti.

Poco tempo più tardi, nel 662, fu la volta di Massimo, che - opponendosi anche lui all'imperatore - continuava a ripetere: "E' impossibile affermare in Cristo una sola volontà!" (cfr PG 91, cc. 268-269). Così, insieme a due suoi discepoli, entrambi chiamati Anastasio, Massimo fu sottoposto a un estenuante processo, benché avesse ormai superato gli ottant'anni di età. Il tribunale dell'imperatore lo condannò, con l'accusa di eresia, alla crudele mutilazione della lingua e della mano destra - i due organi mediante i quali, attraverso le parole e gli scritti, Massimo aveva combattuto l'errata dottrina dell'unica volontà di Cristo. Infine il santo monaco, così mutilato, venne esiliato nella Colchide, sul Mar Nero, dove morì, sfinito per le sofferenze subite, all'età di 82 anni, il 13 agosto dello stesso anno 662.

Parlando della vita di Massimo, abbiamo accennato alla sua opera letteraria in difesa dell'ortodossia. Ci siamo riferiti in particolare alla Disputa con Pirro, già patriarca di Costantinopoli: in essa egli riuscì a persuadere l'avversario dei suoi errori. Con molta onestà, infatti, Pirro concludeva così la Disputa: "Chiedo scusa per me e per quelli che mi hanno preceduto: per ignoranza siamo giunti a questi assurdi pensieri e argomentazioni; e prego che si trovi il modo di cancellare queste assurdità, salvando la memoria di quelli che hanno errato" (PG 91, c. 352). Ci sono poi giunte alcune decine di opere importanti, tra le quali spicca la Mistagoghía, uno degli scritti più significativi di san Massimo, che raccoglie in sintesi ben strutturata il suo pensiero teologico.

Quello di san Massimo non è mai un pensiero solo teologico, speculativo, ripiegato su se stesso, perché ha sempre come punto di approdo la concreta realtà del mondo e della sua salvezza. In questo contesto, nel quale ha dovuto soffrire, non poteva evadere in affermazioni filosofiche solo teoriche; doveva cercare il senso del vivere, chiedendosi: chi sono io, che cosa è il mondo? All'uomo, creato a sua immagine e somiglianza, Dio ha affidato la missione di unificare il cosmo. E come Cristo ha unificato in se stesso l'essere umano, nell'uomo il Creatore ha unificato il cosmo. Egli ci ha mostrato come unificare nella comunione di Cristo il cosmo e così arrivare realmente a un mondo redento. A questa potente visione salvifica fa riferimento uno dei più grandi teologi del secolo ventesimo, Hans Urs von Balthasar, che - "rilanciando" la figura di Massimo - definisce il suo pensiero con l'icastica espressione di Kosmische Liturgie, "liturgia cosmica". Al centro di questa solenne "liturgia" rimane sempre Gesù Cristo, unico Salvatore del mondo. L'efficacia della sua azione salvifica, che ha definitivamente unificato il cosmo, è garantita dal fatto che egli, pur essendo Dio in tutto, è anche integralmente uomo - compresa anche l'"energia" e la volontà dell'uomo.

La vita e il pensiero di Massimo restano potentemente illuminati da un immenso coraggio nel testimoniare l'integrale realtà di Cristo, senza alcuna riduzione o compromesso. E così appare chi è veramente l'uomo, come dobbiamo vivere per rispondere alla nostra vocazione. Dobbiamo vivere uniti a Dio, per essere così uniti a noi stessi e al cosmo, dando al cosmo stesso e all'umanità la giusta forma. L'universale "sì" di Cristo, ci mostra anche con chiarezza come dare il collocamento giusto a tutti gli altri valori. Pensiamo a valori oggi giustamente difesi quali la tolleranza, la libertà, il dialogo. Ma una tolleranza che non sapesse più distinguere tra bene e male diventerebbe caotica e autodistruttiva. Così pure: una libertà che non rispettasse la libertà degli altri e non trovasse la comune misura delle nostre rispettive libertà, diventerebbe anarchia e distruggerebbe l'autorità. Il dialogo che non sa più su che cosa dialogare diventa una chiacchiera vuota. Tutti questi valori sono grandi e fondamentali, ma possono rimanere veri valori soltanto se hanno il punto di riferimento che li unisce e dà loro la vera autenticità. Questo punto di riferimento è la sintesi tra Dio e cosmo, è la figura di Cristo nella quale impariamo la verità di noi stessi e impariamo così dove collocare tutti gli altri valori, perché scopriamo il loro autentico significato. Gesù Cristo è il punto di riferimento che dà luce a tutti gli altri valori. Questa è il punto di arrivo della testimonianza di questo grande Confessore. E così, alla fine, Cristo ci indica che il cosmo deve divenire liturgia, gloria di Dio e che la adorazione è l'inizio della vera trasformazione, del vero rinnovamento del mondo.

Perciò vorrei concludere con un brano fondamentale delle opere di san Massimo: "Noi adoriamo un solo Figlio, insieme con il Padre e con lo Spirito Santo, come prima dei tempi, così anche ora, e per tutti i tempi, e per i tempi dopo i tempi. Amen!" (PG 91, c. 269).

[Il Papa ha poi salutato i pellegrini in varie lingue. In Italiano ha detto:]

Rivolgo un cordiale benevenuto ai pellegrini di lingua italiana. In particolare, saluto il gruppo della Piccola Missione per i Sordomuti e quello del Complesso Penitenziario di Sollicciano. Cari amici, vi ringrazio per la vostra visita e invoco su ciascuno di voi la continua assistenza divina per un fecondo itinerario di fedeltà al Vangelo. Con grande affetto saluto ora il folto gruppo della Famiglia Orionina, gioiosamente radunata attorno al Vicario di Cristo per celebrare la festa del Papa. L'inaugurazione della statua del vostro Fondatore costituisca, per tutti i suoi figli spirituali, un rinnovato stimolo a proseguire sul cammino tracciato da san Luigi Orione specialmente per portare al Successore di Pietro - come diceva lui stesso - "i piccoli, le classi umili, i poveri operai e i reietti della vita che sono i più cari a Cristo e i veri tesori della Chiesa di Gesù Cristo".

Saluto, infine, i giovani, i malati e gli sposi novelli. Celebreremo domenica la solennità dei Santi Apostoli Pietro e Paolo. L'esempio e la costante protezione di queste colonne della Chiesa sostengano voi, cari giovani, nello sforzo di seguire Cristo; aiutino voi, cari malati, nel vivere con pazienza e serenità la vostra situazione; spingano voi, cari sposi novelli, a testimoniare nella vostra famiglia e nella società l'adesione coraggiosa agli insegnamenti evangelici.

[© Copyright 2008 - Libreria Editrice Vaticana]

Citazione:

La campagna di raccolta fondi 2008 è terminata.

Continuano ad arrivarci donazioni per posta e pertanto per il momento non possiamo ancora comunicare il risultato finale della campagna. Lo faremo non appena sarà possibile. Intanto possiamo già anticipare che questa campagna di donazioni per l'edizione in Italiano è stata un grande successo!

Desideriamo trasmettere la nostra più profonda gratitudine a tutti i lettori che hanno inviato la donazione, così come a tutti coloro che ci hanno inviato messaggi di solidarietà assicurando le loro preghiere per l'esito della campagna.
Tutto questo sostegno ci anima fortemente nel proseguire nel nostro lavoro.

E' sempre possibile inviare donazioni attraverso: http://www.zenit.org/italian/donazioni.html

Grazie di cuore da parte di tutta l'équipe di ZENIT !



Ultima modifica di Redazione il 25 Giu 2008 23:59, modificato 1 volta in totale 






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