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Il mondo visto da Roma, 28 Agosto 2008
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Giovedì, 28 Agosto : 2008

Il mondo visto da Roma


SANTA SEDE
Il Papa fa giungere la sua benedizione alla nuova chiesa in Kazan

MEETING DI RIMINI
Vescovo in terra d'Islam, nella “diocesi” più grande al mondo
La grandezza dell’uomo sta nel suo Creatore
I monumenti cristiani nella Cipro occupata dai Turchi

DOCUMENTI
Il commento della Glendon al discorso del Papa all'ONU



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Santa Sede

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Il Papa fa giungere la sua benedizione alla nuova chiesa in Kazan

La sua costruzione è stata resa possibile grazie alle autorità musulmane


KAZAN, giovedì, 28 agosto 2008 (ZENIT.org).- Il Cardinale decano Angelo Sodano si trova in questo momento nella città russa di Kazan, nella Repubblica del Tatarstan, dove venerdì presiederà alla dedicazione della Chiesa cattolica della Esaltazione della Croce. Saranno presenti, tra gli altri, anche il Nunzio apostolico, monsignor Antonio Mennini.

Il porporato si farà latore della benedizione di Papa Benedetto XVI per la nuova chiesa, così come del suo saluto alla città di Kazan, a maggioranza musulmana, le cui autorità hanno reso possibile questo avvenimento, donando il terreno e aiutando alla costruzione del tempio.

In alcune dichiarazioni alla Radio Vaticana, il porporato ha dato risalto all'importanza di questa nuova chiesa, sia per la piccola comunità cattolica di questa città, che per il dialogo interreligioso.

Finora, la piccola comunità cattolica di Kazan, composta da circa 300 fedeli, non aveva un proprio luogo di culto, ed era costretta a celebrare la Messa nella cappella del cimitero.

Il Cardinale ha spiegato che si tratta di “un momento di festa” per tutta la città. All'inaugurazione saranno presenti il sindaco di Kazan e il presidente della Repubblica del Tatarstan, che domani consegnerà le chiavi della nuova chiesa all'inviato del Papa.

Kazan è un luogo denso di significato per la tradizione ortodossa perché vi è apparsa la Vergine nel 1579. All'apparizione è legato anche il ritrovamento dell'Icona della Madre di Dio, dopo l’incendio della città, avvenuto il 23 giugno, grazie ad una bambina di nome Matriona, la quale era stata visitata in sogno dalla Madonna che le aveva indicato dove era stata interrata l’immagine.

Al suo rinvenimento si legano da subito eventi miracolosi tanto che lo Tsar Ivan il Terribile ordina la costruzione di una chiesa e di un convento sul luogo dove era stata ritrovata, mentre gradualmente si incominciano a produrre numerose copie.

Oltre ad essere dotata di virtù miracolose nel ridonare salute alla vista, e ad aver fornito protezione al popolo russo in diverse battaglie, l’Icona della Madre di Dio di Kazan era considerata anche l’Icona del matrimonio, e infatti veniva donata ai novelli sposi subito dopo la cerimonia nuziale, ed era la prima a varcare la soglia della casa.


Nel 1904, scomparve nuovamente, forse rubata, ricomparendo poi nel 1960, quando venne acquistata da un americano, che la offrì al santuario di Fatima. Nel 1993 fu donata al Pontefice Giovanni Paolo II, che da allora l'ha sempre custodita nel suo appartamento privato, prima di donarla alla Chiesa ortodossa russa nel 2004.


Il 28 giugno dell'anno 2005, in una sollenne cerimonia, lo stesso Patriarca Alessio II l'ha quindi donata alla chiesa della città.


Il Cardinale Sodano, già Segretario di Stato vaticano, si è detto soddisfato di poter essere presente all'inaugurazione: “Ho sempre seguito il cammino della rinascita della Chiesa in Russia”.

“All’inizio del mio servizio nella Segreteria di Stato – ha raccontato – ero anche Presidente della Pontificia Commissione per la Russia, e quindi ho conosciuto, come Segretario di Stato, tutto il progresso di questa Chiesa in Russia come nelle repubbliche dell’ex Asia sovietica, non lontane di qui”.


Il porporato ha quindi rivelato di essersi recato ieri a pregare al santuario ortodosso di Nostra Signora di Kazan, e dopo di aver visitato il monastero ortodosso dell'Arcangelo Raffaele, dove ha trovato una comunità molto viva.

“Ci siamo abbracciati nel nome di Maria e ci siamo salutati – ha detto –. E qui c’è proprio, nel nome di Maria, il migliore ecumenismo, l’ecumenismo spirituale che ci unisce tutti!”.

Circa il conflitto nella vicina Ossezia, il Cardinale Sodano ha affermato che in questi giorni si è pregato a Kazan per invocare la risoluzione pacifica del conflitto.

“La bandiera di Giovanni Paolo II, la bandiera del Papa attuale, Benedetto XVI, è la bandiera del dialogo vicendevole, la bandiera della pace, perché siamo membri di una stessa famiglia e come fratelli e sorelle dobbiamo intenderci, dobbiamo collaborare”, ha infine concluso.


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Meeting di Rimini

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Vescovo in terra d'Islam, nella “diocesi” più grande al mondo

“Proprio perché non siamo nessuno, noi siamo protagonisti”, dice mons. Hinder

di Mirko Testa
RIMINI, giovedì, 28 agosto 2008 (ZENIT.org).- “Se devo essere Vescovo, voglio esserlo in terra araba”. Parla con emozione monsignor Paul Hinder, O.F.M. Cap, 66 anni, originario della Svizzera, nel ricordare il desiderio espresso direttamente al Santo Padre al momento della sua nomina.

Dal 2005 Vicario apostolico della Penisola Araba, guida all'incirca 1,3 milioni di cattolici.

Vive ad Abu Dhabi, negli Emirati Arabi Uniti, “quasi a ridosso – precisa – di una delle più grandi moschee del Paese, tanto che posso quasi toccarla dal mio ufficio”.

Il 26 agosto scorso, nella cornice del Meeting di Rimini, ha tracciato il punto sulla situazione dei cristiani nei Paesi arabi, incalzato dalle domande a tutto campo del giornalista Roberto Fontolan.

La sua è, in termini geografici, grazie a un territorio di circa 3 milioni di km quadrati, la “diocesi” più grande del mondo. Ospita popoli di 90 diverse nazionalità e abbraccia Paesi come gli Emirati Arabi Uniti, il Bahrein, l'Oman, lo Yemen, il Qatar e l'Arabia Saudita. Il Vicariato apostolico d’Arabia, istituito nel 1889 è affidato alla cura pastorale dei Cappuccini.

All'inizio della conferenza il presule fa scorrere su uno schermo alcune foto scattate in occasione dell'inaugurazione della prima chiesa a Doha, la Saint Mary's Church inaugurata il 16 marzo scorso e in grado di ospitare circa 4000 persone, e delle celebrazioni della Settimana Santa ad Abu Dhabi, a cui generalmente prendono parte quasi 70.000 fedeli.

Il giorno di Pasqua a Dubai e ad Abu Dhabi sono in programma ben diciannove Messe: sei in inglese, due in arabo, e poi in filippino, cingalese, tamil, urdu, malese, konkani, francese, italiano, spagnolo, polacco e tedesco. I fedeli sono soprattutto filippini e indiani, ma ci sono anche moltissimi indonesiani, nigeriani, europei e nordamericani.

Non ci sono cristiani locali. Ci sono solo emigrati, “compreso il Vescovo”, scherza monsignor Hinder: “Siamo al 100% una Chiesa pellegrina”.

In ogni parrocchia vi è una cappella dedicata alla Madonna dove pregano anche i musulmani. Le chiese non hanno segni esterni o simboli visibili, come croci o campanili. I fedeli si riuniscono per pregare in case private, spesso situate nella periferia.

Lo scarso numero di sacerdoti ha però spinto recentemente alcune comunità locali ad affidare la guida a dei laici.

“Dalle nostre parti la gente è molto, molto pia, con un impegno profondo e una fede che, veramente, mi stupisce ogni tanto”, afferma monsignor Hinder.

“Una Chiesa vivissima, anche se non tanto visibile”. E “proprio perché non siamo nessuno, noi siamo protagonisti”, sottolinea il presule capovolgendo il titolo che caratterizza questa edizione del Meeting di Comunione e Liberazione.

Si vive in uno stato di “libertà condizionata”, racconta, anche se occorre distinguere tra vita liturgica e fede vissuta in ambito personale.

Inoltre, la situazione è molto diversificata nel Vicariato, sebbene in quasi tutti i Paesi esiste la libertà di culto, tranne che in Arabia Saudita, che è l'unico a non avere un luogo in cui i cattolici (oltre 800.000) possano riunirsi per pregare.

Il Re dell’Arabia Saudita, Abdallah, non vieta tuttavia la preghiera in luoghi privati purché non si rechi disturbo.

“Le sole 'persecuzioni' – spiega monsignor Hinder – sono costituite da tutti questi impedimenti che rendono difficile il lavoro pastorale”.

“Ma se da una parte non è facile professare apertamente la propria fede – osserva –, poiché Gesù Cristo è, per me, il Figlio del Dio vivente, io devo annunciarlo anche se questo può suonare come un insulto sulla base del Corano”.

Monnsignor Hinder racconta che i contatti con le alte personalità del mondo musulmano sono cordiali e di venire spesso invitato per l'iftâr, il pasto comune, nel mese di Ramadan, che interrompe il digiuno al termine della giornata.

Uno, fra i tanti, a suo avviso, è però il rischio: “la tendenza all'arroganza che abbiamo nella nostra cultura, non soltanto riguardo all'islam”.

“Abbiamo la tendenza a considerarci la vetta dello sviluppo dell'umanità. Ma questo non è giusto”, spiega, perché “non tutti i popoli sono costretti ad avere la stessa storia”.

“Ci sono anche altri modi di vivere la dicotomia fra il mondo tecnologico, moderno e il passato della propria storia e la religione”.

“Anch'io sono convinto che il mondo musulmano debba aprirsi di più alla ragione, secondo un processo che abbiamo attraversato anche noi. Però non è detto che questo debba condurli allo stesso secolarismo. Forse, siamo noi ad esserci sbagliati”, osserva poi.

Il presule invita quindi all' “umiltà nel relativizzare la nostra posizione”.

Per quanto riguarda il dialogo interreligioso, il cappuccino svizzero ricorda che “dobbiamo essere onesti e rispettosi”, ma che “insistere sulla reciprocità in senso matematico non funziona”.

“Innanzitutto, il concetto di democrazia secondo la mentalità occidentale è il risultato di un lungo processo che anche la Chiesa ha fatto fatica ad accettare – osserva –. Non si possono imporre democrazia e diritti come li conosciamo noi, perché sono frutto di un percorso che non è detto sia quello che devono fare anche gli Emirati Arabi”.

Nei Paesi arabi, la vita politica è permeata dalla religiosità e proprio questo ostacola la comprensione di un concetto come quello dello Stato liberale europeo.

“Per i musulmani la fede è parte integrante della vita”, sostiene infine, e il termine reciprocità è investito di un significato ambiguo, che viene mal tollerato.


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La grandezza dell’uomo sta nel suo Creatore

Il docente di Astrofisica Marco Bersanelli parla al Meeting di Rimini

di Antonio Gaspari
RIMINI, giovedì, 28 agosto 2008 (ZENIT.org).- “L’uomo è un paradosso, un quasi nulla che ha la capacità dell’infinito e gente come Dante Alighieri, Blaise Pascal, Giacomo Leopardi, Fedor Dostoevskij e Luigi Giussani hanno capito che ogni uomo ha una grandezza incommensurabile”.

Così, Marco Bersanelli, Docente di Astrofisica all’Università degli Studi di Milano, ha spiegato il tema del Meeting di Rimini 2008: “Protagonisti o nessuno”.

Mercoledì 27 agosto, parlando di fronte a 14.000 persone, l’astrofisico che ha ottenuto la medaglia d’oro della National Science Foundation per l’attività di ricerca svolta in Antartide, ha spiegato che l’uomo non si azzera al cospetto dell’immensità dell’universo, al contrario “l’io dell’uomo supera anche il cosmo, lo sovrasta in tutte le parti ” perché “la grandezza dell’uomo è il rapporto personale con il mistero che lo crea”.

Di fronte ad un Auditorium stracolmo di gente, Bersanelli ha criticato la visione riduzionista dell’uomo che domina nel mondo moderno.

Più tardi, riprendendo le parole di Hannah Arendt, ha detto che “è perfettamente concepibile che l’età moderna cominciata con un così eccezionale e promettente rigoglio di attività umana, termini nella più mortale e nella più sterile passività che la storia abbia conosciuto”.

L’astrofisico ha commentato questo smarrimento dell’io come una disaffezione per la realtà “che non ci riguarda, oppure è ridotta a ciò che di essa noi decidiamo di scegliere”.

“I fatti che accadono – ha aggiunto – sono visti come ostacoli o limiti e non come opportunità”.

Bersanelli è stato molto critico anche nei confronti della debolezza nel rapporto con la realtà che genera aridità nella conoscenza ed elimina la commozione e lo stupore di fronte a ciò che c’è.

A questo proposito ha ripreso Max Planck, il quale diceva: “Chi ha raggiunto lo stadio di non meravigliarsi più di nulla, dimostra semplicemente di aver perduto l’arte del ragionare e del riflettere”.

L’astrofisico ha quindi preso le distanze dai modelli del successo del divo che si basa sulle sue capacità materiali di sedurre la realtà, perché così l’uomo “è facilmente preda del potere, perde l’autonomia del giudizio, alienandosi nella mentalità comune”.

“Invece – ha sottolineato Bersanelli – l’uomo cosciente della propria irriducibilità non può essere assimilato né soffocato”.

Secondo l’astrofisico, una volta il potere cercava di annichilire l’uomo controllandolo, mentre adesso lo fa da dandogli un infinita possibilità di scelta, senza fornirgli un criterio.

Ma allora, alla domanda su chi è veramente protagonista, Bersanelli ha risposto riprendendo don Giussani, che in suo intervento del 1979 ha spiegato che “protagonista non vuol dire avere la genialità o spiritualità di alcuni, ma avere il proprio volto, che è, in tutta la storia e l’eternità, unico e irripetibile”.

Per rafforzare e sostenere l’amore per cui si è stati creati, Bersanelli ha citato don Juliàn Carròn, Presidente della fraternità di Comunione e Liberazione, secondo cui “l’unica possibilità di ridestare l’io è un avvenimento, un amore incontrato, una Presenza che afferma il tuo essere. Il cristianesimo è questo invito inaspettato che ti cambia la vita”.

A questo proposito l’astrofisico ha sottolineato: “Un uomo che scopre il rapporto con questa Presenza sulla sua vita diventa un soggetto instancabile, un protagonista di positività che tenderà a costruire pezzi di mondo migliore nella realtà che ha da vivere”.

“Dio è il protagonista della storia – ha concluso Bersanelli –, e noi lo diventiamo in rapporto con Lui, accorgendoci di essere bisognosi come ci ha testimoniato don Giussani. Il vero protagonista della storia è il mendicante: Cristo mendicante del cuore dell’uomo e il cuore medicante di Cristo”.


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I monumenti cristiani nella Cipro occupata dai Turchi

Al Meeting di Rimini, una mostra fotografica ne testimonia la devastazione

di Mirko Testa
RIMINI, giovedì, 28 agosto 2008 (ZENIT.org).- Una mostra fotografica allestita presso il Meeting di Rimini, in corso fino a sabato, testimonia lo stato di distruzione dei monumenti cristiani, a Cipro, a più di trent'anni di distanza dall'invasione turca.

La mostra è costituita da circa 100 fotografie che rivelano la tragica condizione odierna delle chiese delle varie comunità cristiane durante l'occupazione della parte settentrinale dell'isola nel 1974.

L’occupazione turca ha causato morti, distruzioni e uno spostamento forzato di popolazioni, costrette a far spazio ai coloni provenienti dall'Anatolia. Circa 200 mila greco-ciprioti di fede cristiana ortodossa che abitavano nel nord dell’isola sono fuggiti al sud. E viceversa, i turco-ciprioti del sud, musulmani, si sono spostati al nord.

L'inziativa è frutto del programma di ricerca del Museo del Monastero di Kykko che ha catalogato circa 500 chiese nella parte occupata, alcuni cimiteri cristiani e un cimitero ebraico.

Qui, le chiese crollano giorno dopo giorno, mentre decine di esse vengono utilizzare per le necessità delle milizie dell'occupazione turca, che li trasformano in campi militari o depositi di armi.

Le chiese che non sono state trasformate in moschee islamiche, demolite o prese d'assalto con atti vandalici , vengono utilizzate come circoli sportivi, uffici, teatri, alberghi, pollai, fienili, stalle. I cimiteri, nella maggior parte dei casi, sono stati spianati.

A ciò si aggiunge, poi, il traffico illegale di opere d'arte, che ha portato alla dilapidazione di questo patrimonio culturale. Decine di collezioni private sono state saccheggiate, mentre numerosi siti archeologici sono stati distrutti a causa degli scavi illegali.

Dalle chiese cristiane sono state rubate intorno alle 16.000 icone portatili, utensili sacri, vangeli, vestiario ecclesiastico, e persino le pesanti iconostasi di legno scolpito. Le opere di una civiltà, che vanta una storia di oltre 5000 anni, sono stati saccheggiate e vendute nei mercati esteri. Decine di campanili sono stati demoliti per non essere più riconoscibili.

Queste informazioni sono state verificate con la comparsa nei mercati internazionali, specialmente dell'Europa occidentale e degli Stati Uniti, di antichità e di icone bizantine provenienti da queste chiese (come per esempio la collezione Hadjiprodromou).

In seguito sono stati individuati tesori bizantini saccheggiati a Cipro fino all'estremo Oriente: le Porte Regie dalla Chiesa di san Anastasio nel paese di Peristerona Ammochostos, a Osaka (Giappone).

In particolare, è stato il ritrovamento negli Stati Uniti di pezzi del mosaico absidale di valore inestimabile, datato agli inizi del VI sec., che venne strappato dalla Chiesa di Panagia Kanakaria, in Lythrankome, a scuotere la comunità scientifica mondiale.

Da quel momento sia le chiese di Cipro che le autorità della Repubblica di Cipro, così come i privati e le fondazioni si sono attivati per il rimpatrio di molti oggetti che appaionono tuttora in mercati illegali all'estero e in case d'asta internazionali.

Dopo la parziale rimozione degli ostacoli per il passaggio nella parte occupata di Cipro, nel 2003, l'interesse del Vescovo di Kykkos per il destino dell'eredità culturale della chiesa di Cipro nella parte occupata, si è dimostrato fondamentale.

Attualmente, il regime di occupazione ha deciso illegalmente di mettere tutte le chiese cristiane, con rare eccezioni, sotto la giurisdizione di una Federazione musulmana. Continua inolte ad essere vietata, nelle chiese, la celebrazione della messa, mentre la libertà religiosa è ostacolata, e vige il divieto di riparazione e restauro delle chiese.


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Documenti

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Il commento della Glendon al discorso del Papa all'ONU

RIMINI, giovedì, 28 agosto 2008 (ZENIT.org).- Riportiamo il testo integrale, apparso su “Il Foglio”, dell'intervento che l'Ambasciatrice americana presso la Santa Sede, Mary Ann Glendon, ha tenuto al Meeting di Rimini, il 27 agosto, nell'incontro dal titolo “Giustizia e diritti umani”.


* * *

E' davvero un onore partecipare al famoso Meeting di Rimini, ed è una gioia straordinaria condividere il podio con Stefano Alberto, Marta Cartabia e Joseph Weiler. Ci è stato chiesto di discutere il tema “Giustizia e dei Diritti Umani” nel discorso tenuto da papa Benedetto XVI alle Nazioni Unite il 18 aprile 2008, e mi è stato affidato il gradito compito di cominciare proponendo alcune riflessioni sul modo in cui il Papa ha trattato questi argomenti.

Ho avuto per l’appunto la grande fortuna di essere presente alle Nazioni Unite quando il Santo Padre ha tenuto il discorso e di assistere all’entusiastica standing ovation che ha ricevuto. All’epoca, tuttavia, non ho potuto fare a meno di domandarmi se coloro che avevano applaudito il Papa con tale entusiasmo avessero realmente compreso appieno le implicazioni delle sue parole. Poiché, al pari di molti altri discorsi di papa Benedetto, si tratta di un discorso in cui esprime in modo piuttosto criptico alcune idee alquanto complesse. È un discorso ricco di stimoli; un discorso che ha bisogno, come si suol dire, di essere “spacchettato”. Aggiungerei che si tratta di un discorso rivolto a un pubblico assai più vasto di quello dei diplomatici riuniti nell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. I suoi contenuti sono rivolti a tutti gli uomini e le donne di buona volontà che sperano in qualche modo di poter contribuire a cambiare il corso degli eventi in favore della libertà e dell’umana dignità. In altre parole, sono destinati a tutti coloro che sperano, usando l’espressione di don Luigi Giussani, di essere “protagonisti” piuttosto che “nessuno” nel nostro mondo sempre più interdipendente e tuttavia tormentato da conflitti. È quindi particolarmente appropriato esaminare attentamente questi contenuti qui al Meeting.

Permettetemi di iniziare con un’osservazione sul metodo retorico scelto dal Papa. Come in altri discorsi tenuti negli Stati Uniti, egli inizia l’allocuzione alle Nazioni Unite esprimendo il suo apprezzamento per ciò che di più nobile ed elevato vi è nella tradizione e nella prassi del gruppo riunito di fronte a lui. Successivamente, mentre esorta i suoi ascoltatori a intensificare il loro impegno per realizzare i nobili scopi che si sono prefissi, fa notare, in toni concilianti al massimo, alcune insidie da evitare lungo la strada. Talvolta il suo metodo è talmente conciliante, e la sua voce così dolce e gentile, che – al primo ascolto – è facile sottovalutare la gravità dei suoi ammonimenti. Ma se si studiano attentamente questi discorsi si resta colpiti dalla forza degli avvertimenti che accompagnano le sue affermazioni.

Il giudizio cautamente positivo espresso da papa Benedetto riguardo al moderno progetto internazionale per i diritti umani amplia, e si pone in continuità con quello dei suoi predecessori. Papa Giovanni XXIII ne fu uno strenuo sostenitore fin dai suoi primissimi esordi. In veste di Nunzio pontificio a Parigi, il cardinale Roncalli agì con discrezione dietro le quinte per aiutare coloro che stavano cercando di ottenere l’approvazione della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo da parte dei membri dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. In seguito, divenuto Papa, egli lodò la Dichiarazione nella sua enciclica Pacem in Terris – aggiungendo, tuttavia, che “su qualche punto particolare della dichiarazione sono state sollevate obiezioni e fondate riserve” (Pacem in Terris, 75)

Fu durante il pontificato di papa Giovanni Paolo II che il movimento internazionale per i diritti umani rivelò tutto il suo potenziale quale forza propulsiva per un cambiamento pacifico, specialmente nell’Europa dell’Est e in Sudafrica. Giovanni Paolo II parlò spesso con approvazione della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, riferendosi a essa come a “una pietra miliare posta sul lungo e difficile cammino del genere umano” (discorso all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, 2 ottobre 1979, 7) e “una delle più alte espressioni della coscienza umana nel nostro tempo” (messaggio all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite per la Celebrazione del 50° di Fondazione, 5 ottobre 1995, 2). Cionondimeno, nel 1989, proprio nell’anno in cui il movimento per i diritti umani stava conseguendo i suoi più grandi successi nell’Europa dell’Est, il papa-filosofo rilevava che “la dichiarazione del 1948 non presenta i fondamenti antropologici ed etnici dei diritti dell’uomo che essa proclama” (Discorso ai membri del corpo diplomatico accreditato presso la santa sede, 9 gennaio 1989, 7). Due anni dopo, egli richiamò l’attenzione sulla minaccia ai suoi principi rappresentata dal diffondersi di atteggiamenti relativistici (Centesimus Annus, 29). E nel 1998, in occasione del 50° Anniversario della Dichiarazione, si disse preoccupato per il fatto che “su questo anniversario pesano, tuttavia, le ombre di alcune riserve manifestate circa due caratteristiche essenziali della nozione stessa di diritti dell’uomo: la loro universalità e la loro indivisibilità” (messaggio per la Giornata Mondiale della Pace, 1° gennaio 1998, 2). Da allora, tali riserve sono diventate particolarmente virulente, come è emerso chiaramente alle conferenze del Cairo e di Pechino.

Alla luce di questo precedente, c’era molta curiosità riguardo a cosa papa Benedetto avrebbe detto nel suo discorso alle Nazioni Unite in aprile. Prossima al suo sessantesimo anniversario, la dichiarazione era diventata l’unico e più importante punto di riferimento comune per il dibattito tra le nazioni sulla dignità della condizione umana, e quello dei diritti era divenuto il principale linguaggio per portare avanti tali discussioni. Papa Benedetto ha usato questi fatti come punto di partenza, osservando come “I diritti umani sono sempre più presentati come linguaggio comune e sostrato etico delle relazioni internazionali”. Ma questo successo ha avuto il suo prezzo. Infatti, tanto più l’idea dei diritti umani internazionali ha mostrato la sua forza, quanto più intensa è diventata la lotta per sfruttare il suo potere per diversi scopi, dei quali non tutti rispettano la dignità umana.

E' la discussione puntuale su queste sfide che distingue il modo in cui papa Benedetto ha trattato i diritti umani da quello dei suoi predecessori. Al pari di loro, egli elogia i nobili scopi della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, descrivendola come l’esito di un processo volto a “porre la persona umana al cuore delle istituzioni, leggi e interventi della società”. Le attribuisce il merito di aver permesso “a differenti culture, espressioni giuridiche e modelli istituzionali di convergere attorno a un nucleo fondamentale di valori e, quindi, di diritti”. Ma ciò che colpisce è come queste espressioni di apprezzamento siano accompagnate dalla più approfondita ed esortativa discussione sui diritti umani mai comparsa in un documento pontificio. Il breve discorso di papa Benedetto indica almeno sette dilemmi che hanno assillato il progetto dei diritti umani sin dall’inizio, ma che, ironia della sorte, sono diventati più gravi man mano che il progetto dei diritti umani avanzava: i dilemmi derivano (1) dalle minacce messe in atto dalle diverse forme di relativismo, (2) dal distacco dal principio stabilito dal positivismo, (3) dalla diffusione di approcci selettivi ai diritti, (4) dalla proliferazione di rivendicazione di diritti nuovi e discutibili, (5) dalle interpretazioni iper-individualistiche o ultra-libertarie dei diritti, (6) dall’aver trascurato la relazione esistente fra diritti e responsabilità, (7) e dalla minaccia alla libertà di religione rappresentata da un laicismo aggressivo. Permetteteci di prendere brevemente in considerazione alcune delle immense sfide lanciate da questi sviluppi per gente che aspira a essere “protagonista” nella trasformazione della cultura.

1. Relativismo Culturale


Innanzitutto (ed è del tutto normale da parte di un teologo celebre per la sua preoccupazione riguardo al relativismo dogmatico), il Papa mette in guardia sul pericolo derivante dal negare l’universalità dei diritti “in nome di contesti culturali, politici, sociali e persino religiosi differenti” e dall’uso dell’“argomento della specificità culturale per coprire violazioni dei diritti umani” (Giovanni Paolo II, Messaggio per la Giornata mondiale della Pace, 1° gennaio 1998, 2). L’ammonimento è più che giustificato. Nel corso degli anni, questa argomentazione è stata avanzata da alcuni dei peggiori violatori dei diritti umani, tra cui molto di recente la Birmania. Ma d’altra parte non è sempre facile distinguere fra il relativismo culturale che mina i diritti universali e un legittimo pluralismo che ammette differenti mezzi di espressione e protegge tali diritti. Il pensiero sociale cattolico, sulla base della lunga esperienza della Chiesa nella dialettica fra principi universali e culture differenti, riconosce come l’universalità non comporti necessariamente l’omogeneità, e come l’esistenza di diverse modalità di attuazione dei principi non implichi necessariamente un atteggiamento relativista riguardo ai principi stessi (Giovanni Paolo II, Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace, 1° gennaio 1999, 3). Infatti, la storia dell’inculturazione della fede cattolica in società estremamente differenti mostra come la concezione comune delle verità fondamentali possa essere arricchita dalla varietà delle esperienze attraverso cui tali verità vengono vissute. Di conseguenza, non si deve pensare che il Papa intenda porre in netto contrasto i diritti universali e le particolarità culturali. Dopotutto, i diritti scaturiscono dalla cultura; i diritti non possono essere sostenuti senza fondamenti culturali; e i diritti, per essere effettivi, devono diventare parte del modo di vivere di ciascun popolo. Come ha affermato una volta Giovanni Paolo II, i diritti umani saranno garantiti solo “quando una cultura dei diritti umani, rispettosa delle diverse tradizioni, diventa parte integrante del patrimonio morale dell’umanità” (Giovanni Paolo II, Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace, 1° gennaio 1999, 12). Ignorare questa realtà significherebbe cadere nella mentalità che caratterizza la cultura professionale di molti avvocati internazionali, dipendenti di istituzioni internazionali e ONG internazionali – una sorta di “-ismo” internazionale, insensibile alle particolarità locali e che insiste sulle proprie interpretazioni dogmatiche dei diritti umani. Questo tipo di dogmatismo può risultare altrettanto dannoso per la causa della tutela della dignità umana quanto le pretese del relativismo culturale. Basti pensare solamente ai reiterati tentativi di usare le agenzie delle Nazioni Unite come siti di produzione off-shore, dove le problematiche delle lobby possono essere trasformate in nuovi “diritti”, esenti da qualsiasi controllo pubblico e responsabilità democratica.Promuovere la giustizia e i diritti umani senza cadere nel relativismo culturale da un lato e nell’imperialismo culturale dall’altro, è dunque un’ardua sfida. L’invocazione del Papa, nel suo discorso, al principio della sussidiarietà mostra come egli sia ben consapevole delle difficoltà che tale sfida comporta. Tali difficoltà si intensificano se considerate alla luce della critica mossa dal Papa al positivismo.

2. Positivismo
È difficile comprendere come forme distruttive di relativismo si possano distinguere da un legittimo pluralismo se i diritti sono considerati semplicemente come l’esito di provvedimenti legislativi o di altre decisioni ufficiali. Gli artefici della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo sapevano bene che non tutto quanto all’interno di un determinato ordinamento giuridico è definito come “diritto” possa o debba essere universalizzato. Come sottolinea il Papa nel suo discorso alle Nazioni Unite, la giustizia è spesso negata quando i diritti vengono presentati “semplicemente in termini di legalità, [...] deboli proposizioni staccate dalla dimensione etica e razionale, che è il loro fondamento e scopo”. Il termine “razionale” è significativo in questo contesto poiché, secondo il pensiero cattolico, i diritti umani derivano da un ordine naturale, le cui leggi possono essere scoperte attraverso lo studio e l’esperienza. Esse sono accessibili mediante la ragione sia per chi crede sia per chi non crede. Rimuovere i diritti umani da questo contesto – sottolinea il Papa – distruggerebbe la loro universalità. Tuttavia, nel nostro mondo post-moderno – in cui la concezione di diritti, giustizia e legge naturale è violentemente contestata – non è semplice identificare gli strumenti per preservare il rapporto fra i diritti umani e i loro fondamenti etico-razionali. A un livello abbiamo a che fare con i relativisti filosofici, i quali non sono in grado di affermare perché un qualsiasi valore dovrebbe essere difeso o un comportamento condannato, salvo che ricorrendo alle preferenze individuali. A livello pratico, il problema di “chi decide” sarà sempre alquanto spinoso, un problema che le democrazie liberali hanno trovato opportuno affrontare mediante la separazione dei poteri e il sistema di checks-and-balances (Sistema istituzionale di “controlli e contrappesi” che caratterizza i rapporti fra i vari poteri dello stato negli ordinamenti democratici. ndt). L’osservazione del Papa, secondo cui l’applicazione di procedure corrette e lo stato di diritto non sono sufficienti per la difesa dell’umana dignità, è un implicito richiamo alla priorità della cultura. Come ha affermato una volta Giovanni Paolo II: “…la dignità della persona deve essere tutelata nei costumi, prima di esserlo nel diritto” (Discorso ai membri del corpo diplomatico accreditato presso la santa sede, 9 gennaio 1989, 7). Tuttavia, sebbene lo stato di diritto e un processo equo non siano sufficienti in sé, essi sono estremamente importanti al fine di tutelare l’umana dignità (e sono riconosciuti come tali nella Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo). Al pari dei diritti fondamentali che difendono, essi rappresentano fragili conquiste culturali ottenute con fatica. Il Papa riconosce tutto ciò nel passo del suo discorso in cui insiste sul fatto che la comunità internazionale deve rispettare “i mezzi giuridici previsti dalla Carta delle Nazioni Unite e da altri strumenti internazionali” quando essa esercita il suo compito di protezione.
3. Selettività
Un terzo problema citato dal Papa sorge dalla tendenza assai diffusa a trascurare l’interdipendenza fra i diritti fondamentali, un’abitudine consolidatasi durante gli anni della guerra fredda, quando i principali antagonisti diedero inizio alla pratica oggi comune di considerare la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo come una sorta di menu, da cui ognuno poteva scegliere a piacere i propri diritti preferiti ignorando il resto. Sebbene il principio secondo cui i diritti universali sono “interdipendenti e indivisibili” sia stato affermato in numerosi documenti delle Nazioni Unite, nella prassi esso è stato palesemente disprezzato tanto dalle nazioni quanto dalle lobby di potere. È interessante notare come, negli ultimi sessant’anni, il principale difensore istituzionale della Dichiarazione Universale nella sua integralità sia stata la Santa Sede. Oggi, laddove i provvedimenti della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo per la tutela del matrimonio, della famiglia, dei diritti dei genitori e della libertà di religione sono costantemente presi d’assalto, il Papa alle Nazioni Unite ha auspicato con forza che vengano “raddoppiati” gli sforzi per preservare l’“unità intrinseca” della Dichiarazione. Co un monito contro le pressioni verso “un allontanamento dalla protezione della dignità umana per soddisfare semplici interessi, spesso interessi particolari”, il Papa ha insistito affinché la dichiarazione non possa “essere applicata per parti staccate, secondo tendenze o scelte selettive”.

4. Campagne per nuovi diritti
Strettamente legata al problema della selettività è la quarta fonte di preoccupazione citata dal Papa: la pressione affinché venga ampliato l’elenco dei diritti ritenuti fondamentali. Ovviamente, l’elenco non può rimanere chiuso, poiché – come egli stesso sottolineava – “mentre la storia procede, sorgono nuove situazioni”. D’altro canto però, quanto i più beni materiali o i desideri vengono riconosciuti come diritti, tanto più si corre il rischio di banalizzare i valori umani fondamentali. Di conseguenza, il Papa pone l’accento (due volte!) sul fatto che bisognerà avere grande “discernimento” nell’affrontare i tentativi di introdurre nuovi diritti. Come ho accennato sopra, quanto più la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo è stata accettata come una norma universale, tanto più lobby di ogni sorta hanno intensificato i loro sforzi per far riconoscere come diritti universali le loro problematiche particolari, come per esempio l’eutanasia, l’aborto, la procreazione assistita, il diritto a partner dello stesso sesso di sposarsi e di adottare figli, e così via. Non stupisce dunque che il Papa abbia richiamato alla prudenza nell’affrontare le richieste di nuovi diritti, sottolineando che esse “riguardano le vite stesse e i comportamenti delle persone, delle comunità e dei popoli”. Agire con discernimento significherebbe come minimo domandarsi quale bene intenda promuovere il diritto che viene proposto, e quale rapporto abbia con gli altri diritti e con le responsabilità. A questo proposito, gli ultimi tre punti che vorrei citare possono essere considerati dei validi aiuti per distinguere quali proposte rappresentino sviluppi sani e quali invece siano dannose per la dignità umana.

5. Iper-individualismo
Una buona domanda da porre riguardo qualsiasi nuovo diritto venga proposto è: Qual è la sua concezione intrinseca della persona umana e del rapporto fra individuo e società? Il Papa mette in guardia dalle proposte che ignorano la dimensione sociale propria della persona umana, così da “privileg[iare] indubbiamente un approccio individualistico e framment[are] l’unità della persona”. Dietro a ciò, naturalmente, sta una concezione di persona che ha un valore unico in sé ed è costituita in parte dal suo rapporto con gli altri e con Dio. Il Papa chiede ai suoi ascoltatori di considerare che “i diritti e i conseguenti doveri seguono naturalmente dall’interazione umana [...] essi sono il frutto di un comune senso della giustizia, basato primariamente sulla solidarietà fra i membri della società”. Come esempio primario cita la libertà religiosa, un diritto che ha dimensioni pubbliche e sociali, oltre che individuali.

6. Correlazione fra diritti e responsabilità
Un’altra domanda pertinente da porre è il nuovo diritto proposto riconosca le relative responsabilità, e i modi in cui i diritti di ciascuno sono limitati dai diritti degli altri. Come afferma il Papa: “Nel nome della libertà deve esserci una correlazione fra diritti e doveri, con cui ogni persona è chiamata ad assumersi la responsabilità delle proprie scelte, fatte in conseguenza dell’entrata in rapporto con gli altri”.

7. Secolarismo aggressivo
Consideriamo infine l’allusione del Papa a una delle sue maggiori preoccupazioni: la minaccia alla libertà religiosa e alla dignità umana rappresentata da una forma aggressiva di secolarismo, che mira a sradicare totalmente la religione dalla vita pubblica. Pur essendo solo una breve allusione, è sufficiente a evocare il ricordo di altre lunghe disamine – di papa Benedetto, Marcello Pera e Joseph Weiler, fra gli altri – dei pericoli derivanti dall’ignorare le radici religiose delle grandi conquiste della modernità. Ma è importante ricordare che il Papa ha espresso ripetutamente il proprio apprezzamento per un’altra forma di secolarismo – il secolarismo “positivo” che ha permesso a molte religioni di co-esistere e fiorire negli Stati Uniti.

La reazione di alcuni a questa lunga sequela di ammonimenti potrebbe essere quella di chiedersi cosa papa Benedetto proponga di fare per aiutare il movimento internazionale per i diritti umani a evitare tali insidie e adempiere alla sua missione. Ma i papi moderni hanno spiegato molto chiaramente come, a loro avviso, spetti in primo luogo ai laici comprendere l’applicazione dei principi generali alle circostanze particolari. Perciò, quando papa Benedetto ha assicurato il suo pubblico alle Nazioni Unite che la Chiesa continuerà a “offrire il contributo che le è proprio alla costruzione di relazioni internazionali in un modo che permetta ad ogni persona e ad ogni popolo di percepire di poter fare la differenza”, stava anche lanciando un messaggio, un invito e una sfida a tutti gli uomini e le donne di buona volontà.

Permettetemi di concludere, dunque, ritornando alla considerazione fatta all’inizio di queste riflessioni, ovvero che i principali destinatari delle osservazioni del Papa sui diritti umani non sono i diplomatici o i funzionari delle Nazioni Unite. Le sue parole intendevano invitare ciascuno di noi a considerare i modi in cui le nostre decisioni e le nostre azioni, negli ambienti in cui viviamo e lavoriamo, possono contribuire a mutare il corso degli eventi pro o contro un ordinamento sociale che rispetti la dignità e i diritti della persona.“La sempre nuova faticosa ricerca di retti ordinamenti per le cose umane” – come ha affermato papa Benedetto nell’enciclica Spe Salvi – “è compito di ogni generazione” (Spe Salvi, 25). La decisione fondamentale per ognuno di noi, come insegnava don Giussani, è la scelta di abbracciare questo compito e accettarne le sfide.

  





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