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Lunedì, 30 Giugno : 2008
Rassegna a cura di:
Castellammare di Stabia (NA)
Il mondo visto da Roma
SANTA SEDE
Il Papa: gli Arcivescovi Metropoliti, “pastori sull'esempio di Gesù”
Pietro e Paolo, “una cosa sola” nella testimonianza del martirio per Cristo
Bartolomeo I spera in una rapida realizzazione del cammino dell'unità
Benedetto XVI invitato in Campidoglio dal Sindaco Alemanno
SETTIMANA SOCIALE
Benedetto XVI: San Paolo “vuole parlare con noi oggi”
NOTIZIE DAL MONDO
Brasile: il fratello di Santa Gianna Beretta verso gli altari
ITALIA
L'ora dei laici negli Stati Uniti
INTERVISTE
Il rinnovamento del battesimo, risposta alla secolarizzazione (I)
ANGELUS
Benedetto XVI: l'Anno Paolino, tempo di unità ed evangelizzazione
DOCUMENTI
Omelie del Papa e di Bartolomeo I per la Solennità dei Santi Pietro e Paolo
Celebrazione dei primi Vespri per l'apertura dell'Anno Paolino
Santa Sede
Il Papa: gli Arcivescovi Metropoliti, “pastori sull'esempio di Gesù”
Udienza dopo la consegna del Pallio
CITTA' DEL VATICANO, lunedì, 30 giugno 2008 (ZENIT.org).- Il Pallio che Benedetto XVI ha consegnato questa domenica ai 40 Arcivescovi Metropoliti nominati nel corso dell’ultimo anno mostra che questi sono “chiamati ad essere pastori sull'esempio di Gesù”.
Il Papa lo ha affermato questo lunedì mattina ricevendo i presuli in udienza nell’Aula Paolo VI, sottolineando che “il Pallio simboleggia la profonda unione del pastore con il successore di Pietro e la sollecitudine pastorale dell'Arcivescovo nei confronti del suo popolo”.
Tra i presuli, figurano il Patriarca di Gerusalemme dei Latini, monsignor Fouad Twal, monsignor Giancarlo Maria Bregantini, monsignor Paolo Benotto e monsignor Francesco Montenegro, Metropoliti rispettivamente di Campobasso-Boiano, Pisa e Agrigento, e Arcivescovi provenienti da ogni parte del mondo.
Il Pallio “è fatto di lana di pecora come simbolo di Gesù Cristo, l'Agnello di Dio che prende su di sé i peccati del mondo e il Buon Pastore che vigila sul suo gregge”, ha spiegato il Papa parlando in inglese.
Come simbolo del compito episcopale, “ricorda anche ai fedeli il compito di sostenere i pastori della Chiesa con le loro preghiere e di cooperare generosamente con loro per diffondere il Vangelo e per la crescita della Chiesa di Cristo in santità, unità e amore”.
Parlando in spagnolo, il Papa ha chiesto agli Arcivescovi di cercare “in ogni momento” di promuovere la comunione tra i Vescovi della provincia ecclesiastica che presiedono e con il Vescovo di Roma.
“Esorto tutti coloro che hanno voluto venire con voi in questa bella circostanza a non smettere di pregare per voi, perché continuiate a guidare il gregge che è stato affidato alle vostre cure pastorali con grande carità, così che Cristo, per il quale i Santi Apostoli Pietro e Paolo hanno versato il proprio sangue, sia sempre più conosciuto, amato e imitato”, ha aggiunto.
Ricordando che il 28 giugno si è aperto l'Anno Paolino, che si celebra per il bimillenario della nascita di San Paolo, il Pontefice ha osservato che “l’immagine del corpo organico applicata alla Chiesa è uno degli elementi forti e caratteristici della dottrina” del Santo, motivo per il quale desidera “affidare ciascuno di voi, cari Arcivescovi, alla sua celeste protezione”.
“L’Apostolo delle genti vi aiuti a far crescere le Comunità a voi affidate unite e missionarie, concordi e coordinate nell’azione pastorale animate da costante slancio apostolico”, ha auspicato.
Per ogni pastore, ha affermato, “la condizione del suo servizio è l’amore per Cristo, a cui nulla deve essere anteposto”.
Ricordando la domanda di Gesù a Pietro, “Simone di Giovanni, mi ami?”, il Vescovo di Roma ha espresso la speranza che questa domanda “risuoni sempre nel nostro cuore” “e susciti, ogni volta nuova e commossa, la nostra risposta: 'Signore, tu sai tutto; tu sai che ti amo'”.
“Da questo amore per Cristo scaturisce la missione: 'Pasci le mie pecorelle'; missione che si riassume anzitutto nella testimonianza a Lui, il Maestro e il Signore: 'Seguimi'”.
“Sia questa la nostra gioia, mentre è certamente la nostra croce: soave e leggera, perché croce d’amore”, ha concluso.
Pietro e Paolo, “una cosa sola” nella testimonianza del martirio per Cristo
Afferma il Papa nella solennità dei Santi patroni della Diocesi di Roma
CITTA' DEL VATICANO, lunedì, 20 giugno 2008 (ZENIT.org).- San Pietro e San Paolo “muoiono per l’unico Cristo e, nella testimonianza per la quale danno la vita, sono una cosa sola”, ha affermato Benedetto XVI questa domenica, giorno in cui si ricordavano i Santi patroni della Diocesi di Roma.
Attraverso il loro martirio, ha spiegato, Pietro e Paolo “sono diventati fratelli” e sono insieme “i fondatori della nuova Roma cristiana”, ha spiegato nell'omelia della Messa alla quale ha partecipato insieme al Patriarca ecumenico Bartolomeo I, ricordando che una delle immagini preferite dell’iconografia cristiana è proprio l’abbraccio dei due Apostoli in cammino verso il martirio.
“Mediante il martirio, mediante la loro fede e il loro amore, i due Apostoli indicano dove sta la vera speranza, e sono fondatori di un nuovo genere di città, che deve formarsi sempre di nuovo in mezzo alla vecchia città umana, la quale resta minacciata dalle forze contrarie del peccato e dell’egoismo degli uomini”.
Per Paolo, ha ricordato il Pontefice, Roma era “una tappa sulla via verso la Spagna, cioè – secondo il suo concetto del mondo – verso il lembo estremo della terra”. Andare a Roma, quindi, era per lui “espressione della cattolicità della sua missione”.
Se il viaggio di Paolo verso Roma sottolinea il fatto che la Chiesa è “cattolica”, quello di Pietro rimanda al suo essere “una”: “il suo compito è di creare l’unità della catholica, della Chiesa formata da giudei e pagani, della Chiesa di tutti i popoli”.
La “missione permanente di Pietro”, ha spiegato il Papa, è quindi quella di far sì che “la Chiesa non si identifichi mai con una sola nazione, con una sola cultura o con un solo Stato”, ma che sia “sempre la Chiesa di tutti”, “che riunisca l’umanità al di là di ogni frontiera e, in mezzo alle divisioni di questo mondo, renda presente la pace di Dio, la forza riconciliatrice del suo amore”.
Benedetto XVI si è quindi rivolto ai 40 Arcivescovi Metropoliti ai quali ha consegnato questa domenica il pallio, ricordando loro che “quando prendiamo il pallio sulle spalle, quel gesto ci ricorda il Pastore che prende sulle spalle la pecorella smarrita, che da sola non trova più la via verso casa, e la riporta all’ovile”.
“I Padri della Chiesa hanno visto in questa pecorella l’immagine di tutta l’umanità, dell’intera natura umana, che si è persa e non trova più la via verso casa. Il Pastore che la riporta a casa può essere soltanto il Logos, la Parola eterna di Dio stesso”.
Nell’incarnazione, ha spiegato, Cristo “ha preso tutti noi – la pecorella 'uomo' – sulle sue spalle”, e “sulla via della Croce ci ha portato a casa, ci porta a casa”.
Cristo, tuttavia, “vuole avere anche degli uomini che 'portino' insieme con Lui”, ed essere pastore nella Chiesa di Cristo “significa partecipare a questo compito, del quale il pallio fa memoria”.
Il pallio, ha osservato, “diventa simbolo del nostro amore per il Pastore Cristo e del nostro amare insieme con Lui – diventa simbolo della chiamata ad amare gli uomini come Lui, insieme con Lui”.
Nella sua prima Lettera, ha ricordato il Papa, San Pietro si definisce infatti synpresbýteros, cioè con-presbitero, formula che “contiene implicitamente un’affermazione del principio della successione apostolica: i Pastori che si succedono sono Pastori come lui, lo sono insieme con lui”.
Allo stesso modo, il “con” ha altri due significati: la collegialità dei Vescovi – “tutti noi siamo con-presbiteri. Nessuno è Pastore da solo” – e la “comunione con Pietro e col suo successore come garanzia dell’unità”.
Il Papa ha terminato la sua omelia ricordando che San Paolo espresse “l’essenziale della sua missione, come pure la ragione più profonda del suo desiderio di andare a Roma, nel capitolo 15 della Lettera ai Romani in una frase straordinariamente bella”, definendosi chiamato “a servire come liturgo di Gesù Cristo per le genti, amministrando da sacerdote il Vangelo di Dio, perché i pagani divengano una oblazione gradita, santificata dallo Spirito Santo”.
Il Santo “parla della liturgia cosmica, in cui il mondo stesso degli uomini deve diventare adorazione di Dio, oblazione nello Spirito Santo”, ha osservato.
“Quando il mondo nel suo insieme sarà diventato liturgia di Dio, quando nella sua realtà sarà diventato adorazione, allora avrà raggiunto la sua meta, allora sarà sano e salvo – ha concluso –. È questo l’obiettivo ultimo della missione apostolica di San Paolo e della nostra missione”.
Bartolomeo I spera in una rapida realizzazione del cammino dell'unità
Durante la Messa celebrata ieri per la solennità dei Santi Pietro e Paolo
CITTA' DEL VATICANO, lunedì, 30 giugno 2008 (ZENIT.org).- Il Patriarca ecumenico di Costantinopoli, Bartolomeo I, ha espresso il desiderio di veder superati quanto prima gli ostacoli all'unità della Chiesa durante l'omelia pronunciata questa domenica nella Messa presieduta dal Papa nella Basilica di San Pietro per la solennità dei Santi Pietro e Paolo, patroni della Diocesi di Roma.
“Il Dialogo teologico tra le nostre Chiese 'in fede, verità e amore', grazie all’aiuto divino, va avanti, al di là delle notevoli difficoltà che sussistono ed alle note problematiche”, ha affermato.
“Desideriamo veramente e preghiamo assai per questo; che queste difficoltà siano superate e che i problemi vengano meno, il più velocemente possibile, per raggiungere l’oggetto del desiderio finale, a gloria di Dio”, ha aggiunto.
Il Patriarca ha sottolineato come la solennità di San Pietro e San Paolo sia importante anche per la Chiesa d'Oriente, che la celebra con un digiuno nei giorni precedenti.
L’Oriente “onora abitualmente” i due Santi “anche attraverso un’icona comune, nella quale o tengono nelle loro sante mani un piccolo veliero, che simboleggia la Chiesa, o si abbracciano l’un l’altro e si scambiano il bacio in Cristo”.
Questo gesto di comunione, il bacio santo della pace, è quello che “siamo venuti a scambiare con Voi, Santità, sottolineando l’ardente desiderio in Cristo e l’amore, cose queste che ci toccano da vicino gli uni gli altri”, ha rivelato.
Come gesto di comunione, il Patriarca ha alluso anche all'Anno Paolino convocato dalla Chiesa ortodossa, che ha organizzato un pellegrinaggio nei luoghi dell'Oriente legati al ministero di San Paolo.
“Siate sicuro, Santità, che in questo sacro tragitto, sarete presente anche Voi, camminando con noi in spirito, e che ciascun luogo eleveremo un’ardente preghiera per Voi e per i nostri fratelli della venerabile Chiesa Romano-Cattolica, rivolgendo una forte supplica e intercessione del divino Paolo al Signore per Voi”.
Bartolomeo I ha concluso con una preghiera affinché, per intercessione degli Apostoli Pietro e Paolo, Dio “doni a noi e a tutti i figli ovunque nel mondo della Chiesa Ortodossa e Romano-Cattolica, quaggiù 'l’unione della fede e la comunione dello Spirito Santo' nel 'legame della pace' e lassù, invece, la vita eterna e la grande misericordia”.
Benedetto XVI invitato in Campidoglio dal Sindaco Alemanno
In occasione dell'udienza concessa questo sabato dal Pontefice
CITTA' DEL VATICANO, lunedì, 30 giugno 2008 (ZENIT.org).- In occasione dell'udienza svoltasi questo sabato in Vaticano, Benedetto XVI ha ricevuto dal Sindaco di Roma, Gianni Alemanno, l'invito ufficiale a visitare il Campidoglio.
Si tratta della prima udienza in Vaticano tra il neo Sindaco e il Pontefice, che dopo le elezioni aveva augurato a Alemanno “un proficuo servizio per il bene di tutta la comunità cittadina”, incontrandolo nella Basilica di Santa Maria Maggiore al termine della recita del rosario per l'apertura del mese mariano.
Sabato, insieme al primo cittadino erano presenti la moglie Isabella Rauti, e il figlio Manfredi, di 13 anni, cui il Papa, al termine dell'incontro, ha chiesto sui risultati degli esami di terza media.
L’udienza è durata in tutto circa 45 minuti. Nel corso del breve colloquio, che si è svolto nello studio privato del Pontefice, il sindaco ha consegnato al Papa l'invito ufficiale a partecipare a una seduta straordinaria del Consiglio Comunale, dedicata al valore universale di Roma, “capitale del cattolicesimo e dei suoi valori”.
Intervistato dalla Radio Vaticana, il sindaco di Roma ha detto che è importante che l’invito sia una “decisione bipartisan e che coinvolga sia maggioranza che opposizione”.
“La nostra intenzione – ha aggiunto – è quella di ascoltare il Santo Pontefice e di confrontarci con lui sul tema del ruolo internazionale e universale di Roma, valore che parte dal fondamento della cultura cattolica del ruolo di Roma come centro internazionale e unico del cattolicesimo”.
Sulla centralità della presenza della Chiesa a Roma, Alemanno ha poi detto: “Noi siamo una città che ha due Stati al proprio interno ma al di là di questo abbiamo dentro di noi un messaggio che nel contempo fortemente legato a un’identità chiara e definita dai valori e che riesce a essere universale”.
Nel corso dell'incontro, il Pontefice e il Sindaco di Roma si sono scambiati dei doni. Benedetto XVI ha consegnato ad Alemanno un rosario e una medaglia d'oro, mentre il Sindaco ha regalato al Pontefice una moneta d'oro celebrativa dei sessant'anni della Costituzione italiana.
Settimana Sociale
Benedetto XVI: San Paolo “vuole parlare con noi oggi”
Inaugura l'Anno Paolino a Roma
ROMA, lunedì, 30 giugno 2008 (ZENIT.org).- San Paolo non è “una storia passata, irrevocabilmente superata”, ma “vuole parlare con noi oggi”, ha affermato Benedetto XVI sabato scorso, durante l'apertura solenne dell'Anno Paolino nella Basilica romana di San Paolo fuori le Mura.
“Per questo ho voluto indire questo speciale 'Anno Paolino': per ascoltarlo e per apprendere ora da lui, quale nostro maestro, 'la fede e la verità', in cui sono radicate le ragioni dell’unità tra i discepoli di Cristo”, ha osservato.
Riflettere sul “Maestro delle Genti”, afferma il Pontefice, apre lo sguardo “al futuro, verso tutti i popoli e tutte le generazioni. Paolo non è per noi una figura del passato, che ricordiamo con venerazione. Egli è anche il nostro maestro, apostolo e banditore di Gesù Cristo anche per noi”.
Benedetto XVI ha invitato a considerare tre aspetti della vita dell'Apostolo: il suo amore per Cristo e il suo coraggio al momento di predicare il Vangelo; la sua esperienza dell'unità della Chiesa con Gesù Cristo; la consapevolezza che la sofferenza è indissolubilmente unita all'evangelizzazione.
Quanto al primo aspetto, il Papa ha ha riflettuto sulla confessione di fede contenuta nella lettera ai Galati, in cui mostra che “la sua fede è l’esperienza dell’essere amato da Gesù Cristo in modo tutto personale; è la coscienza del fatto che Cristo ha affrontato la morte non per un qualcosa di anonimo, ma per amore di lui – di Paolo – e che, come Risorto, lo ama tuttora”.
“La sua fede non è una teoria, un’opinione su Dio e sul mondo. La sua fede è l’impatto dell’amore di Dio sul suo cuore”.
Questa esperienza lo spingeva attraverso le difficoltà, perché ciò che “lo motivava nel più profondo” era “l’essere amato da Gesù Cristo e il desiderio di trasmettere ad altri questo amore. Paolo era un uomo colpito da un grande amore, e tutto il suo operare e soffrire si spiega solo a partire da questo centro”.
E' questa la causa della sua libertà: “l’esperienza dell’essere amato fino in fondo da Cristo gli aveva aperto gli occhi sulla verità e sulla via dell’esistenza umana – quell’esperienza abbracciava tutto”.
Unità della Chiesa
Il Pontefice ha anche commentato la manifestazione di Cristo sulla via di Damasco, e la frase “Io sono Gesù che tu perseguiti”.
“Perseguitando la Chiesa, Paolo perseguita lo stesso Gesù. 'Tu perseguiti me'. Gesù si identifica con la Chiesa in un solo soggetto. In questa esclamazione del Risorto, che trasformò la vita di Saulo, in fondo ormai è contenuta l’intera dottrina sulla Chiesa come Corpo di Cristo”.
“Cristo non si è ritirato nel cielo, lasciando sulla terra una schiera di seguaci che mandano avanti 'la sua causa'. La Chiesa non è un’associazione che vuole promuovere una certa causa”, ha aggiunto il Papa, ed è questa la dottrina che Paolo trasmette nelle sue Lettere.
“Continuamente Cristo ci attrae dentro il suo Corpo, edifica il suo Corpo a partire dal centro eucaristico, che per Paolo è il centro dell’esistenza cristiana, in virtù del quale tutti, come anche ogni singolo può in modo tutto personale sperimentare: Egli mi ha amato e ha dato se stesso per me”, ha aggiunto.
Il Papa ha quindi riflettuto sul senso della sofferenza per l'Apostolo attraverso la Lettera a Timoteo. “L’incarico dell’annuncio e la chiamata alla sofferenza per Cristo vanno inscindibilmente insieme. La chiamata a diventare il maestro delle genti è al contempo e intrinsecamente una chiamata alla sofferenza nella comunione con Cristo, che ci ha redenti mediante la sua Passione”.
“In un mondo in cui la menzogna è potente, la verità si paga con la sofferenza. Chi vuole schivare la sofferenza, tenerla lontana da sé, tiene lontana la vita stessa e la sua grandezza; non può essere servitore della verità e così servitore della fede”, ha aggiunto Benedetto XVI.
“Non c’è amore senza sofferenza – senza la sofferenza della rinuncia a se stessi, della trasformazione e purificazione dell’io per la vera libertà. Là dove non c’è niente che valga che per esso si soffra, anche la stessa vita perde il suo valore”.
Anno Ecumenico
Benedetto XVI ha espresso la propria gioia per il “carattere ecumenico” di questo Anno Paolino, alla cui apertura erano presenti, oltre al Patriarca di Costantinopoli Bartolomeo I, rappresentanti delle Chiese di Gerusalemme, Antiochia, Cipro, Grecia e di altre Chiese e comunità d'Oriente e Occidente.
Bartolomeo I ha accompagnato il Papa durante l'inaugurazione della Porta Paolina. Il Papa ha anche acceso una speciale “fiaccola paolina”, che rimarrà accesa tutto l'anno, in un braciere speciale collocato nel portico della Basilica.
Notizie dal mondo
Brasile: il fratello di Santa Gianna Beretta verso gli altari
Iniziato il processo diocesano di beatificazione di fra' Alberto Beretta
di Alexandre Ribeiro
SAN PAOLO, lunedì, 30 giugno 2008 (ZENIT.org).- Due missionari in Brasile, Santa Gianna Beretta nella dimensione spirituale e suo fratello, fra' Alberto Beretta, presente nel Paese per 33 anni, “esempi dell'ideale di santità”.
Così il Vescovo emerito di Grajaú (Maranhão, nel nord del Brasile), monsignor Serafino Spreafico, ha commentato a ZENIT l'apertura del processo diocesano di beatificazione di fra' Alberto, avvenuto il 18 giugno scorso a Bergamo.
“Sono due fratelli estremamente importanti per il mondo di oggi, esempi straordinari di fraternità, di famiglia santa”, ha sottolineato il Vescovo cappuccino italiano, anch'egli missionario in Brasile, dove ha svolto il suo ministero episcopale.
Monsignor Spreafico ha vissuto a Grajaú per due anni con fra' Alberto, prima di tornare in Italia per motivi di salute. “In tutto, tra il Brasile e l'Italia, ci sono stati 20 anni di familiarità”, ha raccontato.
Originario di Milano, dove nacque nel 1916, Alberto Beretta era già medico chirurgo quando venne ordinato sacerdote nella Congregazione dei Frati Cappuccini, nel 1948. Nel 1949 sbarcò in Brasile per il lavoro missionario.
Sua sorella, Santa Gianna Beretta (1922-1962), medico e madre di famiglia, è stata canonizzata da Giovanni Paolo II nel 2004. Accettò il rischio di morire per non abortire la figlia che portava in grembo.
Papa Wojty 2;a la ricordò in quell'occasione come una “semplice, ma quanto mai significativa messaggera” dell'amore divino.
Secondo monsignor Spreafico, per sette anni Gianna Beretta si preparò ad essere inviata come missionaria in Brasile. La sua fragilità in relazione al clima caldo le impedì di lavorare al fianco del fratello sacerdote.
“Nella dimensione spirituale, ella è stata ed è missionaria in Brasile, tanto che nel Paese si sono verificati due miracoli che l'hanno elevata tra i santi”, ha affermato il Vescovo.
Circa fra' Alberto, monsignor Spreafico ha osservato che era “un testimone delle beatitudini”. “E' stato una testimonianza della presenza di Dio accanto a ogni persona, dall'inizio alla fine”, ha commentato.
Il presule ha ricordato un episodio al fianco di fra' Alberto. “Stava pregando già da un po' accanto tabernacolo quando arrivai. Mi chiese: 'In cielo saremo più vicini a Dio di quanto lo siamo qui, in questo momento, accanto al tabernacolo?'”.
“Confesso che rimasi sorpreso per il modo semplice in cui me lo aveva chiesto, per la sua semplicità nel rendere viva la presenza di Dio”.
“Risposi di sì, che in cielo saremmo stati immersi in Dio, come dice San Tommaso. Allora, in silenzio, tornò a pregare”.
Il Vescovo ha confessato a ZENIT di pregare sempre per Santa Gianna e fra' Alberto.
“Come i miei diocesani, visto che Santa Gianna è presente nella dimensione spirituale, i due fratelli mi devono obbedire, e allora chiedo loro di concedere molte grazie e santità alla Chiesa in Brasile”, ha concluso.
[Traduzione dal portoghese di Roberta Sciamplicotti]
Italia
L'ora dei laici negli Stati Uniti
Seminario di studio a Roma promosso dai Vescovi del Paese
di Miriam Díez i Bosch
ROMA, lunedì, 30 giugno 2008 (ZENIT.org).- “Collaboratori sulla via del Signore: chiamati alla comunione, chiamati alla missione”. E' questo il titolo del seminario che dal 24 al 29 giugno ha riunito a Roma laici di varie Diocesi degli Stati Uniti per affrontare insieme a persone di altri contesti mondiali l'opera specifica del laicato nella Chiesa.
Il seminario è stato promosso dal Segretariato per i Laici, il Matrimonio, la Vita Familiare e la Gioventù della Conferenza Episcopale degli Stati Uniti e dal Lay Centre di Roma per riflettere su un documento dei Vescovi del Paese che ha lo stesso titolo ed è stato frutto di dieci anni di studio, consultazioni e dialogo.
Nella prima sessione, dopo una celebrazione eucaristica presieduta nel Monastero dei Passionisti dal Cardinale John Patrick Foley, gran maestro dell'Ordine del Santo Sepolcro di Gerusalemme, i presenti hanno constatato che “la comunione e la missione” sono le “basi” per intendere e svolgere il loro ministero ecclesiale come laici.
Il dottor Rick McCord, direttore esecutivo del Segretariato, ha illustrato a ZENIT la ricchezza dei ministeri ecclesiali laicali nel suo Paese.
Quattro caratteristiche uniscono questi 30.000 uomini e donne particolarmente impegnati nell'evangelizzazione.
In primo luogo, la persona ha un ruolo di “leadership”, ad esempio catechetico o di lavoro pastorale. In secondo luogo, ha un'“autorizzazione” da parte dei pastori a esercitare il suo ruolo.
La terza caratteristica è che queste persone lavorano in “collaborazione con i sacerdoti, i diaconi e i Vescovi”. In quarto luogo, “hanno la formazione e l'istruzione per svolgere il loro ruolo”.
Il direttore McCord ha ricordato che questi ruoli sono svolti “in armonia” con gli ordinati: “Non c'è alcuna opposizione tra i laici e gli ordinati nel lavorare insieme, e di fatto devono lavorare insieme, ciascuno con il proprio compito specifico”.
Da parte sua, la direttrice del Lay Centre, la professoressa Donna Orsuto, ha rivelato a ZENIT che “tutti sono chiamati e inviati”, e per questo “è importante aiutare la gente e riconoscere dove sono i doni e come possono usarli per edificare la Chiesa locale”.
Per la docente della Pontificia Università Gregoriana, “c'è grande necessità nella Chiesa e nella società di laici che collaborino con i loro pastori”.
Il Cardinale Foley ha ricordato con affetto i suoi genitori, che gli hanno insegnato “cos'è la Chiesa domestica”, e ha spiegato che i laici “sono chiamati a santificare il mondo con il loro lavoro” e a “portare a questo i valori etici e morali, gli ideali cristiani”, oltre che a condurre una “vita di preghiera” e di “vicinanza a Cristo attraverso i sacramenti e la lettura della Scrittura”. Tutto questo, ha riconosciuto, lo ha imparato in famiglia.
Ulteriori informazioni sul seminario su http://www.laycentre.org/coworkers08home.html
[Traduzione dallo spagnolo di Roberta Sciamplicotti]
Interviste
Il rinnovamento del battesimo, risposta alla secolarizzazione (I)
Intervista a Kiko Argüello, iniziatore del Cammino Neocatecumenale
di Inmaculada Álvarez
PORTO SAN GIORGIO, lunedì, 30 giugno 2008 (ZENIT.org).- In occasione dell'approvazione definitiva degli Statuti del Cammino Neocatecumenale, uno dei suoi iniziatori, il pittore spagnolo Kiko (Francisco Gómez) Argüello, ha concesso un'intervista a ZENIT in cui spiega il cuore di questo cammino di rinnovamento battesimale, oggi diffuso nei cinque continenti.
Cosa implica il riconoscimento definitivo degli Statuti?
Kiko Argüello: Una grande gioia e una profonda gratitudine al Signore e alla Santa Vergine Maria che ci ha sempre aiutati. E soprattutto a Pietro nella persona di Benedetto XVI, che è colui che ha ratificato gli Statuti.
Per noi è una conferma di quarant'anni di Cammino in tutto il mondo. Dalle baracche di Palomeras Altas a Roma nel Borghetto Latino, aspettando che il Signore manifestasse la sua volontà, e anche in uno dei quartieri più poveri di Lisbona. Fino a questa approvazione definitiva c'è stato un percorso di sofferenze, di persecuzioni, di processi, ecc., che alla fine ha dato i suoi frutti.
Nel decreto di approvazione si dice che il Cammino Neocatecumenale risponde alle intuizioni del Concilio Vaticano II. In che senso?
Kiko Argüello: Noi pensiamo che il Cammino sia stato suscitato da Dio per mettere in pratica il Concilio nella vita delle parrocchie. Nella prima riunione che abbiamo avuto con la Congregazione per il Culto Divino, quando sono state esaminate per la prima volta le celebrazioni che facevamo (all'epoca si accusò il Cammino di “ripetere” il sacramento del battesimo, il che non era vero), il Comitato di esperti, che stava studiando l'elaborazione dell'Ordo Initiationis Christianae Adultorum, rimase molto sorpreso di ciò che stavamo facendo, perché lo Spirito Santo stava già realizzando quello che essi cercavano di plasmare.
Padre Gottardo Pasqualetti, esperto in Liturgia, venne a una nostra Eucaristia. In seguito il segretario della Congregazione mi chiamò per avvisarmi che avrebbero fatto una laudatio in latino per tutta la Chiesa. In essa si diceva che se Dio non suscita carismi che mettano in pratica il Concilio è impossibile realizzarlo.
Quando la Congregazione ha studiato il Cammino, la prima cosa che ha visto è che era un dono di Dio per portare nelle parrocchie il Concilio Vaticano II, non un progetto umano. E questo viene raccolto nel testo della laudatio: se dopo il Concilio di Trento Dio non avesse suscitato carismi per attuare la riforma conciliare, questa sarebbe stata molto difficile, e lo stesso accade nel caso del Concilio Vaticano II: “praeclarum exemplar… nelle Communità Neocatecumenali”.
Un altro aspetto è l'amore per la Scrittura, di cui si parlava nella Costituzione Dei Verbum. Nel Cammino questo è evidente, ha delle chiavi ermeneutiche di interpretazione della Scrittura che permettono la riscoperta dell'Antico Testamento in connessione con il Nuovo, oltre al fatto di poter aiutare il rinnovamento liturgico, quello pastorale, ecc.
Bisogna anche sottolineare lo spirito ecumenico affiorato attraverso il Cammino; la Chiesa ortodossa ha mostrato molto interesse.
Perché la catechesi battesimale è la chiave per l'evangelizzazione dell'uomo di oggi?
Kiko Argüello: Perché il battesimo ci apre le porte della Chiesa, della partecipazione alla natura divina. Come dice San Paolo, la carità di Cristo ci spinge a pensare che se Cristo è morto per tutti, tutti sono morti, ed è morto per tutti perché quanti vivono non vivano più per sé, ma per Colui che è morto e risorto per loro.
Il problema dell'uomo di oggi è che, a causa del peccato originale, vive tutto per sé, si è posto al centro dell'universo, sostituendo Dio come centro del suo essere, e non si rende conto di vivere schiavo, condannato a vivere per se stesso. Ciò provoca una sofferenza profonda, perché la verità è un'altra, che Dio è l'amore totale, la donazione totale all'altro mostrata in Cristo; l'uomo soffre perché non ama come Cristo.
Nei Paesi in cui si è negata per anni la trascendenza, in cui è stato negato Dio, come nei Paesi ex comunisti, il tasso di suicidi è molto alto, perché la felicità è vivere nella verità, e la verità è l'amore. E questo peccato originale può essere cancellato solo attraverso il battesimo.
Per questo è molto importante richiamare gli uomini alla fede, mediante la predicazione, l'annuncio del kerygma, l'annuncio di Cristo morto e risorto. Quando Pietro fa questo annuncio, il giorno di Pentecoste, la gente si commuove e gli domanda cosa deve fare. Pietro risponde: “Fatevi battezzare e riceverete il dono dello Spirito Santo”.
I primi fonti battesimali erano piscine (il Concilio torna a parlare di immersione), nelle quali il neofita scendeva attraverso dei gradini. Questa prima forma di battesimo rappresenta perfettamente il significato di questo sacramento, la morte dell'uomo vecchio e la resurrezione a vita nuova, all'uomo rigenerato dallo Spirito Santo, che può amare e donarsi. Per questo Cristo crocifisso è la vera immagine dell'uomo libero.
E' questa, dunque, la risposta alla secolarizzazione?
Kiko Argüello: Certo. Come può l'uomo essere libero dal peccato che agisce in lui? Solo Cristo può liberare l'uomo, far sì che possa amare gli altri, renderlo partecipe della sua natura divina. E' qualcosa di splendido che cambia la vita dell'uomo. Bisogna raccontarlo a tutti, rievangelizzare il mondo.
Come diceva Papa Giovanni Paolo II, questa nuova evangelizzazione richiede nuovi metodi, nuovi contenuti, e questo è ciò che ha suscitato Dio attraverso questo Cammino. Ora che sono stati approvati gli Statuti, possiamo offrire il Cammino ai Vescovi e a tutta la Chiesa, per portare avanti la Nuova Evangelizzazione.
Il Cammino è diverso nella sua forma giuridica da altri movimenti esistenti, visto che non è un'associazione di fedeli. Potrebbe spiegare che tipo di figura ha adottato?
Kiko Argüello: Una delle novità del Cammino, come ha spiegato monsignor Arrieta, membro del Pontificio Consiglio per i Testi Legislativi, è proprio il fatto che gli è stata riconosciuta una personalità giuridica pubblica, vale a dire che agiamo a nome della Chiesa.
La forma che adotta è quella della base dei beni spirituali. Finora le basi si fondavano su patrimoni di tipo materiale, a differenza del Cammino, che gestisce un bene della Chiesa che è il catecumenato degli adulti, secondo le tappe segnalate dai suoi iniziatori.
Si fonda sul Vescovo, visto che chi ha piena potestà per quanto riguarda l'iniziazione cristiana è il Vescovo diocesano. Il Cammino non possiede quindi alcun bene materiale. Il titolare dei beni è la Diocesi. Il Cammino è, come dice il decreto di approvazione, uno strumento, un itinerario di catechesi che si offre al Vescovo per l'evangelizzazione dei più lontani.
Martedì, la seconda parte dell'intervista
[Traduzione dallo spagnolo di Roberta Sciamplicotti]
Angelus
Benedetto XVI: l'Anno Paolino, tempo di unità ed evangelizzazione
Parole introduttive alla preghiera dell'Angelus
CITTA' DEL VATICANO, lunedì, 30 giugno 2008 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito l'intervento pronunciato questa domenica da Benedetto XVI in occasione della preghiera mariana dell'Angelus recitata insieme ai fedeli e ai pellegrini convenuti in Piazza San Pietro.
* * *
Cari fratelli e sorelle,
quest’anno la festa dei santi Apostoli Pietro e Paolo ricorre di domenica, così che tutta la Chiesa, e non solo quella di Roma, la celebra in forma solenne. Tale coincidenza è propizia anche per dare maggiore risalto ad un evento straordinario: l’Anno Paolino, che ho aperto ufficialmente ieri sera, presso la tomba dell’Apostolo delle genti, e che durerà fino al 29 giugno 2009. Gli storici collocano infatti la nascita di Saulo, diventato poi Paolo, tra il 7 e il 10 dopo Cristo. Perciò, al compiersi di circa duemila anni, ho voluto indire questo speciale giubileo, che naturalmente avrà come baricentro Roma, in particolare la Basilica di San Paolo fuori le Mura e il luogo del martirio, alle Tre Fontane. Ma esso coinvolgerà la Chiesa intera, a partire da Tarso, città natale di Paolo, e dagli altri luoghi paolini meta di pellegrinaggi nell’attuale Turchia, come pure in Terra Santa, e nell’Isola di Malta, dove l’Apostolo approdò dopo un naufragio e gettò il seme fecondo del Vangelo. In realtà, l’orizzonte dell’Anno Paolino non può che essere universale, perché san Paolo è stato per eccellenza l’apostolo di quelli che rispetto agli Ebrei erano "i lontani" e che "grazie al sangue di Cristo" sono diventati "i vicini" (cfr Ef 2,13). Per questo anche oggi, in un mondo diventato più "piccolo", ma dove moltissimi ancora non hanno incontrato il Signore Gesù, il giubileo di san Paolo invita tutti i cristiani ad essere missionari del Vangelo.
Questa dimensione missionaria ha bisogno di accompagnarsi sempre a quella dell’unità, rappresentata da san Pietro, la "roccia" su cui Gesù Cristo ha edificato la sua Chiesa. Come sottolinea la liturgia, i carismi dei due grandi Apostoli sono complementari per l’edificazione dell’unico Popolo di Dio ed i cristiani non possono dare valida testimonianza a Cristo se non sono uniti tra di loro. Il tema dell’unità oggi è messo in risalto dal tradizionale rito del Pallio, che durante la santa Messa ho imposto agli Arcivescovi Metropoliti nominati durante l’ultimo anno. Sono 40, e altri due lo riceveranno nelle loro sedi. Anche ad essi va nuovamente il mio saluto cordiale. Inoltre, nell’odierna solennità è motivo di speciale gioia per il Vescovo di Roma accogliere il Patriarca Ecumenico di Costantinopoli, nella cara persona di Sua Santità Bartolomeo I, al quale rinnovo il mio fraterno saluto estendendolo all’intera Delegazione della Chiesa Ortodossa da lui guidata.
Anno Paolino, evangelizzazione, comunione nella Chiesa e piena unità di tutti i cristiani: preghiamo ora per queste grandi intenzioni affidandole alla celeste intercessione di Maria Santissima, Madre della Chiesa e Regina degli Apostoli.
[Il Papa ha poi salutato i pellegrini in diverse lingue. In Italiano ha detto:]
Saluto con affetto i pellegrini di lingua italiana, in particolare i fedeli di Poncarale, Torino, Ivrea, Empoli e Carmignano. Un saluto speciale rivolgo alla città di Roma e a quanti vi abitano: i santi Patroni Pietro e Paolo ottengano all'intera comunità cittadina e diocesana di custodire e valorizzare la ricchezza dei suoi tesori di fede, di storia e di arte. Buona festa a tutti!
[© Copyright 2008 - Libreria Editrice Vaticana]
Il Papa: gli Arcivescovi Metropoliti, “pastori sull'esempio di Gesù”
Pietro e Paolo, “una cosa sola” nella testimonianza del martirio per Cristo
Bartolomeo I spera in una rapida realizzazione del cammino dell'unità
Benedetto XVI invitato in Campidoglio dal Sindaco Alemanno
SETTIMANA SOCIALE
Benedetto XVI: San Paolo “vuole parlare con noi oggi”
NOTIZIE DAL MONDO
Brasile: il fratello di Santa Gianna Beretta verso gli altari
ITALIA
L'ora dei laici negli Stati Uniti
INTERVISTE
Il rinnovamento del battesimo, risposta alla secolarizzazione (I)
ANGELUS
Benedetto XVI: l'Anno Paolino, tempo di unità ed evangelizzazione
DOCUMENTI
Omelie del Papa e di Bartolomeo I per la Solennità dei Santi Pietro e Paolo
Celebrazione dei primi Vespri per l'apertura dell'Anno Paolino
Santa Sede
Il Papa: gli Arcivescovi Metropoliti, “pastori sull'esempio di Gesù”
Udienza dopo la consegna del Pallio
CITTA' DEL VATICANO, lunedì, 30 giugno 2008 (ZENIT.org).- Il Pallio che Benedetto XVI ha consegnato questa domenica ai 40 Arcivescovi Metropoliti nominati nel corso dell’ultimo anno mostra che questi sono “chiamati ad essere pastori sull'esempio di Gesù”.
Il Papa lo ha affermato questo lunedì mattina ricevendo i presuli in udienza nell’Aula Paolo VI, sottolineando che “il Pallio simboleggia la profonda unione del pastore con il successore di Pietro e la sollecitudine pastorale dell'Arcivescovo nei confronti del suo popolo”.
Tra i presuli, figurano il Patriarca di Gerusalemme dei Latini, monsignor Fouad Twal, monsignor Giancarlo Maria Bregantini, monsignor Paolo Benotto e monsignor Francesco Montenegro, Metropoliti rispettivamente di Campobasso-Boiano, Pisa e Agrigento, e Arcivescovi provenienti da ogni parte del mondo.
Il Pallio “è fatto di lana di pecora come simbolo di Gesù Cristo, l'Agnello di Dio che prende su di sé i peccati del mondo e il Buon Pastore che vigila sul suo gregge”, ha spiegato il Papa parlando in inglese.
Come simbolo del compito episcopale, “ricorda anche ai fedeli il compito di sostenere i pastori della Chiesa con le loro preghiere e di cooperare generosamente con loro per diffondere il Vangelo e per la crescita della Chiesa di Cristo in santità, unità e amore”.
Parlando in spagnolo, il Papa ha chiesto agli Arcivescovi di cercare “in ogni momento” di promuovere la comunione tra i Vescovi della provincia ecclesiastica che presiedono e con il Vescovo di Roma.
“Esorto tutti coloro che hanno voluto venire con voi in questa bella circostanza a non smettere di pregare per voi, perché continuiate a guidare il gregge che è stato affidato alle vostre cure pastorali con grande carità, così che Cristo, per il quale i Santi Apostoli Pietro e Paolo hanno versato il proprio sangue, sia sempre più conosciuto, amato e imitato”, ha aggiunto.
Ricordando che il 28 giugno si è aperto l'Anno Paolino, che si celebra per il bimillenario della nascita di San Paolo, il Pontefice ha osservato che “l’immagine del corpo organico applicata alla Chiesa è uno degli elementi forti e caratteristici della dottrina” del Santo, motivo per il quale desidera “affidare ciascuno di voi, cari Arcivescovi, alla sua celeste protezione”.
“L’Apostolo delle genti vi aiuti a far crescere le Comunità a voi affidate unite e missionarie, concordi e coordinate nell’azione pastorale animate da costante slancio apostolico”, ha auspicato.
Per ogni pastore, ha affermato, “la condizione del suo servizio è l’amore per Cristo, a cui nulla deve essere anteposto”.
Ricordando la domanda di Gesù a Pietro, “Simone di Giovanni, mi ami?”, il Vescovo di Roma ha espresso la speranza che questa domanda “risuoni sempre nel nostro cuore” “e susciti, ogni volta nuova e commossa, la nostra risposta: 'Signore, tu sai tutto; tu sai che ti amo'”.
“Da questo amore per Cristo scaturisce la missione: 'Pasci le mie pecorelle'; missione che si riassume anzitutto nella testimonianza a Lui, il Maestro e il Signore: 'Seguimi'”.
“Sia questa la nostra gioia, mentre è certamente la nostra croce: soave e leggera, perché croce d’amore”, ha concluso.
Pietro e Paolo, “una cosa sola” nella testimonianza del martirio per Cristo
Afferma il Papa nella solennità dei Santi patroni della Diocesi di Roma
CITTA' DEL VATICANO, lunedì, 20 giugno 2008 (ZENIT.org).- San Pietro e San Paolo “muoiono per l’unico Cristo e, nella testimonianza per la quale danno la vita, sono una cosa sola”, ha affermato Benedetto XVI questa domenica, giorno in cui si ricordavano i Santi patroni della Diocesi di Roma.
Attraverso il loro martirio, ha spiegato, Pietro e Paolo “sono diventati fratelli” e sono insieme “i fondatori della nuova Roma cristiana”, ha spiegato nell'omelia della Messa alla quale ha partecipato insieme al Patriarca ecumenico Bartolomeo I, ricordando che una delle immagini preferite dell’iconografia cristiana è proprio l’abbraccio dei due Apostoli in cammino verso il martirio.
“Mediante il martirio, mediante la loro fede e il loro amore, i due Apostoli indicano dove sta la vera speranza, e sono fondatori di un nuovo genere di città, che deve formarsi sempre di nuovo in mezzo alla vecchia città umana, la quale resta minacciata dalle forze contrarie del peccato e dell’egoismo degli uomini”.
Per Paolo, ha ricordato il Pontefice, Roma era “una tappa sulla via verso la Spagna, cioè – secondo il suo concetto del mondo – verso il lembo estremo della terra”. Andare a Roma, quindi, era per lui “espressione della cattolicità della sua missione”.
Se il viaggio di Paolo verso Roma sottolinea il fatto che la Chiesa è “cattolica”, quello di Pietro rimanda al suo essere “una”: “il suo compito è di creare l’unità della catholica, della Chiesa formata da giudei e pagani, della Chiesa di tutti i popoli”.
La “missione permanente di Pietro”, ha spiegato il Papa, è quindi quella di far sì che “la Chiesa non si identifichi mai con una sola nazione, con una sola cultura o con un solo Stato”, ma che sia “sempre la Chiesa di tutti”, “che riunisca l’umanità al di là di ogni frontiera e, in mezzo alle divisioni di questo mondo, renda presente la pace di Dio, la forza riconciliatrice del suo amore”.
Benedetto XVI si è quindi rivolto ai 40 Arcivescovi Metropoliti ai quali ha consegnato questa domenica il pallio, ricordando loro che “quando prendiamo il pallio sulle spalle, quel gesto ci ricorda il Pastore che prende sulle spalle la pecorella smarrita, che da sola non trova più la via verso casa, e la riporta all’ovile”.
“I Padri della Chiesa hanno visto in questa pecorella l’immagine di tutta l’umanità, dell’intera natura umana, che si è persa e non trova più la via verso casa. Il Pastore che la riporta a casa può essere soltanto il Logos, la Parola eterna di Dio stesso”.
Nell’incarnazione, ha spiegato, Cristo “ha preso tutti noi – la pecorella 'uomo' – sulle sue spalle”, e “sulla via della Croce ci ha portato a casa, ci porta a casa”.
Cristo, tuttavia, “vuole avere anche degli uomini che 'portino' insieme con Lui”, ed essere pastore nella Chiesa di Cristo “significa partecipare a questo compito, del quale il pallio fa memoria”.
Il pallio, ha osservato, “diventa simbolo del nostro amore per il Pastore Cristo e del nostro amare insieme con Lui – diventa simbolo della chiamata ad amare gli uomini come Lui, insieme con Lui”.
Nella sua prima Lettera, ha ricordato il Papa, San Pietro si definisce infatti synpresbýteros, cioè con-presbitero, formula che “contiene implicitamente un’affermazione del principio della successione apostolica: i Pastori che si succedono sono Pastori come lui, lo sono insieme con lui”.
Allo stesso modo, il “con” ha altri due significati: la collegialità dei Vescovi – “tutti noi siamo con-presbiteri. Nessuno è Pastore da solo” – e la “comunione con Pietro e col suo successore come garanzia dell’unità”.
Il Papa ha terminato la sua omelia ricordando che San Paolo espresse “l’essenziale della sua missione, come pure la ragione più profonda del suo desiderio di andare a Roma, nel capitolo 15 della Lettera ai Romani in una frase straordinariamente bella”, definendosi chiamato “a servire come liturgo di Gesù Cristo per le genti, amministrando da sacerdote il Vangelo di Dio, perché i pagani divengano una oblazione gradita, santificata dallo Spirito Santo”.
Il Santo “parla della liturgia cosmica, in cui il mondo stesso degli uomini deve diventare adorazione di Dio, oblazione nello Spirito Santo”, ha osservato.
“Quando il mondo nel suo insieme sarà diventato liturgia di Dio, quando nella sua realtà sarà diventato adorazione, allora avrà raggiunto la sua meta, allora sarà sano e salvo – ha concluso –. È questo l’obiettivo ultimo della missione apostolica di San Paolo e della nostra missione”.
Bartolomeo I spera in una rapida realizzazione del cammino dell'unità
Durante la Messa celebrata ieri per la solennità dei Santi Pietro e Paolo
CITTA' DEL VATICANO, lunedì, 30 giugno 2008 (ZENIT.org).- Il Patriarca ecumenico di Costantinopoli, Bartolomeo I, ha espresso il desiderio di veder superati quanto prima gli ostacoli all'unità della Chiesa durante l'omelia pronunciata questa domenica nella Messa presieduta dal Papa nella Basilica di San Pietro per la solennità dei Santi Pietro e Paolo, patroni della Diocesi di Roma.
“Il Dialogo teologico tra le nostre Chiese 'in fede, verità e amore', grazie all’aiuto divino, va avanti, al di là delle notevoli difficoltà che sussistono ed alle note problematiche”, ha affermato.
“Desideriamo veramente e preghiamo assai per questo; che queste difficoltà siano superate e che i problemi vengano meno, il più velocemente possibile, per raggiungere l’oggetto del desiderio finale, a gloria di Dio”, ha aggiunto.
Il Patriarca ha sottolineato come la solennità di San Pietro e San Paolo sia importante anche per la Chiesa d'Oriente, che la celebra con un digiuno nei giorni precedenti.
L’Oriente “onora abitualmente” i due Santi “anche attraverso un’icona comune, nella quale o tengono nelle loro sante mani un piccolo veliero, che simboleggia la Chiesa, o si abbracciano l’un l’altro e si scambiano il bacio in Cristo”.
Questo gesto di comunione, il bacio santo della pace, è quello che “siamo venuti a scambiare con Voi, Santità, sottolineando l’ardente desiderio in Cristo e l’amore, cose queste che ci toccano da vicino gli uni gli altri”, ha rivelato.
Come gesto di comunione, il Patriarca ha alluso anche all'Anno Paolino convocato dalla Chiesa ortodossa, che ha organizzato un pellegrinaggio nei luoghi dell'Oriente legati al ministero di San Paolo.
“Siate sicuro, Santità, che in questo sacro tragitto, sarete presente anche Voi, camminando con noi in spirito, e che ciascun luogo eleveremo un’ardente preghiera per Voi e per i nostri fratelli della venerabile Chiesa Romano-Cattolica, rivolgendo una forte supplica e intercessione del divino Paolo al Signore per Voi”.
Bartolomeo I ha concluso con una preghiera affinché, per intercessione degli Apostoli Pietro e Paolo, Dio “doni a noi e a tutti i figli ovunque nel mondo della Chiesa Ortodossa e Romano-Cattolica, quaggiù 'l’unione della fede e la comunione dello Spirito Santo' nel 'legame della pace' e lassù, invece, la vita eterna e la grande misericordia”.
Benedetto XVI invitato in Campidoglio dal Sindaco Alemanno
In occasione dell'udienza concessa questo sabato dal Pontefice
CITTA' DEL VATICANO, lunedì, 30 giugno 2008 (ZENIT.org).- In occasione dell'udienza svoltasi questo sabato in Vaticano, Benedetto XVI ha ricevuto dal Sindaco di Roma, Gianni Alemanno, l'invito ufficiale a visitare il Campidoglio.
Si tratta della prima udienza in Vaticano tra il neo Sindaco e il Pontefice, che dopo le elezioni aveva augurato a Alemanno “un proficuo servizio per il bene di tutta la comunità cittadina”, incontrandolo nella Basilica di Santa Maria Maggiore al termine della recita del rosario per l'apertura del mese mariano.
Sabato, insieme al primo cittadino erano presenti la moglie Isabella Rauti, e il figlio Manfredi, di 13 anni, cui il Papa, al termine dell'incontro, ha chiesto sui risultati degli esami di terza media.
L’udienza è durata in tutto circa 45 minuti. Nel corso del breve colloquio, che si è svolto nello studio privato del Pontefice, il sindaco ha consegnato al Papa l'invito ufficiale a partecipare a una seduta straordinaria del Consiglio Comunale, dedicata al valore universale di Roma, “capitale del cattolicesimo e dei suoi valori”.
Intervistato dalla Radio Vaticana, il sindaco di Roma ha detto che è importante che l’invito sia una “decisione bipartisan e che coinvolga sia maggioranza che opposizione”.
“La nostra intenzione – ha aggiunto – è quella di ascoltare il Santo Pontefice e di confrontarci con lui sul tema del ruolo internazionale e universale di Roma, valore che parte dal fondamento della cultura cattolica del ruolo di Roma come centro internazionale e unico del cattolicesimo”.
Sulla centralità della presenza della Chiesa a Roma, Alemanno ha poi detto: “Noi siamo una città che ha due Stati al proprio interno ma al di là di questo abbiamo dentro di noi un messaggio che nel contempo fortemente legato a un’identità chiara e definita dai valori e che riesce a essere universale”.
Nel corso dell'incontro, il Pontefice e il Sindaco di Roma si sono scambiati dei doni. Benedetto XVI ha consegnato ad Alemanno un rosario e una medaglia d'oro, mentre il Sindaco ha regalato al Pontefice una moneta d'oro celebrativa dei sessant'anni della Costituzione italiana.
Settimana Sociale
Benedetto XVI: San Paolo “vuole parlare con noi oggi”
Inaugura l'Anno Paolino a Roma
ROMA, lunedì, 30 giugno 2008 (ZENIT.org).- San Paolo non è “una storia passata, irrevocabilmente superata”, ma “vuole parlare con noi oggi”, ha affermato Benedetto XVI sabato scorso, durante l'apertura solenne dell'Anno Paolino nella Basilica romana di San Paolo fuori le Mura.
“Per questo ho voluto indire questo speciale 'Anno Paolino': per ascoltarlo e per apprendere ora da lui, quale nostro maestro, 'la fede e la verità', in cui sono radicate le ragioni dell’unità tra i discepoli di Cristo”, ha osservato.
Riflettere sul “Maestro delle Genti”, afferma il Pontefice, apre lo sguardo “al futuro, verso tutti i popoli e tutte le generazioni. Paolo non è per noi una figura del passato, che ricordiamo con venerazione. Egli è anche il nostro maestro, apostolo e banditore di Gesù Cristo anche per noi”.
Benedetto XVI ha invitato a considerare tre aspetti della vita dell'Apostolo: il suo amore per Cristo e il suo coraggio al momento di predicare il Vangelo; la sua esperienza dell'unità della Chiesa con Gesù Cristo; la consapevolezza che la sofferenza è indissolubilmente unita all'evangelizzazione.
Quanto al primo aspetto, il Papa ha ha riflettuto sulla confessione di fede contenuta nella lettera ai Galati, in cui mostra che “la sua fede è l’esperienza dell’essere amato da Gesù Cristo in modo tutto personale; è la coscienza del fatto che Cristo ha affrontato la morte non per un qualcosa di anonimo, ma per amore di lui – di Paolo – e che, come Risorto, lo ama tuttora”.
“La sua fede non è una teoria, un’opinione su Dio e sul mondo. La sua fede è l’impatto dell’amore di Dio sul suo cuore”.
Questa esperienza lo spingeva attraverso le difficoltà, perché ciò che “lo motivava nel più profondo” era “l’essere amato da Gesù Cristo e il desiderio di trasmettere ad altri questo amore. Paolo era un uomo colpito da un grande amore, e tutto il suo operare e soffrire si spiega solo a partire da questo centro”.
E' questa la causa della sua libertà: “l’esperienza dell’essere amato fino in fondo da Cristo gli aveva aperto gli occhi sulla verità e sulla via dell’esistenza umana – quell’esperienza abbracciava tutto”.
Unità della Chiesa
Il Pontefice ha anche commentato la manifestazione di Cristo sulla via di Damasco, e la frase “Io sono Gesù che tu perseguiti”.
“Perseguitando la Chiesa, Paolo perseguita lo stesso Gesù. 'Tu perseguiti me'. Gesù si identifica con la Chiesa in un solo soggetto. In questa esclamazione del Risorto, che trasformò la vita di Saulo, in fondo ormai è contenuta l’intera dottrina sulla Chiesa come Corpo di Cristo”.
“Cristo non si è ritirato nel cielo, lasciando sulla terra una schiera di seguaci che mandano avanti 'la sua causa'. La Chiesa non è un’associazione che vuole promuovere una certa causa”, ha aggiunto il Papa, ed è questa la dottrina che Paolo trasmette nelle sue Lettere.
“Continuamente Cristo ci attrae dentro il suo Corpo, edifica il suo Corpo a partire dal centro eucaristico, che per Paolo è il centro dell’esistenza cristiana, in virtù del quale tutti, come anche ogni singolo può in modo tutto personale sperimentare: Egli mi ha amato e ha dato se stesso per me”, ha aggiunto.
Il Papa ha quindi riflettuto sul senso della sofferenza per l'Apostolo attraverso la Lettera a Timoteo. “L’incarico dell’annuncio e la chiamata alla sofferenza per Cristo vanno inscindibilmente insieme. La chiamata a diventare il maestro delle genti è al contempo e intrinsecamente una chiamata alla sofferenza nella comunione con Cristo, che ci ha redenti mediante la sua Passione”.
“In un mondo in cui la menzogna è potente, la verità si paga con la sofferenza. Chi vuole schivare la sofferenza, tenerla lontana da sé, tiene lontana la vita stessa e la sua grandezza; non può essere servitore della verità e così servitore della fede”, ha aggiunto Benedetto XVI.
“Non c’è amore senza sofferenza – senza la sofferenza della rinuncia a se stessi, della trasformazione e purificazione dell’io per la vera libertà. Là dove non c’è niente che valga che per esso si soffra, anche la stessa vita perde il suo valore”.
Anno Ecumenico
Benedetto XVI ha espresso la propria gioia per il “carattere ecumenico” di questo Anno Paolino, alla cui apertura erano presenti, oltre al Patriarca di Costantinopoli Bartolomeo I, rappresentanti delle Chiese di Gerusalemme, Antiochia, Cipro, Grecia e di altre Chiese e comunità d'Oriente e Occidente.
Bartolomeo I ha accompagnato il Papa durante l'inaugurazione della Porta Paolina. Il Papa ha anche acceso una speciale “fiaccola paolina”, che rimarrà accesa tutto l'anno, in un braciere speciale collocato nel portico della Basilica.
Notizie dal mondo
Brasile: il fratello di Santa Gianna Beretta verso gli altari
Iniziato il processo diocesano di beatificazione di fra' Alberto Beretta
di Alexandre Ribeiro
SAN PAOLO, lunedì, 30 giugno 2008 (ZENIT.org).- Due missionari in Brasile, Santa Gianna Beretta nella dimensione spirituale e suo fratello, fra' Alberto Beretta, presente nel Paese per 33 anni, “esempi dell'ideale di santità”.
Così il Vescovo emerito di Grajaú (Maranhão, nel nord del Brasile), monsignor Serafino Spreafico, ha commentato a ZENIT l'apertura del processo diocesano di beatificazione di fra' Alberto, avvenuto il 18 giugno scorso a Bergamo.
“Sono due fratelli estremamente importanti per il mondo di oggi, esempi straordinari di fraternità, di famiglia santa”, ha sottolineato il Vescovo cappuccino italiano, anch'egli missionario in Brasile, dove ha svolto il suo ministero episcopale.
Monsignor Spreafico ha vissuto a Grajaú per due anni con fra' Alberto, prima di tornare in Italia per motivi di salute. “In tutto, tra il Brasile e l'Italia, ci sono stati 20 anni di familiarità”, ha raccontato.
Originario di Milano, dove nacque nel 1916, Alberto Beretta era già medico chirurgo quando venne ordinato sacerdote nella Congregazione dei Frati Cappuccini, nel 1948. Nel 1949 sbarcò in Brasile per il lavoro missionario.
Sua sorella, Santa Gianna Beretta (1922-1962), medico e madre di famiglia, è stata canonizzata da Giovanni Paolo II nel 2004. Accettò il rischio di morire per non abortire la figlia che portava in grembo.
Papa Wojty 2;a la ricordò in quell'occasione come una “semplice, ma quanto mai significativa messaggera” dell'amore divino.
Secondo monsignor Spreafico, per sette anni Gianna Beretta si preparò ad essere inviata come missionaria in Brasile. La sua fragilità in relazione al clima caldo le impedì di lavorare al fianco del fratello sacerdote.
“Nella dimensione spirituale, ella è stata ed è missionaria in Brasile, tanto che nel Paese si sono verificati due miracoli che l'hanno elevata tra i santi”, ha affermato il Vescovo.
Circa fra' Alberto, monsignor Spreafico ha osservato che era “un testimone delle beatitudini”. “E' stato una testimonianza della presenza di Dio accanto a ogni persona, dall'inizio alla fine”, ha commentato.
Il presule ha ricordato un episodio al fianco di fra' Alberto. “Stava pregando già da un po' accanto tabernacolo quando arrivai. Mi chiese: 'In cielo saremo più vicini a Dio di quanto lo siamo qui, in questo momento, accanto al tabernacolo?'”.
“Confesso che rimasi sorpreso per il modo semplice in cui me lo aveva chiesto, per la sua semplicità nel rendere viva la presenza di Dio”.
“Risposi di sì, che in cielo saremmo stati immersi in Dio, come dice San Tommaso. Allora, in silenzio, tornò a pregare”.
Il Vescovo ha confessato a ZENIT di pregare sempre per Santa Gianna e fra' Alberto.
“Come i miei diocesani, visto che Santa Gianna è presente nella dimensione spirituale, i due fratelli mi devono obbedire, e allora chiedo loro di concedere molte grazie e santità alla Chiesa in Brasile”, ha concluso.
[Traduzione dal portoghese di Roberta Sciamplicotti]
Italia
L'ora dei laici negli Stati Uniti
Seminario di studio a Roma promosso dai Vescovi del Paese
di Miriam Díez i Bosch
ROMA, lunedì, 30 giugno 2008 (ZENIT.org).- “Collaboratori sulla via del Signore: chiamati alla comunione, chiamati alla missione”. E' questo il titolo del seminario che dal 24 al 29 giugno ha riunito a Roma laici di varie Diocesi degli Stati Uniti per affrontare insieme a persone di altri contesti mondiali l'opera specifica del laicato nella Chiesa.
Il seminario è stato promosso dal Segretariato per i Laici, il Matrimonio, la Vita Familiare e la Gioventù della Conferenza Episcopale degli Stati Uniti e dal Lay Centre di Roma per riflettere su un documento dei Vescovi del Paese che ha lo stesso titolo ed è stato frutto di dieci anni di studio, consultazioni e dialogo.
Nella prima sessione, dopo una celebrazione eucaristica presieduta nel Monastero dei Passionisti dal Cardinale John Patrick Foley, gran maestro dell'Ordine del Santo Sepolcro di Gerusalemme, i presenti hanno constatato che “la comunione e la missione” sono le “basi” per intendere e svolgere il loro ministero ecclesiale come laici.
Il dottor Rick McCord, direttore esecutivo del Segretariato, ha illustrato a ZENIT la ricchezza dei ministeri ecclesiali laicali nel suo Paese.
Quattro caratteristiche uniscono questi 30.000 uomini e donne particolarmente impegnati nell'evangelizzazione.
In primo luogo, la persona ha un ruolo di “leadership”, ad esempio catechetico o di lavoro pastorale. In secondo luogo, ha un'“autorizzazione” da parte dei pastori a esercitare il suo ruolo.
La terza caratteristica è che queste persone lavorano in “collaborazione con i sacerdoti, i diaconi e i Vescovi”. In quarto luogo, “hanno la formazione e l'istruzione per svolgere il loro ruolo”.
Il direttore McCord ha ricordato che questi ruoli sono svolti “in armonia” con gli ordinati: “Non c'è alcuna opposizione tra i laici e gli ordinati nel lavorare insieme, e di fatto devono lavorare insieme, ciascuno con il proprio compito specifico”.
Da parte sua, la direttrice del Lay Centre, la professoressa Donna Orsuto, ha rivelato a ZENIT che “tutti sono chiamati e inviati”, e per questo “è importante aiutare la gente e riconoscere dove sono i doni e come possono usarli per edificare la Chiesa locale”.
Per la docente della Pontificia Università Gregoriana, “c'è grande necessità nella Chiesa e nella società di laici che collaborino con i loro pastori”.
Il Cardinale Foley ha ricordato con affetto i suoi genitori, che gli hanno insegnato “cos'è la Chiesa domestica”, e ha spiegato che i laici “sono chiamati a santificare il mondo con il loro lavoro” e a “portare a questo i valori etici e morali, gli ideali cristiani”, oltre che a condurre una “vita di preghiera” e di “vicinanza a Cristo attraverso i sacramenti e la lettura della Scrittura”. Tutto questo, ha riconosciuto, lo ha imparato in famiglia.
Ulteriori informazioni sul seminario su http://www.laycentre.org/coworkers08home.html
[Traduzione dallo spagnolo di Roberta Sciamplicotti]
Interviste
Il rinnovamento del battesimo, risposta alla secolarizzazione (I)
Intervista a Kiko Argüello, iniziatore del Cammino Neocatecumenale
di Inmaculada Álvarez
PORTO SAN GIORGIO, lunedì, 30 giugno 2008 (ZENIT.org).- In occasione dell'approvazione definitiva degli Statuti del Cammino Neocatecumenale, uno dei suoi iniziatori, il pittore spagnolo Kiko (Francisco Gómez) Argüello, ha concesso un'intervista a ZENIT in cui spiega il cuore di questo cammino di rinnovamento battesimale, oggi diffuso nei cinque continenti.
Cosa implica il riconoscimento definitivo degli Statuti?
Kiko Argüello: Una grande gioia e una profonda gratitudine al Signore e alla Santa Vergine Maria che ci ha sempre aiutati. E soprattutto a Pietro nella persona di Benedetto XVI, che è colui che ha ratificato gli Statuti.
Per noi è una conferma di quarant'anni di Cammino in tutto il mondo. Dalle baracche di Palomeras Altas a Roma nel Borghetto Latino, aspettando che il Signore manifestasse la sua volontà, e anche in uno dei quartieri più poveri di Lisbona. Fino a questa approvazione definitiva c'è stato un percorso di sofferenze, di persecuzioni, di processi, ecc., che alla fine ha dato i suoi frutti.
Nel decreto di approvazione si dice che il Cammino Neocatecumenale risponde alle intuizioni del Concilio Vaticano II. In che senso?
Kiko Argüello: Noi pensiamo che il Cammino sia stato suscitato da Dio per mettere in pratica il Concilio nella vita delle parrocchie. Nella prima riunione che abbiamo avuto con la Congregazione per il Culto Divino, quando sono state esaminate per la prima volta le celebrazioni che facevamo (all'epoca si accusò il Cammino di “ripetere” il sacramento del battesimo, il che non era vero), il Comitato di esperti, che stava studiando l'elaborazione dell'Ordo Initiationis Christianae Adultorum, rimase molto sorpreso di ciò che stavamo facendo, perché lo Spirito Santo stava già realizzando quello che essi cercavano di plasmare.
Padre Gottardo Pasqualetti, esperto in Liturgia, venne a una nostra Eucaristia. In seguito il segretario della Congregazione mi chiamò per avvisarmi che avrebbero fatto una laudatio in latino per tutta la Chiesa. In essa si diceva che se Dio non suscita carismi che mettano in pratica il Concilio è impossibile realizzarlo.
Quando la Congregazione ha studiato il Cammino, la prima cosa che ha visto è che era un dono di Dio per portare nelle parrocchie il Concilio Vaticano II, non un progetto umano. E questo viene raccolto nel testo della laudatio: se dopo il Concilio di Trento Dio non avesse suscitato carismi per attuare la riforma conciliare, questa sarebbe stata molto difficile, e lo stesso accade nel caso del Concilio Vaticano II: “praeclarum exemplar… nelle Communità Neocatecumenali”.
Un altro aspetto è l'amore per la Scrittura, di cui si parlava nella Costituzione Dei Verbum. Nel Cammino questo è evidente, ha delle chiavi ermeneutiche di interpretazione della Scrittura che permettono la riscoperta dell'Antico Testamento in connessione con il Nuovo, oltre al fatto di poter aiutare il rinnovamento liturgico, quello pastorale, ecc.
Bisogna anche sottolineare lo spirito ecumenico affiorato attraverso il Cammino; la Chiesa ortodossa ha mostrato molto interesse.
Perché la catechesi battesimale è la chiave per l'evangelizzazione dell'uomo di oggi?
Kiko Argüello: Perché il battesimo ci apre le porte della Chiesa, della partecipazione alla natura divina. Come dice San Paolo, la carità di Cristo ci spinge a pensare che se Cristo è morto per tutti, tutti sono morti, ed è morto per tutti perché quanti vivono non vivano più per sé, ma per Colui che è morto e risorto per loro.
Il problema dell'uomo di oggi è che, a causa del peccato originale, vive tutto per sé, si è posto al centro dell'universo, sostituendo Dio come centro del suo essere, e non si rende conto di vivere schiavo, condannato a vivere per se stesso. Ciò provoca una sofferenza profonda, perché la verità è un'altra, che Dio è l'amore totale, la donazione totale all'altro mostrata in Cristo; l'uomo soffre perché non ama come Cristo.
Nei Paesi in cui si è negata per anni la trascendenza, in cui è stato negato Dio, come nei Paesi ex comunisti, il tasso di suicidi è molto alto, perché la felicità è vivere nella verità, e la verità è l'amore. E questo peccato originale può essere cancellato solo attraverso il battesimo.
Per questo è molto importante richiamare gli uomini alla fede, mediante la predicazione, l'annuncio del kerygma, l'annuncio di Cristo morto e risorto. Quando Pietro fa questo annuncio, il giorno di Pentecoste, la gente si commuove e gli domanda cosa deve fare. Pietro risponde: “Fatevi battezzare e riceverete il dono dello Spirito Santo”.
I primi fonti battesimali erano piscine (il Concilio torna a parlare di immersione), nelle quali il neofita scendeva attraverso dei gradini. Questa prima forma di battesimo rappresenta perfettamente il significato di questo sacramento, la morte dell'uomo vecchio e la resurrezione a vita nuova, all'uomo rigenerato dallo Spirito Santo, che può amare e donarsi. Per questo Cristo crocifisso è la vera immagine dell'uomo libero.
E' questa, dunque, la risposta alla secolarizzazione?
Kiko Argüello: Certo. Come può l'uomo essere libero dal peccato che agisce in lui? Solo Cristo può liberare l'uomo, far sì che possa amare gli altri, renderlo partecipe della sua natura divina. E' qualcosa di splendido che cambia la vita dell'uomo. Bisogna raccontarlo a tutti, rievangelizzare il mondo.
Come diceva Papa Giovanni Paolo II, questa nuova evangelizzazione richiede nuovi metodi, nuovi contenuti, e questo è ciò che ha suscitato Dio attraverso questo Cammino. Ora che sono stati approvati gli Statuti, possiamo offrire il Cammino ai Vescovi e a tutta la Chiesa, per portare avanti la Nuova Evangelizzazione.
Il Cammino è diverso nella sua forma giuridica da altri movimenti esistenti, visto che non è un'associazione di fedeli. Potrebbe spiegare che tipo di figura ha adottato?
Kiko Argüello: Una delle novità del Cammino, come ha spiegato monsignor Arrieta, membro del Pontificio Consiglio per i Testi Legislativi, è proprio il fatto che gli è stata riconosciuta una personalità giuridica pubblica, vale a dire che agiamo a nome della Chiesa.
La forma che adotta è quella della base dei beni spirituali. Finora le basi si fondavano su patrimoni di tipo materiale, a differenza del Cammino, che gestisce un bene della Chiesa che è il catecumenato degli adulti, secondo le tappe segnalate dai suoi iniziatori.
Si fonda sul Vescovo, visto che chi ha piena potestà per quanto riguarda l'iniziazione cristiana è il Vescovo diocesano. Il Cammino non possiede quindi alcun bene materiale. Il titolare dei beni è la Diocesi. Il Cammino è, come dice il decreto di approvazione, uno strumento, un itinerario di catechesi che si offre al Vescovo per l'evangelizzazione dei più lontani.
Martedì, la seconda parte dell'intervista
[Traduzione dallo spagnolo di Roberta Sciamplicotti]
Angelus
Benedetto XVI: l'Anno Paolino, tempo di unità ed evangelizzazione
Parole introduttive alla preghiera dell'Angelus
CITTA' DEL VATICANO, lunedì, 30 giugno 2008 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito l'intervento pronunciato questa domenica da Benedetto XVI in occasione della preghiera mariana dell'Angelus recitata insieme ai fedeli e ai pellegrini convenuti in Piazza San Pietro.
* * *
Cari fratelli e sorelle,
quest’anno la festa dei santi Apostoli Pietro e Paolo ricorre di domenica, così che tutta la Chiesa, e non solo quella di Roma, la celebra in forma solenne. Tale coincidenza è propizia anche per dare maggiore risalto ad un evento straordinario: l’Anno Paolino, che ho aperto ufficialmente ieri sera, presso la tomba dell’Apostolo delle genti, e che durerà fino al 29 giugno 2009. Gli storici collocano infatti la nascita di Saulo, diventato poi Paolo, tra il 7 e il 10 dopo Cristo. Perciò, al compiersi di circa duemila anni, ho voluto indire questo speciale giubileo, che naturalmente avrà come baricentro Roma, in particolare la Basilica di San Paolo fuori le Mura e il luogo del martirio, alle Tre Fontane. Ma esso coinvolgerà la Chiesa intera, a partire da Tarso, città natale di Paolo, e dagli altri luoghi paolini meta di pellegrinaggi nell’attuale Turchia, come pure in Terra Santa, e nell’Isola di Malta, dove l’Apostolo approdò dopo un naufragio e gettò il seme fecondo del Vangelo. In realtà, l’orizzonte dell’Anno Paolino non può che essere universale, perché san Paolo è stato per eccellenza l’apostolo di quelli che rispetto agli Ebrei erano "i lontani" e che "grazie al sangue di Cristo" sono diventati "i vicini" (cfr Ef 2,13). Per questo anche oggi, in un mondo diventato più "piccolo", ma dove moltissimi ancora non hanno incontrato il Signore Gesù, il giubileo di san Paolo invita tutti i cristiani ad essere missionari del Vangelo.
Questa dimensione missionaria ha bisogno di accompagnarsi sempre a quella dell’unità, rappresentata da san Pietro, la "roccia" su cui Gesù Cristo ha edificato la sua Chiesa. Come sottolinea la liturgia, i carismi dei due grandi Apostoli sono complementari per l’edificazione dell’unico Popolo di Dio ed i cristiani non possono dare valida testimonianza a Cristo se non sono uniti tra di loro. Il tema dell’unità oggi è messo in risalto dal tradizionale rito del Pallio, che durante la santa Messa ho imposto agli Arcivescovi Metropoliti nominati durante l’ultimo anno. Sono 40, e altri due lo riceveranno nelle loro sedi. Anche ad essi va nuovamente il mio saluto cordiale. Inoltre, nell’odierna solennità è motivo di speciale gioia per il Vescovo di Roma accogliere il Patriarca Ecumenico di Costantinopoli, nella cara persona di Sua Santità Bartolomeo I, al quale rinnovo il mio fraterno saluto estendendolo all’intera Delegazione della Chiesa Ortodossa da lui guidata.
Anno Paolino, evangelizzazione, comunione nella Chiesa e piena unità di tutti i cristiani: preghiamo ora per queste grandi intenzioni affidandole alla celeste intercessione di Maria Santissima, Madre della Chiesa e Regina degli Apostoli.
[Il Papa ha poi salutato i pellegrini in diverse lingue. In Italiano ha detto:]
Saluto con affetto i pellegrini di lingua italiana, in particolare i fedeli di Poncarale, Torino, Ivrea, Empoli e Carmignano. Un saluto speciale rivolgo alla città di Roma e a quanti vi abitano: i santi Patroni Pietro e Paolo ottengano all'intera comunità cittadina e diocesana di custodire e valorizzare la ricchezza dei suoi tesori di fede, di storia e di arte. Buona festa a tutti!
[© Copyright 2008 - Libreria Editrice Vaticana]



















