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 INGRID BETANCOURT
Giovedì, 3 Luglio : 2008
INGRID BETANCOURT LIBERA,
'RINGRAZIO DIO E L'ESERCITO'
BOGOTA' - Con una operazione militare basata sull'inganno e l'intelligence, l'esercito colombiano ha liberato oggi a Ingrid Bentacourt e altri 14 ostaggi in mano alle Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia (Farc), prelevandoli dalla giungla nel sud del paese senza sparare un solo colpo, e riportandoli alla capitale sani e salvi.
L'"Operazione Scacco", come è stata spiegata dal ministro della Difesa Juan Manuel Santos e confermata dalla testimonianza della stessa Betancourt, è partita da una infiltrazione del vertice delle Farc, grazie alla quale è stato inviato un falso messaggio al gruppo di guerriglieri che detenevano il gruppo di ostaggi. Nel messaggio, come ha raccontato il generale Jaime Padilla, si comunicava che gli ostaggi dovevano essere trasportati a una nuova località, per passare sotto il controllo del comandante delle Farc, Alfonso Cano. Così è stato inviato un elicottero per raccogliere gli ostaggi, guidato da militari colombiani.
La stessa Betancourt ha raccontato che solo quando, salita sull'elicottero con gli altri ostaggi, si è sentita dire dai militari "siamo dell'esercito nazionale, siete liberi" ha capito quello che era successo, ed è scoppiata in lacrime. L'ex candidata presidenziale ha definito "impeccabile" e "perfetta" l'operazione militare, sottolineando che "non c'é stato un solo sparo" e chiedendo perfino ai comandanti delle Farc di non prendere misure di rappresaglia contro i guerriglieri che hanno consegnato gli ostaggi all'esercito: "sono innocenti, non sapevano quello che facevano". Mentre i tre ostaggi americani ripartivano verso il loro paese, gli altri ostaggi sono stati portati alla base militare di Catam, nei dintorni di Bogotà: Ingrid Betancourt è stata la prima a scendere dall'aereo, e ai piedi della scaletta ha abbracciato la madre, Yolanda Pulecio.
Apparentemente in buona forma - lei stessa ha chiarito che le immagini diffuse nel febbraio scorso la mostravano mentre era convalescente - e visibilmente emozionata, indossando una uniforme mimetica ("sono solo un piccolo soldato") e coi capelli raccolti in trecce, la Betancourt ha parlato a lungo, sulla pista della base militare di Catam.
"Prima di tutto - ha detto - voglio ringraziare Dio e i soldati della Colombia". "Credo - ha aggiunto - che la liberazione degli ostaggi "sia un segnale di pace per la Colombia". La Betancourt ha anche espresso la sua gratitudine per l'appoggio datole dai media internazionali: "Devo molto ai mezzi di comunicazione, se non fosse per loro, forse adesso non sarei viva", ha detto alternando frasi in francese ad altre in spagnolo. La Betancourt ha voluto ricordare anche la sorte degli altri ostaggi in mano alle Farc ed a altri gruppi armati colombiani, vivi o morti. Agli ostaggi in mano alle Farc, ha promesso che "vi porteremo tutti fuori", aggiungendo che "dobbiamo ricordare anche chi non è tornato, chi non potrà più tornare", ha aggiunto, includendo nel suo pensiero tanto i sequestrati in mano a gruppi guerriglieri, che li usano come moneta di scambio per accordi umanitari, come quelli "sequestrati per profitto" Ingrid ha avuto anche un pensiero particolare per la Francia, la sua seconda patria, nelle sue dichiarazioni dopo la liberazione: ha usato varie volte il francese, ringraziato il presidente Nicolas Sarkozy e ricordato come all'alba di oggi, quando era ancora prigioniera, dopo aver recitato il rosario ha ascoltato alla radio un messaggio del suo ex marito, Fabrice Delloye nel quale le raccontava della sua immagine eretta in cima al Monte Bianco.
Ultima modifica di Redazione il 06 Lug 2008 18:06, modificato 1 volta in totale
ViviCentro (art. 19 e 21)
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 La sesta vita di Ingrid Betancourt
Giovedì, 3 Luglio : 2008
La sesta vita di
Ingrid Betancourt
di Gennaro Carotenuto
Il primo pensiero è di allegria, allegria per Ingrid Betancourt e per gli altri 14 sequestrati liberati, tra i quali tre mercenari statunitensi, che in qualunque altro conflitto al mondo sarebbero stati da tempo passati per le armi.
Il secondo pensiero è perchè non si spenga la luce sulle centinaia di ostaggi che restano nella selva nelle mani delle FARC. Si vedrà se l’interesse dei benpensanti europei per la selva colombiana era genuino o era solo figlio del colonialismo mentale e razzista con il quale l’Europa guarda ai drammi del Sud del mondo. Se le luci sulla selva si spegneranno dovremo amaramente concludere una volta di più che è così, che la benpensante Europa si mobilita solo se qualcuno buca lo schermo. Altrimenti se ne frega.
Il terzo pensiero è per Álvaro Uribe, apparente trionfatore della giornata di oggi. La giornata per lui si era aperta nel peggiore dei modi, come si era aperta la settimana, il mese, l’anno. La Corte Suprema, con parole insolitamente dure, aveva preteso il rispetto delle proprie decisioni da parte del Presidente che non accetta che la sua stessa rielezione, nel 2006, sia stata viziata dalla corruzione nella forma e nella sostanza e che potrebbe perfino essere annullata.
Se è presumibile che l’azione sia stata preparata nel tempo, è evidente che la stessa sia stata giocata alla disperata ricerca di un successo personale. Per fortuna è andata bene, ma ciò non sposta i termini della questione, anzi se è possibile, se è dovuto ricorrere a giocarsi tutto con la liberazione di Ingrid, avendo fatto sempre di tutto per evitarla in passato, la vittoria di Uribe potrebbe essere la vittoria di un Pirro disperato.
Il quarto pensiero è per le FARC. E’ difficile non pensarle indebolite politicamente e militarmente. E’ difficile pensare alle FARC come chi tiene alta la bandiera di milioni di esclusi colombiani. E’ difficile non pensare che le FARC da anni sono oramai la scusa per i paramilitari per appropriarsi delle terre e consegnarle alle multinazionali. Ma allo stesso tempo è difficile pensare alla liquidazione delle FARC come un processo indolore e possibile, in una Colombia dove l’ingiustizia è causa della guerriglia e non viceversa.
L’interesse per Ingrid Betancourt da parte dei media e dell’opinione pubblica europea è stata in questi anni una cartina tornasole del colonialismo mentale con il quale l’Europa guarda alle cose del Sud del mondo. Ingrid è giovane, Ingrid è bella, aristocratica, elegante. Ingrid è francese, una di noi quindi. Ingrid è progressista. Ingrid buca lo schermo. Ingrid, lungi dall’esserne colpevole, ha occupato in questi sei anni completamente lo schermo, oscurando milioni di altre donne vittime di una guerra, quella colombiana, che conta più profughi, 4 milioni, che Iraq, Afghanistan e Darfur insieme.
Lungi dall’esserne colpevole, lungi dal giustificare la sua orribile e imperdonabile prigionia, Ingrid è stata soprattutto una foglia di fico servita a distorcere il conflitto colombiano in maniera manichea fino a renderlo incomprensibile. Visto dall’Europa e per chi nulla sa di Colombia, in piena logica post-11 settembre di “guerra al terrorismo”, le FARC che hanno tenuta sequestrata Ingrid rappresentano tutto il male in Colombia, laddove chi l’ha liberata, il governo paramilitare di Álvaro Uribe rappresenterebbe tutto il bene. E’ una visione manichea ed infondata del conflitto colombiano.
Lo testimonia ancora l’uccisione di uno dei capi delle FARC, Raúl Reyes, lo scorso primo marzo quando stava per incontrare gli emissari di Nicolas Sarkozy e la liberazione era ad un passo. Reyes fu ammazzato in pieno territorio ecuadoriano, con un’azione militare tanto illegale quanto chirurgica, orchestrata dagli eserciti colombiano e statunitense: Ingrid, per i governi di Washington e Bogotà, non doveva essere liberata anche al prezzo di una crisi internazionale.
Adesso le cose sono cambiate, in due mesi ancora molti scandali hanno pesato sull’uomo di Washington tanto da farlo decidere di legare la sua immagine alla liberazione della sua più acerrima nemica che bucava e chissà se bucherà ancora lo schermo rompendo il silenzio sulla Colombia. Una Colombia facile da digerire e dimenticare per gli stomaci delicati dell’opinione pubblica europea, che non vuol sapere dei contadini fatti a pezzi con la motosega dai paramilitari, di fumigazioni velenose come in Vietnam e di una guerra con la quale il paramilitarismo, solo negli anni di Uribe, si è già appropriato di sei milioni di ettari di terra fertile, strappandoli ai piccoli produttori indigeni e afrodiscendenti e girandoli alle multinazionali.
La sesta vita di Ingrid Betancourt
Ingrid viene dal mondo delle oligarchie, quello della Colombia bene che chiude un occhio da sempre sulle ingiustizie e se ne fa complice, del narcotraffico, della corruzione, dello sfruttamento, delle voci critiche sistematicamente silenziate. È figlia di Gabriel Betancourt, che fu Ministro dell’Educazione al tempo di Gustavo Rojas Pinilla. È figlia di Yolanda Pulecio, già Miss Colombia e poi politica e diplomatica, che in questi anni ha girato il mondo accusando con coraggio Álvaro Uribe di essere il primo responsabile della cattività della figlia.
Nacque nel 1961 a Bogotà Ingrid, lo stesso anno di Zapatero e forse non è un caso, quando il suo paese era già desolato da più di un decennio dalla Violencia, che dura tuttora. Con i natali giusti, non poteva non fare le scuole giuste, il Liceo francese e poi il salto a Parigi con il padre Ambasciatore colombiano all’UNESCO. Lì comincia rapidamente una seconda vita, dorata come la prima. A vent’anni è già sposata con un diplomatico francese e prende quella cittadinanza comunitaria così preziosa che l’ha sottratta all’oscurità. Si laurea in Scienze politiche, e sarà madre per due volte. Ha fretta di vivere Ingrid e archivia quella vita per una nuova, la terza, di nuovo in America.
Torna in Colombia, divorzia, e si impegna in politica con il Partito Liberale. Collabora con César Gaviria, allora presidente e nel 1994, ad appena 33 anni, diventa deputata. È pienamente integrata nel sistema e l’aspetta una radiosa carriera, ma è lì che scatta qualcosa. E’ la corruzione che comincia a risultarle insopportabile. Quella corruzione con la quale il Cartello di Cali, uno dei più importanti nel paese, sta finanziando il presidente liberale Ernesto Samper che lei stessa appoggia. Resta nel Partito Liberale ma ne diventa una spina nel fianco. In pieno parlamento a Bogotà si mette in sciopero della fame contro la sentenza aggiustata che aveva assolto Samper per aver preso soldi dal narcotraffico.
Denuncia dagli stessi scranni del Partito Liberale in parlamento come questo fosse viziato da interessi mafiosi. La fischiano e la spingono giù con la forza. E’ il segno che il suo mondo, che alla corruzione e all’ingiustizia deve il proprio benessere, la sta espellendo e le dichiara guerra. Da quel momento saranno continue le minacce di morte e gli attentati, dai quali esce viva per miracolo. I sicari sono i paramilitari, i mandanti la parapolitica, la narcopolitica, lo stesso Álvaro Uribe, al quale contenderà la presidenza, che gliel’ha giurata.
Comincia così una nuova vita ancora, la quarta, al di fuori delle sicurezze del mondo dorato nel quale è nata, cresciuta, educata. Nel 1998 ottiene un buon successo personale con una nuova forza politica, il partito Verde Oxígeno, che unisce alle tematiche ambientali quelle della corruzione. È eletta senatrice, appoggia il predecessore di Uribe, Andrés Pastrana, ma poi se ne dichiarerà tradita. E’ protagonista di azioni clamorose per la società colombiana, distribuisce preservativi e perfino il Viagra, sempre in polemica con la corruzione. Ha un linguaggio diretto che piace alla gente, ma è sempre più isolata dal sistema politico. Nel 2002 si candida alle presidenziali. Dalla Francia, dall’Europa, c’è interesse per lei, ma in Colombia c’è il vuoto e il silenzio intorno alla sua candidatura. Attacca duramente Álvaro Uribe. Lo accusa carte alla mano di essere un paramilitare, complice di paramilitari e di considerare l’assassinio come una normale arma politica. Aveva ragione e da quando è stato eletto una media di 600 oppositori politici sono stati ammazzati ogni anno in Colombia. È troppo scomoda Ingrid per il candidato di Washington che si propone di spazzar via le FARC con una guerra senza quartiere. È scomoda ma è un grillo parlante che molti temono ma pochi ascoltano. Quando viene rapita non arriva all’1% nei sondaggi.
Comincia così la quinta vita di Ingrid, prigioniera delle FARC dal 23 febbraio del 2002. È la più angustiosa, quella che lei stessa definirà in una lettera alla madre “una non vita”. Era andata a San Vicente del Caguán, la località al centro della zona di distensione tra governo e guerriglia, che con la fine del governo Pastrana veniva smobilitata. Voleva testimoniare l’appoggio a quella comunità (una delle poche che il suo partito amministrava) e continuare a puntare sul dialogo con la guerriglia come soluzione alla guerra. Il governo se ne lavò le mani. “E’ colpa sua se è stata rapita” dichiarò il Ministro degli Interni.
Da allora sono passati sei anni, quattro mesi e una settimana. Ingrid è stata la più pregiata di un migliaio di disgraziati prigionieri delle FARC nella selva. Lei è l’unica che per i media occidentali conti qualcosa e le dirette di queste ore nelle quali la selva colombiana diviene boliviana e lei viene definita Premio Nobel lo testimoniano. Il contesto non conta nulla e neanche la bella francese serve per parlare della Colombia e della sua guerra dimenticata. Oggi parlano tutti di lei, i politici, le grandi firme del giornalismo, ma la Colombia sembra non esistere e dalle loro parole Ingrid sembra sia stata in questi anni sequestrata dagli extraterrestri.
Ingrid adesso è libera, salvata paradossalmente da Uribe che l’ha voluta e forse la vuole ancora morta. Lo hanno testimoniato i precedenti, le minacce, gli attentati, l’odio che il parapresidente della Colombia ha per lei. Un Uribe travolto da uno scandalo alla settimana al quale la liberazione di Ingrid dà respiro. Qualcuno in Europa fantastica di una Ingrid restituita alla vita politica e addirittura futura presidente della Repubblica. Per adesso lasciamole cominciare la sua sesta vita, abbracciare i suoi cari e ricominciare a vivere. E’ solo la sua sesta vita e speriamo, ma siamo pessimisti, che la luce non si spenga sul dramma colombiano.
ViviCentro (art. 19 e 21)
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 Piccole comparazioni domenicali sul giornalismo nostrano e
Domenica, 6 Luglio : 2008
Piccole comparazioni domenicali sul giornalismo nostrano
e la politica latinoamericana
di Gennaro Carotenuto
Lo scorso anno in Venezuela Hugo Chávez ha chiesto con un referendum (tra l’altro) di potersi ricandidare alle prossime elezioni. Hanno scritto che perciò era un golpista. Lui ha perso il referendum (dello 0,7%) ed ha accettato il risultato. Hanno fatto una capriola e hanno riscritto che era un golpista. Lo hanno scritto sempre, tutte le volte che ha vinto le elezioni, anche con battaglioni di osservatori internazionali che certificavano non solo la regolarità ma che le elezioni venezuelane sono le più monitorate al mondo. Hugo Chávez era golpista per i media mainstream anche quando il golpe l’hanno organizzato contro di lui. Nessuno invece ha mai scritto che José María Aznar, George Bush e gli altri soggetti che organizzarono (documentatamente) quel golpe l’11 aprile 2002 sono golpisti. Se scrivo “Bush golpista” o “Aznar golpista” è una posizione ideologica o sono i fatti che impongono (a tutti, anche a Ciai, Battistini, Candito, Sansonetti, PG Battista e i loro galoppini, i Guanella, Cotroneo, Nocioni) di farsi carico di tale fardello? Perchè non se ne fanno carico? Ho capito, tengono famiglia, ma non mi adeguo.
Álvaro Uribe non poteva essere rieletto presidente nel 2006 in Colombia. La Costituzione non glielo permetteva. E’ processualmente provato che la modifica alla Costituzione fu comprata con la corruzione. Da noi nessuno ne ha scritto, nessuno gli ha dato del golpista. Anzi: si spellano le mani a fargli i complimenti. Uno capisce che la Colombia è lontana, ma almeno i grandi giornali dovrebbero essere in grado di produrre qualche analisi complessa, non ideologica e che si basi sui fatti.
Adesso Álvaro Uribe, che si candidò illegalmente nel 2006, vuole rimodificare la Costituzione per avere un terzo mandato. La liberazione di Ingrid Betancourt (comunque sia avvenuta) sarebbe un titolo di merito per modificare la Costituzione e farsi rieleggere? Guardando all’America col cannocchiale eurocentrico, evidentemente sì.
Mi spiegate perchè per Uribe va bene quello che non va bene per Chávez? Andatevi a leggere le cose che hanno scritto i nostri grandi giornali per Chávez… dittatore, golpista, che voleva restare al potere a vita… Guardate come si spellano le mani per Uribe che volerebbe trionfale verso la terza rielezione. Peccato che, almeno per il momento, non può candidarsi e con 60 suoi parlamentari tra la galera e la porta di questa per paramilitarismo, non gli sarà facile cambiare la Costituzione.
Ma cosa importa ai Mimmo Candito di turno? Se domani la Corte Suprema colombiana dovesse “impicciare” Uribe, cosa scriverebbe Candito per non coprirsi di ridicolo? Che non lo sapeva? Eppure parla sempre con una certa sicumera, come uno che sa sempre tutto. O scriverà (sarebbe in linea visto che descrive Uribe come l’uomo della provvidenza) che “la magistratura politicizzata vuole sovvertire il voto popolare”? Quello che viene considerato impresentabile per l’Italia gli andrà bene per la Colombia? Certo… è la Colombia… che pretendono… mica vorranno pure loro un vero stato di diritto. Basta un simulacro e per il gran “reporter senza frontiere” Mimmo Candito basta voltarsi dall’altra parte e far finta di non vedere che in Colombia si ammazzano più giornalisti e sindacalisti al mondo.
Tre anni fa, Omero Ciai di Repubblica scrisse in questo sito che l’unica cosa che interessava della Colombia era Ingrid Betancourt. Aveva (tristemente) ragione. Ma allora perchè oggi si lanciano in ardite analisi su Uribe che prescindono dai fatti? Perchè scrivono che sarà rieletto sicuramente per la terza volta senza dire che al momento non è candidabile? Perchè non scrivono una riga sulla parapolitica o sul fatto che anche l’elezione del 2006 potrebbe essere stata illegale? Perchè non scrivono che la proposta uribista di un referendum nella quale i cittadini sanciscano se le elezioni del 2006 debbano valere o essere annullate (ovvero un’enorme giuria popolare che assolva dal vizio della corruzione quel voto) è indecente e bonapartista? Se Silvio Berlusconi volesse fare un referendum popolare per cancellare i reati passati suoi e dei suoi complici cosa scriverebbero? Non è la stessa cosa?
Álvaro Uribe godrebbe di sondaggi bulgari in fatto di popolarità. Nessuno li questiona, neanche chi scrive e tant’è: assassino, paramilitare, corrotto (cito la Betancourt), ma popolare. Ma allora perchè gli stessi che si spellano le mani sulla popolarità di Uribe, e che considerano credibili quei sondaggi, considerano non credibili quelli che testimoniano livelli di popolarità simili per Hugo Chávez o Evo Morales.
Eppure sono sondaggi prodotti dagli stessi istituti! Per i nostri media se sondaggi prodotti dagli stessi istituti affermano che Uribe è popolare allora vanno considerati autorevoli. Se invece dicono che Chávez è popolare allora vanno considerati delle cialtronate. Chi scrive è un grande ingenuo, ma proprio non riesco a spiegarmi come si arrivi a tanto… Mi viene in mente che (a parità di sondaggio) forse sono autorevoli quelli favorevoli a governi amici di Washington, dell’FMI e delle multinazionali e invece sono taroccati quelli favorevoli a governi non amici? Ricaccio nella gola perché ideologico questo argomento ma non me ne sovvengono altri…
ViviCentro (art. 19 e 21)
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 Ingrid Betancourt, la "donna del destino"
Lunedì, 7 Luglio : 2008
Ingrid Betancourt, la "donna del destino"
di Gennaro Carotenuto,
Ingrid Betancourt si sta trasformando rapidamente in un’icona pop, una Lady Diana del XXI secolo, una donna del destino che i media hanno già deciso che vincerà le elezioni, avrà il Premio Nobel e farà sei al Superenalotto. Perciò tutti le chiedono i numeri, e di predire il proprio destino e quello altrui. Chi le vuol bene, come Clara Rojas o Piedad Córdoba, invita a lasciarle il tempo di atterrare su questo pianeta, prima di dar peso alle sue prime sorprendenti dichiarazioni politiche. Intanto altre tre versioni sulla sua liberazione contrastano con la verità ufficiale.
La donna del destino
Ingrid Betancourt sarà presidente della Colombia. Lo hanno deciso il Time, Cosmopolitan e Vogue. Non hanno consultato i colombiani, ma nelle vie Solferino ciò è un dettaglio insignificante. E comunque è sicuro, lei è la donna del destino che salverà l’America latina da se stessa e poi si dedicherà alla cura del cancro, sarà segretario generale dell’ONU e infine fonderà un lebbrosario a Calcutta.
Intanto lei prosegue la sua tournée mostrando un’energia degna di chi sono sei anni che è in vacanza a Cortina. Dopo il grande successo di Bogotà e Parigi è attesa la sua apparizione nel cielo di Lourdes tra due ali di arcangeli, troni e dominazioni. Subito dopo sarà in Vaticano e si vocifera che nel ‘29 via della Conciliazione sia stata aperta in previsione di questa visita.
In Vaticano Ingrid, che comincia a mostrare segni di stimmate sulle mani e sul costato, poserà tra Joseph Ratzinger e Bono Vox degli U2. Avvertite Dona Flor di non portare dal papa entrambi i mariti che ha costantemente al seguito. “Oddio, e quale mi metto? Quello ufficiale o quello concordatario?”.
Dopo l’udienza, che Ingrid concederà al pontefice, la sua agenda prevede una visita alla tomba di Lady Diana, un passaggio al Billionaire, un posto in tribuna all’inaugurazione delle Olimpiadi di Pechino e il calcio d’inizio del Trofeo Birra Moretti. E’ stato invece smentito un tè con Veronica Lario: umori troppo discordanti.
A Parigi intanto, già prima di andare a Lourdes, la donna del destino ha dispensato miracoli. Nicolas Sarkozy, tra lei e Carla Bruni, è ringiovanito di dieci anni e gli sono pure cresciuti i tacchi, mentre Ségolène Royal è invecchiata di colpo di venti sprizzando dichiarazioni al fiele da tutti i pori; “ti si è notato di più che non c’eri” le ha detto morettianamente Cécilia ex-Sarkozy al telefono.
Da noi intanto, dal TG4 al TG1 a reti unificate, è partito il Televoto per individuare la Ingrid Betancourt italiana che dovrebbe salvare l’Italia dalla corruzione di costumi dilagante. La ministro Mara Carfagna si è dichiarata non competente: “ho altri meriti”. Tutto ciò per dire: povera Ingrid. Datele tempo e non date troppo peso alla sequenza impressionante di incoerenze riscontrabili nelle sue dichiarazioni finora e che hanno lasciato interdetti amici e nemici.
Piedad Córdoba, senatrice liberale e altra donna colombiana straordinaria, ma che ha lo svantaggio di non avere un passaporto francese, e che più di chiunque si è adoperata per la liberazione di tutti gli ostaggi, la giustifica ma puntualizza: “rispetto e capisco le parole di Ingrid. Bisogna darle tempo per ricordare che più di mezzo parlamento è formato da corrotti e paramilitari, che questi hanno eletto Uribe e che la sua rielezione è stata resa possibile solo per la corruzione (del caso rendemmo conto qui)”. Se davvero volesse appoggiare Uribe, Ingrid dovrebbe rinnegare tutte le sue battaglie precedenti.
Insomma un “grazie Uribe” e un “W la Benemerita” ci sta, ma riuscire a conciliare una eventuale terza incostituzionale elezione di Uribe (che causa una ola di entusiasmo da Mimmo Candito de La Stampa a Battistini del Corriere) con una sua personale candidatura alla presidenza, è un salto mortale. Vorrà sposarlo? Mormora il Piave delle malelingue: così, come i Kirchner in Argentina, la coppia Betancourt-Uribe si alternerà al potere per vent’anni, Lui e Lei, scambiando solo gli asciugamani e se mai i colombiani dovessero eleggere qualcun altro la stampa europea scriverà all’unisono: ingrati. Da una sindrome di Stoccolma ad un’altra ha ragione Piedad Córdoba: diamo tempo a Ingrid, la convivenza con Uribe non durerà che qualche giorno e lo lascerà tutto a Mimmo Candito.
Clara Rojas, la sua ex-candidata vicepresidente, ostaggio con lei per anni e che delle due forse era la testa pensante, le ha già ricordato all’orecchio un po’ di cose che Ingrid ha detto per anni su Uribe: assassino, paramilitare, corrotto. Sono cose che Clara pensa ancora e diamo il tempo a Ingrid per vedere se è ancora d’accordo con se stessa.
Un’altra verità che non sapremo mai?
Il tema della liberazione dispensa intanto veleni come se ci fosse di mezzo il SISMI. C’è una versione uno, quella ufficiale: una leggendaria operazione di intelligence, degna di 007, con molta inspiegabile fortuna ma altrettanta audacia. Poi c’è una versione due, diciamo una sorta di relazione di minoranza: è tutto falso, le FARC hanno accettato un ingente riscatto che la Radio Svizzera quantifica in 20 milioni di dollari. In pratica Ingrid varrebbe meno del centravanti dell’Olanda Huntelaar ma un po’ più di Iaquinta.
Poi ci sono altre versioni che potremmo chiamare di mediazione: come la versione tre, che sostiene che il merito dell’esercito si limiterebbe ad avere intercettato la liberazione unilaterale già in corso da parte delle FARC. E infine c’è una versione quattro che sostiene che Álvaro Uribe (o gli statunitensi) avrebbero pagato il riscatto non alle FARC ma all’ufficiale di queste César, che aveva in carico gli ostaggi liberati e che ovviamente avrebbe pertanto disertato. In ogni caso César e il suo diretto superiore, il Mono Jojoy, sono gli stessi che già fecero il disastro di Emmanuel, il figlio di Clara Rojas nato in cattività, che avevano fatto credere di avere ma che in realtà riapparse nelle mani di Uribe. Nella migliore delle ipotesi sono degli irresponsabili, guerriglieri da operetta con responsabilità più grandi di loro.
Il fatto che la versione ufficiale sia poco credibile non rende però automaticamente vera una delle altre tre versioni. Le altre tre versioni sono più credibili per il semplice fatto che suppongono transazioni economiche e visto che il governo Uribe aveva ufficialmente stanziato 100 milioni di dollari per liberare gli ostaggi (ovvero per comprare guerriglieri e testimoni) è difficile pensare che questo denaro non sia stato usato.
A ben guardare quello che è politicamente rilevante continua ad essere la debolezza / infiltrabilità / corruttibilità delle FARC. Come per l’11 settembre l’importante non è allora come sia successo ma quali saranno le conseguenze politiche. E quindi anche per la Colombia, in buona sostanza, una versione vale l’altra.
ViviCentro (art. 19 e 21)
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