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L’Osservatore: “inaccettabile” la sentenza sul caso Eluana&q
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L’Osservatore Romano: “inaccettabile” la sentenza sul caso Eluana

CITTA' DEL VATICANO, giovedì, 18 ottobre 2007 (ZENIT.org).- La Corte di Cassazione ha accolto l'ultimo degli otto ricorsi legali del padre e della madre di Eluana Englaro e ha ammesso, per la prima volta in Italia, la possibilità di lasciar morire i pazienti nelle stesse condizioni della ragazza di Lecco.

Eluana è tenuta in vita mediante un sondino nasogastrico che provvede alla sua nutrizione e idratazione. La prima sezione della Cassazione rimandando il fascicolo del processo alla Corte d´Appello di Milano ha disposto che “il giudice può autorizzare la disattivazione” del sondino.

Secondo i giudici della Cassazione il rifiuto delle terapie non è eutanasia, ma per L'Osservatore Romano (17 ottobre 2007) la sentenza della Cassazione sul “caso Eluana” è frutto di un “relativismo dei valori”, che risulta “inaccettabile soprattutto se questi riguardano la conservazione o meno della vita”. Per il quotidiano, “nel vuoto legislativo, una tale posizione, significa orientare fatalmente il legislatore verso l'eutanasia”.

Nell'articolo si afferma, inoltre, che “introdurre il concetto di pluralismo dei valori significa aprire una zona vuota dai confini non più tracciabili”. “Attribuire ad ognuno una potestà indeterminata sulla propria esistenza” avrebbe infatti “delle conseguenze facilmente immaginabili, anche solo ragionando dal punto di vista etico”.

L'Osservatore Romano sottolinea che sono “evidentemente confutabili" anche le premesse della decisone della Cassazione: “Nessun esperto potrebbe, allo stato attuale, dichiarare l’irreversibilità della condizione di stato vegetativo, se non in base ad una scelta puramente soggettiva”.

Circa l’interpretazione delle volontà di Eluana, il quotidiano vaticano ha rilevato che “l’arbitrarietà appare palese: la dichiarazione di un momento non può evidentemente essere presa a parametro per presumere la volontà di una persona riguardo a scelte come quelle che riguardano la contrarietà o meno ad un trattamento che fra l’altro si pone al limite fra terapia e nutrizione”.

Nell'articolo vengono riportate le parole del Segretario generale della Conferenza Episcopale Italiana (CEI), monsignor Giuseppe Betori, il quale martedì 16 ottobre nel corso di una conferenza stampa "pur non entrando nel merito della vicenda", ha ribadito che la "vita va difesa sempre".

A questo proposito L'Osservatore Romano ha concluso affermando che la vita va difesa sempre "in ogni suo momento, poiché sulla vita stessa, e sulla sua interruzione, nessun uomo ha alcuna signoria".

Alla condanna della sentenza della Cassazione si è unita anche l'Associazione “Scienza &Vita”, che in una nota recapitata a ZENIT, si dice preoccupata dalla “palese strumentalizzazione di un caso umano per forzare la mano al legislatore”.

E osserva che “la forzatura sulla sospensione dell’alimentazione e dell’idratazione appare quanto meno intempestiva. In particolare, si avverte l’evidenza che l’interruzione del trattamento ordinario di alimentazione e idratazione di una persona in stato vegetativo equivale ad una pratica eutanasica”.

Per Carlo Casini, Presidente del Movimento per la Vita (MpV), “l’imbarazzo dei giudici della Corte di Cassazione che hanno deciso sul caso Englaro traspare dalla stessa lunghezza delle motivazioni della sentenza in cui è più volte ripetuta l’affermazione del diritto alla vita come diritto che spetta in misura uguale ad ogni essere umano, anche se debole, malato, incapace di intendere e volere o prossimo alla morte”.

Nonostante la contraddittorietà delle conclusioni, secondo Carlo Casini, dalla sentenza emergono due elementi che meritano di essere sottolineati.

Il primo che “anche l’espressa volontà di non essere curato da parte del malato, se presenta una margine anche minimo di possibile guarigione, non ha rilevanza”.

“Dunque non esiste il 'diritto di morire' e neppure la facoltà di rifiutare le cure può essere intesa come capace di imporre agli altri un obbligo assoluto”, ha aggiunto.

“I giudici più che un giudizio sulla libertà del malato esprimono un giudizio sulla qualità della vita del paziente il che contraddice l’affermazione del diritto alla vita uguale per tutti”, ha poi osservato.
Il secondo che “la sentenza mostra la inutilità di una legge sul testamento biologico. Già ora, infatti nulla impedisce di formulare per scritto la volontà di essere curato in un modo o nell’altro o di non essere affatto curato tant’è vero che la Cassazione chiede una indagine su tale volontà della Englaro”.

“E’ dimostrato così – conclude il Presidente del MpV – il carattere ideologico del testamento biologico volto ad aprire una breccia in favore dell’eutanasia”.

“Il vero problema non è la manifestazione di desiderio del malato ma la efficacia di tale desiderio che non può trasformare il medico in un semplice esecutore, che non dovrebbe impegnare la sua scienza e la sua coscienza”, ha spiegato.

Critiche anche da parte dell’Associazione “Medicina e Persona”, che in una nota mette in risalto l'illegittimità della sentenza dei giudici volta a “stabilire criteri clinici in base ai quali dichiarare non più assistibile un paziente”.

In seguito, precisa che “la letteratura scientifica internazionale riconosce unanimemente lo stato di irreversibilità di un paziente solo nel caso di 'morte cerebrale'”.

Inoltre, sottolinea, “la condizione di 'stato vegetativo permanente' non è mai identificabile con uno stato di 'coma irreversibile' dal quale si differenzia per la presenza di risveglio spontaneo o stimolato, di attività elettrica cerebrale presente e variabile, di movimenti di apertura degli occhi spontanei o sotto stimolo ambientale”.

“Il paziente in stato vegetativo persistente non è un paziente terminale (Nathan D. Zasler, NeuroRehabilitation, 2004) e per questo è inappropriato e antiscientifico legare la sua 'idoneità a vivere' ad una eventuale condizione di reversibilità”.

“Non è inventando modalità di gestione scientifiche (inesistenti) o legali (future) che sarà possibile risolvere il dramma di una vita diversa – conclude l'Associazione –. Si tratterebbe infatti di una nuova violenza, come quella di una condanna a morte, perpetrata per legge e in nome di una falsa pietà”.


da: News dal Vaticano (rubrica in vivicentro)
  





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