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Giovedì, 02 Ottobre : 2008 PIERFRANCESCO FRERE'
LA GIORNATA POLITICA
La crisi economica minaccia la crescita globale, come denuncia il Fmi, e i mercati sono percorsi da una "straordinaria incertezza" (Jean Claude Trichet): uno scenario che "tiene svegli la notte", per usare le parole di Silvio Berlusconi, destinato con ogni probabilità a restare tale a lungo. Si capisce perciò la cautela del governo, stretto tra crepe finanziarie e piani di salvataggio che vengono fatti trapelare e poi smentiti (vedi l'ipotesi di uno stanziamento straordinario di 300 miliardi di euro da approvare al vertice G4 di sabato prossimo a Parigi). L'impressione è che il premier voglia innanzitutto prevenire possibili crisi di panico dei risparmiatori, perché se esplodesse la psicosi si assisterebbe davvero a un nuovo 1929: perciò il Cavaliere rassicura sulla solidità del nostro sistema bancario (il primo esposto alla alla speculazione), industriale e finanziario. Giulio Tremonti addirittura ribadisce che il taglio delle tasse resta un obiettivo del centrodestra, una volta messi in sicurezza i conti dello Stato; il ministro dell'Economia parla di rischi contenuti per l'Italia e fa sapere di aver riunito più volte il Comitato per la stabilità, ma riconosce che il coordinamento a livello europeo giocherà un ruolo fondamentale per fronteggiare la Grande Crisi. Ma è innegabile che su tutto aleggia un clima di incertezza che oggi nemmeno la Bce ha potuto esorcizzare.
In questo senso le proteste delle opposizioni, che parlano con Pier Ferdinando Casini di "risposte burocratiche" e con Pierluigi Bersani di "pacche sulle spalle" nient'affatto tranquillizzanti, sono motivate dal tentativo di conoscere i "numeri" della crisi (vale a dire la reale esposizione del Tesoro e delle banche italiane) e così di proporre ricette credibili e non semplici dichiarazioni di principio. Ma è difficile che ciò possa accadere, almeno a breve, dal momento che nessuno conosce la reale portata di questo uragano. Dietro le critiche al governo, si intuisce anche il tentativo di arginare il decisionismo berlusconiano. In questo senso, gli attacchi di Walter Veltroni al premier sembrano destinati a scavare una trincea all'interno della quale ridefinire l'identikit dalla sinistra riformista: secondo il leader del Pd, Berlusconi non potrebbe ambire al Quirinale perché non è un uomo di garanzia. Anzi, per Veltroni è giunto il momento di rafforzare proprio gli istituti di controllo più che pensare a dare maggiori poteri al capo del governo.
E' una lettura simmetrica ed opposta a quella di Berlusconi il quale guarda a un'Europa dove i premier hanno più poteri di quello italiano: è ridicolo, a suo avviso, parlare di regime e di rischi di autoritarismo in un'epoca che richiede decisioni e assunzioni di responsabilità molto rapide. Il duello si riflette sul ruolo del Parlamento: Casini, Veltroni e Di Pietro ne temono lo svuotamento con uno sbilanciamento di poteri. I presidenti delle Camere oggi hanno difeso il ruolo delle assemblee parlamentari, schierandosi contro l'abuso della decretazione d'urgenza: ma è anche vero che Roberto Schifani ha aggiunto come in questo campo Berlusconi si sia sempre rimesso alle valutazioni del presidente della Repubblica; e Gianfranco Fini ha auspicato la riforma costituzionale entro questa legislatura. In altri termini il problema esiste, ma certo non sarà risolto dalle attuali regole parlamentari, soprattutto in un mondo in violento e rapido cambiamento. L'impressione è che di fronte a una maggioranza compatta e determinata a votare rapidamente le riforme fondamentali (adesso è il turno del federalismo, della scuola e della Finanziaria), le divisioni interne del Partito democratico impediscano a Veltroni di svolgere qualsiasi tipo di mediazione. Luciano Violante, per esempio, ha invocato addirittura il togliattismo per spiegare come il dialogo sia un servizio al Paese e non a Berlusconi (che a suo giudizio ha tutto l'interesse all' arroccamento del Pd): ma sembra una voce isolata. Come quella di Arturo Parisi che invece chiede l'assemblea democratica per riaprire il dibattito sulla linea del partito. Intanto i sondaggi del Pdci danno un Pd in crisi, mentre i socialisti avvertono che avanti di questo passo a trarre un dividendo sarà solo Di Pietro.
In questo senso le proteste delle opposizioni, che parlano con Pier Ferdinando Casini di "risposte burocratiche" e con Pierluigi Bersani di "pacche sulle spalle" nient'affatto tranquillizzanti, sono motivate dal tentativo di conoscere i "numeri" della crisi (vale a dire la reale esposizione del Tesoro e delle banche italiane) e così di proporre ricette credibili e non semplici dichiarazioni di principio. Ma è difficile che ciò possa accadere, almeno a breve, dal momento che nessuno conosce la reale portata di questo uragano. Dietro le critiche al governo, si intuisce anche il tentativo di arginare il decisionismo berlusconiano. In questo senso, gli attacchi di Walter Veltroni al premier sembrano destinati a scavare una trincea all'interno della quale ridefinire l'identikit dalla sinistra riformista: secondo il leader del Pd, Berlusconi non potrebbe ambire al Quirinale perché non è un uomo di garanzia. Anzi, per Veltroni è giunto il momento di rafforzare proprio gli istituti di controllo più che pensare a dare maggiori poteri al capo del governo.
E' una lettura simmetrica ed opposta a quella di Berlusconi il quale guarda a un'Europa dove i premier hanno più poteri di quello italiano: è ridicolo, a suo avviso, parlare di regime e di rischi di autoritarismo in un'epoca che richiede decisioni e assunzioni di responsabilità molto rapide. Il duello si riflette sul ruolo del Parlamento: Casini, Veltroni e Di Pietro ne temono lo svuotamento con uno sbilanciamento di poteri. I presidenti delle Camere oggi hanno difeso il ruolo delle assemblee parlamentari, schierandosi contro l'abuso della decretazione d'urgenza: ma è anche vero che Roberto Schifani ha aggiunto come in questo campo Berlusconi si sia sempre rimesso alle valutazioni del presidente della Repubblica; e Gianfranco Fini ha auspicato la riforma costituzionale entro questa legislatura. In altri termini il problema esiste, ma certo non sarà risolto dalle attuali regole parlamentari, soprattutto in un mondo in violento e rapido cambiamento. L'impressione è che di fronte a una maggioranza compatta e determinata a votare rapidamente le riforme fondamentali (adesso è il turno del federalismo, della scuola e della Finanziaria), le divisioni interne del Partito democratico impediscano a Veltroni di svolgere qualsiasi tipo di mediazione. Luciano Violante, per esempio, ha invocato addirittura il togliattismo per spiegare come il dialogo sia un servizio al Paese e non a Berlusconi (che a suo giudizio ha tutto l'interesse all' arroccamento del Pd): ma sembra una voce isolata. Come quella di Arturo Parisi che invece chiede l'assemblea democratica per riaprire il dibattito sulla linea del partito. Intanto i sondaggi del Pdci danno un Pd in crisi, mentre i socialisti avvertono che avanti di questo passo a trarre un dividendo sarà solo Di Pietro.
ViviCentro (art. 19 e 21)
La libertà di stampa è una benedizione quando siamo inclini a scrivere contro gli altri, e una calamità quando ci troviamo ad essere sopraffatti dalla moltitudine dei nostri assalitori. (Samuel Johnson).
















