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LA GIORNATA POLITICA di Giovedì, 19 Giugno 2008
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Giovedi, 19 Giugno : 2008


LA GIORNATA POLITICA


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ROMA - Le due bocciature del governo sul decreto rifiuti sono un "segnale" lanciato dalla Lega, frutto di "piccolissime incomprensioni", come ha spiegato Umberto Bossi. Ma incomprensioni con chi? Più con la base parlamentare del Pdl, sembra di capire dalle parole del Senatur, che con Silvio Berlusconi. In altre parole, il Carroccio lascia intendere di essere pronto a sostenere fino in fondo il premier, ma non le richieste "localistiche" del centrodestra. Quando il leader leghista, insieme al suo stato maggiore, ripete che ogni città deve pagarsi i suoi debiti e che si possono fare prestiti ma non regali, parla indirettamente a tutte le amministrazioni del Sud coinvolte nella grande crisi, con un occhio anche a Roma dove il sindaco Gianni Alemanno denuncia di aver ereditato un buco di quasi 10 miliardi di euro dal suo predecessore Walter Veltroni.

L'impressione, al di là degli incidenti parlamentari, è che il Cavaliere e il Senatur abbiano trovato un punto di equilibrio sulla questione dirimente della politica europea: a sorpresa, infatti, Bossi ha detto che la Lega voterà il Trattato di Lisbona, adesso che anche la Gran Bretagna lo ha ratificato, e ha garantito che i suoi uomini non discuteranno le sue indicazioni di voto. Nelle stesse ore a Bruxelles il premier strigliava la Commissione europea e la "loquacità" dei commissari che troppo spesso si traduce in veri e propri processi mediatici ai governi nazionali. In altre parole, Berlusconi sembra voler processare la "tecnocrazia" burocratica europea, spesso messa sotto accusa da Bossi: l'Europa come funziona adesso, ragiona il presidente del Consiglio, non può incidere sulle vicende mondiali e non piace ai cittadini, come dimostrano i fallimentari referendum fin qui svolti (Francia, Olanda, Irlanda). Sebbene sullo sfondo resti l'ombra dell'Unione "a due velocità ", il Cavaliere non sembra pensare tanto a soluzioni di mediazione, quanto al famoso "dirizzone", a un cambio di marcia dello spirito comunitario più vicino ai problemi del cittadino comune.

Su questo terreno converge con le ricette di Bossi quando invoca l'Europa dei popoli contrapposta a quella delle elite. Lo scontro parlamentare è figlio di tutte queste tensioni e del tentativo di affermare davvero, e non solo a parole, una nuova fase politica: lo si è visto anche nel Consiglio dei ministri lampo che ha simbolicamente varato la manovra economica in dieci minuti. Il senso, ha spiegato Giulio Tremonti, vuole essere quello di un altolà alle lobby e all'assalto alla diligenza dei singoli parlamentari, anche di maggioranza, in nome di opache esigenze di collegio. E' chiaro che questo messaggio ha possibilità di passare se la manovra sarà votata senza modifiche sostanziali e in tempi rapidi: non a caso Roberto Calderoli si vanta di aver tagliato oltre seimila leggi e leggine, mentre il ministro dell'Economia pone l'accento sugli aiuti alle fasce deboli (per esempio la carta sociale per un milione e 200mila persone) e sui tagli alle spese dello Stato (che oggi costa il 50% in più degli altri Paesi europei). Al di là delle apparenze, dunque, Berlusconi e Bossi danno un segnale di compattezza innanzitutto alla propria maggioranza: é significativo che il capo lumbard, a scanso di equivoci, abbia spiegato che la Lega non farà problemi sulla norma blocca-processi perché le carte del processo Mills che il Cavaliere gli ha fatto vedere dimostrerebbero come non c'entri niente nella vicenda.

Corollario politico: secondo Bossi le voci di frizioni con il Quirinale sul terreno della giustizia sono semplicemente "non vere". Tutto ciò aumenta l'isolamento politico di Walter Veltroni, nonostante le due sconfitte parlamentari del governo. Il segretario democratico denuncia la mancanza di senso delle istituzioni del Pdl anche sulle nomine Rai (il centrodestra ha fatto mancare il numero legale in commissione di Vigilanza perché non accetta la candidatura di Leoluca Orlando dell'Idv alla presidenza), ma è una strategia che lo avvicina a quell' area radicale da cui aveva preso le distanze. Per domani si preannuncia un'Assemblea costituente del Pd molto confusa: Prodi ha confermato le sue dimissioni dalla presidenza, D'Alema dice che si va a una riflessione "aperta" e non a una conta interna. Ma resta il problema della collocazione europea ("tutto da discutere", dice Rutelli), mentre Rosy Bindi spera che la sinistra radicale compia una scelta riformista e Pierluigi Mantini replica che per cambiare le alleanze serve un nuovo congresso. Alla fine si tratta di individuare una nuova via che convinca anche i riformisti europei: una scelta che vada oltre le famiglie del '900, commenta Veltroni: ma che ricorda un po' troppo da vicino il fallito "Ulivo mondiale" del 1995-96.

  





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