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Lunedì, 28 Luglio : 2008
LA GIORNATA POLITICA
DI GIOVANNI GRAZIANI
Giorgio Napolitano ha lanciato ai partiti una sorta di invito alla riflessione per l'estate, perché a settembre non vada in scena quello scontro che i messaggi lanciati dal governo e dall'opposizione fanno temere.
Confermando di interpretare il ruolo di presidente non solo come garante, ma anche come promotore del dialogo sulla base del reciproco riconoscimento, Napolitano ha così passato in rassegna alcuni dei problemi aperti, suggerendo le possibili coordinate per una ripresa del confronto. In alcuni casi ha difeso il proprio operato (come la firma alla legge sull'immunità per le alte cariche dello Stato), in altre ha riconosciuto le ragioni del governo (dichiarando necessaria una riforma per la giustizia), in altre ha rilanciato argomenti sollevati dall'opposizione (l'invito a non esagerare nel ricorso a decreti legge e voti di fiducia).
Ed ha concluso che il Parlamento resta il luogo in cui maggioranza e opposizione devono confrontarsi per fare le riforme. Ma, come accaduto in circostanze analoghe, quando il capo dello Stato parla sono in molti a dirsi d'accordo, sulla base però di interpretazioni diverse se non opposte delle sue parole; a cominciare proprio dall'invito al dialogo, che ciascuno sembra considerare rivolto all'altro. Finendo così per riproporre proprio quella "disputa stucchevole" (secondo lo stesso Napolitano) su chi abbia la colpa del fallimento del dialogo. Così, quando Walter Veltroni plaude alle parole di Napolitano, non manca di aggiungere la precisazione che il Pd continuerà a cercare il dialogo come lo ha cercato in tutti questi mesi (il che vuole dire che a non cercarlo è stato il Pdl).
In più, Veltroni ricorda come egli stesso abbia preso nettamente le distanze da Antonio Di Pietro quando l'Idv ha criticato il Quirinale per aver firmato la legge sulle immunità; una precisazione con cui il segretario del Pd ha quasi giocato d'anticipo sulle dichiarazioni di esponenti del Pdl, per i quali non si può volere il dialogo ed essere alleati di chi attacca non solo il governo ma anche il capo dello Stato.
Non che la maggioranza disconosca il fatto che le parole del presidente della Repubblica fossero rivolte ad entrambi e che ciascuno ne può trarre motivi di riflessione; questo fatto viene anzi riconosciuto da uno dei dirigenti del Pdl di maggior esperienza, il capogruppo alla Camera Fabrizio Cicchitto. Ma la conclusione, in generale, è quella che trae il capogruppo al Senato Maurizio Gasparri quando chiede che "anche l'opposizione" sia disponibile al dialogo per le riforme.
Fra tutte le riforme, è il capitolo giustizia che resta il punto attorno al quale tutto si gioca. E qui le parole di Napolitano possono essere lette come un duplice messaggio, uno per il Pd ed uno per il Pdl. Per il partito di Veltroni, l'invito sembra quello a non seguire la linea giustizialista, e quindi di non negare al governo il diritto di mettere questo tema sul tavolo dei lavori parlamentari. Ma non meno forte è il messaggio per Silvio Berlusconi; tre giorni dopo che il presidente del Consiglio ha detto di essere pronto a mandare avanti la riforma della giustizia con le forze della sola maggioranza per approvarla entro l'autunno, Napolitano gli chiede di procedere invece con maggiore prudenza.
Dal punto di vista di Berlusconi, il dialogo sulla giustizia vorrebbe dire un necessario ammorbidimento delle posizioni più oltranziste; perché un conto sarebbe una riforma votata solo dalla maggioranza (e con la Lega vincolata dal "simul stabunt, simul cadent" col federalismo), ed un altro conto sarebbe una riforma che dovesse fare sintesi fra queste posizioni e quelle delle opposizioni (in particolare del Pd ma anche dell'Udc). D'altra parte, la compattezza della maggioranza (necessaria a un Berlusconi che volesse andare avanti senza dialogo), mostra qualche scricchiolio proprio negli ultimi giorni di lavoro parlamentare.
L'emendamento ribattezzato come "anti precari" ha visto il leghista Giancarlo Giorgetti polemizzare implicitamente ma con forza col ministro Maurizio Sacconi, che aveva fatto sapere di non essere autore né corresponsabile dell'emendamento; mentre anche Giorgia Meloni, dopo Renato Brunetta, si è unita al novero dei ministri quanto meno perplessi su una disposizione poco popolare. La questione per ora sembra destinata ad esaurirsi con l'approvazione del decreto con la norma contestata, visto che il governo non ne ha previsto la modifica nell'emendamento presentato; ma la partita si riaprirà sul successivo disegno di legge, secondo quanto espresso dallo stesso Sacconi. Intanto, però, il Pd ha avuto servita un'occasione per alzare una bandiera, quella della difesa dei precari contro la maggioranza che farebbe gli interessi delle grandi imprese, sulla quale è facile raccogliere consenso. Un'occasione che magari può essere utile anche per convincere i riottosi nella maggioranza che, se veramente si vogliono le riforme, il dialogo è sempre meglio dello scontro. O almeno, dà risultati più sicuri.
Confermando di interpretare il ruolo di presidente non solo come garante, ma anche come promotore del dialogo sulla base del reciproco riconoscimento, Napolitano ha così passato in rassegna alcuni dei problemi aperti, suggerendo le possibili coordinate per una ripresa del confronto. In alcuni casi ha difeso il proprio operato (come la firma alla legge sull'immunità per le alte cariche dello Stato), in altre ha riconosciuto le ragioni del governo (dichiarando necessaria una riforma per la giustizia), in altre ha rilanciato argomenti sollevati dall'opposizione (l'invito a non esagerare nel ricorso a decreti legge e voti di fiducia).
Ed ha concluso che il Parlamento resta il luogo in cui maggioranza e opposizione devono confrontarsi per fare le riforme. Ma, come accaduto in circostanze analoghe, quando il capo dello Stato parla sono in molti a dirsi d'accordo, sulla base però di interpretazioni diverse se non opposte delle sue parole; a cominciare proprio dall'invito al dialogo, che ciascuno sembra considerare rivolto all'altro. Finendo così per riproporre proprio quella "disputa stucchevole" (secondo lo stesso Napolitano) su chi abbia la colpa del fallimento del dialogo. Così, quando Walter Veltroni plaude alle parole di Napolitano, non manca di aggiungere la precisazione che il Pd continuerà a cercare il dialogo come lo ha cercato in tutti questi mesi (il che vuole dire che a non cercarlo è stato il Pdl).
In più, Veltroni ricorda come egli stesso abbia preso nettamente le distanze da Antonio Di Pietro quando l'Idv ha criticato il Quirinale per aver firmato la legge sulle immunità; una precisazione con cui il segretario del Pd ha quasi giocato d'anticipo sulle dichiarazioni di esponenti del Pdl, per i quali non si può volere il dialogo ed essere alleati di chi attacca non solo il governo ma anche il capo dello Stato.
Non che la maggioranza disconosca il fatto che le parole del presidente della Repubblica fossero rivolte ad entrambi e che ciascuno ne può trarre motivi di riflessione; questo fatto viene anzi riconosciuto da uno dei dirigenti del Pdl di maggior esperienza, il capogruppo alla Camera Fabrizio Cicchitto. Ma la conclusione, in generale, è quella che trae il capogruppo al Senato Maurizio Gasparri quando chiede che "anche l'opposizione" sia disponibile al dialogo per le riforme.
Fra tutte le riforme, è il capitolo giustizia che resta il punto attorno al quale tutto si gioca. E qui le parole di Napolitano possono essere lette come un duplice messaggio, uno per il Pd ed uno per il Pdl. Per il partito di Veltroni, l'invito sembra quello a non seguire la linea giustizialista, e quindi di non negare al governo il diritto di mettere questo tema sul tavolo dei lavori parlamentari. Ma non meno forte è il messaggio per Silvio Berlusconi; tre giorni dopo che il presidente del Consiglio ha detto di essere pronto a mandare avanti la riforma della giustizia con le forze della sola maggioranza per approvarla entro l'autunno, Napolitano gli chiede di procedere invece con maggiore prudenza.
Dal punto di vista di Berlusconi, il dialogo sulla giustizia vorrebbe dire un necessario ammorbidimento delle posizioni più oltranziste; perché un conto sarebbe una riforma votata solo dalla maggioranza (e con la Lega vincolata dal "simul stabunt, simul cadent" col federalismo), ed un altro conto sarebbe una riforma che dovesse fare sintesi fra queste posizioni e quelle delle opposizioni (in particolare del Pd ma anche dell'Udc). D'altra parte, la compattezza della maggioranza (necessaria a un Berlusconi che volesse andare avanti senza dialogo), mostra qualche scricchiolio proprio negli ultimi giorni di lavoro parlamentare.
L'emendamento ribattezzato come "anti precari" ha visto il leghista Giancarlo Giorgetti polemizzare implicitamente ma con forza col ministro Maurizio Sacconi, che aveva fatto sapere di non essere autore né corresponsabile dell'emendamento; mentre anche Giorgia Meloni, dopo Renato Brunetta, si è unita al novero dei ministri quanto meno perplessi su una disposizione poco popolare. La questione per ora sembra destinata ad esaurirsi con l'approvazione del decreto con la norma contestata, visto che il governo non ne ha previsto la modifica nell'emendamento presentato; ma la partita si riaprirà sul successivo disegno di legge, secondo quanto espresso dallo stesso Sacconi. Intanto, però, il Pd ha avuto servita un'occasione per alzare una bandiera, quella della difesa dei precari contro la maggioranza che farebbe gli interessi delle grandi imprese, sulla quale è facile raccogliere consenso. Un'occasione che magari può essere utile anche per convincere i riottosi nella maggioranza che, se veramente si vogliono le riforme, il dialogo è sempre meglio dello scontro. O almeno, dà risultati più sicuri.
ViviCentro (art. 19 e 21)
La libertà di stampa è una benedizione quando siamo inclini a scrivere contro gli altri, e una calamità quando ci troviamo ad essere sopraffatti dalla moltitudine dei nostri assalitori. (Samuel Johnson).
















