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LA GIORNATA POLITICA di Lunedì, 7 Luglio 2008
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Lunedì, 7 Luglio : 2008

LA GIORNATA POLITICA


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Il tentativo della maggioranza di anticipare l'esame parlamentare del "lodo Alfano", modificando o stralciando dal decreto sulla sicurezza la contestatissima norma "blocca-processi", rappresenta con ogni probabilità - come avverte l'Udc - l'ultima mediazione possibile: non a caso Pier Ferdinando Casini insiste da tempo per un accordo di questo tipo. Il rischio è che l'operazione si trasformi di fatto in uno "scambio", come accusa Antonio Di Pietro, nell'immagine di un Parlamento che accetta il "pagamento di un riscatto" pur di non gettare nello scompiglio i tribunali. La coincidenza con la manifestazione convocata per domani a piazza Navona dall'Italia dei Valori è propizia all'innalzamento dei toni e l'ex Pm non si lascia sfuggire l'occasione per tenere inchiodato ancora una volta il Pd nella sua trincea; ma forse per la prima volta qualcosa si muove. Il motivo è semplice: la proposta di abbandonare la norma blocca-processi e di varare rapidamente uno scudo per le più alte cariche dello Stato (legge che esiste anche in altri Paesi europei) all'inizio, ragiona il Pdl, è partita proprio da Udc e Pd. Lo stralcio caverebbe d'imbarazzo il Quirinale che certo non gradisce l'emendamento introdotto dal governo e allo stesso tempo aprirebbe nuovi spazi al dialogo, come richiede la Lega: Roberto Calderoli ha fatto sapere che l'inversione dell'ordine del giorno otterrebbe gli stessi obiettivi della sua proposta di introdurre il lodo all'interno del dl sicurezza. E, in ultima analisi, potrebbe aiutare anche la parte più moderata dell' opposizione a uscire dal vicolo cieco in cui l'ha sospinta l'oltranzismo dipietrista. Casini tenta infatti di costruire le condizioni per un confronto che dia spazio alle sollecitazioni di Giorgio Napolitano; lo stesso Walter Veltroni potrebbe trovare nello stralcio un'occasione per rilanciare la politica del dialogo che ha costituito il leit-motiv strategico della sua campagna elettorale per una legislatura "costituente". Del resto non ci sono blocchi omogenei in nessuno dei due poli. Nel centrodestra Umberto Bossi non manca occasione di sottolineare il pericolo costituito dal clima di veleni che ha ripreso il sopravvento (vedi il caso delle intercettazioni telefoniche che riguardano soprattutto vicende personali, ma la cui portata incrina l'immagine dei personaggi coinvolti) e critica apertamente il Cavaliere per certe ingenuità e leggerezze al telefono, definendolo "un po' perseguitato e un po' c...": non sembrano semplici "sassolini nello stagno", come li definisce Ignazio La Russa, ma piuttosto giudizi che denunciano un disagio profondo, il timore che si torni allo schema delle precedenti legislature e dunque al concreto pericolo di un nuovo naufragio del federalismo fiscale (che dovrebbe cominciare il cammino parlamentare in settembre). Ma anche Veltroni ha bisogno di segnare qualche punto dopo il traumatico scontro con il Cavaliere: seguire Di Pietro sulla linea dell'intransigenza potrebbe rivelarsi perdente, come suggeriscono alcuni sondaggi sulla credibilità della magistratura italiana. L'incognita è la posizione di Massimo D'Alema il cui spostamento a sinistra ha condizionato ultimamente le mosse del segretario: per Veltroni è difficile dare il via libera al lodo Alfano, o quantomeno garantire una non belligeranza, senza l'accordo della principale componente interna democratica. E infatti la linea prevalente sembra quella di assumere un atteggiamento di attesa, studiando la reale capacità del centrodestra di varare in un pugno di giorni lo "scudo" per le alte cariche dello Stato. Ma analoghi dubbi percorrono il Pdl: nessuno scommette sulla neutralità dalemiana e lo scambio dei tempi parlamentari tra lodo Alfano e decreto sicurezza non fa che confermare implicitamente le accuse dell'opposizione quando dice che in realtà la norma blocca-processi è solo una norma "salva-premier". Una posizione scomoda da cui è difficile venire fuori in modo equilibrato. Molto dipenderà anche dal successo della manifestazione indetta da Di Pietro alla quale il grosso della sinistra riformista ha rifiutato il suo sostegno.

  





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