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Mercoledì, 9 Luglio : 2008
LA GIORNATA POLITICA
DI PIERFRANCESCO FRERE'
Piazza Navona come "splendido esempio" di democrazia diretta, nessuna dissociazione dal "senso vero" delle parole di Beppe Grillo e Marco Travaglio né dalle proteste: Antonio Di Pietro, nel respingere con durezza l'ultimatum di Walter Veltroni che lo invitava a scegliere tra il Pd e la piazza, sposta ancora in avanti la polemica interna all'opposizione e mostra un'imprevista capacità manovriera.
L'impressione è che la sua accelerazione abbia colto allo scoperto la leadership democratica. Di Pietro ha riunito infatti sotto le sue bandiere prodiani storici come Arturo Parisi, Mario Barbi e Rosy Bindi che sottolineano come in piazza ci fosse anche un pezzo di Partito democratico: al di là degli eccessi polemici e delle volgarità che vengono condannate (sebbene un' opposizione intransigente vi sia sempre esposta, precisa Leoluca Orlando), la tesi di questa parte della sinistra è che esistono "ragioni sacrosante" per scendere in piazza. Si grida alle "sbavature", denuncia il leader dell'Italia dei Valori, e si ignora l'illegalità diffusa delle leggi ad personam.
Un messaggio estremo che resuscita l'antiberlusconismo combattuto durante la campagna elettorale da Veltroni come il principale limite dell'Unione prodiana, una sorta di rivincita a posteriori del Professore dopo la lunga rimozione post-sconfitta elettorale. Il segretario del Pd accusa l'ex Pm di avere stracciato gli impegni assunti con il Pd, ribadisce che il rifiuto dell'estremismo di piazza è uno dei valori fondativi del partito, ma certo la sensazione è che abbia finito per subire gli eventi: i socialisti di Riccardo Nencini gli rimproverano la scelta "suicida" di allearsi con Di Pietro prima delle elezioni ignorando il Ps, gli ricordano che la degenerazione della manifestazione con gli insulti al Papa e al Capo dello Stato era prevedibile tanto per Di Pietro quanto per lui e che dunque - in ultima analisi - i democratici sono risultati a rimorchio degli scomodi alleati e sono stati costretti infine a sconfessarli.
Il fatto è che si è aperta una frattura anche nella sinistra perché la versione aggiornata dei girotondi incarna l'anima dell'opposizione più radicale orfana di una rappresentanza parlamentare: Di Pietro gliela offre con un palcoscenico che intende stare a cavallo tra la piazza, i blog di internet e la cosidetta antipolitica (un termine in parte fuorviante che andrebbe aggiornato). In questo modo, come dice Beppe Fioroni, "restano solo le macerie" della vecchia alleanza e l'Idv si presenta come il concorrente più pericoloso del Pd: non a caso Veltroni ha notato come siano state prese le distanze dagli insulti a Benedetto XVI e a Giorgio Napolitano ma non da quelli al Pd.
Ne deriva che la battaglia si sposta all'interno del campo democratico dove il modello veltroniano del partito a vocazione maggioritaria comincia a scricchiolare. Lo stesso segretario non esclude di dover a breve guardare ai centristi di Pier Ferdinando Casini e ai riformisti socialisti per uno schema alternativo di alleanze una volta naufragato il tandem con Di Pietro. L'impressione è che nel partito siano in corso manovre a lungo termine e tutti naturalmente guardano all'iniziativa di Massimo D'Alema il quale non vorrebbe lasciare senza presidio l'area dell'ex sinistra Arcobaleno e che è stato uno dei più intransigenti nel bocciare il negoziato sul lodo Alfano.
Ma molto nervosismo serpeggia anche tra gli ex popolari che temono, come dice Giorgio Merlo, la confusione con i "forcaioli". Franco Marini, favorevole a una linea più morbida, si è espresso per una trattativa con il Pdl sullo scudo per la cariche istituzionali in linea con la proposta Casini e l'Udc si è detta sicura che la battaglia parlamentare porterà all'accantonamento della norma blocca-processi. In asse dunque con le argomentazioni di Veltroni secondo il quale le urla "portano al Bagaglino" mentre un'opposizione responsabile ottiene risultati come il ritiro dei decreti su Retequattro e sulle intercettazioni.
La maggioranza assiste con preoccupazione a questo dibattito dai contorni confusi. Ha presentato una proposta di riforma dei regolamenti parlamentari su cui vorrebbe un'intesa bipartisan, é disponibile a modificare il decreto sicurezza, il lodo e alcuni aspetti della manovra economica: ma teme la chiusura totale che - avverte la Lega - porterebbe le riforme a un nuovo naufragio. Ecco perché Maurizio Gasparri e Fabrizio Cicchitto hanno diffuso una nota congiunta per auspicare che il Pd si svincoli da Di Pietro: ben sapendo che comunque il dialogo ha bisogno di tempi lunghi.
L'impressione è che la sua accelerazione abbia colto allo scoperto la leadership democratica. Di Pietro ha riunito infatti sotto le sue bandiere prodiani storici come Arturo Parisi, Mario Barbi e Rosy Bindi che sottolineano come in piazza ci fosse anche un pezzo di Partito democratico: al di là degli eccessi polemici e delle volgarità che vengono condannate (sebbene un' opposizione intransigente vi sia sempre esposta, precisa Leoluca Orlando), la tesi di questa parte della sinistra è che esistono "ragioni sacrosante" per scendere in piazza. Si grida alle "sbavature", denuncia il leader dell'Italia dei Valori, e si ignora l'illegalità diffusa delle leggi ad personam.
Un messaggio estremo che resuscita l'antiberlusconismo combattuto durante la campagna elettorale da Veltroni come il principale limite dell'Unione prodiana, una sorta di rivincita a posteriori del Professore dopo la lunga rimozione post-sconfitta elettorale. Il segretario del Pd accusa l'ex Pm di avere stracciato gli impegni assunti con il Pd, ribadisce che il rifiuto dell'estremismo di piazza è uno dei valori fondativi del partito, ma certo la sensazione è che abbia finito per subire gli eventi: i socialisti di Riccardo Nencini gli rimproverano la scelta "suicida" di allearsi con Di Pietro prima delle elezioni ignorando il Ps, gli ricordano che la degenerazione della manifestazione con gli insulti al Papa e al Capo dello Stato era prevedibile tanto per Di Pietro quanto per lui e che dunque - in ultima analisi - i democratici sono risultati a rimorchio degli scomodi alleati e sono stati costretti infine a sconfessarli.
Il fatto è che si è aperta una frattura anche nella sinistra perché la versione aggiornata dei girotondi incarna l'anima dell'opposizione più radicale orfana di una rappresentanza parlamentare: Di Pietro gliela offre con un palcoscenico che intende stare a cavallo tra la piazza, i blog di internet e la cosidetta antipolitica (un termine in parte fuorviante che andrebbe aggiornato). In questo modo, come dice Beppe Fioroni, "restano solo le macerie" della vecchia alleanza e l'Idv si presenta come il concorrente più pericoloso del Pd: non a caso Veltroni ha notato come siano state prese le distanze dagli insulti a Benedetto XVI e a Giorgio Napolitano ma non da quelli al Pd.
Ne deriva che la battaglia si sposta all'interno del campo democratico dove il modello veltroniano del partito a vocazione maggioritaria comincia a scricchiolare. Lo stesso segretario non esclude di dover a breve guardare ai centristi di Pier Ferdinando Casini e ai riformisti socialisti per uno schema alternativo di alleanze una volta naufragato il tandem con Di Pietro. L'impressione è che nel partito siano in corso manovre a lungo termine e tutti naturalmente guardano all'iniziativa di Massimo D'Alema il quale non vorrebbe lasciare senza presidio l'area dell'ex sinistra Arcobaleno e che è stato uno dei più intransigenti nel bocciare il negoziato sul lodo Alfano.
Ma molto nervosismo serpeggia anche tra gli ex popolari che temono, come dice Giorgio Merlo, la confusione con i "forcaioli". Franco Marini, favorevole a una linea più morbida, si è espresso per una trattativa con il Pdl sullo scudo per la cariche istituzionali in linea con la proposta Casini e l'Udc si è detta sicura che la battaglia parlamentare porterà all'accantonamento della norma blocca-processi. In asse dunque con le argomentazioni di Veltroni secondo il quale le urla "portano al Bagaglino" mentre un'opposizione responsabile ottiene risultati come il ritiro dei decreti su Retequattro e sulle intercettazioni.
La maggioranza assiste con preoccupazione a questo dibattito dai contorni confusi. Ha presentato una proposta di riforma dei regolamenti parlamentari su cui vorrebbe un'intesa bipartisan, é disponibile a modificare il decreto sicurezza, il lodo e alcuni aspetti della manovra economica: ma teme la chiusura totale che - avverte la Lega - porterebbe le riforme a un nuovo naufragio. Ecco perché Maurizio Gasparri e Fabrizio Cicchitto hanno diffuso una nota congiunta per auspicare che il Pd si svincoli da Di Pietro: ben sapendo che comunque il dialogo ha bisogno di tempi lunghi.
ViviCentro (art. 19 e 21)
La libertà di stampa è una benedizione quando siamo inclini a scrivere contro gli altri, e una calamità quando ci troviamo ad essere sopraffatti dalla moltitudine dei nostri assalitori. (Samuel Johnson).
















