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LA GIORNATA POLITICA di Venerd́, 11 Luglio 2008
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Venerd́, 11 Luglio : 2008

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LA GIORNATA POLITICA


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ROMA - La revisione da parte del governo della norma blocca-processi rappresenta secondo l'Anm un netto miglioramento del decreto sicurezza, ma l'interrogativo e' se si tratti di un passo indietro in grado di rovesciare anche il clima politico.

Il Partito democratico infatti ritiene che le modifiche siano ancora insufficienti a causa dell'impostazione generale del provvedimento. Walter Veltroni e' convinto di aver smascherato il gioco della maggioranza: appena approvato lo scudo per le alte cariche dello Stato, ragiona, il blocca-processi e' stato ritirato il che dimostra, a suo avviso, che si trattava solo di una manovra orchestrata per salvare il premier dal processo Mills. Per mettere al sicuro se stesso, rincara l'Italia dei Valori, Silvio Berlusconi era pronto a far saltare migliaia di processi. Ne deriva che l'atteggiamento parlamentare dell'opposizione resta ostile (oltre mille gli emendamenti presentati) e il governo potrebbe essere costretto a porre la fiducia. In parte cio' vanificherebbe gli sforzi dei centristi che hanno piu' volte proposto di approvare rapidamente il lodo Alfano-Schifani e di accantonare definitivamente il blocca-processi; ma in ultima analisi scontenterebbe anche il Quirinale, estremamente preoccupato per la piega che aveva preso lo scontro e orientato a favorire una ripresa del dialogo (Giorgio Napolitano ha ribadito che serve una riforma della legge elettorale e del bicameralismo perfetto, restituendo agli elettori la scelta dei candidati).

In altre parole, la patata bollente e' nelle mani di Walter Veltroni che ha confermato l'orientamento a votare contro il pacchetto sicurezza, a differenza dell'Udc che potrebbe astenersi o forse votare a favore se non sara' posta la fiducia. Ma il Pd prendera' le distanze da Antonio Di Pietro? Questo e' il punto che sta piu' a cuore al centrodestra. Berlusconi, di ritorno dal G8, avrebbe espresso tutto il suo malumore per i continui attacchi a cui e' sottoposto insieme ai suoi ministri (emblematico il caso Carfagna): il premier ritiene che un Partito democratico frammentato al suo interno ed esposto alla continue incursioni dipietriste non sia un interlocutore credibile.

E anche Umberto Bossi, fautore del dialogo a tutela delle riforme, non sembra disposto a grandi concessioni: dopo la risoluzione del Parlamento europeo che ha condannato la politica italiana sull'identificazione dei nomadi, ha invitato il ministro Maroni a restare rigido ''perche' altrimenti il problema non si risolve mai''. Il senatur ritiene la risoluzione di Strasburgo una semplice manovra della sinistra europea per colpire il centrodestra e punta, in risposta a questo attacco, ad esportare il modello italiano per aprire un vero e proprio caso europeo sulla politica dell'immigrazione.

Molto dipendera' dallo sviluppo del dibattito interno al Pd. Il portavoce di Forza Italia Daniele Capezzone parla di un partito diviso in quattro (veltroniani, dalemiani, rutelliani e prodiani) e certo la discussione in atto non fa molto per smentirlo. I ''coraggiosi'' convocati da Francesco Rutelli guardano al ''nuovo conio'', cioe' al centro, come mission vitale del Pd (l'universo simbolico del Pd non possono essere le feste dell'Unita', riassume per tutti Paolo Gentiloni), mentre il veltroniano Giorgio Tonini giudica prematuro e ''asfittico'' un dibattito sulle alleanze; come dice Veltroni, si tratta prima di ''far sbattere le porte'' al vento delle novita' della societa' reale, sganciandosi dai logori dibattiti ''che vanno avanti dai tempi di Spartaco''. Ma intanto ai democratici, denuncia Rutelli, manca un modello e dunque (implicitamente) una linea strategica, il che si riflette nelle difficolta' di rapporto non solo a sinistra ma anche con la maggioranza. In altri termini, secondo i 'coraggiosi' la nuova identita' non e' ancora nata o e' troppo timida, non si e' saputo difendere fino in fondo la linea portata avanti in campagna elettorale. E tutto cio' rallenta inevitabilmente il dialogo invocato dal capo dello Stato come unica via d'uscita dalla crisi.

  





ViviCentro (art. 19 e 21)

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