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Domenica, 31 Agosto : 2008 FABIO POLETTI, La Stampa
Vincono politica e affari: il centro sociale diventa legale. Il 22 settembre dovrebbe bussare l'ufficiale giudiziario per l'ultima volta
MILANO - Il 22 settembre faranno sedici volte. Sedici volte in cui l’ufficiale giudiziario è andato a bussare al portone della vecchia stamperia di via Watteau occupata da una vita dal centro sociale Leoncavallo, il Leo, il più famoso che c’è in Italia. Forse sarà l’ultima. Forse non ci sarà più nemmeno la minaccia di sfratto che pesa sulla testa dei suoi occupanti dal 18 ottobre 1975, un sabato grigio di pioggia se lo ricorda ancora qualcuno, quando buona parte della sinistra extraparlamentare milanese sfondò un cancello e un lucchetto per occupare una ex azienda farmaceutica in disuso. Sono passati trentatré anni. E’ cambiato tutto. Il Leoncavallo non è più quello di una volta. Oggi è un’associazione culturale che raccoglie 500 mila euro l’anno tra i venticinquemila frequentatori di tutti i tipi, ex giovani che qui hanno iniziato a fare politica e giovanissimi che non sanno nemmeno cos’è la politica. Ai fornelli delle sue cucine popolari hanno lavorato cuochi pluristellati come Aimo e Nadia. Luigi Veronelli, enologo e anarchico, con i suoi vini era di casa. Il pronipote di Richard Wagner venne qui a presentare la sua contro-Prima della Scala.
Al bar capita ancora di essere serviti da Angelo Bay, figlio del pittore Enrico Bay che ha voluto regalare una sua opera, appesa come tante in mezzo ai graffiti fatti con lo spray.
Per non parlare dei concerti. Qui hanno suonato i Public Enemy, Carmen Consoli, i Subsonica, Elio e le Storie tese, Caparezza, Raul Casadei e pure Bruno Canino, grande pianista classico denunciato dalle forze dell’ordine per «disturbo alla quiete pubblica». Il Leoncavallo ha pure cambiato nome. Adesso è uno spazio pubblico autogestito. Una spa, tanto per giocare con le parole. Il sindaco Gabriele Albertini voleva raderlo al suolo. I suoi predecessori pure. Se erano di sinistra al massimo chiudevano gli occhi. Matteo Salvini della Lega, il giovane parlamentare che qualche birretta al Leo quando era molto più giovane se l’è fatta, adesso fa il morbido: «Le guerre di religione per noi sono finite. Siamo per la legalità, perché si paghino le tasse, l’affitto e si ridia visibilità al quartiere». Giovanni Terzi, l’ancora giovane assessore allo Sport e al Tempo libero del Comune di Milano, tesse la rete per chiudere la partita: «Da parte nostra c’è una certa apertura per definire la questione Leoncavallo. Anche se i tempi storici non sono particolarmente buoni».
L’ala sinistra della sinistra e l’ala destra della destra non vedono di buon occhio la chiusura del caso Leoncavallo. I primi - spariti dalla compagine parlamentare - aspettano qualsiasi cosa per avere visibilità e aggregare consensi. Il Leo che a Milano è un po’ un monumento, sarebbe più di una ghiotta occasione. Certi settori di An presenti in maggioranza a Palazzo Marino, ricordano ancora quei giorni bui quando a Milano si faceva a botte e al Leoncavallo l’han giurata da allora. «Dovremo trovare una sorta di decalogo condiviso da tutta la maggioranza da sottoporre al Leoncavallo», spiega l’assessore Terzi che poco prima delle ferie si è incontrato con il Prefetto Gian Valerio Lombardi, gli eredi Cabassi proprietari dell’immobile di via Watteau e i giovani del centro sociale. Il pacchetto di massima su cui lavorare sarebbe già definito, se non nei dettagli almeno nelle linee guida su cui discutere.
Il centro sociale Leoncavallo si costituisce in Fondazione. In realtà esiste già da quattro anni, l’ha riconosciuta pure il ministro dell’Interno, ne fa parte anche Milly Moratti, consigliere comunale dei Verdi e pure cognata del sindaco. La Fondazione paga all’immobiliare Cabassi un affitto attorno ai 120 mila euro l’anno, centesimo più, centesimo meno. Comunque sotto la quotazione di mercato per quei 10 mila metri quadri dell’ex stamperia in fondo a via Melchiorre Gioia che farebbero gola a molti. In cambio i Cabassi avrebbero diritto a tirar su un po’ di cemento su terreni già di loro proprietà o ancora sul mercato ma coperti da vincoli. «Sarebbe un’operazione alla luce del sole», assicura l’assessore Giovanni Terzi. «Il Comune non tirerebbe fuori un centesimo e si metterebbe la medaglia, per aver risolto il nostro problema alla faccia di tutte le giunte di centrosinistra che si sono susseguite in città», fa due conti il portavoce storico del Leoncavallo Daniele Farina, che a sentirsi chiedere ogni due minuti di dover «abiurare la violenza come metodo di lotta politica», conditio sine qua non per arrivare alla firma dell’accordo su cui si lavora da anni, si mette a sorridere e mica dice di no. Il Leoncavallo non è più quello di una volta. Il Comune ci mette del suo per chiudere il capitolo. Sono passati trentatré anni, sedici ufficiali giudiziari in divisa d’ordinanza e verbale sempre quello, un paio di sgomberi tutt’altro che tranquilli e mille polemiche ma forse è arrivato il momento di voltare pagina.
Al bar capita ancora di essere serviti da Angelo Bay, figlio del pittore Enrico Bay che ha voluto regalare una sua opera, appesa come tante in mezzo ai graffiti fatti con lo spray.
Per non parlare dei concerti. Qui hanno suonato i Public Enemy, Carmen Consoli, i Subsonica, Elio e le Storie tese, Caparezza, Raul Casadei e pure Bruno Canino, grande pianista classico denunciato dalle forze dell’ordine per «disturbo alla quiete pubblica». Il Leoncavallo ha pure cambiato nome. Adesso è uno spazio pubblico autogestito. Una spa, tanto per giocare con le parole. Il sindaco Gabriele Albertini voleva raderlo al suolo. I suoi predecessori pure. Se erano di sinistra al massimo chiudevano gli occhi. Matteo Salvini della Lega, il giovane parlamentare che qualche birretta al Leo quando era molto più giovane se l’è fatta, adesso fa il morbido: «Le guerre di religione per noi sono finite. Siamo per la legalità, perché si paghino le tasse, l’affitto e si ridia visibilità al quartiere». Giovanni Terzi, l’ancora giovane assessore allo Sport e al Tempo libero del Comune di Milano, tesse la rete per chiudere la partita: «Da parte nostra c’è una certa apertura per definire la questione Leoncavallo. Anche se i tempi storici non sono particolarmente buoni».
L’ala sinistra della sinistra e l’ala destra della destra non vedono di buon occhio la chiusura del caso Leoncavallo. I primi - spariti dalla compagine parlamentare - aspettano qualsiasi cosa per avere visibilità e aggregare consensi. Il Leo che a Milano è un po’ un monumento, sarebbe più di una ghiotta occasione. Certi settori di An presenti in maggioranza a Palazzo Marino, ricordano ancora quei giorni bui quando a Milano si faceva a botte e al Leoncavallo l’han giurata da allora. «Dovremo trovare una sorta di decalogo condiviso da tutta la maggioranza da sottoporre al Leoncavallo», spiega l’assessore Terzi che poco prima delle ferie si è incontrato con il Prefetto Gian Valerio Lombardi, gli eredi Cabassi proprietari dell’immobile di via Watteau e i giovani del centro sociale. Il pacchetto di massima su cui lavorare sarebbe già definito, se non nei dettagli almeno nelle linee guida su cui discutere.
Il centro sociale Leoncavallo si costituisce in Fondazione. In realtà esiste già da quattro anni, l’ha riconosciuta pure il ministro dell’Interno, ne fa parte anche Milly Moratti, consigliere comunale dei Verdi e pure cognata del sindaco. La Fondazione paga all’immobiliare Cabassi un affitto attorno ai 120 mila euro l’anno, centesimo più, centesimo meno. Comunque sotto la quotazione di mercato per quei 10 mila metri quadri dell’ex stamperia in fondo a via Melchiorre Gioia che farebbero gola a molti. In cambio i Cabassi avrebbero diritto a tirar su un po’ di cemento su terreni già di loro proprietà o ancora sul mercato ma coperti da vincoli. «Sarebbe un’operazione alla luce del sole», assicura l’assessore Giovanni Terzi. «Il Comune non tirerebbe fuori un centesimo e si metterebbe la medaglia, per aver risolto il nostro problema alla faccia di tutte le giunte di centrosinistra che si sono susseguite in città», fa due conti il portavoce storico del Leoncavallo Daniele Farina, che a sentirsi chiedere ogni due minuti di dover «abiurare la violenza come metodo di lotta politica», conditio sine qua non per arrivare alla firma dell’accordo su cui si lavora da anni, si mette a sorridere e mica dice di no. Il Leoncavallo non è più quello di una volta. Il Comune ci mette del suo per chiudere il capitolo. Sono passati trentatré anni, sedici ufficiali giudiziari in divisa d’ordinanza e verbale sempre quello, un paio di sgomberi tutt’altro che tranquilli e mille polemiche ma forse è arrivato il momento di voltare pagina.
ViviCentro (art. 19 e 21)
La libertà di stampa è una benedizione quando siamo inclini a scrivere contro gli altri, e una calamità quando ci troviamo ad essere sopraffatti dalla moltitudine dei nostri assalitori. (Samuel Johnson).
















