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Giovedì, 10 Luglio : 2008 Panorama
cristina.bassi
“La terra vale oro”. Rende quasi quanto la droga, ma è un business molto più sicuro e soprattutto non attira l’attenzione delle forze dell’ordine. È così che il colonnello Domenico Grimaldi, comandante del Gico della Guardia di finanza di Milano, sintetizza l’infiltrazione della ‘ndrangheta calabrese nella provincia lombarda. Dove, tra Buccinasco, Corsico e Assago, le famiglie Barbaro e Papalia monopolizzavano il settore del “movimento terra”, cioè il trasporto di terra e ghiaia per i cantieri edili.
Le indagini delle Fiamme gialle, coordinate dalla Direzione distrettuale antimafia e durate quattro anni, hanno portato questa mattina a nove arresti (uno dei quali a carico di una persona già in carcere). L’operazione “Cerberus” si è concentrata sulle attività di una cosca originaria delle zone di Platì e Bovalino, in provincia di Reggio Calabria, trapiantata nell’hinterland milanese. “Si tratta”, spiega Grimaldi, “degli epigoni di Domenico, Rocco e Antonio Papalia, che hanno investito i propri reggenti direttamente dal carcere dove scontano l’ergastolo”. In manette con l’accusa di associazione mafiosa sono finiti Domenico Barbaro, detto “l’australiano”, di 71 anni “uno dei capi della ‘ndrangheta a livello mondiale”. Suo figlio Salvatore, di 33 anni, sposato con una figlia di Rocco Papalia e definito “personaggio emergente della cosca”. Oltre a Rosario Barbaro, di 35 anni, Pasquale Papalia, di 29, e Mario Miceli, di 50 anni. Ci sono poi due imprenditori milanesi, Maurizio De Luna, di 44 anni (l’unico che non è accusato di associazione mafiosa ma di riciclaggio aggravato da modalità mafiose), Maurizio Luraghi, di 53, e sua moglie Giuliana Persegoni, di 49 anni, nata a Platì. Il loro compito era di fare da tramite tra le aziende milanesi e i propri “soci” calabresi.
Nelle zone controllate dalle due famiglie tutti gli imprenditori edili sapevano che gli appalti per il trasporto della terra era affare dei calabresi. Nessuno si opponeva, nessuno denunciava le intimidazioni. Anche se in un paio di casi gli arrestati sono arrivati a minacciare con la pistola in pugno o a ferire chi si ribellava a questa logica. Un affare che fruttava all’organizzazione diversi milioni di euro l’anno. Oltre agli arresti il Nucleo di polizia tributaria della Guardia di finanza ha portato a termine 16 perquisizioni e ha sequestrato 9 società che facevano capo all’organizzazione.
“Da tempo i Papalia e i Barbaro cercavano di riprodurre nel milanese lo stesso controllo criminale del territorio attuato in Calabria, anche chiamando a lavorare decine di ragazzi, che prima servivano come autisti dei camion o come vedette e col tempo scalavano la gerarchia mafiosa”, continua Grimaldi. Una sorta di “colonizzazione” della ‘ndragheta, in atto ormai da anni. Ma che in terra lombarda non poteva usare i metodi violenti e spesso eclatanti collaudati nel reggino. Meno estorsioni a mano armata, traffico di droga, prostituzione. Piuttosto una capillare infiltrazione nell’economia legale degli appalti edili.
Un’ “immersione” (così si chiama tecnicamente), meno sanguinosa e che mantiene un basso profilo, ma che frutta comunque milioni. E che grazie a una capacità di inserirsi in tutti i settori della società aveva permesso alle famiglie calabresi di scoprire le indagini a loro carico dopo un mese dall’inizio.
Le indagini delle Fiamme gialle, coordinate dalla Direzione distrettuale antimafia e durate quattro anni, hanno portato questa mattina a nove arresti (uno dei quali a carico di una persona già in carcere). L’operazione “Cerberus” si è concentrata sulle attività di una cosca originaria delle zone di Platì e Bovalino, in provincia di Reggio Calabria, trapiantata nell’hinterland milanese. “Si tratta”, spiega Grimaldi, “degli epigoni di Domenico, Rocco e Antonio Papalia, che hanno investito i propri reggenti direttamente dal carcere dove scontano l’ergastolo”. In manette con l’accusa di associazione mafiosa sono finiti Domenico Barbaro, detto “l’australiano”, di 71 anni “uno dei capi della ‘ndrangheta a livello mondiale”. Suo figlio Salvatore, di 33 anni, sposato con una figlia di Rocco Papalia e definito “personaggio emergente della cosca”. Oltre a Rosario Barbaro, di 35 anni, Pasquale Papalia, di 29, e Mario Miceli, di 50 anni. Ci sono poi due imprenditori milanesi, Maurizio De Luna, di 44 anni (l’unico che non è accusato di associazione mafiosa ma di riciclaggio aggravato da modalità mafiose), Maurizio Luraghi, di 53, e sua moglie Giuliana Persegoni, di 49 anni, nata a Platì. Il loro compito era di fare da tramite tra le aziende milanesi e i propri “soci” calabresi.
Nelle zone controllate dalle due famiglie tutti gli imprenditori edili sapevano che gli appalti per il trasporto della terra era affare dei calabresi. Nessuno si opponeva, nessuno denunciava le intimidazioni. Anche se in un paio di casi gli arrestati sono arrivati a minacciare con la pistola in pugno o a ferire chi si ribellava a questa logica. Un affare che fruttava all’organizzazione diversi milioni di euro l’anno. Oltre agli arresti il Nucleo di polizia tributaria della Guardia di finanza ha portato a termine 16 perquisizioni e ha sequestrato 9 società che facevano capo all’organizzazione.
“Da tempo i Papalia e i Barbaro cercavano di riprodurre nel milanese lo stesso controllo criminale del territorio attuato in Calabria, anche chiamando a lavorare decine di ragazzi, che prima servivano come autisti dei camion o come vedette e col tempo scalavano la gerarchia mafiosa”, continua Grimaldi. Una sorta di “colonizzazione” della ‘ndragheta, in atto ormai da anni. Ma che in terra lombarda non poteva usare i metodi violenti e spesso eclatanti collaudati nel reggino. Meno estorsioni a mano armata, traffico di droga, prostituzione. Piuttosto una capillare infiltrazione nell’economia legale degli appalti edili.
Un’ “immersione” (così si chiama tecnicamente), meno sanguinosa e che mantiene un basso profilo, ma che frutta comunque milioni. E che grazie a una capacità di inserirsi in tutti i settori della società aveva permesso alle famiglie calabresi di scoprire le indagini a loro carico dopo un mese dall’inizio.
ViviCentro (art. 19 e 21)
La libertà di stampa è una benedizione quando siamo inclini a scrivere contro gli altri, e una calamità quando ci troviamo ad essere sopraffatti dalla moltitudine dei nostri assalitori. (Samuel Johnson).
















