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Lunedi, 16 Giugno : 2008 Corriere della Sera
Indagine presentata al Congresso della European Hematology Association
Solo il 49 per cento degli ematologi italiani procede a un corretto monitoraggio dei pazienti tramite il test molecolare ogni tre mesi.
Solo un paziente su due viene sottoposto ai corretti test molecolari per il controllo della leucemia mieloide cronica. Le regole consigliate dalla rete europea sulla Leucemia - Eln (European LeukemiaNet) prevedono un esame ogni tre mesi, ma dall’indagine It's best to test (E’ meglio eseguire i test) emerge che la metà dei medici europei non segue le raccomandazioni. Lo studio, presentato al massimo appuntamento europeo sulle malattie ematologiche, il XIII Congresso della European Hematology Association (EHA) appena conclusosi a Copenaghen, è stato condotto su 584 specialisti di dieci Paesi, compresa l’Italia, con un risultato che impone un cambio di rotta: non solo, infatti, vengono disattesi i criteri Eln sull’esame molecolare ogni tre mesi, ma sono anche poco conosciute le modalità con cui effettuare l’altra importante forma di controllo, il test delle mutazioni genetiche.
LA SITUAZIONE IN ITALIA - Dall’indagine emerge che solo il 49 per cento degli ematologi italiani procede a un corretto monitoraggio dei pazienti, di poco meglio dei colleghi tedeschi (47 per cento), ma peggio rispetto a Spagna (71 per cento) e Regno Unito (75 per cento). Secondo il direttore dell’Istituto di Ematologia e oncologia medica del Policlinico Sant’Orsola di Bologna, Michele Baccarani, conoscere le basi molecolari della leucemia mieloide cronica permette di gestirla in modo più mirato, «ma perchè ciò sia fatto in modo efficace è indispensabile un impegno costante nel controllare la risposta alla terapia durante tutto il decorso della malattia».
VALUTAZIONE MOLECOLARE - Di solito i controlli vengono fatti a livello ematologico e citogenetico, ma gli esperti europei ormai concordano sul fatto che la valutazione molecolare e delle mutazioni permette di seguire in modo più accurato l’evoluzione della malattia e consente di pianificare meglio le cure. Il problema nell’esecuzione dei test – secondo i medici - sarebbero i costi, che si stima però aumentino il prezzo della terapia in una percentuale variabile solo fra il 2,5 e il 6,4 per cento. Ma dall’indagine emerge anche che la continuazione o la sostituzione del trattamento, senza i necessari controlli, causa comunque uno spreco di risorse. «Dieci anni fa – conclude Baccarani - l’introduzione degli inibitori della tirosin-chinasi ha rivoluzionato il trattamento della leucemia mieloide cronica e oggi grazie questi farmaci i pazienti hanno più opzioni che in passato. Tuttavia, la resistenza e l’intolleranza alle terapie sono in ogni caso un serio problema che i pazienti e i medici devono affrontare e il monitoraggio appropriato della terapia è fondamentale per ottenere la più lunga sopravvivenza possibile».
RITARDARE IL TRAPIANTO – A Copenaghen è stato presentato anche un nuovo approccio per la cura della leucemia mieloide cronica (testato tramite lo studio multicentrico Unic e condotto in otto Paesi fra i quali l’Italia): una staffetta di farmaci molecolari che mirano ad allontanare il più possibile il momento del trapianto di midollo. La strategia consiste nel cominciare a trattare i pazienti con il primo farmaco molecolare, l’imatinib, «che in cinque anni ha cambiato lo storia di questa malattia - spiega Enrica Morra, responsabile dell’oncoematologia all’ospedale Niguarda di Milano, che ha coordinato la parte italiana dello studio -. Quindi il paziente viene sottoposto ai controlli periodici. Se la risposta continua ad essere positiva, si prosegue con la prima terapia. Se invece compaiono intolleranze o resistenze si passa al farmaco di seconda generazione, il dasatinib». Dallo studio Unic risulta che i casi di resistenza rilevati sono il 16 per cento e che le intolleranze sono pari al 39 per cento. Secondo l’esperta, il passaggio da un farmaco all’altro non presenta rischi e il dasatinib, oltre al bersaglio principale dell’alterazione molecolare causata dal tumore, è in grado di andare a colpire anche altri bersagli, legati alla comparsa della resistenza al farmaco di prima linea.
UNA PET PER IL LINFOMA DI HODGKIN – Al convegno danese è stato, infine, proposto un metodo che a breve potrebbe diventare il nuovo standard nella terapia dei linfomi. L’obiettivo è quello di trovare una cura “su misura” sulla base delle caratteristiche della malattia in ciascun paziente messe in evidenza dalle immagini ottenute tramite la Tomografia a emissione di positroni (Pet). A seconda delle informazioni che questa tecnica dà sul tumore, si potrebbe infatti decidere se adottare una terapia più o meno aggressiva. «Risulta che la Pet abbia un valore predittivo in oltre il 90 per cento dei casi, affermandosi così come il fattore prognostico più potente», dice Andrea Gallamini dell’ospedale Santa Croce di Cuneo che ha condotto i primi studi in questo campo con Martin Hutchins, dell’università di Copenaghen. Di conseguenza la terapia può essere individualizzata, calibrata su misura a seconda della risposta che la neoplasia potrà dare. Lo studio è stato condotto complessivamente su 210 pazienti, sui quali – tramite una Pet al momento della diagnosi e una seconda dopo due cicli di terapia - è stato possibile stabilire se la strategia ottimale fosse lo schema ABVD (una combinazione di chemioterapici che include doxorubicina, bleomicina, vinblastina e dacarbazina) o il Beacopp (bleomicina, etoposide, adriamicina, ciclofosfamide, vincristina, procarbazina, prednisone), che ha un’efficacia maggiore ma con effetti collaterali molto pesanti. La scommessa ora, secondo i ricercatori, è valutare se la scelta personalizzata della terapia sia applicabile anche ad altri tipi di linfomi, mentre lo stesso approccio non sembra praticabile per tumori diversi da quelli del sangue.
LA SITUAZIONE IN ITALIA - Dall’indagine emerge che solo il 49 per cento degli ematologi italiani procede a un corretto monitoraggio dei pazienti, di poco meglio dei colleghi tedeschi (47 per cento), ma peggio rispetto a Spagna (71 per cento) e Regno Unito (75 per cento). Secondo il direttore dell’Istituto di Ematologia e oncologia medica del Policlinico Sant’Orsola di Bologna, Michele Baccarani, conoscere le basi molecolari della leucemia mieloide cronica permette di gestirla in modo più mirato, «ma perchè ciò sia fatto in modo efficace è indispensabile un impegno costante nel controllare la risposta alla terapia durante tutto il decorso della malattia».
VALUTAZIONE MOLECOLARE - Di solito i controlli vengono fatti a livello ematologico e citogenetico, ma gli esperti europei ormai concordano sul fatto che la valutazione molecolare e delle mutazioni permette di seguire in modo più accurato l’evoluzione della malattia e consente di pianificare meglio le cure. Il problema nell’esecuzione dei test – secondo i medici - sarebbero i costi, che si stima però aumentino il prezzo della terapia in una percentuale variabile solo fra il 2,5 e il 6,4 per cento. Ma dall’indagine emerge anche che la continuazione o la sostituzione del trattamento, senza i necessari controlli, causa comunque uno spreco di risorse. «Dieci anni fa – conclude Baccarani - l’introduzione degli inibitori della tirosin-chinasi ha rivoluzionato il trattamento della leucemia mieloide cronica e oggi grazie questi farmaci i pazienti hanno più opzioni che in passato. Tuttavia, la resistenza e l’intolleranza alle terapie sono in ogni caso un serio problema che i pazienti e i medici devono affrontare e il monitoraggio appropriato della terapia è fondamentale per ottenere la più lunga sopravvivenza possibile».
RITARDARE IL TRAPIANTO – A Copenaghen è stato presentato anche un nuovo approccio per la cura della leucemia mieloide cronica (testato tramite lo studio multicentrico Unic e condotto in otto Paesi fra i quali l’Italia): una staffetta di farmaci molecolari che mirano ad allontanare il più possibile il momento del trapianto di midollo. La strategia consiste nel cominciare a trattare i pazienti con il primo farmaco molecolare, l’imatinib, «che in cinque anni ha cambiato lo storia di questa malattia - spiega Enrica Morra, responsabile dell’oncoematologia all’ospedale Niguarda di Milano, che ha coordinato la parte italiana dello studio -. Quindi il paziente viene sottoposto ai controlli periodici. Se la risposta continua ad essere positiva, si prosegue con la prima terapia. Se invece compaiono intolleranze o resistenze si passa al farmaco di seconda generazione, il dasatinib». Dallo studio Unic risulta che i casi di resistenza rilevati sono il 16 per cento e che le intolleranze sono pari al 39 per cento. Secondo l’esperta, il passaggio da un farmaco all’altro non presenta rischi e il dasatinib, oltre al bersaglio principale dell’alterazione molecolare causata dal tumore, è in grado di andare a colpire anche altri bersagli, legati alla comparsa della resistenza al farmaco di prima linea.
UNA PET PER IL LINFOMA DI HODGKIN – Al convegno danese è stato, infine, proposto un metodo che a breve potrebbe diventare il nuovo standard nella terapia dei linfomi. L’obiettivo è quello di trovare una cura “su misura” sulla base delle caratteristiche della malattia in ciascun paziente messe in evidenza dalle immagini ottenute tramite la Tomografia a emissione di positroni (Pet). A seconda delle informazioni che questa tecnica dà sul tumore, si potrebbe infatti decidere se adottare una terapia più o meno aggressiva. «Risulta che la Pet abbia un valore predittivo in oltre il 90 per cento dei casi, affermandosi così come il fattore prognostico più potente», dice Andrea Gallamini dell’ospedale Santa Croce di Cuneo che ha condotto i primi studi in questo campo con Martin Hutchins, dell’università di Copenaghen. Di conseguenza la terapia può essere individualizzata, calibrata su misura a seconda della risposta che la neoplasia potrà dare. Lo studio è stato condotto complessivamente su 210 pazienti, sui quali – tramite una Pet al momento della diagnosi e una seconda dopo due cicli di terapia - è stato possibile stabilire se la strategia ottimale fosse lo schema ABVD (una combinazione di chemioterapici che include doxorubicina, bleomicina, vinblastina e dacarbazina) o il Beacopp (bleomicina, etoposide, adriamicina, ciclofosfamide, vincristina, procarbazina, prednisone), che ha un’efficacia maggiore ma con effetti collaterali molto pesanti. La scommessa ora, secondo i ricercatori, è valutare se la scelta personalizzata della terapia sia applicabile anche ad altri tipi di linfomi, mentre lo stesso approccio non sembra praticabile per tumori diversi da quelli del sangue.
V. M.
ViviCentro (art. 19 e 21)
La libertà di stampa è una benedizione quando siamo inclini a scrivere contro gli altri, e una calamità quando ci troviamo ad essere sopraffatti dalla moltitudine dei nostri assalitori. (Samuel Johnson).












