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 LO STUPRO NON È UN CRIMINE COMUNE
Lunedì, 5 Novembre 2007
LO STUPRO NON È UN CRIMINE COMUNE
Se le condanne per stupro prevedessero almeno 20 anni di reclusione, forse potrebbe esserci un minimo di riabilitazione per i colpevoli di un crimine troppo sottovalutato; la violenza carnale non è un reato qualunque, non ha attenuanti valide e non è un’offesa solo contro la vittima: l’abuso sessuale è un crimine sociale oltre che fisico.
Com’è logico dal punto di vista prettamente materiale, solitamente lo stupro è compiuto da un uomo su una donna, sia per questioni puramente tecniche dal punto di vista sessuale, sia per la sopraffazione fisica che necessita di un divario di forza tra vittima e aggressore.
Sebbene la condizione femminile si sia sicuramente emancipata rispetto a pochi decenni fa, nella mentalità generale si tende ancora a distinguere tra la violenza su una donna “perbene” e lo stupro di una prostituta: eppure il reato è esattamente lo stesso, con l’aggravante che una donna di ceto sociale più alto è relativamente più avvantaggiata nello scegliere un avvocato ed approntare una strategia di difesa giuridica.
Come in tutti i processi, è giusto analizzare attentamente la situazione: ma lo stupro è uno dei pochi reati in cui la vittima si trova troppo spesso a doversi difendere in aula più dell’accusato. E se è sicuramente vero che per reati quali il furto si deve assolutamente considerare l’eventuale attenuante del bisogno, per lo spaccio di droga un contesto ambientale degradato, e perfino per l’omicidio un movente passionale, risulta piuttosto difficile trovare giustificazioni per una violenza a sfondo sessuale: semmai c’è proprio da considerare l’aggravante dello sfregio morale oltre al danno fisico.
Nell’agosto 2006, in Versilia una ragazza è stata violentata perché gay: un perfetto esempio di violenza di genere, in cui la componente sessuale è un mezzo di prevaricazione anche sociale. Perché lo stupro non dipende solo dalla libido, ma è anche una sopraffazione fisica verso una persona che non è in grado di difendersi alla pari del suo aggressore, e soprattutto una prepotenza sociale nei confronti della donna, una specie di insulto e dimostrazione che la forza fisica sia predominante sulla ragione. Gli stupri etnici e sistematici ne sono l’esempio più evidente, e basti citare le marocchinate in Ciociaria nel 1944 e le violenze subite dalle donne bosniache nei campi di prigionia durante la guerra nell'ex-Jugoslavia.
La maggioranza delle violenze sulle donne si consuma in famiglia, e solo poche vittime hanno il coraggio di sporgere denuncia: sia per l’umiliazione delle lungaggini burocratiche e processuali, sia perché, anche nel caso in cui il tribunale condanni l’aggressione, una volta scontata la brevissima condanna il rischio è quello di vendetta e ritorsioni. È il caso di Debora Rizzato, uccisa nel 2005 da un uomo che l’aveva violentata 10 anni prima, quando la ragazza ne aveva solo 14: il suo aggressore, dopo aver scontato 3 anni per lo stupro della ragazzina, l’ha perseguitata per anni, e nonostante lei avesse denunciato le sue minacce, nessuno ha fatto nulla per impedire un omicidio più che preannunciato.
La giustizia non è una vendetta, e il carcere dovrebbe avere una funzione riabilitativa più che punitiva: ma se le condanne per stupro fossero di venti anni invece che di massimo cinque come si usa al momento in Italia, non solo lo stupratore avrebbe l’occasione di svolgere un serio percorso psicologico riabilitativo, senza contare l’eventuale effetto deterrente preventivo all’aggressione, ma anche le donne che sporgono denuncia sarebbero più tutelate da ritorsioni una volta che il loro aguzzino, scontata per intero la pena, sia tornato in libertà.
di Guendalina Gallo CCS NEWS
ViviCentro (art. 19 e 21)
La libertà di stampa è una benedizione quando siamo inclini a scrivere contro gli altri, e una calamità quando ci troviamo ad essere sopraffatti dalla moltitudine dei nostri assalitori. (Samuel Johnson).
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