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Martedì, 12 Agosto : 2008 dell'inviato Francesco Grant, Ansa
PREMI, AZZURRI CONTRO TASSE
VEZZALI: NON SIAMO COME CALCIATORI.
D'ANIELLO: CINESI DETASSATI
PECHINO - Saranno famosi, ma ricchi proprio no. La quarta giornata di gare olimpiche porta agli atleti azzurri un'altra medaglia, quella d'argento di Francesco D'Aniello. Il poliziotto di Nettuno dopo aver centrato centottantasette piattelli nel double trap ne lancia lui uno in aria, ancora più grande: "Ho letto che in Cina i premi ai medagliati sono completamente detassati: perché in Italia ne paghiamo la metà all'Erario?". "E senza neanche esser calciatori miliardari", affonda Valentina Vezzali. Reattive neanche fossero sul tatami o in pedana, sono proprio le due donne d'oro dell'Olimpiade azzurra - la fiorettista e Giulia Quintavalle - a cogliere al volo il bersaglio lanciato da D'Aniello. Perché una volta scesi dal podio, da eroi a tartassati ci si deve sentir strani.
"Non siamo come i calciatori, i nostri guadagni non sono stratosferici" dice Vezzali, volto dello sport italiano che pure un giocatore di pallone (in serie C) lo ha in casa: il marito. "I nostri guadagni non sono stratosferici - prosegue Vezzali - E allora è giusto non versare metà del premio per una medaglia olimpica in tasse. Napolitano? Mi ha invitato al Quirinale, ma più che a lui bisogna parlarne al Parlamento". Dove la proposta è arrivata da poco, ma il rischio è la lentezza dell'iter. "Abbiamo portato in alto l'Italia, siamo stati meritevoli: avere un premio dimezzato dalle tasse è un dispiacere. Loro non sanno i nostri sacrifici", è stata invece la protesta della bella e timida Quintavalle, che fuori dalle Olimpiadi combatte per il gruppo sportivo delle Fiamme Gialle: finanziera lei, poliziotti D'Aniello e Vezzali, gente abituata insomma a far rispettare la legge. E a non svicolare. Non hanno gli yacht degli allenatori né le ville dei calciatori. Non prendono residenze fiscali comode come tanti sportivi di lusso, perché guadagnano come gente comune, al massimo un medio quadro d'azienda: dai 1.200 euro al mese di una judoka d'oro ai 100.000 euro annui di una campionessa-spot.
L'unico che gira in Ferrari è Bettini, mosca azzurra: comunque nell'Italia ai Giochi di Kobe Bryant o Ronaldinho non se ne vedono. Gli azzurri non cercano scappatoie. Ma rispetto per le loro medaglie, e non solo nel giorno del podio e della retorica in chiave nazionale. Una medaglia vale per gli azzurri 140 mila euro se è d'oro, 75 se d'argento, 50 di bronzo. "Non vogliamo privilegi a livello fiscale - aggiunge Quintavalle - per noi atleti un po' di attenzione in più, quando lo meritiamo, dovrebbe esserci". "Magari detassassero i premi", ripete Vezzali, la cui tuta della vittoria finirà tutta al museo del Cio a Losanna tra i cimeli dei più grandi campioni dello sport. "Io di tasse ne pago tantissime: ma quel che si guadagna tutti i giorni, è un conto. Una medaglia olimpica si vince ogni quattro anni. Ai Giochi contribuiamo a fare grande l'Italia, e poi il premio è un riconoscimento una tantum a quattro anni di lavoro". A sponsorizzare proteste e proposte è anche il presidente dl Coni, Gianni Petrucci: "La proposta di Luciano Rossi deve essere portata avanti. Se Tremonti è d'accordo...".
Rossi è il presidente della federazione tiro a volo, e deputato di Forza Italia, primo firmatario della proposta del centrodestra: "Ma questa - dice da Pechino - deve essere una proposta bipartisan: vale solo per chi vince una medaglia alle Olimpiadi o Paralimpiadi, sono ambasciatori dell'Italia nel mondo". Perché vada in discussione, si dovrà attendere l'autunno, ma Rossi assicura che chiederà la retroattività per i premi di Pechino. "Io - conclude D'Aniello - quando ho gareggiato non pensavo ai soldi. Però ora immaginare che il 50% di quanto promesso se ne andrà in tasse, brucia. Perché l'Italia non fa come la Cina". Dove, incredibile a dirsi per un paese comunista, i campioni olimpici sono famosi e perfino ricchi.
ViviCentro (art. 19 e 21)
La libertà di stampa è una benedizione quando siamo inclini a scrivere contro gli altri, e una calamità quando ci troviamo ad essere sopraffatti dalla moltitudine dei nostri assalitori. (Samuel Johnson).


















